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mercoledì 23 settembre 2026

Piemonte liberale

 

Paolo Bagnoli
È il Piemonte la casa del liberalismo 

La Stampa, 23 settembre 2026

Il Piemonte è il luogo del liberalismo politico. In nessun’altra regione d’Italia, infatti, troviamo una presenza così numerosa e caratterizzata da forti personalità quale quella che registra il Piemonte e che costituisce le radici dell’Italia unita. È una filiera lunga che nasce naturalmente da Cavour annoverando, dopo il Conte, Giovanni Giolitti, Luigi Einaudi, Marcello Soleri, Piero Gobetti, Filippo Burzio. A questa filiera appartiene anche Valerio Zanone, ma ci piace ricordare pure Eugenio Artom il cui volume Lineamenti della crisi sociale (Utet, 1921) viene recensito da Carlo Rosselli su la Critica Sociale. Ognuna delle personalità sopra ricordate ha caratteristiche che in parte differenziano, com’è naturale che sia, l’uno dall’altro, ma al di là della concezione di significato di cosa voglia dire liberalismo, si riscontra pure un terreno che in buona parte accomuna alcuni di loro.

Cavour fu il grande regista dell’unità nazionale. Il compito che la storia gli assegnò fu quello di fare lo Stato italiano, impresa ardua e che non ebbe modo di portare a termine. Egli, tuttavia, la condusse in fedeltà a un’idea di libertà costituzionale che conteneva nei principi le basi per costruire una realtà storica nuova, di stampo laico e civile, altro rispetto alle angustie di una dinastia con prevalenti doti di gelosia e esclusività del proprio ruolo – un qualcosa che veniva prima del dovere del compito – e che si concepiva – cosa mai smessa, Pietro Badoglio ne è l’ultimo disperato e drammatico esempio – quale dinastia militare. Fare uno Stato era un’altra cosa, più complessa e difficile, che non poteva basarsi solo su una concezione militaresca del potere politico.

A un compito per molti aspetti simile a quello di Cavour si trovò nel primo decennio del Novecento Giovanni Giolitti. Lo Stato aveva bisogno di farsi a fronte del contesto sociale nuovo cui si trovava il Paese, per cui il principio liberale che aveva ispirato l’azione del Conte era certo necessario, ma non sufficiente perché le questioni sul tappeto, anche quelle di natura internazionale, richiedevano una visione nuova da innervare nella primigenia fondamenta del liberalismo i fatti della democrazia. Non vogliamo qui entrare nel tanto dibattuto problema sul giudizio da dare del periodo giolittiano ma, qualunque esso possa essere, non si può negare che a entrambi spetta, a ragione, il titolo di “statisti”. Con Giolitti il liberalismo politico aveva fatto enormi passi avanti in quanto il liberalismo giolittiano, per farsi, Risdeve farsi anche democrazia, soprattutto da un punto di vista sociale.

Cavour e Giolitti hanno una rilevanza storica di statisti, un titolo che talora accompagna esperienze di uomini politici di alto livello, ma che, rispetto a quelle di Cavour e di Giolitti, non avevano lo stesso problema: un problema primario, si guardi bene, da affrontare. Sicuramente da affiancare a Cavour e Giolitti quali “statisti”, abbinerei Alcide De Gasperi che si trovò, anche lui, a fronteggiare il medesimo problema: ricostruire uno Stato dopo la dittatura e le devastazioni della guerra. E anche De Gasperi era un cattolico, ma liberale: poi, più in generale, appartengono alla categoria del liberalismo tutti coloro che si riconoscono nella Repubblica e nei principi della Costituzione.

Se il cavourismo rappresenta un liberalismo legato al Risorgimento, quello di Giolitti, data la stagione storica in cui si colloca, segna in profondità lo sviluppo del liberalismo. In tale scia, si collocano Marcello Soleri, Filippo Burzio, Artom e pure Valerio Zanone. In altra parte metterei Luigi Einaudi, il cui liberalismo ha una matrice anglo-sassone e non di tipo sociale. Naturalmente, c’è Piero Gobetti il cui liberalismo risolve se stesso operando in termini rivoluzionari, ossia palingenetici, per un’Italia del tutto altro rispetto a quella nata con il Risorgimento. Di esso non sottopone a critica i fatti quanto i principi che lo hanno mosso non permettendo al Paese di attuare, nella cornice della formula della “rivoluzione liberale”, quella “rivoluzione democratica” che avrebbe dovuto portarlo alla conquista della modernità. Eppure in Zanone, intelletuale finissimo, ex segretario del Pli, ministro e sindaco di Torino, un filo interpretativo del liberalismo tra Giolitti e Gobetti si tende.

