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martedì 1 settembre 2026

Il rider picchiato e rapinato

Simona Lorenzetti
Rider malmenato e derubato «Mi hanno portato via la bici»
Corriere Torino, 1 settembre 2026

Non hanno pagato le pizze e le birre che avevano ordinato. E quando il rider li ha seguiti insistendo per avere i soldi, lo hanno picchiato per poi rubargli la bici elettrica. È successo nella notte tra venerdì e sabato in via Verres, nel quartiere di Barriera di Milano. La vittima è un ciclofattorino di Glovo, ha 27 anni ed è originario del Bangladesh. Il rapinatore arrestato (il complice è riuscito a fuggire) è un egiziano di un anno più grande con permesso di soggiorno in scadenza e residente da uno zio: gli agenti lo hanno trovato in un giardino mentre si gustava una delle pizze non pagate.

Mancano pochi minuti alle 2 quando il giovane rider riceve l’ordine attraverso l’app: tre pizze e due birre. Il ciclofattorino si presenta all’appuntamento e ad attenderlo ci sono due uomini: uno ha la carnagione scura e indossa una giacca nera, l’altro ha la pelle olivastra e indossa una maglia bianca. Il 27enne consegna loro le pizze, ma i due non intendono pagare e si allontanano. Il giovane insiste, vuole i soldi per non dover risarcire lui la pizzeria. A quel punto i due lo aggrediscono: l’uomo che poi riuscirà a fuggire, quello con la giacca nera, gli strappa il telefono dalla mano; mentre il complice lo colpisce con un pugno al volto facendolo cadere dalla bicicletta. Poi afferrano la due ruote e quando il rider cerca di trattenerli per non perdere l’unico strumento che gli consente di lavorare, lo colpiscono di nuovo: prima con una violenta gomitata al volto, poi con un pugno facendolo cadere a terra. Il bangladese viene soccorso da un passante — che ha assistito alla rapina — e subito viene chiamata la polizia. «Mi hanno portato via la bici», racconta la vittima fornendo una dettagliata descrizione dei rapinatori. Poco dopo i poliziotti troveranno l’egiziano — l’uomo con la maglia bianca — nel parco Peccei mentre si gusta la pizza non pagata. Alla vista degli agenti, lo straniero fugge in direzione di corso Venezia e si rifugia in un’area dismessa di Rfi, nota per essere un ricettacolo di sbandati e tossicodipendenti. Ed è lì che il 28enne finisce in manette: prova a negare il proprio coinvolgimento con ancora le briciole della pizza che gli imbrattano la maglia, ma il rider lo riconosce senza alcuna ombra di dubbio.

Il giorno dopo il 28enne — difeso dall’avvocato Mirco Consorte — compare davanti al gip per l’udienza di convalida. Per il giudice le testimonianze del rider e del soccorritore sono sufficienti per indicarlo come uno degli autori della rapina e l’arresto viene convalidato. L’indomani, però, le porte del carcere si apriranno. Il fatto che il rapinatore sia straniero non basta per sostenere che ci sia il pericolo di fuga e che voglia sottrarsi al processo. Sussiste, invece, il rischio di reiterazione del reato: non ha fonti di reddito, ha precedenti di polizia e quindi «è concreto il pericolo» che possa commettere reati analoghi «a scopo di lucro». Tuttavia, è sufficiente come misura l’obbligo di firma che consentirà «un monitoraggio costante» e funzionerà come «monito».

Nel frattempo, il rider si è fatto medicare. Ma per lui il problema non sono i lividi: la bicicletta non è stata recuperata e questo significa non poter lavorare.

mercoledì 16 settembre 2015

Una strategia per il sindacato in crisi

Pierre Carniti

Una strategia per frenare il declino del sindacato

Le Confederazioni perdono iscritti e influenza e i loro obiettivi non sono chiari. Il pluralismo va bene - se accompagnato da democrazia interna - ma serve un patto di consultazione e cooperazione unitaria. Non è in gioco la sopravvivenza, ma il ruolo: si vuole ancora incidere sullo sviluppo economico e sociale? La necessità di un salario minimo garantito 

