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mercoledì 2 settembre 2026

La polemica sull'ignoranza

Nadia Urbinati
Criticare l'ignoranza non vuol dire essere radical chic

Domani, 2 settembre 2026

Non è scritto nei geni delle classi popolari che debbano volersi liberare dal dominio delle classi potenti, spesso addolcito dal paternalismo – “siamo come una grande famiglia”, dicevano gli agrari e gli industriali ai lavoratori, mentre accrescevano il proprio potere, prima coi regimi liberali, poi con quello fascista.

Non è scritto, nonostante il cristianesimo abbia immesso nella storia il germe dell’eguaglianza nel padre; ma poi, come i fratelli hanno diversi talenti, così i figli di Dio e, per questo, quell’eguaglianza non si traduce necessariamente in una reazione contro la dipendenza da chi sa e chi ha. Solo il socialismo ha portato la libertà alla povera gente, scrisse Carlo Rosselli. E dal socialismo partì l’opera di alfabetizzazione delle classi contadine e bracciantili, nella seconda metà dell’800.

Karl Marx sistematizzò la conoscenza della struttura delle società umane; definì le relazioni di potere come relazioni tra classi e, nel capitalismo, tra le due sole classi rimaste; indicò quindi nella classe operaia la leva per la realizzazione della promessa universale di libertà. Ma la classe operaia non sta per i singoli lavoratori; non è una categoria morale, né ha il compito di suscitare simpatia per gli umili. Marx non era, del resto, un dirigente politico. Chi portò il socialismo tra le classi popolari scelse una strada oggi largamente ignorata, quella della formazione della coscienza.

I “profeti” del socialismo


Scriveva Benedetto Croce che le sedi del Partito socialista a Napoli avevano appese al muro le immagini di Cristo e di Marx, un Marx biondo e simile a Cristo. I primi “profeti” del socialismo si trovarono di fronte a una realtà durissima: contadini, braccianti agricoli e operai attratti nell’alone delle classi dominanti, pronti ad abbassare la testa davanti al farmacista, al medico, al padrone. Ignoranti e privi di consapevolezza della loro forza: forza politica del numero e delle braccia da lavoro che potevano incrociare; forza della volontà.

La politica di emancipazione ha dovuto lavorare sodo. Camillo Prampolini, leader socialista e riformista, pacifista e democratico, fece di Reggio Emilia il cuore di un modello di municipalismo sociale centrato sulle scuole, l’assistenza sanitaria, le mense e l’edilizia popolare. Nell’alfabetizzazione vide il primo seme della democrazia. Attivo prima ancora che nascesse il Partito socialista, comprese che la rappresentanza riformista poteva essere conquistata solo correggendo il sentimento di deferenza dei lavoratori. L’essere poveri e ignoranti non era, di per sé, un viatico né una condizione da giustificare. La vita materiale costituì il banco di prova del potere del consenso politico.

Di qui l’uguaglianza e la dignità della persona, da valori astratti, divennero fatti perché ispirarono legislazioni sociali che toglievano di mezzo la carità privata e la sudditanza clientelare, facendo avanzare tra la gente il senso della legge uguale. Il socialismo fu, al suo sorgere, come portare il repubblicanesimo nelle relazioni sociali. L’emancipazione non era solo un fatto di legislazione, era un vero e proprio mutamento di vita.

Crebbe così il rispetto verso se stessi e, di conseguenza, la pretesa di riceverlo. I movimenti politici e sindacali furono straordinarie scuole di democrazia, in questo senso concreto. E i successivi partiti di massa, socialisti, comunisti e cattolici, diventarono università popolari. L’ignoranza non era tollerata né scusata: era combattuta; non per umiliare chi la soffriva, ma per fare di chi la soffriva il protagonista diretto della propria emancipazione. Le sezioni di partito erano piccole biblioteche e la loro vita consisteva nell'apprendere e insegnare, nell’educare ed essere educati. Operai che diventavano sindaci e deputati personificavano, nella loro biografia, il senso di quella lunga lotta per liberarsi dalla peggiore forma di subordinazione, quella che vive nella coscienza.

