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lunedì 13 luglio 2026

la Repubblica al futuro

Repubblica, Stefano Cappellini da vicedirettore diventa Direttore per la transizione


Stefano Cappellini è stato nominato Direttore ad interim de la Repubblica.

Dopo la contestazione del Comitato di redazione in riunione venerdì 10 luglio e la sfiducia votata dalla maggioranza della redazione sabato 11 luglio, Mario Orfeo non ha più messo piede al giornale, lasciando le decisioni palesi ai vicedirettori.

Il 12 luglio sera la nuova proprietà, i greci di Antenna Group, tramite il Gruppo Gedi, hanno scelto uno dei vicedirettori –come anticipato da Professione Reporter- per guidare la transizione.

Il Cdr aveva sottolineato il conflitto d’interessi di Orfeo, nominato dal 9 settembre Direttore editoriale del gruppo editoriale Del Vecchio (Qn, Resto del Carlino, Nazione, Giorno). Poi, il voto dell’assemblea, sulla stessa linea.

Orfeo non si è più fatto vedere in via Cristoforo Colombo.

Cappellini, catanese, 52 anni, dal 25 ottobre 2024 è vicedirettore di Repubblica. Ha iniziato la sua carriera al Riformista diretto da Antonio Polito. Nel 2008 diviene vicedirettore del Riformista e dal 1º gennaio 2011 assume il ruolo di Direttore. A maggio dello stesso anno passa a Il Messaggero come caporedattore. Poi diventa capo del servizio politico de la Repubblica.

La scelta del nuovo Direttore stabile avverrà probabilmente all’esterno della redazione. I nomi che sono stati fatti sono quelli di Marco Damilano, già direttore de L’Espresso e di Emiliano Fittipaldi, Direttore di Domani.

Nel comunicato del gruppo Gedi, l’editore spiega che Cappellini è Direttore responsabile ad interim de la Repubblica con effetto immediato: “Forte della sua profonda conoscenza del giornale, della sua redazione e dei suoi valori, Cappellini assumerà la piena responsabilità della direzione editoriale della testata fino al completamento definitivo del processo di nomina del Direttore responsabile”.

Gli altri vicedirettori de la Repubblica sono Stefania Aloia, Walter Galbiati, Carlo Bonini, Angelo Rinaldi ed Emanuele Farneti.

domenica 21 giugno 2026

I matrimoni forzati

Adil Mauro
Le ragazzine non si sposano, il fenomeno dei matrimoni forzati in Italia prospera nell'ignoranza

La Stampa, 21 giugno 2026

Una domenica di primavera, lungo i canali del porto di Ravenna, tre ragazze si raccontano. Una è di origine afghana, una marocchina, una del Bangladesh. Si sono conosciute da poco e parlano delle loro famiglie e delle violenze che hanno subìto. Una ha denunciato i genitori per violenza religiosa domestica. Un’altra è incinta del suo compagno – non dell’uomo a cui era stata data in moglie – ed è riuscita a sottrarsi a quel matrimonio imposto. La terza sta ancora percorrendo la sua strada. A seguirle, da anni, un’avvocata e le operatrici di un’associazione del territorio. La ragazza incinta, a chi la segue, ha fatto una domanda: «Secondo te, quando verrà il momento di partorire, potrà esserci la mia mamma?». Non è una domanda sentimentale. È la domanda di chi ha scelto la libertà sapendo che ha un prezzo, e che quel prezzo è spesso la famiglia.

Storie come queste emergono raramente. Nel mondo, secondo il rapporto The State of World Population 2023, sono circa 650 milioni le donne che hanno subìto un matrimonio forzato o precoce. In Italia non sappiamo quante siano. I dati mancano, sono frammentati, o semplicemente non vengono raccolti. E questa lacuna non è un caso.

Alessandra Capobianchi, ricercatrice dell’Istat per la Struttura Violenza, Sicurezza e Statistiche giudiziarie, ha presentato di recente a un convegno a Brescia una mappa delle fonti disponibili. È una mappa che fotografa, più che i dati, i buchi nei dati. I confini tra consenso e coercizione non sono sempre nitidi. Le definizioni cambiano a seconda della fonte. I dati sono frammentati tra soggetti istituzionali diversi. Il sommerso, per definizione, non emerge.

