Alessia Melcangi Addio Marjane Satrapi autrice di Persepolis che sfidò il regime iraniano: "È morta di tristezza" La Stampa, 5 giugno 2026
Sarebbe stato il dolore per la perdita del marito, l’attore e sceneggiatore Mattias Ripa morto lo scorso anno, il motivo della scomparsa di Marjane Satrapi. La fumettista iraniana naturalizzata francese ha perso la vita a 56 anni. A annunciarlo il suo entourage con un comunicato trasmesso alla France Presse. È «morta di tristezza poco più di un anno dopo il decesso di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita», si legge nella nota.
Nata a Rasht, in Iran, Satrapi si è fatta conoscere al grande pubblico dopo la pubblicazione di "Persepolis”, graphic novel autobiografica in quattro volumi usciti in Francia tra il 2000 e il 2003, adattati in una versione cinematografica con un film di animazione nel 2007 che ricevette il Premio della Giuria al Festival di Cannes.
«Il mio dovere è quello di vendere la bellezza. Magari così facendo non cambierò il mondo, ma cambierò una visione del mondo», disse al Figaro nel 2020 parlando del suo stile grafico.
Il fumetto fu un successo planetario, recentemente definito dalla rivista Le Nouvel Obs come il «più importante del XXIimo secolo». Nell’opera l’autrice ha raccontato la sua storia partendo dalla giovinezza vissuta a Teheran nel periodo della Rivoluzione islamica fino al suo arrivo in Europa dopo aver lasciato il suo Paese Natale (è stata naturalizzata in Francia nel 2006).
Nel 2025 la fumettista rifiutò la Legione d’onore conferitagli dalle autorità francesi per denunciare «un atteggiamento ipocrita della Francia nei confronti dell’Iran». I «giovani iraniani amanti della libertà, dissidenti e artisti si vedano rifiutare i visti», mentre i figli degli «oligarchi iraniani» «si aggirano tra Parigi e Saint-Tropez come se fossero a casa loro, senza che ciò susciti alcun problema», disse.
In un’intervista rilasciata a La Stampa nel 2023, Satrapi si diceva certa della caduta del regime iraniano, in quel momento scosso dalle protesta scoppiate dopo al morte di Mahsa Amini, una ragazza che perse la vita dopo essere stata fermata dalla polizia perché non portava correttamente il velo. «Gli iraniani vogliono la scomparsa del regime», affermò in quel momento.
"Non possiamo organizzare il seminario il 25 aprile" dico al collega tedesco che insiste per ficcare in quella settimana la riunione del progetto di ricerca "è festa!". "Festa di cosa?" mi risponde cortese, passando inopinatamente al suo italiano stentato che sembra sempre uscito dai Due colonnelli di Totò. "Ma della Liberazione!" "Liberazione da chi?" "Da voi".
Il collega smette di sorridere e propone di slittare a maggio.
Mi è successo tanti anni fa, in epoca politicamente più felice. Ma già all' epoca erano chiari i sintomi di quella messa in scena che trasforma ogni anno il 25 aprile in un teatrino dei burattini. Con un copione stantio. Qualche politico o militante di un partito di destra, o estrema destra o populista alla qualunque (ne abbiamo a iosa, da infelici scelte per le massime cariche istituzionali a ex generali in cerca di visibilità) lancia la sua prevedibile e sempre uguale provocazione. Lo fa sempre, in un momento compreso tra il 23 aprile e questa mattina. Qualcosa del tipo "noi" ci battevamo per l'onore. Noi abbiamo diritto...noi e la pacificazione. E i partigiani però non erano degli stinchi di santo...
Poiché a destra s'ode uno squillo, a sinistra puntuale risponde lo squillo uguale e contrario. L'indignato da copione, la pasionaria più o meno intellettuale, replica a tono.uguale e contrario con parole sempre uguali: il rigurgito del fascismo eccetera eccetera.
