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domenica 17 maggio 2026

L' elezione di Leone XIV

 


cardinali e cordate: come andò quel conclave

L’elezione di Leone XIV

Carlo Marroni
Il Sole 24ore, 17 maggio 2026

A un anno dall’elezione, Leone XIV ha impresso una nuova dinamica del pontificato. Viaggi, nomine, e anche un nuovo approccio con il mondo esterno, emerso con evidenza nella missione in Africa, e infine anche nella visita a Napoli.

Per capire come si è arrivati all’elezione servono codici di decrittazione, una guida che legga la successione degli eventi di poco più di un anno fa. Ecco che arriva L’ultimo conclave, di Gerard O’Connell ed Elisabetta Piqué, giornalisti esperti di Vaticano e non solo, autori di libri e di inchieste, profondi conoscitori di Francesco. Il libro è scritto come un diario di viaggio tra gli ultimi giorni di Bergoglio e il periodo che va dalla fine del pontificato – la “sede vacante” – all’elezione, una narrazione molto documentata, piena di fatti inediti, e una ricostruzione costante dell’insieme. Leone è eletto l’8 maggio, ma il 3 – solo cinque giorni prima, e tre dall’inizio del conclave, con 133 cardinali da 70 Paesi – tutto è in alto mare. Mentre l’ala conservatrice «sembra pronta a votare per il candidato più forte e più conosciuto, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, diplomatico che si presenta come chi metterà ordine nella “rivoluzione bergogliana”, dall’altra parte si cerca la soluzione migliore per evitare un ritorno indietro e consolidare il percorso riformista del papa dalla fine del mondo». Nel campo progressista c’è molta incertezza e spuntano via via dei nomi, soprattutto tra quelli che sono stati più vicini a Francesco, specie nell’ultima fase. Tra i quali, a un certo punto, arriva quello del cardinale agostiniano Robert Francis Prevost, sulla cui votazione il libro offre una dettagliata e coinvolgente ricostruzione.

Al primo voto la sera del 7 maggio i maggiori consensi vanno ai cardinali Erdő , Prevost e Parolin, mentre alla seconda le cose cambiano e il risultato è: Prevost, Parolin, Erdő e Aveline. Qui si innesta un altro aspetto che il testo di O’Connell e Piqué mette in luce: la narrazione emersa dopo il voto è che, durante il pranzo del secondo giorno, l’8 maggio, Parolin, «avrebbe capito che la cosa era ormai decisa e avrebbe suggerito ai suoi sostenitori di appoggiare Prevost. Ma diversi elettori ci hanno detto che non è andata così, che è falso che Parolin abbia fatto un passo indietro e chiesto ai suoi sostenitori di votare» per il cardinale americano. Si arriva al voto decisivo (anche questa volta come nel 2013 una votazione viene ripetuta per una scheda attaccata a un’altra), ed è il quarto, con Prevost che resta molto tranquillo, «era impressionante come sembrasse in pace», testimonia un cardinale.

Superato il quorum scatta un lungo applauso, cinque minuti, e alla fine la votazione è di 108 voti per il nuovo Papa, un numero che fino ad oggi era sconosciuto.

Gerard O’Connell ed Elisabetta Piqué

L’ultimo conclave
Lindau, pagg. 444, € 26

lunedì 28 luglio 2025

Il cattolicesimo nella storia


Alberto Melloni
Chiesa e democrazia sotto Pio XII
Corriere della Sera, 28 luglio 2025