Imbonire l’ignoranza


Stefano Bonaccini ha ragione da vendere quando dice a Giorgia Meloni che non si imbonisce l’ignoranza, ma la si combatte, e che criticarla non equivale a essere radical chic. L’accondiscendenza paternalistica all’ignoranza è quanto di peggio si possa avere; è come tornare a quel tempo antico in cui chi non sapeva era deferente verso chi sapeva. Detto ciò, sui leader della sinistra grava la responsabilità di aver affossato i partiti per farne macchine plebiscitarie.

Alfio Mastropalo ha scritto su Facebook che la loro «managerializzazione» ha avuto effetti disastrosi, «non bilanciati dalla pur giustissima attenzione prestata ai diritti civili», e ha accreditato «tra gli elettori di destra l’immagine di una sinistra di privilegiati, offuscando le politiche del privilegio condotte dai partiti di destra, che se la cavano con i ceti popolari aizzandoli contro gli immigrati». 

lunedì 13 aprile 2026

Come Trump sta distruggendo il suo paese

Rebecca Solnit
Gli Stati Uniti si stanno autodistruggendo
The Guardian, 12 aprile 2026

Gli Stati Uniti sono sotto attacco, e si tratta di un complotto interno. Ogni dipartimento, ogni ramo, ogni ufficio e funzione del governo federale viene corrotto in modo fatale, smantellato o reso inutilizzabile. Tutto ciò è di dominio pubblico, ma poiché emerge a poco a poco in articoli di cronaca riguardanti questo o quel dipartimento specifico, i resoconti non descrivono mai adeguatamente un'amministrazione che sabota il funzionamento del governo federale e che, al contempo, sta devastando l'economia globale, le alleanze e le relazioni internazionali, nonché l'ambiente nazionale e globale, in modi che avranno conseguenze a catena per decenni e forse, soprattutto per quanto riguarda il clima, per secoli.
In tutti i rami del governo, i servizi che dovrebbero proteggerci – il monitoraggio degli arsenali nucleari, la sicurezza informatica, la lotta al terrorismo – vengono indeboliti, ridotti di personale o completamente smantellati. Anche un altro tipo di protezione, che comprende la sanità pubblica, i programmi di vaccinazione, la sicurezza alimentare, l'aria e l'acqua pulite, i servizi sociali, i diritti civili e lo stato di diritto, è sotto attacco. Il governo federale che dovrebbe essere al nostro servizio viene affamato, mentre il governo federale che serve l'agenda di Trump e l'oligarchia si sta ingozzando di denaro pubblico, comprese le somme grottesche destinate al Dipartimento per la Sicurezza Interna e alle forze armate statunitensi, ora trasformate nella contorta visione di Pete Hegseth in una spietata forza mercenaria. Secondo alcune fonti, Hegseth avrebbe ostacolato le promozioni di oltre una dozzina di ufficiali neri e donne.

È sorprendente che il ritornello costante del team di Trump sia che non possiamo permetterci di proteggere i più vulnerabili o di provvedere alla popolazione, motivo per cui l'uomo più ricco del mondo, Elon Musk, in cima al Doge, ha smantellato l'USAID lo scorso anno , causando già decine di migliaia di morti per fame e malattie prevenibili. La guerra con l'Iran sta creando una crisi dei fertilizzanti in Europa, Africa e Asia che potrebbe a sua volta provocare carestie diffuse. Nel frattempo, l'ex capo della sicurezza interna Kristi Noem ha speso più di 200 milioni di dollari in una campagna pubblicitaria con se stessa come protagonista, prima di essere licenziata.

Sebbene la guerra contro l'Iran, del tutto gratuita e letteralmente ingiustificata, presenti aspetti ben peggiori, il fatto che stia bruciando miliardi di dollari al giorno è impressionante, considerando gli enormi tagli alla tutela ambientale e ai parchi nazionali, il sabotaggio di fatto del servizio forestale e la concessione di terreni pubblici compagnie di combustibili fossili e interessi minerari . Le sedi centrali del servizio forestale vengono spostate in tutto il paese, il che probabilmente provocherà numerose dimissioni, come già accaduto per il Bureau of Land Management durante il primo mandato di Trump . Più di 50 stazioni di ricerca del servizio forestale verranno chiuse, con conseguente ulteriore perdita di ricerche, dati, strutture e personale insostituibili.