Ora, è più o meno.dai tempi di Almirante, e cioè dai primi vagiti della Repubblica, che i figli o nipoti a vario titolo del regime fascista scassano i cabasisi, direbbe Camilleri, con il rancore fuori posto e mai sopito di chi non ci sta a essere la parte perdente della Storia. Agli eredi delle brigate nere e dei bei vecchi tempi andati quando c' era il Tribunale speciale e tutto era in ordine, non sfiora il dubbio che gli sarebbe potuta andare peggio. Come ha scritto, tra gli altri, Tony Judt, è un mezzo miracolo se in tutta Europa, nella primavera '45, le Resistenze armate deposero le armi limitando le ondate di violenza e di vendetta. Considerato che fascisti e collaborazionisti dei tedeschi a vario titolo avevano occupato, ucciso, perseguitato, bruciato, sterminato per anni. E che, per limitarci ai danni di casa nostra, l'unico risultato di chi aveva scelto la strada "dell' onore", per dirle con i ragazzini di Salò, era stato di svendere il paese ai tedeschi, regalandogli inopinatamente Trento e a Trieste e facendosi trattare come sguatteri per due anni, mentre i soldati del Terzo Reich massacravano allegramente altri italiani.
Ad Almirante e ai suoi andò bene. Non solo non finirono tutti contro un muro, ma la Repubblica permise loro di rientrare nella vita politica, fondarsi un partito e rompere le scatole brontolando per ottant'anni. Cercando di quando in quando, Tambroni insegna, di rientrare nella stanza dei bottoni. Sono i mali della democrazia, diceva già Popper.
Non paghi di tanta fortuna, i figliocci delle brigate nere non hanno mai perso comunque occasione di mugugnare ogni sacrosanto 25 aprile, ricorrendo alla più consueta delle loro armi dai tempi gloriosi del duce: la frottola.
"È una festa di sinistra!" "È una festa di comunisti!"
Ma il 25 aprile venne istituito come festa nazionale il 22 aprile 1946, con un decreto luogotenenziale del futuro monarca Umberto II per solennizzare la liberazione dell'Italia. Per ricordare insomma che gli italiani non avevano aspettato armi al piede di essere graziosamente liberati, ma avevano imbracciato il fucile ed erano morti e avevano ucciso per riguadagnarsi, per quello che potevano, la propria dignità dopo un quarto di secolo di schiavitù. La festa precedette la Repubblica. Ne fu, in molti modi, la culla e il laboratorio ideale. A sfilare, come l' anno prima per le vie di Milano liberata, furono generali dell' esercito leali come Cadorna, ufficiali di complemento della Grande guerra come Parri, capi banda partigiani ferocemente anticomunisti, e insieme a loro compagni di lotta da Pertini a Longo con cui si sarebbero metaforicamente scannati nelle aule parlamentari.
E sì, fu fin dall' inizio una festa che generava spaccature, non sorprendentemente in un paese che continuava a vivere l'eredità tossica della guerra civile. Altro regalino al suo popolo di sua eccellenza il cavaliere Benito Mussolini. Ma questa è un' altra storia.
Il 25 aprile è nato, e rimane, come una festa di patria, nel senso più profondo del saluto alla terra dei padri tornata libera, o almeno con un futuro da costruire. Da costruire, certo, molto diversamente dal passato, perché la Resistenza fu anche il sogno di un paese nuovo, migliore. Non è una festa di sinistra. Non è una festa bolscevica. È la commemorazione del riscatto. Di tutti gli italiani.
Un giorno, quando questo paese sarà in grado di fare i conti con il proprio passato, lo stanco teatrino dei pupi che va in onda ogni 25 aprile si spegnerà. Il nipotino di Almirante in cerca del quarto d'ora di notorietà la smetterà di rivendicare onori e gloria per i camerati caduti (tradendo il proprio paese) e la vezzosa pasionaria di turno la smetterà di invocare l'unità antifascista come se fossimo nell' estate del '44. E forse faremo un passo avanti, finalmente.