La Convenzione di Istanbul, che l’Italia ha ratificato nel 2013, distingue il matrimonio forzato, dove manca il consenso libero e informato, dal matrimonio precoce, dove almeno una delle parti ha meno di diciott’anni, e da quello combinato, organizzato dalla famiglia ma teoricamente consensuale. Le tre categorie si sovrappongono. Quando si confrontano i dati tra fonti diverse, o tra Paesi diversi, spesso si parla di cose diverse con lo stesso nome. «Il fenomeno rimane sottostimato, i dati sono disaggregati e il matrimonio forzato non è incluso nel piano d’azione nazionale antiviolenza. Il sommerso è immenso», riassume Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea. Non esistono, aggiunge, dati ufficiali che isolino il fenomeno senza limiti d’età: la maggior parte delle convenzioni internazionali si concentra sulla protezione dei minori. Ma il matrimonio forzato colpisce anche le donne adulte.

Quello che i numeri disponibili ci dicono è comunque eloquente. Nel 2024, secondo l’indagine Istat sull’utenza dei centri antiviolenza, sono state 375 le donne in un percorso di uscita dalla violenza che avevano subìto un matrimonio forzato o precoce: l’1% del totale, l’85% cittadine straniere. Il sistema SIRIT, quello sulla tratta, ne ha registrati 32. La polizia, nel suo primo report sul reato introdotto nel 2019 dal Codice Rosso – che ha introdotto il reato specifico di costrizione o induzione al matrimonio, rafforzando la rilevazione dei cosiddetti reati spia – ha rilevato 24 casi tra agosto 2019 e maggio 2021, un terzo dei quali a danno di minorenni, ammettendo che la fotografia è sottodimensionata. L’Università Cattolica ha stimato almeno 150 casi accertati all’anno.

Il problema non è solo italiano. La grande indagine europea sulla violenza di genere (EU-GBV), pubblicata nel novembre 2024 e coordinata da Eurostat, FRA ed EIGE, copre 26 Paesi dell’Unione ma non contiene una sola domanda diretta sul matrimonio forzato. Al loro posto, indicatori indiretti. Stime, non misure.

Il sistema di monitoraggio più strutturato è quello del Regno Unito, dove la Forced Marriage Unit pubblica statistiche annuali dal 2005: nel 2024 ha gestito 812 contatti, di cui 229 con supporto attivo. Vent’anni di serie storica. Nel maggio 2024, con la Direttiva europea 2024/1385, il matrimonio forzato è stato finalmente criminalizzato a livello UE. Gli Stati membri hanno tempo fino a giugno 2027 per recepirla. È un passo. Ma una direttiva non produce automaticamente dati, né sistemi di raccolta.

Nel 2025 l’Istat ha avviato una nuova indagine sulla sicurezza delle donne – circa 17. 500 italiane intervistate tra marzo e agosto – che per la prima volta contiene domande dirette sui matrimoni combinati e forzati. I risultati complessivi, che includeranno anche le donne straniere, sono attesi nel 2026. Intanto il fenomeno si concentra al Nord, Emilia-Romagna e Lombardia in testa, ed è quasi assente al Sud. Ma quella distribuzione riflette anche la densità della rete di servizi: dove non ci sono centri antiviolenza attrezzati, i casi non spariscono, semplicemente non vengono rilevati.

martedì 28 aprile 2026

La resistenza impura


Luca Canali
La resistenza impura
Mondadori, Milano 1985

Agli uomini senza ambizioni politiche,
senza particolari doti d’ingegno, senza relazioni influenti,
cioè senza possibilità di scambio o di scampo,
che caddero oscuramente,
mossi da elementari bisogni e da elementari ideali.
A questi uomini che in morte come in vita
non ebbero mai né chiesero quartiere
e di cui la storia, che pure soprattutto di essi
si nutre, disperde prudentemente le tracce.

