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martedì 2 dicembre 2025

I detentori della Verità

Massimo Recalcati 
L'allergia alla democrazia

la Repubblica, 2 dicembre 2025

L’assalto alla redazione torinese della Stampa ha provocato un dibattito che non bisognerebbe silenziare troppo rapidamente. Continui episodi di violenza politica che nel nome di una sola Verità incontrovertibile impediscono la pluralità delle voci, mostrano quanto il nostro tempo, considerato a torto post-ideologico, sia in realtà pervaso da un ritorno pervasivo di un fanatismo ideologico estremo. Minimizzare questi episodi e non riconoscere il loro radicamento in una cultura comunista-bolscevica di stampo vetero-novecentesco sarebbe un errore. Il taglio etico e politico promosso da Enrico Berlinguer negli anni Settanta nei confronti di quella cultura la cui spinta propulsiva iniziale doveva, nel suo lucido giudizio, considerarsi definitivamente esaurita, non ha significato purtroppo da parte di una certa sinistra italiana (nel suo inconscio, oserei dire), la piena adozione della democrazia come orizzonte insuperabile della vita collettiva. La cultura comunista nelle sue radici marxiste più ortodosse è strutturalmente allergica alla democrazia che ha storicamente considerato come un sistema del tutto omogeneo alla tutela conservatrice dei privilegi di classe e che sarebbe stato compito della rivoluzione spazzare via. Questa allergia non è una reazione cutanea di superficie ma descrive il dna della cultura comunista-bolscevica come profondamente anti-democratica. Dal punto di vista filosofico è ciò che mantiene il marxismo ortodosso nell’ambito di una filosofia dell’assoluto come fu quella hegeliana: la Verità non può essere che una sola, non può essere che la Verità della Verità. Per questa ragione il dissenso viene considerato semplicemente illegittimo e, come tale, perseguitato in ogni forma. Di qui deriva il diritto di eliminare anche fisicamente coloro che hanno pensieri divergenti, non conformi alla linea del partito o a quella del suo leader. Lo stalinismo, da questo punto di vista, è stata una esemplare ideologia del terrore praticata nel nome della Verità. È questo che deve essere messo in evidenza: ogni ideologia esercita la violenza sempre come una manifestazione della Verità. In aperto contrasto con lo spirito plurale e radicalmente laico che invece dovrebbe contrassegnare la democrazia. In questo senso Pasolini ricordava scabrosamente che il fascismo degli antifascisti non deve essere considerato come un sintomo secondario, ma come l’espressione di una passione ideologica per la Verità che vorrebbe cancellare ogni forma di dissenso critico. Oggi questa terribile tentazione è tornata in primo piano. Ma non tanto nelle forme violentemente estremiste di coloro che fisicamente aggrediscono la sede di un giornale o impediscono a giornalisti e a politici di prendere pubblicamente la parola perché colpevoli di non fornire la corretta rappresentazione della sola possibile Verità — della Verità della Verità –, quanto piuttosto nella voce dei loro maestri che sono i responsabili intellettuali di queste manifestazioni d’odio. In un carteggio tra due grandi ebrei quali furono Albert Einstein e Sigmund Freud, promosso dalla Società delle Nazioni nei primi anni trenta sul tema della tentazione umana nei confronti della guerra, si conveniva che la vera responsabilità dello scatenamento dell’odio per il nemico non era tanto da attribuire alle “masse incolte” ma alla “responsabilità degli intellettuali” che guidavano quelle masse. Sono i cattivi maestri ad armare le mani degli estremisti, ad insegnare che chi la pensa diversamente, chi non è allineato con la sola Verità possibile — con la Verità della Verità — , deve solo tacere e se ha invece l’arroganza di non tacere ma di prendere la parola, dunque di dire la propria verità, deve essergli giustamente impedito di farlo anche con la forza. È quello che tra i numerosi esempi offerti dal nostro tempo si legge nelle parole pronunciate da Francesca Albanese a proposito dell’aggressione compiuta nei confronti della Stampa. In sintesi: l’aggressione va condannata risolutamente, ma i giornalisti imparino a fare bene il loro mestiere! Con la conseguenza sillogistica, tipicamente totalitaria, che se un giornalista non fa bene il proprio mestiere — cioè non si allinea alla versione ideologica della Verità — meriterebbe allora di essere colpito? Siamo qui al cuore della cultura comunista-bolscevica e della sua ideologia radicalmente antidemocratica. La violenza sarebbe giustificata come atto di rieducazione e di purificazione del male. È la stessa giustificazione, per fare un esempio davvero estremo, che appariva nei comunicati delle Br, nei loro assassini politici o nelle cosiddette “gambizzazioni”. Se, infatti, si esercita la violenza nel nome della Verità quella che si esercita non è violenza ma una estrema difesa della Verità. Nella sua formidabile prefazione a un libro di Andrea Valcarenghi del 1973, Marco Pannella prendeva pasolinianamente le distanze dal fascismo degli antifascisti con parole che, mai come ora, sarebbe opportuno rileggere per intero e ricordare: chi si muove nel nome di una Verità solo ideologica tende fatalmente a “ripetere contro i nemici i gesti per i quali io sono loro nemico, gesti di violenza, di tortura, di discriminazione, di disprezzo…la rivoluzione fucilocentrica o fucilocratica, o anche solo pugnocentrica o pugnocritica, non è altro che il sistema che si reincarna e prosegue.”

sabato 26 luglio 2025

La mummia di Lenin e il suo destino


Marco Imarisio
La "mummia". Ora Lenin divide Putin e la Chiesa

Corriere della Sera, 26 luglio 2025

MOSCA «La mummia», questo è il titolo del film. Ed è una evidente dichiarazione di intenti. Perché nessuno aveva mai osato definire così il corpo imbalsamato di Lenin, ospitato nel mausoleo della Piazza Rossa, nel cuore della capitale. Nella loro totale diversità, sembrava che la Chiesa ortodossa russa sempre più politicizzata e il partito comunista scosso e rinato dopo il crollo come una specie di Araba fenice, sembrava convergessero al servizio dell’attuale potere sotto la bandiera del patriottismo-nazionalismo e della tutela dei valori tradizionali.

La campagna

Ma da queste parti, il fuoco della storia cova sempre sotto la cenere. E questa volta la legge dell’unità degli opposti non sta funzionando. Lo scorso 26 giugno, il canale televisivo Spas (Redentore), di fatto la tribuna della Chiesa ortodossa russa, ha presentato un documentario dedicato al mausoleo di Lenin. A cominciare dal titolo, l’assunto è la necessità di dare una volta per tutte una degna sepoltura al padre della rivoluzione. La posizione degli autori è sostenuta dalla direzione del Patriarcato, che sta conducendo una forte campagna a favore della chiusura del mausoleo, che nel film viene paragonato alle ziggurat pagane, mentre l’imbalsamazione viene messa sullo stesso piano delle pratiche occulte dei massoni. Quanto al titolare della salma, viene definito come «il distruttore della Russia di prima» nonché un «fanatico assoluto», e per questo diventa «una priorità del nostro popolo» sbarazzarsi della «mummia» sulla Piazza Rossa.

Non si tratta di una provocazione. A quanto pare, un rinnovato anti-leninismo è la nuova posizione della Chiesa ortodossa russa. Il film è stato girato con la benedizione del patriarca Kirill, e in questi giorni d’estate viene proiettato nel monastero di Santa Trinità a Sergiev Posad vicino a Mosca, la sua residenza ufficiale. La portata della campagna pubblicitaria supera tutti gli altri progetti dello Spas. Ormai da settimane i social network del canale scrivono solo delle reazioni positive dei credenti dopo la visione del documentario, le cui proiezioni si stanno tenendo in decine di città russe, con uno sforzo distributivo inedito per la Chiesa ortodossa. «Perché questo corpo grava ancora sopra il nostro Paese?» si chiede il direttore del film Boris Korchevnikov sul sito di Spas, che conta milioni di lettori e abbonati. «Non è vero che un’idea così pagana e infernale sia espressione della volontà del popolo russo. La parte migliore della Russia, più fedele e devota alla Patria, ne chiede da tempo la rimozione». Anche le personalità della Chiesa si sono schierate. «Un film esistenziale, capace di dissipare l’incantesimo che ancora relega la Santa Russia nella prigionia del folle sogno dei bolscevichi» ha detto l’influente vescovo Pitirim, uno tra i tanti alti prelati che hanno preso posizione.