Trump ha detto nel suo noioso e monotono discorso della scorsa settimana: "Non possiamo occuparci degli asili nido. Siamo un grande Paese... Stiamo combattendo guerre... Non è possibile per noi occuparci degli asili nido, di Medicaid, di Medicare, di tutte queste cose individuali". I vostri soldi, i nostri soldi, le nostre terre pubbliche, i nostri figli. Trump ha persino corrotto i costruttori di parchi eolici offshore con quasi un miliardo di dollari per fermarli, solo perché ha una vendetta personale contro i sistemi di energia pulita. Gli Stati Uniti un tempo erano leader mondiali nella ricerca scientifica, compresa la ricerca medica, che aveva portato a importanti scoperte nel trattamento delle malattie e nella salute, ma tutto ciò è stato drasticamente ridotto. Questo è un omicidio.

Il vecchio aforisma sul tempo necessario a una portaerei per invertire la rotta potrebbe spiegare perché la nazione sembra relativamente stabile e perché le reazioni sono state inadeguate; l'impatto completo deve ancora manifestarsi. A un certo punto, se la nave non inverte la rotta, forse inizierà a imbarcare acqua, a inclinarsi pericolosamente o a colpire un iceberg, o forse l'iceberg è sempre stato lì e si chiama Donald Trump. Ha iniziato una guerra senza un motivo preciso – è stata usata la parola " divertimento" – che sta ulteriormente minando l'economia globale che ha già gravemente danneggiato con i suoi dazi in continua evoluzione. Le imprese hanno bisogno di poter pianificare, e i dazi che triplicano, si annullano e riappaiono come i suoi umori minano questa capacità. Allo stesso modo, le minacce non mantenute, i colloqui mai avvenuti, le azioni dell'amministrazione annullate dai tribunali diventano forme di scossa politica, che sballottano tutti e tutto, una dimostrazione di forza che è anche una dimostrazione di incoerenza e incoerenza.

Dobbiamo parlare della ricostruzione che un paese devastato e corrotto deve affrontare per tornare a funzionare.

Ma l'offensività potrebbe distrarre dalla distruttività. Un intero settore dei media mainstream ora funge da medium, tentando di interpretare le azioni di Trump per cercare di inserirle nel contesto di una leadership competente e di programmi coerenti e consistenti. Se ci fosse un programma coerente, sarebbe distruttivo, malevolo. Il nuovo slogan popolare "lo scopo di un sistema è ciò che fa" è utile in questo caso, perché ciò che questo sistema fa è indebolire, danneggiare, corrompere e nuocere. L'idea che esista un programma coerente guidato da Vladimir Putin funziona nel senso che la maggior parte di ciò che Trump ha fatto è positivo per l'anziano dittatore russo, ma negativo per gli Stati Uniti.

È anche evidente che Trump voleva tornare al potere in parte per vendicarsi di un Paese che nel 2020 lo aveva respinto, come a volte un ex partner si trasforma in uno stalker omicida nei confronti della donna che ha osato sfuggirgli, e nello specifico per vendicarsi degli individui e delle istituzioni che lo avevano perseguitato per crimini o che in altro modo lo avevano ostacolato. Trump, a un certo livello, sa di star fallendo politicamente, cognitivamente e fisicamente e vuole trascinare tutto con sé nella rovina, come gli antichi sovrani venivano sepolti con i loro cavalli e servitori sacrificati. Inoltre, mentre la morte gli incombe, cerca di conquistarsi un po' di immortalità apponendo il suo nome su edifici, permessi per i parchi e persino sulla moneta.

Ma cercare di capire le motivazioni è un passatempo quando l'attenzione deve essere rivolta alle conseguenze. Non abbiamo bisogno di capire questi criminali per cercare di contenerli e, in definitiva, eliminarli. Non dureranno per sempre, e dobbiamo pensare a cosa succederà quando se ne saranno andati – parlare del tipo di ricostruzione che gli Stati Uniti dovranno affrontare per la prima volta dalla guerra civile, la ricostruzione che un paese devastato e corrotto deve attraversare per tornare a funzionare. Ma non per tornare a come erano le cose prima.