°°°

Una lettera a Luca Canali

Caro signore, ho ricevuto l’estratto (di rivista, non d’altro alimento) ch’Ella ha voluto inviarmi, e
fin dalle prime righe ne sono stato preso e direi incatenato. “Direi” al condizionale, nessuna catena essendovi in questione bensì le circonvoluzioni d’una prosa civile quale da tempo non si leggeva in Italia. Si pensa alle flessuose spire (volubili dice Zanella) che rendono così preziosi i gusci di certe conchiglie. In tempo in cui “scrivere come si parla” è diventato un luogo comune persino inapplicabile, perché non si conversa più, si emettono borborigmi, Lei ha il coraggio di misurarsi con Cicerone, con Daniello Bartoli e Carlo Dossi, per non parlare del maggior Carlo (Emilio) da anni irreperibile qui nel nord.
Non so nulla di Lei; mi pare che le si debbano versioni da poeti latini ma forse mi inganno. Il fatto che il Suo scritto emerga da una rivista di estrema sinistra mi fa pensare che Ella sia un uomo estremamente politicizzato; anche il titolo (La resistenza impura) me lo conferma. Ma nella Sua allocuzione (ché non di meno si tratta) io ho sentito vibrare la corda dell’amore, quella corda che negli scritti politici di sinistra (o di destra, o di centro) non risuona mai.
Forse di amore non si parla nemmeno nel Suo “estratto”, ma della solidarietà che per vie del tutto cunicolari unisce gli umili, coloro che hanno lottato per una cusa che forse ignoravano e che per questa causa hanno sofferto e sono morti. Ogni azione umana è impura, Lei dice, e anche la Resistenza lo fu. È vero. Impuri, e in ultimo anche inefficienti, saranno quei movimenti politici che dimezzano l’uomo riducendolo a fine di se stesso (o meglio alla misura dei suoi interessi materiali). Io non sono ebreo ma ricordo che per gli Ebrei bastano trenta saggi per salvare un’intera generazione. Tutto ciò, naturalmente, non Le basterebbe, né Lei pensa a una salvezza in quel senso, neppur chiaro.
Lei pensa, ovviamente, che tutta la dignità umana è offesa quando sulla terra c’è un offeso. Lei sa, giustamente, che il bene nasce dal male per vie oscure; e che dire “riempiamo gli stomaci, allo spirito si provvederà poi” è dir cosa che non vale una cicca dacché lo stomaco pieno è onninamente predisposto a liberarsi di ogni spirito. E Lei sa, beninteso, e per finire, che i bisogni materiali, sacrosanto in sé, possono esser la maschera di una sottrazione se ciò che si dà non fa che sottrarre altro ad altri. E ciò che viene sottratto all’uomo di oggi – da ogni partito, da ogni tecnica – è né più né meno che l’amore.
C’è chi si oppone a tali mutilazioni: la Chiesa, o se preferisce le Chiese. E neppur esse nella loro totalità, ma qualche loro uomo. È già qualcosa perché Dio, che quando non è fulmine ha passo di tartaruga, può aspettare. Forse questa sua attesa è più laboriosa di quanto si possa immaginare e tutti noi, creduli o increduli, ne siamo partecipi e coinvolti. Ma chi sa? Anche il progressismo religioso ha il suo doppio volto: può esser farsa o tragedia. Staremo a vedere: o meglio staranno a vedere i nostri lontani nipoti.
Mi creda, caro Canali, con rinnovati ringraziamenti il Suo
                                                                      Eugenio Montale

°°°

Giovanni De LunaLa verità più profonda della lotta partigiana, La Stampa, 25 aprile 2017

In diretta dall’insurrezione. Il discorso di Franco Antonicelli risale alla notte tra il 26 e il 27 aprile 1945. In città ci sono ancora i tedeschi e i fascisti. Stanno per essere sconfitti ma ci sono ancora. E sparano. Il Cln è riunito nei locali della conceria Fiorio. Sta per uscirne e recarsi in Prefettura per assumere il potere, in un corteo di automobili bersagliato dai cecchini. Per un’ ultima volta quella riunione si svolge in clandestinità. I membri del Cln a cui parla Antonicelli lo sanno. E sanno che li aspetta un compito difficilissimo: nell’immediato, una città disastrata da gestire; nel futuro, la ricostruzione di un paese distrutto.

Sono uomini dei partiti, ma in quel momento, per il loro presidente, sono solo compagni di lotta. Antonicelli rappresentava il Partito liberale, mentre le altre cariche più importanti (sindaco, prefetto, questore) erano state già distribuite tra comunisti, socialisti, azionisti e democristiani. C’è un passaggio del suo discorso – «sono molto orgoglioso per il mio Partito» – in cui questa appartenenza è rivendicata con orgoglio; ma è direttamente «a quei pochi uomini, pochi semplici e ignorati cittadini» che si rivolge. Sono quelli che hanno costruito dal nulla, sulle macerie dell’8 settembre 1943, il «miracolo della Resistenza»: «Voi siete stati, l’uno all’altro, gli amici antichi e gli amici nuovi, i rappresentanti di idee politiche diverse, ma di una fede unica, di una volontà compatta, e perciò l’uno all’altro sostegno e incitamento di cose a cui non tutti erano, o non ugualmente erano, preparati».