Quando nel 1881 Leone XIII decise di aprire a tutti gli studiosi gli archivi vaticani, tornati a Roma da Parigi pochi decenni prima, sembrava l’inizio di una pace fra la Chiesa e la storia. Una pace che durò pochissimo: il suo successore, ossessionato da fermenti dottrinali, letterari, esegetici che credeva essere i tentacoli d’un mostruoso «modernismo», ne vedeva uno pericoloso nella storiografia. E dopo di lui la diffidenza verso il sapere storico continuò: tant’è che solo nel 1984 Wojtyla diede adito alle carte dell’archivio segreto vaticano fino a Benedetto XV. Nel 2006 fu poi la volta delle carte degli anni di Pio XI mentre erano già accessibili le carte del concilio, quelle dei Papi conciliari oggetto di processi di canonizzazione e quelle del Sant’ufficio. L’esito di tali aperture è stato diverso. Su Pio X, di cui tanti reclamavano i documenti per capire una repressione che aveva colpito alla cieca (da Roncalli, denunciato da una spia gesuita, a Ratzinger, la cui tesi di dottorato non fu pubblicata), ci sono stati importanti studi di Giovanni Vian e Claus Arnold, e l’edizione più imponente l’ha fatta Monsignor Sergio Pagano, a lungo prefetto dell’archivio, con due tomi che documentano la spregiudicatezza repressiva di un Papa, sul piano personale, umilissimo e santo.
Per Benedetto XV è stata molto lavorata la sua azione diplomatica. Per Pio XI sono stati dirimenti gli studi di Lucia Ceci ed Emma Fattorini e ancora le edizioni curate da Sergio Pagano, e tutti sono rimasti in attesa dell’archivio di Pio XII, di cui si conoscevano dispacci di età bellica usciti per volontà di Paolo VI dopo l’esplosione del dibattito su quello che Pacelli prima di tutto definì il «suo silenzio».
E quando nel 2020 Papa Francesco ha aperto il fondo Pacelli (di cui Giovanni Coco ha dato un inventario nel 2023) è esploso un interesse così febbrile da diventare rivelatore di una debolezza storiografica più profonda. Sia nelle sofisticate iniziative di ricerca elaborate dall’Ecole française de Rome da Laura Pettinaroli e del Deutsches Institut con Simon Unger-Alvi, sia in quelle più divulgative, emergono segni di feticismo archivistico che fa parte del manierismo e non della ricerca.
Perché lo storico sa che gli archivi non coincidono con la realtà e non contengono solo verità nascoste, ma anche banali riflessi dell’efficienza degli uffici che li producono. Sono il precipitato di atti di governo, raccolte di informazioni, visioni illusorie o fobiche che hanno destinatari, obiettivi, codici, orientamenti intenzionali, che possono essere capiti solo attraverso un lavoro di studio che collega, fonti edite e inedite, letteratura grigia e storiografia.
Se si salta questo passaggio si entra nell’alto artigianato di cui ha dato da poco prova Giovanni Coco con Un mosaico di silenzi (Mondadori) dedicato a Pio XII e la questione ebraica, che non conosce o omette la ricerca e le edizioni di fonti che non gli garbano. Oppure si passa direttamente al dilettantismo colto surclassato da chi — lo dimostrarono proprio quarant’anni fa gli studi di Andrea Riccardi nei quali ad archivi chiusi l’intelligenza critica faceva capire la Chiesa e la Roma di Pacelli — aveva meno chilometri di carte davanti ma più filo intellettuale da tessere.
E senza intelligenza critica si producono gradevoli passeggiate nelle fonti come quella offerta ora dal nuovo volume su L’Italia Vaticana. L’egemonia della Chiesa di Pio XII sulla Repubblica (San Paolo) di Cesare Catananti, storico della medicina passato alla storia ecclesiastica. Passeggiate archivistiche che confondono le illusioni di cui l’archivio conserva traccia con ciò che è effettivamente accaduto.
Nelle pieghe della curia pacelliana c’era chi sognava una Italia nazional-cattolica, con una legislazione posta a protezione delle concezioni morali vigenti e una capacità di condizionare la politica di una Dc ritenuta creatura detestabile del detestato Montini?Ovviamente sì. Ma questa domanda a chi fa il mestiere di storico non interessa niente: ciò che preme è capire se quel desiderio s’è realizzato o perché è fallito. E allora, per dirla col titolo del volume, c’è stata un’italia «vaticana» e l’italia poteva esserlo? La risposta è semplice: no.
No, perché i pensieri di Pacelli, di Montini, di Tardini, di Dell’acqua, di Ronca — per non dire di Schuster, di Roncalli, di Siri, di Lercaro — non erano uniformi. No, perché l’anticomunismo a cui Gedda voleva far riassorbire il neofascismo in un anticomunismo

Punti di vista


Non mancarono le pressioni per un’Italia nazional-cattolica Ma ci fu chi le respinse

di massa, incontra resistenze onerose: quella del futuro Paolo VI che la paga e finirà in esilio a Milano, senza porpora; quella di De Gasperi che sventa l’accordo coi missini a Roma anche a costo di vedersi negata l’udienza dell’anniversario di nozze. No, perché la Repubblica sulla quale questa egemonia vorrebbe esercitarsi non si piega grazie a un cattolicesimo pensante, che subisce «pressioni indicibili» (come disse Dossetti) che non si vedono negli archivi italiani e le respinge: non per laicità, ma perché i cattolici migliori sono convinti che cedere sulla legittimazione democratica della Repubblica non farebbe la nazione più cattolica, ma la Chiesa più miserabile.

«L’Italia è di chi se la prende» sibila padre Lombardi al Papa nel gennaio 1947 (p. 44): ma sbaglia. L’Italia repubblicana è già della Costituzione in fieri. E questo non lo dice un foglio d’udienza, ma la storia.

