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sabato 28 marzo 2026

Balzac e l'economia

 


Pascal Riché
Gli economisti fan di Balzac da Marx a Piketty

Le Monde des livres, 28 marzo 2026 

Quando l'economista Thomas Piketty pubblicò Capital nel XIX esecolo (Seuil, 2013), i commentatori erano sorpresi che avesse dedicato molte pagine alle opere di Balzac o Jane Austen. Era per lui illustrare quella che era una società in cui la ricchezza poteva essere ereditata.

Per Piketty, però, nulla era più naturale, come spiega oggi: “Ciò che colpisce, quando legge questi due autori, è la loro intima conoscenza, molto precisa, quasi carnale, delle disuguaglianze del patrimonio. Per loro, questi non sono solo numeri, è il loro universo, sono i rapporti di forza in cui vivono. »

Dice che è stata la lettura di un passaggio di Padre Goriot (1835) che lo ha guidato sul tema delle disuguaglianze di ricchezza: quando Vautrin, figure in sostegno, spiega a Rastignac che se vuole essere ricco nella società, l’unica via possibile è un matrimonio ricco. “Rastignac capisce che non può raggiungere la società attraverso il suo lavoro da solo, anche con una carriera legale abbagliante. Volevo controllare”, spiega l’economista. Quest’ultimo ha scritto nel 2009 il suo importante articolo “Sull’evoluzione a lungo termine dell’eredità: Francia 1820-250” (in cui non menziona Balzac), poi il bestseller che lo renderà famoso in tutto il mondo.

Piketty non è il primo a trarre lezioni da Balzac per analizzare le disuguaglianze. L'autore di un altro Capitale (1867), Karl Marx, è stato anche un grande lettore dell'autore di La commedia umana, così come il suo partner Friedrich Engels. Secondo quest’ultimo, Honoré de Balzac pur essendo un legittimista – e quindi un sicuro reazionario – ha capito e raccontato il movimento storico che stava portando via il vecchio mondo. È un “maestro del realismo infinitamente più grande di tutti gli Zola passati, presenti e futuri”, ha detto in una lettera alla scrittrice e giornalista Margaret Harkness nel 1888. Nelle analisi marxiste del XX esecolo, Zola sarà quindi disdegnato, Balzac adulato. Il lavoro dello scrittore sarà analizzato da ogni angolazione a opera di pensatori marxisti come Georg Lukacs, Pierre Barbéris o Pierre Macherey.

Riempire l'ignoranza

Tre anni prima dell'uscita di Capital nel XXI secolo, un collega di Piketty, un altro specialista della disuguaglianza, Branko Milanovic, aveva aperto il suo libro The Haves and the Have-Nots (Basic Books, 2010) con due colpi di riflettori, uno su Orgoglio e pregiudizio (1813), di Jane Austen (quale era il vantaggio finanziario per Elizabeth di sposare il ricco Mr. Darcy?), l'altro su Anna Karenina (1877), di Leo Tolstoj (cosa ha guadagnato l'eroina per sposare Alexis Alexandrovich Karenina, che era allora tra l'1% più ricco del paese, poi si innamora del conte Vronski, che faceva parte dello 0,1%?).

Nel 2020, lo specialista fiscale Dan Shaviro ha continuato in questa vena eco-letteraria con letteratura e disuguaglianza (Anthem Press), dove analizza le strutture sociali di Inghilterra, Francia e Stati Uniti attraverso le opere di nove autori: Jane Austen, Honoré de Balzac, Stendhal, Charles Dickens, Anthony Trollope, E. M. Forster, Mark Twain, Charles Dudley Warner, Edith Wharton e Theodore Dreiser.

Un busto di Honoré de Balzac, il 16 ottobre 2014 al cimitero di Père Lachaise a Parigi.

In Francia, l'economista Claire Pignol, docente presso l'Università di Parigi-I Panthéon-Sorbonne, si è fatta una specialità per estrarre insegnamenti dalle opere di Balzac, Jean-Jacques Rousseau o Daniel Defoe. Secondo lei, la letteratura permette di colmare l’ignoranza dell’economia. “Aiuta a sentire i fenomeni che sfuggono al ragionamento. Perché i soldi sono accettati? Perché l'avarizia? Esplora le nostre contraddizioni, l’opacità che circonda i nostri comportamenti. Claire Pignol sta preparando un libro sul desiderio di ricchezza, che sarà irrigato con la letteratura.

 https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/03/28/les-economistes-fans-de-balzac-de-marx-a-piketty_6674839_3232.html

 

venerdì 7 novembre 2025

Governo senza prospettive

Elsa Fornero 
Quei salari bassi in un vicolo cieco

La Stampa, 7 novembre 2025

L'Italia si trova da tempo a dover affrontare due grandi problemi economici, collegati tra loro: la bassa crescita, che ci trasciniamo da circa tre decenni, e un forte peggioramento nella distribuzione dei redditi, con sensibile aumento della povertà nella popolazione, in particolare quella giovane. Sono problemi che abbiamo in comune con molti altri Paesi avanzati anche se da noi hanno assunto, nel tempo, un’intensità maggiore, che rende più difficile estirparli.

La bassa crescita dipende dal relativo insuccesso della nostra struttura produttiva nel creare, anno dopo anno, un insieme di beni e servizi - e perciò di redditi, che ne sono il controvalore monetario - stabilmente anche se moderatamente crescente. Basti pensare che un tasso di crescita del PIL pari al 3 per cento consentirebbe di raddoppiarne il valore iniziale in poco più di 23 anni: con una simile dinamica, che ci appare oggi straordinaria ma che è di gran lunga inferiore a quella del cosiddetto “miracolo economico”, i figli potrebbero godere, con i loro primi salari, di un benessere doppio possibile ai genitori alla stessa età. Con una crescita prossima a zero e in presenza di nuovi bisogni (come gli strumenti informatici oggi quasi universalmente diffusi), i figli stanno in realtà peggio dei genitori! Ed è quello che è successo da noi.

Le cause sono molteplici e intrecciate tra di loro: si va dall’eccesso di burocrazia, al peso di piccole imprese non innovative, che provoca carenza di innovazione diffusa; dall’insufficienza di investimenti in infrastrutture, istruzione e formazione professionale all’invecchiamento demografico, che riduce la capacità e il desiderio di innovare e la disponibilità ad affrontare il rischio. Quale che sia il mix di cause, negli ultimi decenni, caratterizzati peraltro da una serie di continua di shock molto negativi, l’Italia è rimasta indietroLa quota di reddito che remunera il lavoro dipendente è diminuita rispetto a quella del capitale, invertendo la precedente tendenza al progressivo miglioramento del tenore di vita delle famiglie e al rafforzamento del ceto medio. Un peso durissimo, soprattutto per le famiglie giovani e per il Mezzogiorno, hanno avuto sia crisi finanziaria del 2008, sia la successiva “grande recessione”. La precarietà del lavoro è aumentata e le famiglie con redditi medio-bassi hanno subito un calo del potere d’acquisto, mentre i redditi più alti sono rimasti stabili o addirittura sono aumentati, facendo crescere i patrimoni (non o poco tassati). Negli ultimi anni, questi divari hanno inoltre subito l’effetto dell’inflazione, che colpisce maggiormente i più poveri. E se l’occupazione è un po’ aumentata (il che è un dato sicuramente positivo) la sua qualità lascia molto a desiderare: i poveri restano poveri ed esclusi.

