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martedì 18 marzo 2025

La congiura dei falliti

Pina Picierno 



Alfio Mastropaolo, Nazionalismo e armamenti: la congiura dei falliti
il manifesto, 18 marzo 2025

Fa da mediocre contorno la congiura, questa sì concertata, dei falliti della sinistra italiana. Che i tempi consiglino una più intensa cooperazione europea anche militare è ovvio. Per corroborare l’ovvietà Michele Serra ha proposto la grande manifestazione popolare. Ma lui stesso si è accorto che di Europe ce ne sono parecchie. Non c’è solo la «fortezza Europa». Cui aderisce un pezzo di dirigenza Pd, mentre un’altra concorda con la segretaria sulla sua drammatica inadeguatezza e sui suoi costi enormi. È l’occasione per i falliti del Pd e dintorni, sconfitti dagli elettori e delle primarie, per liberarsi, col sostegno di stampa e tv padronali, di una segretaria non deferente, rea a quanto pare di lesa fede europeista e democratica, di stolido pacifismo. Con tripudio dell’ultradestra. Falliti sì, ma pericolosi.


Alba Romano, Il no di Elly Schlein al piano di riarmo Ue: sì ad investimenti comuni 
Open, 7 marzo 2025 

La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein è contraria a ReArm Europe. Perché «quello che serve oggi è un salto in avanti verso difesa comune europea. Se non si sta facendo, ahimè, è perché evidentemente non c’è ancora la volontà politica da parte degli Stati. Ai socialisti europei ho anche detto che la difesa europea è una cosa diversa rispetto all’agevolazione al riarmo dei 27 Stati membri, come fa il piano von der Leyen. Per questo va nella direzione sbagliata». In un’intervista al Corriere della Sera la leader Dem dice che durante il Covid è arrivato «un grande piano di investimento, il Next generation Eu. Oggi siamo davanti a una sfida di analoga portata e non vediamo quel coraggio».

Le priorità

Schlein chiede «un piano di investimenti comuni da 800 miliardi all’anno che tenga dentro tutte le priorità: quella industriale, la energetica, la sociale, l’ambientale, la digitale e la difesa comune. Anche la difesa comune infatti va sostenuta con investimenti comuni fatti con debito europeo, ma entro un piano complessivo che abbia pure altre priorità». Il piano europeo «finanzia progetti comuni europei. Però sono prestiti, non investimenti diretti. E per di più è uno strumento che non passa dal Parlamento e che quindi sarà difficile migliorare. Tutti gli altri strumenti, penso alla flessibilità sul patto di Stabilità o alla richiesta di finanziamenti della Banca europea, vanno condizionati ai progetti comuni presentati da più Paesi, perché altrimenti è il riarmo dei 27 e, come ho detto ai leader socialisti europei, non è più efficiente, non fa economia di scala, non aumenta la interoperabilità e, quindi, non aumenta la deterrenza».

La coesione

La segretaria del Pd è anche contraria al dirottamento dei fondi di coesione sulla spesa militare: «Su questo punto abbiamo avuto riscontri molto positivi e questo si rifletterà anche nella posizione dei socialdemocratici al Parlamento europeo». E ancora: «Insisto: per fare la difesa comune servono investimenti comuni. Se siamo d’accordo sul fatto che siamo di fronte a una sfida di portata analoga a quella della pandemia, non si capisce perché gli Stati si devono richiudere e fare un piano basato solo sul debito nazionale. Sembra di rivedere il film che abbiamo visto con le deroghe alla disciplina degli aiuti di Stato durante il Covid. Si ricorda come è andata? Che quelle deroghe le hanno utilizzate solo i Paesi che avevano più margine fiscale. Quindi si rischia di acuire le distanze anziché porre le basi di un esercito europeo, che sarebbe più efficace anche in termini di deterrenza rispetto a 27 diversi eserciti».

L’Ucraina

Nel colloquio con Maria Teresa Meli l’ultima domanda è sul sostegno all’Ucraina: «Nel gruppo a Bruxelles ovviamente abbiamo parlato anche della situazione internazionale. Trump ha deciso di prendere le parti di Putin, ricattando e umiliando l’Ucraina. I due hanno un interesse comune: dividere e indebolire l’Europa. E vogliono sostituire il diritto internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Non lo possiamo accettare. Come non possiamo accettare che gli Usa vogliano escludere l’Ucraina e la Ue dai negoziati con la Russia. Per questo, l’ho detto a Bruxelles, gli Stati membri dovrebbero dare un mandato chiaro e forte a una delle istituzioni europee perché possa sedersi a quel tavolo per difendere gli interessi di sicurezza ucraini ed europei, Trump di certo non lo farà. Quindi dobbiamo continuare a supportare un popolo invaso, ma al contempo sviluppare una proposta di pace europea. In questo senso è stato positivo sentirne parlare Starmer e Macron a Londra».

domenica 16 marzo 2025

Elly non mollare



Elisa Calessi, Piazza del Popolo piena mette a disagio i politici, Libero, 16 marzo 2025 

 I politici ci sono, ma in piazza o nel retro palco. Ospiti di un evento convocato e gestito da altri. Elly Schlein è felice perché ha incassato il bagno di folla, le grida «Elly vai avanti», «Elly non mollare», «Siamo con te». Il «chiarimento» suona come un problema antico. Gli altri sono tutti qui a difendere la loro idea di Europa, diversa (opposta) da quella dei compagni di piazza. In una cacofonia di voci sommersa dal blu delle bandiere europee.
Ecco, allora, Calenda che manifesta per una Europa «militarmente forte» perché solo così «si garantisce la pace», mentre secondo Bonelli «un’Europa che vuole investire 800 miliardi di euro in armamenti è un’Europa che compromette il suo futuro e il futuro delle generazioni che verranno».
E se Pina Picierno, Pd, spiega che questa Europa, perché funzioni, bisogna «dotarla di autonomia strategica», Laura Boldrini, Pd, spiega di essere lì perché «non vogliamo il riarmo di 27 singoli stati che sarebbe solo uno spreco di risorse e rifiutiamo la narrazione della guerra come strumento per dirimere le controversie tra gli Stati», mentre Maria Elena Boschi, Iv, dice di essere «in piazza per i nostri figli, per gli Stati Uniti d’Europa, un’Europa più unita, un’Europa più forte dei singoli stati che la compongono». Il piano di riarmo votato dal Consiglio europeo e dalla maggioranza che ha sostenuto Ursula Von der Leyen è «un sucidio», dice Nicola Fratoianni. Mentre una parte del Pd, che pure è in piazza (oltre a Picierno, Alfieri, Morani) lo difende.
Roberto Vecchioni, dal palco, prova a dirla così: «Dobbiamo distinguere tra pace e pacifisti. Non si può accettare qualsiasi pace. I veri pacifisti siamo noi. Ai giovani dico, siete voi che dovete rimediare alle cazzate che abbiamo fatto noi».

mercoledì 5 febbraio 2025

L'Ulivo che non torna




Andrea Carugati
L'Ulivo trent'anni dopo. Nostalgia senza autocritica
Un modello da seguire per le generazioni future? In questi giorni la suggestione torna a farsi insistente, soprattutto da parte di alcuni protagonisti dell’epoca.
il manifesto, 5 febbraio 2025

C’era una volta l’Ulivo, nato giusto trent’anni fa anche come risposta al tragico errore del 1994, quando ex democristiani e post comunisti si presentarono divisi al voto favorendo la vittoria di Silvio Berlusconi. Attorno a quel ramoscello, e alla sua clamorosa vittoria del 1996, nel corso degli anni è cresciuta la nostalgia, un po’ come per la nazionale italiana del 1982: un momento magico, un successo che in pochi si aspettavano.