L’attacco contro la guida del proletariato mondiale non è rimasto senza risposta. La presidente della Commissione della Duma per le questioni della famiglia Nina Ostanina ha pubblicato una foto in cui il logo dello Spas viene sovrapposto al simbolo delle SS naziste e ha evocato un complotto, naturalmente occidentale. «C’è in atto un tentativo di distruggere l’unità dei patrioti russi, che è favorevole a molte forze esterne». Il sito ufficiale del partito comunista sostiene che «in un momento di confronto armato tra il mondo russo e il neonazismo», viene messo in atto «un mostruoso sabotaggio ideologico per annullare gli sforzi della leadership del Paese volti alla riconciliazione storica e alla preservazione dell’unità e dell’esistenza russa». Anche Zakhar Prilepin, scrittore, deputato e combattente in Ucraina teme che questo sia solo l’inizio. «Infatti, dopo Lenin se la prenderanno inevitabilmente con l’intero patrimonio sovietico. Poi verrà la volta del concetto di solidarietà sociale e di giustizia russa. C’è un sacco di denaro dietro di loro. Sono stati scatenati in maniera deliberata. Il regno alieno è arrivato in Ucraina. Ora sta puntando a noi».


La revisione


Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, non è certo la prima volta che viene proposta la chiusura del memoriale in piazza Rossa. Mai però con questa forza mediatica e in maniera così frontale e con la benedizione della Chiesa ortodossa, che hanno generato un prudente dibattito pubblico. La verità è che a Vladimir Putin l’idea non dispiacerebbe neppure. Mentre la figura di Stalin è in via di revisione positiva, l’anno scorso il centenario della morte di Lenin è passato sotto silenzio. Lo scorso 19 dicembre, il presidente russo ha detto che si tratta di un tema molto sensibile. «Un giorno forse, saremo pronti alla decisione di seppellire Lenin. Ma non ora, perché non dobbiamo fare alcun passo che possa dividere la nostra società». La Chiesa ortodossa invece ritiene che quel momento sia arrivato. E siccome in questi tre anni ha dato un appoggio totale e incondizionato alla guerra in Ucraina, è forte il sospetto che voglia farla finita con «la mummia». Passando così a un incasso per i servizi resi dal valore al tempo stesso simbolico e inestimabile.


https://machiave.blogspot.com/2025/07/lenin-imbalsamato.html

domenica 19 marzo 2017

Gli scritti di Lenin su Tolstoj


Anna Zafesova 
Ma un secolo dopo, il romanziere si prende la rivincita sul rivoluzionario 
La Stampa, 24 febbraio 2017
 
Si vendeva nelle edicole dei giornali, tra le decine di opuscoletti con la copertina morbida sempre esposti in vetrina. Si dava come esame a scuola, «Lev Tolstoj come specchio della rivoluzione russa», e non si poteva leggere Guerra e pace senza doversi sorbire anche il commento al vetriolo di Lenin. Che con Tolstoj aveva un conto in sospeso, tanto da esserci tornato più volte, senza risparmiargli nulla: «utopista», «reazionario», «nocivo», «ingenuo», «debole», «contraddittorio», «immaturo». Sei saggi, una sorta di carteggio senza risposta, violento e appassionato, che oggi l’editore Medusa ripropone in italiano, tradotto dalla versione pubblicata a Parigi negli Anni Trenta da Romain Rolland. 
La polemica di Lenin con Tolstoj non è solo un documento interessante di un’epoca, ma anche l’autoritratto del leader della rivoluzione che quest’anno compie un secolo, e spiega molti tratti di quello che è stato il bolscevismo. Lenin riconosce la grandezza letteraria di Tolstoj - «Che colosso! Che figura gigantesca!», disse a Gorkij, in un episodio diventato anch’esso agiografico - ma sembra non averlo mai letto. Tutto quello che ha affascinato generazioni di lettori - l’introspezione, i dialoghi, i ritratti psicologici, l’anatomia delle relazioni - sfugge al suo sguardo. Il «conte-contadino» è per lui un grande critico del sistema, del capitalismo e dello sfruttamento, che ha descritto magistralmente ciò che il popolo deve odiare, senza però indicare gli strumenti che questo odio deve adoperare. 
Quello che fa più infuriare Lenin è la «non comprensione» della rivoluzione proletaria, «la predica di una delle cose più ignobili che sono al mondo, ovvero la religione» e soprattutto la «non resistenza al male». La non-violenza tolstojana è, secondo Lenin, la causa della sconfitta della prima rivoluzione russa del 1905, e ai contadini disperati per il collasso del patriarcale mondo rurale della servitù propone come rimedio la lotta di classe, perché «la letteratura non può non essere di partito», come scrisse in un altro saggio imparato a memoria da generazioni di scrittori e critici sovietici. Un secolo dopo, il romanziere batte il rivoluzionario: nessuno legge Lenin, mentre Tolstoj resta il grande scrittore nazionale, e Vladimir Putin si guarda avidamente la fiction della Bbc tratta da Guerra e pace: «Hanno compreso l’anima russa», dice soddisfatto.

 http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2017-02-22/lenin-e-scritti-tolstoj-180510.shtml?uuid=AEvoTQb

lunedì 23 marzo 2015

La casa sul lungofiume a Mosca



*


Manuel Vasquez Montalban
La Mosca della Rivoluzione 
trad. di Hado Lyria, Feltrinelli, Milano 1995


