Antonio Melis
L'eterna stagione di Gabo
il manifesto, 19 aprile 2014
Intorno alla seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso uno
tra i grandi temi del dibattito letterario internazionale
ruotava intorno alla morte del romanzo. Ma nella remota Colombia,
tagliata fuori dai circuiti ufficiali, non era ancora arrivata
notizia delle esequie di questo grande genere letterario della
società borghese, sulla cui definizione si erano cimentati illustri
teorici, da Hegel, fino a Lukács e a Goldmann.
Fu così che uno scrittore ormai vicino ai quarant’anni si permise di pubblicare nel 1967 un romanzo titolato Cent’anni di solitudine,
dopo altre prove narrative notevoli, rimaste circoscritte a un
pubblico ridotto e che sarebbero state recuperate solo
successivamente, per l’effetto trainante del successo clamoroso
di quel testo. Romanzi come Foglie morte (La hojarasca), Nessuno scrive al colonnello, La mala ora e raccolte di racconti come I funerali della Mama Grande, venivano letti come momenti preparatori di una grande sintesi, ma anche apprezzati nel loro valore autonomo.
Ho ricordato quella congiuntura culturale, proprio perché il
«segreto» di García Márquez è stato, in fondo, abbastanza semplice.
Ignorando le sofisticate elucubrazioni delle teorie critiche à la page, lo scrittore colombiano aveva riscoperto l’elementarità e l’universalità del gusto di raccontare una storia.
Del resto, la struttura del suo romanzo poteva richiamare le saghe,
da quelle antiche al modello contemporaneo offerto dai romanzi di
William Faulkner. Ma poteva con la stessa legittimità, per un altro
tipo di lettori, evocare – portandole a un livello letterario
raffinato – le suggestioni della telenovela, con il suo gusto per
la proliferazione infinita dei personaggi. Da questo singolare
connubio di alto e basso era scaturito un autentico miracolo:
riunire in tutto il mondo, intorno alle sue pagine, il lettore colto
e quello ingenuo.
A partire da allora intere biblioteche sono state scritte su quel
romanzo e in generale sull’opera di García Márquez, sopravvissuta
gloriosamente a quel bombardamento a tappeto. Uno tra gli omaggi
più caldi e profondi tributati al suo capolavoro sta in alcune
righe che gli dedicò, a ridosso della pubblicazione, un altro grande
scrittore ispanoamericano della generazione anteriore, José
María Arguedas, nel suo ultimo romanzo, La volpe di sopra e la volpe di sotto, rimasto inconcluso per il colpo di pistola con il quale l’autore pose fine alla sua vita.
Nel primo dei «Diari» che si alternano con la narrazione c’è una
sorta di resa dei conti, spesso aspra, con i suoi colleghi
latinoamericani che stavano costruendo quello splendido episodio
di liberazione culturale, che sarebbe poi stato malamente
chiamato «boom». Ecco come Cent’anni di solitudine viene
salutato: «Non parlerebbe così quel García Márquez che assomiglia
molto a donna Carmen Taripha, di Maranganí, presso Cuzco. Carmen
raccontava al prete, di cui era perpetua, storie interminabili
di volpi, dannati, orsi, bisce, ramarri; imitava quegli animali con
la voce e con il corpo. Li imitava così bene che la sala della
canonica si trasformava in caverne, in boschi, in pune e gole dove
risuonavano lo strisciare della serpe che fa muovere piano le erbe
e gli stecchi, il parlare della volpe un po’ scherzoso e un po’
crudele, quello dell’orso che è come se avesse della farina impastata
in bocca, quella del topo che taglia con il suo filo anche l’ombra;
e donna Carmen camminava come una volpe e come un orso, e muoveva le
braccia come una serpe e come un puma, faceva anche il movimento
della coda; e ruggiva proprio come i dannati che divorano gente
senza mai saziarsi; così la sala della canonica era qualcosa di simile
alle pagine di Cent’anni…».
In Italia il successo del romanzo, tradotto tempestivamente,
fu immediato, sebbene non mancassero fenomeni di incomprensione
da parte di intellettuali, anche illustri, ma legati
inesorabilmente agli schemi eurocentrici, che non capirono come
García Márquez facesse irrompere un mondo letterario
irriducibile a criteri di giudizio elaborati a partire da un
altro contesto.
L’appropriazione indebita avvenne anche attraverso l’impiego quasi
ossessivo di categorie come quella del «realismo magico»,
destinata ad avere un grande successo e quindi ad agire
negativamente non solo sui lettori, ma addirittura sugli stessi
scrittori ispanoamericani più giovani, molti dei quali
cominciarono a cavalcare astutamente l’onda del successo, offrendo
spesso prodotti stereotipati che venivano incontro all’eterno
bisogno di esotismo del mondo egemonico. La letteratura
ispanoamericana aveva già anni prima creato un possibile antidoto
per questi fraintendimenti, attraverso la categoria del «reale
meraviglioso» enunciata dal cubano Alejo Carpentier nel prologo al
suo straordinario romanzo Il regno di questo mondo,
ambientato ad Haiti negli anni della rivolta della popolazione
africana che aveva dato vita al primo stato indipendente dell’America
cosiddetta Latina. Dopo essere passato, come altri grandi
scrittori di quell’area, attraverso l’esperienza surrealista
parigina, Carpentier aveva capito che nell’abnormità dei fenomeni
latinoamericani, da quelli fisici a quelli sociali, c’era una fonte
propria di meraviglia che rendeva obsolete le ricette
intellettualistiche prodotte nel vecchio continente.
Capii tutta la portata di quella dichiarazione d’indipendenza (non di autarchia) quando, pochi anni dopo l’uscita di Cent’anni di solitudine,
nel mio primo viaggio in Colombia, potei consultare nelle
emeroteche i giornali degli anni Venti, dove si riferivano
i massacri della compagnia bananera che compaiono nel romanzo,
e che erano stati recepiti dalla critica e, più ovviamente, dal
pubblico, come pura invenzione letteraria, partorita dai nuovi
bestioni vichiani, tutti senso, stupore e fantasia. Non voglio
proporre, è ovvio, un banale principio di verosimiglianza, ma
indicare un esempio particolarmente significativo della
dialettica fra storia e creazione letteraria che sta alla base di
Cent’anni di solitudine e che spiega le sue molteplici possibilità di lettura, come succede con tutti i testi veramente grandi.
L’opera di García Márquez è proseguita fino alla vecchiaia, fra
romanzi, racconti, cronache e memorie, con risultati alterni. Come
in altri scrittori della sua generazione, che hanno sfruttato la
loro rendita di posizione, il mestiere sempre più raffinato
è prevalso molte volte sull’autentica invenzione. Vale anche, sebbene
a molti suonerà come una bestemmia, per la sua prova più
vertiginosa dal punto di vista dell’impegno stilistico, l’ingegnoso
e sopravvalutato L’autunno del patriarca, un testo più
adatto agli esercizi funambolici della critica e alle tesi
dottorali che al godimento del lettore. Ma basterebbe la grande
saga di Macondo, capace meritatamente di rinominare il paese di
nascita di García Márquez, a garantire allo scrittore un posto nella
letteratura destinata a durare nel tempo, oltre le mode
editoriali e quelle create dalla critica.
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Maurizio Stefanini
Cent'anni di similitudine
Il Foglio, 7 maggio 2011
Non solo l’Italia ha i suoi campanilismi tra “polentoni” e “terroni”. In
Colombia le sfottiture reciproche tra esuberanti “costeños” della
regione caraibica e sussiegosi “cachacos” della regione andina sono
abbastanza simili: salvo il particolare che là è il nord che sta a sud, e
viceversa. E una prima storia per spiegare alcuni curiosi retroscena su
un mito letterario del XX secolo parla appunto di un ventenne
“costeño”. Un giovanotto allampanato con i baffetti, una capigliatura
ribelle e una faccia da indio, che una famiglia complicata ha mandato a
studiare Diritto nella fredda e compunta Bogotá. Anni dopo, nel romanzo
che lo trasformerà appunto nel citato mito letterario, la descriverà
come “una città lugubre per le cui viuzze di pietra traballavano ancora,
in notti da incubo, le carrozze dei vicerè. Trentadue campane suonavano
a morto alle sei di sera”. Ma sul momento, per sfogare la propria
malinconia scrive poesie nostalgiche su un giornale studentesco. “Ed era
il mare del primo amore / in due occhi autunnali… / Un giorno volli
vedere il mare / – ma dell’infanzia – ed era troppo tardi”. Finché un
pomeriggio uno studente suo conterraneo non gli presta un racconto di
Franz Kafka, tradotto da Jorge Luis Borges. Il costeño triste torna alla
pensione, sale nella sua stanza, si sfila le scarpe, si stende sul
letto, e inizia a leggere. “Gregorio Samsa, svegliatosi una mattina da
sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto
immondo”. Folgorato, esclama: “Merda, mia nonna parlava esattamente
così!”.
Quattro anni dopo, il giovanotto è tornato nella regione di origine, e
la gira come venditore ambulante di enciclopedie e manuali. Nel
frattempo ha lasciato perdere gli studi: per un complesso di ragioni che
va da problemi di finanze familiari, alla guerra civile che intanto è
scoppiata nel paese, alla propria sostanziale allergia per il Diritto.