Quella stagione ha prodotto un frutto, il Pd, che è ancora uno dei protagonisti della scena politica, pur con tutti i suoi limiti. Un figlio spesso disconosciuto dai padri (madri ce n’erano poche tranne Rosy Bindi) e prova ne è il rapporto travagliato con Romano Prodi, ben oltre la misera vicenda dei 101 franchi tiratori del 2013.

L’Ulivo nacque nel pieno della temperie dei 90, prima ancora del New Labour di Blair, anticipandone alcuni capisaldi ma con peculiarità tutte italiane: era il tentativo di mettere insieme l’Italia anti-berlusconiana, ma con una visione propositiva, non solo «contro» qualcuno.

C’era la volontà di risanare il debito pubblico per poter entrare in Europa tra i primi della classe, con l’adesione alla moneta unica. E quella di contrastare l’evasione fiscale, che prese le sembianze di Vincenzo Visco; e di modernizzare una macchina pubblica anchilosata e spesso corrotta.

C’era, e non è un dato da sottovalutare, la volontà degli ex Pci di andare finalmente al governo, dopo cinquant’anni dalla Liberazione. E la consapevolezza di una parte del mondo cattolico che l’unità politica era finita, e che col sistema maggioritario bisognava scegliere da che parte stare: destra o sinistra. E c’era nella triade che ispirò quell’esperienza, Giovanni Bazoli, Nino Andreatta e Romano Prodi, il disegno di sdoganare gli ex Pci ma anche di addomesticarli, portandoli nelle stanze dei bottoni ma senza affidare loro la guida politica.

La storia di quella legislatura racconta un grosso e insperato successo, l’ingresso nell’euro con i parametri in ordine, ma anche una tensione irrisolta con i principali partiti che avevano dato vita a quell’esperienza, l’orgoglio delle radici socialiste e popolari, rappresentate da Massimo D’Alema e Franco Marini, che non volevano ridursi ad appendici sotto la leadership di Prodi. Una tensione che contribuì alla crisi del 1998, insieme all’ambizione di D’Alema che voleva palazzo Chigi e alla picconate di Bertinotti che contestava un eccesso di moderatismo nell’azione del governo, vedi lo scontro sulle 35 ore.

Gli anni 90, la piena travolgente della globalizzazione, la sbornia maggioritaria che puntava troppo sulla razionalità dell’elettore medio, non permisero di osservare con cura cosa covava sotto la pelle del paese: il ribellismo anti-politico della piccola borghesia imprenditoriale del Nord, la precarietà che si faceva strada anche grazie a norme varate da quei governi come il Pacchetto-Treu, che aprì la strada a varie forme di lavoro (allora) atipico. L’irrisolta questione meridionale.

In quegli anni l’economia tirava e la spinta riformatrice si indirizzò soprattutto in direzione di un’apertura al mercato e alla rinuncia da parte dello Stato all’intervento sull’economia, in nome di una maggiore efficienza. Su questi temi non ci furono vere divisioni tra i principali leader, più impegnati a litigare sulla forme della politica, tra chi sognava l’Ulivo come partito e chi difendeva le vecchie culture e nomenklature. Ma anche i Ds di D’Alema, ancorati al socialismo europeo, erano (per certi versi più degli ex Dc) permeati dalla temperie mercatista ed efficientista, anche in settori cruciali come scuola e università. Una temperie, che in Italia si è fatta più cruenta molti anni dopo con Renzi, che spingeva i partiti progressisti più vicino alla ragioni degli imprenditori che a quelle dei sindacati, con la conseguente svalutazione del lavoro.

Cosa significa dunque oggi ripensare all’Ulivo? Al netto della nostalgia per la prima vera vittoria delle sinistre, assai poco. E anzi, il centrosinistra paga lo scotto di non avere fatto abbastanza i conti con le sue stagioni di governo. Non solo le parentesi autolesioniste dei due governi tecnici (Monti e Draghi), ma anche quelle figlie di successi elettorali, 1996, 2006 e 2013. E non solo su immigrazione e diritti civili, su cui Elly Schlein ha impresso una revisione critica piuttosto robusta, ma anche sulle politiche economiche e sociali: se oggi l’Italia è così diseguale, se i salari non crescono dagli anni Novanta, la colpa non è solo di Berlusconi e Meloni. Anzi.

E questo è il nodo su cui gli sforzi della leader dem appaiono meno efficaci, anche a causa della forte resistenza che incontra, prova ne sono le divisioni dentro il Pd sui referendum della Cgil.

Dell’Ulivo resta dunque la spinta a mettere insieme forze diverse con un progetto comune che non sia solo «contro» la destra al governo. Non stupisce che Prodi si arrovelli su questo, spronando Schlein a uscire dalla vaga formula del «più soldi alla sanità» per chiederle un vero e sostenibile progetto di riforma del welfare. E non stupisce che il padre nobile dica no alla proposta di Franceschini di costruire un cartello elettorale senza un programma condiviso.

Ma quel programma, per esistere, deve guardare in faccia gli errori di trent’anni, il dna costitutivo dell’Ulivo e poi del Pd del Lingotto, l’idea-guida che il conflitto sociale fosse archeologia. La nostalgia dell’Ulivo si mescola con le spinte di chi si ostina a pensare che si vince al centro. Con lo sguardo miope di chi non vede come a imporsi oggi sia la radicalità di Trump, di Le Pen e di Afd: la destra che si afferma sulle macerie della globalizzazione.

Mentre l’Ulivo era uno dei figli della stagione dell’ottimismo, del governo come «forza tranquilla». A Schlein, e ai suoi potenziali alleati, tocca cercare strade nuove nel tempo della rabbia e della disillusione, delle destre senza più freni inibitori.

giovedì 18 agosto 2022

La logica democristiana del Pd


 

Tommaso Nencioni, I tre cardini del Pd a trazione democristiana, il manifesto, 17 agosto 2022