È il farsi del liberalismo. Il primo articolo di Zanone su Gobetti è del 1970; scrive: «Il dato peculiare della sua personalità fu la capacità di conciliare la missione intellettuale di chi si sente votato “al dubbio tragico del pensiero” con una autentica vocazione economica per la funzione imprenditoriale». Non si riferisce, certo, a una presunta vocazione commerciale o manufatturiera di Gobetti, quanto al suo inserirsi nella realtà della vita con opere le cui radici risiedevano nella missione intellettuale cui si era dedicato.

Due anni dopo, nel saggio Il liberalismo moderno, pubblicato nella Storia delle idee politiche, economiche e sociali, la concezione del farsi del liberalismo si riscontra ancora in Gobetti nel suo apparentare «la pervicace eresia del liberalismo (…) con lo spirito delle prime democrazie protestanti» e «nel tentativo di innestare la teoria della classe politica di Mosca e Pareto sulla dottrina della lotta di classe». Pur non andando a fondo, dottrinariamente, di quello che è l’elitismo democratico di Gobetti, certo abbiamo la conferma che la connotazione del liberalismo risiede nel suo farsi concreto in ogni ambito della vita vissuta.

Il paragone tra Giolitti e Gobetti può sembrare paradossale, ma poiché, nella valutazione dell’indirizzo politico ciò che conta è l’intenzione, bisogna avere la pazienza di scavare ancora senza lasciarsi prendere dal sempre presente senso comune. La prova più alta di essere, nella sostanza, uno storico delle dottrine politiche Valerio Zanone la fornisce proprio nel citato saggio Il liberalismo moderno. Nel paragrafo che dedica a I liberali italiani, a proposito dello statista di Dronero scrive: «Il disegno politico di Giolitti puntava al riconoscimento della funzione esercitata dal socialismo e sul piano sociale all’integrazione delle classi popolari nella società nazionale, per la conservazione dell’ordine tradizionale contro il “turbine” rivoluzionario. Il terreno d’incontro non poteva che essere quello di un effettivo riformismo sociale, capace di porre termine alla lotta di classe e di riconciliare le classi lavoratrici con le istituzioni liberali». E a proposito di Gobetti scrive: «Il suo liberalismo fu la breve e intensa stagione di una minoranza eroica, animata da una donchisciottesca, disperata religiosità civile, il sogno di un radicale rinnovamento certo sproporzionato alle possibilità e ai limiti del nostro paese; il liberalismo di Croce fu per mezzo secolo l’imperium di un magistero culturale di rilevanza europea».

Al di là di tutte le polemiche, le diversità e pure la persistenza di modelli storiografico-politici vi è un punto di fondo: l’Italia, divenuta una, necessitava di un assetto democratico; una questione presente e premente alle porte della storia del Paese chiusasi la stagione del post-Risorgimento e drammaticamente cambiato lo scenario nazionale dopo il conflitto. Qui si pone la questione della democrazia che, per Giolitti, si matura in termini di liberalismo sociale, per Gobetti, che critica, ma non nega con accenti di vicinanza e di delusione, proprio perché l’entente Giolitti-Turati ha mancato sia nel cambiare la postura del liberalismo - che non è una questione riguardante l’arte di governare lo Stato - sia nel pieno assolvimento della concezione del socialismo che, per Turati, non dimentichiamolo, era “rivoluzione sociale”. Occorre un rinnovamento generale sia di classe dirigente sia di azione libertaria proveniente dal basso concretizzando il senso della libertà in un cambiamento che investisse nel suo complesso il dato storico dell’Italia.

Le conseguenze della guerra, in fondo, avevano dimostrato che la ventata reazionaria era, in buona sostanza, il frutto del fallimento del liberalismo quale azione di governo di cui Giolitti era stato il protagonista di più alto livello e solo una sua concezione rivoluzionaria avrebbe potuto cambiare, con una primaria consapevolezza etica, l’esserci di uno stato sulla base fondante di un nuovo modo di intendere e praticare la lotta politica.