Lungo lo Zamoskvoreče occidentale continuiamo a incontrare esempi del classicismo moscovita restaurato o in via di restaurazione, come in via Serafimovič, intitolata a uno dei più fedeli scrittori del bolscevismo, autore del romanzo Il torrente di ferro, che presenta una evidente sproporzione tra la sua brevità e la lunghezza e profondità dell'impegno politico, in una densa narrazione della guerra civile. Ma nonostante il famoso scrittore da cui prende il nome, questa strada passerà alla storia della Mosca stalinista e della Mosca della perestrojka grazie al complesso residenziale costruito tra il 1928 e il 1932 dall'architetto Iofan, riservato ad alti rappresentanti della vita politica e culturale. La facciata principale dell'imponente palazzo dà sul lungofiume Bersenevskaja, e vi appaiono in bassorilievo alcuni degli illustri, e in gran parte sventurati, inquilini degli appartamenti: Petrovskij, Dimitrov, Lepešinskij, Serafimovič, Stasova...; sì, ma anche il maresciallo Tuchačevskij e molti altri dirigenti che qui vennero arrestati, vittime delle purghe staliniane. Ci troviamo davanti alla "Casa sul Lungofiume", chiamata così soprattutto dopo che Jurij Trifonov pubblicò uno splendido romanzo con questo titolo. La Casa sul Lungofiume comprende circa cinquecento appartamenti e sotto lo stalinismo diventò un concentrato di paura, delazione e rassegnazione, con gli occhi dei suoi abitanti fissi sul Cremlino dove Stalin poteva disporre delle loro vite solo sollevando la cornetta del telefono. Non a caso Bucharin aveva chiamato il dittatore "il Gengis Khan col telefono", e anche Bucharin la pagò assai cara.
Il citato romanzo di Trifonov è stato uno dei best-seller della cultura critica. Vi si descrive l'atmosfera pesante del palazzo con gli occhi del protagonista, che non ci vive, ma che lo vede come la roccaforte abitata dalla classe dirigente. Diventato adulto riuscirà a entrarci corteggiando la figlia del professor Gančuk e col tempo diventerà uno degli intellettuali che, per viltà o per ambizione di potere, contribuiranno alla caduta del prestigioso professore, eccesivamente poco devoto allo stalinismo culturale, nonostante abbia un irreprensibile passato bolscevico e sia un marxista convinto. E' curiosa la coincidenza della metafora della repressione culturale "metodologica" adoperata da Trifonov nel suo libro, perché coincide con l'aneddoto iniziale che porta Eugenija Ginzburg alla disgrazia, alla purga, a un lungo esilio in Siberia, come racconta un'altra impressionante testimonianza del Gulag, Cielo di Siberia. Il tormento della Ginzburg comincia precisamente con una "chiamata telefonica", che all'alba del 1° dicembre 1934 la convoca davanti al Comitato Regionale del Partito, di cui è militante attiva. Le chiedono di collaborare a una campagna di denuncia di elementi antisovietici corresponsabili dell'assassinio di Kirov, e lei adempie alla consegna, ma non è abbastanza combattiva nei riguardi del professore El'vov, insigne trockijsta e scienziato dell'Istituto di Pedagogia con il quale la Ginzburg aveva attivamente collaborato. Comincia così a cadere in disgrazia, e vive confinata in Siberia dal 1937 al 1947. In seguito "nel 1949", viene esiliata da Mosca vita natural durante. La parabola letteraria di Trifonov sembra quasi l'aperitivo della tragedia reale della Ginzburg e di tanti altri. La Casa sul Lungofiume, "la mole grigia, sembrava sospesa sul vicolo, di mattina copriva il sole e di sera giungevano da lassù le voci della radio e le musiche dei grammofoni. Sembrava che lì in alto si dovesse vivere una vita del tutto diversa da quella vissuta in basso, nella casupola dipinta di giallo come voleva una tradizione secolare".


La casa sul lungofiume
real_gone 
http://il_posto_delle_fragole.ilcannocchiale.it/2010/09/11/la_casa_sul_lungofiume.html 


Il palazzone grigio nelle foto (scattate da me qualche settimana fa, a parte la foto d'epoca) è uno dei luoghi "letterari" che di più amo di Mosca, reso celebre dal lungo racconto di Jurij Trifonov, Dom na naberežnoj (La casa sul lungofiume, Editori Riuniti). Mi è caro per due motivi. Il primo, ovvio, è perché ho apprezzato molto il libro, un racconto di formazione, un libro sul peso della memoria. Il protagonista è un mediocre, Glebov, un uomo cinico e opportunista nell'oscuro periodo storico della Russia che lo vede diventare adulto, l'epoca staliniana. Un incontro, all’inizio del libro, innesca un lunghissimo flashback che rivela al lettore gli altri personaggi e tutte le vicende che hanno ruotato attorno all'esistenza di Glebov. Ma la memoria ha un peso insostenibile e un retrogusto fortemente amaro per il protagonista perché rimanda a quel periodo in cui, con bieco opportunismo, egli ha costruito meschinamente una carriera accademica cogliendo lo spirito del tempo ma tradendo amici, valori e persino l'amore. Contraltari di questa sono le storie di sconfitta e i declini degli altri personaggi, tutti legati alla grande casa sul lungofiume, l'immenso edificio dove risiedeva l'intelligencija e la classe dirigente dell'epoca, luogo simbolo di uno status e metafora della scalata sociale che il protagonista sogna e infine riesce a realizzare, al prezzo avvilenti compromessi con se stesso. Fra gli amici di Glebov Trifonov rappresenta anche se stesso e la sua famiglia, ennesima vittima del terribile clima di delazione e di caccia alle streghe che fu il periodo staliniano. 
Adesso questo palazzone sul lungofiume è un complesso di appartamenti residenziali molto upper class che comprende un cinema, piscina e un supermercato… in cima troneggia un gigantesco logo della Mercedes. La zona in cui sorge è tra le più belle della città: ad un passo dal Cremlino, ad un passo dalla Cattedrale del Cristo Salvatore (e dalla ulica Precistenka, dove sorgono il Puškin e le casa museo di Tolstoj), a fianco della vecchia fabbrica della Krasnij Okt’jabr (centro di una bella movida notturna), a poche centinaia di metri dalla (staraja) Tret’jakovskaja galereja e da Poljanka, il quartiere dove sorge una delle librerie più belle e fornite di Mosca, la “dom knigi” Molodaja Gvardija. 







venerdì 18 aprile 2014

K.S. Karol bolscevico inusuale

Jean Daniel *

Cara Ros­sana,
la mia esi­ta­zione a pro­nun­ciare le parole che seguono è venuta meno quando ho visto il con­forto, pur mode­sto, che sono ancora in grado di recarti. In un primo momento avevo rifiu­tato, per­ché l’epoca ci rende fra­gili, e anche per­ché se ne stanno andando tutti, riem­pien­doci di ricordi che sono altret­tante ferite.
C’è anche il fatto che Karol ci ha abban­do­nati dopo tan­tis­simo tempo. Non ci ha lasciati, ma non pos­siamo più rivol­gerci a lui come prima e, sai bene che se siamo qui, non è per lui che è troppo lon­tano, ma per noi che siamo pieni della sua vita.
Sì, il tempo gioca un ruolo. Quasi tutti i giorni mi capita di chie­dermi che cosa avrebbe fatto Serge Lafau­rie al mio posto. Per Karol occor­rono degli eventi, non parlo di te Ros­sana, ma in que­sto momento per eventi come quelli che acca­dono in Ucraina, con il pos­si­bile ritorno a diverse pic­cole guerre fredde, non posso fare a meno di dire che Karol ci manca, e di rileg­gere, come ho fatto, alcuni suoi arti­coli tut­tora impres­sio­nanti, colti e decisi come sono. Ma tor­niamo al nostro incontro.

Primo giorno della guerra d’Algeria

Ho appena pub­bli­cato un libro ambien­tato in quel paese. Karol lo legge e lo segnala subito ai respon­sa­bili dell’Express con il quale col­la­bora. Gra­zie a que­sto, arrivo anche io all’Express e si forma un trio che fa par­lare di sé: Serge Lafau­rie, K.S. Karol e io. Per venti anni saremo inse­pa­ra­bili. Chi è lui? Ha perso l’uso dell’occhio sini­stro ma è bra­vis­simo nel farlo dimen­ti­care. Parla almeno sei lin­gue. Ha un accento affa­sci­nante e una capa­cità senza eguali di rein­ven­tare la lin­gua fran­cese. Ha fatto la resi­stenza in Polo­nia, è stato impri­gio­nato in Unione sovie­tica, è tor­nato in Polo­nia. Ma come ha attra­ver­sato tutte que­ste prove? Che cosa gli hanno lasciato? Per ade­guarsi all’ambiente, egli si dice «pro­gres­si­sta anti-totalitario». All’epoca i pro­gres­si­sti erano comu­ni­steg­gianti ma anti­bol­sce­vi­chi. Karol dete­sta gli sta­li­ni­sti ma ancor più gli anti­co­mu­ni­sti. Il suo mae­stro è Isaac Deu­tscher, che vive a Lon­dra, come suo padre.

