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domenica 28 dicembre 2014

"il manifesto", tracce di una storia



Pietro Ingrao, Lucio Magri
Rossanda, Pintor, Magri
"La decisione di dar vita a un quotidiano, che uscì nell'aprile del '71, accelerò lo sviluppo dell'organizzazione politica ... Fu anche un grande evento giornalistico e editoriale, pioniere, grazie soprattutto a Filippo Maone, nelle nuove tecnologie: nessun gruppo della nuova sinistra aveva tentato di realizzare un progetto così ambizioso, senza mezzi (partimmo con 47 milioni di lire, raccolte una per una, con un solo contributo corposo: un milione ciascuno da Yves Montand e da Simone Signoret)."     Luciana Castellina, Prefazione in Lucio Magri, Alla ricerca di un altro comunismo, il Saggiatore 2012

Rossana Rossanda, Aldo Natoli
Riccardo Barenghi, Luigi Pintor
Luigi Pintor, Federica Sciarelli, Valentino Parlato






















Jacopo Jacoboni
Divorzio dell'ultimo grande. Anche Valentino Parlato lascia "il manifesto"
La Stampa, blog Arcitaliana, 13 dicembre 2012


Nella storia gloriosa del manifesto è sempre circolata una battuta-birignao che chiunque sia stato vicino a quel collettivo, anche alle singole persone che l'hanno fondato, si sentiva subito raccontare. "Cosa pensa Rossana, cosa scrive Luigi, dov'è Valentino?". La penna era Pintor, l'intellettuale, la filosofa era Rossanda, l'uomo del fare, il finanziatore, quello che sapeva tenere i contatti anche in partibus infidelium - per esempio con banchieri e imprenditori del capitalismo all'italiana - beh, quello è sempre stato Valentino Parlato.
Colpisce così due volte la notizia ultimissima: anche Valentino - come tutti l'hanno sempre chiamato, dai fattorini di via Tomacelli a grandi imprenditori che, pur nel totale dissenso, lo hanno talvolta aiutato a far vivere il giornale - lascia il quotidiano, alle prese con la crisi più grave della sua storia. Parlato in sostanza se ne va dicendo che avrebbe dovuto seguire già l'addio della Rossanda. E se le sue parole sono meno polemiche di quella della fondatrice, gli argomenti però paiono durissimi. "Cara Norma, la crisi non è solo di soldi, ma anche di soldati e di linea. Anche la riunione del 4 novembre non so che fine abbia fatto". E' il motivo per cui "quel che state facendo, sulla nuova cooperativa e sul possibile rilancio del giornale, non mi convince affatto". La risposta della Rangeri, che sta coordinando questa fase difficilissima, è gentile ma amara non meno. Norma rivendica la scelta della direzione di concentrarsi innanzitutto sulla costituzione di una nuova cooperativa, "è quello il nostro agire politico, il modo per tenere aperto uno spazio di confronto per tutti". Ripete anche un impegno che assunse fin dall'inizio: superato lo scoglio della nuova cooperativa, la direzione avrà esaurito il suo compito. Insomma, non è una quesitone di poltrone (ma nessuno l'ha mai minimamente pensato). Evidentemente, sono rassicurazioni che non bastano.
Dopo Rossanda, dopo lo storico caporedattore Marco D'Eramo, dopo l'addio di Ale Robecchi, il corsivista puntuto, e di Vauro, il vignettista geniale (entrambi approdati al Fatto quotidiano, traslazione sintomatica e non casuale), capita dunque quello di un altro, pesantissimo, del gruppo dei fondatori. E' difficile da oggi pensare di poter parlare di manifesto senza chiedere lumi a Valentino, acquartierato nella sua ridotta a Monti, ma sempre coinvolto nella vita del giornale, sempre disponibile a illuminare, far capire, e anche a sperare. C'è davvvero qualcosa che non va più, se anche Valentino ha perso quella speranza.
Vauro Senesi



venerdì 18 aprile 2014

K.S. Karol bolscevico inusuale

Jean Daniel *

Cara Ros­sana,
la mia esi­ta­zione a pro­nun­ciare le parole che seguono è venuta meno quando ho visto il con­forto, pur mode­sto, che sono ancora in grado di recarti. In un primo momento avevo rifiu­tato, per­ché l’epoca ci rende fra­gili, e anche per­ché se ne stanno andando tutti, riem­pien­doci di ricordi che sono altret­tante ferite.
C’è anche il fatto che Karol ci ha abban­do­nati dopo tan­tis­simo tempo. Non ci ha lasciati, ma non pos­siamo più rivol­gerci a lui come prima e, sai bene che se siamo qui, non è per lui che è troppo lon­tano, ma per noi che siamo pieni della sua vita.
Sì, il tempo gioca un ruolo. Quasi tutti i giorni mi capita di chie­dermi che cosa avrebbe fatto Serge Lafau­rie al mio posto. Per Karol occor­rono degli eventi, non parlo di te Ros­sana, ma in que­sto momento per eventi come quelli che acca­dono in Ucraina, con il pos­si­bile ritorno a diverse pic­cole guerre fredde, non posso fare a meno di dire che Karol ci manca, e di rileg­gere, come ho fatto, alcuni suoi arti­coli tut­tora impres­sio­nanti, colti e decisi come sono. Ma tor­niamo al nostro incontro.

