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domenica 20 settembre 2026

Una socialdemocratica all'altezza

Giorgio De Girolamo
La governatrice Manuela Schwesig è una boccata di ossigeno per l'Spd

il manifesto, 20 settembre 2026

«Die Frau gegen Blau», la donna contro il blu. Così si è presentata Manuela Schwesig sui manifesti elettorali, alludendo a una netta alternativa ai colori di AfD. Alla vigilia del voto in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, almeno secondo l’ultimo sondaggio, sembra essere riuscita in un’imprevedibile rimonta: dallo scarso 20 per cento a cui era dato l’Spd fino a un anno fa, al 37 per cento di oggi, un punto sopra l’AfD.

Ministerpräsidentin uscente, in carica dal 2017, prima in coalizione con la Cdu e dal 2021 al governo – c.d. rosso-rosso (rot-rot) – con la Linke. Una coalizione, quest’ultima, che secondo gli ultimi sondaggi, con il partito di sinistra sotto il 10 per cento, è difficile replicare, dovendo quindi forse aprirsi anche ai Verdi.

Cresciuta a Seelow, un villaggio del Brandeburgo di 6 mila abitanti al confine con la Polonia. Come ha ricordato più volte nella campagna elettorale, per lei la Wende [la svolta, ossia l'unificazione tedesca] è anzitutto memoria della prima disoccupazione del padre. Ha 52 anni, di cui oltre la metà militati nelle file dell’Spd: dal consiglio comunale di Schwerin, al parlamento del Land fino ai primi incarichi federali. Dal 2013 al 2017 è stata ministra della Famiglia nel terzo governo Merkel, che proprio in Meclemburgo Pomerania ha vinto per 30 anni il mandato diretto al Bundestag. A Berlino si è ritagliata un profilo nazionale, tra le altre cose, sui temi dell’uguaglianza di genere: fu lei la madrina della legge sulla trasparenza salariale approvata nel 2017. Nel 2019 dichiara invece di avere un tumore al seno, ma non lascia la guida del Land.

Nel collegio di Schwerin in cui si presenta, compete direttamente per il mandato diretto contro Leif Erik Holm, il candidato alla presidenza dell’AfD. Tra i due leader non c’è partita: nell’ultimo acceso duello tv Schwesig si è imposta nettamente sull’avversario, rimarcando su ogni tema il profilo di un’amministratrice esperta, navigata ma anche capace di farsi capire da tutti, elemento non comune fra i suoi colleghi di partito. Nella sua iconica uniforme rossa, il messaggio che ha lanciato è chiaro: grazie a lei molte cose in Meclemburgo vanno già bene, grazie a lei in futuro andranno ancora meglio. Un sondaggio di inizio settembre conferma lo scarto: il 60 per cento degli abitanti la vuole al governo del Land, contro il 25 per cento di Holm.

Sui temi chiave ha le idee chiare, a partire dall’energia. Non rinnega di aver sostenuto la costruzione del Nord-Stream 2, il gasdotto sabotato nel 2022 e la cui riapertura è al centro delle campagne elettorali di AfD. Al tempo il suo completamento fu possibile attraverso la costituzione di una fondazione – formalmente orientata alla protezione del clima e dell’ambiente – costituita dal governo del Land e finanziata da Gazprom, volta ad aggirare le sanzioni statunitensi alla Russia. La fondazione fu sciolta nel 2022, ma per Schwesig non mancarono le ripercussioni politiche. Adesso però, a chi le chiede se comprerebbe gas da Putin non può che rispondere di no. Ciò non le impedisce di criticare le politiche di Berlino: dalla necessità di un tetto al prezzo del carburante, fino alla bocciatura della riforma delle pensioni.

La rimonta di Schwesig è una boccata di ossigeno per un Spd in caduta libera a livello federale. Si dice che potrebbe scalzare Bärbel Bas e Lars Klingbeil, entrambi ministri in carica, dalla guida del partito. L’unico concorrente – ai suoi antipodi – sarebbe il ministro della difesa Pistorius, russofobo fino al midollo. Alcuni la vedono perfino come Spitzenkandidatin per le prossime elezioni federali. A lei giova senz’altro di più, al momento, coltivare la dialettica con Berlino da Ministerpräsidentin del Meclemburgo. Il resto si vedrà.

mercoledì 9 settembre 2026

Il muro che vacilla in Germania

Francesco De Felice
Vittoria AfD. Merkel: "Mi sanguina il cuore". Ma l'Spd apre al negoziato

La Stampa, 9 settembre 2026

Un ariete si è abbattuto sulla “Brandamuer”, il “muro antincendio” che i partiti del centro democratico hanno alzato in Germania contro l’estrema destra AfD per isolarla e contenerne l’ascesa. È il 44,3 per cento dei voti che i sovranisti hanno conquistato alle elezioni legislative in Sassonia-Anhalt.

Pur mancando la maggioranza assoluta al parlamento di Magdeburgo di appena tre seggi, AfD ha stravinto e ora si appresta a formare il governo nel Land dell’Est. Per la prima volta dalla caduta del nazismo, l’estrema destra potrebbe tornare al potere in Germania, segnando una svolta epocale. Giocava in casa AfD, che nell’Est ha il tradizionale bacino di consenso. Quella in Sassonia-Anhalt era una vittoria annunciata per i sovranisti, ma gli effetti potrebbero andare ben oltre le previsioni.

Da questo Land, l’onda di AfD potrebbe sommergere il resto della Germania. Galvanizzato dal successo, il partito sente in pugno il governo federale, rassicurato dai sondaggi in cui è saldamente in testa a circa il 30 per cento su scala nazionale.