Di fronte a questo quadro, una singola legge di bilancio, particolarmente di un Paese impegnato nella riduzione del suo alto debito, può fare assai poco sulla crescita, e quella che si sta discutendo in questi giorni in Parlamento non fa eccezione. Né ha torto il Ministro dell’Economia quando dice che con la stabilizzazione delle finanze pubbliche si possono attrarre maggiori investimenti, soprattutto esteri, o almeno non scoraggiarli. Tre leggi di bilancio (quattro se il governo andrà alla sua naturale scadenza, ma senza considerare la prima), possono però fare la differenza; cinque anni di governo, se utilizzati bene, dovrebbero infatti essere sufficienti a dare al Paese un “senso di direzione”, un po’ più di dinamica e un po’ più di inclusione. E qui si trova il limite principale dell’attuale governo: pur godendo di una notevole stabilità politica non è riuscito a incidere sui fattori dai quali principalmente dipende la crescita di un Paese: l’istruzione, l’innovazione, la ricerca, la sanità. Queste erano le direttrici lungo le quali bisognava muoversi, sulle quali occorreva costruire una “mission” (questa sì, possibile). Il Governo ha però adottato un’ottica di breve termine, sprecando risorse in inutili progetti (il progetto Albania per la gestione dei migranti) o in pessimi provvedimenti (le diverse rottamazioni e gli aperti condoni), mentre il Paese ha continuato a perdere altri giovani a favore dell’estero.

Non sembra essere chiara neppure la strategia redistributiva per combattere la povertà e l’eccessiva diseguaglianza (una delle più alte nell’Europa occidentale). Anche in questo caso, infatti, il quadro è nettamente insufficiente, con provvedimenti di sgravio fatti allo scopo di aumentare i redditi da lavoro più bassi, che però – come ha ricordato ieri il Presidente dell’Istat nella sua audizione – finiscono per favorire i redditi più elevati (almeno nella fascia da 30 a 50 mila euro annui). Il giudizio complessivo (e, almeno finora, anche quello delle istituzioni internazionali) è che anche la nuova legge di bilancio sia accettabile più per quello che non fa che per quello che fa: poco e in direzioni non sempre socialmente eque. Sulla legge di bilancio l’aspetto più positivo (o meno negativo, a seconda dei punti di vista), infatti, è che non “sfascia” i conti pubblici, evitando che il Paese si avvii a una nuova crisi finanziaria. Il problema è che pare non avviarsi da alcuna parte.

https://ilmanifesto.it/litalia-dei-forti-dove-a-pagare-pensano-i-lavoratori

mercoledì 5 novembre 2025

Democratici alla riscossa negli Stati Uniti

Usa: storico tris dem, Mamdani eletto sindaco di New York

Nel suo discorso dopo il successo elettorale come sindaco di New York, Zohran Mamdani ha affermato che la sua vittoria mostra la strada per "sconfiggere" Donald Trump. "Se qualcuno può mostrare a una nazione tradita da Trump come sconfiggerlo, quella è la città che lo ha fatto nascere", ha detto. "Donald Trump, visto che so che stai guardando, ho quattro parole per te: alza il volume" (turn the volume up)", ha aggiunto. 

Primo test amaro per Donald Trump ad un anno dalla sua vittoria e dalle prossime elezioni di midterm: i dem fanno un tris dal sapore storico nelle elezioni chiave dell'election day del 4 novembre, imponendo a New York il giovane astro nascente del partito ed eleggendo le prime due donne governatrici in New Jersey e in Virginia, swing state quest'ultimo strappato ai repubblicani. Il tycoon ammette la sconfitta su Truth ma, citando non meglio precisati sondaggisti, sostiene che "il fatto che Trump non fosse sulla scheda elettorale e lo shutdown sono stati i due motivi per cui i repubblicani hanno perso le elezioni stasera".

L'America intanto stupisce ancora il mondo eleggendo alla guida della Grande Mela, la più grande metropoli Usa e icona stessa del capitalismo, il 34enne Zohran Mamdani, il primo sindaco musulmano e socialista della città. Nonché il più giovane in oltre un secolo della sua storia e il più 'diverso' con le sue origini sud-asiatiche: mamma indiana e padre dell'Uganda, dove è nato. Ha fatto breccia partendo come semisconosciuto deputato statale, sostenuto dall'ala progressista di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, appoggiato alla fine da Barack Obama (anche se non formalmente) ma non da tutto l'establishment dem. Ha vinto con un programma per rendere Ny più abbordabile (bus gratis, supermercati comunali, affitti calmierati e più tasse ai ricchi) e con un'energia che non si vedeva da anni, soprattutto tra i giovani.
Dopo la chiusura delle urne, dove hanno votato oltre due milioni di elettori (record dal 1969), Mamdani ha viaggiato poco sopra il 50% mantenendo una distanza di circa 10 punti sull'ex governatore dem dell'Empire State Andrew Cuomo, mentre il repubblicano Curtis Sliwa non superava il 10%. Sconfitto alle primarie, Cuomo si era riciclato come indipendente con l'endorsement di Donald Trump ed Elon Musk. La vittoria di Mamdani è quindi una sfida vinta anche contro il tycoon, che lo ha bollato come "comunista antisemita", gli ha aizzato contro la potente comunità ebraica newyorchese e ha minacciato di tagliargli i fondi federali. Anche se ora pensa di usarlo come spauracchio nazionale della deriva comunista dei democratici.

Ma il partito dell'Asinello ha mostrato di saper vincere anche con candidati moderati, indicando una seconda via per riconquistare la Casa Bianca nel 2028. Come la 46enne Abigail Spanberger, ex operativa della Cia che in Virginia ha strappato la leadership ai repubblicani diventando la prima donna governatrice dello stato, con un'altra donna come vice: Ghazala Hashmi, senatrice statale di origine indiana, prima persona musulmana e sudasiatica a ricoprire un incarico statale nell'Old Dominion State. In Virginia i dem hanno conquistato anche la carica di attorney general: Jay Jones ha battuto l'uscente Jason Miyares, appoggiato da Trump. Il partito ha fatto la storia inoltre mantenendo la guida del New Jersey con la vittoria della 53enne deputata "Mikie" Sherrill, che diventa la prima governatrice donna del 'Garden State': sposata, madre di 4 figli, studi d'élite, è una ex procuratrice federale e una ex ufficiale di Marina, una 'top gun' che ha pilotato elicotteri con missioni in Europa e in Medio Oriente. Ha battuto l'uomo d'affari italo-americano Giacchino Michael "Jack" Ciattarelli, 64 anni, che aveva ricevuto l'endorsement di Trump, col quale si è schierato dopo che nel 2015 lo aveva definito un "ciarlatano".  