Sicché quando le carte di Pio XII saranno state studiate a sufficienza — senza anacronismi, senza giocare a far sembrare la Santa Sede «più aperta» o «più chiusa» a seconda di convenienze ideologiche — capiremo che in quel tratto della vicenda nazionale sul quale Catananti giustamente attira l’attenzione, c’è stato un processo forse non ancora del tutto esaurito: che richiede non solo gli archivi aperti (che sono un gran bene), ma un senso critico che oggi rischia di essere messo in fuori gioco dal manierismo storiografico che confonde le carte vaticane con il Papa o addirittura la Chiesa. Così si racconta un passato che non c’è a un presente anestetizzato; che è il contrario della funzione di una conoscenza storica uscita dalla paideia pubblica, con gli effetti che vediamo.

domenica 11 maggio 2025

Il sussurro di una brezza leggera

 


Un progetto “geoculturale”: ecco la rivoluzione di Leone

Le prime parole del nuovo papa delineano un progetto non geopolitico, ma geoculturale. Un progetto che Bergoglio ha iniziato e che Prevost proseguirà 

«Dio ama comunicarsi, più che nel fragore del tuono e del terremoto, nel “sussurro di una brezza leggera”», ha detto ieri papa Leone XIV ai cardinali, con la citazione biblica dal libro dei Re che racconta il suo inizio di pontificato. Un sussurro, più potente e vero del clamore incessante delle leadership mondane, ansiose di farsi venerare come vitelli d’oro ma incapaci di governare le crisi, dall’Ucraina a Gaza, fino a India e Pakistan. Sono le prime parole, i primi passi di un nuovo papa che non è stato scelto per improvvisazione, è il risultato di un lungo lavoro di preparazione.

Il suo primo discorso scritto, non buttato giù pochi istanti prima di affacciarsi di fronte al mondo, ma pensato nella pausa del pranzo, prima della votazione che lo ha eletto papa, svela la dinamica del conclave oltre ogni segreto e ricostruzione interessata (far girare il retroscena che Parolin è stato decisivo). Una scelta che non ha mai incontrato ostacoli, anche se ha sorpreso quasi tutti gli osservatori, a disagio con gli imprevisti, come sempre.

Un papa geo-pastorale: le Americhe


Il primo papa nord americano è anche il secondo papa latino-americano. L’America, le Americhe sono l’orizzonte di progetto che non è geopolitico, ma geo-pastorale, geo-culturale, dunque potentissimo. Un progetto che papa Francesco ha cominciato, che papa Leone proseguirà, che ha tenuto uniti all’inizio del conclave i cardinali statunitensi, quelli latini, i canadesi e poi si è allargato all’Asia e al Mediterraneo.

Al di là delle differenze, il newyorkese Timothy Dolan e l’argentino Víctor Manuel “Tucho” Fernández hanno sostenuto lo stesso nome, Prevost, espressione della visione comune che attraversa l’intero continente. Dalle Ande, dagli Angeles Arcabuceros della minuscola chiesa di San Francisco de Paula, nel villaggio argentino di Uquía, gli incredibili affreschi degli angeli con le pistole e gli archibugi dipinti nel Seicento dagli indios, oggi custoditi con orgoglio dai loro discendenti, fino ai canyon metropolitani di Manhattan, nella Fifth Avenue a New York, dove c’è la cattedrale di Saint Patrick, una basilica medievale a sette minuti a piedi dalla Trump Tower. Anche oggi, come ogni domenica, a Saint Patrick sarà celebrata la messa in spagnolo, sarà la prima con un papa americano. Nella navata c’è la scultura “Let the oppressed go free”, una barca carica di migranti. L’artista canadese Timothy Schmalz è lo stesso che ha scolpito le figure in bronzo “Angels Unawares”, gli angeli senza saperlo con le braccia protese, opera voluta in piazza San Pietro da papa Francesco.

I migranti, nelle Americhe, sono il fondamento di un cattolicesimo non più figlio delle emigrazioni europee, ma originale, che non annulla nessuno e che accoglie tutti. Il conservatore cardinale Raymond Leo Burke recita novene online per la messicana Madonna di Guadalupe. Oscar Arnulfo Romero, il vescovo del Salvador assassinato dagli squadroni della morte nel 1980, isolato dal Vaticano in vita e canonizzato nel 2018, è venerato in tutto il continente. Prevost, americano e peruviano, è figlio di questo cattolicesimo sempre in missione, per cui il male è la volontà di ridurre le persone a una sola cultura, è il fondamentalismo politico e nazionalista che vuole diventare fondamentalismo religioso.

