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lunedì 4 maggio 2026

L'amore secondo Spinoza

 


Ilaria Gaspari
In amore ascoltate Spinoza per evitare il rischio Bovary
Un legame gioioso e maturo non è una passione esclusiva: esige una presa di distanza per comprendere e accettare l’inaccessibilità dell’altro
Corriere della Sera, La Lettura, 10 luglio 2016

... Di Spinoza non si ricordano grandi amori. Le lettere raccolte dagli amici con cui coltivò una lunga corrispondenza dal suo esilio di reietto dopo lo herem , il decreto che lo «scomunicò», sono scritti dottrinali, con qualche fortuito scorcio sulla sua vita nascosta — troppo poco, però, per poterne ricostruire le vicende. Tutte le biografie ce lo consegnano come una sorta di santo eretico, un saggio stoico capace di condurre una vita esemplare, sobria e morigerata. Strana figura, quella di Spinoza, l’ateo virtuoso che sarà riesumato, ancora avvolto nel suo odore di santità, da un gruppo di giovanotti inquieti nella Germania di fine Settecento. Ma Spinoza dell’amore ha detto una cosa fondamentale: che amare non significa possedere l’altro, ma vederlo così com’è, comprendere che esiste al di fuori di noi; e quindi che l’amore vero non fa soffrire, ma anzi, è pura gioia.
L’ Etica parla molto di amore, ne costruisce una vera fenomenologia. L’amore è per Spinoza il motore di quella comprensione del mondo che, sola, permette all’uomo di rendersi veramente libero. L’amore gioioso di cui parla Spinoza è tutto il contrario di una passione esclusiva che procede per slanci di insicurezza e narcisismo, che segrega e fa soffrire; l’amore di cui parla Spinoza è la strada per uscire da se stessi e addentrarsi nel mondo.
Spinoza è stato forse il primo filosofo a costruire un’etica che sapesse farsi beffe della morale come scienza che addomestica il corpo a una teoria di valori astratti; ha sovvertito i termini dell’antica opposizione monolitica fra passione e ragione. L’amore non è necessariamente una passione, nel senso di qualcosa che si subisce, dice Spinoza, che inventa il concetto nuovo di affetto, e trasfigura così la nozione classica di passione aprendole la possibilità di trasformarsi in un atto di conoscenza. Se la passione ci getta in balia di quello che proviamo, l’affetto è un mezzo per capire e conoscere il mondo anche attraverso le emozioni che suscita in noi. Come i colori nascono da combinazioni di giallo, rosso e blu, anche la tavolozza degli affetti è fatta di tre affetti primari: il desiderio — una sorta di primordiale istinto di sopravvivenza —, la gioia e la tristezza. Se la tristezza è un negarsi al mondo, la gioia è uno slancio verso un legame più intenso con la realtà — per Spinoza, che usa una parola della Scolastica, perfezione.
Spinoza racconta un amore che è una pura espressione della gioia: una gioia particolare però, innescata dalla presenza di una causa esterna — l’oggetto dell’amore. L’amore, essendo gioia, ci rende più attivi, più «perfetti», più immersi nella realtà; ma non è possibile se non alla presenza di un altro, che coincide con lo scatenarsi di questa gioia. Simone Weil è stata perfettamente spinoziana quando ha scritto che l’amore ha bisogno di realtà; e che amare è riconoscere l’esistenza di altri esseri umani.

sabato 3 gennaio 2026

Sartre e Rossanda


Massimo Raffaeli
Un'amicizia istintiva che interroga il mondo

il manifesto, 3 gennaio 2026

Quasi una generazione divideva Jean-Paul Sartre (1905-1980) da Rossana Rossanda (1924-2020) ma un particolare sentimento ne ordiva il rapporto di istintiva intelligenza delle cose prima che di assennata amicizia, ed era un nucleo profondo in cui si combinavano la non-conciliazione nei riguardi dell’esistente e una ricerca di umana integrità, non più ferita né offesa dalla divisione in classi e da una diseguaglianza così antica tra chi ha e non ha, ad ogni livello, da essere ormai iscritta nel senso comune come fosse un dato ontologico.