Il comu­ni­smo, il mar­xi­smo e le rivoluzioni

È un pozzo di scienza in mate­ria di comu­ni­smo e di rivo­lu­zioni a Est. Ha amici ovun­que in Europa e soprat­tutto in Ita­lia, dove i comu­ni­sti lo accol­gono bene, pro­prio per­ché è anti­sta­li­ni­sta.
Il Par­tito comu­ni­sta ita­liano è par­ti­co­lar­mente aperto (è il par­tito di Togliatti e di Enrico Ber­lin­guer), ma c’è soprat­tutto una pic­cola for­ma­zione, gio­vane, bril­lante e radi­cale che si chiama il mani­fe­sto. Alla guida del gruppo una donna note­vole, una mar­xi­sta lumi­nosa e intran­si­gente: Ros­sana Ros­sanda, che egli spo­serà. E c’è Luciana Castel­lina – il suo dia­rio è stato da poco pub­bli­cato in fran­cese. Quanto al nostro Karol, scrive due grossi libri, il primo su Cuba, l’altro sulla Cina; in due libri suc­ces­sivi, egli sfuma e cor­regge le tesi del secondo. A che punto è Karol in quell’epoca? Si può dire che egli vive per e attra­verso il comu­ni­smo, il mar­xi­smo e le rivo­lu­zioni. Aperto alla discus­sione, diventa set­ta­rio quando sospetta di atlan­ti­smo un poli­tico o un col­lega.
Ha un senso incre­di­bile dei rap­porti umani. Un giorno rie­sce a far incon­trare Men­dès France, il labu­ri­sta bri­tan­nico Aneu­rin Bevan e il socia­li­sta ita­liano Pie­tro Nenni, con i quali pensa che si possa intac­care il pre­sti­gio dell’Unione sovie­tica senza avvi­ci­narsi però agli Stati Uniti.
Poli­ti­ca­mente non era­vamo d’accordo. Ma siamo stati fedeli a que­sto col­let­ti­vi­sta impe­ni­tente che poteva vivere uni­ca­mente in una demo­cra­zia occi­den­tale. Il mani­fe­sto riu­niva gio­vani rivo­lu­zio­nari ma le sue ani­ma­trici, Ros­sana Ros­sanda e Luciana Castel­lina, pro­ve­ni­vano da grandi fami­glie. A mar­gine, si pote­vano ascol­tare le ana­lisi di Lucio Magri, sin­da­ca­li­sta e filo­sofo, aspetto da attore ame­ri­cano, una delle guide del nostro André Gorz.

In fondo, pen­sava come Sartre

Quando ini­zia a uscire Le Nou­vel Obser­va­teur, riservo natu­ral­mente un posto per K.S. Karol, che ogni set­ti­mana distilla la sua impa­reg­gia­bile cono­scenza sul mondo comu­ni­sta. Le sue tesi sono oggetto di discus­sione, quando si tratta di Castro e soprat­tutto di Mao, il tiranno rosso che mal­grado tutto egli ammira. Il comu­ni­smo era l’unico mondo che lo inte­res­sasse dav­vero. Karol era amico di Fidel Castro ma finì per rim­pro­ve­rar­gli seve­ra­mente l’astio verso gli omo­ses­suali. Per Mao, era un’altra sto­ria, piena di scin­tille, e dovevo con­ti­nua­mente fun­gere da arbi­tro. Il nostro amico è un uomo che può incon­trare Chou En Lai. Ma è con­te­stato e l’offensiva viene dai Roy: Jules e Claude. I quali tor­nano dalla Cina con accuse ter­ri­bili – e giu­sti­fi­cate – con­tro il regime maoi­sta. Sca­te­nano una tem­pe­sta che gesti­sco male. Non è una rot­tura ma una lace­ra­zione.
Fino alla fine, Karol è stato più attento a quelli che inco­rag­gia­vano i rivo­lu­zio­nari che a quelli che ne teme­vano le derive. In fondo, pen­sava come Sar­tre: «Sì, Camus, anch’io odio il gulag, ma ancor più odio chi lo usa come pre­te­sto per schiac­ciare il pro­le­ta­riato». Camus aveva ragione. Ma io, volevo bene a Karol…

* Nato in Algeria da famiglia ebraica francese, è il fondatore del settimanale Le Nouvel Observateur (di cui fino a giugno 2008 fu anche direttore responsabile); Daniel è un umanista orientato politicamente a sinistra. Nel libro La prison juive: Humeurs et méditations d'un témoin sostiene che gli ebrei, considerandosi il popolo eletto, si sono imprigionati. Le sue opere sono percorse dall'interrogativo sul ruolo della religione nella morale moderna. Ha fatto parte del think tank della Fondazione Saint-Simon. In Italia è stata pubblicata l'opera Resistere all'aria del tempo (Con Camus) [Mesogea, (2009)]
** Il testo che pro­po­niamo è stato letto alla ceri­mo­nia di saluto a K. S. Karol al Père Lachaise mer­co­ledì 16 aprile 2014.

domenica 9 marzo 2014

Filippo Turati a Livorno



19 gennaio 1921


Compagni amici, e compagni avversari; non voglio, non debbo dire nemici.
 [...] Compagni, io non toccherò che due note in questo – ripeto – breve discorso: una nota dottrinale, una nota pratica.

