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venerdì 1 agosto 2025

La Canossa di Ursula


Mario Monti: "L'Ue ha perso, serviva più coraggio. Il campo da golf la Canossa di Ursula
Francesco Munafò
La Stampa, 1 agosto 2025

« Secondo me la partita sui dazi è persa, anche se è ancora aperta», dice Mario Monti. L’ex primo ministro, che da commissario europeo osò stangare Microsoft, parla alla rassegna PiazzAsiago, intervistato da Alessandro De Angelis e David Parenzo. Ecco i passaggi chiave. «Il nostro interlocutore storico, gli Stati Uniti, a differenza di tutte le altre negoziazioni, ha affrontato questa prova con baldanza e con il desiderio di essere temuto. Per questo modo dilettantesco di fare politica lo abbiamo un po’ deriso per sei mesi… e poi abbiamo chinato il capo. Questo avrà conseguenze molto negative per l’Europa, e non sono sicuro che nel medio-lungo termine ne abbia di positive per gli Stati Uniti. Ma l’Europa ha malamente perso questa sfida, validando il metodo bullistico del presidente Trump nel gestire le relazioni internazionali».

Secondo lei Ursula von der Leyen ha sbagliato la gestione oppure era ostaggio delle richieste dei governi europei?

«Abbiamo il dovere di criticare sia la Commissione europea – e la sua presidente, che io tantissime volte ho sostenuto – sia i governi nazionali, alcuni in particolare».

Per quale motivo dobbiamo criticare la Ue?

«Sarebbe bello che l’Europa potesse eliminare il diritto di veto in alcune materie, come la politica estera o quella fiscale. Allora sì che si farebbe valere. Ma se c’è un campo in cui gli Stati membri, tradizionalmente e giuridicamente, non dico siano assenti, ma lo sono molto meno che in altri, è quello del commercio internazionale. Sono due e mezzo i campi in cui, nel tempo, l’Unione ha fatto il balzo nella concessione di potere. Uno non è gestito dalla Commissione, ma dalla Banca centrale europea. L’altro e mezzo è invece gestito dalla Commissione: la politica della concorrenza e, ribadisco, il commercio internazionale, soprattutto la materia dei dazi. Da parte mia c’è una certa tristezza: abbiamo perso la possibilità di usare come si deve uno strumento di policy quasi federale».

Perché?

«In questi giorni è stato ricordato quando, durante la Commissione Prodi, abbiamo avuto grandissimi confronti con le imprese americane. Attenzione: George W. Bush era meno temerario, visionario e “caligolesco” del suo epigono attuale. Però, ridendo e scherzando, è uno che ha scatenato due guerre».

In un’intervista a La Stampa, Prodi ha ricordato che, con lui presidente della Commissione e lei Commissario alla Concorrenza, siete riusciti a multare Microsoft. Non era facile.

«Anche allora c’erano diversi Stati membri che ci dicevano di non scherzare con gli Stati Uniti. Noi siamo andati oltre le forti obiezioni di quei governi. E lo abbiamo fatto».

Oggi che cosa avrebbe fatto? Minacciato una guerra commerciale? Una global tax sui colossi del web?

«Posso dire cosa suggerirei in questo momento alla Commissione, perché – come dicevo – la partita non è chiusa. Io credo che l’unico punto su cui Trump e gli Usa abbiano ragione sia la questione degli oneri per la difesa europea. Il modo in cui, di colpo, ci siamo prestati a promettere di passare dal 2 al 5 per cento è stato un po’ rocambolesco, ma su questo l’America ha ragione. Alcuni di noi lo dicono da anni. Ci siamo indeboliti in tutte le materie, e lo vediamo oggi con i dazi, perché abbiamo affidato la nostra difesa pensando che mai più si sarebbe posto un problema di guerra attorno all’Europa. E non considerando che, prima o poi, gli Stati Uniti ci avrebbero detto: “Ragazzi, ma dobbiamo pagare tutto noi?”».

E quindi?

«La mia tesi è che, anche se gli Stati Uniti decidessero di continuare da soli, noi non possiamo più permetterci di affidare la nostra sicurezza a un Paese la cui politica internazionale è stravagante e volatile, e di cui non possiamo a priori fidarci. Non farei marcia indietro su quello che l’Europa ha promesso al vertice della Nato, quello no. Però su tutto il resto mi metterei con puntiglio. In quella stessa occasione si è svolto il G7 e faticosamente e con anni di lavoro, l’Occidente - che qualcuno pensa sia una cosa eterna - aveva fatto un accordo sulla minimum global tax, con cui tutte le imprese multinazionali dovrebbero pagare almeno il 15%. I sei non americani del G7 hanno largheggiato, con buona predisposizione psicologica verso Trump. Io mi sono informato all’Ocse: “C’è o non c’è una dichiarazione formalizzata?”-. Mi hanno spiegato che c’è un accordo politico, un po’ come quello che sul piovoso green della Scozia, in una nuova localizzazione di Canossa, una signora europea è andata a portare a un signore americano che era proprietario di quel terreno. Dunque l’Europa, il Giappone e il Canada non firmino quella cosa che non c’è ancora. Le democrazie liberali che si trovano a disagio ad accettare le sopraffazioni dovrebbero creare un’alleanza».

E la reazione del governo Meloni?

«Non vorrei che credessimo che davvero Meloni e gli altri abbiano a cuore l’interesse nazionale. È mai possibile che l’Italia abbia tre interessi nazionali a seconda di chi parla? Mi aspettavo più coraggio. Il potere politico è al servizio della collettività, non degli interessi di alcune categorie. Oggi quindi non darei sussidi».

Italia e Germania hanno frenato di più sull’ipotesi dei contro-dazi. Che ne pensa?

«Su questo tema metto sullo stesso piano Friedrich Merz e Meloni, che finiranno forse dalla stessa parte politica. Merz può considerare il settore dell’auto di interesse nazionale, mentre in Italia l’idea per cui si è battuta il nostro governo favorendo l’appeasement nei confronti degli Stati Uniti per far soffrire meno la nostra industria non ha funzionato. Si è continuato a narrare che l’uomo più potente del mondo asseconda una certa parte politica dell’Italia e dell’Europa e che quindi al suo servizio l’Italia può avere un ruolo strategico».

Che ruolo ha il Pnrr?

«Dopo il Covid il Pnrr era nato per alimentare la resistenza e la crescita italiana facendo investimenti strutturali: non dovremo bere la tesi che l’industria italiana è cosi importante che dopo che il governo ci è passato sopra dovremo usare i soldi dei cittadini. Sarei totalmente contrario a far pagare ai contribuenti il conto di una incauta e cinica politica europea sui dazi».

domenica 30 marzo 2025

Gattopardi in agguato

 


Luciana Cimino, Meloni e Calenda, il nemico è solo nel centrosinistra
il manifesto, 30 marzo 2025

Quando si prova a mettere a proprio agio qualcuno, può essere comodo trovare un nemico in comune di cui sparlare. Questo deve aver pensato Carlo Calenda quando ha ricevuto la conferma della partecipazione della premier Meloni al congresso del suo partito, Azione, a Roma. Ieri il tema è stato la chiamata alle armi (la scarna scenografia ha messo in risalto le bandiere di Ucraina, Georgia, Ue) e Calenda ha voluto offrire alla stampa la sua coalizione dei volenterosi: Pina Picierno, Mario Monti, Paolo Gentiloni, il ministro della Difesa Crosetto, il responsabile organizzazione di FdI Donzelli seduti in prima fila, accolti da Matteo Richetti.