SARTRE, che non fu mai un uomo politico stricto sensu né un marxista dottrinario, dettò in epigramma il suo testamento e scrisse di avere votato alla borghesia un odio che si sarebbe estinto soltanto con la morte mentre Rossana Rossanda, marxista antidogmatica il cui stile elegante riassorbiva i moti di un pensiero portato a interrogare il differenziale fra teoria e prassi, per parte sua testimoniava di una scelta di campo sempre ribadita tra la Resistenza, la militanza nel Pci e la fondazione del manifesto con la lunga straordinaria vicenda che ne sarebbe conseguita: ora attesta la ricchezza del loro rapporto Sartre e Rossanda.

Una ingombrante intransigenza (Donzelli, Saggi, pp. 232, euro 25), il volume che Sandra Teroni allestisce con grande accuratezza, limpidamente delineando nel saggio introduttivo le fasi di un rapporto che inizia nel dopoguerra, quando Rossanda è una ex resistente nonché giovanissima dirigente del Pci e responsabile della Casa della cultura a Milano mentre il filosofo, lo stesso che ci viene incontro dalla celebre foto scattata da Cartier-Bresson sul Pont Neuf, è fra molte altre cose l’autore del romanzo La nausea (’38), il fondatore della rivista che doppia in Francia il «Politecnico» di Vittorini, «Les Temps Modernes», ed è insomma l’emblema dell’esistenzialismo: dunque il loro è un rapporto – nota Teroni – che sussiste «nella formazione letteraria, nella polarizzazione tra letteratura e politica, nel sacrificio della prima alla seconda».

Paradossalmente più recente da parte di Sartre è l’impegno politico esplicito i cui apici, in piena guerra fredda, corrispondono a due saggi che si legano in generale alla storia del comunismo ed in particolare al Partito comunista francese (il più segnato in Occidente dall’impronta staliniana) di cui il filosofo continuerà a sentirsi un compagno di via nonostante le diffidenze e alcuni anatemi memorabili come quello che gli rivolse Aleksandr Fadeev, l’autore de La guardia bianca, definendolo una iena con la stilografica ma Sartre non vorrà mai replicare alle infamie di uno scrittore suicidatosi dopo la denuncia dei crimini di Stalin: il primo saggio del ’52, I comunisti e la pace, è appunto l’ammissione di una ineluttabilità e cioè la difesa dell’Urss in quanto baluardo anticapitalista, mentre l’altro del ’56, eloquentemente intitolato Il fantasma di Stalin, viceversa è una reprimenda del blocco sovietico colpevole, ai suoi occhi, di avere accettato l’identica logica dell’imperialismo occidentale fino a diventarne la controfigura.

È UNA TESI che in Francia scandalizza i vertici del Pcf con l’aggravante di un avallo incondizionato alla Resistenza algerina e alle lotte anticoloniali in armi, come attestano due tra i suoi saggi più smaglianti, l’introduzione a I dannati della terra di Frantz Fanon e quella ad Aden Arabia di Paul Nizan, l’amico di gioventù caduto nel ’40 ma diffamato dal Pcf per essersi opposto al Patto Molotov-Ribbentrop. Da questa altezza cronologica, sul principio degli anni sessanta, muove la documentazione prodotta da Teroni, precisamente tredici testi (fra interviste a Sartre e articoli o saggi di Rossanda) cui si aggiungono una decina di testimonianze, per lo più epistolari, accessibili grazie all’infaticabile lavoro di Doriana Ricci, erede testamentaria di Rossanda.

NON È CASUALE che in apertura si legga un necrologio, Il mio amico Togliatti, dove c’è un consenso largo e simpatetico non tanto alla linea di un partito, il Pci, quanto alla franchezza di un leader, Togliatti, che incarna in prima persona l’etica dei comunisti italiani e, involontariamente, richiama il gelido profilo dei comunisti francesi che sono al vertice del Pcf.

Del resto Sartre, insieme con Simone de Beauvoir, frequenta assiduamente l’Italia e si lega d’amicizia con alcuni comunisti anche molto lontani dalle sue posizioni, per esempio Mario Alicata. Ma non è nemmeno un caso che l’attenzione di Rossanda, nei frangenti immediatamente successivi, vada al mondo della contestazione, alla crisi irreversibile dell’Urss con l’invasione della Cecoslovacchia e alla definitiva messa in discussione, di fronte all’insorgenza dei movimenti giovanili e delle rivendicazioni operaie, della stessa forma-partito.