Zanone, in una riflessione che abbraccia motivi ideali, storici, politici e morali, è all’incrocio di queste due derivazioni liberali; di ciò è consapevole in modo fermo. Cosa significa, allora, per Zanone essere liberali? Lo chiarisce nel 1996: «La cultura politica in cui mi riconosco è (…) fondata sul connubio indissolubile fra liberalismo e democrazia. Mi riconosco nella democrazia liberale con l’avvertenza che nella locuzione l’aggettivo è, per me, più importante del nome. Dall’associazione fra liberalismo e democrazia discendono conseguenze culturali che producono a loro volta opzioni rilevanti nella prassi politica». Ecco dove, in lui, i poli opposti del giolittismo e del gobettismo finiscono per sciogliersi. Può apparire paradossale ma, se così non è, non si comprende il riferirsi all’uno e all’altro di questi dati per dare ragione del suo essere un liberale; di un liberalismo quale concretezza, non solo ideale, ma fattuale della storia. Zanone, consapevole che la democrazia non risolve, in via di principio, le questioni sociali che nel suo sistema vi sono, così chiarisce: «Per il liberaldemocratico la sintesi fra libertà ed eguaglianza riguarda non solo i punti di partenza ma anche i risultati nel senso che riconosce ai meno fortunati il diritto alla protezione sociale. Ciò comporta, seppure in maniera variabile, l’accentuazione di quella funzione redistributiva dello Stato sociale che incontra invece l’avversione del liberalismo almeno nelle sue accezioni più intransigenti».

 

domenica 8 giugno 2014

Cavour sul letto di morte



I napoletani, la corruzione e la libertà 

Mercoledì 29 maggio 1861 Cavour rientrò in casa esausto e preoccupato. La notte si sentì male e il mattino seguente gli furono praticati tre salassi. Di giorno in giorno il peggioramento divenne evidente. La malattia di Cavour era una malaria perniciosa con accessi di febbre intermittente accompagnati da delirio.
Il martedì sera, 4 giugno, essendosi diffusa in Torino la notizia della gravità della malattia, il palazzo Cavour fu come assediato dalla popolazione e si dovette tenerlo aperto tutta la notte. Fuori, per le strade adiacenti, vegliava in silenzio una folla
cupa e desolata, a tratti minacciosa per il timore che il clero rifiutasse i sacramenti al presidente del Consiglio.
Il 5 giugno, verso le nove, il sovrano venne a visitare l'ammalato. Il conte lo riconobbe e gli chiese subito se fosse giunto dalla Francia il riconoscimento del Regno d'Italia. E aggiunse: «Sire, ho tante cose da comunicarvi, ma sono troppo malato». Le sue parole passarono allora alla questione che più lo assillava: il Meridione o, com'egli diceva, i napoletani, cioè gli ex-sudditi del regno di Napoli.
Quando Vittorio Emanuele si fu accomiatato, Cavour cominciò a delirare. Le sue parole furono raccolte e messe poi per iscritto dalla nipote Giuseppina Alfieri, che assisteva amorevolmente lo zio; William de La Rive le riporta nel penultimo capitolo del suo Le comte de Cavour, la biografia apparsa nel 1862, l'anno seguente alla morte dello statista, a Parigi (traduzione italiana 1911 e, con il titolo Vita di Cavour, 1951, Rizzoli-Bur). Ecco le parole estreme di Cavour: 

"L'Italie du Nord est faite, il n'y a plus ni Lombards, ni Piémontais, ni Toscans, ni Romagnols: nous sommes tous Italiens; mais il y a encore les Napolitains. Oh! Il y a beaucoup de corruption dans leur pays. Ce n'est pas leur faute, pauvres gens, ils ont été si mal gouvernés! C'est ce coquin de Ferdinand. Non, non, un gouvernement aussi corrupteur ne peut être restauré, la Providence ne le permettra pas. Il faut moraliser le pays, élever l'enfance et la jeunesse, créer des salles d'asile, des collèges militaires, mais ce ne sera pas en injuriant les Napolitains qu'on les modifiera... Pas d'état de siège, pas de ces moyens des gouvernements absolus. Je les gouvernerai avec la liberté... Dans vingt ans ce seront les provinces les plus riches d'Italie. Non, pas d'état de siège"...