Una cifra che segna il fallimento della Brandmauer. In un’eterogenesi dei fini, il tentativo di ridurre AfD a un paria ha provocato l’effetto opposto. La bordata contro la Brandmauer è dirompente, tanto che l’argine per la democrazia è messo in discussione dalle stesse forze da cui è sorretto. Boris Rhein della Cdu, primo ministro dell’Assia, chiede: «Che atteggiamento è lasciare le persone dietro un muro antincendio? Ci sono le fiamme e non portiamo via chi è dall’altra parte? Non è da cristiano-democratici».

Per Markus Bauer della Spd della Sassonia-Anhalt, l’estrema destra ha vinto «democraticamente» nel Land, «non può essere ignorata o esclusa» e tutti i partiti devono «esplorare la possibilità» di coalizzarsi coi sovranisti.

La stessa ex cancelliera cristiano-democratica Angela Merkel, che pure dell’isolamento di AfD è stata artefice, critica la Brandmauer almeno come scelta lessicale: «Non l’ho inventata io e non mi piace». Merkel confessa il suo sgomento per l’esito del voto in Sassonia-Anhalt: «Come iscritta alla Cdu, mi sanguina il cuore, è stato uno shock, una cesura nella storia della Germania».

La responsabilità è del cancelliere Friedrich Merz, avversario di Merkel nella Cdu, che con la “Brandmauer” ha tentato di distanziare da AfD i popolari a cui ha impresso una sterzata a destra. Mentre per Merkel si deve ancora escludere ogni collaborazione coi sovranisti, AfD avanza giocando su vittimismo, esclusione sua e dei suoi sostenitori, accreditandosi come nuovo e unico partito veramente di massa, movimento di popolo che gli avversari emarginano.

Ha gioco facile AfD a presentarsi come sola forza democratica: è un trucco populista e demagogico, ma funziona. È così che i sovranisti strappano consensi agli altri partiti, “quelli lassù” indifferenti ai bisogni del popolo. AfD convince mettendo al centro i cittadini e i loro problemi, avanza come unico partito del cambiamento. In questo modo, l’estrema destra erode consensi agli avversari e mina le fondamenta della Brandmauer.

Chi osserva con soddisfazione la barriera vacillare è il partito di estrema sinistra nazionalpopulista Bsw, che da tempo denuncia come antidemocratico l’isolamento di AfD. Le due forze antisistema condividono demagogia, posizioni filorusse, xenofobia e flirtano da tempo. Opposti estremismi che si sfiorano, fino a stringere in una morsa la Germania. 


Stefano Cavazza
Il Brandmauer vacilla

Il Mulino, 7 settembre 2026

Le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt sono destinate a passare alla storia per la schiacciante vittoria del partito di estrema destra Alternative für Deutschland, che si colloca al primo posto con oltre il 44% dei voti mancando di un soffio la maggioranza dei seggi. Il secondo dato che accompagna questo risultato è l’elevatissima partecipazione elettorale, 80%, la più alta percentuale dal 1994, 20 punti più dell’ultima elezione. Si tratta di un segno dell’importanza percepita dagli elettori, ma anche la prova ulteriore che l’astensione è un segnale di disaffezione verso la politica e che può essere recuperata.

Le prime stime sui flussi elettorali indicano che AfD ha preso voti da tutti i partiti, cedendo qualcosa solo al partito di Sahra Wageknecht (BSW). Dall’area dell’astensione avrebbe ottenuto, secondo le analisi di Infratest Dimap, la quota maggiore di voti, 170 mila, e oltre 80 mila dalla Cdu.

In Sassonia-Anhalt, ma come vedremo non solo là, il partito è in grado di pescare voti in tutte le fasce sociali e in tutte le generazioni, soprattutto tra i giovani sotto 25 anni – seguita dalla Linke – mentre un po’ meno dalla fascia di età sopra i sessant’anni. È un partito in grado di attrarre più gli uomini delle donne, in particolare tra i giovani, ma la percentuale di donne che lo votano è comunque superiore a quella degli altri partiti e si colloca poco al di sotto del 40%. Inoltre, anche se il partito raccoglie molti voti tra le persone con basso livello di istruzione (57%), è attrattivo anche per gli elettori con livelli medi di istruzione (52%) e con quelli con elevata qualificazione, nei quali – pur con solo il 30% – si colloca sempre al primo posto. È al primo posto in tutti i gruppi professionali (con la punta del 59% di consenso tra gli operai, dove la Spd è al 6% e la Linke al 7%) mentre è lievemente sottorappresentato tra i pensionati (38%). In sostanza, la forma che il partito sta assumendo è quella di una Volkspartei, un partito interclassista, si sarebbe detto una volta, in grado di raccogliere consenso in tutti i ceti sociali.

La seconda considerazione riguarda la differenza tra primo e secondo voto. Nel primo voto il partito vince in tutti i collegi tranne tre Magdeburgo II e Halle II e III, in cui prevale la Linke, ma nel secondo voto, tranne Halle III in cui prevalgono i Verdi, è il primo partito in tutti i collegi, compresi quelli persi nel primo voto. Il quadro che abbiamo ricostruito mostra una forza politica che va ben al di là dei confini tradizionali dell’estrema destra e il cui successo non si spiega solo con l’attrazione esercitata sui ceti sociali a basso reddito e a bassa istruzione. Si tratta di un risultato che non è circoscritto alla sola regione che per dimensione (poco più di due milioni di abitanti) ha un ruolo marginale a livello federale, ma indica una tendenza nazionale.