  Anche a dispetto dell’evidenza, è oramai invalsa la tendenza a giudicare l’evoluzione (o involuzione) del Pd alla luce della storia del comunismo italiano. Senza prendere in considerazione l’altra componente che in quel partito è confluita, quella democristiana. Per cui, valutato nella prospettiva del comunismo, ci si appella all’unione attorno al Pd come “la sinistra" o, in maniera alternativa ma speculare, ci si scaglia contro per i suoi "tradimenti".
Questo potrebbe dipende
re dalla maggiore inclinazione intellettuale - se non grafomania - della sinistra: quelle che scrivono sul Pd e ne costruiscono la narrazione sono le componenti che ne sono entrate a far parte, o se ne sono allontanate, da sinistra. Perciò si stende una cortina fumogena che impedisce di cogliere con esattezza quanto si muove in quel partito. Gli ex comunisti scrivono; gli ex democristiani, nel frattempo, comandano.Se per una volta si provasse a valutare la parabola storica e l’attuale collocazione nel sistema politico del Pd non alla luce dell’esperienza comunista, ma di quella democristiana, probabilmente ne ricaveremmo bussole più esatte per l’agire politico. Una disamina del Pd come erede della Dc sarebbe possibille da diversi punti di vista, ma una valutazione complessiva richiederebbe l’analisi di una molteplicità di fattori impossibili da riassumere per intero. Pertanto è utile concentrarsi su tre aspetti sostanziali di cultura politica, tutti rintracciabili nella parabola del partito degasperiano e moroteo, e tutti largamente ereditati dal Pd. 1) La Dc è stata il garante del vincolo esterno in Italia, nella sua oppia versione atlantica ed europea; quando (raramente) i due vincoli sono entrati in contrasto tra di loro, la Dc ha sempre scelto la fedeltà a quello atlantico. 2) La Dc ha sempre identificato la salvezza della (debole) democrazia italiana con la propria centralità nel sistema politico del Paese. 3) La politica delle alleanze della Dc, pur a geometria variabile, è sempre stata subordinata alla tenuta dei due fattori precedenti. Per cui ogni alleanza, anche la più spregiudicata, è stata ritenuta possibile,
a pat
to che questa non mettesse in forse il vincolo esterno e non minacciasse la centralità democristiana.
O
ra sembra abbastanza agevole rintracciare queste caratteristiche ereditate dalla cultura politica democristiana nel comportamento del Pd degli ultimi anni, e in questa campagna elettorale. Il Partito democratico ha sempre favorito la nascita di governi solo parzialmente rispondenti al voto elettorale, identificando la propria presenza in maggioranza con la salvezza della democrazia, di volta in volta sottoposta ad oscure minacce esterne. Il discrimine ultimo è sempre stato quello della fedeltà al vincolo esterno, nella doppia variante europeista (nascita del governo Monti e commissariamento della politica economica del Paese) ed atlantista (governo Draghi e guerra in Ucraina). Finalmente, la scelta elettorale apparentemente suicida di abbandonare il dialogo con Conte da un lato nasconde una paura - che il rapporto con una forza di peso tendenzialmente equivalente ne mini la centralità, rischio corso col Conte II; dall’altro una conclamata esigenza - quella cioè che gli alleati siano “affidabili” in politica estera: questo è stato risposto esplicitamente a chi chiedeva il motivo per cui “Fratoianni sì e Conte no”.A complicare la situazione del Pd rispetto a quella che fu la Dc vi è un dettaglio di non poco conto: la centralità della Dc nel sistema politico era resa possibile dal proprio effettivo peso elettorale, oltre che dall’impossibilità che si verificasse un’alternanza data la natura particolare dell’opposizione comunista nel contesto della guerra fredda. Nella situazione attuale, al contrario, non c’è nessun elemento sistemico che impedisca la messa all’opposizione del Pd. Di qui alcune ricostruzioni che analizzano le mosse suicide del Pd in questa campagna elettorale in modo apparentemente arzigogolato, ma forse non lontano dal vero. Con la scelta di rompere con Conte, il Pd emargina il M5S, si rafforza come partito pur in presenza di una annunciata sconfitta della coalizione, e scommette tutto sull’implosione della destra ad urne chiuse, per riproporre surrettiziamente la propria funzione di garanzia nel prossimo parlamento. Se così fosse, si tratterebbe di un errore di prospettiva dal prezzo salato. La destra è molto più coesa di quanto possa sembrare, mentre le lamentazioni sulla sua inaffidabilità internazionale sono buone solo per la nostra provincia. Washington è in tutt’altre e ben più gravi faccende affaccendata. E storicamente la destra italiana, anche nelle sue versioni più estreme, non l’ha mai infastidita più di tanto, per usare un eufemismo.Il lavoro politico da fare per le forze di progresso è tutto interno alla società italiana, e ci sono sempre più dubbi sulla possibilità che sia il Pd lo strumento più adatto per portarlo avanti. 

sabato 25 settembre 2021

Requiem per un partito immobile

Andrea Carugati, Letta incatena il Pd a Draghi. E Prodi lo rimprovera: «Fai più battaglie sociali», il manifesto, 25 settembre 2021 Non è bastata neppure la spinta di Romano Prodi, padre politico di Enrico Letta insieme a Nino Andreatta, a far virare il segretario del Pd verso la battaglia sui temi sociali. Tema quasi del tutto evitato domenica nel discorso di chiusura della festa di Bologna (tenuto al chiuso di un tendone, anche se il tempo era bello, invece del solito pratone), e pure ieri nella relazione alla direzione del partito. «Se il Pd deciderà di spingere per una politica di forte rivendicazione dei diritti sociali, lavoro scuola, salute, case, i voti pioveranno», il rimprovero del Professore in una intervista alla Stampa. «Biden sta investendo sulle politiche sociali cifre impressionanti, oggi la paura vera della gente è quella del non cambiamento, ed è quella che ci può uccidere». Letta invece da Bologna ha ripetuto l’obiettivo di portare a casa entro la fine della legislatura la legge Zan e quella sulla cittadinanza ai figli di immigrati. Possibile la prima (anche se il Pd è corresponsabile di aver rinviato il voto in Senato sullo Zan a metà ottobre). Inverosimile, finché resta un governo con dentro la Lega, il via libera allo ius soli. Tanto che lo stesso Letta la sera del 10 settembre alla festa di Sinistra italiana aveva detto che per realizzare questi obiettivi «serve una nostra vittoria elettorale chiara». Il Pd resta quindi inchiodato all’«agenda Draghi». Il segretario ha ribadito l’auspicio che «questo governo duri fino al 2023» (la platea di Bologna non si è scaldata particolarmente). Su questa linea è tutta l’area degli ex renziani di Base riformista che vede in Draghi «il nostro governo», come ha detto sempre a Bologna Lorenzo Guerini. Quanto a Goffredo Bettini, che negli ultimi giorni aveva evocato l’esigenza di porre fine a un governo di emergenza con tutti dentro, guardando alle elezioni, anche lui si è rimesso in linea, accogliendo l’appello di Letta a serrare le fila in vista delle elezioni comunali del 3 e 4 ottobre. Appello che ieri Letta ha ribadito in direzione, rivolto in particolare agli ex renziani che avevano fatto circolare veline su un possibile congresso Pd prima delle politiche. «Concentriamoci sulle comunali, lo vorrei chiedere a tutti i dirigenti del partito. Remiamo tutti nella stessa direzione, usiamo parole che ci consentano di evitare malintesi, frizioni». Per il leader Pd lo schema è chiaro: «Draghi deve restare fino al 2023, con lui l’Italia può giocare un ruolo chiave sulle regole del patto di stabilità e l’impegno a rendere permanente il Recovery». Un ruolo tanto più rilevante nei mesi dell’addio di Merkel e delle fibrillazioni elettorali in Francia. Di qui all’inizio del 2023 i lsegretario Pd si vuole dare il tempo per costruire la coalizione che possa sfidare Salvini e Meloni. «Le comunali sono una prova generale rispetto allo schema politico dei prossimi anni». Lo schema è quello di un «nuovo bipolarismo», con la «destra estrema» contro l’asse centrosinistra- M5S. Senza vie di mezzo. O possibili tentazioni da terzo polo dei grillini. Rispetto all’inizio dell’estate, il vento dei sondaggi è cambiato, e ora per il centrosinistra appare verosimile una vittoria in 4 delle 5 principali città al voto, compresa Roma, e con la sola esclusione di Torino. Un risultato che metterebbe le ali al progetto di Letta. Nonostante i continui scontri con le Lega, dalle misure anti Covid ai migranti, Letta non teme quello che Bettini ha definito il «logoramento» del governo e dunque anche della figura del premier. Né teme che sia lo stesso Draghi a stancarsi di una maggioranza rissosa e optare per il Quirinale. «La mia previsione è che l’anno prossimo non ci siano elezioni anticipate», ha ribadito ieri a un incontro pubblico con Giorgia Meloni. Durante il quale ha violato la moratoria da lui stesso invocata sul prossimo Capo dello Stato: «Sono favorevole a coinvolgere anche Fdi, a un voto che metta tutti insieme». https://www.iltempo.it/politica/2021/09/22/news/gianni-letta-presidente-della-repubblica-quirinale-giorgia-meloni-enrico-partito-democratico-28778707/

giovedì 9 febbraio 2017

Renzi a malpartito



Carlo Bertini
Esplode la rivolta nel Pd
Renzi userà il congresso per evitare la scissione 