A caldo quelle parole ci restituiscono la verità più profonda della lotta partigiana. Prima dei partiti, la Resistenza fu una scelta dei singoli individui. Nella banda partigiana, prima ancora che nei Cln, un’intera generazione si affacciò alla politica scavando nella propria coscienza, attingendo alle proprie motivazioni, proponendo la propria scelta come il fondamento di una rigenerazione collettiva. Dopo il crollo dello Stato fascista, venuta meno la sovranità statale, gli uomini che scelsero di impugnare le armi si trovarono in una condizione di «naturale assolutezza» e ognuno, nel momento di andare in banda, divenne «sovrano». Nella scelta del singolo come atto sovrano erano racchiuse le potenzialità per produrre, attraverso la violenza, un nuovo ordine giuridico e politico. Fu (come ha scritto sulla Stampa Giuseppe Filippetta) l’emergere di un concetto nuovo di sovranità che aveva come titolare non più il popolo come entità unica (questo si era detto e scritto prima), ma tutti i singoli cittadini che lo compongono, con ciascun cittadino «che esercita la sovranità attraverso le sue libertà e i suoi diritti politici».

Queste istanze nell’esperienza partigiana si raccolsero intorno ai concetti chiave della partecipazione e dell’autogoverno; in uno stadio successivo, nelle prime formulazioni a caldo dei partiti, divennero il «via i prefetti» dei liberali, la «democrazia progressiva» dei comunisti, la «rivoluzione progressiva» dei democristiani, la «rivoluzione democratica» degli azionisti, la «repubblica socialista dei lavoratori» dei socialisti; trovarono poi la loro compiuta definizione nella «Costituzione dei partiti». Oggi che di quei partiti, della loro forma organizzativa ma soprattutto della loro storia, non è rimasto niente se non macerie, forse è il caso di ripartire proprio dagli insegnamenti della «Resistenza degli uomini».



venerdì 24 aprile 2026

Complessità, crisi e ordine

Gabriella Greyson
Ilya Prigogine, quando il disordine genera vita
Avvenire, 26 aprile 2026

Ilya Prigogine ha rivoluzionato la termodinamica studiando i sistemi lontani dall’equilibrio e mostrando che, in certe condizioni, dal disordine possono nascere strutture nuove e ordinate, le cosiddette strutture dissipative. In un mondo scientifico che per secoli aveva associato l’entropia al declino, alla perdita, all’inevitabile raffreddarsi di tutto, lui introduce una crepa luminosa: il non equilibrio non è solo degrado, può essere generazione. Prigogine osserva che quando un sistema è attraversato da flussi di energia e materia, quando è instabile, quando vibra ai margini, può auto-organizzarsi.
L’ordine non è imposto dall’esterno come un decreto, emerge dall’interno come una necessità dinamica. È una rivoluzione silenziosa ma potentissima: la freccia del tempo non è solo una caduta verso il disordine, è anche la possibilità di trasformazione. Non è una consolazione poetica, è matematica e fisica rigorosa. E qui comincia a interessarmi la sua spiritualità. Perché se l’universo non è un meccanismo che si spegne lentamente ma un laboratorio permanente di possibilità, allora l’instabilità non è una colpa. La crisi non è solo fallimento.
Lontano dall’equilibrio può nascere qualcosa che prima non c’era. La spiritualità di Prigogine sta in questo sguardo sul tempo: un tempo irreversibile, creativo, aperto. Non un eterno ritorno rassicurante, ma un cammino in cui ogni biforcazione conta. Ogni scelta conta. Ogni fluttuazione può cambiare il destino di un sistema. E allora l’insegnamento universale è quasi fisico: non temete troppo le fasi di squilibrio. Non scappate sempre dalla complessità. A volte è proprio lì, nel punto in cui tutto sembra instabile, che si prepara una nuova forma. La scienza qui non consola, ma responsabilizza. Perché se l’ordine può emergere, allora anche noi siamo parte di quel processo. E adesso la domanda, semplice e diretta: qual è la vostra fase di non equilibrio? Dove sentite instabilità, e invece potrebbe essere un inizio?