SU TUTTO questo interroga Sartre, il quale, non che si sottragga, ma è come se volesse smarcarsene. Sta diventando vecchio e cieco, vive in un appartamento della Tour Montparnasse (in un ménage di cui dice il libro toccante, testamentario, che gli dedica Simone de Beauvoir, La cerimonia degli addii, ’81) e sta scrivendo un’opera grandiosa e perfettamente impolitica, L’idiota della famiglia, tremila pagine inconcluse dove si interroga su come possa l’esperienza umana fondarsi e riconoscersi nell’atto di parola, quasi obiettivando la domanda che aveva rivolto a sé medesimo nello scrivere una delle sue opere maggiori, Le parole (’64).

Costui è lo stesso uomo che va a parlare agli operai davanti alla Renault di Billancourt, che finanzia e vende di persona sui boulevard La cause du peuple (foglio dei maoisti, «les mao», da cui è tratta La chinoise di Jean-Luc Godard), che collabora alla pari con i militanti dei groupuscules (vedi le conversazioni di Ribellarsi è giusto, Einaudi 1975) persuaso che tra il pensare e l’agire la scissione sia definitiva e, perciò, occorra intervenire nella concretezza o, anzi, nella immediatezza dello spazio e del tempo. Colui che era stato prima un marxisant antipositivista (per intendersi, l’antipode di un Althusser), poi a lungo un pensatore «antigerarchico», infine approda a un agire politico che corrisponde ad una permanente messa in questione di sé e delle cose del mondo.

NEL SUO SAGGIO più impegnativo, scritto nel ’73 per «aut-aut» dal titolo Sartre e la pratica politica, Rossanda coglie il senso di una presenza che nei pieni anni settanta a qualcuno è potuta invece sembrare di abbandono o di deriva: «A Sartre va riconosciuto di aver rischiato, nell’intervento politico, non solo il favore dei potenti, ma la propria stessa immagine, il proprio ascolto, la propria parte sicura di intellettuale, gettando a mare la soluzione più facile: una coerenza sul puro terreno delle idee, dove le verifiche sono sempre vaghe e le sconfitte sempre opinabili». Perciò ne individua la eredità non in una qualche dottrina ma nella permanente incandescenza e nella perpetuità medesima del rapporto fra politica e morale. Lo ribadisce nello stupendo necrologio, Una vita splendida, che esce sul manifesto il 17 aprile del 1980 alla vigilia del funerale del filosofo a Montparnasse, quando scrive che il suo marxismo era «un tumultuoso procedere di uomini e masse spinti dal bisogno».

Ma le esequie di Sartre preludevano a un rapido processo di diffamazione e, presto, di smaltimento o rimozione. «Les mao» erano ormai dei nouveaux philosophes, dei convinti conservatori e in taluni casi dei reazionari, comunque capaci di rinfacciare al maestro, che oramai compativano preferendogli Raymond Aron, persino una scarsa filologia nella lettura di Marx. E però l’amica Rossana aveva visto giusto perché Jean-Paul Sartre, a differenza di taluni suoi mediocri allievi, era un borghese diventato e rimasto per tutta la vita un anti-borghese, il quale amava ripetere, infatti, che ogni anticomunista è un cane: c’è da immaginare che questo, soprattutto, non gli verrà mai perdonato.

mercoledì 8 ottobre 2025

Gli italiani


Natalia Ginzburg è morta a Roma l'8 ottobre 1991. Oggi ricorre l'anniversario di quel giorno. In segno di omaggio nella trasmissione radiofonica Qui comincia è stato letto un breve passo di una sua opera.

Natalia Ginzburg, Elogio e compianto dell'Inghilterra (1961), in Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1962

L'Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l'incompetenza, la confusione. E tuttavia. per le strade si sente circolare l'intelligenza, come un vivido sangue.
È un'intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di alcuna istituzione che possa migliorare un poco la condizione umana. Tuttavia scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d'un ingannevole, e forse insensato, conforto. 

A suo tempo, Giuliano Procacci, nel pubblicare la sua Storia degli italiani (1968), aveva posto in esergo un brano tratto da un romanzo di Cesare Pavese. 