La Stampa, 9 febbraio 2017


Dopo giorni di rancori soffocati e tempesta incombente, esplode la rivolta nel Pd: «Sta franando tutto», scuote la testa sconsolato uno dei renziani più fedeli al capo. Si può immaginare cosa dicano gli altri. Gli eventi precipitano e sintomo della crisi che sembra mettere una pietra tombale sulla corsa alle urne è la lettera di 41 senatori, tra cui Chiti, Manconi, Tocci, in cui si chiede di sostenere il governo e di «non concedere più nulla alle pulsioni dell’antipolitica». Una dura critica all’assenza di analisi, «le amministrative, il risultato del referendum, il cambio di leadership governativa aspettano ancora una ragione interpretativa. E serve un tempo ragionevole», per capire cosa proporre prima di andare al voto. Nella war room renziana vengono scannerizzati i nomi e si vede che dodici firmatari sono di area Franceschini, otto attribuibili a Orlando. Se ai 41 si aggiungono i 20 bersaniani, la metà del gruppo Pd del Senato è fuori controllo. Ma la vera svolta è la crisi che investe la maggioranza renziana: per due giorni con interruzioni solo per votare la fiducia, in Senato va in scena uno psicodramma impensabile fino a due mesi fa, una rivolta di franceschiniani e renziani vari della seconda ora. «Qui siamo in mezzo alle macerie», dicono i fedelissimi alla fine. Sconcertati dopo aver sentito senatori fino a ieri allineati scaricare sul luogotenente di Renzi, il toscano Andrea Marcucci, una valanga di recriminazioni, con una violenza verbale inusitata. Accusando Renzi di ogni cosa, dalla «sua assenza», alla questione dei vitalizi, al parlare solo di data di elezioni. Un conto salatissimo, messo in carico al leader anche da quelli di Franceschini. Con i renziani presenti imbarazzati al punto che l’intervento finale di Marcucci per parare i colpi riceve un’accoglienza tiepida pure dai suoi.
Renzi è infuriato e lancia la sua cavalleria contro Bersani che gli intima di piantarla con i giochetti, ma sa che sta sfumando il suo progetto di votare a giugno. Idea che malgrado tutto ancora accarezza, cercando di convincere - tramite ambasciatori - pure Berlusconi che se si voterà a febbraio 2018 anche lui potrebbe restare invischiato nell’effetto Monti, per via delle prese in carico di responsabilità nazionale che potrebbe richiedere la manovra lacrime e sangue di autunno. Ma è il Pd il suo fronte più debole, l’ex Cavaliere lo sa e per questo lo lascia cuocere nel suo brodo.
Il partito di governo infatti è una barca che fa acqua, al punto che il segretario sta pensando, consigliato dai suoi, di usare il congresso anticipato come arma per mettere a tacere la rivolta. Mettendo in mora la strategia dei «compagni». Che sarebbero costretti a rinunciare alla scissione. «Meglio, per me lasciare il Pd sarebbe una scelta drammatica, per altri forse no», ammette Miguel Gotor [nella foto]. Se fosse tolto dal tavolo il voto a giugno, sarebbero convocate le assise per la sfida della leadership come chiede Bersani. Il quale ritiene che comunque Renzi parta favorito, tanto che i «compagni» saranno costretti a puntare su un unico «cavallo» per non indebolirsi con più candidati. Oggi Roberto Speranza riunirà la corrente in ebollizione. Ma è indubbio che con il congresso tutto il cantiere della scissione guidato da D’Alema verrebbe messo in crisi, tanto che in camera caritatis anche dirigenti di Sinistra Italiana ammettono di fare il tifo per il voto a giugno, perché la forzatura di Renzi agevolerebbe loro il compito di svuotare il Pd. Insomma col congresso a giugno da chiudere con le primarie a ottobre si riaprirebbero i giochi.