L'Italia del Settentrione è fatta, non vi sono più né Lombardi, né Piemontesi, né Toscani, né Romagnoli, noi siamo tutti italiani; ma vi sono ancora i Napoletani. Oh! vi è molta corruzione nel loro paese. Non è colpa loro, povera gente: sono stati così mal governati! E quel briccone di Ferdinando! No, no, un governo così corruttore non può essere più restaurato: la Provvidenza non lo permetterà. Bisogna moralizzare il paese, educar l'infanzia e la gioventù, crear sale d'asilo, collegi militari: ma non si pensi di cambiare i Napoletani ingiuriandoli. Essi mi domandano impieghi, croci, promozioni. Bisogna che lavorino, che siano onesti, ed io darò loro croci, promozioni, decorazioni; [ma soprattutto non lasciar passargliene una: l'impiegato non deve nemmeno esser sospettato.] Niente stato d'assedio, nessun mezzo da governo assoluto. Tutti son capaci di governare con lo stato d'assedio. Io li governerò con la libertà, e mostrerò ciò che possono fare di quel bel paese dieci anni di libertà. In venti anni saranno le provincie più ricche d'Italia. No, niente stato d'assedio...

Ettore Passerin d'Entrèves, L'ultima battaglia politica del conte di Cavour. I problemi dell'unificazione, Ilte, Torino 1956. 

sabato 19 aprile 2014

Hotel Gramsci: l'intervento di Luciana Castellina


Luciana Castellina
Ben venga "Hotel Gramsci"
il manifesto, 19 aprile 2014

Ho letto l’appello* che alcuni com­pa­gni hanno rivolto al sin­daco di Torino per pro­te­stare con­tro l’iniziativa dell’Immobiliare Car­lina di inti­to­lare ad Anto­nio Gram­sci l’hotel che la società intende aprire nel vec­chio edi­fi­cio ristrut­tu­rato di sua pro­prietà dove, ai tempi dell’Ordine Nuovo, egli aveva, per breve periodo, abi­tato. E, nei giorni scorsi, sulle pagine del mani­fe­sto, un vio­lento arti­colo di Angelo d’Orsi in cui attacca l’Istituto Gram­sci Tori­nese per aver deciso di for­nire volumi di Gram­sci, in ita­liano e in lin­gue estere, che andranno col­lo­cati in una sala di let­tura del nuovo albergo.
Con­fesso di non capire il senso della polemica.
Certo, anche io, al primo momento, quando ho saputo la cosa, mi sono sen­tita col­pita. Subito dopo ho però pen­sato che se c’erano tanti alber­ghi inti­to­lati a Maz­zini, Mas­simo d’Azeglio, Cavour, Gari­baldi, non si capi­sce per­ché non dovrebbe esser­cene uno inti­to­lato a Gram­sci. Per­ché Gram­sci è comu­ni­sta e gli altri no? Ma non è forse che è pro­prio per­ché Gram­sci è comu­ni­sta che fino ad oggi non c’è stato nes­sun albergo a lui inti­to­lato? Non è forse bene che anche Gram­sci sia ricor­dato come un pro­ta­go­ni­sta della sto­ria d’Italia, sia pure per via del nome di un albergo?
Vi dirò che l’idea che un turi­sta stra­niero in visita a Torino arrivi in quel luogo e domandi chi mai era que­sto Gram­sci e ci sia qual­cuno che gli risponda che si tratta del più grande lea­der comu­ni­sta a me fa pia­cere. Parere ana­logo a quello, mi pare, espresso del resto dal nipote, Anto­nio Gram­sci jr, in una recente inter­vi­sta. Il guaio sarebbe che l’albergo è di lusso? Andiamo! Andrebbe invece meglio se si trat­tasse di una brutta gargotta?
Che poi ci vor­rebbe ben altro per ricor­dare la figura e l’opera di Gram­sci, che né le isti­tu­zioni pub­bli­che e nem­meno quelle poli­ti­che di sini­stra fanno quanto è neces­sa­rio, que­sto è un altro discorso. E forse la sto­ria dell’albergo potrebbe essere una buona occa­sione per una cam­pa­gna seria intesa a insi­stere per­ché Anto­nio Gram­sci venga ricor­dato in Ita­lia come si dovrebbe. Que­sto sarebbe utile, assai più di que­sta un po’ ridi­cola crociata.


