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sabato 5 luglio 2025

L'Italia al bivio


Achille Occhetto
Il destino del nostro paese tra l'Europa e Trump

la Repubblica, 4 luglio 2025

Solo in parte, e con mille precauzioni rassicuranti, ci stiamo accorgendo che siamo precipitati in un immane e catastrofico disordine mondiale, dominato dalle ragioni della forza e dell’imperio. Gran parte degli stessi leader europei si mostrano insensibili dinnanzi al fatto che la grande conquista morale, politica e ideale acquisita alla fine della seconda guerra mondiale, cioè il divieto assoluto dell’uso della forza nella risoluzione delle controversie internazionali si è capovolta nel suo contrario: in un un terrificante ritorno al millenario jus ad bellum, fondato sulla diplomazia al servizio della forza e del reciproco ricatto della deterrenza nucleare. L’unica cosa di cui sanno parlare è di riarmo, in un mondo già armato fino ai denti. La stessa proposta del sedicente pacifista Trump di alzare le spese militari al 5 per cento del pil è un’infamia volta a distruggere le economie più deboli, e ha fatto bene lo spagnolo Sánchez a ribellarsi.

Ma dinnanzi allo sconcerto di grandissima parte dei cittadini europei i soliti furbetti del gioco delle tre carte cercano di rassicurare l’opinione pubblica dicendo che non si tratta del 5 per cento, ma solo del 3,5 per il riarmo effettivo e l’1,5 per le infrastrutture. Rispondo: bene, si spenda nelle necessarie infrastrutture che sono utili soprattutto per contrastare le guerre ibride, e che possono servire anche per usi pacifici. E sul terreno squisitamente militare si metta mano alla riorganizzazione e razionalizzazione della difesa europea. A chi utilizza supinamente il diktat di Trump paventando una imminente aggressione armata dell’Europa occorrerebbe far presente che Putin sta già violando i nostri confini non con i carri armati. Putin, quelle frontiere, le ha già ampiamente attraversate con una ben orchestrata “guerra ibrida” che ha, poco per volta, avvelenato gran parte delle coscienze dei popoli europei. Sta sfuggendo la portata della guerra ibrida della Russia contro l’Europa, condotta attraverso la guerra psicologica, la disinformazione, il cyber welfare e l’uso di agenti non statali volti a influire nei processi politici ed economici. Le azioni cibernetiche, come attacchi informatici, sabotaggio e disinformazione andrebbero combattute con una visione più sofisticata della difesa, attraverso un potenziamento e aggiornamento di tutti gli strumenti tecnologici e di informazione coscientemente finalizzati a combattere la guerra irregolare. La “guerra ibrida”, sul terreno politico, invece, la si combatte principalmente non con le armi bensì con l’egemonia morale e culturale di classi dirigenti che sappiano far rivivere la democrazia nel cuore delle popolazioni europee presentandosi con il volto di una Europa aperta alle esigenze fondamentali dei suoi cittadini e non colpendo il welfare. Invece non ci stiamo accorgendo che è Trump che sta distruggendo la Nato, mentre i leader europei stanno balbettando e parlano in modo risibile di una piccola Nato a trazione europea per non percorrere la strada maestra di un esercito europeo.

È una menzogna affermare che la proposta della von der Leyen di riarmo dei singoli Stati sia un primo passo in questa direzione. La stessa politica di difesa comune europea dovrebbe accompagnarsi ai primi passi da compiere nella direzione di una effettiva Europa politica. Lo so: nella storia non si è mai visto che prima ci si armi e poi si dia vita al Paese da difendere. Ma, allora, invece di contrabbandare il piano di riarmo dei singoli Stati come un primo passo verso la difesa europea si dovrebbe incominciare a mettere le prime fondamenta dell’unione politica. Incominciando, come è avvenuto agli inizi dell’impresa europeista, con chi ci sta. Lo scandalo ungherese — di uno Stato liberticida — dovrebbe farci comprendere che sovranismo nazionalista e europeismo sono la rappresentazione di un raccapricciante ossimoro. Lo vediamo ogni giorno e sui più disparati dossier: la cittadella europea non è assediata solo dai nazionalismi esterni ma è minata dal nazionalismo interno. È proprio quello, in governi che si dicono europeisti, che ci fa assistere al continuo altalenarsi tra proposte virtuose e compromessi al ribasso. È il nazionalismo interno che ostacola una strategia unitaria verso l’immigrazione e l’accoglienza, che impedisce all’Europa di parlare con una voce sola in politica estera, in quella della sicurezza, delle politiche sociali e del lavoro, delle politiche green e nella stessa politica fiscale. Il principio di unanimità è l’esatto opposto della ricerca dell’unità. Esaspera le tendenze centrifughe dei nazionalismi e ossifica gli egoismi. Oggi sarebbe più che mai compito dell’Europa rilanciare il tema centrale di una sicurezza comune che tenga conto delle reciproche preoccupazioni. L’Europa stessa dovrebbe, attraverso la proposta di una Conferenza di pace, farsi promotrice di una concezione nuova dei rapporti internazionali, al di fuori dell’attuale terrapiattismo, proprio di una geopolitica che stende la carta geografica sul tavolo per tracciare la frontiera tra est e ovest, invece di guardare il pianeta dall’alto del mappamondo. La nostra difesa più efficace risiederebbe anche in un’Europa politica che si faccia promotrice di una governance mondiale dell’intelligenza artificiale per affrontare in modo solidale l’etica e la sicurezza dei “sistemi”, l’impatto sul lavoro, la proprietà intellettuale, la diversità culturale, le conseguenze ambientali, la concentrazione del mercato, la necessità di stimolare l’innovazione per un vero progresso della civiltà umana. Per tutti questi motivi anche l’Italia è a un bivio: con Trump e gli oligarchi del digitale che sostengono le organizzazioni di estrema destra antieuropeiste e filo putiniane o con l’Europa? Non è una scelta da niente. Ne va del destino del nostro Paese.