Fabrizio Caccia «Anni con la paura di sparire Ancora tanti i negazionisti che vanno contro l’evidenza» Corriere della Sera, 11 febbraio 2026
ROMA Abdon Pamich, la Camera le ha appena tributato una standing ovation.
«Mi ha fatto un immenso piacere, così come le parole del capo dello Stato».
Che ha detto, Mattarella? «Si ricordava della mia medaglia d’oro a Tokyo 1964 nella 50 km di marcia, mi ha detto che aveva 20 anni all’epoca. Lui è più piccolino di me».
Lei ne ha compiuti da poco 92. Ne aveva 13, nel 1947, quando fu costretto a lasciare la sua casa di Fiume.
«Non c’era altra scelta, gli ultimi due anni in famiglia li passammo con la paura addosso, rischiavamo la pelle solo in quanto italiani, i titini volevano “ripulire” quei luoghi, si poteva sparire da un momento all’altro...».
Nelle Foibe.
«Già. Perciò non capisco perché ci siano ancora oggi tanti negazionisti che vanno contro la storia, contro l’evidenza dei documenti. Questo succede quando l’ideologia sovrasta la ragione. La nostra storia, purtroppo, è stata negata, ignorata, per troppo tempo. A Reggio Calabria anche quest’anno è stata rotta la targa per Norma Cossetto vittima delle Foibe. La mamma dei cretini è sempre incinta».
Anche lei in quegli anni perse degli amici nelle Foibe?
«Li persi ad Auschwitz, nel campo di sterminio nazista. Per questo non bisogna mai dimenticare l’orrore, ovunque si sia manifestato. E dice bene Liliana Segre: quando noi moriremo, se non resterà la memoria, morirà tutto».
C’è più tornato a Fiume, che oggi è croata e si chiama Rijeka?
«Eccome, tante volte. Non è cambiata mica, il golfo del Quarnero è sempre bellissimo! Però preferisco girarla di notte, in una dimensione più intima. Arrivo fino ad Abbazia (in croato Opatija, ndr) a godermi in silenzio le luci».
Il suo libro, «Memorie di un marciatore», è diventato ora un film, trasmesso ieri sera da Rai 1. Anche lei è tra gli attori.
«Ma no, nel film ho recitato solo delle particine, comunque m’è piaciuto, mi sono emozionato. Il regista, Alessandro Casale, è stato bravo a raccontare la storia degli esuli con sensibilità: un giorno ha detto che marciare per lui è non fermarsi mai, anche quando ti viene portata via la terra sotto i piedi».
Lei marcia ancora?
«Cammino ogni giorno, mi faccio 4-5 chilometri, amo la vita e lo sport».
Lucia Bellaspiga Nel Giorno del ricordo la storia di Giuseppe che vide casa sua diventare Jugoslavia Avvenire, 10 febbraio 2026
“Era l’alba del 24 giugno 1952, ore 4 e 30, quando a 19 anni con il treno partii dall’Istria verso una destinazione sconosciuta. Gli altri erano già partiti nel 1947, l’Istria si era svuotata, li avevamo visti andare via tutti e nelle loro case erano entrati macedoni, bosniaci, croati, montenegrini, con usi strani e lingue così diverse dal nostro secolare dialetto. Noi invece facemmo in tempo a vivere 7 anni sotto il regime di Tito, ma non si poteva resistere oltre. E così perdemmo tutto ciò che amavamo”. Giuseppe Sorgarello, nato a Dignano nel 1933, ci accoglie con la moglie Maria Rosa nella casa di Novara, dove alla fine lo ha condotto il lungo esodo. I 93 anni che porta sulle spalle non lo hanno incurvato né gli hanno spento il lampo ironico dello sguardo. Nella sua Dignano non ha più cuore di tornare, “l’ultima volta che l’ho fatto qualche anno fa ho camminato nella strada centrale, la Ca’ Nova, e dietro a quei portoni sbarrati e ai muri ancora sbrecciati dalla guerra, coperti anche oggi dalle scritte in vernice rossa dei tempi dei partigiani titini, immaginavo gli amici che ci abitavano quando ero piccolo, risentivo le loro voci, mi dicevo ecco la casa di uno, ecco la casa dell’altro… troppa nostalgia”. Ma a tornare in Istria ogni giorno è il suo cuore, che conserva persino ogni data, rimasta incancellabile.