GLI ATTACCHI ai «pacifinti» (un’espressione del leader di Azione mutuata dal lessico della destra) erano attesi ma Calenda, tra Matteo Salvini e Giuseppe Conte, ha scelto di inveire solo contro il secondo per non mettere in difficoltà la presidente del Consiglio. Cortesie per gli ospiti, soprattutto per quella grazie alla quale ha avuto la massiccia copertura dei media che dal primo mattino affollavano la piccola sala del Rome Life Hotel. Come spesso si fa in questi casi, gli organizzatori avevano preso uno spazio di dimensioni modeste per dare l’effetto pienone.

Ma l’operazione non è del tutto riuscita: i pass della stampa, gialli, erano in evidente soprannumero rispetto a quelli rossi dei delegati e ai pochissimi verdi degli iscritti. Quando la premier (scortata dal suo braccio destro Patrizia Scurti) in tutta fretta e senza sottoporsi ad alcuna domanda dei giornalisti come d’abitudine, ha lasciato l’hotel, ed è toccato quindi a Crosetto intervenire dal palco, la sala ormai era mezza vuota. Ma non importa: la scena di amorosa reciprocità di intenti tra Azione, formalmente all’opposizione, e il governo era già andata in onda. Il discorso dell’ex ministro degli esecutivi Renzi e Gentiloni e quello di Meloni sono stati conformi nello stile e quasi sovrapponibili nei contenuti.

Entrambi sono stati costretti a cominciare giustificandosi di aver mandato l’invito, il primo, e di averlo accettato, la seconda. Così come entrambi sono stati costretti ad abusare della parola «confronto» e a dipingersi nel ruolo di geni incompresi. Se lui va a braccetto con Fdi la colpa è degli alleati: «Non stiamo nel campo largo perché c’è un problema con il Movimento 5S: l’unico modo per averci a che fare è cancellarlo». Se lei è travolta dalla polemiche è perché «l’opposizione è ideologizzata». «Sono contento di avere la presidente del Consiglio perché difendere l’Ucraina, stando al governo non è una cosa né popolare né facile e io voglio riconoscerla», esordisce Calenda. «Ad Azione voglio riconoscere la capacità di essere una forza politica che si confronta nel merito delle cose, che non ha paura di condividere le soluzioni, di metterle a disposizione degli altri e della nazione», risponde lei.

CALENDA, ogni volta che deve esprimere un concetto, premette: «Sono liberale, nessuno più di me» e «sono atlantista, nessuno più di me». La seconda si rifugia nel repertorio di smorfie e battute (la più efficace al padrone di casa: «Ho letto che vengo qui per una scorribanda tra i moderati, ma dopo l’intervento di Carlo porterò io un po’ di moderazione»), prima che un lungo elenco di presunti traguardi della sua legislatura tramortisca la platea. Gli argomenti in cui le posizioni sono comuni sono molti: riforma della giustizia, avversione al green deal, ritorno al nucleare, gestione dei servizi idrici. Sui pochi che li dividono, come le politiche di Trump, il padrone di casa non ha nessuna critica, solo consigli affettuosi: «Se fossi Meloni cercherei di stare aggrappata agli Usa». Meloni si premura di specificare che l’interpretazione data dai giornali alla sua intervista al Financial Times in cui si diceva d’accordo con le parole sugli europei del vicepresidente Usa JD Vance è errata.

MENTRE CORRETTA è quella della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen che ringrazia «per aver ribadito la mia posizione». Poi attacca la segretaria dem: «Schlein dice che gli Stati Uniti non possono essere nostri alleati, vuole che «l’Europa diventi una grande comunità hippie demilitarizzata». «Il bipolarismo non è un destino», commenta soddisfatto Calenda. Nel foyer i delegati sono confusi tra esaltazione e cautela. Nessuno vuole commentare il discorso della premier ma tutti vogliono sottolineare «il coraggio di Carlo». «Sarebbe un fenomenale presidente del Consiglio – dice ai cronisti un ragazzo del gruppo di Azione Under 30 – crediamo in lui» e alza lo sguardo verso il ballatoio. Ma qualcuno sottovoce suggerisce: «Non indicare proprio quelli, sono figuranti».

sabato 30 maggio 2015

Come si è arrivati al sistema politico tripolare

Aurelio Musi
Morte e trasfigurazione della forma-partito
L'Acropoli Blog, 8 febbraio 2015
Il grassetto non figura nella versione originale