LA GIORNATA DI IERI:

Non votate per Zohran Mamdani: è un "chiaro pericolo" e "vi odia". L'appello, a seggi aperti, é agli ebrei di New York, lanciato da Israele e da Donald Trump.
L'ultimo tentativo di indirizzare la scelta degli elettori, nella speranza di un vero e proprio 'miracolo': fermare il candidato socialista nella corsa a sindaco della Grande Mela. "Ogni ebreo che lo vota è uno stupido" perché "vi odia", ha attaccato il presidente dopo aver appoggiato il rivale di Mamdani, Andrew Cuomo, e chiesto ai repubblicani di votare in massa per l'ex governatore. "Che vi piaccia o meno, non c'è altra scelta", ha tagliato corto, tornando a minacciare di tagliare i fondi federali alla città nel caso in cui il candidato democratico vincesse.

Le parole del tycoon hanno fatto eco a quelle del console generale di Israele a New York, Ofir Akunis, che poco prima aveva definito il 34enne Mamdani come un "chiaro e immediato pericolo per la comunità ebraica".

Affondi pesanti che hanno infuocato gli ultimi scampoli di campagna elettorale, con i candidati ancora impegnati a corteggiare gli indecisi. Mentre fuori dai seggi si formavano lunghissime file per votare. "Non mi farò intimidire da questo presidente", ha detto il candidato democratico respingendo le critiche e minimizzando le minacce, come anche quella di inviare a New York le truppe federali. "Sono parole, non è legge", ha osservato Mamdani, sapendo di essere il favorito, forte anche del sostegno di Barack Obama che ne ha lodato l'impressionante campagna elettorale. Anche gli ultimi sondaggi lo davano vincente, primo sindaco musulmano in una città dove gli ebrei rappresentano oltre il 12% della popolazione, la maggiore concentrazione fuori da Israele. E il primo socialista alla guida della capitale del capitalismo, la città più ricca del mondo che ospita il maggior numero di miliardari: ce ne sono 123 e valgono complessivamente 759 miliardi. (ANSA)

sabato 30 agosto 2025

Il lavoro povero e precario


Valeria Pulignano
Il baco del lavoro povero e precario

il manifesto, 30 agosto 2025

Il governo Meloni rivendica con orgoglio il calo della disoccupazione. In un post si rallegrava che «i nuovi dati Istat confermano, ancora una volta, la costante crescita dell’occupazione». Eppure, nello stesso periodo, le rilevazioni ancora di Istat e Confcommercio segnalano un’economia in rallentamento: Pil in lieve calo, consumi fermi, a trainare resta solo il turismo.

I numeri occupazionali, quindi, non bastano da soli a descrivere lo stato reale del lavoro e dell’economia italiana.

Basta grattare la superficie per scoprire che la «ripresa» del lavoro italiano è più apparente che reale. Dietro i numeri positivi si nasconde un lato oscuro fatto di lavoro povero, precarietà e profonde disuguaglianze che frenano l’economia e mettono a rischio la tenuta sociale e democratica del Paese. Secondo le stime più recenti disponibili, a giugno 2025 la disoccupazione giovanile si attesta al 20,1% e i dati sulla partecipazione femminile indicano un tasso di 53,1%, significativamente inferiore alla media europea (66,3%). È il segno di un mercato del lavoro che continua a escludere due componenti decisive per il futuro del Paese. E non si tratta solo di occupazione: anche chi lavora spesso lo fa in condizioni di fragilità. L’Istat ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del Pil 2025, portandole allo 0,6%. In un’economia quasi ferma, la qualità del lavoro diventa la variabile decisiva.
Qui emergono le crepe della «ripresa». Da dati Cnel, nel 2024 i contratti temporanei sono il principale canale di accesso al lavoro ed è cresciuta la diffusione di part-time involontario per i giovani. Le piattaforme digitali aprono nuovi spazi di occupazione ma spesso a condizioni di precarietà: paghe a cottimo, assenza di tutele, isolamento. La retorica dell’innovazione nasconde in realtà la normalizzazione di un modello di lavoro povero e senza diritti. I riders che consegnano cibo sotto la pioggia, spesso vittime di incidenti, anche mortali, le lavoratrici domestiche e della cura reclutate tramite app, gli addetti dei call center pagati a minuti di conversazione sono alcuni esempi di un fenomeno sempre più diffuso.

Un altro fronte riguarda il lavoro di cura non retribuito che Italia grava ancora soprattutto sulle donne. Questo «ammortizzatore invisibile» supplisce alle carenze del welfare pubblico, ma tiene milioni di donne fuori dal lavoro retribuito. In un Paese con una fecondità di appena 1,18 figli per donna, inferiore alla soglia di sostituzione generazionale, trascurare questo nodo significa ignorare una delle cause strutturali della stagnazione economica.

Queste dinamiche producono effetti profondi: divari generazionali e di genere crescono, le nuove generazioni affrontano percorsi professionali incerti e le donne sopportano un doppio carico di lavoro. La precarietà cronica mina la fiducia nelle istituzioni, genera insicurezza sociale e indebolisce la democrazia.

Il confronto con altri Paesi europei è illuminante. Nei Paesi nordici, investimenti in welfare e contrattazione collettiva hanno mantenuto alta la qualità del lavoro anche in periodi di crisi. In Germania, un miglioramento delle condizioni per il personale di cura ha mitigato la carenza di lavoratori qualificati, pur restando ancora una sfida. L’Italia, al contrario, resta intrappolata in un modello che accetta la precarietà come prezzo inevitabile della crescita, ignorando che essa – spesso veicolo di diseguaglianze legate a genere, età, colore della pelle – frena crescita, innovazione e capacità di attrarre talenti.

Precarietà e innovazione tecnologica si intrecciano: il lavoro digitale apre opportunità, ma anche nuove forme di sfruttamento e disuguaglianza. L’Italia rappresenta un caso esemplare di questa tensione: da un lato i numeri della disoccupazione calano, dall’altro cresce il lavoro povero, frammentato, privo di garanzie.

Per questo la «ripresa» del lavoro in Italia appare incompiuta. Non basta contare il numero degli occupati: occorre interrogarsi sulla qualità del lavoro, sulle tutele, sulla dignità che esso garantisce. Senza affrontare la precarietà strutturale, l’occupazione rischia di restare un guscio vuoto, incapace di sostenere davvero la crescita economica e la coesione sociale.

La sfida per la politica, oggi, è riconoscere che il lavoro non è soltanto una variabile economica, ma la base della cittadinanza democratica. Difendere la qualità del lavoro significa difendere la qualità della nostra democrazia.

venerdì 22 agosto 2025

L' immigrazione meridionale a Torino


Alessandro Chetta
Goffredo Fofi e quell'inchiesta sulla Torino colorata dal Sud

Corriere Torino, 22 agosto 2025 

L’immigrazione meridionale a Torino è un classico del genere ma non si trova facilmente, non va in ristampa, e nelle biblioteche cittadine è sempre in prestito. Su ebay la prima edizione va a 50 euro; ci sarebbe Amazon ma si perde il gusto della caccia grossa. L’autore, Goffredo Fofi, scomparso a luglio, operatore culturale quant’altri mai, al principio degli anni 60 volle seguire al Nord tutto quel Sud di cui s’era imbevuto, lui umbro, affiancando Danilo Dolci in Sicilia.

