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giovedì 20 novembre 2025

La candidata

Andrea Colombo
Meloni, sfida presidenziale

il manifesto, 20 novembre 2025

Giorgia Meloni non può permettersi di entrare in rotta di collisione con Mattarella e lo sa. Dunque alza il telefono, chiede di essere ricevuta al Colle e ripete al capo dello Stato che mai e poi mai Fdi ha avuto intenzione di attaccare lui.

Anzi, le raffiche contro il consigliere Francesco Saverio Garofani miravano proprio a «circoscrivere la vicenda al suo ambito reale anche a tutela del Quirinale», come reciterà, a colloquio concluso, la nota di palazzo Chigi. Il tono della premier non è contrito ma neppure aggressivo. La salita al Colle è quasi un atto di sottomissione nei confronti della massima istituzione, che Meloni non può però far apparire come una resa. Perché sa anche di non potersi prosternare, di dovesi mostrare pronta a sfidare su un piano di assoluta parità il capo dello Stato. In più è furibonda per le sprezzanti parole usate dal Colle per derubricare lo scandalo Garofani a «ennesimo attacco al Presidente costruito sconfinando nel ridicolo». E la presidente del consiglio è ancora convinta di dover lanciare un avvertimento minaccioso a quanti, almeno nei suoi incubi, stanno cospirando nelle sale del Quirinale per sbarrarle la strada verso una nuova vittoria elettorale e verso un’eventuale ascesa al Colle dopo Mattarella.

DUNQUE, PUR SAPENDO che il presidente considera gli attacchi contro Garofani rivolti in realtà alla sua persona e alla sua autorevolezza, un tentativo di mettere in dubbio la sua imparzialità, Meloni insiste nel denunciare le responsabilità tutte e solo del consigliere loquace. Di persona lo fa a bassa voce però, dopo il colloquio, palazzo Chigi licenzia un comunicato tanto duro da destare dubbi persino tra i più stretti collaboratori della premier. Un testo che lei stessa non avrebbe letto nella versione definitiva avendo però ispirato in tutto e per tutto il tono di fondo. L’approccio è opposto a quello adoperato nello studio di Mattarella: tanto bellicose le parole scritte quanto concilianti erano state quelle pronunciate.

È una piena rivendicazione delle ottime ragioni dei suoi ufficiali, Galeazzo Bignami in testa. È anzi un nuovo atto d’accusa contro il consigliere per le sue «parole istituzionalmente e politicamente inopportune pronunciate in un contesto pubblico». Dunque era lui, Garofani, a «dover chiarire per chiudere immediatamente la questione».

NON È QUELLO CHE si aspettava il Quirinale dopo l’incontro pacificatore e il solito Bignami rincara. Garofani ha ammesso di aver pronunciato quelle parole, sia pur solo in una «chiacchierata amichevole» e certo non in una riunione di congiurati. Il capogruppo FdI impugna l’ammissione come una clava: «Quella persona ha confermato i contenuti. Ci ha molto sorpreso la reazione estremamente scomposta del Pd».

La tensione torna a impennarsi. La pace appena siglata col Colle vacilla. I capigruppo di FdI, Lucio Malan e lo stesso Bignami, devono emettere un comunicato congiunto per assicurare che FdI «ritiene la questione chiusa e non reputa di aggiungere altro». Fine del fuoco ad alzo zero sul consigliere di Mattarella e fine delle ostilità. Almeno sulla carta.

Nel concreto le cose stanno diversamente e non solo perché l’offesa ai danni del presidente lascerà ferite aperte nel rapporto tra il capo dello Stato e quello del governo. La vicenda sarà pure estemporanea e casuale, anche se come le parole pronunciate in un ristorante da Garofani siano arrivate a numerose testate qualche interrogativo irrisolto e poco tranquillizzante lo impone. Ma illumina una realtà che di casuale non ha nulla.