Negli ultimi anni la transumanza di parlamentari da un partito a un altro è diventata un’inarrestabile tendenza. Pochi giorni fa un’intera formazione politica, Scelta Civica, nata per impulso di Mario Monti, si è quasi completamente dissolta e la maggioranza è confluita nel partito democratico. E’ questo, per ora, solo l’ultimo atto di un processo di profonda trasformazione che ha investito partiti storici italiani, soggetti politici più recenti e la stessa forma-partito come l’abbiamo conosciuta sia in tempi più risalenti come partito di massa sia in anni più vicini a noi.
 E’ il caso allora di ripensare brevemente la storia dei partiti italiani dalla crisi del 1992-93 ad oggi. In poco più di un ventennio abbiamo assistito a veloci cambiamenti che non hanno reso possibile una relativa stabilizzazione del sistema politico italiano e che – è legittimo ipotizzarlo alla luce di quel che è accaduto – non lasciano ancora prevedere una sua possibile e duratura definizione.
  La crisi successiva a Tangentopoli ha contribuito ad eliminare dalla scena politica italiana alcuni partiti storici: la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, il Partito Repubblicano. Il Partito Comunista, pur non essendo stato direttamente investito dal ciclone di Mani Pulite, sia per i contraccolpi della fine dei regimi comunisti in Europa, sia a seguito di un processo di evoluzione interna, sia per il venir meno della “conventio ad excludendum” che l’aveva tenuto fuori dell’area di governo, è decisamente cambiato.
  La nascita di Forza Italia e della Lega ha introdotto ulteriori novità soprattutto nella struttura e nella fisionomia della forma-partito. Da un lato, un “partito azienda” che ha assunto i connotati di un “partito personale”, non ha rinunciato ad ereditare alcuni caratteri del “partito pigliatutto” come la tendenza a svilupparsi nell’intero territorio nazionale, la ricerca del consenso in ampi strati sociali, l’assenza di ideologia, ma si è distinto dal partito pigliatutto, esemplificato nella DC, soprattutto sulla questione della leadership, considerata unica e indiscutibile e identificata nel capo, Silvio Berlusconi. D’altro lato, una formazione politica come la Lega di Bossi, un “partito territoriale” che ha fondato la ricerca del consenso al suo stato nascente soprattutto sulla polemica contro “Roma ladrona”, le parole d’ordine ispirate al separatismo, la lotta alla corruzione.
   Il successo delle due formazioni, Forza Italia e Lega, non ha impedito comunque la sopravvivenza di un’area moderata, distinta dalle altre due, che, dopo aver coltivato l’illusione della costituzione di un Grande Centro in Italia, ha quindi svolto la funzione di alleato della destra.
  Dopo un lungo periodo di egemonia berlusconiana e di governi di centro-destra, l’ascesa di Matteo Renzi alla guida del Partito Democratico ha scompaginato gli equilibri politici precedenti e ha condotto al successo il suo partito, che oggi è insediato con relativa stabilità al governo del paese. Renzi ha determinato contraccolpi di natura diversa. Ha portato il pd ad oltre il 40% di consensi elettorali. E’ riuscito a sottrarre il partito di Alfano alla sudditanza di Berlusconi e ad integrarlo nell’area di governo. Ha insediato nel pd una nuova leadership che ha profondamente rinnovato il suo gruppo dirigente. Ha notevolmente influito sulla crisi di Forza Italia, partito che oggi è diviso tra molte anime e non è più saldamente controllato da Berlusconi. Sta cambiando la stessa forma-partito del pd: un nuovo “partito personale” che aspira a diventare “partito della nazione” e a cercare consensi nell’area moderata dell’elettorato.
  Questo non significa che siamo passati dall’epoca del “bipolarismo imperfetto” e dell’alternanza non ancora pienamente realizzata all’unipolarismo renziano. Per ora, certo, non si scorgono all’orizzonte soggetti politici in grado di contrastare l’egemonia renziana. Tuttavia sia il Movimento 5 Stelle sia la nuova Lega di Matteo Salvini sono in grado di proporsi come potenziale alternativa al pd di Renzi, anche se avranno non poche difficoltà a porsi al centro di uno schieramento di alleanze.
  Se questa è in estrema sintesi la nostra storia recente, è possibile oggi ipotizzare una nuova geografia politica italiana che, probabilmente, si articolerà in più poli e che rappresenterà un relativo superamento della classificazione destra/sinistra. Il primo polo è costituito da un grande partito pigliatutto di sistema, quello renziano, capace di aggregare consensi tra gli elettori tradizionali del pd, moderati e di attrarre voti da Sel. L’altro polo è costituito dal Movimento 5 Stelle che, tuttavia, ha non pochi problemi di leadership, appare come un soggetto politico privo di una stabile forma-partito, con continue emorragie di parlamentari. Il terzo polo è la Lega di Salvini, non più partito territoriale ma nazionale, che guarda soprattutto all’Europa e ai suoi movimenti populisti. Quanto a Forza Italia, esso resta la vera incognita attuale.

martedì 22 ottobre 2013

Che cosa ha rappresentato Monti







Giulio Sapelli
, L’inverno di Monti. Il bisogno della politica, Guerini e Associati, Milano, 2012.

Recensione di Federico Magi, Lankelot, 27 marzo 2012


I said to my soul, be still, and let the dark come upon you. Which shall be the darkness of God. T.S. Elliot, East Coker

“Ora è il più freddo degli inverni, quando si può piangere di sadica crudeltà allontanandosi sempre di più dalla giustizia comunicativa”(p.72)
Che il governo Monti sia un’anomalia credo sia lampante anche agli occhi dei suoi più strenui sostenitori, non fosse altro per il modo in cui si è insediato che definire inusuale risulta certo un eufemismo. Però Monti serviva, serviva eccome, ci è stato detto da più parti: filosofi, scrittori, giornalisti più o meno illuminati e opinionisti di varia specie e natura hanno accolto Monti come il “salvatore dell’Italia”. E lui si è calato nella parte come un novello Batman, non c’è che dire. L’ordine nuovo ha fatto sì che, in una nuova gerarchia, prima venga Monti e poi la politica, i partiti. È stata un’urgenza, una necessità. Una medicina amara da buttar giù tutta d’un fiato per tornare a stare bene. E la politica come l’ha presa? La politica è attualmente prona e statica, prende fiato per reinventarsi o quanto meno riproporsi agli elettori, tra un annetto abbondante, sperando di essersi rifatta il trucco dopo anni di immobilismo e di connivenza con quei poteri (finanza, grandi banche) ai quali da tempo ha dovuto abdicare. Ma davvero Mario Monti era l’unica medicina possibile, per l’Italia? A questa domanda, facendo un po’ di storia recente, risponde con argomenti taglienti e uno sguardo lucido da economista che indaga profondamente i processi storico-politici, il professore ordinario di Storia economica all’università degli Studi di Milano, nonché editorialista del Corriere della Sera, Giulio Sapelli. Nel suo L’inverno di Monti, edito da Guerini e Associati, ci dice che l’inamidato professore bocconiano non solo non è la cura, ma è un passo ulteriore verso un baratro che vede l’Italia e l’Europa in posizione declinante rispetto a un oriente (Cina e India, ma non soltanto) in costante espansione economica che fatalmente diventerà l’interlocutore privilegiato della maggiore potenza occidentale: gli Stati Uniti.
Per spiegarci il perché di tutto ciò Sapelli analizza un po’ di storia economico-politica dell’Italia in rapporto all’Europa, e dell’Europa rispetto all’intero Occidente, toccando rapidamente i punti chiave a supporto della sua visione di fondo. Prima di tutto, la specificità dell’Italia rispetto all’egemonia tedesco-europea, la sua eterogeneità, l’intreccio tra nazione e internalizzazione operante sin dalla nascita come stato:  “Un intreccio che non è mai stato culturalmente condiviso e che si è rivelato predatorio sul piano del capitale fisso e intellettuale dall’Italia secolarmente accumulato”. Intreccio che diventa vizioso nella seconda metà del Novecento, evidenziato da alcuni fatti che, secondo Sapelli, vanno tutti nella stessa direzione come “la rapina della divisione elettronica dell’Olivetti da parte della Fiat e Mediobanca, l’assassinio di Mattei, la messa fuori gioco di Ippolito nel campo nucleare, sino alla recente spoliazione dell’industria nazionale per mano di privatizzazioni senza liberalizzazioni”. Da questo punto di vista, ci dice Sapelli, Prodi è stato molto più organico di Berlusconi rispetto ai poteri che ci tengono in scacco, ma tutte e due le grandi coalizioni elettorali che si sono succedute in questi ultimi vent’anni sono risultate inefficaci davanti al potere delle banche e dell’Europa germanocentrica. Eppure Berlusconi avrebbe potuto fare di più e meglio, secondo Sapelli, viste le interessanti scelte (il legame organico con Putin e con gli stati dell’Africa del nord) che rompevano quest’asse che ci vedeva costretti in un gioco politico-economico di sostanziale subalternità. Ciò non fu possibile per due motivi fondamentali: l’eterogeneità del governo di centro-destra e una evidente mancanza di realismo politico che lo ha portato a sottovalutare l’asse franco-tedesco pronto a far man bassa dell’Italia in svendita. Ed ecco che arriviamo al governo Monti, anzi sarebbe meglio dire Monti-Napolitano, voluto fortemente e ottenuto con abile gioco di mano dal Presidente della Repubblica proprio in ossequio alla realpolitik tanto invocata dall’Europa della Merkel e tanto carente nei governi del Cavaliere. E qui Sapelli ci va giù duro e spiega senza mezze misure l’inganno Monti e i pericoli che l’operazione ideata da Napolitano porta con sé: “Tutto è instabile, tutto rischia di rovinarci addosso. E proprio in questa situazione il Presidente della Repubblica Italiana pensa di  sortire da essa con una sorta di imitazione delle dittature romane. La prassi con cui si è proceduto alla nomina di Mario Monti prima senatore a vita, poi Primo Ministro, ricorda l’essenza del processo di nomina del dictator romano”.
Monti, per Sapelli, è la quintessenza della morte dell’ideologia, perché egli non è altro che ”l’esponente del blocco poliarchico italico organicamente europeo: grandi banche, grandi scuole internazionali di business, grandi società di consulenza”. È il garante di quell’establishment che al contrario dovremmo combattere per rialzare la testa e riaffermare la capacità di autodeterminarci sia economicamente che politicamente, in Italia come in Europa. Tra l’altro Monti rappresenta anche il potere oggi in crisi Italia: “le grandi banche e i loro legami col mondo produttivo, universitario, in definitiva sociale”. L’unico reale antidoto possibile, secondo Sapelli, contro il declino dell’Italia, ma in una più ampia analisi di tutto il Vecchio continente, è il ritorno alla politica, perché il diffuso populismo e la deflazione europea e mondiale ci dicono che il rischio di nuove dittature è tutt’altro che scongiurato. In Italia, ad esempio, la conseguenza di questo rifiuto della soluzione politica di cui si sono resi responsabili i principali partiti, è stata ”non soltanto l’aumento della sofferenza sociale, ma anche l’emergere di una crudeltà istituzionale sino ad oggi inusitata”. I professori, da questo punto di vista, non solo sono una anomalia che promuove rimedi basati sull’astrattezza delle tesi, ma hanno la colpa ancor più grave di “concepire i soggetti umani come cavie e non come persone”. Senza mezzi termini Sapelli ci dice che quello Monti (Napolitano) non solo non è il governo che ci salverà dalla crisi, ma è addirittura il peggior esecutivo possibile immaginabile visto i tempi e le urgenze politiche, economiche e sociali: ”Questi dictator dimidiati non fanno che aumentare la sofferenza, che diventa disperazione”. Sapelli conclude dicendo la sua sui possibili rimedi, peraltro non così impraticabili come qualcuno vorrebbe ancora farci credere: “Si riformino le banche, si esproprino i patrimoni delle Fondazioni Bancarie per trovare i denari per rifondare lo stato imprenditore e si riprenda la via dell’economia mista senza cedere al ricatto che così facendo si sprofonderà nella corruzione”. L’inverno di Monti è un’opera breve ma incisiva, consigliabile a chiunque si interessi di queste materie e a chiunque voglia guardare all’attualità politica senza schemi precostituiti e fuori dalla retorica e dalla subalternità al potere con cui è descritta dai media.