https://machiave.blogspot.com/2024/07/il-caos-e-il-disordine.html


giovedì 18 settembre 2025

La divisione tra gli ebrei

Annie Cohen-Solal, storica: come possiamo affrontare gli scontri che stanno per lacerare per sempre il popolo ebraico?
Le Monde, 17 settembre 2025 

"Non ha senso cercare le parole per descrivere questo riassunto della nostra catastrofe/…/ In un rettangolo bianco e nero, proprio come ci appare l'antica tragedia, Picasso ci invia la nostra lettera di lutto: tutto ciò che amiamo sta per morire." Così, sulla rivista Cahiers d'art , lo scrittore Michel Leiris descrisse Guernica . Era il 1937.

Come possiamo oggi trovare le parole per denunciare questa nuova Guernica che si trascina sotto i nostri occhi? Per condannare inequivocabilmente il massacro del 7 ottobre, la tortura degli ostaggi, il totale disprezzo per la loro vita e quella dei palestinesi da parte di Hamas, la vendetta eccessiva degli israeliani su Gaza? Per scongiurare l'irrimediabile? Come possiamo affrontare gli scontri che stanno per lacerare per sempre il popolo ebraico?

Nel campus dell'Università Ebraica di Gerusalemme, una scena mi ha scioccato. "È con i carri armati che facciamo la storia " , urlavano estremisti con indosso kippah, provocando un gruppo di studenti arabi che in silenzio li affrontavano, denunciando l'uso di armi da fuoco contro i civili.

In Cisgiordania, avevo assistito di nuovo, sbalordito, all'insediamento dei primi coloni clandestini protetti da elicotteri ufficiali. Era il 1977. Tanti segnali di un'arroganza in atto. Ma le tensioni che all'epoca percorrevano la società israeliana erano ancora latenti. Se provavo a parlare, ero goffo. Se rimanevo in silenzio, ero un codardo. Me ne andai. Erano passati quarantacinque anni.

In precedenza, dopo la Guerra dei sei giorni del giugno 1967 , avevo lavorato per due anni al Kibbutz Beit Alfa, e avevo adorato l'entusiasmo dei pionieri che raccontavano le loro tribolazioni per sfuggire alle persecuzioni in Europa, il loro attaccamento alla Palestina come "terra di pace, in cui ci sarebbe stato abbastanza spazio per due nazioni" , il loro impegno verso queste comunità utopiche in cui tante disuguaglianze sembravano risolte.

Così, nel mio fervore di comunicare con tutti, avevo imparato l'ebraico e l'arabo parallelamente. " Ma perché le lezioni di arabo erano facoltative nelle scuole dell'Algeria coloniale?", accusò una volta il filosofo Jacques Derrida (1930-2004). Mio padre, che aveva sempre saputo l'arabo, lo parlava con i suoi pazienti. E, durante la mia infanzia, celebravamo la festa di Pesach con la sua bella tradizione della sedia vuota attorno al tavolo: era quella dello straniero, che arrivava chissà da dove e al quale si aprivano le braccia. Questi sono sempre stati i valori ebraici che ho acquisito in Algeria: valori laici, di accoglienza e inclusione. Sono queste le mille fibre che si erano riattivate durante i miei anni in Medio Oriente.

Gesti devastanti

Naturalmente ho seguito le fasi di questa sfortunata deriva con i suoi progressi e regressi: gli accordi di Camp David nel settembre 1978; la prima Intifada nel 1987; gli accordi di Oslo nel 1993, poi l'assassinio di Yitzhak Rabin [allora Primo Ministro israeliano] nel 1995; la seconda Intifada nel 2000. Ci stavamo muovendo lentamente verso la fragile istituzione di un Paese a due Stati, con la partecipazione dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP); ma le azioni devastanti degli estremisti hanno colpito. Ero riluttante a tornare in questa regione, dove l'arroganza quotidiana dei militari e il fanatismo dei leader religiosi mi facevano rizzare i capelli.

Nel corso degli anni, le notizie sono diventate così insopportabili che mi sono ritirata in silenzio. Solo una volta, tuttavia, mi sono recata in Medio Oriente per raccontare la prima Intifada e ho accompagnato l'avvocato Lea Tsemel a Gaza. Era il 1988. Rileggendo questo testo, la scoperta dell'insondabile sventura che questo maledetto territorio già portava con sé rivela un processo in corso da diversi decenni.