Ma, soprattutto, la scoperta delle affinità linguistiche tra Kafka e
nonna Tranquilina lo ha deciso di darsi alla narrativa. “Scriverò il
nuovo ‘Don Chisciotte’”, ha addirittura promesso agli amici. La carriera
letteraria sembra però essersi arenata, dopo che il suo primo libro è
stato bocciato da una editoriale argentina di cui è direttore proprio il
cognato di Borges. E pure un lavoro da giornalista lo ha lasciato
perdere, perché lo pagano troppo poco. Lui, però, resta convinto che
sarà il nuovo Cervantes. E quel lavoro pur raffazzonato lo ha dunque
accettato con piacere perché, oltre a permettergli di sbarcare il
lunario, gli dà la possibilità di conoscere persone e luoghi. In uno dei
suoi tour lo accompagna un amico musicista che si chiama Rafael
Escalona, e che diventerà il massimo interprete di un genere musicale
chiamato “vallenato”: una specie di liscio, salvo che il suono
europeizzante dell’organetto vi è scandito con ritmi africani. Dopo una
settimana di viaggio i due stanno bevendo birra e rum ghiacciati in una
bettola, quando si avvicina loro un giovanotto dall’aria decisa vestito
da cowboy: cappello a tesa larga, gambali in cuoio sui pantaloni,
pistola alla cintura. Siamo nel 1952, ma in quelle zone si vive ancora
come nei western di Sergio Leone. E da western di Sergio Leone è infatti
la scena che segue, quando Escalona invitandolo a unirsi alla bevuta
dice al cowboy: “Permettimi di presentarti Gabriel García Márquez”. E
l’altro, stringendogli la mano: “Ha qualcosa a che vedere col colonnello
Nicolás Márquez?”. “Soy su nieto”: in spagnolo “nipote di nonno”, che a
differenza del generico italiano è chiaramente distinto dal “sobrino”,
“nipote di zio”. “Sono suo nipote”. “Allora è suo nonno che ha ammazzato
mio nonno!”.
Anche Escalona ha la pistola alla fondina, ma cerca subito di
sdrammatizzare. “Sì, sì, ma lui non ne sapeva niente. Sentite, perché
non facciamo una bella gara a chi tira meglio?”. Le pistole vengono così
scaricate, la tensione pure, i tre riprendono a bere, e anzi passeranno
assieme tre interi giorni. A girare la regione nel camioncino che il
cowboy usa per il suo lavoro di contrabbandiere. E a fare conoscenza con
la caterva di figli illegittimi che il colonnello Márquez, in realtà un
grado fai da te in un esercito fai da te durante la guerra civile detta
“dei mille giorni” che si combatté tra 1899 e 1902, ha seminato per la
zona durante il conflitto. E’ il nipote dell’assassinato che li presenta
al nipote dell’assassino. “Ah, anche questo è tuo zio!”.
Terza storia. Sono passati altri sette anni, e il 24 agosto del 1959 il
nipote del colonnello Márquez fa battezzare il suo figlio primogenito,
Rodrigo. Nel frattempo oltre a sposarsi è riuscito a tornare dalle
enciclopedie alla letteratura, a pubblicare i suoi primi libri, a
diventare un giornalista di una certa rinomanza, e anche a girare
l’Europa in lungo e in largo. Il prete è un suo vecchio compagno di
studi a quell’Università di Bogotá in cui poi non si è mai laureato. Ma
anche il padrino è un suo ex compagno di studi, poi divenuto sodale di
avventure giornalistiche e tour europei. E assieme a lui dopo l’arrivo
al potere di Fidel Castro fonderà “Prensa Latina”: l’agenzia di stampa
della rivoluzione cubana. La madrina è a sua volta la moglie di un altro
compare di giornalismo e bisbocce. Finita la cerimonia, il prete
scandisce: “E adesso tutti coloro che credono nella discesa dello
Spirito Santo su questo bambino s’inginocchino”. Padre, madre, padrino e
madrina, tutti atei dichiarati, rimangono in piedi.
Sette anni dopo quel prete, che si chiama Camilo Torres, morirà
combattendo come guerrigliero. Il mito della Teologia della liberazione
lo fa spesso anche passare come leggendario comandante: ma la realtà è
che, dopo essersi unito a una banda come semplice combattente, cade in
pratica al suo primo scontro a fuoco, per un micidiale errore da
principiante. Dopo un’imboscata viene infatti fuori dalla boscaglia a
raccogliere il fucile di un ufficiale caduto: senza accorgersi che si
sono buttati a terra anche soldati rimasti incolumi, e che lo ridurranno
a un colabrodo.
Il padrino ateo e comunista, Plinio Apuleyo Mendoza, è tuttora suo
amico. Ma da allora ha rotto col regime cubano, è diventato diplomatico,
è stato anche ambasciatore di Colombia in Italia, e assieme al figlio
di Mario Vargas Llosa e all’esule cubano Carlos Alberto Montaner ha
scritto un famosissimo pamphlet antipopulista intitolato “Manuale del
perfetto idiota latino-americano”.
E poi c’è Gerald Martin. Latinoamericanista statunitense, docente
emerito a Pittsburgh, Senior Research Professor a Londra, e narratore di
queste vicende in “Vita di Gabriel García Márquez”, un malloppo appena
pubblicato in italiano da Mondadori che malgrado le 668 pagine si legge
tutto di un fiato; e la cui genesi di 17 anni è stata accompagnata
anch’essa da frasi e episodi alla Sergio Leone. “Perché mai scrivere una
biografia? Le biografie sono per i morti”, sarebbe stato il primo
“incoraggiamento” di García Márquez. Poi si sarebbe passati allo stadio
definito da Martin di “biografia non autorizzata, ma tollerata”. Infine,
nel 2006 è lo stesso García Márquez a proclamarlo suo “biografo
ufficiale”. Quattro anni dopo l’uscita di “Vivere per raccontarla”:
autobiografia fino al 1955, di cui però proprio Martin dice che, sì, “la
qualità della scrittura è quasi sempre straordinaria”, ma quanto ai
contenuti, “bisogna ammettere che più che un racconto è la descrizione
di un pio desiderio: ogni episodio doloroso è rigorosamente bandito”. Lo
stesso Gabo gli aveva spiegato che ogni uomo ha “tre vite: una
pubblica, una privata, una segreta”. E dice allora Martin di “Vivere per
raccontarla”: “L’autore è stato molto attento a disseminarla di omaggi –
a volte un paragrafo, a volte una sola riga – a tutti i suoi amici e a
tutte le loro mogli o vedove. Non ci sono veri squarci d’intimità, né
confessioni. Quelle pagine racchiudono la sua vita pubblica e l’altra,
quella ‘falsa’, inventata ma non molto della sua vita ‘privata’ e
pochissimo di quella ‘segreta’”.
Martin non spiega in realtà esplicitamente il perché ciò sia avvenuto.
Ma dalla lettura di questa “Vita di Gabriel García Márquez” un sospetto
emerge prepotente: Gabo ha contrabbandato un romanzo come autobiografia,
proprio perché fino a quel momento aveva sempre contrabbandato la
propria autobiografia come romanzo. Torniamo appunto a Nicolás Márquez:
il nonnino colonnello fai da te che aveva allevato il piccolo Gabo nei
primi anni di vita. Lui gli aveva raccontato di aver dovuto lasciare il
proprio villaggio per andare a fondare quel paesino di Aracataca dove il
ragazzino era nato, proprio dopo aver ucciso il nonno del cowboy
contrabbandiere. “Tu non sai quanto pesa un morto”, ripeteva al
ragazzino. “Credo ancora che sia stato costretto a farlo”, ha sempre
ripetuto Gabo a tutti coloro che gli hanno chiesto di quella storia. Ma
Martin, con pignoleria e disponibilità di risorse tipicamente yankee, è
andato a controllare. E risulta che, primo, nonno Márquez non fondò lui
Aracataca, anche se ne divenne effettivamente un notabile influente.
Secondo, quell’omicidio fu molto poco romantico e abbastanza sordido:
benché sposato il colonnello era un dongiovanni impenitente; il morto
era il fratello di una ragazzina sedotta che aveva giurato vendetta; e
l’assassino gli aveva teso un agguato, sparandogli dopo essersi
sincerato che non era armato. Tutto ciò sarebbe stato trasfigurato nel
mito fondante di “Cent’anni di solitudine”: José Arcadio, il capostipite
dei Buendía che uccide con un colpo di lancia Prudencio Aguilar, e poi
va a fondare Macondo. Solo che nel romanzo, all’opposto che nella
realtà, il morto non si era lamentato del gallismo dell’assassino, ma
aveva invece irriso la sua virilità: per la storia della moglie Ursula
che gli si rifiutava, temendo che l’incrocio tra consanguinei generasse
un mostro. E prima di colpire aveva cavallerescamente avvertito: “Vai ad
armarti”. Comunque, anche se Aracataca è Macondo, qualche anno fa con
un referendum ha rifiutato di cambiare nome per chiamarsi come il luogo
ispirato. D’altra parte, Nicolás Márquez è José Arcadio anche per la
volta in cui accompagnò il nipote allo spaccio della compagnia bananiera
di Aracataca, a vedere il pesce conservato nel ghiaccio: visione
magica, in un luogo tropicale prima della diffusione dei frigoriferi. E
il ricordo di José Arcadio che porta il figlio Aureliano a vedere il
ghiaccio è appunto il punto di partenza di “Cent’anni di solitudine”.
Naturalmente, nonna Tranquilina è il prototipo della vecchia matriarca
Ursula. E come accade in “Cent’anni di solitudine”, sul serio Gabriel
García Márquez andò a sbattere in un sacco con le sue ossa: portate via
dal cimitero dopo un trasloco, per risistemarle vicino alla nuova casa.
Ma Nicolás Márquez al contempo è anche Aureliano. Il colonnello che
“promosse trentadue sollevazioni armate e le perse tutte. Ebbe
diciassette figli maschi da diciassette donne diverse, che furono
sterminati l’uno dopo l’altro in una sola notte, prima che il maggiore
compisse trentacinque anni. Sfuggì a quattordici attentati, a
settantatré imboscate e a un plotone di esecuzione. Sopravvisse a una
dose di stricnina nel caffè che sarebbe bastata ad ammazzare un cavallo.