Nella dottrina, sul terreno dottrinale, io rivendico, noi rivendichiamo solennemente il nostro diritto di cittadinanza nel socialismo, che è il comunismo, che non è per noi il socialismo comunista e il comunismo socialista, perché in queste denominazioni artificiose, ibride, evidentemente l’aggettivo scredita il sostantivo, e il sostantivo rinnega l’aggettivo. Il comunismo ebbe due sensi – voi tutti lo sapete – nella storia del moderno movimento proletario. O fu il comunismo critico di Engels e di Marx, il comunismo classico, opposto per ragioni tutte tedesche e transeunte ai falsi socialismi che prevalevano un quarto di secolo fa, socialismi filantropici falsi, a tutti i socialismi antirivoluzionari di quel tempo – e tutto questo è superato in Germania, come in Italia, come dovunque – oppure si chiamò comunismo in senso ideologico, nella previsione della forma della futura società socialista, che fosse più in là del collettivismo, che al concetto del sistema collettivista: «a ciascuno secondo il proprio lavoro, salvo gli invalidi, i bambini, ecc.», sostituiva il concetto più vasto: «a ciascuno secondo i propri bisogni» – prendere nel mucchio, come si diceva sinteticamente – che più che due concetti opposti significavano due fasi successive di evoluzione. La prima applicabile ad una società in periodo classico capitalistico, la seconda in una società di abbondanza, di esuberanza in cui le condizioni sociali permettano il grande consumo, la grande distribuzione ugualitaria di tutte le ricchezze. Compagni, questo comunismo, in un senso o nell’altro, questo comunismo che è il socialismo, può anche espellermi dalle file di un Partito, ma non mi espellerà mai da sé stesso. Perché io ho detto che quando si fa testamento si può essere un po’ orgogliosi, perché, francamente, compagni, è un diritto di anzianità, niente altro, non è un merito. Questo comunismo, questo socialismo e questo comunismo non solo noi lo abbiamo imparato negli anni della giovinezza sui testi sacri – direi quasi – della nostra dottrina, ma lo abbiamo in Italia, per solo merito di anzianità, ripeto, insegnato alla massa, al Partito nostro, ai Partiti che precedettero il nostro nella evoluzione del socialismo, quando questi lo ignoravano, quando lo temevano, quando lo sospettavano, quando lo avversavano.
Ed è così che io, con pochissimi altri, in un tempo che i giovani non possono ricordare,
abbiamo portato nella lotta proletaria per la prima volta in Italia – oh! copiammo dall’estero, più avanzato di noi – la suprema finalità del socialismo: la conquista del potere da parte del proletariato costituito in Partito indipendente di classe, questa conquista del potere che il compagno Terracini ieri – mi pare ieri – enunciava come un segno di distinzione fra la loro schiera e la nostra, fra il programma antico e quello tutto nuovo, anzi, come egli ci confessò onestamente, tutt’ora in faticosa elaborazione, e che però egli vorrebbe sostituire in blocco al vecchio e glorioso programma del Partito socialista. Io posso dunque amichevolmente sorridere di questa novità e di questa scoperta, che furono l’anima della nostra intelligenza e della nostra vita da che cominciammo a pensare. Non è questo che ci distingue oggi. Ciò che ci distingue non è la generale ideologia socialista, la questione dei fini, e neppure quella dei mezzi, ma una pura e semplice valutazione della maturità delle cose e del proletariato a prendere determinate posizioni in un dato momento; è unicamente la valutazione della convenienza di determinati mezzi episodici della lotta. La violenza, che per noi non è un programma, non può e non deve essere un programma, che alcuni accettano in toto e vogliono organizzare e preparare – i cosiddetti comunisti puri, chiamateli come volete – che altri accettano a mezzo, guadagnando tutte le conseguenze dannose e nessun utile che la violenza potrebbe per avventura, nella mente di quegli altri, contenere in sé, noi, come programma, la rifiutiamo. La dittatura del proletariato, per noi, o è dittatura di minoranza, e allora è imprescindibilmente dispotismo tirannico, o è dittatura di maggioranza, ed è un vero non senso, perché la maggioranza non è dittatura, è la volontà del popolo, è la volontà sovrana. E da ultimo, altro segno di distinzione, il proposito della costrizione del pensiero all’interno del Partito, la persecuzione dell’eresia, da cui nasciamo; nostra madre, o figliuoli, o fratelli carissimi, come direbbe un predicatore, (ilarità), la persecuzione della eresia nell’interno del Partito, che fu l’origine e la vita stessa del Partito, la sua forza rinnovatrice ad ogni istante, la garanzia che esso possa lottare contro tutte le forze intellettuali e materiali che gli si parano di fronte. Tutte forme queste – violenza, culto della violenza, dittatura del proletariato, persecuzione dell’eresia – che si risolvono in una sola: nel culto della violenza interna, dirò così, e esterna, e che hanno un solo presupposto – semplifichiamo la questione nella quale è il vero punto di ogni divergenza – e cioè quello – che per noi è l’illusione – che la rivoluzione sociale, intendiamoci, non una rivoluzione politica, che abate e cambia sistema, sia il fatto volontario di un giorno o di un mese o di qualche mese, sia l’improvviso alzarsi di un sipario, il calare di uno scenario nuovo, sia il domani di un post-domani di un calendario, mentre il fatto di ieri, di oggi, di sempre, che esce dalle viscere stesse della società capitalistica, di cui noi creiamo soltanto la consapevolezza, che noi possiamo soltanto agevolare nei molteplici adattamenti della vita politica, ma non possiamo né creare, né apprestare, né precipitare, che dura da decenni, che si avvererà tanto più presto quanto meno lo sforzo della violenza, quanto meno il culto della violenza provocante, bruta, prematura, e quindi destinata al fallimento, esasperando resistenze avversarie e provocando reazioni e contro rivoluzioni, le ritarderanno il cammino e l’obbligheranno di ritornare su se stessa. Onde è che per noi la via vera, quella dell’evoluzione, è la più breve. Ed è per questo concetto fondamentale, che il concetto praticato ed accettato da noi, sinceramente, con tutta la devozione, la dedizione e l’umiliazione del nostro particolare concetto, il concetto della sottomissione alle deliberazioni del Partito, del nostro appartarci quando non possiamo cooperare, per dovere di coscienza, ma non vogliamo attraversare, concetto con cui il compagno Serrati chiudeva poche ore fa il suo discorso, formidabile discorso, questo concetto di disciplina nel l’azione con la libertà del pensiero, della discussione e della critica, noi lo accettiamo sinceramente, ma dovrà essere accettato e considerato con un certo grano di sale. Perché, quando comincia l’azione a cui è applicabile la disciplina, e quando finisce? Per chi ha il concetto che l’azione rivoluzionaria sia l’azione di un’ora o di un anno, questo obbligo, a chi non è in quel determinato ordine di idee e che diversificasse nei metodi, di appartarsi, di non parlare, di essere silenzioso nel momento del combattimento vero e proprio non si discute e non si fa della critica, è evidente. Ma chi pensa, come noi pensiamo, che questa rivoluzione vi sia già, che procede per lente conquiste, che dura dei decenni, allora, amico Serrati, allora qui tu per il primo comprenderai che questa massima deve essere accettata con molta considerazione, perché quando questo movimento dura decenni, chi rinunzia alla parola ed al pensiero, non alla solidarietà ad una determinata azione nel momento che si svolge, evidentemente rinnegherebbe se stesso.
Non credo che abbiate piacere di avere dei rinnegati tra di voi, e sarebbe il maggiore tradimento che si farebbe al Partito, e, più che al Partito, alla propria vanità, al proprio interesse, alla propria situazione. Questo culto della violenza, che è agli inizi di tutti i Partiti nuovi, che è lo strascico di vecchie mentalità blanquiste, insaziate, che sembrano sempre tramontate e che risorgono sempre nella vita dei nostri proletari, che il socialismo disperde ed annulla, che la mentalità di guerra – non ne fu la causa unica – ha rinvigorito, per ragioni intuitive e da tutti ammesse, questo culto della violenza non è che un fiore di serra, effimero, che dovrà presto morire. La violenza è propria del capitalismo e delle minoranze che intendono imporsi e schiacciare le maggioranze, e non può essere il principio delle maggioranze che vogliono e possono, con le armi intellettuali, redimersi ed imporsi. La violenza è il contrapposto della forza, la violenza è anche la paura, la poca fede nell’idea, la paura delle idee altrui, il rinnegamento della propria idea. E rimane tale anche se trionfa per un’ora, se per un’ora sembra trionfare, seminando dietro di sé la reazione della insopprimibile libertà della coscienza umana, che diventa controrivoluzione, che diventa vittoria, ad un punto dato, dei comuni nemici. Questo avvenne sempre nella storia. Si potrebbe citare il cristiane simo, che fu un’enorme espansione di una idea: una forza che diventò misera, falsa, traditrice, ipocrita, nulla, impotente quando si appoggiò ai troni, alle armi, a tutte le forze della