Dopo Francesco, è il portatore di un progetto di rinnovamento della chiesa universale e del mondo, l’opposto di uno spirito egemonico occidentalista. Lo stesso che nel Medioevo in Europa animava i monasteri, e poi i francescani, i gesuiti. Con il percorso opposto a quello del Cinquecento, quando il cristianesimo arrivò in America con i conquistadores spagnoli e i loro genocidi. Oggi sono gli americani, sono le Americhe chiamate a annunciare il Vangelo nel mondo, anche alla stanca, impaurita, vecchia Europa.

Le geografie umane delle città

Nella sua prima omelia davanti ai cardinali Leone XIV ha parlato della Chiesa come di «una città posta sul monte, arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia». L’arca è una immagine di speranza, lontanissima da quella che usò Joseph Ratzinger prima di essere eletto papa nel 2005: la piccola barca agitata dalle onde, sballottolata «qua e là da qualsiasi vento di dottrina». La città è Gerusalemme, nel libro dell’Apocalisse, la Civitas Dei di Agostino. Ma è anche il luogo in cui gli uomini e le donne vivono, soffrono, amano. «La rivelazione ci dice che la pienezza dell’umanità e della storia si realizza in una città», scriveva papa Francesco nella Evangelii Gaudium.

«Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane... Una cultura inedita palpita e si progetta nella città». Prevost, nato a Chicago negli anni Cinquanta, è il secondo papa nato in una grande città, dopo Bergoglio a Buenos Aires, la città-labirinto di Borges, «inestricabile d’immagini, un magma che cancella identità e tracce. Per Bergoglio il centro metafisico di una nuova rilettura della pietà», ha scritto Silvina Pérez. «Dio vive nella città», si leggeva nel documento finale della conferenza di Aparecida (2007), presieduta dal cardinale Bergoglio, un modello di chiesa, di teologia del popolo. Il pueblo fiel cui si è rivolto, in spagnolo, papa Prevost nel primo discorso da San Pietro, perché non esiste un vescovo senza il suo popolo.

Da vescovo peruviano Prevost ha parlato in nome del suo popolo, ha affrontato a viso aperto il fujimorismo, il regime del presidente Alberto Fujimori, tecnocratico, liberista e poi autoritario. E quando i seguaci di Fujimori chiesero l’indulto e il perdono, il vescovo Prevost disse pubblicamente che prima avrebbe dovuto chiedere scusa alle sue vittime: i poveri, gli indios. Sono i primi indizi di come si muoverà con i grandi del mondo.

Leone fa la rivoluzione

Sabato 10 maggio, incontrando i cardinali, il papa ha spiegato la scelta del nome: Leone come Leone XIII, il papa dell’enciclica Rerum Novarum del 1891. Fino a quel momento la chiesa era rinchiusa nei palazzi, in lutto per la perdita del potere temporale, avvizzita nel generone, l’aristocrazia nera e papalina destinata a essere spazzata via.

«Voi la leggete tranquillamente, coll’orlo delle ciglia, come una qualunque pastorale di quaresima. Alla sua epoca, piccolo mio, ci è parso di sentirci tremare la terra sotto i piedi. Quest’idea così semplice che il lavoro non è una merce, sottoposta alla legge dell’offerta e della domanda, che non si può speculare sui salari, sulla vita degli uomini come sul grano, lo zucchero o il caffè, metteva sottosopra le coscienze, lo credi?», scrisse Georges Bernanos in Diario di un curato di campagna.

La Rerum Novarum fu una rivoluzione. Il modo di essere dentro la modernità senza farsi travolgere. Un cambiamento d’epoca. «Oggi», ha detto Leone XIV, «la chiesa deve rispondere agli sviluppi dell’intelligenza artificiale e alle nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro».

Ma non è soltanto questa la sfida. Ora, si dice, Leone XIV non avrà bisogno di andare a vivere a Santa Marta, di compiere gli scossoni che furono necessari a Francesco, nel poco tempo che aveva, per aprire i processi, per spianare la strada nel deserto di una struttura ecclesiastica spenta e depressa.

Ma il cambiamento proseguirà. Per Leone XIV la navigazione non sarà mai sicura, ci saranno sempre i venti, i flutti che sovrastano lo scafo, il rischio di perdersi o di affondare. I morti delle guerre e delle migrazioni lo urlano ogni giorno. Ma chi ha fede è qui per dire, come ha fatto il papa con un sussurro, che il male non prevarrò e che gli uomini e e donne non sono mai lasciati soli. Sull’arca che attraversa i contenenti e i secoli, su cui viaggiano gli angeli che non si conoscono e che salvano il mondo.

