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martedì 17 febbraio 2026

La violenza politica in Francia

 

Jean-Luc Mélenchon e Raphaël Arnault si abbracciano durante una manifestazione contro la decisione del ministro dell’Interno di sciogliere la Jeune Garde e il collettivo Urgence Palestine, a maggio del 2025 a Parigi (Vincent Isore/IP3 via ZUMA Press/ANSA)

In Francia l’omicidio di un militante di estrema destra è diventato un caso politico
Il Post, 17 febbraio 2026

Lunedì la procura di Lione, in Francia, ha aperto un’indagine per omicidio volontario per la morte di Quentin Deranque, un militante di estrema destra di 23 anni morto sabato in ospedale due giorni dopo un violento pestaggio. Il procuratore Thierry Dran ha detto che la polizia sta cercando almeno sei persone accusate di aver aggredito Deranque a volto coperto. Intanto il caso ha assunto una dimensione politica nazionale al cui centro c’è La France insoumise (LFI), il partito di Jean-Luc Mélenchon che il governo francese ha recentemente categorizzato come un partito di estrema sinistra. LFI è accusato di usare una retorica che alimenta la violenza e di essere vicino agli ambienti da cui provengono i responsabili del pestaggio.

L’aggressione di Deranque è avvenuta giovedì scorso davanti all’Istituto di studi politici (IEP) di Lione, dove si stava svolgendo una conferenza della deputata di LFI Rima Hassan, conosciuta per le sue opinioni molto filopalestinesi. La procura ha ricostruito che per protestare contro la sua presenza, alcune attiviste del collettivo Némésis avevano organizzato un presidio, e avevano chiesto ad alcuni loro amici di presenziare per proteggerle da eventuali attacchi: fra loro c’era Quentin Deranque. Némésis è un’associazione di femministe di estrema destra che sostengono la necessità di fermare l’immigrazione per proteggere le donne francesi dalle violenze.

Secondo il racconto della procura, durante il presidio alcune persone a volto coperto si erano presentate e avevano aggredito le attiviste, strappando anche il loro striscione. Circa mezz’ora dopo il gruppo di cui faceva parte Deranque si era scontrato con una ventina di persone, sempre a volto coperto. In un video girato da alcuni testimoni, si vede un gruppo accanirsi su tre persone a terra, due delle quali riescono a scappare, mentre Deranque rimane a terra.

Gli ambienti di estrema destra e le attiviste di Némésis presenti hanno sostenuto che gli aggressori facessero parte della Jeune Garde, un gruppo antifascista di estrema sinistra fondato da Raphaël Arnault, che dal 2024 è un deputato della France insoumise. Il gruppo sostiene di non poter essere responsabile dell’aggressione perché ha interrotto tutte le attività da quando il governo francese ha chiesto il suo scioglimento nel 2025 e l’organizzazione ha presentato ricorso alla Corte amministrativa suprema francese.

Allo stesso tempo, uno degli assistenti parlamentari di Arnault e membro della Jeune Garde è stato indicato dalle attiviste di Némésis come uno degli aggressori e per questo, pur negando il suo coinvolgimento, si è dimesso.

Oltre ai politici di estrema destra, intanto anche il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha dichiarato che «è evidente che è stata l’estrema sinistra ad agire» e la stessa cosa ha detto il ministro della Giustizia Gérald Darmanin. La portavoce del governo, Maud Bregeon, ha dichiarato che La France insoumise ha la «responsabilità morale» dell’omicidio di Deranque. Raphaël Glucksmann, leader del partito di centrosinistra ed europeista Place Publique, ha dichiarato alla radio RTL che è «impensabile» per il suo partito allearsi con LFI nelle elezioni presidenziali del 2027.

Il leader di LFI, Jean-Luc Mélenchon, ha respinto le accuse, cercando di spostare il discorso sulla violenza che i membri del suo partito subiscono ripetutamente dai gruppi di estrema destra, ma non ha citato la Jeune Garde, che in passato aveva pubblicamente difeso dalle accuse di estremismo e violenza.

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Filippo Ortona
Lione, partono gli arresti. France Insoumise nella bufera
il manifesto, 18 febbraio 2026

Ieri sera la procura di Lione ha annunciato di aver arrestato quattro persone per l’omicidio di Quentin Deranque, il militante neofascista morto sabato dopo una rissa avvenuta a Lione due giorni prima. Mentre un quinto sarebbe stato fermato in tarda serata. Tra gli arrestati anche un assistente parlamentare del deputato de La France Insoumise Raphaël Arnault, fondatore del collettivo antifascista di Lione La Jeune Garde, sciolto dal governo nel giugno 2025.

SECONDO QUANTO riportato dal giornale locale Le Progrès, che cita fonti anonime della polizia, i sei indagati finora individuati sarebbero tutti «ex-membri» della Jeune Garde. L’assistente parlamentare di Arnault si era auto-sospeso nei giorni scorsi e ha negato di essere responsabile della morte del neofascista, secondo quanto comunicato dal proprio legale.

La notizia è giunta in serata, qualche ora dopo che l’Assemblée Nationale aveva celebrato un minuto di silenzio per commemorare la morte di Deranque, e in piena campagna elettorale per le municipali che si terranno il 15 marzo. Sotto accusa sin dall’esplosione dell’affaire, Lfi ha tenuto a condannare e a prendere le distanze da quanto è accaduto giovedì a Lione.

«Ci si disonora» con azioni simili, «quando si picchia qualcuno in tal modo» rischiando «d’infliggere la morte», ha detto ieri sera Jean-Luc Mélenchon. Il leader di Lfi ha aggiunto che «la nostra strategia è quella della democrazia, dell’adesione di massa a una causa, tramite il voto» cosa che implica il rifiuto «della violenza che imbruttisce e rinchiude. La rifiutiamo come strategia di lotta». Lo stesso Raphaël Arnault ha scritto sui social di provare «orrore e disgusto» per quanto successo, offrendo le proprie «condoglianze alla famiglia del giovane» e auspicando «che tutta la verità sia fatta su questo dramma».

«SE CI SONO DELLE PERSONE responsabili di questo dramma che fanno parte della Jeune Garde devono essere punite, condannate», ha detto il coordinatore nazionale di Lfi Manuel Bompard ieri sulla radio pubblica France Inter, pur difendendo, nella stessa intervista, la collaborazione in passato tra la Jeune Garde e Lfi, in nome «dell’autodifesa popolare» in una città che, nell’ultimo decennio è divenuta una delle capitali europee dell’estrema destra, teatro di un gran numero di aggressioni neofasciste.

Secondo la procura di Lione, i fatti che hanno portato alla morte di Detranque si sarebbero prodotti a margine di una conferenza a Sciences Po dell’eurodeputata di Lfi Rima Hassan. Delle militanti del collettivo femonazionalista Némésis erano arrivate a contestare la sua venuta e avevano «chiesto ad alcuni loro amici di aiutarle in caso di violenze», ha riferito il procuratore.