Eguaglianza & Libertà rivista di critica sociale on line, 16 settembre 2015 

... In estrema sintesi, tutto induce a riconoscere che il proposito di ridurre il deficit di incidenza del sindacalismo confederale in una società sviluppata come l’Italia comporti la necessità di agire: tanto sulle difficoltà ad includere i marginali ed i flessibili per evitare una contrazione della sfera sociale in cui l’azione collettiva riesce a contare; quanto sulla capacità di dotarsi di regole condivise (autonome, non eteronome) per decidere assieme. 
Chi intende accingersi a questo compito dovrebbe tenere presente un istruttivo dialogo contenuto in “Alice nel paese delle meraviglie”. Precisamente là dove Alice chiede al gatto Cheshire: “Vorresti per favore dirmi quale strada devo percorrere da qui?” Ed il gatto le risponde: “Dipende da dove vuoi andare”. Perché proprio, come per Alice, anche per il sindacato la cosa essenziale è quella di decidere, innanzi tutto, dove vuole andare. Sia chiaro: in gioco non c’è la sua sopravvivenza, ma il suo ruolo. Infatti, come tutte le istituzioni, anche il sindacato può sopravvivere benissimo a sé stesso. Può benissimo sopravvivere all’abbandono di compiti che pure ha assolto in altre fasi storiche. Ma se tra i suoi scopi decide di mantenere anche il proposito di  incidere direttamente sullo sviluppo economico e sociale, per assicurare una più equa distribuzione sia del reddito che delle opportunità di lavoro, allora deve compiere scelte conseguenti. La prima delle quali è che l’unità non può ridursi ad una invocazione, ad un mito, ma deve diventare il terreno di una conquista quotidiana.
E’ probabile che gran parte della letteratura sul “declino sindacale” esprima più un auspicio che la narrazione di un fatto. Tuttavia sembra difficile negare che il sindacalismo confederale stia attraversando un periodo di “nuvole basse” e si trovi alle prese con un problema di identità. Che è sempre un problema di strategia. Naturalmente si può pensare che esistano molti modi per cercare di risolverlo. Difficile però anche soltanto provarci, se non si dovesse almeno incominciare ad investirvi unitariamente più risorse e più pensiero.

http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=1848





giovedì 21 maggio 2015

Bauman, le paure dei giovani e l'identità biodegradabile



Zygmunt Bauman
I giovani “liquidi” Una, nessuna centomila identità
Perché i ragazzi dell’era social ribaltano le paure dei padri
Per chi appartiene alle nuove generazioni ogni scelta è una rinuncia alle scelte future 
la Repubblica, 21 maggio 2015


TRA i buoni motivi per interpretare l’avvento dell’era moderna come una trasformazione promossa soprattutto dagli interessi della classe media (o per riprendere la terminologia di Marx, come una “rivoluzione borghese” vittoriosa) appaiono preponderanti il timore ossessivo, tipico del ceto medio, della fragilità dello status sociale, e gli sforzi tesi a difenderlo e a stabilizzarlo. Nel delineare il profilo di una società esente da infelicità, i progetti utopistici che abbondavano all’inizio dell’era moderna riflettevano soprattutto i sogni e i desideri della classe media; ritraevano una società purificata dalle incertezze, e soprattutto dalle ambiguità e dalle insicurezze legate alla posizione sociale, nonché dai diritti e dai doveri che quella posizione portava con sé.