Giorgia Meloni è più paziente di quanto non appaia a prima vista. Sa di non poter conquistare tutte le postazioni istituzionali d’impeto, si muove con pragmatico realismo. Ma gli obiettivi finali non li ha mai rimessi in forse e tra quegli obiettivi primeggia l’occupazione del Quirinale. Che ci voglia andare lei di persona non è detto: di qui al 2029 le variabili sono troppe e tra queste figura in postazione eminente la sorte del premierato, sempre che resti tale e non venga riconvertito in presidenzialismo. Quel che è già certo però, è che, se vincerà le prossime elezioni e disporrà dei voti necessari, Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di lasciare la presidenza della Repubblica a una figura di garanzia o al di sopra delle parti. Quel posto deve andare a lei o a un fedelissimo.

MA IL 2029 È LONTANO: s’impone dunque, se non la conquista, almeno il ridimensionamento della presidenza della Repubblica e di chi quella istituzione incarna. A questo serviva l’attacco degli ultimi giorni.

domenica 12 gennaio 2025

Alice Weidel




Mara GergoletL’ascesa di Alice, principessa di ghiaccio dell’estrema destra che piace a Elon Musk
Corriere della Sera, 12 gennaio 2025

 Alice Weidel ha dato all’AfD quello che le mancava: un volto e una figura capace di presentarsi come una leader moderna, popolare su Tiktok. E qui però cominciano le domande: a cosa si deve esattamente questo fascino che Weidel esercita sull’estrema destra e non solo, tanto da essere ormai proprio sotto il podio dei politici tedeschi più popolari? E soprattutto, come fa a essere un’eroina del partito ultranazionalista, ad averne conquistato i vertici una donna lesbica, che ha due figlie con la compagna srilankese e che, per giunta, risiede in Svizzera? Una donna che rompe sia il tabù della famiglia tradizionale sia quello dei migranti?


In parte, la presa di Alice Weidel — che ha una divisa: tailleur blu, camicia o girocollo bianco, giro di perle — dipende tanto dalla sua riconoscibilità quanto dalla sua imperscrutabilità. Sulla propria vita Weidel, 45 anni, ha messo il velo della privacy. Una volta ha detto che «quella porta deve restare chiusa, sennò può entrare di tutto».

In più, dal mondo molto riparato, se non segreto, del suo partito, che ostenta un atteggiamento ostile verso la stampa, escono pochi spifferi. Qualcosa però, con il passare degli anni, è emerso. Chi la sostiene dice che in privato ha senso dell’umorismo, che è «rigorosa», determinata, focalizzata. Per i detrattori, bisogna affidarsi a una rara inchiesta dell’agenzia Dpa con fonti di prima mano, ma rigorosamente anonime. All’interno del partito, la chiamerebbero «la principessa di ghiaccio» (Eisprinzessin). Chi non la sopporta la definisce «arrogante» e perfino incompetente. Altri hanno detto che è «egocentrica», che «pensa solo a primeggiare» e che è «un’opportunista della peggior specie». Tuttavia, questi sono gli avversari interni, e l’AfD è una chiesa dalle tante anime, che in parte si detestano. Quanto al curriculum ufficiale, è un’economista, ha lavorato pochi anni a Goldman Sachs senza scalare le posizioni, ha vissuto in Cina con una borsa di studio come consulente e ha conseguito un dottorato sul sistema pensionistico cinese. Ama esibire un accento del Nordreno-Vestfalia, molto occidentale, e dice Wiatschaft (Wirtschaft, economia) con una «r» vocalizzata, laddove in Prussia e nell’est può essere ben più dura.


Si è avvicinata al partito dalla sua fondazione, nel 2013, quando l’AfD era quella dei «professori», perché era contraria al salvataggio dell’euro e delusa dal fatto che Berlino, alla fine, avesse aperto ai Paesi del Sud, compresa l’Italia. È quindi fiscalmente ultraconservatrice e liberista, espressione di quell’ala del partito che poi è quasi sparita. Ma oggi, proprio in queste sue posizioni potrebbe esserci un legame con Elon Musk: un liberismo spinto, quasi alla Milei, che vuole ridurre lo Stato e i sussidi, laddove l’afd è però votata — più di tutti gli altri partiti tedeschi — proprio dal ceto più povero e meno istruito. Ma di questo nell’Afd oggi si parla pochissimo.