Di questo viaggio all'inferno, rimangono immagini abominevoli: strade allagate, intere città chiuse, baraccopoli di lamiera ondulata che si estendono per chilometri, la vita che rallenta per le strade di Gaza City. Circa 52.000 persone sono state ammassate dal 1948 in 4 chilometri quadrati nel campo di Jabaliya; sciami di bambini agli incroci della città di Jabaliya. Dietro queste mille porte, dietro queste mille case, all'angolo di questi mille incroci, avevo notato, una scintilla è pronta a scoccare e a creare, da un momento all'altro, una potenziale rivolta. È un campo minato, una polveriera. Bandiere palestinesi. Rosse, nere, bianche, verdi. Costruite con materiali strani. I colori attaccati tra loro con spille da balia.

La debolezza di Gaza, i campi, la povertà, la sovrappopolazione, stavano diventando la sua forza. Si percepiva una popolazione preoccupata e febbrile. Si percepivano i re bambini, che dominavano i media. Avevano sostituito le manifestazioni di massa con piccole, sporadiche scaramucce, molto più insidiose. Il minimo che si possa dire è che nessuno è tornato indenne da Gaza.

La storia ebraica è segnata da episodi tragici, persecuzioni e massacri: l'Inquisizione nel XV secolo, la Shoah nel XX :  massacri subiti, ma anche massacri inflitti. Nel V secolo  a.C., questo fu il caso degli ebrei di Persia. "Colpirono i loro nemici con la spada, uccidendo e annientando i loro avversari, compresi i dieci figli di Haman, prima di uccidere 75.000 dei loro nemici ", racconta il Libro di Ester [nell'Antico Testamento] che viene letto durante la festa di Purim.

Visione profetica

Ma la storia ebraica è fatta anche di periodi felici come quello di Al-Andalus [dall'VIII al XV secolo], quando le tre religioni monoteiste erano sorelle. E, di fronte a questa storia di lungo periodo, gli estremisti professano, nel presente, una forma di messianismo distorto. Come possiamo tollerare ancora di appartenere al popolo ebraico, accomunati a criminali di nome Itamar Ben Gvir [Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano] , Bezalel Smotrich [Ministro delle Finanze israeliano] e Benjamin Netanyahu?

Ci sono mille modi di essere ebrei. Penso al pittore Mark Rothko (1903-1970), emigrato dalla Russia all'età di 10 anni dopo i massacri di Kishinev [due pogrom avvenuti nell'attuale capitale della Moldavia, oggi Chisinau] , per vivere negli Stati Uniti, e che ha creato, a Houston (Texas), la Cappella Rothko – un luogo interreligioso, all'incrocio tra arte, etica e politica – nel suo inveterato attaccamento al tikkun olam (la "riparazione del mondo"). Penso al direttore d'orchestra Daniel Barenboim che, con Edward Said [intellettuale e accademico palestinese] , ha creato la West-Eastern Divan Orchestra affinché giovani musicisti provenienti dai paesi arabi, dalla Cisgiordania e da Israele potessero suonare nella stessa orchestra, sfidando l'odio dei politici.

Penso allo storico Pierre Vidal-Naquet [1930-2006] che, all'indomani della Guerra dei Sei Giorni, sviluppò una visione profetica. "  Solo una soluzione globale, che preveda sia il riconoscimento di Israele da parte degli stati arabi sia la soddisfazione delle aspirazioni nazionali degli arabi di Palestina, può prevenire o ritardare la catastrofe ", scrisse. "Ma spetta a Israele vittorioso fare le principali concessioni, e in particolare alla sinistra israeliana dare il segnale di riconciliazione, offrire agli arabi, sia in Israele che all'estero, le parole e le proposte concrete che li convinceranno finalmente a convivere con Israele".

Penso ad Amos Elon, uno degli scrittori israeliani più impegnati prima della sua partenza definitiva per l'Italia nel 2004. "  Gaza esploderà presto " , avvertì . "È l'unico posto al mondo dove si trovano persone che vivono così, da quarantuno anni, senza passaporto. Non sono niente, sono su una spiaggia sabbiosa, vicino al mare, senza nome, senza identità... E più a lungo manterremo questi territori, più difficile sarà trovare una soluzione".

