Jean Daniel *
Cara Rossana,
la mia esitazione a pronunciare le parole che seguono è venuta meno
quando ho visto il conforto, pur modesto, che sono ancora in grado di
recarti. In un primo momento avevo rifiutato, perché l’epoca ci rende
fragili, e anche perché se ne stanno andando tutti, riempiendoci di
ricordi che sono altrettante ferite.
C’è anche il fatto che Karol ci ha abbandonati dopo tantissimo
tempo. Non ci ha lasciati, ma non possiamo più rivolgerci a lui come
prima e, sai bene che se siamo qui, non è per lui che è troppo lontano,
ma per noi che siamo pieni della sua vita.
Sì, il tempo gioca un ruolo. Quasi tutti i giorni mi capita di
chiedermi che cosa avrebbe fatto Serge Lafaurie al mio posto. Per
Karol occorrono degli eventi, non parlo di te Rossana, ma in questo
momento per eventi come quelli che accadono in Ucraina, con il
possibile ritorno a diverse piccole guerre fredde, non posso fare
a meno di dire che Karol ci manca, e di rileggere, come ho fatto,
alcuni suoi articoli tuttora impressionanti, colti e decisi come
sono. Ma torniamo al nostro incontro.
Primo giorno della guerra d’Algeria
Ho appena pubblicato un libro ambientato in quel paese. Karol lo legge e lo segnala subito ai responsabili dell’
Express con il quale collabora. Grazie a questo, arrivo anche io all’
Express
e si forma un trio che fa parlare di sé: Serge Lafaurie, K.S. Karol
e io. Per venti anni saremo inseparabili. Chi è lui? Ha perso l’uso
dell’occhio sinistro ma è bravissimo nel farlo dimenticare. Parla
almeno sei lingue. Ha un accento affascinante e una capacità senza
eguali di reinventare la lingua francese. Ha fatto la resistenza in
Polonia, è stato imprigionato in Unione sovietica, è tornato in
Polonia. Ma come ha attraversato tutte queste prove? Che cosa gli
hanno lasciato? Per adeguarsi all’ambiente, egli si dice
«progressista anti-totalitario». All’epoca i progressisti erano
comunisteggianti ma antibolscevichi. Karol detesta gli
stalinisti ma ancor più gli anticomunisti. Il suo maestro
è Isaac Deutscher, che vive a Londra, come suo padre.
Il comunismo, il marxismo e le rivoluzioni
È un pozzo di scienza in materia di comunismo e di rivoluzioni
a Est. Ha amici ovunque in Europa e soprattutto in Italia, dove
i comunisti lo accolgono bene, proprio perché è antistalinista.
Il Partito comunista italiano è particolarmente aperto (è il
partito di Togliatti e di Enrico Berlinguer), ma c’è soprattutto una
piccola formazione, giovane, brillante e radicale che si chiama
il manifesto.
Alla guida del gruppo una donna notevole, una marxista luminosa
e intransigente: Rossana Rossanda, che egli sposerà. E c’è Luciana
Castellina – il suo diario è stato da poco pubblicato in francese.
Quanto al nostro Karol, scrive due grossi libri, il primo su Cuba,
l’altro sulla Cina; in due libri successivi, egli sfuma e corregge le
tesi del secondo. A che punto è Karol in quell’epoca? Si può dire che
egli vive per e attraverso il comunismo, il marxismo e le
rivoluzioni. Aperto alla discussione, diventa settario quando
sospetta di atlantismo un politico o un collega.
Ha un senso incredibile dei rapporti umani. Un giorno riesce a far
incontrare Mendès France, il laburista britannico Aneurin Bevan
e il socialista italiano Pietro Nenni, con i quali pensa che si
possa intaccare il prestigio dell’Unione sovietica senza
avvicinarsi però agli Stati Uniti.
Politicamente non eravamo d’accordo. Ma siamo stati fedeli a questo
collettivista impenitente che poteva vivere unicamente in una
democrazia occidentale. Il
manifesto riuniva giovani
rivoluzionari ma le sue animatrici, Rossana Rossanda e Luciana
Castellina, provenivano da grandi famiglie. A margine, si
potevano ascoltare le analisi di Lucio Magri, sindacalista
e filosofo, aspetto da attore americano, una delle guide del nostro
André Gorz.
In fondo, pensava come Sartre
Quando inizia a uscire
Le Nouvel Observateur, riservo
naturalmente un posto per K.S. Karol, che ogni settimana distilla la
sua impareggiabile conoscenza sul mondo comunista. Le sue tesi
sono oggetto di discussione, quando si tratta di Castro e soprattutto
di Mao, il tiranno rosso che malgrado tutto egli ammira. Il comunismo
era l’unico mondo che lo interessasse davvero. Karol era amico di
Fidel Castro ma finì per rimproverargli severamente l’astio verso
gli omosessuali. Per Mao, era un’altra storia, piena di scintille,
e dovevo continuamente fungere da arbitro. Il nostro amico è un
uomo che può incontrare Chou En Lai. Ma è contestato e l’offensiva
viene dai Roy: Jules e Claude. I quali tornano dalla Cina con accuse
terribili – e giustificate – contro il regime maoista.
Scatenano una tempesta che gestisco male. Non è una rottura ma una
lacerazione.
Fino alla fine, Karol è stato più attento a quelli che incoraggiavano
i rivoluzionari che a quelli che ne temevano le derive. In fondo,
pensava come Sartre: «Sì, Camus, anch’io odio il gulag, ma ancor più
odio chi lo usa come pretesto per schiacciare il proletariato».
Camus aveva ragione. Ma io, volevo bene a Karol…
* Nato in Algeria da famiglia ebraica francese, è il fondatore del settimanale
Le Nouvel Observateur (di cui fino a giugno 2008 fu anche direttore responsabile); Daniel è un umanista orientato politicamente a sinistra. Nel libro
La prison juive: Humeurs et méditations d'un témoin sostiene che gli ebrei, considerandosi il popolo eletto, si sono imprigionati. Le sue opere sono percorse dall'interrogativo sul ruolo della religione nella morale moderna. Ha fatto parte del think tank della
Fondazione Saint-Simon. In Italia è stata pubblicata l'opera
Resistere all'aria del tempo (Con Camus) [Mesogea, (2009)]
** Il testo che proponiamo è stato letto alla cerimonia di saluto a K. S. Karol al Père Lachaise mercoledì 16 aprile 2014.