Così realizzò da non-sociologo un’inchiesta sociologica accuratissima, che non era venuta in mente agli addetti ai lavori nonostante ce l’avessero sotto il naso; «era centrale ma non se occuparono che rarissimi giornalisti». Di un classico è inutile ripassare pedissequamente i contenuti, meglio cerchiare alcuni capisaldi, qualche cifra e soffermarsi sulla genesi, magari non nota a tutti, riassunta nella scoppiettante prefazione alla terza edizione edita da Aragno in cui lo stesso Fofi indugia sulle traversie per la pubblicazione.

In breve, gli dei einaudiani dapprima entusiasti si irrigidirono di fronte ai passaggi molto critici sulla Fiat (del resto, nelle opere di Fofi tutto è politica, anche le recensioni ai film di Totò o sulle canzoni di Nino D’angelo). Luca Baranelli, redattore in via Biancamano, gli fece sapere che chi aveva letto l’inchiesta chiedeva dei tagli. «Ma fu Massimo Mila a dire ciò che tutti pensavano, che l’ostilità al mio lavoro veniva dalla denuncia alla fabbrica». Ne seguì una pesante spaccatura in Einaudi. «Mi dispiacque molto che persone per le quali avevo grande ammirazione come Bobbio, Venturi, Calvino, Bollati votassero contro la pubblicazione. A favore solo Cases, Fortini e Mila». Quando il libro uscì nel ’64 con un altro editore, Feltrinelli, Carlo Casalegno de La Stampa gli dedicò un lungo articolo «che in sostanza diceva “parla male di noi” (intendendo la Fiat e il suo giornale) “ma è un libro importante”».

L’indagine è un’impressionante fotografia di quel clima epocale, tramandabile solo da chi ha saputo incrociare le statistiche ai volti spaesati di Porta Nuova: «Nel chiasso e nella confusione dell’arrivo del treno del sole che arriva alle 9:50 di ogni giorno quel che colpisce di più è il silenzio dei bambini, l’intontimento». Quei bimbi insieme ai genitori si distribuiranno tra capoluogo e provincia, territorio che raccoglieva metà degli abitanti del Piemonte. «Il fuggitivo arriva in stazione e si sente senza passato né presente, momento terribile» e nei primi giorni se non trova un tetto dorme nei vagoni dove per non farsi cacciare compra il biglietto meno caro, per Moncalieri, e lo mostra al capotreno. Altre volte è un parente ad ospitare un’intera famiglia e questo «manda in bestia il padrone di casa e innervosisce i vicini piemontesi». Step successivo sono le soffitte a Porta Palazzo attrezzate solo «con materassi vecchi e fornelletti del gas presi al Balûn».

Diversi aspetti descritti nel libro si ricollegano alla contemporaneità e tra questi il fatto che «l’emigrazione perviene a rallentare l’invecchiamento della popolazione» le cui conseguenze al tempo «preoccupavano i sociologi» mentre oggi preoccupano tutti. Il confronto con l’attualità diverge nel dato sulla tolleranza dei nuovi arrivati: si legge che dopo le dichiarate ostilità del decennio precedente, le difficoltà dei meridionali con i torinesi «vanno diminuendo d’intensità»; oggi invece problemi e conflittualità con i migranti africani degli anni 2000 ancora non sfiamma, salvo eccezioni.

Nel lustro ’55-’60 approdano in città 35mila pugliesi, 17mila siciliani, 11mila calabresi, 7000 campani. «Queste persone devono adattarsi, imparare ad essere come noi», dichiara a Fofi un torinese intervistato al quale fa da controcanto un muratore foggiano: «Credevo che loro fossero così poco d’amicizia solo con noialtri, invece è proprio la loro maniera di vivere, sono fatti così, e fanno così anche con i loro amici». All’arrivo quel che meraviglia i meridionali sono «i viali, il traffico, l’ordine» e più di ogni cosa la nebbia «vero simbolo dell’estraneità». La maggior parte sogna il Lingotto: nel ‘62 il marchio Fiat, «quattro lettere che si ripetono con un’insistenza che per un nuovo arrivato sa di magia», compare ovunque come un mantra capitalista, a partire dalle affiches in strada, come nello stesso periodo e in senso politicamente opposto i cartelloni «tendremos al socialismo».
S'è detto delle critiche di Fofi all'azienda di Agnelli che indispettirono gli einaudiani, in effetti parecchio circostanziate. "Un monopolio che riesce a percepire interessi persino sui propri debiti" annota, citando più volte l'Ifi, istituto finanziario industriale costituito nel '27 per organizzare le partecipazioni del gruppo. "Il lettore non ci accuserà di divagare se qui accenniamo al potere Fiat, poiché in città nessun aspetto può essere disgiunto dalla loro presenza", anche perché bel il 59% della popolazione attiva lavorava nel settore industriale con differenze notevoli tra alti e bassi salari.
Quella costituzione in company town totale, così peculiare, ispirò al nostro anti-sociologo una mesta profezia sulla "inquietante concentrazione di Torino attorno alle sue catene di montaggio, soprattutto per l'indotto, "che potrebbe scomparire in una ridda di fallimenti", citofonare anni 20 del XXI secolo. 

venerdì 18 luglio 2025

Bobo Craxi su Milano


Fabio Martini
Bobo Craxi: "Sala. più manager che sindaco non ha governato la crescita. Lobby potenti come Stati"
La Stampa, 18 luglio 2025

MILANO- Bobo Craxi, figlio di Bettino, ha vissuto politicamente la Milano “da bere”, quella degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, non ha l’ingenuità di ricordarla come un Paradiso perduto contrapposto all’Inferno attuale e tuttavia «questa indagine restituisce simbolicamente l’immagine di Milano, che oggi è la città dei grattacieli delle banche e delle multinazionali e al tempo stesso è la città che espelle il suo ceto medio. Nella Prima Repubblica vi fu degenerazione dentro un sistema che garantiva un governo per tutti, oggi sembra la degenerazione di un governo che compiace le oligarchie. Colossi che sono quasi degli Stati, multinazionali “cieche”: è la politica che dovrebbe saperle guidare, orientando lo sviluppo della città. Questa è la storia di questi giorni ed è la sfida dei prossimi anni».

Tutto ebbe inizio con la fine dell’Expo: nel 2014 la gara per assegnare tutta l’area va deserta, era un momento di “bassa” per l’edilizia, arriva Sala sindaco e incoraggia la ripresa: non ha saputo governare il boom da lui promosso?

«Io personalmente avevo contribuito a far cambiare idea a Romano Prodi sul progetto-Expo, che ha poi consentito di ridare un respiro internazionale ad una città che in quella fase era ad un bivio: o si ingrandiva o si rimpiccioliva. Brexit ha favorito la dimensione di grande piazza finanziaria, dopo Expo è seguita una fase di grande sviluppo e di deregulation, che ha contribuito anche a stravolgere il profilo della città. Persino le due squadre di calcio, sempre in mano a famiglie milanesi, sono “espatriate”. E quello sviluppo non regolato ha portato l’esplosione degli affitti, carenze abitative, una vita sempre più difficile per i giovani, sia per i milanesi che per gli studenti».

Craxi, ma negli anni Ottanta, gli imprenditori che partecipavano con regolarità al rito delle tangenti, avevano il loro tornaconto.