Sono le debolezze antidemocratiche del nostro sistema ad aver creato le vulnerabilità che hanno permesso che ciò accadesse: il collegio elettorale e la soppressione del voto che hanno dato a Trump una vittoria di minoranza nel 2016, la manipolazione dei distretti elettorali che ha conferito a un partito di minoranza la maggioranza al Congresso e nelle assemblee statali, una Corte Suprema grottescamente corrotta e non responsabile e l'influenza corrosiva degli ultra-ricchi in un sistema che conferisce loro un potere di portata tale da rappresentare un attacco diretto alla democrazia. Dobbiamo immaginare un Paese più democratico, più egualitario, più generoso, un Paese che operi riconoscendo l'abbondanza di ricchezza che dovrebbe servire a tutti noi – e anche alla natura e alle generazioni future – anziché essere guidato dalla povertà morale dei miliardari. 


martedì 17 marzo 2026

Elogio di Repubblica


Una storia di futuro
editoriale non firmato

la Repubblica, 14 gennaio 2026 

Oggi per una volta parliamo di noi. Di una storia straordinaria e irripetibile. Repubblica compie 50 anni e il compleanno di un giornale è già di per sé una buona notizia per la democrazia, soprattutto in un mondo governato da sovranisti e populisti nemici delle libertà. E lo è ancora di più per il merito che ha avuto il fondatore Eugenio Scalfari — insieme con l’editore Carlo Caracciolo — nel dare una voce, una casa, una identità a un pezzo di società che nel 1976 in Italia esisteva ma non veniva riconosciuta. Una comunità di lettori che si è formata spontaneamente intorno a nuove idee e che ci ha accompagnato in questo mezzo secolo. Perché solo l’esistenza di una opinione pubblica informata qualifica una democrazia e ne rende possibile il domani.

Da Scalfari abbiamo ricevuto in eredità una felice condanna alla innovazione, alla modernità, che ci ha guidato nel passaggio dal quotidiano tradizionale a un sistema integrato di comunicazione più ampia, tecnologicamente avanzato, dove hanno trovato posto l’uno dopo l’altro, l’uno accanto all’altro, la carta, il digitale, i podcast, le newsletter. Sulla spinta mai attenuata delle origini, dell’intuizione scalfariana di dare spazio e tribuna alle forze del cambiamento, di proporre un orizzonte comune a chi la pensava in un certo modo e non aveva legittimità. Di segnalare le novità, le trasformazioni nei diversi ambiti e settori della società, dalla politica all’economia (con la battaglia alla “razza padrona” cominciata già prima di Repubblica) fino alla cultura e al costume. In una cornice invariata di valori — etica pubblica, sostegno ai ceti emergenti, a donne e giovani in particolare, rivendicazione dei diritti — che ha consentito nei tempi più recenti di affrontare e superare anche i passaggi più difficili del mercato dopo i record di vendita e i sorpassi storici.

Non siamo stati un giornale partito, come per pigrizia o per calcolo qualcuno ci ha definito nel corso di questi 50 anni, ma siamo sempre stati — questo sì — al centro delle grandi questioni politiche e culturali. Affiancando e spronando la sinistra in ogni stagione a liberarsi dai suoi demoni, a emanciparsi, a scegliere tra i due corni — massimalismo e riformismo — imboccando la strada di quest’ultimo per diventare forza europea, pronta a governare parlando a tutto il Paese. Continuiamo a farlo con la stessa determinazione davanti al ritorno delle destre al potere in Italia (Meloni) e nel resto del pianeta (Trump e i suoi simili): per una sinistra all’altezza della sfida contro le disuguaglianze, che sappia fronteggiare l’immane dimensione privata dell’economia tecnocapitalistica ridando potere costituente all’idea di Europa e alle sue istituzioni. Quella nuova inclusiva idea di cittadinanza con la quale nel marzo scorso abbiamo riempito piazza del Popolo a Roma.