venerdì 9 maggio 2025

Leone



Contro ogni dominatore: il destino di Leone XIV è nel nome

 Giovanni Maria Vian, Domani, 9 maggio 2025


La scelta del nome mostra le idee chiare e lo spirito di Prevost, che ha saltato tutti i papi del XX secolo, ma anche quello assunto dal suo predecessore Bergoglio, pur accattivante e fin troppo atteso. “Francesco” si leggeva su un cartello appeso al collo di un bizzarro personaggio con il saio mentre si aspettava la fumata bianca, e il nome era stato ventilato, se non addirittura preparato, durante la sede vacante, come prima del conclave confidarono tranquillamente a un giornalista due cardinali elettori spagnoli.
Il richiamo più immediato è a Leone XIII, il papa latinista eletto nel 1878 che crea cardinale Newman e pubblica la prima grande enciclica sociale, la Rerum novarum. Ma più potente è la suggestione suscitata da Leone Magno. Primo vescovo di Roma di cui si conservano le prediche in un meraviglioso latino e teologo acclamato anche dagli orientali al concilio di Calcedonia, nel 452 si incontra a Mantova con Attila, il re degli unni che aveva devastato l’Italia settentrionale.
Leone convince il terribile sovrano a non calare verso Roma, e la città viene risparmiata. Il tentativo non riesce pienamente tre anni dopo con i vandali di Genserico, ma il saccheggio della città viene in parte limitato. Metafora di un papa di Roma che dovrà fronteggiare altri dominatori.

sabato 26 aprile 2025

Francesco, emblema del cattolicesimo

 



Finn Mc Redmond, La casa divisa di papa Francesco
The New Statesman, 23 aprile 2025

Il lunedì di Pasqua il Vaticano ha annunciato la morte di Papa Francesco, all'età di 88 anni. La tempistica divina potrebbe essere sufficiente a convincere alcuni credenti scomparsi a tornare alla fede. Sarebbe un degno atto finale.

Quando Papa Francesco apparve per la prima volta sul balcone della Basilica di San Pietro nel marzo 2013, fu una vittoria per l'ala progressista di una Chiesa stanca. I suoi predecessori Benedetto XVI e Giovanni Paolo II erano tradizionalisti dottrinari del vecchio modello. Francesco era il loro opposto: aperto al dibattito sui valori della Chiesa, disposto a spingere l'ago della bilancia su questioni come l'omosessualità e l'aborto. All'inizio del suo mandato dichiarò che, sì, anche gli atei potevano andare in paradiso.

I cattolici liberali speravano che le dimissioni di Benedetto XVI e l'ascesa di Francesco avrebbero segnato la fine di una vecchia idea. Ecco, finalmente, un uomo in grado di trascinare il papato nel XXI secolo. La sua scomparsa metterà a dura prova questa ambizione. La riforma liberale trionferà sul conservatorismo di Benedetto XVI e Giovanni Paolo II? La visione di Francesco potrà sopravvivere oltre la sua presenza fisica? In vista del conclave che deciderà il successore di Francesco, il defunto Papa non si erge solo come un modernizzatore, ma come metafora di un conflitto al cuore di San Pietro.

Nato Jorge Mario Bergoglio a Buenos Aires nel 1936, Papa Francesco era un uomo di notevole modestia. Rinunciava al tipico ermellino papale in favore di una semplice tonaca. Sostituiva il trono con una sedia di legno. I cinici dicevano che si trattava di umiltà performativa, i fan che forse era semplicemente molto cattolica. Primo papa gesuita, prese il nome dall'ascetico e pio Francesco d'Assisi e orientò di conseguenza le sue priorità retoriche e spirituali. Era impegnato per i poveri ("Voglio una Chiesa povera e per i poveri", disse nel 2013), per i migranti (la sua prima visita papale fu a Lampedusa, un importante centro di smistamento migranti nel Mediterraneo) e per un generale senso di pacifismo ("Che il rumore delle armi taccia nell'Ucraina dilaniata dalla guerra", disse alla fine dell'anno scorso).

Ma per comprendere appieno Francesco – come uomo, come papa e come metafora – bisogna guardare alla Roma degli anni '60. (A quel tempo, Francesco insegnava nelle scuole dei gesuiti a Santa Fe, in Argentina). Papa Giovanni XXIII aprì il Concilio Vaticano II, forse l'evento più significativo dell'intera storia della Chiesa, nel 1962. Nacque da un'ansia persistente che l'intero sistema necessitasse di un aggiornamento per affrontare le sfide di un mondo secolarizzato. Oltre 2.000 vescovi, nell'arco di tre anni, dibatterono sul futuro della Chiesa.