Respinse l’Ordine del merito che gli conferì il presidente della
Repubblica. Giunse a essere comandante generale delle forze
rivoluzionarie, con giurisdizione e comando da una frontiera all’altra, e
fu l’uomo più temuto dal governo, ma non permise mai che lo
fotografassero. Declinò il vitalizio che gli offrirono dopo la guerra e
visse fino alla vecchiaia dei pesciolini d’oro che fabbricava nel suo
laboratorio di Macondo. Malgrado avesse sempre combattuto alla testa dei
suoi uomini, l’unica ferita se la produsse lui stesso dopo aver firmato
la capitolazione di Neerlandia che mise fine a quasi vent’anni di
guerre civili. Si sparò un colpo di pistola nel petto e il proiettile
gli uscì dalla schiena senza ledere alcun centro vitale”. Nella parte
pubblica, Aureliano Buendía è nonno Márquez, più Rafael Uribe Uribe: il
generale carismatico ma pasticcione che comandò tutti gli eserciti
liberali durante la Guerra dei mille giorni, prozio del penultimo
presidente colombiano, Álvaro Uribe Vélez. Ma nel privato, produzione di
figli illegittimi a parte, la fabbricazione di pesciolini d’oro era
appunto una delle attività con cui nonno Márquez sbarcò il lunario, in
attesa di una pensione che non arrivò mai. Sì: perché il colonnello
Márquez è anche il protagonista di “Nessuno scrive al colonnello”. Più
le frustrazioni del nipote in attesa delle risposte delle case editrici
cui mandava i suoi scritti o dei pagamenti dei giornali con cui
collaborava; più il film “Umberto D.” di Vittorio De Sica.
Il colonnello morì che Gabo aveva sette anni, dopo un peggioramento di
salute dovuto alla caduta da una scala dove si era arrampicato per
riacchiappare il pappagallo di casa. E allo stesso modo muore Juvenal
Urbino, lasciando così vedova la protagonista dell’“Amore ai tempi del
colera”; libro dove peraltro è riprodotta anche la storia del
corteggiamento del telegrafista papà Gabriel Eligio a mamma Luisa
Santiaga. Ma Gabriel Eligio, con la sua mania di inventarsi lavori
pasticciati, contribuisce anche a una ulteriore componente della
personalità di José Arcadio in “Cent’anni di solitudine”. Naturalmente, è
presa di peso dalla realtà anche la vicenda di “Cronaca di una morte
annunciata”. La principale differenza è che la vittima non era un
oriundo arabo di nome Santiago Nasar ma un oriundo italiano di nome
Cayetano Gentile; e l’unico elemento surreale è che dopo l’uscita del
romanzo a querelare lo scrittore furono i due assassini. Che
effettivamente, con la storia che il loro era stato un delitto d’onore,
erano stati assolti.
Si potrebbe andare avanti ancora per un pezzo: ma non avendo a
disposizione le 668 pagine di Martin, gli esempi dati sono sufficienti.
Resta il realismo magico. E’ quasi un luogo comune far risalire questa
etichetta alla prefazione che nel 1949 il cubano Alejo Carpentier pose
alla prima edizione del suo romanzo “Il regno di questo mondo”. “Per la
verginità del paesaggio, per l’ontologia, per la presenza faustiana
dell’indio e del negro, per la rivelazione che costituì la sua recente
scoperta, per i fecondi meticciati che propiziò, l’America è ben lungi
dall’aver terminato la sua scorta di mitologie. Che cosa è la storia
dell’America tutta se non una cronaca del reale meraviglioso?”. L’idea,
insomma, che il razionalismo europeo non possa cogliere la specificità
dell’uomo e dell’ambiente del Nuovo mondo. E che dunque, al barocchismo
lussureggiante della natura americana e al misticismo panteista che vi
si alimenta si può arrivare solo attraverso il mito. Altri, però, hanno
osservato che quel realismo magico teorizzato da Carpentier e
popolarizzato da García Márquez era stato in realtà già sperimentato fin
dal 1930 nelle “Leggende del Guatemala” da Miguel Ángel Asturias, che
tra l’altro avrebbe poi ricevuto il suo Nobel per la Letteratura proprio
in quello stesso 1967 di “Cent’anni di solitudine”.
“Storie-sogni-poemi”, li definiva il sofisticato Paul Valéry nella
prefazione all’edizione francese.
Peraltro Martin ci spiega che Gabo ha sempre odiato Asturias; che si è
formato come scrittore ignorando del tutto la letteratura colombiana a
lui antecedente; e che i suoi miti giovanili sono stati europei e
nordamericani. Kafka: di cui abbiamo ricordato come fosse impressionato
dalla somiglianza col linguaggio di sua nonna. Hemingway: il cui
“Vecchio e il mare” ispira chiaramente come soggetto quel “Racconto di
un naufrago” che lanciò la fama del García Márquez giornalista, e come
spirito anche “Nessuno scrive al colonnello”. Faulkner: la cui contea di
Yoknapatawpha e il cui colonnello Sartoris sono in realtà fonti di
Macondo e del colonnello Buendía quasi alla pari di Aracataca e del
colonnello Márquez. E anche Virginia Woolf. Ma, ahimè, lo stesso nome di
Valéry finisce poi per rivelare quanto questa arte così “indigena”
debba in realtà al surrealismo europeo, conosciuto da Asturias quando
risiedeva a Parigi come diplomatico. E la realtà è in effetti che a
quell’epoca la parola “realismo magico” esisteva già. L’aveva creata il
critico tedesco Franz Roh, sia pure riferita alla pittura e non alla
letteratura. E intendeva appunto una corrente di cui furono esponenti
Ivan Albright, Paul Cadmus, George Tooker e anche l’italiano Antonio
Donghi.
Insomma, il realismo magico in realtà l’ha inventato l’Europa. Ma ai
lettori europei e nordamericani è sempre sembrato tanto più chic
attribuirlo agli scrittori di quell’unica area del Terzo mondo che fosse
abbastanza di cultura europea da suonare esotica senza essere
incomprensibile. E Gabriel García Márquez ne è diventato il mito,
semplicemente per aver raccontato storie di famiglia, che i suddetti
lettori europei e nordamericani hanno scambiato per invenzione fiabesca.
sabato 19 aprile 2014
Hotel Gramsci: l'intervento di Luciana Castellina
Luciana Castellina
Ben venga "Hotel Gramsci"
il manifesto, 19 aprile 2014
Ho letto l’appello* che alcuni compagni hanno rivolto al sindaco di Torino per protestare contro l’iniziativa dell’Immobiliare Carlina di intitolare ad Antonio Gramsci l’hotel che la società intende aprire nel vecchio edificio ristrutturato di sua proprietà dove, ai tempi dell’Ordine Nuovo, egli aveva, per breve periodo, abitato. E, nei giorni scorsi, sulle pagine del manifesto, un violento articolo di Angelo d’Orsi in cui attacca l’Istituto Gramsci Torinese per aver deciso di fornire volumi di Gramsci, in italiano e in lingue estere, che andranno collocati in una sala di lettura del nuovo albergo.
Confesso di non capire il senso della polemica.
Certo, anche io, al primo momento, quando ho saputo la cosa, mi sono sentita colpita. Subito dopo ho però pensato che se c’erano tanti alberghi intitolati a Mazzini, Massimo d’Azeglio, Cavour, Garibaldi, non si capisce perché non dovrebbe essercene uno intitolato a Gramsci. Perché Gramsci è comunista e gli altri no? Ma non è forse che è proprio perché Gramsci è comunista che fino ad oggi non c’è stato nessun albergo a lui intitolato? Non è forse bene che anche Gramsci sia ricordato come un protagonista della storia d’Italia, sia pure per via del nome di un albergo?
Vi dirò che l’idea che un turista straniero in visita a Torino arrivi in quel luogo e domandi chi mai era questo Gramsci e ci sia qualcuno che gli risponda che si tratta del più grande leader comunista a me fa piacere. Parere analogo a quello, mi pare, espresso del resto dal nipote, Antonio Gramsci jr, in una recente intervista. Il guaio sarebbe che l’albergo è di lusso? Andiamo! Andrebbe invece meglio se si trattasse di una brutta gargotta?
Che poi ci vorrebbe ben altro per ricordare la figura e l’opera di Gramsci, che né le istituzioni pubbliche e nemmeno quelle politiche di sinistra fanno quanto è necessario, questo è un altro discorso. E forse la storia dell’albergo potrebbe essere una buona occasione per una campagna seria intesa a insistere perché Antonio Gramsci venga ricordato in Italia come si dovrebbe. Questo sarebbe utile, assai più di questa un po’ ridicola crociata.
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In questa brutta vicenda fatta di accuse rivolte a chi vorrebbe sbarazzarsi di un nume tutelare, la finezza e l'eleganza dello stile starebbero
nel rispettare Gramsci per quello che era senza perdersi dietro il culto di una reliquia. Ed è quanto sostiene Luciana Castellina, mi pare. Poi sul destino futuro di Gramsci nella sua Torino ci
sarebbe ancora molto da dire. L'hotel di lusso in tutto questo c'entra assai poco. Si tratta di andare oltre il nome che adorna una facciata, e anche oltre le stanze riservate al museo o alle manifestazioni culturali all'interno di un albergo. Qui la sinistra potrebbe dar prova di slancio progettuale, anziché consumarsi in uno scontro fratricida sull'uso sacrilego di un nome la cui risonanza mondiale per fortuna non è legata alle sorti di un edificio storico - il Regio Albergo di virtù - situato in piazza Carlina a Torino. C'è una statua di Cavour sulla stessa piazza. L'hotel poteva anche chiamarsi Cavour. Si chiamerà - forse - Gramsci. Tanto meglio, per chi apprezza Gramsci.
Giovanni Carpinelli
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* GadLernerblog, 10 aprile 2014
Al Sindaco di Torino Piero Fassino
Un articolo di Repubblica del 6 aprile annuncia che nel palazzo di Piazza Carlina, dove Gramsci visse due anni nel periodo in cui fondò il Partito Comunista, si stanno terminando i lavori di un albergo di lusso, vista Mole Antonelliana. E’ sempre motivo di dolore quando un luogo che custodisce un pezzo del nostro passato diventa il contenitore di qualche altra cosa banale, anziché spazio dove coltivare la memoria collettiva. Ma questa volta il dolore è atroce, perché la banalizzazione investe direttamente uno dei nostri padri, un uomo che ha scritto pagine che ci parlano ancora oggi, un martire che ha pagato con la vita la libertà delle sue idee. In un tempo dove accettiamo che la parola “valorizzazione” da “dare valore” diventi ” ricavare guadagno”, non sappiamo quanti ancora sapranno indignarsi per la possibilità che “Antonio Gramsci” diventi il nome di un Hotel a cinque stelle, ormai troviamo normale qualunque cosa. E ci sembra assai misero il ragionamento di chi regala il suo volto e il suo nome – l’immagine che ci resta di chi non c’è più – per averne in cambio uno spazio dove “organizzare delle piccole riunioni” e “una biblioteca con tutte le opere del filosofo”, di chi considera “una possibilità importante quella data dall’hotel” “che mira a salvaguardare la memoria di Gramsci”.