sabato 2 marzo 2013

Monti un anno dopo: mai tanta disoccupazione

MILANO (Reuters) - Il 2013 inizia sotto i peggiori auspici per il mercato del lavoro italiano, che vede il tasso di disoccupazione schizzare al massimo storico.
A gennaio, secondo i dati diffusi da Istat, la percentuale dei senza lavoro è salita all'11,7% - il massimo mai toccato dall'inizio della serie - dall'11,3% di dicembre (dato rivisto al rialzo da 11,2% della prima lettura). Un anno fa, il tasso di disoccupazione era al 9,6%.
Da dicembre a gennaio in termini assoluti il numero dei disoccupati è salito di 110.000 unità, mentre - rispetto allo stesso periodo dello scorso anno - le persone prive di un impiego sono 554.000 in più. Complessivamente i senza lavoro sfiorano i 3 milioni.
I numeri segnalano la fragilità dello stato dell'economia italiana che, dopo un 2012 nero, si avvia verso un altro anno all'insegna della recessione. E arrivano a pochi giorni da un voto che non ha conferito a nessun partito una maggioranza parlamentare in grado di formare un governo, facendo emergere l'avanzata delle forze che in campagna elettorale hanno usato i toni più duri contro il rigore delle politiche portate avanti dall'esecutivo di Mario Monti.
"E' un dato che va oltre ogni peggiore previsione. Nelle nostre attese il tasso di disoccupazione avrebbe dovuto toccare un picco del 12% verso la fine dell'anno. Probabilmente questa soglia verrà sforata molto prima", commenta Paolo Mameli, economista di Intesa Sanpaolo.
Il 2013 dunque rischia di essere ancora più duro sul fronte del lavoro di quanto già non lo sia stato l'anno scorso, che si è chiuso con un tasso di disoccupazione medio annuo al 10,7% da 8,4% registrato nel 2011.
Questo perchè, da un lato, spiegano gli economisti, il mercato del lavoro reagisce in maniera ritardata all'andamento del ciclo economico, particolarmente negativo l'anno scorso, con una contrazione del Pil del 2,4%.
Dall'altro perché il fondo dell'attività economica potrebbe ancora non essere stato toccato, e lo scenario della caduta del Pil dell'1% per il 2013, previsione che accomuna Bankitalia, Ocse e Fmi, potrebbe essere troppo ottimistico alla luce delle indicazioni arrivate dalle ultime indagini qualitative sull'attività economica.
"L'allentamento delle tensioni sui mercati finanziari che si è ravvisato nella seconda parte dell'anno scorso non si è riflesso sull'economia reale. E l'incertezza politica rischia di alimentare una nuova fase di volatilità, che potrebbe ritardare l'uscita dalla fase recessiva", prosegue Mameli, spiegando che questo ha portato Intesa Sanpaolo ad abbassare a -1,5% da -1% la stima per il Pil 2013.
CALANO OCCUPATI E INATTIVI, SALE DISOCCUPAZIONE GIOVANI
Tornando al mercato del lavoro, i numeri mensili di Istat evidenziano, dopo qualche mese di stabilizzazione, una nuova discesa degli inattivi (-0,1% a gennaio rispetto a dicembre) e degli occupati (-0,4%).
"E' la combinazione di questi due fattori che ha fatto schizzare la percentuale dei disoccupati verso l'alto", spiega Loredana Federico, economista di Unicredit.
Da un lato, sono aumentate le persone che - vista la riduzione del reddito disponibile delle famiglie - si mettono in cerca di un lavoro, ma si scontrano con la difficoltà di trovarne uno. Dall'altro, la gelata dell'economia spinge le imprese verso la chiusura o la riduzione degli organici.
La fragilità del mercato del lavoro italiano s'inserisce nella crisi che sta attraversando l'intera zona euro, dove, ha certificato oggi Eurostat, a gennaio il tasso di disoccupazione è salito all'11,9% da 11,8% di dicembre.
In termini assoluti, nei 17 Paesi del blocco dell'euro, le persone senza lavoro sfiorano i 19 milioni. La situazione più drammatica resta quella greca, dove la percentuale dei senza lavoro è al 27%. Seguono la Spagna (26,2%) e il Portogallo (17,6%).
Numeri che sono ben lontani da quelli dell'Italia. Che però, dopo Grecia (59,4%) e Spagna (55%), è il terzo Paese della zona euro ad avere il tasso di disoccupazione giovanile (fascia età 15-24 anni) più elevato: a gennaio è salito al 38,7% dal 37,1%. Un anno fa era al 32,3%.