Ne emerse un testo trasformativo, che sottolineava la necessità per la Chiesa di modernizzare e ammorbidire le sue gerarchie. Ci fu una graduale svolta verso un approccio più inclusivo nei confronti dei non credenti, sebbene nulla di così estremo come l'idea di Francesco che l'inferno potesse essere "vuoto". I tradizionalisti detestavano questa direzione: era adottrinale, non vincolante, eretica. Sessant'anni dopo, questo conflitto tormenta ancora l'anima della Chiesa cattolica: dovrebbe riformarsi in tandem con il mondo o difendere in modo conservativo la sua dottrina fondante?

Lo spirito liberalizzante del 1962 potrebbe essere stato in pericolo sotto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ma Francesco era – come recita il luogo comune – "lo spirito del Vaticano II" incarnato. La sua visione del mondo ne è stata forgiata; il suo papato definito dagli stessi istinti. Era un seguace di Giovanni XXIII e la sua elezione al papato è stata una dichiarazione d'intenti da parte del conclave: la Chiesa deve adattarsi se vuole sopravvivere. "Siamo spesso incatenati come Pietro nella prigione dell'abitudine", ha detto Francesco nel 2022, "spaventati dal cambiamento e incatenati alla catena delle nostre consuetudini". O, come ha detto più prosaicamente l'anno scorso, i suoi detrattori conservatori avevano un "atteggiamento suicida" riguardo al futuro della Chiesa, aggrappandosi alla tradizione a ogni costo. Se il suo eroe, Papa Giovanni XXIII, era spinto da un'ansia persistente, Francesco era spinto da qualcosa di più vicino al panico esistenziale.

Nonostante il valore del suo progetto spirituale, Francesco aveva anche la reputazione di essere un tipo scontroso in privato. Si scontrò aspramente con i rivali; declassò i conservatori e promosse gli amici; e fu accusato di chiudere un occhio sul cattivo comportamento degli alleati politici. A volte, il malcontento latente all'interno della Chiesa si trasformava in un melodramma da quattro soldi: "Mi chiamano eretico", disse una volta Francesco a un gruppo di confratelli gesuiti nel 2017. Anche i progressisti avevano i loro problemi con lui: non andava abbastanza lontano, aveva fallito, era troppo lento.

Nei prossimi giorni, i cardinali si recheranno in Vaticano per decidere la direzione della Chiesa. Sono 252, la maggior parte nominati da Francesco, ma solo 135 hanno diritto di voto (i cardinali over 80 possono partecipare al dibattito ma non votare). Il candidato vincente necessita di una maggioranza di due terzi. Il conclave è un processo indiretto, i membri sono rinchiusi e tenuti al segreto professionale; ci sono manovre e intrighi politici. Tra quindici e venti giorni, ci sarà probabilmente un voto decisivo nella Cappella Sistina. Quando la fumata bianca aleggia nuovamente sulla Santa Sede e viene scelto un nuovo leader spirituale della Chiesa, una domanda incomberà: la riforma liberale è duratura?

Nonostante tutti i detrattori di Francesco – il loro numero e la profondità dei loro sentimenti non sono insignificanti – la Chiesa è piena anche di alleati francescani. (E il conservatorismo insito nel cattolicesimo tende a favorire i candidati che propugnano la continuità.) Tra i favoriti c'è Luis Antonio Tagle, un progressista delle Filippine soprannominato il "Francesco asiatico". Tra gli italiani (una nazione a cui piace detenere il papato), l'arcivescovo progressista di Bologna è considerato una scelta probabile. Persino il cardinale Peter Erdő, un conservatore ungherese, è al massimo un'opzione di compromesso: tradizionale, ma non del tutto ostile alle idee di Francesco.

Francesco potrebbe lasciarsi alle spalle un'istituzione divisa e più controversie dottrinali che mai. Ma in ultima analisi, la dicotomia tra sinistra e destra nella Chiesa può essere esagerata. Non è un governo politico, ma uno strumento di fede. Papa Francesco era un gesuita e questo ha plasmato il suo impegno politico per la giustizia sociale. Ma ben al di sopra di questo, la fede era il suo scopo, un istinto riassunto dal motto dei gesuiti, Ad maiorem Dei gloriam (per la maggior gloria di Dio).