Penso allo scrittore David Grossman, che continua a cercare una via, per quanto breve, verso la pace: dopo la sua recente intervista a La Repubblica , è stato maledetto dal suo stesso popolo per aver accettato, dopo innumerevoli esitazioni, di dare un nome al massacro e alla carestia inflitti ai palestinesi. Nel 1987, Il vento giallo, il suo reportage dalla Cisgiordania , provocò un elettroshock nella società israeliana. Divenne uno Zola in terra di Palestina, e alcuni attivisti del Likud strapparono le loro tessere di partito.

"Resto qui e ascolto, e cerco di essere neutrale", scrisse. "Per capire. Senza giudicare/…/ I bambini piccoli dell'asilo di Deheisheh/…/ Comincio a distinguerli l'uno dall'altro/…/ non è facile/…/ perché anch'io sono addestrato a vedere gli arabi a testa in giù/…/ Devo penetrare nelle profondità della mia paura, imparare a guardare in faccia gli arabi "invisibili" . Questo  accadeva pochi mesi prima dell'inizio della prima Intifada.

Mille modi per essere ebrei

Penso a David Myers, professore all'Università della California, Los Angeles (UCLA) ed ebreo osservante, che sta viaggiando negli Stati Uniti con Hussein Ibish, uno studioso arabo-americano. "  L'orrore di ciò che sta accadendo a Gaza è una catastrofe per gli ebrei", scrive. "  La festa di Tisha B'Av commemora la serie di catastrofi che hanno colpito gli ebrei, a partire dalla distruzione del Primo e del Secondo Tempio nell'antichità/…/ Eppure quest'anno è diverso. Gli ebrei non sono le vittime. Siamo i carnefici. E dobbiamo aggiungere la devastazione delle vite palestinesi causata da Israele in rappresaglia per il 7 ottobre alla lista delle catastrofi che piangiamo. La portata di questo orrore sfida ogni immaginazione".

Penso a [lo scrittore americano] Jonathan Safran Foer, che, nel suo discorso di accettazione del Premio Primo Levi 2025, si appella ad Abraham Heschel e Hannah Arendt, rievocando il disagio e l'azione. "  La tradizione ebraica non tratta la memoria come un atto passivo di ricordo, ma come una forma di resistenza " , afferma . "La Torah comanda, ripetutamente: zachor – ricorda. Ricorda che eri uno schiavo in Egitto. Ricorda cosa ti ha fatto Amalek lungo il cammino... / la memoria non è un deposito del passato – è un invito all'azione nel presente".

Ci sono mille modi per essere ebrei. Ci sono anche, ahimè, fanatici al potere in entrambi gli schieramenti. Ma come possiamo agire oggi? Accelerare il cambiamento politico in Israele, aggirare la presa di Hamas sul popolo palestinese, doppiamente vittimizzato, e imporre l'avvento di due stati. Allora forse potremo porre fine a questa nuova "Guernica" e scongiurare l'irrimediabile. Allora forse potremo districarci dalla spirale dell'odio.

Non commettiamo errori: per il popolo ebraico dobbiamo procedere verso un vero scisma. Perché è tempo che le nostre insanabili divergenze vengano a galla. Certamente, saremo chiamati traditori. Ma chi sono i traditori? "Mai nella nostra vita, né in quella dei nostri nonni o bisnonni ", afferma David Myers, "abbiamo assistito a una tale spietata spietatezza quotidiana e a un tale cieco disprezzo per la vita umana perpetrati dagli ebrei contro gli altri. Forse mai nella storia ebraica". I traditori sono coloro che ne portano la responsabilità.


Annie Cohen-Solal è professoressa emerita presso l'Università Bocconi. Biografa di Nizan e di Sartre, da ultimo ha pubblicato Uno sconosciuto di nome Picasso (Fayard 2021, Folio Gallimard 2023, premio per saggi Femina 2021). Il suo libro Sartre. A Life (1988)
è stato un bestseller internazionale tradotto in sedici lingue.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2025/09/17/annie-cohen-solal-historienne-comment-aborder-les-affrontements-en-passe-de-dechirer-a-jamais-le-peuple-juif_6641472_3232.html


martedì 18 marzo 2025

La lezione di Berlinguer



Giuliano Ferrara, Il disegno di governo di Meloni fra Europa e Trump richiede una scelta
Il Foglio, 18 marzo 2025