Ricordi del prima e del dopo, con il 1945 come spartiacque. Un 1945 che lui chiama “il patatrac”, la fine improvvisa dell’infanzia e l’inizio di una nuova vita “molto difficile per noi italiani rimasti in quella che da secoli era casa nostra e diventò Jugoslavia, sotto una nuova dittatura ancora più esigente di quella appena finita”. Già, perché come racconta Sorgarello, in Istria il 25 Aprile segnò sì il tramonto del nazifascismo, ma a differenza di ciò che accadde nel resto d’Italia qui subentrò un regime comunista e i “liberatori” furono i titini occupatori.
Così i ricordi del bambino di Dignano oscillano tra gli orrori visti durante l’occupazione nazista dopo l’8 settembre del 1943 e quelli poi perpetrati dagli jugoslavi, anche in tempo ormai di pace. “Immaginate a 11 anni essere costretto a guardare ventuno impiccati”, comincia. Era il 1944 e Giuseppe con il padre sul carro trainato dai muli si recava al mercato di Pola a vendere i prodotti della loro fertile campagna. “La sera prima a Stignano, alle porte di Pola, un gerarca fascista era stato ucciso in un’imboscata e i tedeschi per rappresaglia presero ventun prigionieri dalla Strafhaus, le carceri di Pola costruite ancora dall’Austria-Ungheria, e li appesero agli alberi. Noi arrivavamo col carro e i tedeschi ci fermarono, costringendoci a guardare. Non dimenticherò mai quelle lingue nere, quegli occhi stravolti”. Suo zio Nicola, di idee socialiste, era rinchiuso alla Strafhaus con l’accusa di commercio illecito di stoffe, ma tra i detenuti messi in fila si trovò al 23esimo posto, salvo per un pelo.
L’anno dopo però, il fatidico 1° maggio del 1945, giorno di libertà per il resto d’Italia, ma data funesta che vide l’ingresso dei titini in città come Pola, Fiume, Trieste, Gorizia e l’inizio della mattanza, Giuseppe e i suoi amichetti attendevano curiosi “che arrivassero loro, quelli che la propaganda chiamava la IV Armata. Avevo 12 anni, seduti sui muretti aspettavamo di vederli… e infatti giunsero sulla strada che da Fiume arrivava a Dignano, ma vedemmo decine di sbandati, né vestiti né nudi, coperti di stracci, con i fucili uno diverso dall’altro. Io, che a scuola ero stato indottrinato dal fascismo e quindi ammiravo il re e il Duce, mi sentii defraudato, era il primo di tanti rovesci che avrei subìto… In una sola notte la mia Dignano divenne Vodnjan. E io fui di nuovo indottrinato”. Sotto il fascismo era stato “Figlio della Lupa”, poi sua mamma gli aveva comprato la divisa da Balilla, “ma è arrivato il patatrac e non l’ho mai indossata: poco dopo sono diventato “Pioniere” e a scuola imparammo a marciare, a prendere in mano i fucili di legno, a recitare poesie dedicate al maresciallo Tito. Le medie furono un disastro, praticamente noi italiani fummo tagliati fuori, tant’è che per tutta la vita, anche in ufficio, ho tenuto il dizionario nel cassetto perché scrivere in italiano mi è difficile e il croato non l’ho mai imparato”.