Mio nonno lavorava come giornalista a Roma per l' Irish Independent durante il Concilio Vaticano II, che Francesco ammirava tanto. Sì, il processo era imperfetto: pieno di pressioni, macchinazioni "poco edificanti", dissenso, risentimenti amari. Ma, riflettendoci molti anni dopo in una raccolta di saggi, "Perché sono ancora cattolico", ne scrisse della potenza nonostante tutto ciò: "Abbiamo osservato un gruppo di leader cristiani fallibili, desiderosi disperatamente di gettare le ancore nella verità... Ho pensato che fosse molto più probabile che Dio si servisse degli esseri umani nella loro naturale imperfezione piuttosto che operare esclusivamente attraverso i santi". Possiamo esprimere una simile generosità qui. Francesco – che abbia fallito, o sia andato troppo oltre, o abbia lasciato il Vaticano più frammentato di quanto lo avesse trovato (e probabilmente tutti stanno esagerando) – è stato un leader cristiano fallibile che ha dimostrato che la Chiesa è tanto umana quanto divina. Per un uomo in cerca di un'eredità, avrebbe potuto fare molto di peggio.







martedì 1 aprile 2025

Francesco, una risorsa per la Chiesa



Marco Marzano
Oltre la secolarizzazione: papa Francesco è uno strumento per rafforzare la Chiesa
Domani, 1 aprile 2025

 Nella società contemporanea l’importanza di avere un capo in grado di disporre di un’immensa reputazione, capace di divenire un simbolo e un mito è una risorsa preziosa e forse insostituibile. La chiesa cattolica ha la fortuna di disporre di questo immenso tesoro e di potere, attraverso di esso, diffondere il suo messaggio e i suoi valori (compresi quelli non negoziabili, ancora al centro della predicazione di Francesco).

L’enorme apprensione popolare per la salute di papa Francesco durante tutti i giorni del suo ricovero, unitamente al giubilo incontenibile che ha accompagnato la sua ricomparsa in pubblico e il ritorno a Santa Marta dopo le dimissioni dall’ospedale, mi suggeriscono alcune considerazioni sul rapporto tra la chiesa cattolica e la società italiana.

Il concetto dominante nell’analizzare tale rapporto è, da alcuni anni a questo parte, quello di secolarizzazione. Per misurarne il livello gli studiosi sono andati sinora sempre a pesare gli indicatori relativi ai comportamenti religiosi: andare a messa la domenica, far battezzare, comunicare e cresimare i figli, frequentare l’ora di religione a scuola, avviarsi verso la carriera clericale o in direzione dei conventi e dei seminari, eccetera.

Osservando i dati relativi a queste condotte, stagione dopo stagione negli ultimi decenni, si è costatata la presenza di una costante tendenza verso il basso, di una diminuzione dell’attaccamento della popolazione italiana alla religione cattolica. Ogni generazione, si è concluso, è meno cattolica di quella che l’ha preceduta.

Misurare la secolarizzazione


Tutto vero, ma la secolarizzazione non si può misurare solo così. Tutti quelli che ho citato sono infatti comportamenti “partecipativi”, relativi cioè alla decisione delle persone di prendere parte alle attività di un’organizzazione. La partecipazione è però in declino ovunque, in ogni sfera della vita sociale, in politica, ma anche nell’attività sindacale e in tutti i luoghi dove dilagava sino agli anni Settanta.

Allo stesso modo (forse addirittura in una dimensione minore) è in crisi nella sfera religiosa. Ma questo non vuol dire che il cattolicesimo sia morto o stia morendo così come non è morta la politica solo perché sono esangui i partiti. Sul primo versante basta osservare quanto viene seguita l’attività di alcuni giovani preti-influencer sui social per rendersi conto che la chiesa è viva e vegeta.

Il culto del papa


In questo scenario, il culto del papa, la venerazione per il successore di Pietro, occupa uno spazio centrale e fondamentale. Il papa è, per riconoscimento quasi unanime e in una misura non declinante ma crescente, una figura paterna e sacrale, alla quale vengono riconosciuti diritti eccezionali e unici.

Ad esempio, quello di stare al suo posto fino all’ultimo giorno della vita, anche sulla soglia dei novant’anni, invalido, malatissimo, afono e non in grado di viaggiare o ricevere visitatori. Quello che, nel caso recente di Joe Biden, è sembrato un incomprensibile attaccamento alla poltrona, nel caso di Francesco è un sacrificio sovrumano compiuto per la salvezza dell’umanità e il bene della comunità ecclesiale.

Il papa resta in cattedra anche ora, resta il padre severo ma affettuoso a cui guardare con devozione, anche se completamente debilitato e chiaramente impossibilitato a lavorare e ad assumere decisioni.

In questo stato, papa Francesco diventa, come ha ricordato un vescovo in questi giorni pensando anche a Giovanni Paolo II, il protagonista della più nobile “catechesi della sofferenza”, il catechista dei catechisti a cui indirizzare una devozione cieca e un’ammirazione incondizionata.