Elvira Pollina

venerdì 22 febbraio 2013

La nemesi

...A preoccupare i vertici del Pd sono anche i sondaggi che riguardano Monti. Che aprono una prospettiva inquietante. Non è affatto detto, dati alla mano, che il listone del premier riesca a guadagnare al Senato un numero adeguato di seggi. Già, perché se Bersani non riuscirà a ottenere una vittoria piena pure a Palazzo Madama, avrà bisogno come il pane di un gruppo di sostegno montiano. Tradotto in cifre: Scelta civica dovrà ottenere almeno 15, 20 senatori. Tanti ne serviranno, in caso di pareggio, per consentire al Partito democratico di mettere in piedi un governo di centrosinistra.
Peccato che questi numeri non siano, almeno al momento, una sicurezza. I sondaggi infatti raccontano che nelle regioni chiave i montiani arrancano e non riescono a sottrarre voti consistenti al centrodestra. I dirigenti del Pd si sono guardati in faccia con un certo sconcerto, l'altro giorno, quando hanno esaminato i dati segretissimi forniti loro dai sondaggisti. Per forza. Quelle cifre hanno confermato tutti i loro timori: lì dove il Partito democratico va bene, il listone del premier è in affanno. Ergo: non è al centrodestra che il premier toglie i voti. Perciò, detto in parole povere, un Monti che non riesce a fare argine nei confronti delle truppe berlusconiane rischia di servire poco o niente al centrosinistra.
Di più, e di peggio: nelle regioni chiave, quelle in cui centrosinistra e centrodestra combattono la battaglia campale per il Senato, i montiani rischiano di essere ininfluenti. In Lombardia è testa a testa. In Sicilia pure. In Veneto Bersani e i suoi alleati perdono senza possibilità di sorprese dell'ultima ora, mentre in Campania la vittoria è saldamente nelle loro mani e di lì non si sposterà. Ebbene, in queste regioni Monti rischia di non fare comunque la differenza. Il che significa che tutti i calcoli che sono stati fatti finora al Partito democratico vanno rivisti.

Maria Teresa Meli
Corriere della Sera, 22 febbraio 2013
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La nemesi

Non si sa come andranno le elezioni. E' tuttavia improbabile che il Pd con Sel riesca a ottenere la maggioranza assoluta. I contorni esatti di ciò che sta per accadere non possono essere previsti. Il dato certo sembra allora essere questo: comunque vada, il fattore decisivo sarà dato dalla combinazione di due risultati: il livello raggiunto nell'ascesa dall'ondata grillina e quello toccato nella discesa dalla coalizione di Monti. E questo spiega tante cose. Intanto e soprattutto una che si può riassumere con la formula di Lorenzo il Magnifico: Del doman non v'è certezza. Né Monti né Grillo hanno lasciato intravedere un atteggiamento tranquillo e responsabile. Può darsi che a urne chiuse vi sia un soprassalto di resipiscenza. Una qualche maggiore ragionevolezza. Mettetevi però al posto di Monti e di Grillo. Non siete usciti davvero vincitori dalle elezioni. La sorte del mancato vincitore è nelle vostre mani. Gliela farete pagare, non avrete pietà, vorrete ottenere contropartite di alto valore pratico e simbolico per una vostra eventuale convergenza su una linea di intesa. Allegria! Magari qualche decisione buona sarà presa lungo questa via. Perché no. Credere invece che alla viste ci sia una piacevole passeggiata, o anche solo una camminata normale, è francamente impossibile.
Naturalmente in quello che accade ci sono delle responsabilità. Vale sempre il severo richiamo di Croce: sarà stata colpa dei pazzi, ma dov'erano i savi allora? Insomma Monti e Grillo sono i frutti di una crisi che altri hanno prodotto e aggravato. Altri chi? La casta con la sua avidità senza freno. La destra con la sua insipienza tecnica. Sì, tecnica. I tecnici sono per la destra quello che l'ombra di Banco era per Macbeth. E allora è scattata la nemesi: "Nemesi [la dea] provvedeva soprattutto a metter giustizia ai delitti irrisolti o impuniti, distribuendo e irrorando gioia o dolore a seconda di quanto era giusto, perseguitando soprattutto i malvagi e gli ingrati alla sorte" (Wikipedia). Già, nella mitologia greca, il ritorno del rimosso portava un nome. Noi in base alla nostra conoscenza dei fatti, possiamo fare dei nomi: la politica ha calpestato i cittadini (Grillo) e la competenza responsabile (Monti). Poi possiamo immaginare dei rappresentanti migliori per i cittadini e per la competenza responsabile. Ma è la politica che è rimasta indietro, non la realtà dell'economia e del paese.

giovanni carpinelli

venerdì 15 febbraio 2013

Se la politica sapesse comunicare…













Manifesto realizzato da Reeves per Eisenhower nel 1952: è uno dei primi esempi di collaborazione organica di un pubblicitario ad una campagna elettorale.


 Parliamo di Berlusconi,  Bersani, Monti, Grillo... Ma non vi preoccupate, non ho intenzione di propinarvi un saggio politologico… Vorrei invece riflettere sui due differenti approcci comunicativi che i nostri eroi portano avanti, lasciando però a chi mi legge il compito di trarre le proprie conclusioni.

Da vent’anni a questa parte (dalla famosa “discesa in campo”) stiamo assistendo ad un evidente impoverimento della comunicazione politica, sia in termini di forma sia  - ahimè - di contenuti. Lasciamo da parte per un attimo i contenuti e concentriamoci sulla forma.

In un mio post precedente sostenevo le ragioni di una comunicazione “leggera” contro quella “pesante”. Ma è questo il fenomeno a cui stiamo assistendo? La comunicazione politica attuale si può definire leggera, o forse, semplicemente è superficiale  nel senso deteriore del termine (dico deteriore perché filosofi come Nietzsche rivalutano il valore delle sensazioni di “superficie”)? Nel mio post di cui sopra sostenevo che una comunicazione “leggera” aiutasse a stabilire un contatto, dovesse essere finalizzata a  stimolare una risposta. Mi domando e - se permettete - VI domando se  (disgusto o ilarità a parte) il modo in cui i nostri politici si rivolgono a noi suscita un qualche tipo di reazione. In altre parole: ci sentiamo spinti ad agire? Temo di no. Allora la questione non sta nel fatto se si possa parlare o meno di comunicazione leggera, ma di comunicazione efficace. E soprattutto se “comunicare” significa  “mettere in comune, legare, costruire” e “politica” significa “comunità” (dal greco  “polis”, città intesa come comunità di cittadini), ne deriva che la comunicazione politica dovrebbe essere un processo finalizzato a costruire o a rafforzare quell’insieme di valori su cui si fonda una comunità. Altrimenti non funziona.