Ci auguriamo che non la pensino così a Reggio Emilia, dove qualcuno potrebbe proporre di costruire un centro commerciale intitolandolo ai Fratelli Cervi, o ad Amsterdam, dove potrebbero inaugurare una casa di moda dedicandola ad Anna Frank.
E comunque né gli eredi né tantomeno il professore Sergio Scamuzzi,direttore dell’Istituto Piemontese Antonio Gramsci, hanno il diritto di stabilire se intitolare un albergo con piscina a Antonio Gramsci sia un’occasione da non perdere. Gramsci non è loro. Gramsci è di una moltitudine di persone, a partire da quelli che hanno dato la vita per permettere a noi di vivere liberi. Anche se forse non ce lo meritiamo.
Sindaco di Torino, città di lotte operaie e di Resistenza, difendi il nome di uno dei più grandi dei nostri padri.
Edoardo Salzano, Nicola Tranfaglia, Piero Bevilacqua, Vittorio Emiliani, Vezio De Lucia, Paolo Maddalena, Maria Pia Guermandi, Chiara Sebastiani, Giorgio Nebbia, Flavia Martinelli, Paolo Cecchi, Lodovico Meneghetti, Marcello Paolozza, Anna Maria Bianchi Missaglia, Sandro Roggio, Maria Paola Morittu, Stefano Fatarella, Paola Bonora, Franco Mazzetto, Raffaele Radicioni, Giorgio Nebbia [bis], Maria Cristina Gibelli, Giorgio Todde, Piergiorgio Lucco Borlera, Ida Carpano, Guido Viale, Marco Revelli, Ilaria Boniburini, Giuliana Beltrame, Tonino Perna, Tomaso Montanari, Oscar Mancini, Salvatore Settis, Pancho Pardi, Luciano Vecchi, Fabrizio Bottini, Francesco Indovina, Luigi Piccioni, Paolo Ciofi, Domenico Rafele, Gianna Molisani, Erica D’Anna, Paolo Cova, Alberto Ziparo, Paolo Baldeschi
Un articolo di Repubblica del 6 aprile annuncia che nel palazzo di Piazza Carlina, dove Gramsci visse due anni nel periodo in cui fondò il Partito Comunista, si stanno terminando i lavori di un albergo di lusso, vista Mole Antonelliana. E’ sempre motivo di dolore quando un luogo che custodisce un pezzo del nostro passato diventa il contenitore di qualche altra cosa banale, anziché spazio dove coltivare la memoria collettiva. Ma questa volta il dolore è atroce, perché la banalizzazione investe direttamente uno dei nostri padri, un uomo che ha scritto pagine che ci parlano ancora oggi, un martire che ha pagato con la vita la libertà delle sue idee. In un tempo dove accettiamo che la parola “valorizzazione” da “dare valore” diventi ” ricavare guadagno”, non sappiamo quanti ancora sapranno indignarsi per la possibilità che “Antonio Gramsci” diventi il nome di un Hotel a cinque stelle, ormai troviamo normale qualunque cosa. E ci sembra assai misero il ragionamento di chi regala il suo volto e il suo nome – l’immagine che ci resta di chi non c’è più – per averne in cambio uno spazio dove “organizzare delle piccole riunioni” e “una biblioteca con tutte le opere del filosofo”, di chi considera “una possibilità importante quella data dall’hotel” “che mira a salvaguardare la memoria di Gramsci”.
Ci auguriamo che non la pensino così a Reggio Emilia, dove qualcuno potrebbe proporre di costruire un centro commerciale intitolandolo ai Fratelli Cervi, o ad Amsterdam, dove potrebbero inaugurare una casa di moda dedicandola ad Anna Frank.
E comunque né gli eredi né tantomeno il professore Sergio Scamuzzi,direttore dell’Istituto Piemontese Antonio Gramsci, hanno il diritto di stabilire se intitolare un albergo con piscina a Antonio Gramsci sia un’occasione da non perdere. Gramsci non è loro. Gramsci è di una moltitudine di persone, a partire da quelli che hanno dato la vita per permettere a noi di vivere liberi. Anche se forse non ce lo meritiamo.
Sindaco di Torino, città di lotte operaie e di Resistenza, difendi il nome di uno dei più grandi dei nostri padri.
Edoardo Salzano, Nicola Tranfaglia, Piero Bevilacqua, Vittorio Emiliani, Vezio De Lucia, Paolo Maddalena, Maria Pia Guermandi, Chiara Sebastiani, Giorgio Nebbia, Flavia Martinelli, Paolo Cecchi, Lodovico Meneghetti, Marcello Paolozza, Anna Maria Bianchi Missaglia, Sandro Roggio, Maria Paola Morittu, Stefano Fatarella, Paola Bonora, Franco Mazzetto, Raffaele Radicioni, Giorgio Nebbia [bis], Maria Cristina Gibelli, Giorgio Todde, Piergiorgio Lucco Borlera, Ida Carpano, Guido Viale, Marco Revelli, Ilaria Boniburini, Giuliana Beltrame, Tonino Perna, Tomaso Montanari, Oscar Mancini, Salvatore Settis, Pancho Pardi, Luciano Vecchi, Fabrizio Bottini, Francesco Indovina, Luigi Piccioni, Paolo Ciofi, Domenico Rafele, Gianna Molisani, Erica D’Anna, Paolo Cova, Alberto Ziparo, Paolo Baldeschi
venerdì 18 aprile 2014
K.S. Karol bolscevico inusuale
Jean Daniel *
Cara Rossana,
la mia esitazione a pronunciare le parole che seguono è venuta meno quando ho visto il conforto, pur modesto, che sono ancora in grado di recarti. In un primo momento avevo rifiutato, perché l’epoca ci rende fragili, e anche perché se ne stanno andando tutti, riempiendoci di ricordi che sono altrettante ferite.
C’è anche il fatto che Karol ci ha abbandonati dopo tantissimo tempo. Non ci ha lasciati, ma non possiamo più rivolgerci a lui come prima e, sai bene che se siamo qui, non è per lui che è troppo lontano, ma per noi che siamo pieni della sua vita.
Sì, il tempo gioca un ruolo. Quasi tutti i giorni mi capita di chiedermi che cosa avrebbe fatto Serge Lafaurie al mio posto. Per Karol occorrono degli eventi, non parlo di te Rossana, ma in questo momento per eventi come quelli che accadono in Ucraina, con il possibile ritorno a diverse piccole guerre fredde, non posso fare a meno di dire che Karol ci manca, e di rileggere, come ho fatto, alcuni suoi articoli tuttora impressionanti, colti e decisi come sono. Ma torniamo al nostro incontro.
Il Partito comunista italiano è particolarmente aperto (è il partito di Togliatti e di Enrico Berlinguer), ma c’è soprattutto una piccola formazione, giovane, brillante e radicale che si chiama il manifesto. Alla guida del gruppo una donna notevole, una marxista luminosa e intransigente: Rossana Rossanda, che egli sposerà. E c’è Luciana Castellina – il suo diario è stato da poco pubblicato in francese. Quanto al nostro Karol, scrive due grossi libri, il primo su Cuba, l’altro sulla Cina; in due libri successivi, egli sfuma e corregge le tesi del secondo. A che punto è Karol in quell’epoca? Si può dire che egli vive per e attraverso il comunismo, il marxismo e le rivoluzioni. Aperto alla discussione, diventa settario quando sospetta di atlantismo un politico o un collega.
Ha un senso incredibile dei rapporti umani. Un giorno riesce a far incontrare Mendès France, il laburista britannico Aneurin Bevan e il socialista italiano Pietro Nenni, con i quali pensa che si possa intaccare il prestigio dell’Unione sovietica senza avvicinarsi però agli Stati Uniti.
Politicamente non eravamo d’accordo. Ma siamo stati fedeli a questo collettivista impenitente che poteva vivere unicamente in una democrazia occidentale. Il manifesto riuniva giovani rivoluzionari ma le sue animatrici, Rossana Rossanda e Luciana Castellina, provenivano da grandi famiglie. A margine, si potevano ascoltare le analisi di Lucio Magri, sindacalista e filosofo, aspetto da attore americano, una delle guide del nostro André Gorz.
Fino alla fine, Karol è stato più attento a quelli che incoraggiavano i rivoluzionari che a quelli che ne temevano le derive. In fondo, pensava come Sartre: «Sì, Camus, anch’io odio il gulag, ma ancor più odio chi lo usa come pretesto per schiacciare il proletariato». Camus aveva ragione. Ma io, volevo bene a Karol…
* Nato in Algeria da famiglia ebraica francese, è il fondatore del settimanale Le Nouvel Observateur (di cui fino a giugno 2008 fu anche direttore responsabile); Daniel è un umanista orientato politicamente a sinistra. Nel libro La prison juive: Humeurs et méditations d'un témoin sostiene che gli ebrei, considerandosi il popolo eletto, si sono imprigionati. Le sue opere sono percorse dall'interrogativo sul ruolo della religione nella morale moderna. Ha fatto parte del think tank della Fondazione Saint-Simon. In Italia è stata pubblicata l'opera Resistere all'aria del tempo (Con Camus) [Mesogea, (2009)]
** Il testo che proponiamo è stato letto alla cerimonia di saluto a K. S. Karol al Père Lachaise mercoledì 16 aprile 2014.
Cara Rossana,
la mia esitazione a pronunciare le parole che seguono è venuta meno quando ho visto il conforto, pur modesto, che sono ancora in grado di recarti. In un primo momento avevo rifiutato, perché l’epoca ci rende fragili, e anche perché se ne stanno andando tutti, riempiendoci di ricordi che sono altrettante ferite.
C’è anche il fatto che Karol ci ha abbandonati dopo tantissimo tempo. Non ci ha lasciati, ma non possiamo più rivolgerci a lui come prima e, sai bene che se siamo qui, non è per lui che è troppo lontano, ma per noi che siamo pieni della sua vita.