«Se pensiamo agli scandali di allora, quelli sembrano quasi i Ragazzi della via Pal. La politica sapeva dire dei no. Per decenni Milano ha avuto due soli grattacieli: la Torre Velasca e il palazzo della Regione realizzato da Giò Ponti. Certamente non un caso. E ancora: per tradizione nessun edificio poteva superare in altezza la Madonnina, con i suoi 108 metri e mezzo. Ebbene, dal 2015 la Torre Allianz l’ha superata di quasi cento metri. Gli imprenditori non dovrebbero avere mai un atteggiamento padronale, mentre le amministrazioni devono stare attente a non mettersi al servizio. Anni fa incontrai per strada il vecchio Ligresti che mi disse: tuo padre ha fatto male a non seguire i suggerimenti di Cuccia poco prima della fine della Prima Repubblica. Quella politica era fatta così: non si metteva a servizio».

Allora esisteva un oliato sistema tangentizio ma anche partiti che esercitavano un controllo sociale: oggi ha più potere un gruppo di architetti?

«Direi che ha molto potere soprattutto il capitalismo finanziario. Che non si può fermare con le mani e neppure con leggi ad hoc. Ma con una politica che faccia il proprio mestiere».

Tangentopoli giudiziariamente ha Milano come epicentro e ora, sia pure con una indagine a “rate”, è protagonista di nuovo la Procura meneghina: col Porto delle nebbie di Roma, non avremmo mai saputo nulla?

«Non so. L’indagine è in corso. Non dirò chi, ma parlando con una personalità che proviene dall’ambiente giudiziario mianese, mi è stato confidato il timore che possano tornare i “pistoleri”, quelli che per fare avanzare le inchieste, usavano il sistema mediatico. Presto per dirlo, vedremo».

Sala è stato più un amministratore delegato che un sindaco?

«Si certo, non ha mai mostrato grande empatia, in particolare con quella parte di città che viene dalla tradizione politica e culturale della sinistra socialista, comunista, laica. Un manager competente che si è avvicinato alla politica attraverso il mondo berlusconiano, ma senza mai aderirvi in modo organico. Per questo è stato adottato dalla sinistra. Si è trovato a governare una città in un frangente difficile e ha fatto quello che sa fare meglio: far di tutto per non frenare le spinte alla crescita economica. Si è rifugiato nell’ambientalismo, una vocazione che mal si concilia con quel che emerge da inchieste il cui esito però è giusto attendere».

Milano resterà a sinistra?

«L’altro giorno parlavo col Presidente del Senato, che è stato un capo della destra a Milano. Mi diceva che alle elezioni Politiche e Regionali i Fratelli d’Italia hanno preso i voti del ceto medio espulso dalla città. Ma per il partito che è erede dell’Msi è molto difficile conquistare una città come Milano. A patto che il centro-sinistra sappia tornare ad esprimere la sua cultura solidaristica, sappia dare un’ anima alla città, sappia ricucirla socialmente. I milanesi sono orgogliosi di questa tradizione».

https://torinocronaca.it/news/il-borghese/536031/la-caduta-del-sistema-milano-agita-anche-torino.html

giovedì 17 luglio 2025

Il modello Milano


Lucia Tozzi
Non può esserci sviluppo senza redistribuzione
il manifesto, 17 luglio 2025

La notizia delle nuove indagini che hanno coinvolto l’assessore alla Rigenerazione urbana di Milano Giancarlo Tancredi e soprattutto Manfredi Catella, ceo di Coima, simbolo, più di ogni altro, del cosiddetto “modello Milano”, è un segnale importantissimo dal punto di vista culturale e politico.

Indipendentemente dal corso degli eventi futuri e dall’esito dei processi, quello che è emerso dalle carte redatte dai magistrati è una versione intensificata del sistema di sviluppo iniquo e suicida denunciato per anni dagli attivisti, dai cittadini sempre più a disagio e da (pochi) giornalisti e studiosi.

Lo sbandierato, o meglio propagandato successo di Milano non è il fausto prodotto di una sana e serena sinergia tra pubblico e privato, ma il frutto avvelenato dell’asservimento delle istituzioni agli interessi finanziari. La ricchezza che ha attratto non è stata redistribuita tra la popolazione, ma concentrata nelle mani degli investitori e degli intermediari che hanno alimentato i processi (società di consulenza, avvocati d’affari, un numero ristrettissimo di professionisti e fondazioni). E il risultato non ha migliorato servizi e spazi pubblici ma li ha privatizzati e distrutti. Le disuguaglianze sono aumentate e le classi meno agiate sono state espulse.

L’origine di tutto questo, è ovvio, non è la corruzione. Sarebbe assurdo ridurre un fenomeno così violento a una questione morale. Si tratta di una scelta politica consapevole e ideologica, di matrice neoliberale, e che è insita nell’assunto che le città (e i territori tutti) debbano essere attrattive, competere tra loro per strapparsi flussi di denaro e di persone, investimenti e turisti, oltre che la merce più pregiata, i milionari. E che solo vincendo questa gara continua e spietata sia possibile trasformare la città, mentre chi perde è condannato all’immobilità, alla marginalità e infine al declino definitivo.

Chi sposa questa linea – il principio opposto della redistribuzione equa delle risorse – non può che puntare su una crescita incontrollata del tessuto urbano, sulla sua densificazione e sull’aumento del suo valore, a favore della rendita. Il che equivale a una guerra contro gli abitanti e contro qualsiasi politica ambientale, e di conseguenza contro le regole e i processi democratici che li tutelano.

La deregolamentazione, lo smantellamento delle norme ambientali, edilizie e urbanistiche e dei sistemi di tassazione legati alla trasformazione urbana è un obiettivo centrale dell’agenda neoliberale, e non solo a Milano: ma storicamente Milano ha sempre avuto un ruolo importante nel proporre teorie e prassi ostili alla pianificazione e al controllo pubblico dei processi urbani (il ben noto «rito ambrosiano»), e con l’Expo 2015 ha elaborato quello che è diventato un vero e proprio modello per le altre città italiane.

Napoli, Bologna, Torino, Genova, la stessa Roma stanno adottando lo stesso schema di sviluppo, e le loro classi dirigenti forse addirittura sorridono sotto i baffi per le tempeste giudiziarie che offuscano il capoluogo meneghino, stolidamente pensando di poterne approfittare. Mors tua, vita mea, si illudono, mentre si avviano tutti insieme verso un suicidio collettivo. Già chiamano i consulenti in fuga, i topi che scappano dalla nave che affonda, sperando di catturare le loro relazioni, i loro clienti, di imparare dalle loro best practice. Come a Milano, “semplificano” le procedure, opacizzano i dati e i processi decisionali, bypassano le sedi istituzionali, mortificano le competenze dei propri funzionari ed esternalizzano responsabilità e gestione, tacitano il dibattito pubblico e neutralizzano il conflitto, pretendono poteri speciali e straordinari con l’alibi di emergenze e grandi eventi. E, ubriachi di questi nuovi poteri, li utilizzano per allocare fondi e finanziamenti agli antipodi di quello che chiedono, e di cui hanno bisogno, i cittadini, ottenendo città orrende e ingiustizia sociale.