Per portare avanti il mio ragionamento mi baso su due presupposti. Primo: come sostiene lo psicologo Paul Watzlawick  “non si può non comunicare”: anche il rifiuto alla comunicazione è una forma di comunicazione. Come pure lo è una “cattiva comunicazione”, quella cioè che ottiene un risultato differente da quello previsto; secondo: la comunicazione politica, almeno dagli anni Quaranta, ha adottato gli strumenti e le tecniche propri della pubblicità.

Partiamo da questo secondo aspetto. Innanzitutto è necessario sottolineare che la pubblicità è una forma particolare di comunicazione che mira a cambiare l’atteggiamento del pubblico, è in pratica una forma di “persuasione”. Secondo Rosser Reeves (teorizzatore dell’Unique selling proposition - USP - più o meno “argomentazione esclusiva di vendita”),  ogni messaggio pubblicitario per essere ritenuto efficace deve soddisfare tre condizioni: 1) deve proporre un beneficio per il consumatore (o elettore); 2) il beneficio deve essere esclusivo (nel senso che gli altri concorrenti non siano in grado di offrirne uno analogo); 3) il beneficio deve essere così accattivante da spingere il pubblico all’acquisto (o al voto).


E già qui ci sarebbe materiale sufficiente di discussione per riempire 100 cartelle… Mi limiterò a dire che non mi pare proprio che nell’attuale campagna elettorale si possano trovare molti soggetti (Berlusconi e Grillo a parte) in grado di soddisfare le condizioni di cui sopra: programmi in genere poco chiari, sostanzialmente poco differenziabili l’uno dall’altro e sicuramente non abbastanza forti da spostare le intenzioni di voto o di spingere al voto. Ma - e qui mi rifaccio alla massima di Watzlawick - anche una pessima forma di comunicazione è comunicazione. Infatti il risultato  di queste campagne elettorali malamente condotte è quello di spingere le persone o verso l’astensione o verso il cosiddetto “voto di protesta”: non è certo un caso se il Movimento Cinque Stelle sta riscuotendo tanto successo. 

A mio avviso infatti è l’unica realtà politica che - ancora Berlusconi a parte (che “meno tasse per tutti”)- ha una unica e chiara “proposta di vendita”: cambiare il sistema politico. Anche il “tono” della campagna grillina contribuisce a raggiungere il risultato: il fatto di andare in mezzo alla gente e parlare con le persone - e farlo con “leggerezza”, nel senso di usare codici linguistici e comportamentali tali da non creare una distanza percepibile tra il leader e gli altri -  provoca coinvolgimento emotivo. E secondo il modello AIDA (lo schema Attenzione-Interesse-Desiderio-Azione  sul quale si basa l’azione pubblicitaria), è proprio il coinvolgimentio emotivo che spinge all’azione, in questo caso al voto. E, come detto, l’ex comico genovese - a cui va riconosciuta l’intelligenza di essersi affidato a chi di comunicazione ne sa veramente - beneficia proprio dell’incompetenza comunicazionale degli altri soggetti politici (ovviamente sempre escludendo Berlusconi)…

La sensazione sempre più consolidata è che la politica  “tradizionale” sia un mondo a parte, con propri codici linguistici e quel che è peggio con una propria rappresentazione della realtà, molto differente da quella della gente comune. Non è certo un caso se libri come “La Casta” hanno avuto tanto successo: il loro merito non è solo quello di portare alla luce le magagne del sistema ma di dare un nome e una definizione a quell’universo che il cittadino comune e la “casalinga di Voghera” sentono come altro da sé. Certo Vendola in passato è stato uno che del parlare al cuore delle persone ha fatto la sua carta vincente: ma il suo progressivo avvicinarsi al PD ha comportato anche l’abbandono di quello stile comunicativo che tanta parte ha avuto nel fargli vincere le elezioni regionali pugliesi per ben due volte.

E se una buona volta questi politici si decidessero a scendere dalla loro torre d’avorio? Forse finalmente comprenderebbero quello che i pubblicitari hanno capito da tempo: la pubblicità da sola non fa vendere! Non basta adottare qualche tecnica o qualche trucchetto, non esistono scorciatoie: o il tuo prodotto è buono e lo sai “vendere bene” o il mercato difficilmente ti premierà. 

Come uscire da questa situazione? Ecco l’uovo di Colombo: applicare il modello Grillo. Attenzione: dicendo questo non voglio dire che Casini debba mettersi a sbraitare come una pescivendola o  Bersani debba presentarsi in mezzo alla folla in maniche di camicia  o che Monti debba adottare un cane (purtroppo gli ultimi due non sono ipotetici paradossi: l’hanno fatto davvero e i risultati sono stati a dir poco comici). Quello che voglio dire è che basterebbe applicare un po’ di sano buon senso: scendere VERAMENTE in mezzo alla gente, capirne davvero istanze e problemi e, soprattutto, adottare un linguaggio realmente leggero, in grado di parlare al cuore delle persone. Adesso a voi lettori (ed elettori) la parola.

mercoledì 2 gennaio 2013

Il gollismo non si addice ai gattopardi

Il centrismo sfuggente del professore



 
Jean Effel presentava così il « matrimonio » di De Gaulle 1) con la Francia (Marianne) 2) davanti al generale Massu 3), uno tra gli insorti del maggio 1958. Marianne era circondata dal radicale Félix Gaillard 4) e dal socialista Guy Mollet 5), tutti e due convertiti alla soluzione gaullista della crisi.
Vignetta di Jean Effel, L’Express, 19 settembre 1958.





 Ma insomma, per come è partito, Monti si pone al centro della scena, oltre che al centro del sistema politico. Vorrebbe quindi disporre ancora del comando. Cosa normale per un politico. Ma su cosa poggia la sua pretesa? Ha salvato l'Italia dal baratro, dice lui. Ma non ha potuto finora dimostrare grandi capacità di decisione. Sul piano dei tagli, come per le liberalizzazioni non ha potuto fare molto. Allora dovrebbe mostrarsi deciso a agire finalmente, ma dovrebbe anche dare un'idea della strada che intende imboccare. E qui il nostro professore diventa sfuggente. Anzi, quanto al suo posizionamento politico, appare confuso. Non si vuole alleare con Berlusconi, d'accordo. Ma si presenta come alternativo alla sinistra. Ha le forze per poter ambire a tale ruolo? Sembra di no. E allora ha solo fretta di accedere nuovamente alla presidenza del Consiglio. Senza avere il profilo del sovrano predestinato che aveva de Gaulle nel 1958. Il quale sull'Algeria non fu molto chiaro. Sembrava propenso a difendere l'Algeria francese, e invece qualche tempo dopo avviò le trattative per il riconoscimento dell'indipendenza. Però de Gaulle voleva riformare le istituzioni. Aveva le forze per farlo. Aveva le idee chiare in proposito e, su queste basi - personale prestigio e volontà di riforma radicale -, affrontò il giudizio degli elettori. Monti al confronto ha il desiderio di mantenere una funzione arbitrale, ma non sembra avere l'ansia di schierarsi più nettamente su terreni difficili. E non ha (ancora) il profilo del sovrano destinato a sciogliere una volta per tutte qualche nodo.