Sì, il tempo gioca un ruolo. Quasi tutti i giorni mi capita di chiedermi che cosa avrebbe fatto Serge Lafaurie al mio posto. Per Karol occorrono degli eventi, non parlo di te Rossana, ma in questo momento per eventi come quelli che accadono in Ucraina, con il possibile ritorno a diverse piccole guerre fredde, non posso fare a meno di dire che Karol ci manca, e di rileggere, come ho fatto, alcuni suoi articoli tuttora impressionanti, colti e decisi come sono. Ma torniamo al nostro incontro.
Primo giorno della guerra d’Algeria
Ho appena pubblicato un libro ambientato in quel paese. Karol lo legge e lo segnala subito ai responsabili dell’Express con il quale collabora. Grazie a questo, arrivo anche io all’Express e si forma un trio che fa parlare di sé: Serge Lafaurie, K.S. Karol e io. Per venti anni saremo inseparabili. Chi è lui? Ha perso l’uso dell’occhio sinistro ma è bravissimo nel farlo dimenticare. Parla almeno sei lingue. Ha un accento affascinante e una capacità senza eguali di reinventare la lingua francese. Ha fatto la resistenza in Polonia, è stato imprigionato in Unione sovietica, è tornato in Polonia. Ma come ha attraversato tutte queste prove? Che cosa gli hanno lasciato? Per adeguarsi all’ambiente, egli si dice «progressista anti-totalitario». All’epoca i progressisti erano comunisteggianti ma antibolscevichi. Karol detesta gli stalinisti ma ancor più gli anticomunisti. Il suo maestro è Isaac Deutscher, che vive a Londra, come suo padre.Il comunismo, il marxismo e le rivoluzioni
È un pozzo di scienza in materia di comunismo e di rivoluzioni a Est. Ha amici ovunque in Europa e soprattutto in Italia, dove i comunisti lo accolgono bene, proprio perché è antistalinista.Il Partito comunista italiano è particolarmente aperto (è il partito di Togliatti e di Enrico Berlinguer), ma c’è soprattutto una piccola formazione, giovane, brillante e radicale che si chiama il manifesto. Alla guida del gruppo una donna notevole, una marxista luminosa e intransigente: Rossana Rossanda, che egli sposerà. E c’è Luciana Castellina – il suo diario è stato da poco pubblicato in francese. Quanto al nostro Karol, scrive due grossi libri, il primo su Cuba, l’altro sulla Cina; in due libri successivi, egli sfuma e corregge le tesi del secondo. A che punto è Karol in quell’epoca? Si può dire che egli vive per e attraverso il comunismo, il marxismo e le rivoluzioni. Aperto alla discussione, diventa settario quando sospetta di atlantismo un politico o un collega.
Ha un senso incredibile dei rapporti umani. Un giorno riesce a far incontrare Mendès France, il laburista britannico Aneurin Bevan e il socialista italiano Pietro Nenni, con i quali pensa che si possa intaccare il prestigio dell’Unione sovietica senza avvicinarsi però agli Stati Uniti.
Politicamente non eravamo d’accordo. Ma siamo stati fedeli a questo collettivista impenitente che poteva vivere unicamente in una democrazia occidentale. Il manifesto riuniva giovani rivoluzionari ma le sue animatrici, Rossana Rossanda e Luciana Castellina, provenivano da grandi famiglie. A margine, si potevano ascoltare le analisi di Lucio Magri, sindacalista e filosofo, aspetto da attore americano, una delle guide del nostro André Gorz.
In fondo, pensava come Sartre
Quando inizia a uscire Le Nouvel Observateur, riservo naturalmente un posto per K.S. Karol, che ogni settimana distilla la sua impareggiabile conoscenza sul mondo comunista. Le sue tesi sono oggetto di discussione, quando si tratta di Castro e soprattutto di Mao, il tiranno rosso che malgrado tutto egli ammira. Il comunismo era l’unico mondo che lo interessasse davvero. Karol era amico di Fidel Castro ma finì per rimproverargli severamente l’astio verso gli omosessuali. Per Mao, era un’altra storia, piena di scintille, e dovevo continuamente fungere da arbitro. Il nostro amico è un uomo che può incontrare Chou En Lai. Ma è contestato e l’offensiva viene dai Roy: Jules e Claude. I quali tornano dalla Cina con accuse terribili – e giustificate – contro il regime maoista. Scatenano una tempesta che gestisco male. Non è una rottura ma una lacerazione.Fino alla fine, Karol è stato più attento a quelli che incoraggiavano i rivoluzionari che a quelli che ne temevano le derive. In fondo, pensava come Sartre: «Sì, Camus, anch’io odio il gulag, ma ancor più odio chi lo usa come pretesto per schiacciare il proletariato». Camus aveva ragione. Ma io, volevo bene a Karol…
* Nato in Algeria da famiglia ebraica francese, è il fondatore del settimanale Le Nouvel Observateur (di cui fino a giugno 2008 fu anche direttore responsabile); Daniel è un umanista orientato politicamente a sinistra. Nel libro La prison juive: Humeurs et méditations d'un témoin sostiene che gli ebrei, considerandosi il popolo eletto, si sono imprigionati. Le sue opere sono percorse dall'interrogativo sul ruolo della religione nella morale moderna. Ha fatto parte del think tank della Fondazione Saint-Simon. In Italia è stata pubblicata l'opera Resistere all'aria del tempo (Con Camus) [Mesogea, (2009)]
** Il testo che proponiamo è stato letto alla cerimonia di saluto a K. S. Karol al Père Lachaise mercoledì 16 aprile 2014.
martedì 15 aprile 2014
La partita vinta di Renzi
Paolo Franchi
Il contratto di Renzi con gli italiani manda in tilt le categorie della sinistra
Corriere della Sera, 15 aprile 2014
«No, il dibattito no!»: dal lontano 1976 il grido disperato che si alza dalla sala nel primo film di Nanni Moretti, Io sono un autarchico, è, a sinistra, quasi un oggetto di culto. E proprio così — «no, il dibattito no!» — verrebbe da urlare di fronte alla contesa che s’è aperta fra Matteo Renzi e i suoi contestatori «di sinistra» nel Pd. Certo non perché questi ultimi siano dei revenant, o peggio dei sabotatori, come pure già si legge quotidianamente, o una sorta di quinta colonna, come prima o poi si leggerà, solo perché contestano il segretario-presidente. Ma, più semplicemente, perché Renzi la sua partita l’ha già vinta; e di conseguenza gli oppositori, se davvero fanno conto, com’è legittimo che sia, su una rivincita, dovrebbero prima di tutto stabilire come e perché hanno perso la loro. Partendo da un dato di fatto incontrovertibile. Il diciassette e poco più per cento ottenuto da Gianni Cuperlo (che pure tutto è fuorché l’apparatcik tardo-comunista rappresentato da tanti presunti commentatori) ha segnato la fine di quel che restava non solo del Pci-Pds, ma della sinistra per così dire «storica» italiana. Una sinistra che in Italia c’è ancora, eccome. Ma che vive di ricordi e talvolta di risentimenti, perché non dispone di un insediamento sociale e non esprime né una leadership né un programma né, quel che è peggio, un’idea di Paese. E, priva com’è di un’anima, galleggia annaspando in un presente gramo, senza un filo visibile che la colleghi alla parte migliore del proprio passato, senza una visione capace di prospettarle un futuro: per chi è stato al mondo convinto di venire da lontano e di andare lontano, la peggiore delle condizioni.
Invece Renzi e i renziani del primo cerchio, ammesso che ci sia, non ce l’hanno, un passato, delle radici antiche e profonde che non possono essere scalzate senza che venga giù l’albero e scompaia anche il futuro. Ma sono felicissimi di non averle, nella convinzione che questo non sia un limite, ma un formidabile atout . Nati, cresciuti e pasciuti nell’epoca forse della crisi delle ideologie, sicuramente della postpolitica, vivono in tempo reale, e non solo quando cinguettano. La loro dimensione della politica, o della postpolitica, è quella di un eterno presente. La loro dimensione del comunicare è quella del venditore, se non realizzo entro i tempi promessi quel che vi ho detto vuol dire che sono un buffone e me ne vado, soddisfatti o rimborsati. Niente di nuovo sotto il nostro sole, si dirà, ricorrendo anche a precedenti che, a modo loro, fecero epoca: il copyright del modello è di Silvio Berlusconi, che sottoscrisse da Bruno Vespa (correva l’anno 2001) il suo contratto con gli italiani. Come dire che il renzismo oggi incipiente, domani forse dilagante, in fondo sarebbe una specie di berlusconismo dal volto umano. Forse c’è qualcosa di vero in questo parallelo, ma il nesso tra ieri, oggi e (chissà) domani è più sottile e più profondo insieme.
Nel ventennio incardinato, nel bene e nel male, nell’amore e nell’odio, sulla figura di Berlusconi (il ventennio di formazione di Renzi) non si è stipulato un nuovo patto democratico, e non sono sorti veri partiti nuovi. Ma è cambiata la morfologia politica, sociale e culturale del Paese. E i cambiamenti introdotti nello spirito pubblico appena sotto la scorza del conclamato scontro frontale tra due Italie irriducibilmente ostili sono, con ogni probabilità, irreversibili, e comunque non decifrabili sulla scorta dell’antinomia tra destra e sinistra. Questa vecchia coppia, alla quale molti di noi (compreso, si capisce, chi scrive) restano per tanti motivi irriducibilmente legati, già ci diceva poco sui successi di Berlusconi, e ancora meno su quelli di Beppe Grillo: su Renzi e il renzismo non ci dice letteralmente nulla. Si è parlato e si parla sin troppo, spesso a sproposito, di populismo, in Italia e in Europa. Se smettessimo di utilizzare questo termine come un abracadabra, utile per esorcizzare tutto ciò che le nostre categorie novecentesche non riescono né a cogliere né, tanto meno, a spiegare, forse riusciremmo a capire meglio che, ci piaccia o no, proprio un moderno populismo — trasversale, sfaccettato, poliedrico, tenuto insieme, però, da una diffusa ripulsa non solo della politica tradizionale e dei partiti ridotti a vuoti simulacri, ma pure di ogni sorta di establishment e di élite — è il lascito principale del berlusconismo declinante. Grillo lo cavalca per così dire dal basso, come protesta, collera, contestazione generalizzata. Il Renzi presidente del Consiglio che promette davanti a una platea di artigiani del mobile una stagione non di riforma delle pubbliche amministrazioni, ma di «lotta violenta alla burocrazia», ne fa proprie dall’alto le ragioni e, prima ancora, la psicologia diffusa: senza scomodare Antonio Gramsci e la sua concezione della «rivoluzione passiva», forse nel suo caso potremmo parlare di populismo democratico, incrociando le dita per allontanare il rischio (forte) che si tratti di un ossimoro.