POCO PIÙ TARDI, questi «amici» sarebbero stati reperiti da «un gruppo di una ventina d’individui mascherati e coi passamontagna», con i quali sarebbe scoppiata una rissa. Quentin Detranque sarebbe allora rimasto indietro, mentre i suoi camerati prendevano la fuga, venendo picchiato con particolare violenza, riferisce la procura. Secondo la ricostruzione, quando gli aggressori si sono allontanati dalla scena, Detranque sarebbe stato soccorso da alcuni suoi amici, poi portato in ospedale, ormai in coma, dove è morto due giorni dopo.

IL LEGALE DELLA FAMIGLIA della vittima, le militanti di Némésis e l’estrema destra hanno denunciato una «imboscata» e un «linciaggio in piena regola» a opera degli antifascisti, una versione inizialmente accreditata da una gran parte dei media francesi. Tuttavia, le successive ricostruzioni giornalistiche e i video finora pubblicati mostrano uno scontro tra schieramenti opposti, nel quale i fascisti avrebbero avuto la peggio.

Un giornalista di Le Progrès, che ha assistito allo scontro, ha rilasciato ieri una testimonianza al suo stesso giornale (in forma anonima, prova di quanto sia incandescente il clima attuale a Lione): «Ho visto due gruppi che si battevano, erano in linea uno davanti all’altro», ha detto, «Dopo un po’ la rissa è scemata, la maggior parte delle persone è fuggita verso il lungofiume, gli altri li chiamavano ‘i nazi, sono dei nazi’».

Ieri pomeriggio i siti di Le Canard Enchaîné e Le Progrès hanno pubblicato un altro video, che corrobora questa versione. «Una violenta rissa ha opposto un gruppo di fachos contro uno di antifa, entrambi composti da una quindicina di persone», ha scritto il Canard, sottolineando come questo evento abbia «preceduto di qualche minuto il pestaggio mortale». Secondo il settimanale, «le ostilità sono cominciate con dei lanci di fumogeni in direzione degli antifa», una dinamica mostrata anche in un video pubblicato qualche ora dopo dalla televisione BfmTv.

Infine lunedì sera il quotidiano Libération ha pubblicato due video inediti. Nel primo ci sono due gruppi che si fronteggiano uno davanti all’altro. Nel secondo, si vede un gruppo (erano circa in dieci) che pesta tre persone rimaste a terra. Mentre due di queste ultime riescono a fuggire, un’altra, sdraiata dietro a un palo della luce, riceve un calcio in pieno volto. Secondo la procura si tratterebbe proprio Quentin Deranque.

I GIORNALI D’OLTRALPE hanno anche ricostruito il percorso politico di Deranque, che era membro di diverse organizzazioni neofasciste e antisemite. Secondo quanto rivelato da Mediapart lunedì, Deranque ha sfilato all’ultimo raduno del Comité 9 mai, una manifestazione neonazista che si tiene ogni anno a Parigi in commemorazione di un estremista di destra morto nel 1994.


lunedì 26 gennaio 2026

Il centrista radicale

Stefano Piri
Anche i centristi nel loro piccolo si radicalizzano

Rivista Studio, 14 gennaio 2026

Uno si sveglia il primo lunedì di lavoro dell’anno, col mondo che brucia da Minneapolis a Teheran, e trova i social invasi da questo post di Enrico Mentana: «Una cosa è certa: senza la caduta di Maduro non ci sarebbe stata la liberazione di Alberto Trentini. Agli ultimi strenui sostenitori italiani del regime venezuelano l’arduo compito di spiegare perché Trentini e gli altri erano in cella senza accusa o processo». Detto che ci vuole dell’impegno per congegnare un’asserzione al contempo tanto lapalissiana e logicamente fallace, è anche vero che internet è come sempre impietosa: tutti a scrivere “che cacchio dici, Enrico?” e nessuno che chieda mai: “Come stai, Chicco?”. Si direbbe che tu abbia una vita piena di soddisfazioni e una carriera brillante, perché sei così amareggiato? Sei proprio sicuro che Maduro sia “caduto” in una cella di massima sicurezza a Brooklyn? E questi “strenui sostenitori italiani del regime venezuelano” sono qui nella stanza con noi, adesso?

Ecco, in un’epoca che sembra riuscire a spiegarsi a sé stessa quasi solo attraverso ossimori, un cristallino esempio di “centro radicalizzato”. Forse avete sentito il termine, non certo in chiave lusinghiera, per designare una certa area politica ma soprattutto social e opinionistica ubiqua, mediaticamente sovrarappresentata ma allo stesso tempo in qualche modo sfuggente, individuabile più che altro in maniera patente, come in modo celebre fece il giudice della Corte Suprema americana Potter Stewart con il concetto di pornografia: «Non saprei definirla, ma la riconosco quando me la trovo davanti».

È un fenomeno relativamente nuovo – o che per lo meno ha assunto proporzioni intimidatorie, sui social, sull’onda di paure ed entusiasmi da guerra di civiltà accesi dalle crisi in Ucraina e in Medio Oriente – ma ha interpreti spesso non di primissimo pelo: attempati cronisti passati negli anni dalle contestazioni all’ambasciata americana alle tartine all’interno, raminghi ex dalemiani con un grande futuro alle spalle, sedicenti ex radicali, economisti dal sobrio curriculum accademico anglofono e dal profilo X pieno di bandierine. Se vogliamo trovare una data simbolica d’origine, il centro radicalizzato compirà quest’anno un quarto di secolo: fu infatti il 29 settembre 2001 che fu dato alle stampe il delirante e a suo modo seminale articolo di Oriana Fallaci intitolato La rabbia e l’orgoglio, testo sacro di due o tre generazioni di sciroccati islamofobi, significativamente non su La difesa della razza né su Libero ma sul borghese e autorevole Corriere della Sera, diretto all’epoca da Ferruccio De Bortoli.

Più gradasso della destra, più litigioso della sinistra

Centro” perché assume, almeno a parole, una posizione di scocciata e autorevole equidistanza dalle opposte polarizzazioni. “Radicalizzato” perché interpreta le proprie posizioni con il furore ideologico, la veemenza dialettica e lo sprezzo dall’avversario che normalmente associamo agli estremismi. Più vittimista e gradasso della destra, più settario e litigioso della sinistra, più che superare le tradizionali categorie politiche questo centro radicalizzato sembra talvolta volerle occupare, allo stesso tempo, tutte quante.

Non sorprende che questa nuova area politica, o categoria dello spirito, pur volano di splendide e rapidissime carriere politiche e giornalistiche, non goda esattamente di una popolarità travolgente. Rappresentato da una pletora di partiti e correnti dal minutaggio televisivo esorbitante e dal consenso elettorale trascurabile (l’appuntamento con la bilancia, di cui vorrebbe farsi ago, eternamente rinviato come per la prova-costume), il centro radicalizzato è trattato dalla destra – alla quale di quando in quando corregge timidamente la sintassi, senza con ciò riuscire a celare un fondamentale sentimento di gregaria ammirazione – con la distratta bonarietà che si riserva a un servo sciocco, ma ha un rapporto molto più codipendente e morboso con la sinistra.

Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”, “Lei lo faccia internare”, “E poi chi me le fa le uova?”. La celebre storiella che in Io e Annie riassume il rapporto di Woody Allen con le donne va benissimo per riassumere anche quello di ciò che resta della sinistra italiana con Calenda, Paolo Mieli e la redazione del Foglio. Idoli polemici comodissimi in una fase di orizzonti strategici confusi («Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»: Pina Picierno) la cui approvazione è però vissuta specialmente nel Pd come l’orizzonte di Galeano: irraggiungibile, ma serve a camminare. Dal canto suo il centro radicalizzato ha con la sinistra una relazione che oscilla tra il paternalismo senile e la ribellione adolescenziale: se ne sente in qualche modo una parte – forse per l’antica fantasia da padroni del vapore, sulla tratta Lingotto-Leopolda, di una sinistra marxianamente organizzata, nel senso di manovrata da una borghesia estrattiva che si appropria del plusvalore politico e di consenso prodotto dal duro lavoro di una massa di militanti alienati – ma prova per essa un sorgivo disprezzo, e ama più d’ogni altra cosa uscirne con la teatralità di Milord di Sailor Moon nel celebre meme, quello che dice: «Il mio lavoro qui è fatto», scomparendo mentre la voce fuori campo appunta: «Ma non hai fatto niente!». Dunque non è insolito imbattersi in furibondi influencer d’area che, oltraggiati da una vetrina spaccata o da qualche imprudente esternazione di Francesca Albanese o Alessandro Barbero, stracciano sulla piazza social la tessera di appartenenza a una “sinistra” o a un “movimento pro-pal” cui non hanno mai dato pallido segno di appartenere. Nei casi più fortunati, la coraggiosa diserzione viene premiata da un retweet di Crosetto.

La postura nei confronti dell’ingenua “estrema sinistra” (tutto ciò che eccede le posizioni di Paolo Gentiloni) è nelle intenzioni maieutica, nei risultati per lo più passivo-aggressiva: a chi ha manifestato per Gaza si domanda beffardamente perché allora non scende in piazza anche per il Donbass, per Teheran, se è al corrente del fatto che c’è anche un genocidio in Congo, un’alluvione in Nepal, un’ondata di influenza stagionale in Molise. Ricevuta la risposta a queste pugnaci domande, che solitamente è banale e conclusiva, si assume un’espressione saputa e vagamente offesa.

Nostalgia canaglia

Facile da detestare, dicevamo, il centro radicalizzato è però forse prima ancora interessante da comprendere: c’è ad esempio un eccesso di zelo che non nasconde un lieve ma inequivocabile fremito di incertezza nel Grazie, Occidente! di Rampini, o una sfumatura lugubre e perfino autodistruttiva nelle frenesie censorie che portano politici “liberali” come Picierno e Calenda a congratularsi rumorosamente a mezzo social per aver fatto cancellare l’ennesimo simposio da sottoscala di dipartimento di qualche anziano storico filorusso (l’idea che poi in Italia le conferenze accademiche siano strumento di manipolazione del consenso è semplicemente spassosa): sono queste interferenze a rivelare che, nel profondo, il laicissimo e pragmaticissimo centro radicalizzato è nostalgico e identitario almeno quanto, se non di più, delle ideologie che tanto ha a noia.

Perché il trauma che lo genera è reale, non immaginario, la sua nostalgia è riferita non a vaghe fantasie culturali, ma a una stagione egemonica vissuta in pieno e poi sfuggita dalle mani, gli anni Novanta in cui l’Occidente si era illuso di poter decretare la fine della Storia a suo piacimento, in cui se si parlava di impeachment del presidente americano non era per un tentativo di insurrezione ma per un pompino, in cui la Terza Via di Clinton e Tony Blair offriva a un ceto medio sazio e operoso e a una borghesia col vezzo del progressismo l’opportunità, finalmente, di allineare cuore e portafogli. Ne parliamo come di un fenomeno politico ma probabilmente è in essenza sociale: i social media non hanno fatto altro che aprire l’armadio di Dorian Gray di una classe dirigente terrorizzata dalla vecchiaia e dal declino. Non è mai troppo sportivo ridurre le aree politiche a tratti nevrotici, ma cos’è in fondo il centro radicalizzato, con le sue fantasie di guerra di civiltà ed esportazione della democrazia, di restaurazione globale di una placida pax borghese, col suo scientismo baronale, col suo atlantismo in bancarotta finanziaria e morale che scatta a tradimento come il braccio teso del Dottor Stranamore, se non un’espressione di irriducibile e irrazionale attaccamento a un ordine simbolico al collasso?

Il vincente perdente radicale

Molti ricorderanno Il perdente radicale di Enzensberger, lo sconfitto che introietta il giudizio negativo della società su se stesso e trasforma la propria emarginazione in negazione esistenziale. Ne abbiamo conosciute di recente infinite incarnazioni: dal terrorista suicida all’incel, dallo sciamano Qanon dell’assalto al Campidoglio al complottista no-vax. Meno noto è forse che in quel saggio del 2007 lo scrittore tedesco tratteggiava una figura emergente simmetrica e a suo modo altrettanto inquietante, il vincente radicale: «Anche costui è un prodotto della cosiddetta globalizzazione, e sebbene tra i due gruppi non si possa istituire alcuna simmetria, essi hanno in comune alcune caratteristiche (…) Anche il Master of the Universe in campo economico, che per potere e ricchezza supera tutti i suoi predecessori, è socialmente del tutto isolato, in balía costante dei propri fantasmi, già per meri motivi di sicurezza è affetto da perdita della realtà, si sente frainteso e minacciato».

Ne L’estremismo, malattia infantile del comunismo, l’estremista veniva definito invece come colui che confonde i propri desideri con la realtà storica materiale. Citare Lenin contro certi autorevoli commentatori rischia di arruolarci tra gli «strenui sostenitori italiani del regime venezuelano»? Correremo il rischio.



lunedì 3 novembre 2025

Gian Mario Bravo in una veste inedita


Martedì 18 novembre 2025 dalle 10.15 alle 13 si terrà presso la sala seminari della Fondazione Firpo, al I piano della Biblioteca Nazionale Universitaria, la giornata di studi 
Impegno, rigore, passione. Gian Mario Bravo e la ricerca storica. Presiederà Manuela Ceretta. Interverranno Giuseppe Bonfratello, Francesca Chiarotto, Gianfranco Ragona, Luca Sansone.