violenza. Ma, soprattutto, questa è verità profonda, che voi riconoscerete un giorno: in regime di suffragio universale, ancora non saputo adoperare, ancora incosciente, che dovremmo rendere cosciente, ma che vuol dire: «siete i sovrani, i dominatori», potete fare tutto quello che volete, senza versare una stilla di sangue umano, vostro ed altrui, se con la violenza, che desta la reazione, non metterete il mondo intero contro di voi. Ecco il punto del nostro solo, del nostro vero dissenso, che fu di ieri, che è di oggi, che è di sempre, contro il quale sempre insorgemmo. E al compagno Terracini, che ci ha detto qui ieri, come per coglierci in contraddizione, che se vi è qualcuno che non ha mai fatto appello alla violenza più pazza, tra noi, quegli getti la prima pietra, ebben dico francamente: «compagno Terracini, quel qualcuno eccolo qui!». Purtroppo a noi può dolere, profondamente dolere, che la vita sia diversa da quella che vorremmo, che questa fioritura di socialismo di guerra ci devii, ci divida, ci faccia abbandonare il più rapido raggiungimento della meta a cui aneliamo insieme, ci faccia perdere degli anni preziosi, in cui, facendo forza sulle enormi delusioni della guerra e del dopo guerra, noi avremmo potuto fare avere al proletariato vantaggi enormi, conquiste relativamente rapide e sicure, che noi invece sacrifichiamo alle nostre divisioni ed alle nostre impazienze. Sì, noi lottiamo troppo contro noi stessi, noi lavoriamo troppo spesso per i nostri nemici: noi creiamo la reazione, creiamo il fascismo, creiamo il Partito popolare, intimidendo, intimorendo oltre misura, proclamando con una suprema ingenuità, anche dal punto di vista cospiratorio, la preparazione dell’azione ultima, vuotando del suo contenuto quell’azione parlamentare, che non è l’azione di pochi uomini al di sopra degli uomini, ma che dovrebbe essere la più alta efflorescenza dell’azione comune di tutto il Partito entro i quadri nazionali, e, per accordi reciproci, anche dentro il grande quadro internazionale, che dovrebbe es sere appunto la più alta efflorescenza del pensiero e dell’azione, dell’intero Partito, oggi, della intera classe, domani. Noi creiamo la controrivoluzione, e, amici miei, non sempre vi sarà possibile servirvi dell’ombrello Turati. Ma bisogna rassegnarsi al destino, le vie della storia sono piene di cadute e di asprezze, il nostro dovere è di abbreviare quanto più sia possibile il cammino del divenire del proletariato, pronti sempre a mostrargli il pericolo al quale anche per un involontario tradimento dei suoi interessi potrebbe essere esposto, e questo noi lo faremo sdegnosi di ogni popolarità di popolo o di Partito, sicuri nella incrollabile corazza della nostra coscienza di uomini e di compagni. E questo lo abbiamo fatto, lo facciamo, lo faremo assieme con voi, lo faremo anche se fossimo per un momento, per un’ora, per un anno, per quanto tempo sarà necessario, separati da voi o da una parte di voi, questo, lo faremo sempre, perché è l’imperativo categorico della nostra coscienza, la ragione stessa della nostra dignità di vita! Noi siamo figli del Manifesto del 1848. Tutti! Soltanto noi siamo i figli di quel Manifesto, che accettiamo come una cosa che non si accetta come un dogma religioso, ma nel suo spirito, ponendolo nel suo tempo, integrandolo colle revisioni, i perfezionamenti, gli sviluppi che i tempi consigliano e che gli stessi autori e i più autorizzati interpreti del loro pensiero hanno solennemente consacrato nella dottrina. Io citai a Bologna la celebre prefazione alle «Lotte di classe in Francia» di Marx, prefazione del suo continuatore più autorizzato, del suo, non dico braccio destro, ma cervello destro, di Federico Engels, in cui, dopo quasi mezzo secolo dal «Manifesto dei comunisti», se ne faceva dai più autentici interpreti la revisione confessando come, non per gioventù di uomini, ma per la giovinezza del Partito nel tempo essi avessero sopravalutata la possibilità insurrezionale, avessero creduto a ciò che non volevano più. E la potete vedere, questa citazione, negli opuscoli che l’hanno diffusa: è una vera sconfessione del culto della violenza; ed essi confessano che si erano ingannati, che la storia li ha completamente smentiti, e che essa dimostra come le classi che detengono il potere hanno più paura dell’azione legale del proletariato che dell’azione illegale e dell’insurrezione. La légalité nous tue. Per cui essi ci provocano sulle piazze, dove sanno che saremo sconfitti, mentre sanno che nell’esercizio dei mezzi legali essi stessi dovranno rompere la legalità, non noi, la legalità che li uccide, veramente, definitivamente. E si potrebbero, se volessi farvi un lungo discorso, ma non ne ho l’intenzione, e passo subito al secondo punto della mia breve concione, si potrebbero citare altri punti. Non guardiamo una frase di un discorso, di un opuscolo, dobbiamo studiare, e i giovani anche, dobbiamo guardare l’insieme del pensiero marxista, cercare nelle sue monografie, ed allora, leggiamo nella «Guerra civile in Francia», scritta dopo il 1870, leggiamo cosa egli dice quando dichiara che i lavoratori della Comune sapevano che, per raggiungere la loro emancipazione, per raggiungere le forme superiori della società cui tendevano dovevano sostenere delle lunghe lotte ed attraversare una serie di fasi storiche successive che avrebbero tra sformato a poco a poco le circostanze e gli uomini, dovevano liberare gli elementi che la vecchia società tiene nel suo seno, per concludere con la derisione delle congiure, col beffeggiare questa borghesia di allora – forse ancora di oggi – che immagina l’Internazionale dei lavoratori come una società segreta di congiure e di complotti, mentre è l’associazione di tutti quanti i grandi interessi umani che si uniscono per la storia nuova. Leggete i «Fondamenti del comunismo» di Engels, dove si annuncia come la sopravvalutazione del grado di maturità per la rivoluzione – in quel senso: la insurrezione di un giorno – sia il difetto di tutti i Partiti, anche il loro difetto, di Engels e di Marx, per le concessioni che dovettero fare i Partiti dal momento che la giovinezza del loro spirito, ecc., e come la storia li abbia smentiti, richiamandoli a inoculare al proletariato la necessità di quella lotta dura, continua, che dopo una conquista ne assicura un’altra, e poi un’altra e solo nei decenni finalmente trionfa.
Non voglio fare altre citazioni – se ne potrebbero fare a migliaia – ma non è con delle citazioni che si modifica l’abito mentale di chi ha fatto uno studio per proprio conto. Baldesi citava un discorso di Marx ad Amsterdam, nel 1874, in cui ripeteva le stesse cose. I libri di Marx e di Engels sono pieni dello stesso concetto: la profezia, la modifica nella successiva edizione. Tutti i Partiti giovani sono caduti nello stesso errore, rovinando così la causa che pretendono di servire, il che vi dimostra che noi abbiamo qualche ragione di ritenerci gli eredi più fedeli del marxismo più puro e più completo. Il culto di qualche frase, la famosa violenza che fa tutto nella storia, e via via, parole da comizio, che per accidia intellettuale si affacciano al cervello dei meno colti, che per loro sono come le chiavi che aprono tutti i chiavistelli della storia, e velano il vero fondo della dottrina. Quel culto delle frasi isolate, dei periodi isolati, per cui Marx dichiarava volentieri e spesso – lui di non essere marxista, come io – uomo di cento cubiti più sotto, si capisce – ho avuto tante volte, di fronte a certi pettegoli, da dichiarare che non sono punto turatiano. Perché nessuna formula, fossero anche i 21 punti di Mosca, nessuna formula scritta ci dispensa dall’avere un cervello pensante, sostituendosi all’azione del cervello che, al cimento dei fatti che mutano, si serve bensì di certe leggi intellettuali, di certi punti di orientamento acquisiti, ma modifica continuamente le proprie vedute a seconda del le necessita della storia e dell’ora. E vengo, e sarò più breve, al secondo ed ultimo punto della mia dichiarazione di voto: la nota pratica sul terreno pratico. Consentite ancora alla vecchiaia – amici, ho quasi quaranta anni di milizia e di propaganda – di affermarvi un’altra convinzione, che se la parola non fosse lievemente ridicola, potrei anche dire una profezia. Una profezia tanto facile che per me è di assoluta certezza, perché vale a compensarmi anche quando l’asprezza dei vostri contrasti mi amareggia e mi produce quel profondo dolore che tutti quelli che hanno veramente amato il Partito sentono. Ad ogni modo io vi faccio questa profezia da Barbanera, perché, se tra qualche anno la troverete smentita, avrete la gioia di poter dire che ero, non un bagolone, ma certamente un illuso. Tra qualche anno, io non sarò forse più qui, non sarò forse più al mondo, voi constaterete se questo si sia avverato. Questo culto della violenza, che è la fonte di tutti i nostri dissensi, la nota profonda, vera, unica del nostro dissenso, questa possibilità del miracolo, della violenza fisica, esterna, verso le altre classi, interna verso una parte del Partito, della violenza fisica e della violenza morale, perché vi è anche una forma di violenza morale che è perfettamente antipedagogica