Per provare a spiegare il successo della AfD bisogna partire da una considerazione preliminare. Questo partito – così come faceva la Fpö austriaca – va in mezzo alla gente nei luoghi di incontro e parla con le persone. Il candidato della Sassonia-Anhalt ha speso molto tempo a incontrare persone e – come notava un articolo della “Sächsiche Zeitung” domenica – per ascoltarli. Un atteggiamento molto lontano dalle posture distanti e a tratti tecnocratiche di molti politici di altri partiti.

Un recente studio di Celine Teney della Freie Universität di Berlino su un significativo campione di elettori del partito alle elezioni politiche del 2025 offre indicazioni di grande utilità. Secondo lo studio, solo il 19,9% degli elettori è classificato di estrema destra, il 12,9% come moderato e il 67,2% come conservatori, chiamati Hardliner. Gli ultimi due gruppi restano però sono nettamente distanti dal primo rispetto agli indicatori classici dell’appartenenza all’estrema destra come antisemitismo o aspirazione a una guida forte. Quindi la maggioranza degli elettori dell’AfD non è di estrema destra, ma accetta di votare assieme all’estrema destra. Anche questo studio, come anche l’elezione sassone, dimostra che non si tratta solo di elettori in condizione economica svantaggiata perché il partito mostra capacità di attrazione su tutti gli strati sociali. I punti che accomunano i tre gruppi sono l’atteggiamento negativo verso le migrazioni e il timore verso le prospettive future della situazione economica. Dunque, se la maggioranza degli elettori AfD non è identificabile con l’estrema destra, sarebbe teoricamente recuperabile. Certo, assumere la questione migratoria come centrale nel proprio orizzonte di scelta politica rappresenta un problema di non facile soluzione per i partiti democratici, e non solo per ragioni etiche - come Teney ricorda –, ma soprattutto per ragioni economiche. La gran parte dei 14 milioni di immigrati sono ben inseriti nel tessuto produttivo e non sarebbe facile sostituirli. E infatti su questo punto anche l’AfD mostra un atteggiamento contraddittorio, dichiarandosi pronta a fare eccezioni per la forza lavoro specializzata e ben integrata, senza peraltro chiarire bene quale sia il livello di integrazione richiesto.

Per quanto riguarda la prospettiva per il futuro, naturalmente ciò molto dipende dall’efficacia dell’azione del governo. Alice Weidel nelle interviste estive della ZdF ha disegnato una politica economica basata due punti: la fine delle sovvenzioni alla transizione ecologica e l’uscita dall’euro. In maniera molto semplificata potremmo dire: torniamo all’economia del motore a scoppio e puntiamo sul ritorno a una solida valuta tedesca. Sembra evidente che sono ricette che danneggerebbero l’economia tedesca nel lungo periodo, ma potrebbero essere attrattive per elettori delusi.

Nei sondaggi in Sassonia-Anhalt colpisce che la AfD sia vista come più competente in economia e nel campo dell’istruzione, dove maggiori sono le critiche degli esperti. Del resto è stato un po’ difficile anche per chi scrive capire meglio lo spessore del personale politico sassone perché le interviste – perlomeno quelle che ho ascoltato – si concentravano in genere sull’atteggiamento verso i migranti e raramente entravano nel merito del programma economico, aiutando – a mio avviso – la narrazione del partito molto concentrata sui migranti. Alla luce di quanto abbiamo finora esposto possiamo dire che stiamo parlando di elettori delusi dal sistema politico che cercano una prospettiva per il futuro e che trovano nella AfD prima di tutto ascolto. Il risultato di domenica scorsa potrebbe essere attenuato o rafforzato dai risultati delle votazioni a Berlino e in Mecklemburgo-Pomerania, dove la AfD è data dai sondaggi in ascesa, senza però poter ambire al governo. Certamente però l’esito sassone potrebbe favorire l’ascesa nazionale del partito, per ora al primo posto ma fermo sotto il 30% (per inciso, il 30% è anche la barriera psicologica che alimenta le speranze di molti con cui ho parlato nel mio recente soggiorno berlinese).

In Sassonia-Anhalt l’attuale distribuzione dei seggi consente un governo senza la AfD solo riunendo tutte le forze politiche, comprese la Linke e BSW, oppure con un’alleanza tra AfD e BSW o tra AfD e partiti. Il candidato dell’AfD, Ulrich Siegmund, ha peraltro più volte detto in campagna elettorale di voler governare da solo: una posizione che è sembrata non del tutto condivisa da Weidel in alcuni passaggi della sua intervista post-elettorale. Certamente restare fuori dall’area di governo potrebbe essere un vantaggio per un partito che a livello locale non sembra avere un personale politico di esperienza, ma potrebbe non esserlo per il partito nazionale. Un'alleanza con la AfD dovrebbe però essere esclusa a priori dalla politica del Brandmauer, il cordone sanitario attorno al partito. Tuttavia il Brandmauer presentava già prima qualche crepa, che probabilmente ora è destinata ad allargarsi.

Per la Cdu l’attuale situazione è infatti sempre più difficile. I suoi elettori sentono la forza di attrazione dell’AfD e sono in maggioranza scontenti del cancelliere. In uno degli ultimi sondaggi che vede il cancelliere con una valutazione negativa al 75%, il 56% degli elettori del suo partito condividono il giudizio negativo. Come alcuni giornali conservatori hanno rilevato, mantenere il Brandmauer costringe ad alleanze complesse con forze politiche dai programmi spesso indigesti per l’elettorato conservatore e questa strategia potrebbe non essere sostenibile nel lungo periodo. Del resto possiamo dire che il Brandmauer ha sostanzialmente fallito. La filosofia che ne sta alla base ha origini antiche che risalgono alla riflessione ottocentesca del liberalismo su come rapportarsi ai partiti estremisti: isolarli, impedendo loro di accedere al governo, per poi magari svuotarli nel corso del tempo o spingerli al cambiamento.