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In questa brutta vicenda fatta di accuse rivolte a chi vorrebbe sbarazzarsi di un nume tutelare, la finezza e l'eleganza dello stile starebbero nel rispettare Gramsci per quello che era senza perdersi dietro il culto di una reliquia. Ed è quanto sostiene Luciana Castellina, mi pare. Poi sul destino futuro di Gramsci nella sua Torino ci sarebbe ancora molto da dire. L'hotel di lusso in tutto questo c'entra assai poco. Si tratta di andare oltre il nome che adorna una facciata, e anche oltre le stanze riservate al museo o alle manifestazioni culturali all'interno di un albergo. Qui la sinistra potrebbe dar prova di slancio progettuale, anziché consumarsi in uno scontro fratricida sull'uso sacrilego di un nome la cui risonanza mondiale per fortuna non è legata alle sorti di un edificio storico - il Regio Albergo di virtù - situato in piazza Carlina a Torino. C'è una statua di Cavour sulla stessa piazza. L'hotel poteva anche chiamarsi Cavour. Si chiamerà - forse - Gramsci. Tanto meglio, per chi apprezza Gramsci.

Giovanni Carpinelli

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* GadLernerblog, 10 aprile 2014
Al Sindaco di Torino Piero Fassino

Un articolo di Repubblica del 6 aprile annuncia che nel palazzo di Piazza Carlina, dove Gramsci visse due anni nel periodo in cui fondò il Partito Comunista, si stanno terminando i lavori di un albergo di lusso, vista Mole Antonelliana. E’ sempre motivo di dolore quando un luogo che custodisce un pezzo del nostro passato diventa il contenitore di qualche altra cosa banale, anziché spazio dove coltivare la memoria collettiva. Ma questa volta il dolore è atroce, perché la banalizzazione investe direttamente uno dei nostri padri, un uomo che ha scritto pagine che ci parlano ancora oggi, un martire che ha pagato con la vita la libertà delle sue idee. In un tempo dove accettiamo che la parola “valorizzazione” da “dare valore” diventi ” ricavare guadagno”, non sappiamo quanti ancora sapranno indignarsi per la possibilità che “Antonio Gramsci” diventi il nome di un Hotel a cinque stelle, ormai troviamo normale qualunque cosa. E ci sembra assai misero il ragionamento di chi regala il suo volto e il suo nome – l’immagine che ci resta di chi non c’è più – per averne in cambio uno spazio dove “organizzare delle piccole riunioni” e “una biblioteca con tutte le opere del filosofo”, di chi considera “una possibilità importante quella data dall’hotel” “che mira a salvaguardare la memoria di Gramsci”.

Ci auguriamo che non la pensino così a Reggio Emilia, dove qualcuno potrebbe proporre di costruire un centro commerciale intitolandolo ai Fratelli Cervi, o ad Amsterdam, dove potrebbero inaugurare una casa di moda dedicandola ad Anna Frank.

E comunque né gli eredi né tantomeno il professore Sergio Scamuzzi,direttore dell’Istituto Piemontese Antonio Gramsci, hanno il diritto di stabilire se intitolare un albergo con piscina a Antonio Gramsci sia un’occasione da non perdere. Gramsci non è loro. Gramsci è di una moltitudine di persone, a partire da quelli che hanno dato la vita per permettere a noi di vivere liberi. Anche se forse non ce lo meritiamo.

Sindaco di Torino, città di lotte operaie e di Resistenza, difendi il nome di uno dei più grandi dei nostri padri.

Edoardo Salzano, Nicola Tranfaglia, Piero Bevilacqua, Vittorio Emiliani, Vezio De Lucia, Paolo Maddalena, Maria Pia Guermandi, Chiara Sebastiani, Giorgio Nebbia, Flavia Martinelli, Paolo Cecchi, Lodovico Meneghetti, Marcello Paolozza, Anna Maria Bianchi Missaglia, Sandro Roggio, Maria Paola Morittu, Stefano Fatarella, Paola Bonora, Franco Mazzetto, Raffaele Radicioni, Giorgio Nebbia [bis], Maria Cristina Gibelli, Giorgio Todde, Piergiorgio Lucco Borlera, Ida Carpano, Guido Viale, Marco Revelli, Ilaria Boniburini, Giuliana Beltrame, Tonino Perna, Tomaso Montanari, Oscar Mancini, Salvatore Settis, Pancho Pardi, Luciano Vecchi, Fabrizio Bottini, Francesco Indovina, Luigi Piccioni, Paolo Ciofi, Domenico Rafele, Gianna Molisani, Erica D’Anna, Paolo Cova, Alberto Ziparo, Paolo Baldeschi