Al regime jugoslavo deve però i quattro anni di “alternanza scuola-lavoro”, come la chiameremmo oggi, presso l’Arsenale di Pola, dove i ragazzini furono inviati a imparare in fretta il mestiere quando nel 1947 l’esodo in massa dei polesani svuotò la città e rese necessario rimpiazzare ovunque le maestranze. “A 14 anni quindi mi trovai a studiare di mattina e lavorare il pomeriggio all’Arsenale – racconta –. A me che ero di Dignano andava bene, perché da casa portavo pane e prosciutto, non ci mancava il cibo, ma i colleghi di Pola, soprattutto gli slavi venuti da tutta la Jugoslavia e gli operai di Monfalcone, giunti dall’Italia in quanto comunisti e convinti di trovare il paradiso, erano alla fame. Soprattutto dopo il 1948, quando Stalin ruppe i rapporti con Tito e la povertà divenne insostenibile, per loro c’erano ancora le tessere alimentari come in guerra, avevano diritto a 5 chili di farina al mese. I poveri monfalconesi si ribellarono, ma per questo molti finirono nel gulag di Goli Otok, la terribile Isola Calva. Ricordo un tornitore molto abile al lavoro, che al pomeriggio veniva costretto a spalare le macerie in cui la città era ridotta, un giorno si rifiutò ma per punizione dovette spalare con un cartello sulla schiena, messo alla gogna. Alle 10 avevamo 15 minuti di pausa per mangiare e andare dal Commissario politico, che ci controllava: anche se lavoravo bene, io ero messo in croce, costretto a dare a loro il mio pranzo…”. Delle foibe non si sapeva, ma la gente spariva nel nulla, “a Dignano ci terrorizzava la sede dell’Ozna, la polizia di Tito: se si entrava lì, chissà se si usciva. Ricordo una guardia comunale, si chiamava Filippetto, il suo corpo decomposto fu trovato nel campo dopo giorni… Una nostra vicina di casa ricercata dai titini si rifugiò nel nostro sottoscala e così si salvò, ma mio padre era furioso, aveva messo tutti noi in pericolo”.
Tra i suoi ricordi c’è anche l’aereo americano colpito dalla contraerea tedesca nel ’44, episodio visto con gli occhi del bambino: “Noi piccoli vedendolo perdere quota intuimmo dove sarebbe caduto e corremmo lì a rubare le ruote per costruire un monopattino. Arrivammo prima della polizia e a terra c’era il pilota morto, era un nero, ci fece tanta paura”. Sempre in monopattino o sull’asino la zia lo mandava nei boschi a portare cibo ai partigiani, perché lo zio Nicola era dei loro, e il piccolo Giuseppe con l’incoscienza dei bambini sapeva mentire ai tedeschi, “ma mi tremavano le gambe”.
E poi non ha mai scordato la strage di Vergarolla, di cui ricorre l’80esimo anniversario, 28 ordigni fatti esplodere sulla spiaggia di Pola il 18 agosto 1946 (l’Italia era già Repubblica e Pola era ancora Italia) durante un’affollata manifestazione sportiva patriottica pro Italia: “Io avevo 13 anni, mia madre mi mandò a Pola a portare gli ortaggi alla signora Gina, in via Barbacani. All’improvviso sembrò la fine del mondo, tutta Pola sobbalzò, i vetri andarono in briciole. Non sapevamo cosa fosse, la guerra era finita da tempo, presi la corriera e scappai a casa. Il giorno dopo sapemmo dei cento e più morti, fu allora che la grande massa di italiani decise di andarsene”.