La strada da seguire oggi è probabilmente un'altra: capire le ragioni in base alle quali gli elettori moderati e conservatori votano quel partito e cercare strade per riconquistarne almeno una parte. L’efficacia dell’azione di governo è senza dubbio una condizione necessaria, ma potrebbe non essere sufficiente se non si cambia lo sguardo non tanto sulla AfD, quanto sui suoi elettori che gli studi ci dicono essere molto diversi da come per lungo tempo sono stati rappresentati.

martedì 8 settembre 2026

Il filosofo e il venditore

Pino Corrias
Il venditore Ulrich e il filosofo Hans: i vincitori dell’AfD
Il Fatto Quotidiano, 8 settembre 2026

Sono il filosofo e il venditore. Uno porta la barba da profeta e tiene sulla scrivania una tazza dell’Armata Rossa. L’altro ha il sorriso del ragazzo per bene, i pantaloni a sigaretta, un passato coerente da venditore di profumi. Il filosofo si chiama Hans-Thomas Tillschneider, 48 anni, esperto di Islam e filosofie orientali. L’altro è Ulrich Siegmund, 35 anni, diploma professionale, imprenditore, influencer con 800 mila follower, leader dell’AfD in Sassonia-Anhalt. Il primo scrive le parole. Il secondo le vende. Insieme costituiscono forse il più interessante, inquietante e ben riuscito, esperimento politico che la Germania abbia prodotto alla sua estrema destra dalla fine della guerra: trasformare un programma radicalmente reazionario in un’offerta elettorale niente affatto minacciosa, addirittura allegra.

Tillschneider nasce nel 1978 a Timisoara, Romania, da una famiglia appartenente alla minoranza tedesca del Banato. La sua formazione sembra fatta apposta per smentire la biografia che verrà: studi islamici, arabo, filosofia, storia della letteratura tedesca tra Friburgo, Lipsia e Damasco; dottorato dedicato a un giurista musulmano del Settecento; ricerca e insegnamento universitario. Un cosmopolita di formazione, diventato teorico della nazione chiusa. Un conoscitore dell’Islam, diventato ideologo di un partito che ha costruito parte della propria fortuna politica sulla paura dell’Islam e il pericolo mortale del multiculturalismo.

Siegmund viene da tutt’altra strada. Nasce nel 1990, l’anno della riunificazione delle due Germanie, cresce a Tangermünde, nell’est tedesco. A diciotto anni entra nella Cdu. Lascia il ginnasio, prende un diploma professionale, si occupa di profumi per ambienti e nel 2014, appena un anno dopo la fondazione dell’AfD, entra nel partito. Nel 2016 viene eletto al Parlamento regionale senza lasciare grandi tracce. Poi arriva il Covid. È il suo acceleratore politico. Il video “Pandemie-panikmache”, contro i “montatori di panico da pandemia”, lo trasforma quasi istantaneamente in una celebrità delle bolle no-vax e della destra radicale. Da lì Tiktok, Instagram, selfie. E poi la leadership.

Sa maneggiare sorrisi e ottimismo. “Andrà tutto bene” dice. “Torniamo orgogliosi”. “Salviamo il Paese”. “Tutto è possibile”. Ma dice anche che “remigrazione è una parola del tutto normale. Anzi, positiva”. E quando il settimanale “Spiegel” lo definisce “l’uomo più pericoloso di Germania”, lui trasforma quella pagina, in un gadget da autografare ai comizi.

Siegmund tranquillizza. Tillschneider radicalizza. È lui l’autore della 156 pagine del programma elettorale che vuole “riplasmare la società”. Anzi “rifare i tedeschi”. Cominciando da famiglia, bambini, scuola, cultura. Classi separate per i figli degli immigrati perché sappiano che “la loro permanenza è provvisoria”. E per i disabili “che paralizzano il progresso dell’istruzione”. Le famiglie tedesche vanno messe al riparo dai “fanatici pervertiti di sinistra” e dalle “deviazioni sessuali con stili di vita non riproduttivi”. Per lui “pensare tedesco” è un progetto di restaurazione antropologica, via gli immigrati che inquinano lo spirito tedesco, diritti garantiti solo dallo jus sanguinis. Basta con l’inclusione. Basta con i finanziamenti “all’arte antitedesca”, torna necessario proibire “l’arte degenerata”, come la chiamava Hitler, che includeva tutte le avanguardie, Bauhaus compreso, colpevole di troppo modernismo, anche se ha superato il secolo di vita.

Tillschneider vuole una “cultura politica patriottica” che pesca proprio in quel passato dal quale estrae l’antico slogan “Räder müssen rollen!”, “le ruote devono girare!”, che è formula della propaganda bellica nazista. Tutto in nome della assoluta sovranità tedesca che l’ideologo AfD riesce a coniugare con la rivendicata vicinanza a Mosca, alla Russia di Putin. E dunque: nazione, famiglia tradizionale, autorità, ostilità al liberalismo, guerra alle élite cosmopolite, “quelli lassù, indifferenti al popolo”, diffidenza verso l’america, insofferenza per Bruxelles.

L’Europa, dopo la società multiculturale, e dopo l’immigrazione, è il terzo nemico da combattere. Per recuperare sovranità, scrive Tillschneider, sarà necessario abbandonare Schengen, rimettere in discussione l’euro, interrompere gli aiuti all’ucraina, ricostruire il rapporto economico e politico con Mosca.

Troppo radicale? È qui che entra in gioco Siegmund che seduce invece di spaventare. Dice le stesse cose, ma posta video su Tik Tok sempre sorridenti “Contro la sinistra dell’odio”. Arriva in piazza sul motorino Simons della vecchia Ddr. Abbraccia, saluta. E allegramente dice: “Espelleremo tutti gli immigrati dal primo minuto del primo giorno!”.