Dalla tradizione dell’Espresso, di cui Scalfari era stato direttore, e ancora prima del Mondo di Pannunzio, di cui invece fu giovane collaboratore, nasce la simbiosi tra politica e cultura, con lo spostamento anche fisico della cosiddetta terza pagina che con Repubblica diventa doppia e si colloca al centro del giornale. Ma non è naturalmente solo forma: tutte le questioni di fondo hanno radici culturali. Un pensiero progressista, una coerenza di visione che nessun altro giornale fino ad allora aveva sperimentato, un altro tassello di una riforma che ha certamente cambiato il corso dell’editoria italiana. Come le grandi inchieste e le grandi domande tipiche dell’informazione di qualità: le grandi inchieste sono utili se sono scomode, se pongono davanti alla classe dirigente e all’opinione pubblica le verità scomode. Anche su questo viene segnata una rottura rispetto al conformismo e alla vicinanza con il potere della concorrenza. Non a caso gli album di famiglia ci ricordano che in quel 14 gennaio del 1976 il fondatore aveva accanto a sé alcuni nomi già noti del giornalismo, che con il suo stesso coraggio avevano lasciato il porto sicuro dei rispettivi quotidiani per salire sulla scialuppa incerta di Repubblica, ma anche donne e uomini alla prima avventura professionale. Uniti dalla medesima voglia di cambiamento. Per tantissimi Repubblica è stata una scuola, in questi dieci lustri lo è stata per tre o forse ormai quattro generazioni, e lo è stata anche grazie a Ezio Mauro che ha raccolto il testimone della direzione da Scalfari tenendo ben saldo il comando per vent’anni, proprio come lui, in una staffetta inedita quanto riuscita.

“Questa non è una rivista, questo è un movimento e da un movimento non si esce”: ho pensato che questa frase fosse perfetta per Repubblica mentre la sentivo pronunciare dal direttore del New Yorker nel film documentario per i 100 anni del settimanale americano. Perché il seme del giornalismo di Repubblica ha germogliato nelle lunghe riunioni scalfariane, le messe cantate, nella cura delle pagine del quotidiano, nelle copertine dei magazine e degli inserti, nella ricchezza e nella velocità del sito, nell’organizzazione degli eventi speciali ma soprattutto tra la gente alle edicole (quelle di una volta e quelle che restano), sul web, nei video, sulle diverse piattaforme, nelle piazze affollate di “Repubblica delle Idee” o nei teatri delle grandi città di “Repubblica Insieme”, dove le edizioni locali sono insostituibili sentinelle del territorio. Certo, abbiamo avuto i nostri difetti. E qualche innamoramento sbagliato. Abbiamo fatto sicuramente degli errori. Mai però quello di assecondare gli istinti peggiori o le derive autoritarie. O di confondere aggressore e aggredito, la lotta al terrorismo con la violenza cieca contro i civili inermi. La storia di questi primi 50 anni è la storia di una comunità dove il lavoro della redazione con orgoglio, onestà e trasparenza ha avuto sempre l’identica missione: informare con spirito critico e senso di responsabilità, cercando di meritare ogni giorno la fiducia dei lettori. Questa storia di libertà è oggi la migliore garanzia per i futuri compleanni. Auguri a Repubblica, viva Repubblica.

mercoledì 4 febbraio 2026

Violenza, libertà e polizia

Rita Rapisardi
«Nuovi reati e pene iperboliche non risolvono i conflitti sociali»
il manifesto, 4 febbraio 2026

Dottor Enrico Zucca, pubblico ministero del processo sulle torture alla scuola Diaz nel luglio 2001, oggi procuratore generale a Genova, con le sue parole all’apertura dell’anno giudiziario ha posto l’accento sul recuperare l’azione della polizia alla tutela delle libertà.

Qual è il senso oggi con il governo che spinge verso una nuova stretta?

L’ottica repressiva di una polizia in postura militare contro un nemico indistinto, che si annida tra la folla di manifestanti, rischia di farla diventare il bersaglio d’ogni insoddisfazione, identificata con l’oggetto della protesta. Mentre la sua funzione è la tutela del diritto di manifestare, minato anche dall’azione dei violenti. Poliziotti guardiani di libertà e non guerrieri, perché la degenerazione dell’azione della polizia nel G8 ha rappresentato un trauma con effetto di deterrenza per il diritto di protesta, non per le frange violente, che ora puntualmente ritroviamo.

Le reazioni ai fatti di Torino di sabato scorso sembrano invece evocare il pugno duro.