E la sinistra? Se le cose stanno in questi termini, la contesa elettorale europea che si approssima non è la sua. A parte quelli che voteranno Tsipras, meglio stare fermi un giro, leccarsi le ferite, interrogarsi, riflettere, predisporsi a intercettare, se ci saranno, tempi migliori. Nella speranza di disporre nonostante tutto di sette vite. Come i gatti.
Il contratto di Renzi con gli italiani manda in tilt le categorie della sinistra
Corriere della Sera, 15 aprile 2014
«No, il dibattito no!»: dal lontano 1976 il grido disperato che si alza dalla sala nel primo film di Nanni Moretti, Io sono un autarchico, è, a sinistra, quasi un oggetto di culto. E proprio così — «no, il dibattito no!» — verrebbe da urlare di fronte alla contesa che s’è aperta fra Matteo Renzi e i suoi contestatori «di sinistra» nel Pd. Certo non perché questi ultimi siano dei revenant, o peggio dei sabotatori, come pure già si legge quotidianamente, o una sorta di quinta colonna, come prima o poi si leggerà, solo perché contestano il segretario-presidente. Ma, più semplicemente, perché Renzi la sua partita l’ha già vinta; e di conseguenza gli oppositori, se davvero fanno conto, com’è legittimo che sia, su una rivincita, dovrebbero prima di tutto stabilire come e perché hanno perso la loro. Partendo da un dato di fatto incontrovertibile. Il diciassette e poco più per cento ottenuto da Gianni Cuperlo (che pure tutto è fuorché l’apparatcik tardo-comunista rappresentato da tanti presunti commentatori) ha segnato la fine di quel che restava non solo del Pci-Pds, ma della sinistra per così dire «storica» italiana. Una sinistra che in Italia c’è ancora, eccome. Ma che vive di ricordi e talvolta di risentimenti, perché non dispone di un insediamento sociale e non esprime né una leadership né un programma né, quel che è peggio, un’idea di Paese. E, priva com’è di un’anima, galleggia annaspando in un presente gramo, senza un filo visibile che la colleghi alla parte migliore del proprio passato, senza una visione capace di prospettarle un futuro: per chi è stato al mondo convinto di venire da lontano e di andare lontano, la peggiore delle condizioni.
Invece Renzi e i renziani del primo cerchio, ammesso che ci sia, non ce l’hanno, un passato, delle radici antiche e profonde che non possono essere scalzate senza che venga giù l’albero e scompaia anche il futuro. Ma sono felicissimi di non averle, nella convinzione che questo non sia un limite, ma un formidabile atout . Nati, cresciuti e pasciuti nell’epoca forse della crisi delle ideologie, sicuramente della postpolitica, vivono in tempo reale, e non solo quando cinguettano. La loro dimensione della politica, o della postpolitica, è quella di un eterno presente. La loro dimensione del comunicare è quella del venditore, se non realizzo entro i tempi promessi quel che vi ho detto vuol dire che sono un buffone e me ne vado, soddisfatti o rimborsati. Niente di nuovo sotto il nostro sole, si dirà, ricorrendo anche a precedenti che, a modo loro, fecero epoca: il copyright del modello è di Silvio Berlusconi, che sottoscrisse da Bruno Vespa (correva l’anno 2001) il suo contratto con gli italiani. Come dire che il renzismo oggi incipiente, domani forse dilagante, in fondo sarebbe una specie di berlusconismo dal volto umano. Forse c’è qualcosa di vero in questo parallelo, ma il nesso tra ieri, oggi e (chissà) domani è più sottile e più profondo insieme.
Nel ventennio incardinato, nel bene e nel male, nell’amore e nell’odio, sulla figura di Berlusconi (il ventennio di formazione di Renzi) non si è stipulato un nuovo patto democratico, e non sono sorti veri partiti nuovi. Ma è cambiata la morfologia politica, sociale e culturale del Paese. E i cambiamenti introdotti nello spirito pubblico appena sotto la scorza del conclamato scontro frontale tra due Italie irriducibilmente ostili sono, con ogni probabilità, irreversibili, e comunque non decifrabili sulla scorta dell’antinomia tra destra e sinistra. Questa vecchia coppia, alla quale molti di noi (compreso, si capisce, chi scrive) restano per tanti motivi irriducibilmente legati, già ci diceva poco sui successi di Berlusconi, e ancora meno su quelli di Beppe Grillo: su Renzi e il renzismo non ci dice letteralmente nulla. Si è parlato e si parla sin troppo, spesso a sproposito, di populismo, in Italia e in Europa. Se smettessimo di utilizzare questo termine come un abracadabra, utile per esorcizzare tutto ciò che le nostre categorie novecentesche non riescono né a cogliere né, tanto meno, a spiegare, forse riusciremmo a capire meglio che, ci piaccia o no, proprio un moderno populismo — trasversale, sfaccettato, poliedrico, tenuto insieme, però, da una diffusa ripulsa non solo della politica tradizionale e dei partiti ridotti a vuoti simulacri, ma pure di ogni sorta di establishment e di élite — è il lascito principale del berlusconismo declinante. Grillo lo cavalca per così dire dal basso, come protesta, collera, contestazione generalizzata. Il Renzi presidente del Consiglio che promette davanti a una platea di artigiani del mobile una stagione non di riforma delle pubbliche amministrazioni, ma di «lotta violenta alla burocrazia», ne fa proprie dall’alto le ragioni e, prima ancora, la psicologia diffusa: senza scomodare Antonio Gramsci e la sua concezione della «rivoluzione passiva», forse nel suo caso potremmo parlare di populismo democratico, incrociando le dita per allontanare il rischio (forte) che si tratti di un ossimoro.
E la sinistra? Se le cose stanno in questi termini, la contesa elettorale europea che si approssima non è la sua. A parte quelli che voteranno Tsipras, meglio stare fermi un giro, leccarsi le ferite, interrogarsi, riflettere, predisporsi a intercettare, se ci saranno, tempi migliori. Nella speranza di disporre nonostante tutto di sette vite. Come i gatti.
domenica 13 aprile 2014
Mezzogiorno senza turisti
Beppe Severgnini
Why No One Goes to Naples
New York Times, 11 April 2014
NAPLES, Italy — Spring is here. In southern Italy, the sun is shining, the sky is blue and the weather is balmy. Orange blossom fragrances mingle with wafts of jasmine. The food is good, the wine is inexpensive, the locals are friendly and beauty is all around. But where are the tourists?
Why No One Goes to Naples
New York Times, 11 April 2014
NAPLES, Italy — Spring is here. In southern Italy, the sun is shining, the sky is blue and the weather is balmy. Orange blossom fragrances mingle with wafts of jasmine. The food is good, the wine is inexpensive, the locals are friendly and beauty is all around. But where are the tourists?
The
Amalfi Coast, south of Naples, is still a magnet for wealthy Russians
and romantic Americans. Yet Naples itself is a tourist wasteland, and
the rest of southern Italy is largely vacationer-free.
Only
13 percent of tourists who come to Italy go to the Mezzogiorno, as the
south is known. The rest head for the center and north of Italy, or
other Mediterranean countries altogether. German airports sent 223
flights to Spain’s Balearic Islands in one week last summer, and only 17
to southern Italy.
Defensive
Italians, particularly from the prosperous north, will tell you that no
one goes to the south because there’s nothing worth seeing (they’re
wrong). But the lack of tourists in places like Sicily or Calabria is
indicative of a larger, nationwide failure by the country to take
advantage of its most precious resources — in this case, the region’s
natural and cultural beauty.
Poor
marketing is one problem. The Italian Tourist Board spends an
astounding 98 percent of its budget on salaries, with basically nothing
left for its actual job of tourism promotion. The Italian government
tried to boost interest in the southern region with its $50 million Italia.it website, but it still debuted with glitches and inaccuracies.
Or
consider how little regional tourism authorities in Italy coordinate
with one another. Years ago in Shanghai, I came across three separate
delegations representing the same part of Sicily. They also spend
wildly: Until recently the Campania regional authority had a palatial
New York residence on Fifth Avenue.
Infrastructure
is another issue. Italy has wasted time and money fantasizing about a
bridge to Sicily. It was the pet project Silvio Berlusconi would wheel
out during every election campaign. Yet high-speed rail services stop at
Salerno, just beyond Naples, 300 miles to the north. There are trains
in the Mezzogiorno that travel at an average speed of 8.7 miles an hour.
Last
year I took a rail journey from the far northeastern city of Trieste to
Trapani, on the southwestern tip of Sicily. Once I was past Rome, I
found another world.
Metaponto,
in the Basilicata region east of Naples, has a five-track, marble-clad
rail station, paid for by $25 million in European Union funds. But the
last train out is an 8:21 a.m. express to Rome. If you want to go
anywhere else, you have to take a bus. Farther south, the small
locomotive coughing its way along the Ionian coast has to stop as
ice-cream-toting teenagers cross the track on their way to the beach.
Nor
are the roads any better. Upgrades on the Salerno-Reggio Calabria
highway have been going on for 29 years amid a tangle of inflated costs,
corruption and Mafia threats. There are stretches where construction
work has had to be protected by the army.
This
isn’t a regional failure; it’s a national one. Tourism ought to be to
southern Italy what oil is to Norway: a blessing and a source of wealth.
And
the south could certainly use it. Annual gross domestic product in the
south is just over $21,000 per capita, compared with $43,000 in the
center and north. Nearly two out of three young southerners have no job.
Across Europe 64 percent of women work; in Campania, only 28 percent
do.