Ingresso libero previa registrazione all’ingresso della Biblioteca Nazionale (con documento d’identità)

Gian Mario Bravo ha combattuto per tutta la vita l'estremismo politico. Certo non era contrario alla partecipazione elettorale dei cittadini. Non era un astensionista di principio, tutt'altro. Ed ecco che la sua memoria viene rievocata in un contesto che vede in una posizione di assoluto rilievo un movimento estremista e astensionista di principio, Lotta comunista. Non è un bello spettacolo. 

Lotta comunista nella persona di Giuseppe Bonfratello mi ha gentilmente messo al corrente dell'iniziativa, che figura anche sul sito della Fondazione Firpo. La Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci ha accordato il suo patrocinio. A Giuseppe Bonfratello ho scritto il seguente messaggio che qui rendo pubblico:

 Caro Giuseppe,

Sempre ti ringrazio per la sollecitudine con cui mi informi di questa pur lodevole iniziativa. Non mi sento tuttavia di dare la mia adesione. A me è stato dato di conoscere un accademico sicuramente rigido nella fedeltà alla sua visione del mondo ma al tempo stesso capace di una grande apertura nei confronti del diverso. Dove per diverso non intendo il diverso in generale, ma ciò che non rientrava nel quadro delle sue convinzioni. Era certamente un laico, non per questo era chiuso al dialogo con gli ecclesiastici, ricordo in particolare il caso di Ermes Segatti. Ugualmente era un marxista di stretta osservanza, eppure tra i suoi allievi nessuno ha veramente reincarnato quel ruolo. Spinti da lui Gianfranco Ragona e Aurelia Camparini hanno seguito altre strade. E non parliamo di Manuela Ceretta, allieva acquisita. Operare una scelta in favore di una tendenza più di altre significativa e importante si può, non so quanto sia lecito e giusto. Preferisco conservare nel mio cuore l'immagine del maestro che mi ha voluto bene e mi ha sostenuto pur consapevole della distanza che ci separava. A mio parere si sarebbe potuto dare all'iniziativa un'impronta di maggiore apertura. Capisco, purtroppo i tempi non si prestano alla cura delle particolarità dissonanti. Avrei preferito che invece prevalesse un maggiore rispetto per la polivalenza del personaggio a noi tutti caro e da noi tutti ritenuto degno di considerazione e di studio per il valore della sua opera. 

Grazie per l'attenzione.
Con un cordiale saluto,

Giovanni Carpinelli

domenica 12 gennaio 2025

Alice Weidel




Mara GergoletL’ascesa di Alice, principessa di ghiaccio dell’estrema destra che piace a Elon Musk
Corriere della Sera, 12 gennaio 2025

 Alice Weidel ha dato all’AfD quello che le mancava: un volto e una figura capace di presentarsi come una leader moderna, popolare su Tiktok. E qui però cominciano le domande: a cosa si deve esattamente questo fascino che Weidel esercita sull’estrema destra e non solo, tanto da essere ormai proprio sotto il podio dei politici tedeschi più popolari? E soprattutto, come fa a essere un’eroina del partito ultranazionalista, ad averne conquistato i vertici una donna lesbica, che ha due figlie con la compagna srilankese e che, per giunta, risiede in Svizzera? Una donna che rompe sia il tabù della famiglia tradizionale sia quello dei migranti?


In parte, la presa di Alice Weidel — che ha una divisa: tailleur blu, camicia o girocollo bianco, giro di perle — dipende tanto dalla sua riconoscibilità quanto dalla sua imperscrutabilità. Sulla propria vita Weidel, 45 anni, ha messo il velo della privacy. Una volta ha detto che «quella porta deve restare chiusa, sennò può entrare di tutto».

In più, dal mondo molto riparato, se non segreto, del suo partito, che ostenta un atteggiamento ostile verso la stampa, escono pochi spifferi. Qualcosa però, con il passare degli anni, è emerso. Chi la sostiene dice che in privato ha senso dell’umorismo, che è «rigorosa», determinata, focalizzata. Per i detrattori, bisogna affidarsi a una rara inchiesta dell’agenzia Dpa con fonti di prima mano, ma rigorosamente anonime. All’interno del partito, la chiamerebbero «la principessa di ghiaccio» (Eisprinzessin). Chi non la sopporta la definisce «arrogante» e perfino incompetente. Altri hanno detto che è «egocentrica», che «pensa solo a primeggiare» e che è «un’opportunista della peggior specie». Tuttavia, questi sono gli avversari interni, e l’AfD è una chiesa dalle tante anime, che in parte si detestano. Quanto al curriculum ufficiale, è un’economista, ha lavorato pochi anni a Goldman Sachs senza scalare le posizioni, ha vissuto in Cina con una borsa di studio come consulente e ha conseguito un dottorato sul sistema pensionistico cinese. Ama esibire un accento del Nordreno-Vestfalia, molto occidentale, e dice Wiatschaft (Wirtschaft, economia) con una «r» vocalizzata, laddove in Prussia e nell’est può essere ben più dura.


Si è avvicinata al partito dalla sua fondazione, nel 2013, quando l’AfD era quella dei «professori», perché era contraria al salvataggio dell’euro e delusa dal fatto che Berlino, alla fine, avesse aperto ai Paesi del Sud, compresa l’Italia. È quindi fiscalmente ultraconservatrice e liberista, espressione di quell’ala del partito che poi è quasi sparita. Ma oggi, proprio in queste sue posizioni potrebbe esserci un legame con Elon Musk: un liberismo spinto, quasi alla Milei, che vuole ridurre lo Stato e i sussidi, laddove l’afd è però votata — più di tutti gli altri partiti tedeschi — proprio dal ceto più povero e meno istruito. Ma di questo nell’Afd oggi si parla pochissimo.


L’altra spinta ideologica è quella fortemente nazionalista e di revisionismo storico sul nazismo. Non è sulle posizioni di Höcke, però si è rifiutata di pronunciare il nome della città d’origine della sua famiglia in polacco. Il nonno, alto gerarca nazista fuggito dalla Prussia orientale, è riuscito con sotterfugi a evitare i processi del dopoguerra. Come per altri leader dell’AfD, la ferita della cacciata dall’est — e la militanza nel partito nazionalsocialista (Nsdap) — fa parte della storia familiare.

Sul nazismo è prudente, ma le ultime uscite sembrano indicare un cambio di strategia: «Hitler era comunista», ha detto a Musk, e ieri ha definito i manifestanti «nazisti dipinti di rosso». Uno stravolgimento programmatico (ricorda quello di Putin, che dà agli ucraini dei nazisti), che sembra troppo insistito per essere casuale. Ieri, adottando la «remigrazione», ha abbracciato l’ideologia identitaria: ha quindi virato a destra e non al centro, in un partito che per Marine Le Pen era già troppo radicale. Non ha nessuna chance di diventare cancelliera questa volta, ma Alice Weidel guarda a un orizzonte più lontano.

domenica 9 marzo 2014

Filippo Turati a Livorno



19 gennaio 1921


Compagni amici, e compagni avversari; non voglio, non debbo dire nemici.
 [...] Compagni, io non toccherò che due note in questo – ripeto – breve discorso: una nota dottrinale, una nota pratica.