Giovanni Carpinelli
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Monti “il progressista” che non può non dirsi centrista

L’irregolare frase montiana «mi sento progressista» colpisce, ma non regge all’urto. Il doppio test somministrato da Bersani al professore ha fornito un responso inequivocabile sul progressismo percepito da Monti. Il quale al quesito «cosa pensa dei diritti civili» ha risposto, nel documento in sette punti twittato l’ultimo dell’anno, con un’intenzionale linea di vuoto pneumatico, con concessione ai suoi parlamentari della «libertà di coscienza».
Mentre al «dovrà dirci a chi è alternativo», Monti continua a replicare da teorico delle divergenze parallele. Non siamo «contro questo o contro quello», «non vogliamo coprire una posizione di centro tra sinistra e destra», né «inserirci tra due poli», ma «rompere barriere e confini». Questa sindrome del non volersi dire centristi, che riemerge nel documento di fine anno, stride con l’affermazione secondo cui «il suddividersi delle forze politiche secondo il vecchio schema destra-sinistra genera disorientamento». La quale, a sua volta, cozza con la vicinanza di Monti al Ppe che del deprecato «vecchio schema» è pilastro europeo. È dura sentirsi progressisti, cercare i voti centristi ma non volersi dire centristi. Ma c’est la vie. È la campagna elettorale, bellezza.

Francesco Lo Sardo, Europa, 2 gennaio 2013

sabato 22 dicembre 2012

Cosa succede nella scuola italiana?


Mario Monti: “Sono pronto, assieme al ministro Profumo, ad ascoltare le istanze che vengono dal mondo della scuola, a patto che siano costruttive, disinteressate e senza corporativismi”
Pier Luigi Bersani: “Nella prossima legislatura, sulla scuola bisogna fare un discorso quasi costituente”; “Avremo fatto anche noi degli errori, ma prima di Berlinguer mi viene in mente la Gelmini”; “Non ci e' piaciuto veder dare schiaffoni alla scuola”.
Roberto Alesse, presidente dell'Autorità di garanzia sugli scioperi: “Il tasso di conflittualità nel settore della scuola e dell'istruzione è in grande aumento”.

Che la scuola sia da tempo oggetto di provvedimenti (e soprattutto di “ clamorosi annunci”) che sembrano sempre più ispirarsi esclusivamente alla pura logica di riduzione della spesa è ormai dato acquisito, anche se le dichiarazioni rese dall’attuale Ministro Profumo subito dopo il suo insediamento avevano acceso (almeno in chi scrive) qualche positiva aspettativa: “Bisogna convincersi che i soldi dedicati alla scuola non sono ‘spese’ ma ‘investimenti’”. Queste all’incirca le sue parole. E invece?
Un breve florilegio sulla recente e ultima polemica relativa all’orario dei docenti.


A) Il collegio dei docenti del Liceo delle scienze umane di Potenza disdice l'invito presso la Camera dei deputati previsto per il 18/12/2012
I motivi di tale disdetta:
1. Nessun docente è disponibile ad accompagnare gli studenti in una sede istituzionale deputata ad ospitare un organo di alta democrazia e che, invece, oggi non rappresenta né il popolo, né tantomeno il mondo della scuola.
2. Gli insegnanti sono stanchi di essere definiti “Fannulloni”, “ Difensori di interessi corporativi”,“Lavoratori a 18 ore settimanali”. Le ore di insegnamento non esauriscono il lavoro dei docenti! Nessuno quantifica il proprio impegno in termini economici, perché esso prescinde dal valore venale ed è sostenuto solo dalla passione e dal senso civico. Non esistono trasferte, rimborsi spese, buoni pasto per i docenti impegnati in: visite guidate, viaggi di istruzione, corsi di aggiornamento ( autofinanziati) e rientri pomeridiani .
3. In dieci anni di riforme, gli insegnanti sono stati sottoposti a pressioni psicologiche di ogni tipo, si cerca di far ricadere sulla scuola ogni sorta di male sociale a cui i docenti devono dare risposte in tempi sempre più ristretti e limitati. Nonostante il massimo impegno di tanti bravi Dirigenti, anche loro vittime di un sistema di tipo tayloristico, gli insegnanti rimangono l’unica categoria che si deve digitalizzare, ma a spese proprie! Come può il Parlamento varare la digitalizzazione se mancano i computer in ogni classe? Quale dipendente pubblico o privato deve dotarsi a proprie spese del materiale necessario per lo svolgimento del proprio lavoro?
4. La scuola pubblica italiana non riesce ad adeguarsi ai livelli degli altri Paesi europei perché le risorse economiche vengono continuamente depauperate da scelte dirette a potenziare solo “le lobby” politiche, trascurando il bene dell’intero Paese. La decisione di “dissanguare” la scuola pubblica per avvantaggiare quella privata, contravviene al dettato costituzionale che ammette sì l’esistenza di scuole private, ma senza oneri per lo Stato. Le scelte politiche assunte esprimono una volontà “conservatrice” che ha l’obiettivo di preservare un secolare legame tra poteri.
Per questi motivi il Collegio docenti, riunito in data 6 dicembre 2012, declina l’invito ed elabora e condivide il presente documento, il quale sarà trasmesso all’Ufficio competente della Camera e agli organi di stampa. Si precisa, altresì, che i motivi della protesta sono stati condivisi con genitori ed alunni.

B) Ufficio Stampa Anief 02/12/2012- Nella scuola nessun corporativismo, ma una richiesta all’unisono: cambiare il modo di gestire la res publica. Invece di inviare accuse irreali alla scuola, il Governo dei tecnici potrebbe lasciare un segno indelebile destinandogli i soldi delle accise sui carburanti o delle tasse turistiche. Ed in generale, rilanciando l’enorme patrimonio culturale dell’Italia.
Il presidente del Consiglio, Mario Monti, non può continuare a dichiarare pubblicamente che la scuola è protetta dal corporativismo e che è pronto ad “ascoltare le istanze del mondo della scuola a patto che siano fatte in maniera costruttiva e senza strumentalizzazioni”. L’Anief risponde a Monti dicendo che nella scuola non esiste alcun corporativismo, ma una sola voce che chiede un profondo cambiamento nel modo di gestire la res publica, la cosa pubblica.
Secondo il presidente dell’Anief, Marcello Pacifico, l’attuale capo del Governo “non dovrebbe dimenticare che è stato un docente anche lui. E anche per questo, l'essere considerato un esperto, è stato chiamato alla guida del Paese. Il problema è che le riforme da lui proposte hanno avuto il solo merito di essere state approvate con maggiore celerità dal Parlamento, senza alcun compromesso, e tuttavia rimangono ancorate alla vecchia filosofia dei tagli lineari e alla pericolosa deriva autoritaria della compressione di diritti inalienabili. Creati dalle democrazie moderne per tutelare il lavoro, la famiglia e la felicità esistenziale”.
Il sindacato non può rimanere inerme di fronte a questa cronica mancanza di sensibilità. Che da diversi anni sta sfiorando l’autolesionismo: come si può definire, del resto, l’azione degli ultimi Governi, che pur cambiando “pelle” continuano a voler risanare l'amministrazione vendendo i suoi servizi e i suoi preziosi beni immateriali? E soprattutto a licenziare i suoi professionisti dell’insegnamento?
Monti dovrebbe sapere – continua Pacifico - che da Platone in poi ai maestri è stato sempre affidato il compito del cambiamento e del buon governo attraverso l'esercizio della giustizia, che non può che essere in primo luogo sociale. Se veramente tenesse alle sorti dell’Italia, il presidente del Consiglio dovrebbe fare di tutto per aumentare almeno di un punto percentuale di Pil l'investimento sul settore dell'istruzione, dell'università e della ricerca”.
Non è vero che è impossibile raggiungere questo obiettivo prioritario, che allineerebbe l’Italia ai Paesi più avanzati dell’Ue e agli Stati Uniti: per il presidente Pacifico, “basterebbe prelevare i soldi dalle accise sui carburanti o dalle tasse turistiche. E più in generale, adottare un serio piano di riconversione della produzione economica-industriale intorno all’enorme patrimonio culturale dell’Italia. Che va valorizzato e non svenduto”.
Anief è convinta che “il prestigio goduto dal presidente Monti in Europa non può essere speso esclusivamente per tutelare interessi economici consolidati. Ma deve poter esser utile al cambiamento, verso un umanesimo che il mondo ci invidia e che ci ha riconosciuto nel recente nobel per la pace. Non vi è pace senza giustizia, e non vi è una società giusta senza cultura”, conclude Pacifico.