Primo giorno della guerra d’Algeria

Ho appena pub­bli­cato un libro ambien­tato in quel paese. Karol lo legge e lo segnala subito ai respon­sa­bili dell’Express con il quale col­la­bora. Gra­zie a que­sto, arrivo anche io all’Express e si forma un trio che fa par­lare di sé: Serge Lafau­rie, K.S. Karol e io. Per venti anni saremo inse­pa­ra­bili. Chi è lui? Ha perso l’uso dell’occhio sini­stro ma è bra­vis­simo nel farlo dimen­ti­care. Parla almeno sei lin­gue. Ha un accento affa­sci­nante e una capa­cità senza eguali di rein­ven­tare la lin­gua fran­cese. Ha fatto la resi­stenza in Polo­nia, è stato impri­gio­nato in Unione sovie­tica, è tor­nato in Polo­nia. Ma come ha attra­ver­sato tutte que­ste prove? Che cosa gli hanno lasciato? Per ade­guarsi all’ambiente, egli si dice «pro­gres­si­sta anti-totalitario». All’epoca i pro­gres­si­sti erano comu­ni­steg­gianti ma anti­bol­sce­vi­chi. Karol dete­sta gli sta­li­ni­sti ma ancor più gli anti­co­mu­ni­sti. Il suo mae­stro è Isaac Deu­tscher, che vive a Lon­dra, come suo padre.

Il comu­ni­smo, il mar­xi­smo e le rivoluzioni

È un pozzo di scienza in mate­ria di comu­ni­smo e di rivo­lu­zioni a Est. Ha amici ovun­que in Europa e soprat­tutto in Ita­lia, dove i comu­ni­sti lo accol­gono bene, pro­prio per­ché è anti­sta­li­ni­sta.
Il Par­tito comu­ni­sta ita­liano è par­ti­co­lar­mente aperto (è il par­tito di Togliatti e di Enrico Ber­lin­guer), ma c’è soprat­tutto una pic­cola for­ma­zione, gio­vane, bril­lante e radi­cale che si chiama il mani­fe­sto. Alla guida del gruppo una donna note­vole, una mar­xi­sta lumi­nosa e intran­si­gente: Ros­sana Ros­sanda, che egli spo­serà. E c’è Luciana Castel­lina – il suo dia­rio è stato da poco pub­bli­cato in fran­cese. Quanto al nostro Karol, scrive due grossi libri, il primo su Cuba, l’altro sulla Cina; in due libri suc­ces­sivi, egli sfuma e cor­regge le tesi del secondo. A che punto è Karol in quell’epoca? Si può dire che egli vive per e attra­verso il comu­ni­smo, il mar­xi­smo e le rivo­lu­zioni. Aperto alla discus­sione, diventa set­ta­rio quando sospetta di atlan­ti­smo un poli­tico o un col­lega.
Ha un senso incre­di­bile dei rap­porti umani. Un giorno rie­sce a far incon­trare Men­dès France, il labu­ri­sta bri­tan­nico Aneu­rin Bevan e il socia­li­sta ita­liano Pie­tro Nenni, con i quali pensa che si possa intac­care il pre­sti­gio dell’Unione sovie­tica senza avvi­ci­narsi però agli Stati Uniti.
Poli­ti­ca­mente non era­vamo d’accordo. Ma siamo stati fedeli a que­sto col­let­ti­vi­sta impe­ni­tente che poteva vivere uni­ca­mente in una demo­cra­zia occi­den­tale. Il mani­fe­sto riu­niva gio­vani rivo­lu­zio­nari ma le sue ani­ma­trici, Ros­sana Ros­sanda e Luciana Castel­lina, pro­ve­ni­vano da grandi fami­glie. A mar­gine, si pote­vano ascol­tare le ana­lisi di Lucio Magri, sin­da­ca­li­sta e filo­sofo, aspetto da attore ame­ri­cano, una delle guide del nostro André Gorz.