Ma se il paradigma è fondato sull’erosione delle regole, allora le semplificazioni e le legalizzazioni non sono mai sufficienti, e i pochi paletti rimasti vanno comunque aggirati. Un velo sottilissimo separa il lobbismo e la corruzione, come secondo le ipotesi degli inquirenti succede a Milano, ora. Ed è una storia che non finisce mai bene.

venerdì 25 ottobre 2024

Rousseau e Voltaire


 

Voltaire a Rousseau, lettera del 30 agosto 1755, a ringraziamento per l' invio del Discours sur l'origine et les fondements de l'inégalité parmi les hommes.

"Signore, ho ricevuto il vostro nuovo libro contro il genere umano e ve ne ringrazio. Piacerete agli uomini cui dite le verità che li riguardano, senza peraltro correggerli. Vi rappresentate con colori molto persuasivi gli orrori della società umana, la cui ignoranza e debolezza si ripromettono tante delizie. Nessuno ha mai impiegato tanto ingegno per farci diventare bestie. A leggere il vostro libro, viene voglia di andare a quattro zampe. Ma avendone sfortunatamente persa l' abitudine da più di sessant' anni, mi è impossibile riprenderla ora, e lascio questa andatura naturale a coloro che ne sono più degni di voi e di me. Non posso nemmeno imbarcarmi per andare a visitare i selvaggi del Canada, prima di tutto perché i malanni ai quali sono condannato rendono indispensabile un medico europeo; e poi perché la guerra è già arrivata in quei paesi e l'esempio delle nostre nazioni ha reso i selvaggi quasi malvagi quanto noi; mi limito ad essere un selvaggio pacifico nella solitudine che mi sono scelto nella vostra patria, dove anche voi dovreste essere. Devo ammettere con voi che le belle lettere e le scienze hanno talvolta causato il male in grande misura". La lettera continua sullo stesso tono di feroce ironia.

«J'ai reçu, Monsieur, votre nouveau livre contre le genre humain; je vous en remercie; vous plairez aux hommes à qui vous dites leurs vérités, et vous ne les corrigerez pas. Vous peignez avec des couleurs bien vraies les horreurs de la société humaine dont l'ignorance et la faiblesse se promettent tant de douceurs. On n'a jamais employé tant d'esprit à vouloir nous rendre Bêtes. Il prend envie de marcher à quatre pattes quand on lit votre ouvrage. Cependant, comme il y a plus de soixante ans que j'en ai perdu l'habitude, je sens malheureusement qu'il m'est impossible de la reprendre. Et je laisse cette allure naturelle à ceux qui en sont plus dignes, que vous et moi. Je ne peux non plus m'embarquer pour aller trouver les sauvages du Canada, premièrement parce que les maladies auxquelles je suis condamné me rendent un médecin d'Europe nécessaire, secondement parce que la guerre est portée dans ce pays-là, et que les exemples de nos nations ont rendu les sauvages presque aussi méchants que nous. Je me borne à être un sauvage paisible dans la solitude que j'ai choisie auprès de votre patrie où vous devriez être. J'avoue avec vous que les belles lettres, et les sciences ont causé quelquefois beaucoup de mal....» (Aux Délices, près de Genève, 30 août 1755).

Rousseau, il più serio e malinconico uomo della Terra, non se n' accorge o finge di non accorgersene. E dieci giorni dopo, risponde devotamente: "Tocca a me, Signore, ringraziarvi sotto ogni riguardo. Offrendovi l' abbozzo delle mie tristi fantasie, non ho certo pensato di farvi un dono degno di voi, ma di adempiere a un dovere e rendervi quell' omaggio che noi tutti vi dobbiamo come al nostro capo". La risposta continua per tre lunghe pagine.

«Spetta a me, Signore, ringraziarvi sotto ogni aspetto. Nell'offrirvi l'abbozzo delle mie tristi fantasticherie, non ho creduto di farvi un regalo degno di voi, ma di compiere un dovere e rendervi un omaggio che tutti dobbiamo come al nostro capo. [...] Il gusto per le scienze e le arti nasce in un popolo da un vizio interiore che esso accentua, e se è vero che ogni progresso umano è pernicioso alla specie, quello della mente e della conoscenza, che gonfia il nostro orgoglio e moltiplica i nostri errori, presto accelera le nostre sventure: ma viene un tempo in cui il male è tale che le stesse cause che lo hanno generato sono necessarie per impedirgli di accentuarsi: è come il ferro che bisogna lasciare nella ferita nel timore che la persona ferita strappandolo muoia. Quanto a me, se avessi seguito la mia prima vocazione e non avessi né letto né scritto, sarei stato senza dubbio più felice. Ma se le lettere adesso venissero distrutte, sarei privato dell'unico piacere che mi resta: è nel loro seno che mi consolo di tutti i mali; è tra i loro figli illustri che gusto la dolcezza dell'amicizia, che imparo a godere della vita e a disprezzare la morte; Devo loro quel poco che sono, devo loro anche l'onore di essere da voi conosciuto..."

«C'est à moi, Monsieur, de vous remercier à tous égards. En vous offrant l'ébauche de mes tristes rêveries, je n'ai point cru vous faire un présent digne de vous, mais m'acquitter d'un devoir et vous rendre un hommage que nous devons tous comme à notre chef. [...] Le goût des sciences et des arts naît chez un peuple d'un vice intérieur qu'il augmente bientôt à son tour, et s'il est vrai que tous les progrès humains sont pernicieux à l'espèce, ceux de l'esprit et des connaissances, qui augmentent notre orgueil et multiplient nos égarements, accélèrent bientôt nos malheurs : mais il vient un temps où le mal est tel que les causes mêmes qui l'ont fait naître sont nécessaires pour l'empêcher d'augmenter : c'est le fer qu'il faut laisser dans la plaie, de peur que le blessé n'expire en l'arrachant.
Quant à moi, si j'avais suivi ma première vocation et que je n'eusse ni lu ni écrit, j'en aurais sans doute été plus heureux. Cependant, si les lettres étaient maintenant anéanties, je serais privé de l'unique plaisir qui me reste : c'est dans leur sein que je me console de tous les maux ; c'est parmi leurs illustres enfants que je goûte les douceurs de l'amitié, que j'apprends à jouir de la vie et à mépriser la mort ; je leur dois le peu que je suis, je leur dois même l'honneur d'être connu de vous...»
(Paris, le 10 septembre 1755).

C’est à moi, monsieur, de vous remercier à tous égards. En vous offrant l’ébauche de mes tristes rêveries, je n’ai point cru vous faire un présent digne de vous, mais m’acquitter d’un devoir et vous rendre un hommage que nous vous devons tous comme à notre chef. Sensible, d’ailleurs, à l’honneur que vous faites à ma patrie, je partage la reconnaissance de mes concitoyens ; et j’espère qu’elle ne fera qu’augmenter encore, lorsqu’ils auront profité des instructions que vous pouvez leur donner. Embellissez l’asile que vous avez choisi ; éclairez un peuple digne de vos leçons ; et vous, qui savez si bien peindre les vertus et la liberté, apprenez-nous à les chérir dans nos murs comme dans vos écrits. Tout ce qui vous approche doit apprendre de vous le chemin de la gloire.