Per la Germania la vittoria del filosofo e del seduttore è un terremoto perché incrina il più solido dei suoi tabù democratici, l’invalicabile confine tracciato nel 1945 dalla dissoluzione tedesca e dall’abisso dell’olocausto. Per la prima volta è l’ombra del 1933 che si allunga, evocando parole che sembravano morte. Velenose idee che sono diventate programmi. E programmi che da ieri sono stati sottoscritti da milioni di voti. Anche se la Sassonia – la più povera e la più anziana delle regioni tedesche – non è propriamente la Germania.

Per l’Europa il pericolo è ancora più evidente. AFD indebolisce l’asse che la tiene insieme: dal rapporto transatlantico, alla moneta unica. Non per niente è considerata da tutti gli osservatori la “più estrema” delle principali destre populiste europee proprio per l’ostilità a Bruxelles, all’immigrazione, oltre che per le pulsioni revisioniste sul nazismo.

Vedremo se la futura strada di AfD sarà quella già percorsa da Giorgia Meloni. Anche lei arrivò al governo dopo anni di parole radicali, confini da chiudere, sovranità da riconquistare, Europa da sfidare. Per poi spostare il baricentro, rendersi compatibile con Bruxelles, Washington, i mercati, il potere reale.

Sarà il filosofo a rinnegare il venditore, accusandolo di tradimento? O il venditore a mettere in soffitta il filosofo e le sue idee oscure?




L'argine e la stampella


L'argine 

Ernesto Galli della Loggia
Le ragioni di una crisi
Corriere della Sera, 8 settembre 2026

Il segnale dalla Sassonia è solo una conferma: la crisi dell’occidente europeo si manifesta nel modo più evidente innanzi tutto come crisi dei suoi sistemi politici. L’assetto tradizionale dei quali conosce da anni un processo di disgregazione che appare segnato da due fattori concomitanti e perciò più distruttivi: da un lato la perdita di consensi dell’antica sinistra riformista socialdemocratica, dall’altro lato le crescenti, forti difficoltà delle forze di centro. Il caso esploso nelle elezioni di domenica in Germania, patria storica di quella sinistra e di un centro cristiano da sempre o quasi al governo è il più clamoroso e significativo. In generale, a beneficiare della crisi della sinistra e del centro sono in qualche misura i Verdi e l’estrema sinistra, ma in misura assai maggiore è la destra radicale. La comparsa di nuove formazioni d’ispirazione nazionalsovranista e/o populista è la grande novità del nuovo secolo che sta ridando alla destra europea il ruolo che essa aveva nei lontani anni Trenta del Novecento, poi travolto dall’esito del conflitto mondiale. E, questa attuale, una destra che va per le spicce, insofferente e anzi spesso indifferente verso le regole dello Stato di diritto democratico-costituzionale modello dei regimi politici dell’europa occidentale post-1945, per giunta filorussa.

Una destra preda dell’ossessione etnico-nazionale, incline al richiamo plebiscitario e alla polemica contro le élite. Su un altro versante è una destra che non sembra mostrare alcuna attenzione o preoccupazione per l’attuale dilagare della tecno-scienza e dell’intelligenza artificiale in ogni ambito della produzione e della vita, tanto meno per la conseguente drammatica rivoluzione culturale in corso e per i suoi effetti. Né ad essa dicono alcunché l’oblio del passato, della religione, e della tradizione umanistica o gli effetti distruttivi causati dall’invasione del digitale sulla costruzione della soggettività, sulle relazioni interpersonali, sui sistemi d’istruzione e d’informazione; nulla neppure l’agonia geopolitica delle nostre democrazie insidiate dai nemici di dentro e di fuori.

Proprio oggi che è chiamata ad affrontare il mondo da sola l’Europa si trova dunque in condizioni di particolare debolezza. A preoccuparsi di difendere la sua identità democratica, a preoccuparsi che non sia cancellato un passato che per molti versi è ancora un presente, non c’è né la cultura politica dell’antica sinistra socialdemocratica, oggi incline a prosternarsi davanti ad ogni sciocchezza di sapore progressista, né il cristianesimo troppo spesso ansioso di non dispiacere alle mode del secolo per riscattarsi dai suoi antichi abbagli. A conti fatti, dunque, sembra esserci solo la cultura liberale, nell’attuale panorama europeo, a non vergognarsi di difendere il passato occidentale, il modello democratico del continente, il suo percorso storico, il suo retroterra culturale e morale (sì, anche morale). In questo senso, delle tre grandi culture fondative dell’europa democratica oggi solo la cultura liberale sembra avere il coraggio di assumere una posizione conservatrice. Non degli interessi bensì dei valori fondativi — di libertà politica e difesa della dignità umana — di una tale Europa. Ad esempio osando schierarsi apertamente contro i nuovi comandamenti del politicamente

La trasformazione

Dopo ormai 80 anni di inserimento nelle istituzioni della Repubblica la destra italiana si è gettata alle spalle l’ormai remota ispirazione originaria

corretto e contro l’idolatria scientifico-tecnologica. Anche a costo perciò — per il solo fatto di contrapporsi alla sinistra e al centro divenuti nel frattempo adepti della deriva progressista — di trovarsi collocata di fatto a destra.