In fondo, pen­sava come Sartre

Quando ini­zia a uscire Le Nou­vel Obser­va­teur, riservo natu­ral­mente un posto per K.S. Karol, che ogni set­ti­mana distilla la sua impa­reg­gia­bile cono­scenza sul mondo comu­ni­sta. Le sue tesi sono oggetto di discus­sione, quando si tratta di Castro e soprat­tutto di Mao, il tiranno rosso che mal­grado tutto egli ammira. Il comu­ni­smo era l’unico mondo che lo inte­res­sasse dav­vero. Karol era amico di Fidel Castro ma finì per rim­pro­ve­rar­gli seve­ra­mente l’astio verso gli omo­ses­suali. Per Mao, era un’altra sto­ria, piena di scin­tille, e dovevo con­ti­nua­mente fun­gere da arbi­tro. Il nostro amico è un uomo che può incon­trare Chou En Lai. Ma è con­te­stato e l’offensiva viene dai Roy: Jules e Claude. I quali tor­nano dalla Cina con accuse ter­ri­bili – e giu­sti­fi­cate – con­tro il regime maoi­sta. Sca­te­nano una tem­pe­sta che gesti­sco male. Non è una rot­tura ma una lace­ra­zione.
Fino alla fine, Karol è stato più attento a quelli che inco­rag­gia­vano i rivo­lu­zio­nari che a quelli che ne teme­vano le derive. In fondo, pen­sava come Sar­tre: «Sì, Camus, anch’io odio il gulag, ma ancor più odio chi lo usa come pre­te­sto per schiac­ciare il pro­le­ta­riato». Camus aveva ragione. Ma io, volevo bene a Karol…

* Nato in Algeria da famiglia ebraica francese, è il fondatore del settimanale Le Nouvel Observateur (di cui fino a giugno 2008 fu anche direttore responsabile); Daniel è un umanista orientato politicamente a sinistra. Nel libro La prison juive: Humeurs et méditations d'un témoin sostiene che gli ebrei, considerandosi il popolo eletto, si sono imprigionati. Le sue opere sono percorse dall'interrogativo sul ruolo della religione nella morale moderna. Ha fatto parte del think tank della Fondazione Saint-Simon. In Italia è stata pubblicata l'opera Resistere all'aria del tempo (Con Camus) [Mesogea, (2009)]
** Il testo che pro­po­niamo è stato letto alla ceri­mo­nia di saluto a K. S. Karol al Père Lachaise mer­co­ledì 16 aprile 2014.

martedì 8 gennaio 2013

Miguel Gotor, Ricordo di Lucio Magri

È trascorso più di un anno dalla morte di Lucio Magri. L’ultima volta che lo vidi fu anche la prima della mia vita e conservo una memoria particolarmente vivida di quella giornata. Non so neppure perché, ma mi ritrovai insieme con mia moglie nella sua accogliente casa in piazza del Grillo, seduto su dei lunghi divani bianchi. Tutt’intorno, la giovane moglie Mara, prematuramente scomparsa, sembrava scrutarci dalle foto sugli scaffali di un salotto che in un tempo ormai dissipato aveva ospitato la sede del primo Manifesto, quando Praga bruciava insieme con la speranza che un altro socialismo fosse ancora possibile.
Al centro dell’ampia stanza stava un uomo triste e solo, disperatamente sofferente, fanciullesco nel suo esibito dolore. Aveva appena terminato quello che sapeva essere il suo testamento umano e politico, Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, l’ultima resistenza al vortice di una depressione divorante. Ricordo ancora nitido il disagio di essere ospitati dentro quella tragedia, i nostri tentativi di comunicare con un muro dagli occhi cerulei ancora bellissimi, ma resi smarriti dall’angoscia.
Nella sua decisione di porre termine alla sua vita con il suicidio assistito vidi il solco di un radicalismo e un gusto per l’intransigenza che avevano accompagnato tutta la sua esistenza: dalla giovanile militanza cattolica e democristiana nel gruppo dossettiano nel segno della riforma morale e intellettuale dell’Italia, allo scontro con Fanfani, all’ingresso nel Pci dopo il 1956, conquistato dall’inquieta sensibilità di Franco Rodano; dalla radiazione nel 1970 dal partito all’avventura giornalistica, umana e politica prima del Manifesto e poi del Pdup; dal rientro, all’inizio degli anni Ottanta, nel Pci di Berlinguer, ma non da pentito della sua esperienza nella sinistra extraparlamentare, sino al rigetto della svolta del 1989, all’ingresso in Rifondazione comunista e alla difesa dell’esperienza del comunismo italiano.
[...]
Come ricorda Castellina, Magri è stato un uomo integralmente novecentesco che ha vissuto in modo drammatico la crisi della sinistra, a causa del suo «assolutismo caratteriale diventato un rovello costante». Un rovello, intorno al peso di una sconfitta che era anche un atto di amore nei confronti di una storia. Questo pensai quando vidi i suoi occhi brillare l’ultima volta dall’alto della tromba delle scale, mentre accompagnava la nostra vitalità con un sorriso triste, troppo triste, per non dirci addio: «Io son giunto alla disperazione calma, senza sgomento. Scendo. Buon proseguimento».



Il dolore calmo di Lucio Magri
A un anno dalla morte, i saggi del fondatore del “Manifesto”

la Repubblica, 8 gennaio 2013