Per quanto quei progetti potessero essere diversi l’uno dall’altro, erano concordi all’unanimità nello scegliere la durata, la solidità, l’assenza di cambiamento come premesse essenziali di una società “buona” e della felicità umana. I progetti utopistici immaginavano soprattutto la fine dell’incertezza e dell’insicurezza: in altre parole promettevano un assetto sociale assolutamente prevedibile. La società “buona” e persino la società “perfettamente buona” delle utopie era una società che aveva risolto una volta per sempre tutte le paure più tipiche del ceto medio. Si potrebbe dire che i ceti medi erano l’avanguardia che, prima del resto della società, esplorava e faceva esperienza delle principali contraddizioni dell’esistenza destinate, ce lo si volesse o no, a diventare caratteristiche universali della vita moderna: la tensione perenne fra due valori, la sicurezza e la libertà, valori ugualmente desiderati e indispensabili per una vita appagante, ma difficili da conciliare, da possedere e godere simultaneamente.
I più giovani fra noi sono entrati in una società in cui la grande maggioranza delle persone si trova a vivere nella condizione riservata un tempo alle sole “classi medie”: a differenza delle classi alte (che oggi si chiamano “élite globali”) e di quelle basse (ora definibili “meno abbienti”), si trovano a dover scegliere non fra un’insufficiente varietà bensì fra una sovrabbondanza di modelli. Con il terribile rischio di sempre: scegliere un modello e dover rinunciare a molti altri altrettanto interessanti. È il rischio di inciampare, scivolare, cadere. Oggi l’ansia, e di conseguenza l’impazienza e la fretta dei giovani, derivano da un lato dall’apparente abbondanza di scelte possibili, dall’altro dal timore di fare una cattiva scelta, o di “non fare la scelta migliore possibile”. In altre parole sono figlie del terrore che una splendida opportunità sfugga quando c’è ancora tempo (fuggente) per coglierla. A differenza di ciò che accadeva ai loro genitori e ai loro nonni, educati durante la fase “solida” della modernità, oggi non ci sono codici di comportamento durevoli o autorevoli abbinabili alle scelte raccomandate, e tali da guidare il giovane lungo un percorso sicuro dopo che ha fatto la sua scelta (o accettato con obbedienza la scelta consigliata da altri). Il pensiero che un passo intrapreso possa (solo possa) essere stato uno sbaglio, e possa (solo possa) essere troppo tardi per contenere le perdite che ha causato, e soprattutto troppo tardi per tornare indietro da quella scelta infelice, continuerà a tormentarli per sempre: da qui dunque quel loro risentimento per tutto ciò che è “a lungo termine”, che sia il progetto della propria vita, o l’impegno nei confronti di altri esseri umani.

Ciò che conta di più per i giovani, quindi, non è “definire un’identità”, ma mantenere la propria capacità di ridefinirla quando è (o si pensa che sia arrivato) il momento di darle una nuova definizione. Se i nostri antenati si preoccupavano della loro identificazione, oggi prevale l’ansia di reidentificazione. L’identità deve essere a perdere perché un’identità che non piace, non piace abbastanza, o semplicemente rivela la sua età rispetto a identità “nuove e migliori” disponibili sul mercato, deve essere facile da abbandonare. Forse la qualità ideale dell’identità più desiderata sarebbe la biodegradabilità.
Poiché le opzioni disponibili non sono fondate su valori durevoli, incontestati e riconosciuti autorevolmente, la valutazione delle scelte non può che seguire le regole dei beni di consumo: l’identità scelta deve essere “messa sul mercato” per “trovare il suo valore”. L’identità progettata ed esibita che non trova e non crea una sua clientela è punita con l’esclusione (il voto contrario, il pregiudizio, la persona è ignorata, snobbata...), che è l’equivalente sociale del bidone dei rifiuti. I più “talentuosi” sono quelli con più contatti, sia sui social network, nonché sui loro blog personali che sono già più di settanta milioni e diventano sempre più numerosi).
Laurie Ouellette, docente di scienza delle comunicazioni e dei reality tv all’università del Minnesota, afferma che «molti adolescenti sentono la forte esigenza di crearsi un’identità allargata come le celebrities che vedono rappresentate nei media nazionali », riconfermando un’opinione ampiamente condivisa dagli esperti e dall’opinione pubblica in generale. “Identità allargata” significa soprattutto una più ampia esposizione: più gente da guardare e da cui essere guardati (utenti di internet/banda larga), un maggior numero di appassionati di internet stimolati/eccitati/ divertiti da ciò che vedono, e sollecitati al punto da voler condividere l’evento con i loro contatti. Tutti sanno bene che la probabilità di diventare famosi attraverso un blog personale è di poco superiore alla probabilità che una palla di neve resista al caldo dell’inferno, ma tutti sanno anche che la probabilità di vincere alla lotteria senza comperare un biglietto è zero.
Possiamo forse criticare i giovani perché vivono di corsa, inseguendo un’illusione? Non credo. Sono, proprio come noi, degli esseri razionali e così, non diversamente dai loro predecessori fanno del proprio meglio per reagire alle sfide sociali nel modo più ragionevole, efficace e responsabile, e per trarre una strategia di vita ragionevole dalla cornice sociale in cui vivono. Non hanno scelto loro (e tanto meno creato) questa “modernità liquida” in cui nessuna rappresentazione di se stessi, anche se di successo nell’immediato, è garantita a lungo termine; in cui ciò che oggi è irrinunciabile, è destinato già domani o dopodomani ad essere logoro. In altre parole, una condizione in cui mantenere aggiornata l’immagine di se stessi è un compito da ventiquattr’ore al giorno per sette giorni alla settimana. 