L’altra spinta ideologica è quella fortemente nazionalista e di revisionismo storico sul nazismo. Non è sulle posizioni di Höcke, però si è rifiutata di pronunciare il nome della città d’origine della sua famiglia in polacco. Il nonno, alto gerarca nazista fuggito dalla Prussia orientale, è riuscito con sotterfugi a evitare i processi del dopoguerra. Come per altri leader dell’AfD, la ferita della cacciata dall’est — e la militanza nel partito nazionalsocialista (Nsdap) — fa parte della storia familiare.

Sul nazismo è prudente, ma le ultime uscite sembrano indicare un cambio di strategia: «Hitler era comunista», ha detto a Musk, e ieri ha definito i manifestanti «nazisti dipinti di rosso». Uno stravolgimento programmatico (ricorda quello di Putin, che dà agli ucraini dei nazisti), che sembra troppo insistito per essere casuale. Ieri, adottando la «remigrazione», ha abbracciato l’ideologia identitaria: ha quindi virato a destra e non al centro, in un partito che per Marine Le Pen era già troppo radicale. Non ha nessuna chance di diventare cancelliera questa volta, ma Alice Weidel guarda a un orizzonte più lontano.

mercoledì 3 giugno 2015

La Lega e i 5 Stelle: quanto simili, quanto diversi


Giuseppe Tipaldo 
Elezioni regionali 2015, Grillo e Salvini: le (opposte) traiettorie dei vincitori di queste elezioni
Il Fatto quotidiano