Cesare Pavese, La casa in collina (1948)

- Professore - esclamò Nando a testa bassa - voi amate l'Italia?
Di nuovo ebbi intorno a me le facce di tutti: Tono, la vecchia, le ragazze, Cate. Fonso sorrise.
No - dissi adagio - non l'Italia. Gli italiani.


lunedì 28 luglio 2025

Il cattolicesimo nella storia


Alberto Melloni
Chiesa e democrazia sotto Pio XII
Corriere della Sera, 28 luglio 2025

Quando nel 1881 Leone XIII decise di aprire a tutti gli studiosi gli archivi vaticani, tornati a Roma da Parigi pochi decenni prima, sembrava l’inizio di una pace fra la Chiesa e la storia. Una pace che durò pochissimo: il suo successore, ossessionato da fermenti dottrinali, letterari, esegetici che credeva essere i tentacoli d’un mostruoso «modernismo», ne vedeva uno pericoloso nella storiografia. E dopo di lui la diffidenza verso il sapere storico continuò: tant’è che solo nel 1984 Wojtyla diede adito alle carte dell’archivio segreto vaticano fino a Benedetto XV. Nel 2006 fu poi la volta delle carte degli anni di Pio XI mentre erano già accessibili le carte del concilio, quelle dei Papi conciliari oggetto di processi di canonizzazione e quelle del Sant’ufficio. L’esito di tali aperture è stato diverso. Su Pio X, di cui tanti reclamavano i documenti per capire una repressione che aveva colpito alla cieca (da Roncalli, denunciato da una spia gesuita, a Ratzinger, la cui tesi di dottorato non fu pubblicata), ci sono stati importanti studi di Giovanni Vian e Claus Arnold, e l’edizione più imponente l’ha fatta Monsignor Sergio Pagano, a lungo prefetto dell’archivio, con due tomi che documentano la spregiudicatezza repressiva di un Papa, sul piano personale, umilissimo e santo.
Per Benedetto XV è stata molto lavorata la sua azione diplomatica. Per Pio XI sono stati dirimenti gli studi di Lucia Ceci ed Emma Fattorini e ancora le edizioni curate da Sergio Pagano, e tutti sono rimasti in attesa dell’archivio di Pio XII, di cui si conoscevano dispacci di età bellica usciti per volontà di Paolo VI dopo l’esplosione del dibattito su quello che Pacelli prima di tutto definì il «suo silenzio».
E quando nel 2020 Papa Francesco ha aperto il fondo Pacelli (di cui Giovanni Coco ha dato un inventario nel 2023) è esploso un interesse così febbrile da diventare rivelatore di una debolezza storiografica più profonda. Sia nelle sofisticate iniziative di ricerca elaborate dall’Ecole française de Rome da Laura Pettinaroli e del Deutsches Institut con Simon Unger-Alvi, sia in quelle più divulgative, emergono segni di feticismo archivistico che fa parte del manierismo e non della ricerca.
Perché lo storico sa che gli archivi non coincidono con la realtà e non contengono solo verità nascoste, ma anche banali riflessi dell’efficienza degli uffici che li producono. Sono il precipitato di atti di governo, raccolte di informazioni, visioni illusorie o fobiche che hanno destinatari, obiettivi, codici, orientamenti intenzionali, che possono essere capiti solo attraverso un lavoro di studio che collega, fonti edite e inedite, letteratura grigia e storiografia.
Se si salta questo passaggio si entra nell’alto artigianato di cui ha dato da poco prova Giovanni Coco con Un mosaico di silenzi (Mondadori) dedicato a Pio XII e la questione ebraica, che non conosce o omette la ricerca e le edizioni di fonti che non gli garbano. Oppure si passa direttamente al dilettantismo colto surclassato da chi — lo dimostrarono proprio quarant’anni fa gli studi di Andrea Riccardi nei quali ad archivi chiusi l’intelligenza critica faceva capire la Chiesa e la Roma di Pacelli — aveva meno chilometri di carte davanti ma più filo intellettuale da tessere.
E senza intelligenza critica si producono gradevoli passeggiate nelle fonti come quella offerta ora dal nuovo volume su L’Italia Vaticana. L’egemonia della Chiesa di Pio XII sulla Repubblica (San Paolo) di Cesare Catananti, storico della medicina passato alla storia ecclesiastica. Passeggiate archivistiche che confondono le illusioni di cui l’archivio conserva traccia con ciò che è effettivamente accaduto.
Nelle pieghe della curia pacelliana c’era chi sognava una Italia nazional-cattolica, con una legislazione posta a protezione delle concezioni morali vigenti e una capacità di condizionare la politica di una Dc ritenuta creatura detestabile del detestato Montini?Ovviamente sì. Ma questa domanda a chi fa il mestiere di storico non interessa niente: ciò che preme è capire se quel desiderio s’è realizzato o perché è fallito. E allora, per dirla col titolo del volume, c’è stata un’italia «vaticana» e l’italia poteva esserlo? La risposta è semplice: no.
No, perché i pensieri di Pacelli, di Montini, di Tardini, di Dell’acqua, di Ronca — per non dire di Schuster, di Roncalli, di Siri, di Lercaro — non erano uniformi. No, perché l’anticomunismo a cui Gedda voleva far riassorbire il neofascismo in un anticomunismo