martedì 11 agosto 2015

La risposta di Cuperlo a Staino






Caro Sergio,

non sono di gomma. Linguaggio e asprezza del giudizio lasciano il segno. Per parte mia fatico nell’accordarmi a toni che non siano di rispetto e conservo l’affetto per un’amicizia da non bruciare malgrado tutto. Se l’occasione serve a chiarire degli snodi è giusto farlo, ciascuno per come sa e come vuole. Sul passato. È vero, ho detto per tempo che la realtà di adesso è anche figlia degli errori di prima. L’ho affermato – un paio di volte c’eri pure tu – e l’ho fatto con qualche costo sul piano umano che per me conta. Ma era serio non rimuovere perché non pianti nulla nel futuro se non sei altro dal passato.
Con la stessa sincerità trovo sbagliato datare la nascita del mondo a stamane e sbianchettare la storia. Hai citato Gramsci. Ecco, lui il legame che motiva il flusso delle generazioni lo ha spiegato in modo mirabile. Sull’oggi. Non ho da difendere nulla perché non è indietro che voglio tornare. Fino dal giorno dopo la vittoria di Renzi non ci siamo tirati fuori. Ricordo la scelta fatta allora, stare nel nuovo con un punto di vista e la coerenza di una sinistra anch’essa da ripensare. Non bastava contentarsi del già visto e neanche salvarsi la coscienza con una casacca di corrente o qualche incarico. Da lì anche la scelta di vincolare il temine Sinistra a un campo aperto e tutto da arare. Lo abbiamo fatto quando quella parola – sinistra – a molti pareva polverosa e in diversi amici e compagni prendevano altre strade.
Oggi mi pare che anche quella liquidazione appaia meno scontata. Si torna a cercare, forse anche sospinti dal dramma dell’Europa. Ma al netto di questo sono io a dirti che una svolta serve e che in questi mesi non siamo riusciti a fare ciò che sarebbe stato necessario. Penso però che i nostri limiti non siano quelli indicati da te. Credo non sia stato un errore dire la nostra quando si battezzavano come riforme scelte che in altri tempi e fatte dai nostri avversari avremmo definito strappi irricevibili. O affermare che la legge elettorale non si vota ponendo la fiducia. Il limite invece è non essere riusciti a raccontare e far vivere un’altra idea di democrazia, economia, diritti. Quella che dovrebbe orientare la bussola di una sinistra in Europa e oltre i suoi confini. Il limite è stato lasciare l’impressione di una sinistra del Pd intristita e aggrovigliata in rivalse o rimpianti. Ma questo, forse lo sai, non è il sentimento mio e di tanti. Ed è la ragione per cui, oltre al dispiacere, l’uscita di persone care mi preoccupa. È perché quegli abbandoni non mi paiono, come sembra a te, riflessi di egoismi antichi. La via dell’uscita di quelle biografie per me è un segno che riguarda il Pd tutto.
Sai il punto qual è? Che la combinazione tra alcune scelte di una maggioranza a volte senza pudori e le nostre difficoltà ha finito con il ridurre la fiducia di tanti. Quelli che non ci hanno votato più. O che non si sono più iscritti. O che senza poterlo dire dalle colonne di un giornale o al microfono di una tv semplicemente si son fatti di lato, magari dopo una vita spesa a stare dalla parte giusta. E però vedi Sergio, fa differenza poter difendere le proprie ragioni col potere della maggioranza, del governo, del partito, o farlo con la voce di chi, come nel mio caso, sceglie comunque di non brandire mai l’ascia di guerra e toni incendiari. Fosse solo per questo io non potrei mai paragonare le tue critiche a Berlusconi a quelle che farei o non farei a Renzi. Per il fatto banale che non ho mai paragonato Berlusconi a Renzi. E per il fatto ancora più sensato che non ho contestato al leader del Pd il ruolo che ricopre. Conteso sì, ci ho provato. Contestato no. E dunque il mio problema non è far cadere il governo che sostengo. Il mio problema è quale Paese abbiamo in mente. E la domanda riguarda le ragioni di un partito e la sua natura. Ciò che sei, chi vuoi rappresentare e come provi a spendere la tua forza e il consenso che aggreghi. Renzi ha vinto il congresso? Di più, lo ha stravinto. Su quella base lui guida l’Italia e il Pd. Potrei dire che non ha vinto le primarie anticipando che sotterrava l’articolo 18, anzi diceva l’opposto, e neppure che cambiava la scuola nel modo che una maggioranza contrasta. Su questo mi inviti a stare tra la gente. Per quanto posso capire a contestare quella riforma non sono vecchie corporazioni ma seicentomila docenti che aderiscono a uno sciopero. Merita ascoltare anche loro? Ma ti dicevo che il mio problema è cosa lasceremo in dote. E su questo la vedo così.
La strategia del Pd per guidare l’Italia fuori dalla crisi peggiore della sua storia non è chiaro quale sia. A meno di pensare che tutto sta a scrollarsi di dosso i panni del disfattismo. La realtà è che a noi questa crisi ha fatto così male perché è entrata come lama nel burro di guai più antichi. Se è così non torneremo quelli di prima per cui qualcosa di diverso è bene immaginare oltre l’emergenza. In questi mesi cose buone il governo ha fatto e altre ne annuncia, ma lo stesso premier sostiene che non basta. E allora non è assurdo se da sinistra si chiede di avere più radicalità e coraggio scegliendo di portare in cima alla lista un pacchetto di misure sulla cittadinanza, una forma di reddito minimo e contrasto universale alla povertà a cominciare da quella minorile, una legge non bislacca sulle unioni civili, una nuova strategia per il Mezzogiorno, a meno di pensare che i ricercatori dello Svimez siano assoldati al nemico. E fare dei diritti indivisibili – umani civili sociali – la leva formidabile di una nuova pagina dello sviluppo e del Paese. Ora, l’idea di un’Italia e un’Europa diversa fa di solito pendant con la missione del Pd. La traduzione è un programma di governo ma senza la retorica dell’esserci già riusciti. Perché la sfida è nella capacità di prendere quel programma e dargli una strategia. Calarlo in un patto sociale e alleanze buone a farlo vincere nelle urne. Allora, in breve, dove andiamo adesso? E come ci si va? Da soli o con chi? Ecco perché il mio cruccio non è Matteo Renzi. Il problema è dove siamo diretti e in nome di che. Spiegarlo conta perché se la risposta è condivisa anche le differenze tra noi non saranno traumi. È quando si tira in direzioni opposte che la comitiva può spezzarsi. E io temo che senza un ascolto vero, senza stima reciproca, con campagne dal sapore denigratorio che sono più facili da supportare per chi di più potere dispone, ci si possa trovare distanti o separati senza neppure dirselo. Ma a quel punto qualcuno potrà dire d’aver vinto? Anche per questo sono per tenere il ponte levatoio abbassato e cercare quel pizzico di verità che c’è in ognuno di noi, anche in chi oggi è fuori da noi. Lo dico per un’ultima ragione. Perché più o meno dappertutto i confini, quelli classici, tra destra e sinistra paiono incrinarsi con parlamenti colonizzati da vincoli stabiliti altrove e una sovranità monca. Le grandi crisi producono anche questo. Sconquasso di regole, istituti, categorie. Qualcuno l’ha chiamata post-democrazia e basterebbe questo a indurre la sinistra, tradizionale e non, a porsi il tema di cosa significa governare oggi, con quali strumenti e leve effettive a partire dall’Europa. La stessa riforma costituzionale si può leggere sotto questa lente. Non sarà una deriva autoritaria ma un enorme pasticcio sì. Tanto più nel combinato con la nuova legge elettorale (e forse col senno del dopo non eravamo provocatori nel chiedere la possibilità – possibilità, mica l’obbligo – di apparentamento al secondo turno). Con un Senato né carne né pesce e con uno squilibrio di poteri che è puro buon senso sanare. Come altri voglio la riforma e la voglio nel segno della fine del bicameralismo. Che altra prova dovremmo dare dopo che alla Camera non abbiamo votato l’articolo 2 ma in quell’Aula mutilata abbiamo comunque garantito a notte fonda il numero legale? Chiedo: si possono rimettere in ordine le cose? E non per l’interesse di una parte, ma nel nome di una idea dello Stato e della nostra democrazia. Al fondo la responsabilità di replicare al timore di una minoranza numerica nel Paese e che pure potrebbe impadronirsi di un potere smisurato senza i contrappesi e le garanzie che esistono ovunque riguarda tutti. Non parliamo di una legge a capocchia ma della Costituzione, della Bibbia laica della Repubblica. E allora facciamo un accordo serio su questo e marciamo spediti. Poi certo, resta il nodo: cosa vuol dire governare la complessità e come si fa.
Qui da noi l’ultimo esecutivo scelto da un voto risale al 2011. Da lì tre premier si sono succeduti. Tutto regolare ma anche tutto fuori norma. Conseguenza? Che le larghe intese, o comunque alleanze di impianto moderato, per alcuni non sono più emergenza ma strategia. Il ragionamento scorre, ma temo contro una parete. Dice più o meno che se a destra prevale la rissosità della Lega e a sinistra una forza radicale, cosa meglio di un Partito della Nazione, centrale e centrista, ha diritto a guidare l’Italia senza precipitarla nel caos? Non per polemica, ma se direzione e carovana fossero queste parecchi non sceglierebbero di partire e se ne sentirebbe la mancanza. L’alternativa? C’è. È ricostruire il campo largo di un centrosinistra civico, dove il Pd non basta a se stesso e che per questo diventa perno di una coalizione con altri. Come per una fase fece l’Ulivo. Come dovremmo fare per indicare una nuova alleanza ideale, sociale, culturale. Dovremmo anche aggiungere che non siamo perfetti. Che questo partito ha bisogno di una vera e propria rigenerazione. Anche qui nessun rimpianto, ma io non mi rassegno a una forza fondata sulla somma di mille comitati elettorali, a potentati che sviliscono la passione, a una selezione di classi dirigenti agganciata alla vogue. Temi non risolti da anni, lo so. Ma non per questo da subire. Allora si dovrebbe lavorare assieme. Costruire quel centrosinistra unitario che vince a partire dalle prossime amministrative. Ecco, un discorso così è premessa per recuperare la fiducia di tanti. Per dire al tempo giusto ciò che siamo, ciò che vogliamo.
Infine su questo giornale. Quando mi è stato fatto cenno all’ipotesi di dirigerlo per prima cosa ho ringraziato. Non solo perché ritengo giusto farlo ogni volta che ti viene offerta una chance. Ma per una ragione diversa. Perché se un sogno ho coltivato nella mia esperienza di uomo di partito era, un giorno, di poter dirigere un giornale. Oddio, non un giornale. Questo giornale. E allora se con discrezione e senza polemica ho declinato l’invito è stato anche per non spezzare il filo. In Parlamento stavo esprimendo il mio dissenso su temi che il giornale e il premier hanno messo al centro della loro campagna. Accettando avrei aggiunto benzina all’incendio, anche perché non avrei rinunciato, come chiunque altro, a una mia idea del giornale e della sua autonomia. Che mi si creda o no rinunciare mi è costato. Poi quando ho letto su queste colonne la candidatura di Ferruccio De Bortoli alla Rai descritta come una provocazione, mi sono convinto che non avendo accettato il mio contributo a non spezzare quel filo lo avevo dato perché mai avrei potuto sottoscrivere quelle parole. Mi fermo qui. Certo, se a tutto questo tu rispondi che distruggo la sinistra, che sto sulle palle al mondo e sono un parassita narciso e presuntuoso io non credo di avere le parole per replicare. Spero solo tu non sia proprio nel giusto. Comunque ho fatto come mi hai detto di fare e ieri sono salito su un autobus a Trieste, mi sono piazzato al centro e ho testato l’umore urlando “questa Sinistra Dem ci sta veramente scassando….”. Sarà la tradizione della Mitteleuropa ma la sola reazione è stata di una signora anziana che mi ha detto “giovinoto, fa sai caldo, no la xe senti ben?”. Allora ho cambiato test e sulla linea di ritorno, sempre piazzato al centro, ho urlato “Il Pd sta cambiando l’Italia come nessuno mai. Morte ai gufi”. Tu non ci crederai ma si è girato l’autista e mi ha detto, “Staino, ma va in mona”. Però ti voglio bene lo stesso.