Nella dottrina, sul terreno dottrinale, io rivendico, noi rivendichiamo solennemente il nostro diritto di cittadinanza nel socialismo, che è il comunismo, che non è per noi il socialismo comunista e il comunismo socialista, perché in queste denominazioni artificiose, ibride, evidentemente l’aggettivo scredita il sostantivo, e il sostantivo rinnega l’aggettivo. Il comunismo ebbe due sensi – voi tutti lo sapete – nella storia del moderno movimento proletario. O fu il comunismo critico di Engels e di Marx, il comunismo classico, opposto per ragioni tutte tedesche e transeunte ai falsi socialismi che prevalevano un quarto di secolo fa, socialismi filantropici falsi, a tutti i socialismi antirivoluzionari di quel tempo – e tutto questo è superato in Germania, come in Italia, come dovunque – oppure si chiamò comunismo in senso ideologico, nella previsione della forma della futura società socialista, che fosse più in là del collettivismo, che al concetto del sistema collettivista: «a ciascuno secondo il proprio lavoro, salvo gli invalidi, i bambini, ecc.», sostituiva il concetto più vasto: «a ciascuno secondo i propri bisogni» – prendere nel mucchio, come si diceva sinteticamente – che più che due concetti opposti significavano due fasi successive di evoluzione. La prima applicabile ad una società in periodo classico capitalistico, la seconda in una società di abbondanza, di esuberanza in cui le condizioni sociali permettano il grande consumo, la grande distribuzione ugualitaria di tutte le ricchezze. Compagni, questo comunismo, in un senso o nell’altro, questo comunismo che è il socialismo, può anche espellermi dalle file di un Partito, ma non mi espellerà mai da sé stesso. Perché io ho detto che quando si fa testamento si può essere un po’ orgogliosi, perché, francamente, compagni, è un diritto di anzianità, niente altro, non è un merito. Questo comunismo, questo socialismo e questo comunismo non solo noi lo abbiamo imparato negli anni della giovinezza sui testi sacri – direi quasi – della nostra dottrina, ma lo abbiamo in Italia, per solo merito di anzianità, ripeto, insegnato alla massa, al Partito nostro, ai Partiti che precedettero il nostro nella evoluzione del socialismo, quando questi lo ignoravano, quando lo temevano, quando lo sospettavano, quando lo avversavano.
Ed è così che io, con pochissimi altri, in un tempo che i giovani non possono ricordare,
abbiamo portato nella lotta proletaria per la prima volta in Italia – oh! copiammo dall’estero, più avanzato di noi – la suprema finalità del socialismo: la conquista del potere da parte del proletariato costituito in Partito indipendente di classe, questa conquista del potere che il compagno Terracini ieri – mi pare ieri – enunciava come un segno di distinzione fra la loro schiera e la nostra, fra il programma antico e quello tutto nuovo, anzi, come egli ci confessò onestamente, tutt’ora in faticosa elaborazione, e che però egli vorrebbe sostituire in blocco al vecchio e glorioso programma del Partito socialista. Io posso dunque amichevolmente sorridere di questa novità e di questa scoperta, che furono l’anima della nostra intelligenza e della nostra vita da che cominciammo a pensare. Non è questo che ci distingue oggi. Ciò che ci distingue non è la generale ideologia socialista, la questione dei fini, e neppure quella dei mezzi, ma una pura e semplice valutazione della maturità delle cose e del proletariato a prendere determinate posizioni in un dato momento; è unicamente la valutazione della convenienza di determinati mezzi episodici della lotta. La violenza, che per noi non è un programma, non può e non deve essere un programma, che alcuni accettano in toto e vogliono organizzare e preparare – i cosiddetti comunisti puri, chiamateli come volete – che altri accettano a mezzo, guadagnando tutte le conseguenze dannose e nessun utile che la violenza potrebbe per avventura, nella mente di quegli altri, contenere in sé, noi, come programma, la rifiutiamo. La dittatura del proletariato, per noi, o è dittatura di minoranza, e allora è imprescindibilmente dispotismo tirannico, o è dittatura di maggioranza, ed è un vero non senso, perché la maggioranza non è dittatura, è la volontà del popolo, è la volontà sovrana. E da ultimo, altro segno di distinzione, il proposito della costrizione del pensiero all’interno del Partito, la persecuzione dell’eresia, da cui nasciamo; nostra madre, o figliuoli, o fratelli carissimi, come direbbe un predicatore, (ilarità), la persecuzione della eresia nell’interno del Partito, che fu l’origine e la vita stessa del Partito, la sua forza rinnovatrice ad ogni istante, la garanzia che esso possa lottare contro tutte le forze intellettuali e materiali che gli si parano di fronte. Tutte forme queste – violenza, culto della violenza, dittatura del proletariato, persecuzione dell’eresia – che si risolvono in una sola: nel culto della violenza interna, dirò così, e esterna, e che hanno un solo presupposto – semplifichiamo la questione nella quale è il vero punto di ogni divergenza – e cioè quello – che per noi è l’illusione – che la rivoluzione sociale, intendiamoci, non una rivoluzione politica, che abate e cambia sistema, sia il fatto volontario di un giorno o di un mese o di qualche mese, sia l’improvviso alzarsi di un sipario, il calare di uno scenario nuovo, sia il domani di un post-domani di un calendario, mentre il fatto di ieri, di oggi, di sempre, che esce dalle viscere stesse della società capitalistica, di cui noi creiamo soltanto la consapevolezza, che noi possiamo soltanto agevolare nei molteplici adattamenti della vita politica, ma non possiamo né creare, né apprestare, né precipitare, che dura da decenni, che si avvererà tanto più presto quanto meno lo sforzo della violenza, quanto meno il culto della violenza provocante, bruta, prematura, e quindi destinata al fallimento, esasperando resistenze avversarie e provocando reazioni e contro rivoluzioni, le ritarderanno il cammino e l’obbligheranno di ritornare su se stessa. Onde è che per noi la via vera, quella dell’evoluzione, è la più breve. Ed è per questo concetto fondamentale, che il concetto praticato ed accettato da noi, sinceramente, con tutta la devozione, la dedizione e l’umiliazione del nostro particolare concetto, il concetto della sottomissione alle deliberazioni del Partito, del nostro appartarci quando non possiamo cooperare, per dovere di coscienza, ma non vogliamo attraversare, concetto con cui il compagno Serrati chiudeva poche ore fa il suo discorso, formidabile discorso, questo concetto di disciplina nel l’azione con la libertà del pensiero, della discussione e della critica, noi lo accettiamo sinceramente, ma dovrà essere accettato e considerato con un certo grano di sale. Perché, quando comincia l’azione a cui è applicabile la disciplina, e quando finisce? Per chi ha il concetto che l’azione rivoluzionaria sia l’azione di un’ora o di un anno, questo obbligo, a chi non è in quel determinato ordine di idee e che diversificasse nei metodi, di appartarsi, di non parlare, di essere silenzioso nel momento del combattimento vero e proprio non si discute e non si fa della critica, è evidente. Ma chi pensa, come noi pensiamo, che questa rivoluzione vi sia già, che procede per lente conquiste, che dura dei decenni, allora, amico Serrati, allora qui tu per il primo comprenderai che questa massima deve essere accettata con molta considerazione, perché quando questo movimento dura decenni, chi rinunzia alla parola ed al pensiero, non alla solidarietà ad una determinata azione nel momento che si svolge, evidentemente rinnegherebbe se stesso.