Nuovi reati, aumenti di pene iperbolici sono risposte che placano ansie difensive, allarme sociale, senza alcun effetto pratico. La realtà impietosa rivela incapacità a risolvere sul piano penale fenomeni di conflitti sociali e dissenso violento, che sono presenti altrove in misura anche maggiore. Francia, Inghilterra hanno conosciuto vere e proprie rivolte violente estese all’intero territorio, non a qualche miglio quadrato delle nostre città. I reati commessi dai violenti sono repressi in Europa con condanne che non superano in media i due anni di reclusione. Il reato di devastazione e saccheggio, contestato con facilità dalle nostre procure, è punito con una pena minima di 13 anni e massima di 20. Dubbi sulla proporzionalità della pena li ha sollevati anche la Cassazione francese nell’ambito di una procedura di estradizione per un condannato del G8 a 15 anni. Quale effetto di deterrenza può avere allora questo overcharging? Non bastano i 15 anni a cui si può arrivare per il reato di resistenza aggravata durante la manifestazione?

La procura di Torino ha formalizzato l’apertura di un procedimento per devastazione, mentre Piantedosi ha parlato addirittura di terrorismo.

I suggerimenti governativi trovano già orecchie ben attente. Non è questo il punto. Perché la sanzione penale fino a tale parossismo è l’altra faccia dell’impotenza dello Stato a governare i fenomeni di violenza, siano hooligans o antagonisti vari. Se poi si mira a una prevenzione che restringe libertà fondamentali, si rinsalda l’immagine caricaturale dello Stato autoritario che i violenti si rappresentano, pensando di legittimarsi come paladini di libertà, mentre la loro azione è speculare manifestazione di rabbia impotente. L’estrema visibilità data dai mass media alla ripresa e narrazione delle azioni violente asseconda la finalità dimostrativa e simbolica delle stesse. Lo scopo dei violenti è da sempre evidenziare l’aspetto autoritario dello Stato dietro il volto democratico, che invece è il volto più temibile che rinunciamo a mostrare per vincere la nostra battaglia. Lo ricordava il giudice torinese Vladimiro Zagrebelsky, membro della Corte di Strasburgo, citando le parole di Robert Badinter, già ministro della Giustizia francese, per cui la lotta al terrorismo è questione di difesa dei nostri valori e diritti, anche nei confronti di coloro che possono cercare di distruggerli: «Non vi è nulla di più controproducente che combattere il fuoco con il fuoco, dare ai terroristi il pretesto ideale per trasformarsi in martiri e per accusare le democrazie di usare due pesi e due misure».

Spesso si usa il teorema dell’associazione a delinquere o terrorismo senza successo. È utile?

Attente analisi sottolineano che negli scontri di piazza non si tratta di terrorismo, ma di un fenomeno più complesso e composito, che spesso trasforma estranei, coagulati intorno alle violenze di pochi, in partecipanti al contrasto verso un’ingiustizia ritenuta. Cruciali per l’estensione del fenomeno, lo dimostra l’esperienza straniera, sono proprio la reazione della polizia e la sua reputazione. La necessità di inquadrare il fenomeno entro schemi di criminalità organizzata, di gruppi, di bande o associazioni, rischia di non cogliere le radici del dissenso violento.

I nuovi decreti sicurezza spingono verso norme ancora più securitarie e verso lo scudo penale non solo per la polizia.

Sul filo del rasoio della costituzionalità si propone una sorta di scudo per la polizia. Un ritorno a passate normative, già ripudiate in nome di quel nuovo codice tanto venerato oggi. Il chilling effect di un’indagine contro i poliziotti è smentito dalla semplice statistica dei procedimenti, men che mai delle eccezionali ipotesi di condanna. La realtà vede piuttosto una riluttanza a perseguire gli abusi, certo non zelo inquisitorio della magistratura, che in ogni caso ha sempre correttamente considerato il difficile contesto operativo degli agenti impegnati in ordine pubblico.

venerdì 9 gennaio 2026

Uccisa a sangue freddo

Mario Del Pero
Odio e violenza, gli Usa sull'orlo della catastrofe

Domani, 9 gennaio 2026

Aveva trentasette anni e un figlio di sei Renee Good, la donna di Minneapolis uccisa con tre colpi al volto da un agente dell’Ice, l’agenzia del dipartimento della Homeland Security responsabile per l’immigrazione trasformatasi in questi mesi in una sorta di polizia privata dell’esecutivo. Svolgeva il ruolo di legal observer: persone che monitorano l’operato delle polizie, locali e federali, e il loro rispetto delle regole. E come altri si era recata in un quartiere di Minneapolis dove l’Ice aveva lanciato uno dei suoi periodici rastrellamenti: in questo caso contro quella comunità somala che il presidente ha definito a più riprese «immondizia».