La festa per i 20 anni di Sogarello (il primo a destra) alla caserma Perrone
I Sorgarello rimasero. Suo padre era irremovibile, “come si fa a lasciare la terra e gli animali?”. La madre invece era più propensa, “mi no ghe dago le mie figlie in sposa ai s’ciavoni, agli jugoslavi”, ride Giuseppe. Che però, spirito ribelle quale era, un giorno decise, come avevano già fatto altri, di scappare dalla Jugoslavia legato sotto un carro. “La mia intenzione però arrivò alle orecchie di mio padre, che si arrabbiò, ‘Ti vol scampar solo? Qua va via tuti o no va via nissun’, gridò. Era giugno del 1952, l’epoca del raccolto, con giorni e notti di coda all’ufficio preposto ottenemmo l’opzione per partire su quel treno. Mia sorella più piccola aveva un anno… Mi sentii responsabile, perdevamo tutto a causa mia, un peso che mi sono sempre portato dentro”. Dal treno, l’addio al campanile di San Biagio, simbolo di Dignano, cantando mestamente “e la partenza xe dolorosa, la me morosa la piangerà”: “L’avevo davvero la morosa, a Gallesano. Perdevo proprio tutto. L’ho rivista 40 anni dopo, ormai era nonna”.
Poi l’arrivo a Udine e da lì anni nei campi profughi, dove c’era posto, “l’alta Italia era già tutta occupata, restavano Sicilia e Abruzzo. Finimmo vicino all’Aquila, in camerate suddivise con delle coperte appese a fare da parete tra le famiglie. Qui a Novara, però, c’era uno zio che, essendo partito già nel 1947, aveva un buon angolo nella camerata dentro la caserma Perrone, possedeva persino i letti a castello per tutta la sua famiglia. Lo raggiunsi e mi arrangiai con loro. È lì che ho festeggiato i miei 20 anni”. Poi via via, di campo profughi in campo profughi, il mestiere imparato in Arsenale sotto la Jugoslavia gli fece fare carriera come lavoratore provetto, “è l’unica cosa buona che devo a Tito”, ride, “anche se devo molto alla mia predisposizione naturale”. Lo dimostrano i capolavori intagliati in legno che conserva, come il veliero che gli ha richiesto mille ore di lavoro certosino, o la perfezione stupefacente con cui ha riprodotto la cupola novarese di San Gaudenzio dell’Antonelli (lo stesso della Mole torinese) e il Campanile dell’Alfieri. Ma i temi che intaglia più spesso sono i palazzi storici del suo paese, nel legno di un ulivo che gli hanno mandato dall’Istria: “Da molti anni con quel tronco scolpisco opere, ormai lo sto esaurendo… Ho inviato a San Biagio un crocifisso e un modellino della chiesa, li ho affidati a esuli in viaggio a Dignano, io non ce la faccio, troppo dolore”. Ogni anno a chi torna a Dignano chiede di andare al cimitero, sul muro di cinta una lapide per tutti gli istriani morti nella diaspora nel mondo, più in là la tomba dei suoi nonni, “i miei avi erano a Dignano dal 1500”. La sua casa, gli hanno riferito, ora è in vendita. Nel cortile c’è ancora l’antica cisterna, vera ricchezza nell’Istria riarsa di un tempo, “l’acqua più buona del mondo, i vicini venivano col secchio a chiederne, ce n’era sempre per tutti”. Sul muro esterno resistono le due iniziali, SG, che aveva tracciato da ragazzo. Ma anche le scritte rosse, “hocemo Tito”, vogliamo Tito, che in una sola notte nel 1945 imbrattarono tutta Dignano, alla vigilia della visita di una commissione internazionale incaricata di studiare la situazione per tracciare i nuovi confini: bisognava convincerla che la popolazione, in realtà al 90% italiana, stava con Tito…
Oggi, quando scolpisce quel legno, Sorgarello spera sempre che sia cresciuto nell’uliveto di suo padre.
Natalia Ginzburg è morta a Roma l'8 ottobre 1991. Oggi ricorre l'anniversario di quel giorno. In segno di omaggio nella trasmissione radiofonica Qui comincia è stato letto un breve passo di una sua opera.