Questo testo è un estratto della lectio che Zygmunt Bauman (foto) terrà domani alle 18 al Festival èStoria di Gorizia, in corso da oggi a domenica



 

mercoledì 17 settembre 2014

Il primo giorno di scuola


Chiara Saraceno

Le promesse mancate del primo giorno di scuola 

la Repubblica, 16 settembre 2014
INIZIO d’anno in una scuola elementare di Torino, città che si fregia della definizione di “educativa”. Stremati dalla lunga estate i genitori si rallegrano che, almeno per chi non frequenta la prima, già dal primo giorno funzioni il tempo pieno.
MERAVIGLIE di una scuola ben organizzata. Peccato che ci sia subito la prima doccia fredda: la palestra è inagibile perché richiede manutenzione e non ci sono soldi per farla, con buona pace delle promesse di Renzi di investire prioritariamente nell’edilizia scolastica. Se si vorrà far fare ginnastica ai bambini, occorrerà chiedere ospitalità a qualche scuola vicina, rassegnandosi a prendere le ore lasciate libere dalle classi di questa e perdendo prezioso tempo per andare e venire tra una scuola e l’altra (certo, anche questo è un modo di fare esercizio motorio…).
Non è tutto, però. Posto che si trovino gli incastri giusti tra le due scuole nella fruizione della palestra, i bambini “ospiti” potranno fruirne effettivamente solo se, per ogni classe, accanto alla maestra ci sarà un genitore disposto ad accompagnare i bambini nel tragitto di andata e ritorno.

Non è chiaro come si pensi di trovarlo: chiedendo che i genitori a turno prendano mezza giornata di permesso o ferie? Costringendo chi non ha un lavoro, perché casalinga o disoccupato/a, a mettersi a disposizione? Precettando qualche nonno/a? Ma non è finita qui. In una quinta elementare finalmente la classe quest’anno ha entrambe le maestre di ruolo, dopo quattro anni di sistematico turn over della maestra di italiano. O meglio, le ha sulla carta. La maestra appena assunta in ruolo due giorni prima dell’inizio della scuola è andata in congedo di maternità anticipato. Per ora, quindi, tempo pieno, ma, come gli anni scorsi, attesa non si sa quanto lunga di un/una supplente, in più niente ginnastica. Questo in una classe in cui un buon numero di scolari è, non solo straniero, ma da poco in Italia; quindi avrebbe più bisogno di continuità nell’insegnamento. È questa la #buona scuola che è stata promessa? Il rispetto dovuto ai bambini, l’attenzione necessaria per non spegnere in loro la fiducia nella scuola e l’entusiasmo di imparare cose nuove? Ovviamente, la maestra in maternità ha tutti i diritti e probabilmente avrà tirato un sospiro di sollievo nell’apprendere che poteva mettersi in congedo di maternità senza timore di perdere punti in graduatoria come quando era supplente. Sicuramente avrà buoni motivi di salute per averlo chiesto anticipato e il medico che glieli ha certificati avrà agito con scrupolo e non chiudendo un occhio. Sono anche sicura che il Comune di Torino, o qualsiasi ente sia responsabile dell’edilizia scolastica, ha avuto priorità più urgenti (tetti che crollano, servizi igienici rotti e simili) di una palestra su cui concentrare le risorse disponibili per la manutenzione (se pur sono arrivate). Ciò non impedisce di rimanere sconfortati di fronte allo scarto tra le promesse e la realtà e al semplicismo delle prime.
Lasciamo pure stare la questione della palestra, anche se poi è inutile lamentarsi che i bambini italiani fanno poco moto e praticano poche attività sportive, se anche quelle che dovrebbero fare a scuola dipendono dalla disponibilità di tempo dei genitori, oltre che dal fatto che un’altra scuola possa cedere parte delle proprie attrezzature, senza ridurre il servizio per i propri studenti. La faccenda della maestra di ruolo in maternità (una eventualità non remota in una professione al 90% femminile) mostra come la stabilizzazione, l’immissione in ruolo dei supplenti possa essere un passaggio necessario e doveroso, specie per coloro che fanno supplenze da anni, talvolta nella stessa scuola e stessa classe. Ma non risolve la questione di come garantire agli studenti continuità e qualità didattica e neppure il diritto minimo ad avere un insegnante annuale stabile, se non il primo, almeno il secondo giorno di scuola. Su questo punto anche i sindacati sono troppo silenti. Eppure, se non lo si affronta, insieme a quello della qualità dell’insegnamento, il nostro continuerà ad essere un sistema scolastico che troppo si affida alla supplenza non solo degli insegnanti “supplenti”, ma delle famiglie.
Se si può chiudere un occhio sulle richieste di contributi per il materiale didattico o la carta igienica; si possono imbiancare i muri delle aule e tagliare l’erba in giardino; ma non si può accettare che la solidità dell’istruzione dei bambini e ragazzi sia affidata alla capacità e disponibilità delle famiglie di integrarla quando questa è mancante, o intermittente. In questo modo la scuola, invece di essere strumento di compensazione delle disuguaglianze, le conferma, quando non le acuisce.