Poco più di un anno fa, proprio su questo giornale, ho avuto la possibilità di raccontare – dati alla mano – quanto ampi, eterogenei e complessi fossero i fenomeni di costruzione dell’identità del M5S, ricostruiti a partire dal contenuto dei commenti che in anni di attività avevano popolato il blog di Grillo.
In quell’occasione, avevo posto in evidenza uno dei punti-cardine su cui la sociologia insiste da quando è nata: perché possa evolversi e sopravvivere alle fasi iniziali (travagliate ed entusiasmanti insieme), ogni movimento tende “naturalmente” all’istituzione, ossia a una forma strutturata e matura di sé che ha, con la forma degli albori, la stessa relazione che corpo e mente di un essere umano adulto conservano con la versione infantile. Capisci che esiste una certa somiglianza di famiglia, conservi alcuni tratti, mantieni una serie di ricordi, esperienze che, nel bene o nel male, hanno portato a una crescita, ma nulla di più. Il passaggio alla “vita nuova” nell’adulto avviene al prezzo della morte del bambino, confermano gli psicologi dello sviluppo (almeno su questo siamo d’accordo): se non si “uccide” metaforicamente l’Io infantile il soggetto cresce male, turbato, irrisolto o, peggio, non cresce affatto.
Qualcosa di simile avviene anche nei movimenti sociali: perché il movimento abbia qualche chance di sopravvivenza, perché – passata l’ebrezza degli inizi da “stato nascente rivoluzionario” – non imploda su se stesso, un movimento deve cambiare la configurazione di molti parametri vitali e diventare istituzione. L’omicidio – sempre metaforicamente parlando – si consuma qui con il suo leader. E il leader ha due scelte: o sceglie di farsi da parte, con una decisione autorevole dall’alto; o viene spodestato, con una tensione che ha origine dal basso. È un dilemma, l’alternativa dunque per definizione non c’è, pena lo sgretolamento dal di dentro e, come già accennato, l’implosione.
Ecco, in quel lavoro di circa un anno fa, notavo – e questo aveva attirato le ire di tanti militanti – che Grillo e Casaleggio si stavano comportando come difensori dello status quo, al prezzo del futuro del Movimento. Poi, questo inverno, la saggia scelta dei vice, il “direttivo”, e un lento ma inesorabile passaggio verso il retroscena. Che Grillo e i suoi possano non ammetterlo mai è probabile ma poco importa: questo è stato il primo indicatore di quell’ “omicidio sociologico”, quella maturazione, che sempre si deve compiere perché un movimento diventi istituzione, si adatti al passare del tempo, e sopravviva.
Mentre i 5 Stelle scoprono di poter camminare con le loro gambe, alla Lega Nord si torna a vincere grazie a un nuovo leader carismatico. Un leader che, non a caso, per giocarsela ha dovuto consumare un triplice omicidio col passato: quello del leader storico, Umberto Bossi, e della sua progenie (a ben vedere, questo è almeno in parte un caso di omicidio-suicidio); quello del sostituto, relegato a fare il presidente della regione Lombardia con livelli di visibilità mediatica talmente ridicoli che Crozza ha dovuto smettere di imitarlo perché il pubblico non lo riconosceva; e, infine, quello di Tosi, il delfino dell’est, ripudiato e anch’esso vittima di un oblio mediatico che ha certamente contribuito a quel triste (per un sindaco fino a poco tempo fa così pop) quarto posto.
Da un punto di vista sociologico, il successo di Salvini si deve certamente alla sua sovra-esposizione mediatica: Salvini era tutti i giorni in Tv e sui principali portali web d’informazione. Non starò a dire molto sul potere dei media, ci è tornato qualche giorno fa Marco Travaglio, per l’ennesima volta, in uno dei suoi editoriali. Non che gli serva la mia certificazione, ma da sociologo dei media non posso che confermare come empiricamente provata la sua posizione.
Tra le ragioni del successo c’è anche lo stile con cui Salvini è stato sui media: concetti semplici, che iper-semplificano e banalizzano questioni complesse, cavalcando i fatti di cronaca del momento. Un profilo con tratti carismatici, talvolta autoritari, che per certi versi ricorda da vicino sia quello del Berlusconi dei tempi d’oro, sia quello di Grillo, con la differenza che Salvini in Tv ci sa stare, dialoga e risponde alle domande.
Ma nemmeno la telegenicità, da sola, è sufficiente a capire cos’è successo. A differenza dei 5S, che esistono da poco più di 3 anni, la Lega la sua rivoluzione la promette da più di 20 anni, durante i quali ha governato a tutti i livelli amministrativi, compresi ruoli-chiave in esecutivi che, tra Porcellum e porcate, non hanno dato gran prova di sé. Come se non bastasse, la Lega è stata di recente travolta da scandali devastanti, da Belsito alle mutande verdi del mio Piemonte, che hanno addirittura minacciato di eradicarla dallo scacchiere politico. Se gli elettori italiani non fossero dotati di un’anomala propensione alla memoria selettiva, spesso tendente all’oblio, questa vittoria non si spiegherebbe.
P.s: mentre scrivo, un ringalluzzito Grillo si intesta la vittoria e conferma “niente inciuci e niente alleanze”. “Basta con i morti viventi”, direbbe lui di se stesso, potesse ancora vedersi con occhi “diversi”. 