Punti di vista


Non mancarono le pressioni per un’Italia nazional-cattolica Ma ci fu chi le respinse

di massa, incontra resistenze onerose: quella del futuro Paolo VI che la paga e finirà in esilio a Milano, senza porpora; quella di De Gasperi che sventa l’accordo coi missini a Roma anche a costo di vedersi negata l’udienza dell’anniversario di nozze. No, perché la Repubblica sulla quale questa egemonia vorrebbe esercitarsi non si piega grazie a un cattolicesimo pensante, che subisce «pressioni indicibili» (come disse Dossetti) che non si vedono negli archivi italiani e le respinge: non per laicità, ma perché i cattolici migliori sono convinti che cedere sulla legittimazione democratica della Repubblica non farebbe la nazione più cattolica, ma la Chiesa più miserabile.

«L’Italia è di chi se la prende» sibila padre Lombardi al Papa nel gennaio 1947 (p. 44): ma sbaglia. L’Italia repubblicana è già della Costituzione in fieri. E questo non lo dice un foglio d’udienza, ma la storia.

Sicché quando le carte di Pio XII saranno state studiate a sufficienza — senza anacronismi, senza giocare a far sembrare la Santa Sede «più aperta» o «più chiusa» a seconda di convenienze ideologiche — capiremo che in quel tratto della vicenda nazionale sul quale Catananti giustamente attira l’attenzione, c’è stato un processo forse non ancora del tutto esaurito: che richiede non solo gli archivi aperti (che sono un gran bene), ma un senso critico che oggi rischia di essere messo in fuori gioco dal manierismo storiografico che confonde le carte vaticane con il Papa o addirittura la Chiesa. Così si racconta un passato che non c’è a un presente anestetizzato; che è il contrario della funzione di una conoscenza storica uscita dalla paideia pubblica, con gli effetti che vediamo.

giovedì 29 maggio 2025

Beryl Graves

 


Paul O'Prey
The Guardian, 1 novembre 2003
Beryl Graves, scomparsa all'età di 88 anni, ha ispirato alcune delle più belle poesie d'amore inglesi del XX secolo. Cinquant'anni dopo che la maggior parte di essi furono scritti da suo marito Robert, ne produsse un'edizione accademica che rimarrà come il testo autorevole.

Beryl nacque a Hampstead, Londra, figlia di Sir Harry Pritchard, presidente della Law Society, e studiò al Queen's College di Harley Street. Nel 1932 ottenne un posto a Oxford per studiare politica, filosofia ed economia, una delle prime generazioni di donne a cui fu concessa la piena adesione all'università e a ricevere lauree a pieno titolo.

Durante gli studi a Oxford sviluppò una forte intelligenza politica e si unì al club laburista universitario. Il giorno del suo ventunesimo compleanno brindò alla vittoria elettorale del Fronte Popolare rivoluzionario in Spagna, ignara che questo avrebbe scatenato una serie di eventi che l'avrebbero portata, un anno dopo, a incontrare il poeta e scrittore Robert Graves, che pure aveva celebrato la storica vittoria della sinistra repubblicana, ma che fu costretto ad abbandonare la sua casa a Maiorca quando la violenza della guerra civile che ne seguì minacciò di travolgerlo.