I video, scioccanti, paiono inequivoci, anche se è doveroso ora attendere che le indagini facciano il loro corso. L’impressione è che Good possa avere agito con goffaggine, in preda al panico, ma non che la sua intenzione fosse di usare l’auto contro l’agente, giustificandone in ultimo la reazione, come sostengono le autorità federali. È probabile che nella risposta dell’agente abbia agito il combinato disposto di dilettantismo e senso d’impunità che pare contraddistinguere l’operato di persone chiaramente impreparate come molti di quelli che lavorano per l’Ice.

L’agenzia sta procedendo a reclutare a ritmo accelerato, senza i necessari criteri selettivi e, pare, privilegiando logiche di appartenenza ideologica: i suoi dipendenti sono più che raddoppiati in meno di un anno e dovrebbero crescere di quattro volte durante il mandato di Trump. Per ragioni di sicurezza personale – asseriscono - operano mascherati e privi di identificativo, il che ne facilita l’azione arbitraria e discrezionale, alimentando il rischio che ai raid di volta in volta si aggiungano membri di gruppi paramilitari del suprematismo bianco.

Il presidente Trump e la segretaria della Homeland Security, Kristi Noem, hanno subito preso le difese dell’agente, arrivando a presentare la sua azione come una forma di autodifesa o, addirittura, di risposta a un «atto di terrorismo interno». Reazioni attese, queste, e nondimeno illustrative dell’assenza di responsabilità e di senso delle istituzioni da parte di chi guida oggi il paese se non della deliberata volontà di alzare la soglia dello scontro.

Perché questo è chiaramente l’obiettivo di Donald Trump: esasperare il conflitto, produrre reazioni violente, e giustificare un’ulteriore stretta repressiva e autoritaria. Ci si muove in altre parole su un crinale sottile e pericolosissimo, a maggior ragione in un anno elettorale come questo, con proiezioni e sondaggi che al momento lasciano prefigurare la riconquista quasi certa della Camera da parte dei democratici.

Acuire lo scontro serve a vari scopi. Legittima innanzitutto l’escalation nei raid dell’Ice, negli arresti arbitrari e nelle espulsioni. Permette, in secondo luogo, di intensificare il conflitto con le autorità statali e municipali governate dai democratici, con l’obiettivo ultimo di piegare la dialettica del federalismo ancor più a vantaggio del potere federale.

Consente, infine, di alimentare quella narrazione emergenziale a cui si appoggia sistematicamente l’amministrazione repubblicana per giustificare l’adozione di misure straordinarie se non la creazione di un vero e proprio stato di eccezione.

Che potrebbe anche essere invocato per adottare provvedimenti restrittivi nell’accesso al voto il novembre prossimo.

È un chiaro slittamento autoritario, quello in atto da quasi un anno. Contro il quale si sono attivati finora due forme di resistenza: due contropoteri. Quello, istituzionale, dei tribunali, che hanno bloccato numerosi provvedimenti dell’esecutivo e che in questo 2026 coinvolgerà molto anche la Corte Suprema, che proprio sull’abuso presidenziale nella federalizzazione e dispiegamento della Guardia nazionale a Chicago si è recentemente pronunciata contro l’amministrazione. E quello della mobilitazione popolare, fatta di proteste, manifestazioni, resistenza non-violenta e, quando vi è stata la possibilità, voto, come nel ciclo elettorale del novembre scorso.

È fondamentale, per il suo successo, che questa mobilitazione rimanga il più possibile pacifica. Fondamentale e, come abbiamo visto a Minneapolis, ogni giorno di più immensamente difficile.