Non credo che abbiate piacere di avere dei rinnegati tra di voi, e sarebbe il maggiore tradimento che si farebbe al Partito, e, più che al Partito, alla propria vanità, al proprio interesse, alla propria situazione. Questo culto della violenza, che è agli inizi di tutti i Partiti nuovi, che è lo strascico di vecchie mentalità blanquiste, insaziate, che sembrano sempre tramontate e che risorgono sempre nella vita dei nostri proletari, che il socialismo disperde ed annulla, che la mentalità di guerra – non ne fu la causa unica – ha rinvigorito, per ragioni intuitive e da tutti ammesse, questo culto della violenza non è che un fiore di serra, effimero, che dovrà presto morire. La violenza è propria del capitalismo e delle minoranze che intendono imporsi e schiacciare le maggioranze, e non può essere il principio delle maggioranze che vogliono e possono, con le armi intellettuali, redimersi ed imporsi. La violenza è il contrapposto della forza, la violenza è anche la paura, la poca fede nell’idea, la paura delle idee altrui, il rinnegamento della propria idea. E rimane tale anche se trionfa per un’ora, se per un’ora sembra trionfare, seminando dietro di sé la reazione della insopprimibile libertà della coscienza umana, che diventa controrivoluzione, che diventa vittoria, ad un punto dato, dei comuni nemici. Questo avvenne sempre nella storia. Si potrebbe citare il cristiane simo, che fu un’enorme espansione di una idea: una forza che diventò misera, falsa, traditrice, ipocrita, nulla, impotente quando si appoggiò ai troni, alle armi, a tutte le forze della violenza. Ma, soprattutto, questa è verità profonda, che voi riconoscerete un giorno: in regime di suffragio universale, ancora non saputo adoperare, ancora incosciente, che dovremmo rendere cosciente, ma che vuol dire: «siete i sovrani, i dominatori», potete fare tutto quello che volete, senza versare una stilla di sangue umano, vostro ed altrui, se con la violenza, che desta la reazione, non metterete il mondo intero contro di voi. Ecco il punto del nostro solo, del nostro vero dissenso, che fu di ieri, che è di oggi, che è di sempre, contro il quale sempre insorgemmo. E al compagno Terracini, che ci ha detto qui ieri, come per coglierci in contraddizione, che se vi è qualcuno che non ha mai fatto appello alla violenza più pazza, tra noi, quegli getti la prima pietra, ebben dico francamente: «compagno Terracini, quel qualcuno eccolo qui!». Purtroppo a noi può dolere, profondamente dolere, che la vita sia diversa da quella che vorremmo, che questa fioritura di socialismo di guerra ci devii, ci divida, ci faccia abbandonare il più rapido raggiungimento della meta a cui aneliamo insieme, ci faccia perdere degli anni preziosi, in cui, facendo forza sulle enormi delusioni della guerra e del dopo guerra, noi avremmo potuto fare avere al proletariato vantaggi enormi, conquiste relativamente rapide e sicure, che noi invece sacrifichiamo alle nostre divisioni ed alle nostre impazienze. Sì, noi lottiamo troppo contro noi stessi, noi lavoriamo troppo spesso per i nostri nemici: noi creiamo la reazione, creiamo il fascismo, creiamo il Partito popolare, intimidendo, intimorendo oltre misura, proclamando con una suprema ingenuità, anche dal punto di vista cospiratorio, la preparazione dell’azione ultima, vuotando del suo contenuto quell’azione parlamentare, che non è l’azione di pochi uomini al di sopra degli uomini, ma che dovrebbe essere la più alta efflorescenza dell’azione comune di tutto il Partito entro i quadri nazionali, e, per accordi reciproci, anche dentro il grande quadro internazionale, che dovrebbe es sere appunto la più alta efflorescenza del pensiero e dell’azione, dell’intero Partito, oggi, della intera classe, domani. Noi creiamo la controrivoluzione, e, amici miei, non sempre vi sarà possibile servirvi dell’ombrello Turati. Ma bisogna rassegnarsi al destino, le vie della storia sono piene di cadute e di asprezze, il nostro dovere è di abbreviare quanto più sia possibile il cammino del divenire del proletariato, pronti sempre a mostrargli il pericolo al quale anche per un involontario tradimento dei suoi interessi potrebbe essere esposto, e questo noi lo faremo sdegnosi di ogni popolarità di popolo o di Partito, sicuri nella incrollabile corazza della nostra coscienza di uomini e di compagni. E questo lo abbiamo fatto, lo facciamo, lo faremo assieme con voi, lo faremo anche se fossimo per un momento, per un’ora, per un anno, per quanto tempo sarà necessario, separati da voi o da una parte di voi, questo, lo faremo sempre, perché è l’imperativo categorico della nostra coscienza, la ragione stessa della nostra dignità di vita! Noi siamo figli del Manifesto del 1848. Tutti! Soltanto noi siamo i figli di quel Manifesto, che accettiamo come una cosa che non si accetta come un dogma religioso, ma nel suo spirito, ponendolo nel suo tempo, integrandolo colle revisioni, i perfezionamenti, gli sviluppi che i tempi consigliano e che gli stessi autori e i più autorizzati interpreti del loro pensiero hanno solennemente consacrato nella dottrina. Io citai a Bologna la celebre prefazione alle «Lotte di classe in Francia» di Marx, prefazione del suo continuatore più autorizzato, del suo, non dico braccio destro, ma cervello destro, di Federico Engels, in cui, dopo quasi mezzo secolo dal «Manifesto dei comunisti», se ne faceva dai più autentici interpreti la revisione confessando come, non per gioventù di uomini, ma per la giovinezza del Partito nel tempo essi avessero sopravalutata la possibilità insurrezionale, avessero creduto a ciò che non volevano più. E la potete vedere, questa citazione, negli opuscoli che l’hanno diffusa: è una vera sconfessione del culto della violenza; ed essi confessano che si erano ingannati, che la storia li ha completamente smentiti, e che essa dimostra come le classi che detengono il potere hanno più paura dell’azione legale del proletariato che dell’azione illegale e dell’insurrezione. La légalité nous tue. Per cui essi ci provocano sulle piazze, dove sanno che saremo sconfitti, mentre sanno che nell’esercizio dei mezzi legali essi stessi dovranno rompere la legalità, non noi, la legalità che li