Alessandro Campi
Quel filo rosso che lega Salvini a Grillo
Il Mattino

I populismi per definizione si somigliano tutti, hanno un nemico comune: le oligarchie politico-economiche, le classi politiche e dirigenti, accusate di affamare il popolo e di carpirne la buona fede. Parlano lo stesso linguaggio: rude, popolare, elementare e diretto, che tutti i cittadini possono comprendere, diverso da quello bizantino dei politici di professione. Usano sempre lo stesso schema retorico: noi (i molti, i buoni, gli onesti) contro loro (i pochi, i cattivi, i corrotti). Hanno altresì le medesime idiosincrasie: non sopportano gli intellettuali (perché fanno ragionamenti complicati e fumosi), non si fidano della stampa e dell’informazione (perché è sempre al servizio del potere), non credono  mai alle verità ufficiali (da qui la loro inclinazione al complottismo) e diffidano dai rituali e dalle procedure della politica tradizionale ( perché rischiano di inquinare la loro purezza). E hanno tutti bisogno di un capo unico e assoluto, carismatico e trascinatore, che possa proporsi come il vero difensore dei diritti del popolo. Se questi sono i tratti che, secondo molti osservatori, definiscono il populismo politico, Lega e M5S hanno davvero molto in comune. Una somiglianza che non riguarda solo lo stille della loro propaganda e il modo di agire e parlare dei loro leader, spesso greve e grossolano, ma anche il contenuto delle rispettive proposte politiche. Si pensi alla comune idiosincrasia nei riguardi dell’Unione Europea e dell’euro sui quali entrambi fanno ricadere pressoché per intero la colpa dell’attuale crisi economica. Si pensi anche alla posizione dei due partiti sul tema dell’immigrazione: Grillo la considera pericolosa non meno di Salvini, anche se il suo partito non ne ha fatto, diversamente dal Carroccio, una questione prioritaria dal punto di vista del programma. (…)
L’etichetta di “populismo” (come quella di “anti-politica”), così tanto utilizzata nel dibattito pubblico, è un buon punto di partenza per inquadrare alcuni dei caratteri che definiscono simili forze politiche ma da sola non basta per spiegarne le caratteristiche essenziali e, appunto, le diversità oggettive. Basta citarne una, che riguarda la matrice storico-culturale e la finalità dei due movimenti. I 5 Stelle sono nati dalla rivoluzione comunicativa che la rete ha prodotto nelle società contemporanee. Sono il frutto dell’accesso di parola generalizzato reso possibile dal dilagare dei social network. Perseguono – come indica il loro slogan “1 vale 1” – un modello di democrazia orizzontale e privo di mediazioni basato sul diritto di accesso dei cittadini al potere, sulla trasparenza assoluta e sull’abolizione di ogni gerarchia. La loro, per come viene teorizzata da chi ideologicamente li ispira (a partire da Casaleggio) è un’utopia egualitaria proiettata verso un futuro integralmente dominato su scala mondiale, dalla tecnologia digitale.
La Lega, sin dalle origini e oggi più che mai dopo la recente svolta in senso identitario impressa da Salvini al partito, ha sempre perseguito un altro disegno politico per certi versi opposto a quello grillino: la salvaguardia dei valori storici e delle tradizioni della comunità dalle contaminazioni derivanti dal processo di globalizzazione. Quella leghista è per molti versi un’utopia conservatrice basata sull’idea che solo attingendo ai nostri depositi ancestrali – culturali e simbolici – possiamo opporci al destino omologante che la tecnica, se non orientata da una visione politica – rischia di riservarci. (…)
Si tratta di differenze che possono apparire troppo intellettualistiche, come tali estranee ai criteri di scelta degli elettori, ma che questi ultimi in realtà – sebbene istintivamente – sembrano cogliere benissimo quando si recano alle urne. Non le colgono semmai quei commentatori che si ostinano a vedere nel voto dato ai 5 Stelle e alla Lega soltanto una forma di protesta irrazionale rivolta contro tutto e tutti. (…) La verità è che i tanto vituperati populismi, compresi quelli che hanno assunto un ruolo così eminente nella realtà politica italiana, sono elementari nel loro modo  di agire e di presentarsi, ma non sono mai banali nelle motivazioni e nelle ragioni che ne alimentano il consenso. Comprendere queste ultime è l’unico modo per cercare di contrastare la loro avanzata.

venerdì 23 maggio 2014

C'era una volta Berlinguer

Il leader dei 5 Stelle ha cercato di appropriarsi dell'eredità etica del segretario del Pci Berlinguer (il quale mai avrebbe usato i suoi toni violenti). «Il Movimento 5 Stelle è l'unico partito che porta avanti la questione morale di Berlinguer, siamo gli unici a portare avanti la sua eredità». Appena arrivato sul palco, l'ex comico è stato preso in braccio dal parlamentare Di Battista, come fece Benigni con il segretario comunista. (l'Unità, 24 maggio 2014)