Una risorsa preziosa


Nel suo caso (e oggi parliamo di Francesco, ma un discorso analogo vale per i suoi ultimi predecessori), la realtà razionale, cioè il fatto che si tratti di un monarca a capo di una delle più grandi, globali, ricche e potenti organizzazione del mondo perde completamente rilevanza dinanzi all’aspetto simbolico, al fatto che egli rappresenti l’umanità intera esprimendo di essa, in una forma pura inaccessibile ai comuni mortali, gli aspetti più nobili e grandiosi, la volontà di pace, ma anche la sincerità, l’amicizia, la dolcezza, l’onestà e persino la simpatia. Anche i suoi nemici, li si trova soprattutto dentro la chiesa, gli riconoscono uno status sopraelevato anche se chiaramente negativo e ai limiti dell’infernale e del demoniaco.

Nella forma che sempre più nettamente sta assumendo, la figura del pontefice rappresenta il più formidabile strumento per rafforzare il cattolicesimo e la chiesa e per proiettarle nel futuro. Perché accomuna tanta parte del popolo, perché convince in profondità anche coloro che le chiese le disertano o che addirittura sostengono di non credere in Dio. Non crederanno in Dio, ma credono nel papa, casomai raccontando a sé stessi che la loro ammirazione è solo per l’uomo o che è legata alle cose che il papa dice (o non dice).

Nella società contemporanea l’importanza di avere un capo in grado di disporre di questa immensa reputazione, capace di divenire un simbolo e un mito è una risorsa preziosa e forse insostituibile. La chiesa cattolica ha la fortuna di disporre di questo immenso tesoro e di potere, attraverso di esso, diffondere il suo messaggio e i suoi valori (compresi quelli non negoziabili, ancora al centro della predicazione di Francesco).

È un vantaggio immenso a cui nessuno, tra i maggiorenti cattolici, può e vuole rinunciare. Ed è ragionevole che sia così.

sabato 14 febbraio 2015

Carlo Emilio Gadda e il nunzio Pacelli




Giornale di guerra e di prigionia
"Visita del Nunzio Apostolico al campo di Celle" (prima pubblicazione 1953)

Monsignor Eugenio Pacelli, futuro papa Pio XII, era nunzio apostolico presso la corte di Monaco quando visitò il campo di Cellelager, il 23 settembre 1918. Carlo Emilio Gadda era tra gli internati.




Finalmente il cancello si apre e fra due ale di calca, accompagnato dal colonnello tedesco comandante del campo, seguito da altri tedeschi, e con a lato il generale Fochetti entra il Nunzio: è alto, lungo, con occhiali, ha un cappello da prete di feltro liscio, ma più piccolo e tondo dei solti, ornato d'un cordone verde e oro; occhiali; naso affilato e adunco; tunica nera. Apre un ombrello color castano scuro da prete di campagna, non ha seguito ecclesiastico.
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Nella Chiesetta affollata io ero ritto sopra una panca, come già da ragazzo in San Simpliciano. Celebrarono il "tantum ergo Sacramentum", cantandolo alla meglio; seguì un inno di carattere religioso patriottico, cantato dai nostri cappellani, in cui Dio era pregato di darci la vittoria e di restituirci la patria. In questo il Nunzio fu solo ascoltatore, naturalmente. Dopo di che egli dall'altare ci rivolse una breve allocuzione. Nel silenzio assoluto degli ascoltatori avidi ed intenti, interrotto solo dall'uscita del Colonnello tedesco e di un altro ufficiale, erano suonate le preghiere e gli inni. Adesso le parole del Vescovo riempirono il piccolo sito. Disse d'esser lieto di venire a noi come italiano, figlio della nostra stessa terra, ma più come rappresentante del Sommo Pontefice, "padre comune dei popoli", a portarci una parola di conforto. [...]   La sua voce era fredda, acuta, il tono untuoso e calcolato; il discorso appariva preparato. Tuttavia suonò in esso, o mi parve, la voce della pietà e della religione e il mio spirito facile alla visione entusiastica delle cose ne rimase commosso. Gli occhi mi si riempirono di lagrime e il cuore di lacerante tristezza quando disse dell'amore di patria e dell'amore di Dio s'accordano nei cuori ben nati, quando parlò della nostra terra radiosa "che la natura e l'arte fanno superba" [riferisco compendiando]; quando pregò il Signore che nella terribile prova i nostri animi si rafforzassero e il nostro pensiero considerasse che la nostra vita è solo un passaggio.
... Il Nunzio uscì dalla Chiesa e io saltai da una finestra, per raggiungerlo si fermò sotto il capannone centrale del campo e ripeté su per giù lo stesso discorso [...] Il Nunzio ci benedisse, con parole povere, rapide, secche, cento volte ripetute: mi pareva commosso del nostro soffrire che si palesava nell'intensità della nostra ascoltazione e nel nostro stesso morboso affollarci. "Vi benedico, miei poveri figlioli, vi benedico; siate forti, siate calmi, vi benedico, vi benedico."