Vous voyez que je n’aspire pas à nous rétablir dans notre bêtise, quoique je regrette beaucoup, pour ma part, le peu que j’en ai perdu. À votre égard, monsieur, ce retour serait un miracle si grand à la fois, et si nuisible, qu’il n’appartiendrait qu’à Dieu de le faire, et qu’au diable de le vouloir. Ne tentez donc pas de retomber à quatre pattes ; personne au monde n’y réussirait moins que vous. Vous nous redressez trop bien sur nos deux pieds, pour cesser de vous tenir sur les vôtres.

Je conviens de toutes les disgrâces qui poursuivent les hommes célèbres dans les lettres; je conviens même de tous les maux attachés à l’humanité, et qui semblent indépendants de nos vaines connaissances. Les hommes ont ouvert sur eux-mêmes tant de sources de misères que, quand le hasard en détourne quelqu’une, ils n’en sont guère moins inondés. D’ailleurs il y a dans le progrès des choses, des liaisons cachées que le vulgaire n’aperçoit pas, mais qui n’échapperont point à l’œil du sage quand il y voudra réfléchir. Ce n’est ni Térence, ni Cicéron, ni Virgile, ni Sénèque, ni Tacite ; ce ne sont ni les savants ni les poëtes qui ont produit les malheurs de Rome et les crimes des Romains ; mais sans le poison lent et secret qui corrompit peu à peu le plus vigoureux gouvernement dont l’histoire ait fait mention, Cicéron, ni Lucrèce, ni Salluste, n’eussent point existé, ou n’eussent point écrit. Le siècle aimable de Lélius et de Térence amenait de loin le siècle brillant d’Auguste et d’Horace, et enfin les siècles horribles de Sénèque et de Néron, de Domitien et de Martial. Le goût des lettres et des arts naît chez un peuple d’un vice intérieur qu’il augmente ; et s’il est vrai que tous les progrès humains sont pernicieux à l’espèce, ceux de l’esprit et des connaissances qui augmentent notre orgueil et multiplient nos égarements accélèrent bientôt nos malheurs. Mais il vient un temps où le mal est tel que les causes mêmes qui l’ont fait naître sont nécessaires pour l’empêcher d’augmenter ; c’est le fer qu’il faut laisser dans la plaie, de peur que le blessé n’expire en l’arrachant.

Quant à moi, si j’avais suivi ma première vocation, et que je n’eusse ni lu ni écrit, j’en aurais sans doute été plus heureux. Cependant, si les lettres étaient maintenant anéanties, je serais privé du seul plaisir qui me reste. C’est dans leur sein que je me console de tous mes maux ; c’est parmi ceux qui les cultivent que je goûte les douceurs de l’amitié, et que j’apprends à jouir de la vie sans craindre la mort. Je leur dois le peu que je suis : je leur dois même l’honneur d’être connu de vous. Mais consultons l’intérêt dans nos affaires, et la vérité dans nos écrits. Quoiqu’il faille des philosophes, des historiens, des savants, pour éclairer le monde et conduire ses aveugles habitants, si le sage Memnon m’a dit vrai, je ne connais rien de si fou qu’un peuple de sages.

Convenez-en, monsieur, s’il est bon que les grands génies instruisent les hommes, il faut que le vulgaire reçoive leurs instructions ; si chacun se mêle d’en donner, qui les voudra recevoir ? « Les boiteux, dit Montaigne, sont mal propres aux exercices du corps ; et aux exercices de l’esprit, les âmes boiteuses. » Mais, en ce siècle savant, on ne voit que boiteux vouloir apprendre à marcher aux autres.

Le peuple reçoit les écrits des sages pour les juger, non pour s’instruire. Jamais on ne vit tant de Dandins : le théâtre en fourmille, les cafés retentissent de leurs sentences, ils les affichent dans les journaux, les quais sont couverts de leurs écrits ; et j’entends critiquer l’Orphelin, parce qu’on l’applaudit, à tel grimaud si peu capable d’en voir les défauts qu’à peine en sent-il les beautés. Recherchons la première source des désordres de la société, nous trouverons que tous les maux des hommes leur viennent de l’erreur bien plus que de l’ignorance, et que ce que nous ne savons point nous nuit beaucoup moins que ce que nous croyons savoir. Or quel plus sûr moyen de courir d’erreurs en erreurs, que la fureur de savoir tout ? Si l’on n’eût prétendu savoir que la terre ne tournait pas, on n’eût point puni Galilée pour avoir dit qu’elle tournait. Si les seuls philosophes en eussent réclamé le titre, l’Encyclopédie n’eût point eu de persécuteurs. Si cent mirmidons n’aspiraient à la gloire, vous jouiriez en paix de la vôtre, ou du moins vous n’auriez que des rivaux dignes de vous.

Ne soyez donc pas surpris de sentir quelques épines inséparables des fleurs qui couronnent les grands talents. Les injures de vos ennemis sont les acclamations satiriques qui suivent le cortège des triomphateurs : c’est l’empressement du public pour tous vos écrits qui produit les vols dont vous vous plaignez ; mais les falsifications n’y sont pas faciles, car le fer ni le plomb ne s’allient pas avec l’or. Permettez-moi de vous le dire, par l’intérêt que je prends à votre repos et à notre instruction ; méprisez de vaines clameurs par lesquelles on cherche moins à vous faire du mal qu’à vous détourner de bien faire. Plus on vous critiquera, plus vous devez vous faire admirer. Un bon livre est une terrible réponse à des injures imprimées ; et qui vous oserait attribuer des écrits que vous n’aurez point faits, tant que vous n’en ferez que d’inimitables ?

Je suis sensible à votre invitation ; et si cet hiver me laisse en état d’aller, au printemps, habiter ma patrie, j’y profiterai de vos bontés. Mais j’aimerais mieux boire de l’eau de votre fontaine que du lait de vos vaches ; et quant aux herbes de votre verger, je crains bien de n’y en trouver d’autres que le lotos, qui n’est pas la pâture des bêtes, et le moly, qui empêche les hommes de le devenir.

Je suis de tout mon cœur et avec respect, etc.

sabato 11 aprile 2015

Gli aiutanti domestici a Hong Kong



Luca Novarino

Queste foto raccontano la cosa più incredibile vista in questo viaggio.
A Hong Kong vanno di moda i sovrappassi: di fatto esiste una rete di passerelle che permettere di attraversare strade molto trafficate, spesso con tapis roulant e scale mobili. Questa "rete" di mobilità alternativa, molto bella ed efficiente, viene mantenuta pulitissima e spesso è adornata di fiori.
L'incredibile accade di domenica: si incominciano a vedere vecchietti con carrelli carichi di scatole di cartone piegate e, improvvisamente, queste passerelle vengono invase da gruppi di donne di ogni età, che con quelle scatole si costruiscono una specie di "casa" alternativa: c'è chi legge, chi guarda la televisione su un tablet, chi dorme, chi chiacchiera. In generale, ci si ritrova e si passa del tempo insieme.
A lato sfilano uomini di affari, turisti, gente comune. I due mondi sembrano ignorarsi del tutto.
Dopo aver visto quanto sopra accadere per due domeniche, ho chiesto informazioni: si tratta della comunità filippina, che festeggia, nella sua parte femminile, la Domenica.
In una città dove il reddito medio pro capite è di 55.000 USD (uno dei più alti al mondo), lo stipendio medio di un appartenente alla comunità filippina è 600 USD al mese. Gran parte di questi soldi vengono rispediti alle famiglie in Patria. Non possiedono case, o se le possiedono sono troppo piccole per ritrovarsi. Non spendono soldi, anche solo quelli per un bus per andare a qualche decina di km più in la, in mezzo al verde, e quindi si inventano una casa a 4 metri sopra il traffico e il rumore delle Bentley che sfrecciano dentro questo incredibile mondo.