martedì 18 marzo 2025

La congiura dei falliti

Pina Picierno 



Alfio Mastropaolo, Nazionalismo e armamenti: la congiura dei falliti
il manifesto, 18 marzo 2025

Fa da mediocre contorno la congiura, questa sì concertata, dei falliti della sinistra italiana. Che i tempi consiglino una più intensa cooperazione europea anche militare è ovvio. Per corroborare l’ovvietà Michele Serra ha proposto la grande manifestazione popolare. Ma lui stesso si è accorto che di Europe ce ne sono parecchie. Non c’è solo la «fortezza Europa». Cui aderisce un pezzo di dirigenza Pd, mentre un’altra concorda con la segretaria sulla sua drammatica inadeguatezza e sui suoi costi enormi. È l’occasione per i falliti del Pd e dintorni, sconfitti dagli elettori e delle primarie, per liberarsi, col sostegno di stampa e tv padronali, di una segretaria non deferente, rea a quanto pare di lesa fede europeista e democratica, di stolido pacifismo. Con tripudio dell’ultradestra. Falliti sì, ma pericolosi.


Alba Romano, Il no di Elly Schlein al piano di riarmo Ue: sì ad investimenti comuni 
Open, 7 marzo 2025 

La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein è contraria a ReArm Europe. Perché «quello che serve oggi è un salto in avanti verso difesa comune europea. Se non si sta facendo, ahimè, è perché evidentemente non c’è ancora la volontà politica da parte degli Stati. Ai socialisti europei ho anche detto che la difesa europea è una cosa diversa rispetto all’agevolazione al riarmo dei 27 Stati membri, come fa il piano von der Leyen. Per questo va nella direzione sbagliata». In un’intervista al Corriere della Sera la leader Dem dice che durante il Covid è arrivato «un grande piano di investimento, il Next generation Eu. Oggi siamo davanti a una sfida di analoga portata e non vediamo quel coraggio».

Le priorità

Schlein chiede «un piano di investimenti comuni da 800 miliardi all’anno che tenga dentro tutte le priorità: quella industriale, la energetica, la sociale, l’ambientale, la digitale e la difesa comune. Anche la difesa comune infatti va sostenuta con investimenti comuni fatti con debito europeo, ma entro un piano complessivo che abbia pure altre priorità». Il piano europeo «finanzia progetti comuni europei. Però sono prestiti, non investimenti diretti. E per di più è uno strumento che non passa dal Parlamento e che quindi sarà difficile migliorare. Tutti gli altri strumenti, penso alla flessibilità sul patto di Stabilità o alla richiesta di finanziamenti della Banca europea, vanno condizionati ai progetti comuni presentati da più Paesi, perché altrimenti è il riarmo dei 27 e, come ho detto ai leader socialisti europei, non è più efficiente, non fa economia di scala, non aumenta la interoperabilità e, quindi, non aumenta la deterrenza».

La coesione

La segretaria del Pd è anche contraria al dirottamento dei fondi di coesione sulla spesa militare: «Su questo punto abbiamo avuto riscontri molto positivi e questo si rifletterà anche nella posizione dei socialdemocratici al Parlamento europeo». E ancora: «Insisto: per fare la difesa comune servono investimenti comuni. Se siamo d’accordo sul fatto che siamo di fronte a una sfida di portata analoga a quella della pandemia, non si capisce perché gli Stati si devono richiudere e fare un piano basato solo sul debito nazionale. Sembra di rivedere il film che abbiamo visto con le deroghe alla disciplina degli aiuti di Stato durante il Covid. Si ricorda come è andata? Che quelle deroghe le hanno utilizzate solo i Paesi che avevano più margine fiscale. Quindi si rischia di acuire le distanze anziché porre le basi di un esercito europeo, che sarebbe più efficace anche in termini di deterrenza rispetto a 27 diversi eserciti».

L’Ucraina

Nel colloquio con Maria Teresa Meli l’ultima domanda è sul sostegno all’Ucraina: «Nel gruppo a Bruxelles ovviamente abbiamo parlato anche della situazione internazionale. Trump ha deciso di prendere le parti di Putin, ricattando e umiliando l’Ucraina. I due hanno un interesse comune: dividere e indebolire l’Europa. E vogliono sostituire il diritto internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Non lo possiamo accettare. Come non possiamo accettare che gli Usa vogliano escludere l’Ucraina e la Ue dai negoziati con la Russia. Per questo, l’ho detto a Bruxelles, gli Stati membri dovrebbero dare un mandato chiaro e forte a una delle istituzioni europee perché possa sedersi a quel tavolo per difendere gli interessi di sicurezza ucraini ed europei, Trump di certo non lo farà. Quindi dobbiamo continuare a supportare un popolo invaso, ma al contempo sviluppare una proposta di pace europea. In questo senso è stato positivo sentirne parlare Starmer e Macron a Londra».