Giorgia Meloni prima o poi dovrà fare una scelta netta, se non vuole risultare solo mediatrice, ma in sostanza passiva, sulla scena della politica internazionale nel tempo di Trump, che scavalca gli alleati transatlantici e negozia con Putin senza di loro, e del risveglio potenziale dell’Europa come soggetto politico. C’è un precedente notevole da ricordare. Enrico Berlinguer voleva attuare una politica in qualche misura innaturale per la tradizione del suo partito, il Pci. Voleva convergere in un progetto comune di governo con la Democrazia cristiana di Aldo Moro, sfruttando la comune appartenenza all’arco costituzionale, superando decenni di opposizione aspra, rielaborando il filone togliattiano del rapporto con i cattolici e, per così dire, dandogli gambe non solo teoriche ma politiche. L’ombra del 18 aprile 1948 e poi della contrapposizione radicale sul Patto atlantico, muri che importarono nell’Italia resistenziale e antifascista la divisione della Guerra fredda, era un ostacolo decisivo su quella strada. Nel 1976, tre anni dopo gli articoli sul compromesso storico, scritti dopo il colpo di stato cileno e dedicati alla necessità dell’incontro tra le grandi forze popolari per il consolidamento e la salvezza della democrazia italiana, Berlinguer diede un’intervista al Corriere della Sera, a Giampaolo Pansa, e disse qualcosa di forte, di nuovo, per certi aspetti di inaudito: stiamo meglio sotto l’ombrello della Nato di quanto staremmo nel perimetro dell’alleanza opposta, il Patto di Varsavia.
Tredici anni dopo quell’intervista e l’esperienza della solidarietà nazionale che ne discese, frantumatasi per l’assassinio di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse, cadde il Muro di Berlino. Se il Pci non fece la fine dei comunisti francesi, ridotti all’isolamento e al lumicino, cambiò nome e diventò altro da sé, è per via di quella scelta netta, che ha cambiato i connotati della storia politica italiana (europeismo e approdo al riformismo di stampo socialdemocratico, nonostante contorsioni, varianti, retromarce, equivoci e altre divagazioni dalla funzione di governo di una seria forza di sinistra, nascono di lì, da quell’intervista).
Molte cose sono cambiate e molto, viviamo ovviamente in un’altra epoca, fondamentalmente diversa, e bisognerebbe chiedere lumi all’intelligenza artificiale per compensare in merito i limiti di quella naturale. Ma un fatto resta. Oltre un certo confine, non si può restare in mezzo al guado. Se in nome della tua tradizione politica e ideologica, ma per trasformarla e rinnovarla, intraprendi l’attraversamento di un grande fiume per guadagnare la sponda di una nuova identità (ieri era la legittimazione del Pci nella Guerra fredda e oltre, oggi è l’affermazione di un movimento conservatore di stampo europeo in Italia, mentre riemerge una politica extraeuropea della divisione del mondo in nuove sfere di influenza), suona per te la campana della decisione definitiva, un rintocco che agisce nel profondo e costituisce il perno di una nuova identità. Meloni può continuare a barcamenarsi, a danzare sul filo di un interesse nazionale alla mediazione con l’America di Trump e Musk combinato con l’adesione a un modello europeo di cooperazione economica, politica e militare nel confronto con l’espansionismo russo. Per sfuggire al rischio della passività e dell’irrilevanza, però, le potrebbe essere utile rileggersi quell’intervista e quel pezzo di storia. Ammansire la bestia del populismo trumpiano, incamminato su una strada che distrugge la cultura mainstream e la sostituisce con gli spiriti animali dell’America first!? Vaste programme. Condizionare le scelte della Ue e britanniche di politica estera e di sicurezza, oltre che economica, mantenendo un equilibrio con la Russia di Putin, e attraversando con ambiguità la questione dirimente della difesa dell’ucraina come confine europeo? Vaste programme. E’ chiaro che il disegno di opposizione e poi di governo di Giorgia Meloni, nonostante analogie di facciata, è diverso dal movimento generato dall’ego smisurato e dalle forze che spingono l’esperimento iperpopulista e ademocratico americano. E il raccordo con l’Europa di Berlino, di Parigi, di Londra, e delle altre capitali europee occidentali e orientali è un elemento necessario di quel disegno, che a un certo punto richiede una scelta netta.