Una tale collocazione è specialmente evidente in Italia a causa di una particolarità del nostro sistema politico. Da noi, infatti, a differenza di molti Paesi europei che dopo il ’45 hanno registrato l’assenza di una vera destra (ad esempio i Paesi ex comunisti) da noi c’è sempre stata, viceversa, una destra significativa di origine parafascista. La quale oggi costituisce però un oggettivo contrasto alla diffusione anche in Italia di formazioni sovraniste-razziste di schietta natura plebiscitario populista, tipo «Futuro nazionale», che nell’europa di cui sopra conoscono invece, quasi per contrappasso, uno sviluppo spesso rapidissimo. Ma non solo. Dopo oltre ottant’anni (ottant’anni!) d’inserimento nelle istituzioni rappresentative e addirittura nel governo della Repubblica, la destra italiana di cui sto dicendo ha finito per gettarsi alle spalle l’ormai remota ispirazione originaria e per attestarsi su posizioni nazional-conservatrici che ricordano alla lontana quelle presenti peraltro in un certo numero anche nel fascismo regime (si pensi a personalità come Luigi Federzoni o Gioacchino Volpe). Proprio tale trasformazione è ciò che consente su molti temi il rapporto, chiamiamolo di sintonia, che in Italia si è stabilito tra questa destra e una parte importante della cultura politica liberale. Quella parte che, fedele alla propria storia, oggi non può che assumere una postura difensiva e conservatrice di fronte all’irrompere distruttivo di una contemporaneità intenzionata a fare piazza pulita di tratti irrinunciabili della nostra modernità otto-novecentesca.


La stampella


Nadia Urbinati

Se crolla il cordone sanitario contro l'ascesa dei neonazisti
Domani, 8 settembre 2026

Le elezioni in Sassonia-Anhalt hanno suggellato l’unione in corso da un decennio tra i movimenti di estrema destra extraparlamentari neonazisti e il partito populista di ultradestra Alternative für Deutschland (AfD), che condividono le stesse basi ideologiche. La Sassonia, uno dei Länder orientali della Germania, è stata per anni il teatro di sperimentazione del connubio tra le ali terroristiche e quelle legalistiche. Negli anni recenti sono stati effettuati vari arresti di esponenti del gruppo terroristico “Sächsische Separatisten” (Ss – “Separatisti Sassoni”), che i giovani dell’AfD non hanno mai condannato, negando ogni collegamento con loro. Un’esemplare e antica tattica opportunista. Extraparlamentari e parlamentari neonazisti condividono le idee: anti-immigrazione e riterritorializzazione della nazione tedesca, cioè la rivendicazione del territorio come luogo di sangue e di comunanza di destino per un'etnia e solo quella. Idee che fanno presa soprattutto tra i giovani e giovanissimi. Dal tempo dell’unificazione della Germania ex comunista (Ddr), queste idee sono cresciute in fretta nei Länder dell’Est dando vita a un etno-identitarismo orientale (Brandeburgo, Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia) che le elezioni locali e regionali hanno legittimato.

La Ddr è diventata, per molti giovani dell’AfD, una terra della nostalgia, tradita dalla globalizzazione e dall’occidentalismo democratico. Il voto alla destra estrema non è più solo un voto di protesta, ma un voto per un progetto di rinascita etico-politica della parte dominata, dell’Est, cioè, che il cancelliere Helmut Kohl volle “annettere” per decreto alla Repubblica Federale, “fantoccio” della Nato. L’“annessione” dei Länder ex Ddr è associata a una memoria negativa: scuole e università “purgate” dai docenti comunisti (dichiarati incompetenti rispetto agli standard accademici), emigrazione interna (verso ovest) dei lavoratori disoccupati (l’Est divenne come un Sud), rigermanizzazione in chiave occidentale. È proprio dalla lotta contro l’immigrazione – quella degli stranieri di lingua e razza – che è cominciato il riscatto ideologico dei “secondi arrivati”, dei tedeschi dell’Est.

In questa cornice, disegnata dalla fine della guerra fredda, si inseriscono il pilone portante della storia di oggi: il picco della crisi dei migranti del 2015 e la politica di accoglienza (Willkommenspolitik) di Angela Merkel, che aprì le frontiere a oltre un milione di richiedenti asilo, molti in fuga dalla guerra civile in Siria. Il destino del Medio Oriente e quello dell’Europa, e soprattutto quello della destra estrema, tornano a incrociarsi (e la legislazione contro l’antisemitismo fa da benzina).

In questo processo, un ruolo speciale fu svolto dalla Cdu, che si è posizionata sempre più a destra con l'intento di normalizzare i neonazisti. E così, proprio il partito di Kohl e Merkel ha spinto la cultura politica di centro verso destra, e nell’intento di assorbire il problema dell’immigrazione, ha conquistato in parte anche la Spd. Insomma, per la prima volta dal 1945, si è creato un asse tra la destra moderata e quella radicale. Una pessima notizia tanto per le ambizioni socialdemocratiche quanto per quelle cristiano-sociali: alla fine, chi pensa di normalizzare l’AfD flirtandovi ne esce radicalizzato.

Come negli anni Venti e Trenta, le ambizioni dei moderati sono tristemente sbagliate. Eppure l’errore si ripete. L’AfD nacque nel 2013 come un movimento irrilevante anti-euro e nel 2015 si riorientò in chiave anti-immigrazione: la riconquista dello “spazio vitale” per la razza tedesca bianca e cristiana mosse i primi passi contro l’Ue e poi contro gli immigrati. Con le aggressioni e le molestie sessuali di massa del Capodanno 2016 a Colonia da parte di giovani musulmani si è verificata una cesura mediatica: i neonazi hanno ricevuto il loro battesimo di consenso. L’AfD è diventata un partito con aspirazioni di governo e ha raccolto i primi consensi sostanziosi con il vangelo islamofobico che ha suggellato la sintesi tra la lotta contro i migranti e la promessa di una rinascita economica per i tedeschi. La politica di “accoglienza” di Merkel è stata dichiarata il nuovo anticristo contro cui si sono mobilitati l’AfD e il movimento Pegida, acronimo in tedesco di “Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente”. Il populismo ha svolto la propria funzione mobilitante contro l’establishment, per poi diventare un progetto di governo neonazista a tutti gli effetti. Se l’opposizione non si mobilita, se resta impigliata nelle maglie del fatalismo, vi è da temere che, con le elezioni in Sassonia-Anhalt, il dado sia tratto. Il nazifascismo ritorna in Europa con nuove facce e nuovi metodi, ma con la stessa ideologia. La destra si normalizza tenendola all’opposizione. Ma, a quanto pare, il “cordone sanitario” (la legislazione contro la ricostituzione dei partiti totalitari) resta impotente se non sostenuto da una cultura politica diffusa e militante.