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Renzo Paris 
testo pubblicato su Facebook
15 settembre 2014

Celano, primo settembre 1950. Mia madre mi aveva abbottonato il grembiulino blu e mi aveva chiuso la cartella di cartone con un panino con la frittata. Appena fuori casa un fulmine cadde sulla Liscia, la montagna difronte alla mia abitazione. Avevo fatto colazione con latte appena munto dalla mucca della vicina e bollito. Dovevo percorrere con un mio amichetto mezzo chilometro di strada per raggiungere la scuola elementare: una stalla di cavalli, con uno stanzone libero, adibito a scuola. Nell'ultimo banco c'era un ragazzo di quindici anni che pare avesse ripetuto la prima elementare a catena. La maestra scese da un autobus di Avezzano. E dopo l'appello, ci mandò a fare legna nella campagna accanto, provviste per il freddo che si avvicinava. Quella scuola non aveva riscaldamento e ogni tanto era rallegrata dal nitrito di un cavallo. Ero contento così.

sabato 21 dicembre 2013

Il capitalismo infinito: una lettura

Giuseppe De Rita 
Nella palude del lavoro liquido. Dal post-fordismo alla dispersione: una parabola discendente
Corriere della Sera, 20 dicembre 2013
a proposito di Aldo Bonomi, Il capitalismo in-finito. Indagine sui territori nella crisi, Einaudi 2013