uccide, veramente, definitivamente. E si potrebbero, se volessi farvi un lungo discorso, ma non ne ho l’intenzione, e passo subito al secondo punto della mia breve concione, si potrebbero citare altri punti. Non guardiamo una frase di un discorso, di un opuscolo, dobbiamo studiare, e i giovani anche, dobbiamo guardare l’insieme del pensiero marxista, cercare nelle sue monografie, ed allora, leggiamo nella «Guerra civile in Francia», scritta dopo il 1870, leggiamo cosa egli dice quando dichiara che i lavoratori della Comune sapevano che, per raggiungere la loro emancipazione, per raggiungere le forme superiori della società cui tendevano dovevano sostenere delle lunghe lotte ed attraversare una serie di fasi storiche successive che avrebbero tra sformato a poco a poco le circostanze e gli uomini, dovevano liberare gli elementi che la vecchia società tiene nel suo seno, per concludere con la derisione delle congiure, col beffeggiare questa borghesia di allora – forse ancora di oggi – che immagina l’Internazionale dei lavoratori come una società segreta di congiure e di complotti, mentre è l’associazione di tutti quanti i grandi interessi umani che si uniscono per la storia nuova. Leggete i «Fondamenti del comunismo» di Engels, dove si annuncia come la sopravvalutazione del grado di maturità per la rivoluzione – in quel senso: la insurrezione di un giorno – sia il difetto di tutti i Partiti, anche il loro difetto, di Engels e di Marx, per le concessioni che dovettero fare i Partiti dal momento che la giovinezza del loro spirito, ecc., e come la storia li abbia smentiti, richiamandoli a inoculare al proletariato la necessità di quella lotta dura, continua, che dopo una conquista ne assicura un’altra, e poi un’altra e solo nei decenni finalmente trionfa.
Non voglio fare altre citazioni – se ne potrebbero fare a migliaia – ma non è con delle citazioni che si modifica l’abito mentale di chi ha fatto uno studio per proprio conto. Baldesi citava un discorso di Marx ad Amsterdam, nel 1874, in cui ripeteva le stesse cose. I libri di Marx e di Engels sono pieni dello stesso concetto: la profezia, la modifica nella successiva edizione. Tutti i Partiti giovani sono caduti nello stesso errore, rovinando così la causa che pretendono di servire, il che vi dimostra che noi abbiamo qualche ragione di ritenerci gli eredi più fedeli del marxismo più puro e più completo. Il culto di qualche frase, la famosa violenza che fa tutto nella storia, e via via, parole da comizio, che per accidia intellettuale si affacciano al cervello dei meno colti, che per loro sono come le chiavi che aprono tutti i chiavistelli della storia, e velano il vero fondo della dottrina. Quel culto delle frasi isolate, dei periodi isolati, per cui Marx dichiarava volentieri e spesso – lui di non essere marxista, come io – uomo di cento cubiti più sotto, si capisce – ho avuto tante volte, di fronte a certi pettegoli, da dichiarare che non sono punto turatiano. Perché nessuna formula, fossero anche i 21 punti di Mosca, nessuna formula scritta ci dispensa dall’avere un cervello pensante, sostituendosi all’azione del cervello che, al cimento dei fatti che mutano, si serve bensì di certe leggi intellettuali, di certi punti di orientamento acquisiti, ma modifica continuamente le proprie vedute a seconda del le necessita della storia e dell’ora. E vengo, e sarò più breve, al secondo ed ultimo punto della mia dichiarazione di voto: la nota pratica sul terreno pratico. Consentite ancora alla vecchiaia – amici, ho quasi quaranta anni di milizia e di propaganda – di affermarvi un’altra convinzione, che se la parola non fosse lievemente ridicola, potrei anche dire una profezia. Una profezia tanto facile che per me è di assoluta certezza, perché vale a compensarmi anche quando l’asprezza dei vostri contrasti mi amareggia e mi produce quel profondo dolore che tutti quelli che hanno veramente amato il Partito sentono. Ad ogni modo io vi faccio questa profezia da Barbanera, perché, se tra qualche anno la troverete smentita, avrete la gioia di poter dire che ero, non un bagolone, ma certamente un illuso. Tra qualche anno, io non sarò forse più qui, non sarò forse più al mondo, voi constaterete se questo si sia avverato. Questo culto della violenza, che è la fonte di tutti i nostri dissensi, la nota profonda, vera, unica del nostro dissenso, questa possibilità del miracolo, della violenza fisica, esterna, verso le altre classi, interna verso una parte del Partito, della violenza fisica e della violenza morale, perché vi è anche una forma di violenza morale che è perfettamente antipedagogica e dannosa allo scopo: la violenza morale che vuole precipitare le cose al di là del possibile, che vuole violentare le mentalità che non hanno trovato nelle circostanze esteriori – perché dalle cose nascono le idee – la possibilità di usare in dati momenti la violenza, che vuole far camminare il mondo sulla propria testa (secondo la frase con cui Marx definiva la filosofia di Hegel) mentre il grande vanto di Marx è stato di rimettere il mondo sui propri piedi, vi è anche una violenza morale, e il comunismo di Marx e di Engels è la negazione di tutte queste violenze in tutto il mondo, tutto questo tra qualche anno non potrà più esistere. Ma per fermarci all’Italia, che, come evoluzione economica sta tra mezzo a quello che fu la Germania ed a quello che è ancora la Russia, sta come un secolo di mezzo fra due secoli, o anche fra due ere, un medioevo di un evo che per noi è ancora futuro, per fermarci all’Italia, la storia dei nostri Congressi, che riassume in qualche punto, simboleggia le varie fasi di pensiero per cui il Partito è passato – oh! vi darò un consiglio che vi farà ridere, ma a torto lo fareste storia che è magnifica men te riassunta in un articolo contenuto nel numero di dicembre della «Nuova Antologia» scritto da un nostro avversario, Filippo Meda, con una comprensione storica quale difficilmente noi avremmo avuto – leggetelo quell’articolo – la storia dei nostri Congressi dimostra che la lotta di oggi acuita dalla guerra, inasprita dalle conseguenze della guerra è la lotta che è stata sempre combattuta, e nella quale il culto della violenza rinasce, fu smantellato, demolito, torna a rinascere in varie truccature a seconda del momento e delle circostanze, ma è sempre l’unica lotta che si è combattuta e nella quale sempre il socialismo antico, quello classico, il socialismo che crea le coscienze, le organizzazioni, gli organismi, venuti a poco a poco, per acquisizioni successive, è sempre stato il vincitore, pure avendo l’indomani a combattere la stessa lotta.