Natalia Ginzburg, Elogio e compianto dell'Inghilterra (1961), in Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1962
L'Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l'incompetenza, la confusione. E tuttavia. per le strade si sente circolare l'intelligenza, come un vivido sangue. È un'intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di alcuna istituzione che possa migliorare un poco la condizione umana. Tuttavia scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d'un ingannevole, e forse insensato, conforto.
A suo tempo, Giuliano Procacci, nel pubblicare la sua Storia degli italiani (1968), aveva posto in esergo un brano tratto da un romanzo di Cesare Pavese.
Cesare Pavese, La casa in collina (1948)
- Professore - esclamò Nando a testa bassa - voi amate l'Italia? Di nuovo ebbi intorno a me le facce di tutti: Tono, la vecchia, le ragazze, Cate. Fonso sorrise. No - dissi adagio - non l'Italia. Gli italiani.
"Visita
del Nunzio Apostolico al campo di Celle" (prima pubblicazione 1953)
Monsignor Eugenio Pacelli, futuro papa
Pio XII, era nunzio apostolico presso la corte di Monaco quando visitò il campo
di Cellelager, il 23 settembre 1918. Carlo Emilio Gadda era tra gli internati.
Finalmente il cancello si apre e fra due ale
di calca, accompagnato dal colonnello tedesco comandante del campo, seguito da
altri tedeschi, e con a lato il generale Fochetti entra il Nunzio: è alto,
lungo, con occhiali, ha un cappello da prete di feltro liscio, ma più piccolo e
tondo dei solti, ornato d'un cordone verde e oro; occhiali; naso affilato e
adunco; tunica nera. Apre un ombrello color castano scuro da prete di campagna,
non ha seguito ecclesiastico. ... Nella Chiesetta affollata io ero ritto sopra una
panca, come già da ragazzo in San Simpliciano. Celebrarono il "tantum ergo
Sacramentum", cantandolo alla meglio; seguì un inno di carattere religioso
patriottico, cantato dai nostri cappellani, in cui Dio era pregato di darci la
vittoria e di restituirci la patria. In questo il Nunzio fu solo ascoltatore,
naturalmente. Dopo di che egli dall'altare ci rivolse una breve allocuzione.
Nel silenzio assoluto degli ascoltatori avidi ed intenti, interrotto solo
dall'uscita del Colonnello tedesco e di un altro ufficiale, erano suonate le
preghiere e gli inni. Adesso le parole del Vescovo riempirono il piccolo sito.
Disse d'esser lieto di venire a noi come italiano, figlio della nostra stessa
terra, ma più come rappresentante del Sommo Pontefice, "padre comune dei
popoli", a portarci una parola di conforto. [...] La sua voce era
fredda, acuta, il tono untuoso e calcolato; il discorso appariva preparato.
Tuttavia suonò in esso, o mi parve, la voce della pietà e della religione e il
mio spirito facile alla visione entusiastica delle cose ne rimase commosso. Gli
occhi mi si riempirono di lagrime e il cuore di lacerante tristezza quando disse
dell'amore di patria e dell'amore di Dio s'accordano nei cuori ben nati, quando
parlò della nostra terra radiosa "che la natura e l'arte fanno
superba" [riferisco compendiando]; quando pregò il Signore che nella
terribile prova i nostri animi si rafforzassero e il nostro pensiero
considerasse che la nostra vita è solo un passaggio. ... Il Nunzio uscì dalla Chiesa e io saltai da
una finestra, per raggiungerlo si fermò sotto il capannone centrale del campo e
ripeté su per giù lo stesso discorso [...] Il Nunzio ci benedisse, con parole
povere, rapide, secche, cento volte ripetute: mi pareva commosso del nostro
soffrire che si palesava nell'intensità della nostra ascoltazione e nel nostro
stesso morboso affollarci. "Vi benedico, miei poveri figlioli, vi benedico;
siate forti, siate calmi, vi benedico, vi benedico."