Quando lo incontrò, Graves, di 20 anni più grande di lei, aveva ottenuto il riconoscimento internazionale attraverso Goodbye To All That (1929) e i due romanzi di Claudius (1934). Si era trasferito a Maiorca nel 1929, in seguito alla separazione dalla moglie Nancy Nicholson e dai loro quattro figli, e al tentato suicidio della sua compagna e compagna letteraria, la poetessa americana Laura Riding. Lui e Riding si stabilirono nell'idilliaco villaggio di montagna di Deia, sulla costa nord-occidentale dell'isola, dove crearono una piccola comunità artistica. Quando se ne andarono, nel 1936, Graves si era ricreato come poeta sotto la severa influenza di Riding, ma il loro rapporto si era inasprito.

Beryl e Laura erano simili in quanto ognuna aveva un intelletto acuto e una formidabile forza di carattere, ma mentre Laura poteva essere delirante e giudicante, Beryl era l'incarnazione della sanità mentale e della tolleranza. Era anche giovane, straordinariamente bella e aveva un senso dell'umorismo giocoso.

Quando Riding espulse Graves dalla sua cerchia nel 1938, lui e Beryl erano già innamorati. Gli amori di Graves non sono mai stati privi di complicazioni, tuttavia. Questa volta era il fatto che Beryl era già sposata con il suo amico Alan Hodge. Beryl e Alan risolsero le cose rapidamente e senza problemi e lui e Graves continuarono a scrivere due libri insieme.

Negli anni '30 e '40 Graves scrisse lo straordinario gruppo di poesie d'amore per Beryl che hanno stabilito la sua reputazione poetica. Queste poesie celebrano un senso di liberazione e di speranza, per essere stato salvato dalla distruzione personale dall'amore, così come la sua profonda ammirazione per la forza e l'autocontrollo di Beryl:

Nei tuoi occhi assonnati leggo il viaggio

Di cui tu parli in modo sconnesso; che mescola

La mia amorevole ammirazione, che tu debba viaggiare

Attraverso l'incubo in una terra perduta e con fossato,

Che sono timorose per natura.

C'è anche una giocosità, come in Nonostante e Ancora:

Non hai letto

Le parole nella mia testa,

E ho fatto parte

Del tuo cuore?

Siamo stati come pareggiare

La goccia che fa traboccare il vaso -

Tu della tua gentilezza,

Io della mia temerarietà,

Entrambi di disperazione -

Eppure potrebbe ancora condividere

Questo felice testamento:

Da amare nonostante e ancora.

Dopo la guerra, Graves tornò a Deia, questa volta con Beryl e i loro tre figli piccoli, William, Lucia e Juan. Il loro quarto figlio, Tomás, nacque in Spagna. Graves scoprì che Ca N'Alluny, la casa che aveva lasciato con un preavviso di poche ore nel 1936, non era stata toccata dalla guerra. Beryl ha creato un'atmosfera di amicizia, divertimento e creatività intorno a Ca N'Alluny che mancava nella comunità ideologicamente guidata e consapevolmente artistica fondata da Laura.

Mentre Laura aveva cercato di creare una comunità saldamente a sua immagine, con se stessa al centro, Beryl era modesta, con la tendenza a mettere gli altri, e soprattutto Robert, prima di se stessa. Man mano che Graves diventava sempre più famosa, accoglieva infiniti visitatori da tutto il mondo e presiedeva con grazia e arguzia numerose cene, picnic, feste e spettacoli teatrali e letture improvvisate. Le cose importanti della vita sono diventate parte integrante dei rituali quotidiani di giocare con i bambini, fare giardinaggio, raccogliere le olive, cucinare per gli amici. Aveva una passione per l'allevamento di animali, dalla coppia di alligatori che aveva allevato da bambina, ai gatti abissinici che sorvolava da Harrods. Viaggiava molto, leggeva voracemente in inglese, spagnolo e russo e studiava il cielo notturno.

La poesia di Graves, tuttavia, era alimentata da un tumulto emotivo che una casa stabile non forniva. Crescendo, è diventato più, piuttosto che meno, ossessionato dalla realizzazione di un corpo di poesia che descriveva come una ricerca della "verità personale" e una resistenza all'erosione del valore in una società guidata dal denaro, dal potere e dalla tecnologia. Tale poesia è arrivata solo quando "le emozioni dell'amore, della paura, della rabbia o del dolore sono profondamente coinvolte" e lui l'ha orchestrata sviluppando legami romantici con una serie di quattro giovani donne che sono diventate note come le sue muse.