e dannosa allo scopo: la violenza morale che vuole precipitare le cose al di là del possibile, che vuole violentare le mentalità che non hanno trovato nelle circostanze esteriori – perché dalle cose nascono le idee – la possibilità di usare in dati momenti la violenza, che vuole far camminare il mondo sulla propria testa (secondo la frase con cui Marx definiva la filosofia di Hegel) mentre il grande vanto di Marx è stato di rimettere il mondo sui propri piedi, vi è anche una violenza morale, e il comunismo di Marx e di Engels è la negazione di tutte queste violenze in tutto il mondo, tutto questo tra qualche anno non potrà più esistere. Ma per fermarci all’Italia, che, come evoluzione economica sta tra mezzo a quello che fu la Germania ed a quello che è ancora la Russia, sta come un secolo di mezzo fra due secoli, o anche fra due ere, un medioevo di un evo che per noi è ancora futuro, per fermarci all’Italia, la storia dei nostri Congressi, che riassume in qualche punto, simboleggia le varie fasi di pensiero per cui il Partito è passato – oh! vi darò un consiglio che vi farà ridere, ma a torto lo fareste storia che è magnifica men te riassunta in un articolo contenuto nel numero di dicembre della «Nuova Antologia» scritto da un nostro avversario, Filippo Meda, con una comprensione storica quale difficilmente noi avremmo avuto – leggetelo quell’articolo – la storia dei nostri Congressi dimostra che la lotta di oggi acuita dalla guerra, inasprita dalle conseguenze della guerra è la lotta che è stata sempre combattuta, e nella quale il culto della violenza rinasce, fu smantellato, demolito, torna a rinascere in varie truccature a seconda del momento e delle circostanze, ma è sempre l’unica lotta che si è combattuta e nella quale sempre il socialismo antico, quello classico, il socialismo che crea le coscienze, le organizzazioni, gli organismi, venuti a poco a poco, per acquisizioni successive, è sempre stato il vincitore, pure avendo l’indomani a combattere la stessa lotta.
[...] La lotta sarà questa volta più dura, lenta, ma sarà lo stesso l’effetto, e fra qualche anno quando anche mito russo, che avete torto di confondere con la rivoluzione russa, cui applaudo con tutto il cuore quando il mito, quello che è di religioso nei vostri animi, il mito bolscevico, sarà evaporato, quando il bolscevismo attuale o avrà fatto fallimento o sarà trasformato dalla forza delle cose, la nostra vittoria verrà. Quando sotto le lezioni dell’esperienza, e speriamo che non sia troppo dura per l’Italia e non debbano versarsi quei torrenti sanguinosi che si versarono in Ungheria, quando sotto la lezione delle cose voi avrete inteso più che non abbiate inteso ora; quando le vostre affermazioni di oggi saranno da voi stessi onestamente abbandonate e sconfessate; e i Consigli degli operai e dei contadini, a cui non si aggiungono i soldati non so perché, dovranno pur cedere il passo a quel grande Parlamento proletario in cui sarà riassunta tutta la forza intellettuale, politica e tecnica di tutto il proletariato italiano alleato al proletariato di tutto il mondo, solo allora avrete inteso come il fenomeno russo sia un grande fenomeno storico, ma non nel solo aspetto, forse il più caduco, il meno vitale che voi considerate vedendone l’applicazione puramente tecnica e meccanica, che non sarà possibile e che se poi è possibile ci ricondurrebbe al medioevo, avrete capito – intelligenti come voi siete – che la forza del bolscevismo russo è in un nazionalismo russo che avrà una grande influenza nella storia del mondo come opposizione all’imperialismo dell’Intesa, ma che è pur sempre una forma di nazionalismo orientale che è conseguenza della necessità statale di trasformare o perire e si aggrappa a noi, al Partito socialista italiano (non si meravigli Serrati se ci domanda di più di quanto non oserebbe domandare all’Inghilterra od alla Francia) si aggrappa a noi disperatamente per salvare se stesso, che non possiamo seguire ciecamente perché diventeremmo gli strumenti di quel nazionalismo orientale che avrà, ripeto, anche esso la sua grande funzione nella storia del mondo, aprirà l’Oriente alla vita civile e chiamerà la Cina, il Giappone, l’Asia Minore le vecchie razze che sono negli ipogei della storia, alla vita della storia, ma non si può sostituire, né distruggere, né imporre alla Internazionale Maggiore dei popoli più evoluti nel cammino della storia. Il nucleo solito quindi – con questo finisco – che rimane di tutte queste lotte, che sono sempre le stesse nelle diverse forme transitorie e caduche, il nucleo solido è nell’azione. Nell’azione che non è l’illusione, che non è il miracolo, la rivoluzione in un giorno o in un anno, ma è la abilitazione progressiva, faticosa, misera, per successive graduali conquiste, obiettive e soggettive, nelle cose e nelle teste, della maturità proletaria a subentrare nella gestione sociale: sindacati, cooperative, potere comunale, parlamentare, cultura, tutta la gamma, questo è il socialismo che diviene! E non diviene per altre vie: ogni scorciatoia non fa che allungare la strada; la via lunga è la sola breve. E l’azione è la grande pacificatrice, è la grande unificatrice; essa creerà l’unità di fatto, che noi non troviamo nelle formule, che non troveremo mai nelle parole né negli ordini del giorno, per quanto abilmente ponzati con dosature farmaceutiche di fraterno opportunismo. Azione perenne, azione fatale, prima e dopo quella tale rivoluzione che si avvera sempre, nella quale siamo dentro, perché essa stessa, questa azione è la rivoluzione. Azione pacificatrice e unificatrice; non è a caso che in talune plaghe dove l’azione è più rudimentale, l’organizzazione è una speranza, dove non si riesce a mettere assieme una lega di cinquanta individui, non per colpa degli uomini, ma per situazione arre trata economica dell’industria, della civiltà, ecc. – mi pare che l’affermasse Bordiga stesso questa mattina scambiando le rivoluzioni politiche con quelle sociali – non è a caso che proprio in quelle plaghe dove c’è meno azione, ivi sembra che l’estremismo trovi spesso più facile la via, mentre dove avete già un’azione di masse coscienti, dove più impera la Confederazione Generale del Lavoro, ivi trovate la maggiore resistenza, per le necessità organiche di questo movimento che non riuscirete a placare con ordini del giorno né con imposizioni, perché nasce dalle viscere stesse del movimento e dalle sue necessità storiche fatali. Ond’è che quando avrete fatto il Partito comunista, quando avrete – e non mi pare che ancora vi ci si avvii molto rapidamente – impiantato i Soviety in Italia, se vorrete fare qualche cosa che sia rivoluzionaria davvero, che rimanga come elemento di civiltà nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto, ma dopo ci verrete, perché siete onesti, con convinzione, a percorrere completamente la nostra via, a percorrere la via dei socialtraditori, e questo lo dovrete fare perché questo è il socialismo che è solo immortale, che è solo quello che veramente rimane di vitale in tutte queste nostre beghe e diatribe. Dovete fare questa azione graduale, e dovendo fare questa azione, che non può essere che quella, non ce n’è altre e tutto il resto è clamore, è sangue, è orrore, è reazione, è delusione, dovendo fare questa opera voi dovrete poi anche fare da oggi un’opera di ricostruzione sociale. Io sono già imputato, e dovrei essere oggi alla sbarra, con le guardie rosse accanto, di un discorso pronunziato alla Camera il 20 giugno: «Rifare l’Italia», in cui cercavo di delineare, come lo penso io, il programma di ricostruzione sociale del nostro paese, perché abbiamo parecchio da fare nel nostro paese.
Leggetelo. Probabilmente non lo avete letto ed avete fatto male! Leggetelo e vedrete altre profezie e vi accorgerete che questo corpo di reato è il comune programma. Voi temete oggi di costruire per la borghesia. Preferite lasciar crollare la casa comune al conquistarla per voi. Fate vostro il «tanto peggio tanto meglio» degli anarchici. Credete o sperate che dalla miseria crescente possa nascere la rivendicazione sociale: non nascono che le guardie regie e il fascismo, la miseria, l’ignoranza, lo sfacelo. Voi non intendete ancora che questa rivoluzione, fatta dal proletariato con criteri proletari, sarà il maggior passo, il maggior slancio, il maggior fondamento per la rivoluzione proletaria completa di un giorno. E allora, in quel giorno, noi trionferemo insieme! Io forse non vedrò quel giorno. Troppa gente nuova è venuta per forza di cose, che renderà più aspra e difficile la nostra via, ma indubbiamente si trionferà in quella via; maggioranza, minoranza, non conta niente, non si tratta di numeri, frazione scacciata o frazione tenuta, alleanza di frazione o non, collaborazione di frazioni o non, fortuna di uomini scacciati via o tenuti, tutto questo è ridicolo di fronte alle necessità della storia, tutto questo non ha importanza, ciò che ha importanza è la forza operante, per cui io vissi, nella cui fede onestamente morrò, con voi o senza di voi, uguale sempre a me stesso, e combattendo io resto, e credo nel suo trionfo, con voi, perché questa forza operante è il socialismo.
Ebbene: Viva il socialismo!