lunedì 10 agosto 2015

La lettera di Staino a Cuperlo




Sergio Staino
l'Unità, 9 agosto 2015


Fin dal primo giorno della nuova uscita de l’Unità ho cominciato a ricevere, oltre a tantissime testimonianze di affetto e apprezzamento, messaggi, tweet o commenti sui social network molto critici nei miei confronti, fino al limite dell’offensivo. Al di là delle diverse argomentazioni la sostanza che li caratterizza è comunque la stessa e, in soldoni, la possiamo sintetizzare così: se lavori su l’Unità vuol dire che ti sei venduto a Renzi, quindi sei un traditore della Sinistra. Tra questi anche molti sms di Gianni Cuperlo, un amico fraterno che stimo tantissimo e su cui ho sperato e operato per averlo come segretario. Con lui ho scambiato tantissimi sms con l’impressione, purtroppo, di trovarmi in un dialogo tra sordi. Alcuni giorni fa gli ho spedita questa lettera a cui non ho ancora ricevuto risposta. Ho deciso di pubblicarla non per attizzare ancor più le polemiche tra di noi ma perché i temi che si affrontano sono presenti e laceranti nell’animo di tantissimi compagni ed elettori dentro e fuori del Pd. So di non avere la verità in tasca e so anche che nel passato ho sbagliato tantissime volte: aspetto quindi, con gratitudine, ogni forma di commento e di aiuto costruttivo alla comprensione del difficile momento politico che stiamo attraversando.