 
Niccolò Pianciola 

In realta' non e' la comunita' filippina che festeggia la domenica. Sono le "domestic helpers", che lavorano e vivono (per legge) nelle case dei loro datori di lavoro e che hanno solo un giorno libero alla settimana. Lo passano all'aperto, il più a lungo possibile fuori dal proprio "luogo di lavoro". Ci sono altrettante (circa 150.000) indonesiane che fanno la stessa cosa e le domeniche si incontrano anche loro, musulmane, nei parchi e nelle piazzole sotto i grattacieli,. Le domestic helpers sono uno dei gruppi più discriminati di Hong Kong. Non possono accedere alla residenza permanente nella Regione Speciale Amministrativa nemmeno dopo decenni di lavoro a Hong Kong, e neppure se hanno figli nati e cresciuti a HK (ai quali peraltro viene pure negata la residenza permanente).

mercoledì 17 settembre 2014

Il primo giorno di scuola


Chiara Saraceno

Le promesse mancate del primo giorno di scuola 

la Repubblica, 16 settembre 2014
INIZIO d’anno in una scuola elementare di Torino, città che si fregia della definizione di “educativa”. Stremati dalla lunga estate i genitori si rallegrano che, almeno per chi non frequenta la prima, già dal primo giorno funzioni il tempo pieno.
MERAVIGLIE di una scuola ben organizzata. Peccato che ci sia subito la prima doccia fredda: la palestra è inagibile perché richiede manutenzione e non ci sono soldi per farla, con buona pace delle promesse di Renzi di investire prioritariamente nell’edilizia scolastica. Se si vorrà far fare ginnastica ai bambini, occorrerà chiedere ospitalità a qualche scuola vicina, rassegnandosi a prendere le ore lasciate libere dalle classi di questa e perdendo prezioso tempo per andare e venire tra una scuola e l’altra (certo, anche questo è un modo di fare esercizio motorio…).
Non è tutto, però. Posto che si trovino gli incastri giusti tra le due scuole nella fruizione della palestra, i bambini “ospiti” potranno fruirne effettivamente solo se, per ogni classe, accanto alla maestra ci sarà un genitore disposto ad accompagnare i bambini nel tragitto di andata e ritorno.

Non è chiaro come si pensi di trovarlo: chiedendo che i genitori a turno prendano mezza giornata di permesso o ferie? Costringendo chi non ha un lavoro, perché casalinga o disoccupato/a, a mettersi a disposizione? Precettando qualche nonno/a? Ma non è finita qui. In una quinta elementare finalmente la classe quest’anno ha entrambe le maestre di ruolo, dopo quattro anni di sistematico turn over della maestra di italiano. O meglio, le ha sulla carta. La maestra appena assunta in ruolo due giorni prima dell’inizio della scuola è andata in congedo di maternità anticipato. Per ora, quindi, tempo pieno, ma, come gli anni scorsi, attesa non si sa quanto lunga di un/una supplente, in più niente ginnastica. Questo in una classe in cui un buon numero di scolari è, non solo straniero, ma da poco in Italia; quindi avrebbe più bisogno di continuità nell’insegnamento. È questa la #buona scuola che è stata promessa? Il rispetto dovuto ai bambini, l’attenzione necessaria per non spegnere in loro la fiducia nella scuola e l’entusiasmo di imparare cose nuove? Ovviamente, la maestra in maternità ha tutti i diritti e probabilmente avrà tirato un sospiro di sollievo nell’apprendere che poteva mettersi in congedo di maternità senza timore di perdere punti in graduatoria come quando era supplente. Sicuramente avrà buoni motivi di salute per averlo chiesto anticipato e il medico che glieli ha certificati avrà agito con scrupolo e non chiudendo un occhio. Sono anche sicura che il Comune di Torino, o qualsiasi ente sia responsabile dell’edilizia scolastica, ha avuto priorità più urgenti (tetti che crollano, servizi igienici rotti e simili) di una palestra su cui concentrare le risorse disponibili per la manutenzione (se pur sono arrivate). Ciò non impedisce di rimanere sconfortati di fronte allo scarto tra le promesse e la realtà e al semplicismo delle prime.
Lasciamo pure stare la questione della palestra, anche se poi è inutile lamentarsi che i bambini italiani fanno poco moto e praticano poche attività sportive, se anche quelle che dovrebbero fare a scuola dipendono dalla disponibilità di tempo dei genitori, oltre che dal fatto che un’altra scuola possa cedere parte delle proprie attrezzature, senza ridurre il servizio per i propri studenti. La faccenda della maestra di ruolo in maternità (una eventualità non remota in una professione al 90% femminile) mostra come la stabilizzazione, l’immissione in ruolo dei supplenti possa essere un passaggio necessario e doveroso, specie per coloro che fanno supplenze da anni, talvolta nella stessa scuola e stessa classe. Ma non risolve la questione di come garantire agli studenti continuità e qualità didattica e neppure il diritto minimo ad avere un insegnante annuale stabile, se non il primo, almeno il secondo giorno di scuola. Su questo punto anche i sindacati sono troppo silenti. Eppure, se non lo si affronta, insieme a quello della qualità dell’insegnamento, il nostro continuerà ad essere un sistema scolastico che troppo si affida alla supplenza non solo degli insegnanti “supplenti”, ma delle famiglie.
Se si può chiudere un occhio sulle richieste di contributi per il materiale didattico o la carta igienica; si possono imbiancare i muri delle aule e tagliare l’erba in giardino; ma non si può accettare che la solidità dell’istruzione dei bambini e ragazzi sia affidata alla capacità e disponibilità delle famiglie di integrarla quando questa è mancante, o intermittente. In questo modo la scuola, invece di essere strumento di compensazione delle disuguaglianze, le conferma, quando non le acuisce.

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Renzo Paris 
testo pubblicato su Facebook
15 settembre 2014

Celano, primo settembre 1950. Mia madre mi aveva abbottonato il grembiulino blu e mi aveva chiuso la cartella di cartone con un panino con la frittata. Appena fuori casa un fulmine cadde sulla Liscia, la montagna difronte alla mia abitazione. Avevo fatto colazione con latte appena munto dalla mucca della vicina e bollito. Dovevo percorrere con un mio amichetto mezzo chilometro di strada per raggiungere la scuola elementare: una stalla di cavalli, con uno stanzone libero, adibito a scuola. Nell'ultimo banco c'era un ragazzo di quindici anni che pare avesse ripetuto la prima elementare a catena. La maestra scese da un autobus di Avezzano. E dopo l'appello, ci mandò a fare legna nella campagna accanto, provviste per il freddo che si avvicinava. Quella scuola non aveva riscaldamento e ogni tanto era rallegrata dal nitrito di un cavallo. Ero contento così.