Così a questo siamo arrivati, dissacrando dissacrando. O usando usando. In piazza san Giovanni. Con Grillo che arriva in braccio a Di Battista. Non è il caso di chiedersi, qui e ora, chi era veramente Berlinguer. L'ultimo grande segretario del Pci è stato tante cose. Un comunista democratico. Un eurocomunista. Un erede di Palmiro Togliatti. Un alleato della Democrazia cristiana. E via di questo passo. Certo non era prevedibile che diventasse una icona da consumare in pubblico, a fini elettorali. Lo sberleffo continua, certo. E Berlinguer viene ucciso per la seconda o la terza volta.
Era stato a lungo dimenticato o accantonato dai suoi stessi eredi per comprensibili ragioni. Comprensibili quanto taciute, il più delle volte. Il socialismo dal volto umano si era inabissato con il crollo del socialismo reale. Ancor più inopportuno per molti risultava a quel punto tirare in ballo il comunismo. Perché attraverso la figura di Berlinguer esibirne ancora il ricordo?
Adesso siamo al terzo momento di esclusione dalla scena dopo la morte fisica nel 1984. Berlinguer diventa un'icona contesa da schiere di eredi presunti. A questo punto è di moda soprattutto il politico onesto che aveva riportato in primo piano la questione morale. Perché no? C'è una logica in questa riabilitazione trionfale della memoria.
Tutti i salmi finiscono in gloria, allora? Non proprio. Quello che torna sulla scena è un personaggio che ha pur sempre legato il suo nome alla politica del compromesso storico. A suo modo Berlinguer voleva porre fine all'anomalia italiana del bipartitismo imperfetto. Moro in proposito aveva le idee più chiare ma è certo che per entrambi il problema era quello di porre fine all'esclusione del Pci dal potere governativo. Ora il nome di Berlinguer ritorna proprio mentre torna di attualità l'anomalia italiana  (*). Un bel paradosso.

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(*) Massimo Franco
Verso un bipolarismo destinato a riproporre l’anomalia italiana
Corriere della Sera, 24 maggio 2014