giovedì 16 gennaio 2014

Intervista a Karl Marx

Donald Sassoon 
Intervista a Marx
“Io sarei il guru del socialismo? Mi hanno preso troppo sul serio”
Lo storico Donald Sassoon ha provato a contattare nell’aldilà l’autore del “Capitale”
Il risultato è uno sguardo sull’oggi: ironico, ma non solo

la Repubblica, 16 gennaio 2014

Intervista immaginaria con Karl Marx, di Donald Sassoon (Castelvecchi, trad. di Leonardo Clausi, pagg. 50 euro 6) è il libro da cui prendiamo alcuni brani

Allora, dottor Marx, lei è davvero messo in soffitta adesso, o no? Quindici anni fa le sue teorie dominavano mezzo mondo. Adesso cosa rimane? Cuba? La Corea del Nord?
«Le mie “teorie”, come le chiama lei, non hanno mai “dominato”. Ho avuto dei seguaci che non mi sono scelto o cercato, e per i quali ho meno responsabilità di quante ne abbiano Gesù per Torquemada o Maometto per Osama bin Laden. I seguaci che si nominano da soli sono il prezzo del successo. La maggior parte dei miei contemporanei ci metterebbe la firma per essere “in soffitta” come lei pensa io sia. Scrissi che la questione era non di spiegare il mondo, ma di cambiarlo. E quanti eminenti vittoriani hanno fatto altrettanto?».
Ok. Nessuno sottovaluta la sua fama. Ma su questo deve essere d’accordo: il marxismo non è più quello di un tempo…
«In realtà il mio lavoro non è mai stato importante come adesso. Negli ultimi cinquant’anni ha conquistato le università dei Paesi più avanzati del mondo. Storici, economisti, politologi e anche, con mia grande sorpresa, alcuni critici letterari si sono tutti dati alla concezione materialista. La storia più interessante prodotta attualmente in Europa e negli Stati Uniti è più “marxistica” che mai. Basta andare alle convention della American Social Science History Association, che io visito regolarmente da spettro. Lì si esamina attentamente l’interconnessione di strutture istituzionali e politiche e del mondo della produzione. Parlano tutti di classi, strutture, determinismo economico, rapporti di potere, oppressi e oppressori. E fanno tutti finta di avermi letto – unchiaro segno di successo».
Calma. Andiamo avanti. Devo chiederle questo: l’Unione Sovietica, i gulag, il terrore comunista.
«Me l’aspettavo. Devo ammettere di essere vanitoso come chiunque altro e che tutto questo culto della personalità e venerazione di Marx mi ha toccato. Mi solleticava il vedere la mia faccia sulle banconote della vecchia DDR e una Marxplatz in ogni città prussiana. Certo, grazie alle abilità di marketing di Engels, gli sforzi di Bernstein e di quel noiosone di Kautsky, subito dopo la mia morte divenni il grande guru del movimento socialista. Di conseguenza gli occidentalizzatori russi mi presero sul serio come l’elettricità. Così non mi sorpresi quando Lenin decise di trasformarmi nella Bibbia. Lenin era un politico intelligente con un buon istinto. Ma era anche un fondamentalista determinato a trovare nel mio lavoro la giustificazione per qualunque cosa volesse fare. Inventò il “marxismo” man mano che andava avanti. Questa detestabile abitudine, tipica delle religioni da tempo immemorabile, si sparse ovunque. Cominciai ad avere la sensazioneche anche le mie liste della spesa fossero arruolate al servizio di questa o quella fazione del movimento. Prenda il concetto di “dittatura del proletariato”. Era una formula che avevo escogitato per suggerire, seguendo l’antico uso dei Romani, un governo eccezionale in tempo di crisi. Avrò usato quest’espressione non più di una decina di volte in vita mia. Non le sto a dire la sorpresa quando la vidi riemergere come idea centrale del marxismo, usata per giustificare il regime a partito unico. Che posso dire? E fui abbastanza sorpreso quando la prima cosiddetta rivoluzione socialista, tra tutti i popoli, avvenne in un Paese così profondamente primitivo e governato da slavi. Quello che stavano facendo i bolscevichi era compiere la rivoluzione borghese che la borghesia russa era troppo esigua e stupida per compiere. I comunisti usarono lo Stato per creare un sistema industriale moderno. Se questa è “dittatura del proletariato”…».
E a proposito dei suoi primi scritti sull’alienazione? I manoscritti del 1844 erano famosi negli anni Sessanta. Vi si vedeva un’attinenza col mondo contemporaneo.
«Sciocchezze. La ragione per cui non li pubblicai era perché erano sproloqui irrilevanti. È ovvio che l’intellighenzia piccolo borghese disillusa ci sarebbe andata a nozze. Sono una perdita di tempo».
Dunque non pensa che il suo rapporto con Hegel…
«Oddio, Hegel! Le dirò un segreto. Non ho mai veramente letto se non nel modo più superficiale, la Fenomenologia dello spirito di Hegel o la sua Logica. La vita è troppo breve».
Che ne pensa del socialismo di oggi?
«È stato in coma per molto tempo. Ha raggiunto il suo scopo: civilizzare il capitalismo nella sua terra d’origine. Non gli si poteva chiedere di più. Adesso sista estinguendo serenamente. Anche il comunismo è crollato, ora che ha raggiunto il suo, di scopo: la costruzione del capitalismo. Lo hanno capito bene in Cina, dove si giocherà il prossimo secolo. In Russia, dove stiamo assistendo alla transizione da lumpen- comunismo a lumpen-capitalismo, è un altro discorso. Ma cosa vuole mai costruire con i russi? Uno deve leggere i loro romanzi, ascoltare la loro musica, ma per quel che riguarda un’economia solida…».
E Blair, la terza via?
«Davvero devo esprimermi su gente del genere? Dire che la storia li dimenticherà è troppo. Non se ne accorgerà nemmeno. E questo mostra quanto siete scesi in basso. Ai miei tempi ce la vedevamo con Bismarck, Lincoln, Gladstone e Disraeli… Veri nemici ».
E l’America?
«Mi sono sempre piaciuti gli yankee: niente feudalesimo,niente tradizioni imbelli. Un sacco di ipocrisia e religione, certo. Ma escono in qualche modo più forti da ogni crisi capitalista. Un fantastico sistema di governo: democrazia truccata, elezioni truccate, sistema politico truccato, circondato da impostori e gretti avvocati. Questo consente al business di svolgere il proprio compito, comprare i candidati, una tangente qui, una tangente là. La gente non è coinvolta. La metà se ne frega di votare. Per l’altra metà la politica è un innocuo divertimento, come guardare Chi vuole essere milionario?».
E lei? Come passa il tempo?
«Io? Mi diverto. Con Friedrich giochiamo su internet. Lo sapeva che “Karl Marx” dà più di quattro milioni di risultati su Google? Abbiamo entrambi molti amici su Facebook e molti che ci seguono su Twitter».
Traduzione di Leonardo Clausi