C) Associazione Genitori A.Ge. Toscana 23/11/2012 - Professori a 24 ore settimanali: un'occasione perduta, tanta retorica pelosa e qualche sincero dubbio sulla nostra classe politica, ecco il parere di noi genitori, che forse qualche colpa l'abbiamo, perché avremmo dovuto gridare allo scandalo per tempo.
Lavorare 24 ore settimanali a quanto pare è un insulto, almeno a quanto dichiarano alcuni insegnanti di scuola secondaria. Alcuni addirittura per protesta si sono astenuti dal ricevimento dei genitori, in piena violazione degli obblighi contrattuali e interrompendo di fatto un servizio dovuto. C'è da domandarsi cosa ne pensino gli insegnanti elementari, che da sempre lavorano 24 ore, oppure quelli di scuola materna, che di ore invece ne fanno 25. Sarebbe anche interessante sentire il parere del bidello, che lavora 36 ore settimanali e percepisce uno stipendio dimezzato rispetto a quello di un 'professore'.
Ma quello che è veramente istruttivo è scorrere il Bollettino delle Giunte e delle Commissioni Parlamentari (V-Bilancio, tesoro e programmazione) in data domenica 11 novembre 2012. In discussione le Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato, ovvero la Legge di stabilità per il 2013. Il Ministro Francesco Profumo propone un emendamento per riportare a 18 le ore di lavoro settimanali dei professori, a fronte di tagli sul Fondo dell'istituzione scolastica e di altri finanziamenti destinati fra l'altro all'edilizia scolastica e alla sicurezza. Ecco i commenti dei nostri parlamentari:
Pier Paolo BARETTA (PD), relatore per il disegno di legge di stabilità, sottolinea l'importanza del presente dibattito, in cui si è conseguito l'obiettivo di evitare un doloroso intervento sull'incremento dell'orario di lavoro del personale docente.
Renato BRUNETTA (PdL), relatore per il disegno di legge di stabilità, si associa alle parole di soddisfazione espresse dal collega Baretta per il buon esito di questo delicato passaggio parlamentare, con cui si è scongiurato un inaccettabile intervento sui delicati meccanismi di funzionamento del sistema scolastico, non rispettoso della complessità degli impegni lavorativi in capo al corpo docente.
Il Ministro Francesco PROFUMO ringrazia i relatori e il Parlamento nel suo complesso per il ruolo svolto nella ricerca di soluzioni non lesive degli interessi degli studenti.
Ecco, proprio degli interessi degli studenti vorremmo parlare: e se quelle 6 ore in più fossero state dedicate all'aggiornamento professionale, alle ore di recupero per gli studenti in difficoltà e agli interventi di alfabetizzazione
degli alunni extracomunitari, non avremmo forse fatto veramente gli interessi degli studenti? oppure a laboratori, corsi di approfondimento e gite, che sembrano ormai un ricordo in tante scuole italiane.
Per non parlare dei 47,5 milioni di euro tolti dal Fondo dell'istituzione scolastica, proprio quello che finanzia i corsi di recupero e tutti gli altri interventi integrativi che di fatto garantiscono una maggiore qualità al servizio
scolastico. A dir poco un prezzo salato pagato da tutti noi per garantire i privilegi di una minoranza.
Ci dicano i politici cosa fanno gli insegnanti di medie e superiori nelle restanti 18 ore, quelle che NON trascorrono in classe, e poi ne riparliamo.

D) Prof.ssa Fiorella Re 20/11/2012- La categoria docenti (di cui faccio parte) deve rendersi conto che è necessario superare l’ambiguità del nostro orario di lavoro e i sindacati devono collaborare a presentarlo nel giusto modo.
Dobbiamo chiedere di fare 30 ore settimanali di cui il 50% di insegnamento frontale e l’altro 50% relativo alle attività richieste dalla nostra professione (programmazione, preparazione lezioni, correzione elaborati svolti dagli alunni, colloqui con le famiglie e gli studenti, consigli di classe, collegi docenti, riunioni di dipartimento, corsi di formazione).
La scuola dovrà provvedere a fornirci tutti gli strumenti per svolgere il nostro lavoro, quegli strumenti che attualmente sono a nostro intero carico (scrivania personale con relativo computer, software, stampante, inchiostro, carta, penne, per non parlare delle ore di riscaldamento, elettricità, acqua e altro che utilizziamo lavorando in casa)
Il lavoro subordinato o dipendente prevede che gli strumenti di lavoro vengano forniti dal datore di lavoro. Attualmente siamo noi che sovvenzioniamo la pubblica istruzione con moltissimi mezzi, utilizzati per lavorare, pagati personalmente con il nostro stipendio.
L’orario di 30 ore e non di 36, come nel restante comparto del pubblico impiego, ritengo sia relativo al particolare lavoro frontale con gli alunni, fare lezione in classi di 30 studenti presenta un carico emotivo, partecipativo, mentale e di interazione che non è riscontrabile in un normale lavoro amministrativo come quello svolto dagli altri dipendenti pubblici nei loro uffici, anche se aperti al pubblico. L’insegnante è un educatore, lavora con giovani in corso di formazione e non con semplici utenti.
La parte economica? Uno stipendio pari alla media europea (non certo quello dei paesi ad economia elevata) sarebbe il minimo compenso da accettare; personalmente, alle condizioni sopra indicate, non contrattabili, (15 ore di lezione frontale, 15 ore di lavoro complementare alla funzione docente, ogni strumento fornito dalla scuola pubblica), accetterei quello che ci viene pagato attualmente.
Affrontiamo con chiarezza questa ambiguità e risolviamola




E certo non finisce qui…

Francesco Scalambrino