Al di là di chi arriverà primo, l’Italia si prepara a consegnare di sé all’Europa l’ennesima immagine anomala. Il bipolarismo che si sta delineando tra Pd e Movimento 5 Stelle spiazza le divisioni tradizionali tra destra e sinistra. E offre un Paese nel quale la protesta non solo promette di assumere dimensioni di massa ma trasversali e non catalogabili in modo tradizionale. Il solo fatto che non si sappia dove gli eletti che saranno portati a Strasburgo da Beppe Grillo siederanno, certifica la diversità italiana. Le parole preoccupate di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi per l’ascesa del movimento dell’ex comico sono il segno di una sorpresa e di un affanno che aumentano di ora in ora.
Può darsi che si rivelino esagerate, e che gli elettori rispondano ai loro appelli. Ma il solo fatto che il leader di FI inviti a disertare le urne pur di non votare Grillo, tradisce un’inquietudine profonda. Segnala un atteggiamento psicologico che ha introiettato il dubbio della sconfitta: politica, se non numerica. Conferma quanto la virulenza verbale e la strategia dello sfascio del M5S siano i sintomi di una crisi profonda del sistema, terrorizzato di non avere anticorpi sufficienti per fermare questa ondata nichilista. Anticipa soprattutto il ridimensionamento del centrodestra dopo anni di predominio. E dilata il vuoto lasciato dal berlusconismo al centro del sistema politico.
Il punto interrogativo è se il governo di Renzi e il suo partito, in apparenza orfani del principale avversario e quindi potenzialmente trionfanti, saranno in grado di riempirlo almeno in parte; fino a qualche settimana fa, sembrava così. In fondo, il cambio in corsa doloroso a Palazzo Chigi con Enrico Letta ha avuto come ragione forte quella di arginare un populismo galoppante. Se questo obiettivo viene mancato, rischia di aprirsi un problema politico non da poco per l’esecutivo: sebbene si tenda ad esorcizzare questo scenario. Dipenderà dal livello di astensionismo e dalla distanza che il Pd riuscirà a mettere tra i propri consensi e quelli del M5S, se, come pare, ci riuscirà.
Renzi invita ad «andare a prendere uno a uno i voti del centrodestra». E chiede di non astenersi, convinto che percentuali di partecipazione basse favoriscano Grillo. «Noi partiamo al secondo posto» rispetto alle politiche del 2013, mette le mani avanti il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio. «Il Pd sarebbe felice di sorpassare Grillo. Ma effettuare il sorpasso governando è molto complicato». È una cautela in parte scaramantica, in parte dovuta all’imprevedibilità del voto europeo. Tra l’altro, non tutto l’elettorato sarebbe informato che si può andare alle urne solo domani, e non anche lunedì come succede per le Politiche. Il premier si dice sicuro che Berlusconi manterrà i patti sulle riforme istituzionali «nonostante le Europee»: dando per scontato un insuccesso che potrebbe compromettere il percorso seguito finora.
La sensazione è che ci si avvii ad una situazione postelettorale tale da aumentare le tensioni e la precarietà della legislatura. Ma proprio per questo obbligherà la maggioranza a fare le riforme promesse, per non aumentare l’ipoteca di un populismo che predica il «tutti a casa» dei partiti, avanzando proposte suicide per l’Italia; e per non alimentare la percezione negativa che l’Europa ha ricominciato a nutrire nei confronti del nostro Paese. Un governo nato per dimostrare una capacità decisionale inusuale, si ritrova di colpo sulla difensiva: costretto a rivendicare il poco o il tanto che ha fatto, e a garantire che farà di più: anche se la «leggerezza» di alcuni ministeri imporrà cambiamenti immediati.

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Marco Belpoliti
La canottiera di Bossi
Guanda, Parma 2012, pp. 18-20

... In un articolo del 1975, lo scrittore Mario Soldati descrive la gestualità di Berlinguer soffermandosi sul ricamo delle mani, sempre simmetriche e sincrone: "Piatte e piegate al polso, ora le manine delimitano un piano logico, dividono due argomenti troppo facili a confondere: ora, invece, curvandosi entrambe a conca, l'una di qua e l'una di là, chiudono come un cerchio magico fatti o idee che vanno considerati globalmente". Soldati vuol suggerire l'incrollabile fede ideologica che è implicita in questo, le convinzioni che si celano dietro i gesti, che, seppur descritti a parole, ricordano da vicino quelli dei democristiani che argomentano in modo sottile, e cercano un contatto intellettuale, non solo emotivo, col loro uditorio. Sono, si potrebbe dire, dei mandarini, ovvero uomini di potere, che del loro potere non devono rendere conto agli ascoltatori, ma lo esercitano nel pubblico comizio attraverso il dispiegarsi delle frasi e dei ragionamenti, così che i destinatari del messaggio abbiano la sensazione di partecipare al farsi stesso delle idee, o almeno di condividerle, come quando si ascolta un insegnante, un professore o un intellettuale.
... Luigi Ghirri [...] ha scattato una serie d'immagini molto eloquenti in una delle ultime feste dell'Unità in cui il leader del Pci tenne il comizio conclusivo davanti alla folla dei militanti [...] La solitudine di Berlinguer è evidentissima. Si trova lontano dalla folla, distante e la sua corporeità sembra cancellata. Un'interpretazione, certo, ma come nel ritratto di Soldati, in questi scatti si comprende benissimo quale sia lo stile oratorio e gestuale del leader comunista.

Andrea Cortellessa sul libro di Belpoliti  http://www.sinistrainrete.info/cultura/1979-andrea-cortellessa-fenomenologia-della-canotta.html