What
does this sorry tale say about Italy as a whole? Across the country,
tourism is going from being a given to being a missed opportunity. In
the 1970s, Italy was the world’s No. 1 tourist destination. Today, it
has slid to fifth place behind France, America, China and Spain. As late
as the early 2000s, 6 percent of the world’s tourists came here. Now
only 4 percent do.
It
also highlights Italy’s poor state of coordination across sectors of
society. Despite still being a major destination for vacationers, Italy
doesn’t even have a minister for tourism, as other European countries
do. Infighting is the norm. Hotel owners argue with vacation rental
agencies. Public enterprises and the private sector wage war.
Neighboring regions don’t speak to one another. Do you know why flights
and trains to Calabria fail to hook up with the ferries that cross the
Strait of Messina? Because Calabria doesn’t want to see tourists
siphoned off to Sicily.
Finally,
the story of southern Italy’s tourism-fail illustrates the country’s
inability to grasp how scattershot public funding means waste, not
investment. Since World War II, the government has poured $550 billion
into the Mezzogiorno, to no avail. By almost every measure, it is
actually worse off relative to the rest of the country than it was 60
years ago.
Let’s
keep our fingers crossed that the new prime minister, Matteo Renzi, can
follow through on his promised reforms. The same things that would make
Italy good for Italians — efficient transport, lower taxes, fairer
prices, respect for the environment — would also transform southern
Italy, and the rest of the country, into a paradise for vacationers.
giovedì 10 aprile 2014
Dieci domande su Lilli Gruber conduttrice
Aldo Grasso
La tv di Lilli Gruber in dieci domande
Corriere della Sera, 10 aprile 2014
Le dieci domande che dobbiamo porci mentre guardiamo «8 e mezzo» di Lilli Gruber (si fa per scherzare, ognuno è libero di rispondere come vuole, magari su «TeleVisioni» il forum di corriere.it).
1) Lilli ha un’ideologia? Certamente, come tutti. Diciamo che il suo è un sinistrismo ben temperato dall’Auditel.
2) Come sceglie gli argomenti? Legge i giornali, ascolta la redazione. Il più delle volte, a caso. Molto dipende dagli ospiti che si trovano, forse anche dagli agenti delle starlet tv.
3) E come gestisce gli ospiti? A seconda delle sue preferenze, politiche e personali. Con alcuni è più «duretta», con altri più morbida, scopertamente.
4) A proposito di domande, perché alcune sono lunghe, verbose e altre stringate? La durata della domanda è la cartina di tornasole dei conduttori. Quando la domanda è lunga significa che vogliono imporre il proprio punto di vista, quando è concisa significa che assecondano l’interlocutore.
5) Perché Lilli interrompe spesso i suoi ospiti, specie quelli che sono in collegamento? Risposta di tipo tecnico. L’interruzione serve per mantenere alto il ritmo della trasmissione e un buon conduttore è anche un metronomo. Risposta di tipo politico. Si interrompono le persone che la pensano diversamente da noi. Non dalle domande ma dalle interruzioni si svela l’ideologia del programma.
6) Perché a metà programma c’è «Il punto di Paolo Pagliaro»? Perché è un suo amico, perché Lilli vuol far vedere che ha studiato e si è preparata.
7) Perché ci sono sempre alcuni interlocutori fissi? In pubblico, tutti abbiamo bisogno di una spalla.
8) Perché invita anche blogger sconosciuti? Per far dire loro le cose più sgradevoli.
9) Perché Lilli fa le boccucce? È una civetteria.
10) Perché presenta anche libri? È una dolce paraguru, come tanti altri conduttori.
La tv di Lilli Gruber in dieci domande
Corriere della Sera, 10 aprile 2014
Le dieci domande che dobbiamo porci mentre guardiamo «8 e mezzo» di Lilli Gruber (si fa per scherzare, ognuno è libero di rispondere come vuole, magari su «TeleVisioni» il forum di corriere.it).
1) Lilli ha un’ideologia? Certamente, come tutti. Diciamo che il suo è un sinistrismo ben temperato dall’Auditel.
2) Come sceglie gli argomenti? Legge i giornali, ascolta la redazione. Il più delle volte, a caso. Molto dipende dagli ospiti che si trovano, forse anche dagli agenti delle starlet tv.
3) E come gestisce gli ospiti? A seconda delle sue preferenze, politiche e personali. Con alcuni è più «duretta», con altri più morbida, scopertamente.
4) A proposito di domande, perché alcune sono lunghe, verbose e altre stringate? La durata della domanda è la cartina di tornasole dei conduttori. Quando la domanda è lunga significa che vogliono imporre il proprio punto di vista, quando è concisa significa che assecondano l’interlocutore.
5) Perché Lilli interrompe spesso i suoi ospiti, specie quelli che sono in collegamento? Risposta di tipo tecnico. L’interruzione serve per mantenere alto il ritmo della trasmissione e un buon conduttore è anche un metronomo. Risposta di tipo politico. Si interrompono le persone che la pensano diversamente da noi. Non dalle domande ma dalle interruzioni si svela l’ideologia del programma.
6) Perché a metà programma c’è «Il punto di Paolo Pagliaro»? Perché è un suo amico, perché Lilli vuol far vedere che ha studiato e si è preparata.
7) Perché ci sono sempre alcuni interlocutori fissi? In pubblico, tutti abbiamo bisogno di una spalla.
8) Perché invita anche blogger sconosciuti? Per far dire loro le cose più sgradevoli.
9) Perché Lilli fa le boccucce? È una civetteria.
10) Perché presenta anche libri? È una dolce paraguru, come tanti altri conduttori.
martedì 8 aprile 2014
Ruanda, le colpe della Francia
Anais Ginori
Rwanda
“Parigi complice del genocidio”
la Repubblica, 9 aprile 2014
PARIGI. Non uno ma tanti segreti. Un mistero lungo vent’anni che continua a perseguitare l’immagine della Francia, proprio in un momento in cui Parigi cerca di tornare protagonista in Africa. «In questi Paesi un genocidio non è troppo importante». Non si sa se François Mitterrand abbia davvero pronunciato questa frase, riportata dal giornalista e scrittore americano Philip Gourevitch, quando iniziò nell’aprile 1994 il genocidio dei Tutsi in Ruanda. Di sicuro, però, gli archivi di Stato custodiscono molte delle risposte alle troppe domande che ancora ci sono sul ruolo dell’esercito francese e sull’amicizia dell’Eliseo con l’allora regime hutu.
Il presidente del Ruanda, Paul Kagame, si è di nuovo scagliato, senza nominarla, contro la Francia. «Nessun Paese è così potente da poter cambiare i fatti» ha detto nel giorno del ventennale dell’eccidio, per poi aggiungere in francese: «Dopo tutto, i fatti sono cocciuti». L’ambasciatore a Kigali, Michel Flesch, è stato definito “persona non grata” alle celebrazioni, provocando un nuovo incidente diplomatico. «Accuse indegne e ingiuste» ha commentato ieri il nuovo premier Manuel Valls, parlando all’Assemblée Nationale.
Una dichiarazione che liquida i tanti punti ancora da chiarire sull’ultimo genocidio del Novecento: 800mila vittime in poco più di cento giorni. Quando è stato avvertito il governo di Parigi dei massacri che si stavano preparando? Quando ha finalmente interrotto il rifornimento di armi al regime Hutu? Ci sono state complicità o solo omissioni da parte del comando francese della missione Onu “Turquoise”? E infine: quale è stato il ruolo dei servizi segreti e chi ha organizzato l’abbattimento del Falcon su cui viaggiava il presidente Juvénal Habyarimana il 6 aprile 1994, episodio che ha poi dato inizio alla guerra civile?
Su quest’ultima domanda ci sarà forse una risposta della magistratura francese che, dopo un lungo lavoro di ricostruzione, dovrebbe emettere una sentenza prima dell’estate. Un primo passo verso la verità. Non certo sufficiente. «È tempo di aprire gli archivi di Stato per fare entrare il genocidio del Ruanda nella Storia »scrive Le Mondein primapagina. Molti ricordano che Parigi appoggiò già dai primi anni Novanta il regime di Habyarimana, foraggiando e addestrando il suo esercito contro il Fronte patriottico. Arrivato al potere, Kagame ha sempre parlato di connivenza e complicità, accusando in particolare la Francia, che nel ‘94 sotto l’egida dell’Onu aveva 2.500 soldati, e il Belgio, ex potenza coloniale che aveva mal digerito l’indipendenza ottenuta dal piccolo Paese africano nel 1961.
Alcuni cablogrammi dimostrano che il ministero degli Esteri e l’Eliseo sapevano della pulizia etnica in corso. Dopo l’inizio dei massacri, Mitterrand è stato l’unico leader occidentale a ricevere il governo provvisorio Hutu che stava conducendo i massacri. Ci sono prove della vendita di armi da parte di alcuni mercanti collegati a Parigi. E quando comincia l’operazione “Turquoise”, a partire dal giugno ‘94, molte testimonianze ricordano che i militari francesi non hanno impedito lo sterminio dei Tutsi, in nome di una presunta “neutralità”. Anzi, secondo quanto rivela Guillaume Ancel, la missione «non era umanitaria ma militare». «Dovevamo aiutare il regime Hutu a riconquistare il paese» racconta Ancel che aveva 28 anni quando arrivò in Ruanda per partecipare all’operazione Turquoise e ora pubblica un libro su questa oscura pagina di storia.
Il presidente ruandese rilancia le accuse mentre è a sua volta sospettato di aver ordinato l’uccisione di oppositori politici in esilio e di fomentare la pulizia etnica in Congo. Kagame cita un rapporto del 2008, presentato dal ministero della Giustizia ruandese, che documenta il ruolo, tra gli altri, di Mitterrand, dell’ex premier Edouard Balladur, del ministro degli Esteri Alain Juppé e del direttore del suo gabinetto Dominique de Villepin. Ancora una volta, la classe politica francese fa muro contro le gravi insinuazioni. Nel 1998 una commissione parlamentare aveva riconosciuto solo «errori di valutazione ». Con il tempo, il silenzio ufficiale diventa insostenibile. E nonostante le strumentalizzazioni politiche di Kagame, le domande che attendono risposta sono sempre più pressanti.