Caro Gianni,

ti rispondo per email perché per sms mi ci vorrebbe troppo tempo e troppo spazio. È vero che ho contestato Berlusconi per anni e continuerò a farlo fino a quando Berlusconi continuerà a stare sulla scena politica. Ma insieme a lui ho contestato spessissimo anche Prodi e ancor più D’Alema e ancor più Veltroni, o comunque tutta una mia sinistra di cui mi sento parte e di cui mi sembra doveroso segnalare le cose che secondo me sono brutte e dannose. Anzi, direi che in tutta la mia storia la preferenza a fustigare quel che ho considerato errori e malefatte della nostra parte, ha sempre fatto la parte del leone in tutto il mio lavoro: ho sempre trovato più utile e gratificante aiutare il mio schieramento a migliorarsi piuttosto che perdere troppo tempo a ripetere denunce abbastanza diffuse e condivise sulle malefatte della destra.
Tanti le denunciano in modo egregio, meglio che io le dia per scontate e mi rivolga di più ad un lavoro di semina nel nostro orto. È con questo spirito che faccio le vignette sulla Sinistra Dem e ne faccio tante perché mi sembra, in tutta sincerità, che vi stiate sempre più comportando secondo criteri e linee che ben poco hanno a che vedere con la prassi a cui siamo stati abituati, da Gramsci a Togliatti, da Berlinguer a Reichlin a Macaluso e ai tanti compagni che tu stesso riconosci come maestri. Già il fatto che tu metta sullo stesso piano le mie critiche a Berlusconi con le mie mancate critiche a Renzi, dimostra per l’ennesima volta un errore di valutazione in cui mi sembra tu sia caduto in pieno: considerare simili Berlusconi e Renzi. A mio avviso è lo stesso errore che facemmo negli anni ‘20 quando accusammo i dirigenti socialisti di socialfascismo e che abbiamo ripetuto negli anni ‘80- ’90 quando abbiamo trattato Craxi come un avversario totale e dannosissimo. Un errore talmente grosso che sicuramente ha contribuito poi alla vittoria di Berlusconi. Oggi, così come vi comportate con Renzi, a mio avviso state pericolosamente aiutando una futura tragica vittoria di un Salvini o di un Grillo. Io considero Renzi un frutto amaro del nostro partito, un frutto che ci pone ogni giorno problemi difficili e non sempre positivi.
Ma detto questo, non mi riconosco certo in chi vede in lui il rappresentante di una feroce destra neoliberista totalmente asservita al capitale finanziario. Un rappresentante che, per chissà quale magia, si è appropriato del nostro partito e che bisogna quindi combattere ed annullare con tutti i mezzi possibili, i più scorretti compresi. Renzi invece, è per noi, tu ed io, il risultato di una nostra politica e di un nostro atteggiamento etico e morale. Dico “noi” perché sei stato l’unico, alla prima assemblea della Sinistra Dem all’Eliseo, che ha saputo fare un’analisi sul perché abbiamo adesso Renzi segretario e premier e su quanta responsabilità hanno, su questo, i nostri vecchi dirigenti. Loro, invece, non hanno mai fatto questa analisi e, al contrario, si autoassolvono pensando che Renzi non c’entri niente con loro, che sia come un fungo nato dal nulla, un fungo malefico che va estirpato in modo che il partito ritorni nelle loro mani.
Quale sogno demenziale e quale cecità politica nel rinunciare caparbiamente ad una verità dura ma realistica: tutti loro, Gianni, sono ormai fuori dalla storia, nel bene e nel male hanno fatto il loro tempo e sono, come capita a tutti, finiti. Un sano atteggiamento riformista deve quindi, oggi, partire da questa constatazione: il lavoro fatto fino a ieri dai nostri dirigenti ha portato Renzi alla segreteria del partito e al governo e quindi, fino a prova contraria, non esistendo altre forze alternative di sinistra, Renzi è quanto di più progressista si possa avere in Italia in questo momento storico. Non esiste altro, non è pensabile che pattuglie sparute di compagni indignati e incazzati fino allo stravolgimento dei sensi, se ne escano autoproclamandosi “alternativa”. Quale alternativa? Che analisi hanno fatto? Che progetto hanno? Quanti compagni hanno dietro? Quanto l’immagine di loro è credibile e radicata tra le masse popolari italiane? È la solita infima minoranza che gira le loro assemblee, cambiano nomi ma son sempre quelli. Allora, ti chiedo, che senso ha fare una guerriglia interna al Pd quando non si hanno obbiettivi su cui spostare l’opinione, le speranze e la forza dei nostri militanti e dei nostri elettori? Cosa stai offrendo di concreto al loro smarrimento? Nulla. Solo la coscienza che Renzi è una merda. E allora? È chiaro che questo genera scoramento, amarezza e anche al miglior compagno viene la voglia di dire “ma andate a fare in culo tutti quanti”, e non va a votare, o vota grillino, o comincia ad ascoltare Salvini, o tenta la carta disperata di Cofferati, accumulando delusioni su delusioni e aprendo pericolosissime porte. Allora, un compagno serio e io, te lo giuro, ti considero un grande compagno e una persona onesta, seria e generosa, deve farsi carico di questa sofferenza generale e collettiva e lavorare per costruire un’alternativa.
Ma questa senza distruggere il partito, anzi, prendendo atto che Renzi è il nostro segretario e il nostro premier e quindi lavorando con lui, incalzandolo, sottolineando gli aspetti negativi delle sue scelte, aiutandolo quando le scelte sono giuste, offrendogli proposte concrete per migliorarle, accettando gli incarichi che vengono offerti e non rifiutandoli altezzosamente come tu hai fatto. Tu dai di continuo dell’arrogante a Renzi ma nel caso de l’Unità, chi è stato il più arrogante tra voi due: lui che ti ha offerto la direzione del giornale in piena autonomia per costruire uno strumento unitario o tu che gli hai risposto di no a prescindere? Ma pensa a compagni come Martina od Orlando che tentano disperatamente di elaborare dei progetti buoni nel loro settore, tanto da guadagnarsi l’elogio di Petrini da una parte o di validi giuristi dall’altra.
Ma quanto sarebbe più utile che tu li aiutassi, questi compagni, invece di star lì ad attaccarvi ad ogni cosa pur di sparare sul premier? In questo modo state uccidendo la sinistra, date un’immagine di voi stessi come degli estremisti disperati che urlano su tutto e tutti senza sapere cosa proporre. Addirittura state rincorrendo le spinte più corporative che sempre sono state presenti nella nostra società, nella scuola, nell’apparato pubblico, nelle fabbriche. Quando le vostre parole d’ordine coincidono con quelle dei Cobas o dei tanti sindacati autonomi, non vi vengono dei dubbi? Dovete smetterla con questa strategia suicida. Vai fra la gente, esci fuori dal gruppetto della Sinistra Dem e dai quattro vecchi marpioni che vi sovrastano. Vai fra la gente, come ho fatto io in varie situazioni, in un cinema affollato, in una trattoria, in un autobus e urla: “questa Sinistra Dem ci sta veramente scassando i coglioni”. Avrai come risposta una standing ovation, non vi sopporta più nessuno tranne, ovviamente, Renzi il quale con il vostro atteggiamento così assurdo e fuori dalla storia del nostro partito, si può permettere di twittare “Tanti auguri ai gufi”.
E allora, se si accetta questo atteggiamento sanamente costruttivo, riformista, responsabile, quanto sbagliata risulta la vostra scelta su De Bortoli: lo sapevate che in questo momento era una sfida, una provocazione, e a che cosa serviva? Perché non proporre un Bray ad esempio, o una Berlinguer, o un Sandro Veronesi, o un qualunque nome di personalità amata, stimata, brava che poteva costituire un ponte fra voi e Renzi? In modo infantile avete preferito la rottura. Sinceramente, non è lo stesso atteggiamento dei populisti più imbecilli? Questo è tutto quello che mi allontana da te e da quel che rappresentate politicamente. Io mi sento sempre di sinistra e cerco di portare le idee di sinistra dove posso, a cominciare dal giornale. Un grande abbraccio,

Sergio



sabato 30 maggio 2015

Come si è arrivati al sistema politico tripolare

Aurelio Musi
Morte e trasfigurazione della forma-partito
L'Acropoli Blog, 8 febbraio 2015
Il grassetto non figura nella versione originale

Negli ultimi anni la transumanza di parlamentari da un partito a un altro è diventata un’inarrestabile tendenza. Pochi giorni fa un’intera formazione politica, Scelta Civica, nata per impulso di Mario Monti, si è quasi completamente dissolta e la maggioranza è confluita nel partito democratico. E’ questo, per ora, solo l’ultimo atto di un processo di profonda trasformazione che ha investito partiti storici italiani, soggetti politici più recenti e la stessa forma-partito come l’abbiamo conosciuta sia in tempi più risalenti come partito di massa sia in anni più vicini a noi.
 E’ il caso allora di ripensare brevemente la storia dei partiti italiani dalla crisi del 1992-93 ad oggi. In poco più di un ventennio abbiamo assistito a veloci cambiamenti che non hanno reso possibile una relativa stabilizzazione del sistema politico italiano e che – è legittimo ipotizzarlo alla luce di quel che è accaduto – non lasciano ancora prevedere una sua possibile e duratura definizione.
  La crisi successiva a Tangentopoli ha contribuito ad eliminare dalla scena politica italiana alcuni partiti storici: la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, il Partito Repubblicano. Il Partito Comunista, pur non essendo stato direttamente investito dal ciclone di Mani Pulite, sia per i contraccolpi della fine dei regimi comunisti in Europa, sia a seguito di un processo di evoluzione interna, sia per il venir meno della “conventio ad excludendum” che l’aveva tenuto fuori dell’area di governo, è decisamente cambiato.
  La nascita di Forza Italia e della Lega ha introdotto ulteriori novità soprattutto nella struttura e nella fisionomia della forma-partito. Da un lato, un “partito azienda” che ha assunto i connotati di un “partito personale”, non ha rinunciato ad ereditare alcuni caratteri del “partito pigliatutto” come la tendenza a svilupparsi nell’intero territorio nazionale, la ricerca del consenso in ampi strati sociali, l’assenza di ideologia, ma si è distinto dal partito pigliatutto, esemplificato nella DC, soprattutto sulla questione della leadership, considerata unica e indiscutibile e identificata nel capo, Silvio Berlusconi. D’altro lato, una formazione politica come la Lega di Bossi, un “partito territoriale” che ha fondato la ricerca del consenso al suo stato nascente soprattutto sulla polemica contro “Roma ladrona”, le parole d’ordine ispirate al separatismo, la lotta alla corruzione.
   Il successo delle due formazioni, Forza Italia e Lega, non ha impedito comunque la sopravvivenza di un’area moderata, distinta dalle altre due, che, dopo aver coltivato l’illusione della costituzione di un Grande Centro in Italia, ha quindi svolto la funzione di alleato della destra.
  Dopo un lungo periodo di egemonia berlusconiana e di governi di centro-destra, l’ascesa di Matteo Renzi alla guida del Partito Democratico ha scompaginato gli equilibri politici precedenti e ha condotto al successo il suo partito, che oggi è insediato con relativa stabilità al governo del paese. Renzi ha determinato contraccolpi di natura diversa. Ha portato il pd ad oltre il 40% di consensi elettorali. E’ riuscito a sottrarre il partito di Alfano alla sudditanza di Berlusconi e ad integrarlo nell’area di governo. Ha insediato nel pd una nuova leadership che ha profondamente rinnovato il suo gruppo dirigente. Ha notevolmente influito sulla crisi di Forza Italia, partito che oggi è diviso tra molte anime e non è più saldamente controllato da Berlusconi. Sta cambiando la stessa forma-partito del pd: un nuovo “partito personale” che aspira a diventare “partito della nazione” e a cercare consensi nell’area moderata dell’elettorato.
  Questo non significa che siamo passati dall’epoca del “bipolarismo imperfetto” e dell’alternanza non ancora pienamente realizzata all’unipolarismo renziano. Per ora, certo, non si scorgono all’orizzonte soggetti politici in grado di contrastare l’egemonia renziana. Tuttavia sia il Movimento 5 Stelle sia la nuova Lega di Matteo Salvini sono in grado di proporsi come potenziale alternativa al pd di Renzi, anche se avranno non poche difficoltà a porsi al centro di uno schieramento di alleanze.
  Se questa è in estrema sintesi la nostra storia recente, è possibile oggi ipotizzare una nuova geografia politica italiana che, probabilmente, si articolerà in più poli e che rappresenterà un relativo superamento della classificazione destra/sinistra. Il primo polo è costituito da un grande partito pigliatutto di sistema, quello renziano, capace di aggregare consensi tra gli elettori tradizionali del pd, moderati e di attrarre voti da Sel. L’altro polo è costituito dal Movimento 5 Stelle che, tuttavia, ha non pochi problemi di leadership, appare come un soggetto politico privo di una stabile forma-partito, con continue emorragie di parlamentari. Il terzo polo è la Lega di Salvini, non più partito territoriale ma nazionale, che guarda soprattutto all’Europa e ai suoi movimenti populisti. Quanto a Forza Italia, esso resta la vera incognita attuale.