Da antico sodale nella ricerca sulla composizione sociale del Paese, ho ritrovato nel recente volume di Aldo Bonomi su Il capitalismo infinito tanti richiami alla mia storia intellettuale e professionale, con le tante scoperte e le tante delusioni che ci ha dato la straordinaria decennale dinamica della nostra struttura sociale.
All’inizio, negli anni 60 tutto sembrava chiaro e solidamente proiettato in avanti: stava contraendosi fortemente la componente agricola, che ancora al censimento del ‘51 contava sul 54% della popolazione; aumentava e si compattava come «classe operaia» la componente «fordista» dei lavoratori dipendenti dell’industria; cresceva con passo inarrestabile la componente impiegatizia, specialmente concentrata nel lavoro pubblico e nelle attività bancarie e assicurative. Sembrava un mondo destinato a durare per decenni, anche perché esso trovava la sua corrispondenza nella articolazione delle forze politiche, attraverso il tipico fenomeno del collateralismo categoriale (del mondo agricolo, della classe operaia, del ceto medio impiegatizio).
E invece con l’inizio degli anni 70 cambia tutto, e radicalmente, pur se non tutti allora se ne accorsero, impegnati com’erano su altre impressive ma sovrastrutturali tematiche. Succede che in quegli anni esplode l’economia sommersa (3-4 milioni di «spezzoni di lavoro» non riconducibili ad alcuna rappresentazione statistica come di rappresentanza); con l’economia sommersa matura ed esplode la piccola e piccolissima impresa (solo per il settore industriale ci fu il raddoppio del numero delle imprese create nei cento anni precedenti); esplode nel settore terziario non la grande organizzazione dei servizi, ma il lavoro autonomo e individuale (per esempio nei trasporti scomparve il grande Istituto Nazionale Trasporti e dilagò il popolo dei proprietari di camioncini e di camion); il pubblico impiego si dilata in maniera importante, ma perde compattezza e identità a vantaggio della moltiplicazione di nuove figure professionali e più ancora della corrosione operata da milioni di «secondi lavoristi»; si affermava un enorme processo di cetomedizzazione segnato più da una antropologica propensione alla soggettività dell’agiatezza che da una seria potenziale maturazione di classe borghese.
Noi ricercatori ci ritrovammo a lavorare in una realtà senza più confini e schemi certi; e dovemmo prendere atto che tutto era cambiato, e che vivevamo in una realtà di «post-fordismo», coscienti da un lato che la dimensione organizzativa non funzionava più come facitrice di composizione sociale; e dall’altro che tutto il nuovo (economia sommersa, piccola impresa, lavoro autonomo, ecc.) aveva un motore immobile e profondissimo: il valore della soggettività e della libertà di essere se stessi, contro ogni vincolo sovraordinato, e non è un caso che gli anni 70 furono anche gli anni, sul piano sociale e valoriale, dell’accettazione referendaria del divorzio e dell’aborto).
Cavalcammo allora, specialmente Bonomi e io, la tematica del post-fordismo, impegnati però ad uscire dall’indistinto tipico di ogni «post». E i lettori di quegli anni ritrovarono testi, anche nostri, su definizioni meno indistinte: si parlò di capitalismo molecolare, di capitalismo personale, di «piccolo è bello», di primato del fai da te, della centralità della creatività individuale. Cercando di incardinare questo panorama di scelte in alcuni processi più solidi e concreti (del territorio, con il localismo, ai mercati internazionali con il made in Italy). È stata, parlo almeno per me, una cavalcata fenomenologica di grande interesse, e anche di soddisfazione, visto che vedevamo cose che gli altri non capivano. Ma sapevamo che non potevamo restare a goderci lo studio del post-fordismo, della molecolarizzazione, del primato della soggettività. Sapevamo, anche perché lo constatavamo ogni giorno nelle nostre ricerche, che i meccanismi della articolazione molecolare del sistema continuavano a operare, sottotraccia, ma con estrema potenza. E così oggi ci ritroviamo in un mondo di totale varietà, dove l’economia dei servizi e la società della conoscenza producono non solo piccoli imprenditori, lavoratori sommersi e lavoratori in proprio ma una miriade di altre posizioni di lavoro, come (cito Bonomi) «classe creativa, capitalisti personali, lavoratori della conoscenza, professionisti metropolitani e globalizzati, imprenditori, cognitivi, giovani e adulti esodati, precari, quarto stato» e si potrebbe continuare nell’elencazione, in una quasi orgia di identità e figure professionali «liquide».
Mi viene, rileggendo, un po’ di vertigine. E ho la sensazione che una tale frastagliata fenomenologia non permetta più di esercitare quel riconoscimento collettivo che è necessario in ogni società (in termini di ricerca, di rappresentazione mediatica, di rappresentanza sociale e politica). Gli schemi, anche i nostri, non servono più, non bastano più; la realtà e la dinamica quotidiana sono soverchiati, dovremo solo aspettare che si sedimentino. Ci resta solo la soddisfazione, sempre gratificante per chi fa fenomenologia, che la realtà è più forte di ogni sforzo di programmazione e organizzazione, anche intellettuale .