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Colette Braeckman
Le Rwanda est devenu une histoire française
Le Soir, 6 avril 2014
Rwanda
“Parigi complice del genocidio”
la Repubblica, 9 aprile 2014
PARIGI. Non uno ma tanti segreti. Un mistero lungo vent’anni che continua a perseguitare l’immagine della Francia, proprio in un momento in cui Parigi cerca di tornare protagonista in Africa. «In questi Paesi un genocidio non è troppo importante». Non si sa se François Mitterrand abbia davvero pronunciato questa frase, riportata dal giornalista e scrittore americano Philip Gourevitch, quando iniziò nell’aprile 1994 il genocidio dei Tutsi in Ruanda. Di sicuro, però, gli archivi di Stato custodiscono molte delle risposte alle troppe domande che ancora ci sono sul ruolo dell’esercito francese e sull’amicizia dell’Eliseo con l’allora regime hutu.
Il presidente del Ruanda, Paul Kagame, si è di nuovo scagliato, senza nominarla, contro la Francia. «Nessun Paese è così potente da poter cambiare i fatti» ha detto nel giorno del ventennale dell’eccidio, per poi aggiungere in francese: «Dopo tutto, i fatti sono cocciuti». L’ambasciatore a Kigali, Michel Flesch, è stato definito “persona non grata” alle celebrazioni, provocando un nuovo incidente diplomatico. «Accuse indegne e ingiuste» ha commentato ieri il nuovo premier Manuel Valls, parlando all’Assemblée Nationale.
Una dichiarazione che liquida i tanti punti ancora da chiarire sull’ultimo genocidio del Novecento: 800mila vittime in poco più di cento giorni. Quando è stato avvertito il governo di Parigi dei massacri che si stavano preparando? Quando ha finalmente interrotto il rifornimento di armi al regime Hutu? Ci sono state complicità o solo omissioni da parte del comando francese della missione Onu “Turquoise”? E infine: quale è stato il ruolo dei servizi segreti e chi ha organizzato l’abbattimento del Falcon su cui viaggiava il presidente Juvénal Habyarimana il 6 aprile 1994, episodio che ha poi dato inizio alla guerra civile?
Su quest’ultima domanda ci sarà forse una risposta della magistratura francese che, dopo un lungo lavoro di ricostruzione, dovrebbe emettere una sentenza prima dell’estate. Un primo passo verso la verità. Non certo sufficiente. «È tempo di aprire gli archivi di Stato per fare entrare il genocidio del Ruanda nella Storia »scrive Le Mondein primapagina. Molti ricordano che Parigi appoggiò già dai primi anni Novanta il regime di Habyarimana, foraggiando e addestrando il suo esercito contro il Fronte patriottico. Arrivato al potere, Kagame ha sempre parlato di connivenza e complicità, accusando in particolare la Francia, che nel ‘94 sotto l’egida dell’Onu aveva 2.500 soldati, e il Belgio, ex potenza coloniale che aveva mal digerito l’indipendenza ottenuta dal piccolo Paese africano nel 1961.
Alcuni cablogrammi dimostrano che il ministero degli Esteri e l’Eliseo sapevano della pulizia etnica in corso. Dopo l’inizio dei massacri, Mitterrand è stato l’unico leader occidentale a ricevere il governo provvisorio Hutu che stava conducendo i massacri. Ci sono prove della vendita di armi da parte di alcuni mercanti collegati a Parigi. E quando comincia l’operazione “Turquoise”, a partire dal giugno ‘94, molte testimonianze ricordano che i militari francesi non hanno impedito lo sterminio dei Tutsi, in nome di una presunta “neutralità”. Anzi, secondo quanto rivela Guillaume Ancel, la missione «non era umanitaria ma militare». «Dovevamo aiutare il regime Hutu a riconquistare il paese» racconta Ancel che aveva 28 anni quando arrivò in Ruanda per partecipare all’operazione Turquoise e ora pubblica un libro su questa oscura pagina di storia.
Il presidente ruandese rilancia le accuse mentre è a sua volta sospettato di aver ordinato l’uccisione di oppositori politici in esilio e di fomentare la pulizia etnica in Congo. Kagame cita un rapporto del 2008, presentato dal ministero della Giustizia ruandese, che documenta il ruolo, tra gli altri, di Mitterrand, dell’ex premier Edouard Balladur, del ministro degli Esteri Alain Juppé e del direttore del suo gabinetto Dominique de Villepin. Ancora una volta, la classe politica francese fa muro contro le gravi insinuazioni. Nel 1998 una commissione parlamentare aveva riconosciuto solo «errori di valutazione ». Con il tempo, il silenzio ufficiale diventa insostenibile. E nonostante le strumentalizzazioni politiche di Kagame, le domande che attendono risposta sono sempre più pressanti.
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Colette Braeckman
Le Rwanda est devenu une histoire française
Le Soir, 6 avril 2014
Indigné par les accusations formulées par M. Kagame, Paris a
décommandé la représentation française à la commémoration du génocide,
estimant que les propos tenus portaient atteinte à l’honneur de la
France. Les griefs en effet sont parmi les plus graves qui soient
:préparation d’un génocide et participation à son exécution !
Ces reproches reposent non seulement sur la connaissance des faits par les Rwandais eux-mêmes (les troupes du FPR savaient parfaitement que les canons de 102 mm qui semaient la mort dans leurs rangs étaient actionnés par des artilleurs français) mais sur les révélations qui se multiplient en France même et suscitent une importante production éditoriale. En outre, vingt ans après la tragédie, la « Grande Muette » commence à rompre la règle du silence ; interrogé par France Culture, un officier aujourd’hui retraité explique cette semaine qu’en 1994, dans le cadre de l’opération Turquoise présentée comme « humanitaire », il avait pour mission d’empêcher le FPR de s’emparer de Kigali, de barrer la route aux rebelles en les bombardant et de conduire l’armée hutue en déroute vers le Kivu, dotée de tout son arsenal militaire, afin de préparer une revanche. Sur pression du Premier Ministre Edouard Balladur, qui menaçait de démissionner et s’opposait à l’Elysée, l’opération Turquoise fut finalement ramenée à sa dimension humanitaire. Mais à Bisesero, dans la « zone humanitaire sûre » qu’ils avaient créée et qui abritait les tueurs, les Français, -qui n’étaient pas là pour cela- négligèrent durant plusieurs jours de se porter au secours de milliers de Tutsis assiégés et qui espéraient leur aide.
L’armée française, malgré les comités de soutien, les professions de foi et la littérature de commande, ne s’est jamais guérie du Rwanda : elle est malade de ce qu’elle a vu et fait, malade de ceux qu’elle a soutenus, malade aussi des ordres reçus et exécutés, sans oublier certaines « bavures » comme des cas de viol rapportés par des témoins locaux.
S’agît il pour autant de la « préparation » d’un génocide et de la « participation » à son exécution ? Il appartiendra à d’éventuels tribunaux ou commissions d’enquête d’en décider mais ce qui est certain, c’est que la cellule africaine de l’Elysée, en soutenant jusqu’au bout les extrémistes hutus, a pris le risque de les voir mettre en œuvre une solution finale et malgré les paravents humanitaires, elle s’est montrée indifférente au calvaire des Tutsis.
Une certaine France a donné au « Hutu power » les moyens de son action, elle a soutenu jusqu’au bout ses dirigeants et aujourd’hui encore elle s’obstine dans le déni. Il faudra plus qu’un procès d’assisses et quelques gestes de bonne volonté pour dépasser cette histoire là : comme l’affaire Dreyfus, comme le procès Papon, le Rwanda est aussi devenu un enjeu français.
Ces reproches reposent non seulement sur la connaissance des faits par les Rwandais eux-mêmes (les troupes du FPR savaient parfaitement que les canons de 102 mm qui semaient la mort dans leurs rangs étaient actionnés par des artilleurs français) mais sur les révélations qui se multiplient en France même et suscitent une importante production éditoriale. En outre, vingt ans après la tragédie, la « Grande Muette » commence à rompre la règle du silence ; interrogé par France Culture, un officier aujourd’hui retraité explique cette semaine qu’en 1994, dans le cadre de l’opération Turquoise présentée comme « humanitaire », il avait pour mission d’empêcher le FPR de s’emparer de Kigali, de barrer la route aux rebelles en les bombardant et de conduire l’armée hutue en déroute vers le Kivu, dotée de tout son arsenal militaire, afin de préparer une revanche. Sur pression du Premier Ministre Edouard Balladur, qui menaçait de démissionner et s’opposait à l’Elysée, l’opération Turquoise fut finalement ramenée à sa dimension humanitaire. Mais à Bisesero, dans la « zone humanitaire sûre » qu’ils avaient créée et qui abritait les tueurs, les Français, -qui n’étaient pas là pour cela- négligèrent durant plusieurs jours de se porter au secours de milliers de Tutsis assiégés et qui espéraient leur aide.
L’armée française, malgré les comités de soutien, les professions de foi et la littérature de commande, ne s’est jamais guérie du Rwanda : elle est malade de ce qu’elle a vu et fait, malade de ceux qu’elle a soutenus, malade aussi des ordres reçus et exécutés, sans oublier certaines « bavures » comme des cas de viol rapportés par des témoins locaux.
S’agît il pour autant de la « préparation » d’un génocide et de la « participation » à son exécution ? Il appartiendra à d’éventuels tribunaux ou commissions d’enquête d’en décider mais ce qui est certain, c’est que la cellule africaine de l’Elysée, en soutenant jusqu’au bout les extrémistes hutus, a pris le risque de les voir mettre en œuvre une solution finale et malgré les paravents humanitaires, elle s’est montrée indifférente au calvaire des Tutsis.
Une certaine France a donné au « Hutu power » les moyens de son action, elle a soutenu jusqu’au bout ses dirigeants et aujourd’hui encore elle s’obstine dans le déni. Il faudra plus qu’un procès d’assisses et quelques gestes de bonne volonté pour dépasser cette histoire là : comme l’affaire Dreyfus, comme le procès Papon, le Rwanda est aussi devenu un enjeu français.
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