lunedì 9 marzo 2026

La vittoria dei verdi nel Baden-Württemberg

Ricarda Lang e Cem Özdemir

Elsa Conesa 
In Germania, i Verdi hanno mantenuto di misura il Baden-Württemberg e hanno inflitto una sconfitta al partito del cancelliere Friedrich Merz
Le Monde, 9 marzo 2026

Nonostante le previsioni di sconfitta nei sondaggi di poche settimane fa, i Verdi tedeschi sono riusciti a mantenere per un soffio il controllo dell'unico dei 16 stati federali del paese da loro governati negli ultimi quindici anni. Alle elezioni regionali tenutesi domenica 8 marzo nello stato meridionale del Baden-Württemberg, vicino al confine con la Francia, hanno vinto con un margine molto risicato sull'Unione Cristiano-Democratica (CDU) del Cancelliere Friedrich Merz, che sperava di riconquistare questa regione storicamente conservatrice, caduta nelle mani dei Verdi nel 2011. Si prevede la formazione di un governo di coalizione tra i Verdi e la CDU, guidato da Cem Özdemir, 60 anni, candidato principale dei Verdi ed ex Ministro dell'Agricoltura. Succederà al popolarissimo Winfried Kretschmann, Ministro-Presidente dei Verdi dello stato ininterrottamente dal 2011.

Le elezioni nel Baden-Württemberg, le prime delle cinque elezioni regionali che si terranno nel 2026, hanno suscitato notevole interesse a livello nazionale. Terzo Land più popoloso della Germania, con oltre 11 milioni di abitanti, il Baden-Württemberg è anche uno dei motori economici del Paese grazie al suo settore automobilistico, che negli ultimi due anni sta attraversando una crisi strutturale.

Le elezioni hanno rappresentato anche un banco di prova per il governo del conservatore Friedrich Merz, al potere a Berlino dal maggio 2025, che si trova ad affrontare l'ascesa del partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) a livello federale. "I Cristiano-Democratici tedeschi hanno ancora la forza di vincere le elezioni?" , si è chiesto il Cancelliere, giunto venerdì 6 marzo per sostenere il candidato della CDU nel sud del Land in un ultimo comizio elettorale, riferendosi a un'elezione di rilevanza nazionale ed europea.

L'AfD sotto il 20%

La CDU, che a dicembre 2025 era ancora in vantaggio sui Verdi di quasi 10 punti, non è riuscita a capitalizzare questo vantaggio. Friedrich Merz, molto attivo sulla scena internazionale, è criticato per la mancanza di riforme in patria, nonostante la sua retorica assertiva, persino di disapprovazione, ad esempio accusando i tedeschi di lavorare part-time troppo spesso per motivi di comodità. "Tutti avremmo preferito che il dibattito sul lavoro part-time non si fosse svolto", ha riconosciuto giovedì 5 marzo Tim Bückner, candidato della CDU nella regione di Schwäbisch Gmünd, a un'ora da Stoccarda. " Il governo ha mantenuto le sue promesse, ad esempio, su immigrazione e tassazione. Ma tutto questo è stato oscurato da dichiarazioni inutilmente divisive".

Guidati da Cem Özdemir, un tedesco di origine turca, i Verdi si erano indeboliti a livello federale dopo le elezioni parlamentari del febbraio 2025, che erano costate loro un terzo dei seggi al Bundestag. Il crollo della coalizione socialdemocratica del cancelliere Olaf Scholz nel 2024, di cui facevano parte, sembrava segnare la fine della linea centrista sostenuta dalla leadership del partito. Si prevede che la vittoria di Cem Özdemir rafforzerà questa fazione, soprannominata l'ala "realista", poiché i Verdi del Baden-Württemberg sostengono posizioni ancora più a destra, sostenendo l'industria automobilistica e una posizione più dura sull'immigrazione.

Il partito di estrema destra AfD è riuscito a raddoppiare il risultato delle elezioni del 2021, ma secondo le stime iniziali è rimasto al di sotto del 20%. Il partito è stato penalizzato da una serie di rivelazioni sul nepotismo nel Land. "Questo equivale a raddoppiare il nostro punteggio, quindi possiamo essere molto soddisfatti", ha comunque dichiarato domenica ad ARD la co-presidente Alice Weidel. Il Partito Socialdemocratico (SPD), gravemente indebolito, ha visto il suo punteggio del 2021 dimezzarsi al 5,5%, mantenendo di misura i suoi seggi nel parlamento regionale. "È una serata molto amara", ha ammesso il vicecancelliere e co-presidente della SPD Lars Klingbeil alla ZDF, esprimendo la speranza di un risultato migliore alle prossime elezioni regionali, che si terranno in Renania-Palatinato il 20 marzo.