Dopo la prima guerra mondiale aveva resistito al trattamento psichiatrico per il suo shock da bombardamento, perché temeva che una cura lo avrebbe reso uno scrittore meno interessante. Era, diceva, "meno importante stare bene che essere un buon poeta". Allo stesso modo, ora sembrava meno importante essere felici, che perseguire la sua vocazione poetica fino a quella che sembrava la sua inevitabile conclusione.

Per la maggior parte, le relazioni con le muse erano idealistiche e platoniche. Ciononostante, la posizione di Beryl era comprensibilmente difficile. Lei rispose con la forza di carattere che la caratterizzava. Condivideva la visione di Graves dell'importanza e del valore del suo lavoro di poeta e manteneva una fede incrollabile in lui e nel loro impegno ad amarsi "nonostante e ancora".

Il risultato fu che il loro amore durò e tutte le muse, tranne una, si unirono alla sua cerchia di amici intimi. Nei suoi ultimi anni Beryl ha curato Robert attraverso una forma di Alzheimer con compassione e devozione.

Dopo la sua morte nel 1985, ha curato, con Dunstan Ward, Graves's Complete Poems in 3 volumes (terminato nel 1999), un eccezionale risultato accademico reso ancora più notevole dal fatto che lei stessa aveva ispirato o permesso di scrivere il meglio di quelle poesie.

Le sopravvivono i suoi quattro figli.

· Beryl Graves, editrice, nata il 22 febbraio 1915, morta il 27 ottobre 2003


giovedì 17 ottobre 2024

Voltaire se la prende con i creduloni

  


LO SPIRITO FALSO

Abbiamo ciechi, orbi, strabici, guerci, torvi, presbiti, miopi, o distinti, o confusi, o deboli, o instancabili. Tutto questo è un'immagine abbastanza fedele del nostro intendimento. Ma difficilmente sperimentiamo una percezione falsa. Non c'è quasi nessuno che prenda sempre un gallo per un cavallo, né un vaso da notte per una casa. Perché spesso incontriamo menti che sono abbastanza giuste, ma che hanno assolutamente torto su cose importanti? Perché questo stesso siamese che non si lascerà mai ingannare quando si tratta di rimettergli tre rupie, crede fermamente nelle metamorfosi di Sammonocodom? Per quale strano capriccio gli uomini sensati assomigliano a Don Chisciotte, il quale credeva di vedere giganti dove gli altri uomini vedevano solo mulini a vento? Se non altro, Don Chisciotte appare più scusabile del siamese il quale crede che Sammonocodom sia venuto sulla terra più volte, e del turco che è convinto che Maometto gli abbia messo la metà della luna nella manica. Infatti Don Chisciotte, infervorato dall'idea di dover combattere contro i giganti, può immaginare che un gigante debba avere un corpo grosso come un mulino a vento, e braccia lunghe quanto le ali del mulino a vento: ma da quale supposizione può prendere le mosse  un uomo sensato per lui convincersi che la metà della luna è entrata in una manica, e che un Sammonocodom è sceso dal cielo per venire a giocare con gli aquiloni in Siam, abbattere una foresta ed eseguire giochi di prestigio?

I più grandi geni possono avere una falsa idea di un principio da essi recepito senza esame. Newton mostrava di avere una mentalità assai falsa quando commentava l'Apocalisse.  

Tutto ciò che alcuni tiranni delle anime desiderano è che gli uomini che essi istruiscono abbiano uno spirito falso. Un fachiro alleva un bambino che promette molto; impiega cinque o sei anni a ficcargli in testa che il dio Fo apparve agli uomini come elefante bianco, e persuade il bambino che sarà frustato dopo la sua morte per cinquecentomila anni, se non crede a queste metamorfosi. Aggiunge che alla fine del mondo il nemico del dio Fo verrà a combattere contro questa divinità.

Il bambino studia e diventa un prodigio; argomenta sulle lezioni del suo maestro, trova che Fo ha potuto solo trasformarsi in elefante bianco, perché questo è l'animale più bello. I re di Siam e del Pegu, dice, si sono fatti la guerra per un elefante bianco; certamente se Fo non fosse stato nascosto in quell'elefante, quei re non sarebbero stati così insensati da combattere per il possesso di un semplice animale.