[...] La lotta sarà questa volta più dura, lenta, ma sarà lo stesso l’effetto, e fra qualche anno quando anche mito russo, che avete torto di confondere con la rivoluzione russa, cui applaudo con tutto il cuore quando il mito, quello che è di religioso nei vostri animi, il mito bolscevico, sarà evaporato, quando il bolscevismo attuale o avrà fatto fallimento o sarà trasformato dalla forza delle cose, la nostra vittoria verrà. Quando sotto le lezioni dell’esperienza, e speriamo che non sia troppo dura per l’Italia e non debbano versarsi quei torrenti sanguinosi che si versarono in Ungheria, quando sotto la lezione delle cose voi avrete inteso più che non abbiate inteso ora; quando le vostre affermazioni di oggi saranno da voi stessi onestamente abbandonate e sconfessate; e i Consigli degli operai e dei contadini, a cui non si aggiungono i soldati non so perché, dovranno pur cedere il passo a quel grande Parlamento proletario in cui sarà riassunta tutta la forza intellettuale, politica e tecnica di tutto il proletariato italiano alleato al proletariato di tutto il mondo, solo allora avrete inteso come il fenomeno russo sia un grande fenomeno storico, ma non nel solo aspetto, forse il più caduco, il meno vitale che voi considerate vedendone l’applicazione puramente tecnica e meccanica, che non sarà possibile e che se poi è possibile ci ricondurrebbe al medioevo, avrete capito – intelligenti come voi siete – che la forza del bolscevismo russo è in un nazionalismo russo che avrà una grande influenza nella storia del mondo come opposizione all’imperialismo dell’Intesa, ma che è pur sempre una forma di nazionalismo orientale che è conseguenza della necessità statale di trasformare o perire e si aggrappa a noi, al Partito socialista italiano (non si meravigli Serrati se ci domanda di più di quanto non oserebbe domandare all’Inghilterra od alla Francia) si aggrappa a noi disperatamente per salvare se stesso, che non possiamo seguire ciecamente perché diventeremmo gli strumenti di quel nazionalismo orientale che avrà, ripeto, anche esso la sua grande funzione nella storia del mondo, aprirà l’Oriente alla vita civile e chiamerà la Cina, il Giappone, l’Asia Minore le vecchie razze che sono negli ipogei della storia, alla vita della storia, ma non si può sostituire, né distruggere, né imporre alla Internazionale Maggiore dei popoli più evoluti nel cammino della storia. Il nucleo solito quindi – con questo finisco – che rimane di tutte queste lotte, che sono sempre le stesse nelle diverse forme transitorie e caduche, il nucleo solido è nell’azione. Nell’azione che non è l’illusione, che non è il miracolo, la rivoluzione in un giorno o in un anno, ma è la abilitazione progressiva, faticosa, misera, per successive graduali conquiste, obiettive e soggettive, nelle cose e nelle teste, della maturità proletaria a subentrare nella gestione sociale: sindacati, cooperative, potere comunale, parlamentare, cultura, tutta la gamma, questo è il socialismo che diviene! E non diviene per altre vie: ogni scorciatoia non fa che allungare la strada; la via lunga è la sola breve. E l’azione è la grande pacificatrice, è la grande unificatrice; essa creerà l’unità di fatto, che noi non troviamo nelle formule, che non troveremo mai nelle parole né negli ordini del giorno, per quanto abilmente ponzati con dosature farmaceutiche di fraterno opportunismo. Azione perenne, azione fatale, prima e dopo quella tale rivoluzione che si avvera sempre, nella quale siamo dentro, perché essa stessa, questa azione è la rivoluzione. Azione pacificatrice e unificatrice; non è a caso che in talune plaghe dove l’azione è più rudimentale, l’organizzazione è una speranza, dove non si riesce a mettere assieme una lega di cinquanta individui, non per colpa degli uomini, ma per situazione arre trata economica dell’industria, della civiltà, ecc. – mi pare che l’affermasse Bordiga stesso questa mattina scambiando le rivoluzioni politiche con quelle sociali – non è a caso che proprio in quelle plaghe dove c’è meno azione, ivi sembra che l’estremismo trovi spesso più facile la via, mentre dove avete già un’azione di masse coscienti, dove più impera la Confederazione Generale del Lavoro, ivi trovate la maggiore resistenza, per le necessità organiche di questo movimento che non riuscirete a placare con ordini del giorno né con imposizioni, perché nasce dalle viscere stesse del movimento e dalle sue necessità storiche fatali. Ond’è che quando avrete fatto il Partito comunista, quando avrete – e non mi pare che ancora vi ci si avvii molto rapidamente – impiantato i Soviety in Italia, se vorrete fare qualche cosa che sia rivoluzionaria davvero, che rimanga come elemento di civiltà nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto, ma dopo ci verrete, perché siete onesti, con convinzione, a percorrere completamente la nostra via, a percorrere la via dei socialtraditori, e questo lo dovrete fare perché questo è il socialismo che è solo immortale, che è solo quello che veramente rimane di vitale in tutte queste nostre beghe e diatribe. Dovete fare questa azione graduale, e dovendo fare questa azione, che non può essere che quella, non ce n’è altre e tutto il resto è clamore, è sangue, è orrore, è reazione, è delusione, dovendo fare questa opera voi dovrete poi anche fare da oggi un’opera di ricostruzione sociale. Io sono già imputato, e dovrei essere oggi alla sbarra, con le guardie rosse accanto, di un discorso pronunziato alla Camera il 20 giugno: «Rifare l’Italia», in cui cercavo di delineare, come lo penso io, il programma di ricostruzione sociale del nostro paese, perché abbiamo parecchio da fare nel nostro paese.
Leggetelo. Probabilmente non lo avete letto ed avete fatto male! Leggetelo e vedrete altre profezie e vi accorgerete che questo corpo di reato è il comune programma. Voi temete oggi di costruire per la borghesia. Preferite lasciar crollare la casa comune al conquistarla per voi. Fate vostro il «tanto peggio tanto meglio» degli anarchici. Credete o sperate che dalla miseria crescente possa nascere la rivendicazione sociale: non nascono che le guardie regie e il fascismo, la miseria, l’ignoranza, lo sfacelo. Voi non intendete ancora che questa rivoluzione, fatta dal proletariato con criteri proletari, sarà il maggior passo, il maggior slancio, il maggior fondamento per la rivoluzione proletaria completa di un giorno. E allora, in quel giorno, noi trionferemo insieme! Io forse non vedrò quel giorno. Troppa gente nuova è venuta per forza di cose, che renderà più aspra e difficile la nostra via, ma indubbiamente si trionferà in quella via; maggioranza, minoranza, non conta niente, non si tratta di numeri, frazione scacciata o frazione tenuta, alleanza di frazione o non, collaborazione di frazioni o non, fortuna di uomini scacciati via o tenuti, tutto questo è ridicolo di fronte alle necessità della storia, tutto questo non ha importanza, ciò che ha importanza è la forza operante, per cui io vissi, nella cui fede onestamente morrò, con voi o senza di voi, uguale sempre a me stesso, e combattendo io resto, e credo nel suo trionfo, con voi, perché questa forza operante è il socialismo.
Ebbene: Viva il socialismo!