Si prevede che le elezioni segneranno anche il destino del Partito Liberale Democratico (FDP), sceso sotto il 5% e quindi non più rappresentato nel parlamento regionale. Il Baden-Württemberg era la sua roccaforte storica, con centinaia di piccole imprese familiari nella Mittelstand tedesca che ne sostenevano il liberalismo economico. "Se l'FDP non riesce a entrare in parlamento nella sua roccaforte del Baden-Württemberg, non avrà successo da nessun'altra parte", aveva previsto il candidato locale del partito, Hans-Ulrich Rülke , al Tagesspiegel l'8 marzo, prima delle elezioni. "È qui che si deciderà se un partito liberale avrà ancora un futuro in Germania".

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/03/09/les-verts-allemands-conservent-de-justesse-le-bade-wurtemberg-et-infligent-un-revers-au-parti-du-chancelier_6670060_3210.html?utm_term=Autofeed&utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwY2xjawQbf-dleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETFnVlo5aDBOR0VvYmFNZ05Uc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHnFZMNSvPGAPBBTlBWkA3lBkxpjhS9VmZiZeUkjN93fBudLVBAJLSIlpyWdL_aem_nzsPEvZbepRhzQXiJUyVXQ#Echobox=1773041654

https://www.rivistailmulino.it/a/i-verdi-al-bivio#:~:text=Non%20solo.,un'invenzione%20politica%20di%20parte.

domenica 12 gennaio 2025

Alice Weidel




Mara Gergolet, L’ascesa di Alice, principessa di ghiaccio dell’estrema destra che piace a Elon Musk
Corriere della Sera, 12 gennaio 2025

 Alice Weidel ha dato all’AfD quello che le mancava: un volto e una figura capace di presentarsi come una leader moderna, popolare su Tiktok. E qui però cominciano le domande: a cosa si deve esattamente questo fascino che Weidel esercita sull’estrema destra e non solo, tanto da essere ormai proprio sotto il podio dei politici tedeschi più popolari? E soprattutto, come fa a essere un’eroina del partito ultranazionalista, ad averne conquistato i vertici una donna lesbica, che ha due figlie con la compagna srilankese e che, per giunta, risiede in Svizzera? Una donna che rompe sia il tabù della famiglia tradizionale sia quello dei migranti?


In parte, la presa di Alice Weidel — che ha una divisa: tailleur blu, camicia o girocollo bianco, giro di perle — dipende tanto dalla sua riconoscibilità quanto dalla sua imperscrutabilità. Sulla propria vita Weidel, 45 anni, ha messo il velo della privacy. Una volta ha detto che «quella porta deve restare chiusa, sennò può entrare di tutto».

In più, dal mondo molto riparato, se non segreto, del suo partito, che ostenta un atteggiamento ostile verso la stampa, escono pochi spifferi. Qualcosa però, con il passare degli anni, è emerso. Chi la sostiene dice che in privato ha senso dell’umorismo, che è «rigorosa», determinata, focalizzata. Per i detrattori, bisogna affidarsi a una rara inchiesta dell’agenzia Dpa con fonti di prima mano, ma rigorosamente anonime. All’interno del partito, la chiamerebbero «la principessa di ghiaccio» (Eisprinzessin). Chi non la sopporta la definisce «arrogante» e perfino incompetente. Altri hanno detto che è «egocentrica», che «pensa solo a primeggiare» e che è «un’opportunista della peggior specie». Tuttavia, questi sono gli avversari interni, e l’AfD è una chiesa dalle tante anime, che in parte si detestano. Quanto al curriculum ufficiale, è un’economista, ha lavorato pochi anni a Goldman Sachs senza scalare le posizioni, ha vissuto in Cina con una borsa di studio come consulente e ha conseguito un dottorato sul sistema pensionistico cinese. Ama esibire un accento del Nordreno-Vestfalia, molto occidentale, e dice Wiatschaft (Wirtschaft, economia) con una «r» vocalizzata, laddove in Prussia e nell’est può essere ben più dura.


Si è avvicinata al partito dalla sua fondazione, nel 2013, quando l’AfD era quella dei «professori», perché era contraria al salvataggio dell’euro e delusa dal fatto che Berlino, alla fine, avesse aperto ai Paesi del Sud, compresa l’Italia. È quindi fiscalmente ultraconservatrice e liberista, espressione di quell’ala del partito che poi è quasi sparita. Ma oggi, proprio in queste sue posizioni potrebbe esserci un legame con Elon Musk: un liberismo spinto, quasi alla Milei, che vuole ridurre lo Stato e i sussidi, laddove l’afd è però votata — più di tutti gli altri partiti tedeschi — proprio dal ceto più povero e meno istruito. Ma di questo nell’Afd oggi si parla pochissimo.


L’altra spinta ideologica è quella fortemente nazionalista e di revisionismo storico sul nazismo. Non è sulle posizioni di Höcke, però si è rifiutata di pronunciare il nome della città d’origine della sua famiglia in polacco. Il nonno, alto gerarca nazista fuggito dalla Prussia orientale, è riuscito con sotterfugi a evitare i processi del dopoguerra. Come per altri leader dell’AfD, la ferita della cacciata dall’est — e la militanza nel partito nazionalsocialista (Nsdap) — fa parte della storia familiare.

Sul nazismo è prudente, ma le ultime uscite sembrano indicare un cambio di strategia: «Hitler era comunista», ha detto a Musk, e ieri ha definito i manifestanti «nazisti dipinti di rosso». Uno stravolgimento programmatico (ricorda quello di Putin, che dà agli ucraini dei nazisti), che sembra troppo insistito per essere casuale. Ieri, adottando la «remigrazione», ha abbracciato l’ideologia identitaria: ha quindi virato a destra e non al centro, in un partito che per Marine Le Pen era già troppo radicale. Non ha nessuna chance di diventare cancelliera questa volta, ma Alice Weidel guarda a un orizzonte più lontano.