Il nemico di Fo verrà a sfidarlo alla fine del mondo; sicuramente questo nemico sarà un rinoceronte, perché il rinoceronte combatte l'elefante. Così ragiona in età matura l'allievo sapiente del fachiro, e diventa una delle luci dell'India; più ha la mente sottile, più ce l'ha falsa, e forma poi spiriti falsi come lui.

Mostriamo a tutti questi energumeni un po' di logica, e la assorbono abbastanza facilmente; ma, cosa strana! La loro mente non è risanata per questo; essi vedono le verità della logica, ma essa non insegna loro a pesare le probabilità; hanno preso la loro piega, ragioneranno storto tutta la vita e ne sono arrabbiato per loro.

ESPRIT FAUX.



Nous avons des aveugles, des borgnes, des bigles, des louches, des vuës longues, des vuës courtes, ou distinctes, ou confuses, ou faibles, ou infatigables. Tout cela est une image assez fidelle de notre entendement. Mais on ne connaît guère de vuë fausse. Il n’y a guère d’hommes qui prenne toûjours un coq pour un cheval, ni un pot de chambre pour une maison. Pourquoi rencontre-t-on souvent des esprits assez justes d’ailleurs, qui sont absolument faux sur des choses importantes ? Pourquoi ce même Siamois qui ne se laissera jamais tromper quand il sera question de lui compter trois roupies, croit-il fermement aux métamorphoses de Sammonocodom ? Par quelle étrange bizarrerie des hommes sensés ressemblent-ils à Don Quichote, qui croyait voir des géants où les autres hommes ne voyaient que des moulins à vent ? Encore Don Quichote était plus excusable que le Siamois qui croit que Sammonocodom est venu plusieurs fois sur la terre, & que le Turc qui est persuadé que Mahomet a mis la moitié de la lune dans sa manche. Car Don Quichote frappé de l’idée qu’il doit combattre des géants, peut se figurer qu’un géant doit avoir le corps aussi gros qu’un moulin, & les bras aussi longs que les ailes du moulin : mais de quelle supposition peut partir un homme sensé pour se persuader que la moitié de la lune est entrée dans une manche, & qu’un Sammonocodom est descendu du ciel pour venir jouer au cerf-volant à Siam, couper une forêt, & faire des tours de passe-passe ?

Les plus grands génies peuvent avoir l’esprit faux sur un principe qu’ils ont reçu sans examen. Newton avait l’esprit très faux quand il commentait l’Apocalypse.

Tout ce que certains tyrans des ames désirent, c’est que les hommes qu’ils enseignent, aient l’esprit faux. Un faquir élève un enfant qui promet beaucoup ; il emploie cinq ou six années à lui enfoncer dans la tête que le dieu Fo apparut aux hommes en éléphant blanc, & il persuade l’enfant qu’il sera fouetté après sa mort pendant cinq cent mille années, s’il ne croit pas ces métamorphoses. Il ajoute qu’à la fin du monde l’ennemi du dieu Fo viendra combattre contre cette divinité.

L’enfant étudie & devient un prodige ; il argumente sur les leçons de son maître, il trouve que Fo n’a pû se changer qu’en éléphant blanc, parce que c’est le plus beau des animaux. Les rois de Siam & du Pégu, dit-il, se sont fait la guerre pour un éléphant blanc ; certainement si Fo n’avait pas été caché dans cet éléphant, ces rois n’auraient pas été si insensés que de combattre pour la possession d’un simple animal.

L’ennemi de Fo viendra le défier à la fin du monde ; certainement cet ennemi sera un rinocerot, car le rinocerot combat l’éléphant. C’est ainsi que raisonne dans un âge mûr l’élève savant du faquir, & il devient une des lumières des Indes ; plus il a l’esprit subtil, plus il l’a faux, & il forme ensuite des esprits faux comme lui.

On montre à tous ces énergumènes un peu de géométrie, & ils l’apprennent assez facilement ; mais, chose étrange ! Leur esprit n’est pas redressé pour cela ; ils aperçoivent les vérités de la géométrie, mais elle ne leur apprend point à peser les probabilités ; ils ont pris leur pli, ils raisonneront de travers toute leur vie, & j’en suis fâché pour eux.