domenica 3 maggio 2015

Il sonno dogmatico della sinistra

Massimo Cacciari    




















Ma la nostra sinistra vive ancora nel 900. Altrove le trasformazioni globali hanno creato partiti nuovi e pragmatici contro le disuguagianze. In Italia invece prevale sempre il sonno dogmatico 
l'Espresso, 13 marzo 2015 

Come si è giunti a una crisi tanto radicale di quelle correnti politiche che ereditavano in Italia tradizioni,e uomini, della sinistra novecentesca? Come è possibile che una storia di tale portata, la storia del “movimento operaio” italiano, sembri contrarsi oggi all’azione di una minoranza debole e divisa del Partito di Renzi, del tutto subalterna a fatti e misfatti di quest’ultimo? Le cause sono molteplici, non c’è dubbio, e anzitutto di ordine materiale: sono strutturalmente mutati i rapporti di produzione e di classe, è finita l’Italia della grande industria e dell’“operaio massa”, la grande rivoluzione tecnologica del nuovo Millennio ha rivoluzionato culture e forme di vita. Ma si tratta di processi irreversibili che hanno interessato tutte le società europee e hanno più o meno drammaticamente colpito tutti i loro sindacati e tutte le loro socialdemocrazie. Perché solo da noi sembrano averne cancellato ogni traccia? E perché in altri Paesi il loro crollo ha pure prodotto nuovi, giovani movimenti “di sinistra”, i Podemos e gli Tsipras, mentre in Italia l’immenso spazio politico della protesta, gli effetti sociali della grande crisi da cui siamo lungi dall’essere usciti, sono stati capitalizzati esclusivamente dai Grillo e ora pure dai Salvini? Temo che la domanda nasconda un errore fatale di prospettiva. È l’asfittica sedicente “sinistra” italiana che si consola collocando nel proprio solco quelle esperienze. E sperando una propria rinascita sul loro modello. In realtà esse esprimono proprio l’esaurirsi della “geografia” politica novecentesca, non hanno nulla a che fare con i contenuti tradizionali di “destra” e “sinistra”. La loro “ideologia” è un’arma leggerissima, un’“aura” piuttosto che un’arma, e la loro forza sta nel restare ancorati in modo assolutamente pragmatico alle ragioni della protesta, e cioè al dilagare delle disuguaglianze, dell’insicurezza e delle paure. L’agilità tattica con cui si muove uno Tsipras è la naturale conseguenza di questa collocazione del suo movimento. Rivolto interamente ad affrontare la crisi nella sua concretezza, a tentare di rispondere al dramma di chi la vive in carne ed ossa.
Degli orizzonti strategici meglio per ora tacere. La “politica al comando” è un lusso retorico che oggi non ci possiamo permettere. Da questo punto di vista, i Podemos e gli Tsipras appaiono anche mille leghe oltre Madame Le Pen e Monsieur Salvini, zavorrati da arcaiche ideologie regressive. Ma, per analoghi motivi, neppure hanno a che fare con le disperse membra della nostra “sinistra”, che proprio quelle trasformazioni e quella crisi che hanno espresso gli Tsipras non ha saputo né comprendere né rappresentare. Ammesso e non concesso che le nuove forze spagnole e greche possano dirsi “sinistra”, esse sono lontane dalla nostra tadizionale quanto lo è Renzi. Renzi ne esprime il superamento nel senso di un decisionismo populistico, che svuota il ruolo del binomio indissolubile Parlamento-sistema dei partiti. Si tratta di una formidabile tendenza del nostro tempo, che gli eredi del “movimento operaio” si ostinano da decenni a non voler vedere,e quindi a non saper in alcun modo contrastare. I Podemos e gli Tsipras, da parte loro, invece, si oppongono a tale tendenza ricalcando esattamente la figura del tribuno del popolo. La loro è auctoritas tribunicia nel senso più proprio. Ma è estremamente difficile per il tribuno imporre la legge, svolgere duratura azione di governo in perenne lotta col Senato (alias, i “decisori” ultimi delle politiche europee). La cultura politica del tribuno può solo occasionalmente giungere ad esprimere una energia riformatrice, in grado di mutare l’intero assetto della res publica . Abbiamo così una vecchia sinistra conservatrice che si batte contro la prospettiva incarnata da Renzi in nome di principi, regole e assetti istituzionali, estranei ogni giorno di più agli interessi effettivi della base sociale che essa dovrebbe rappresentare - e una “nuova sinistra” di tipo tribunizio, incapace di affrontare la crisi dell’idea stessa di rappresentanza, che stiamo vivendo, al suo livello proprio, quello storico, di sistema.
Una dozzina d'anni fa in Italia si fu sul punto di veder nascere un grande Podemos, che forse avrebbe potuto anche svegliare dal proprio sonno dogmatico la sinistra conservatrice. Ma, ahimè, si rivelò subito che il suo leader (vero Sergio?) era culturalmente consustanziale proprio a quest’ultima… e anche da quell’aborto ci vennero Grillo e grillini. Per molti motivi, per il bene stesso della nostra malatissima democrazia, è sperabile che quella opportunità si ripresenti, ma il dramma di allora ritornerà come pura farsa se saranno gli stessi, insieme ai loro nati stanchi epigoni, a volerla interpretare.