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lunedì 13 luglio 2026

La rivoluzione meridionale (1816-1926)

Contro l’idea di un sud dormiente

Mezzogiorno. Salvatore Lupo torna, sconfessandolo, sullo stigma secondo cui il contributo del Meridione alla costruzione della nazione è stato irrilevante

Luigi Mascilli Migliorini
Il Sole 24ore, 12 luglio 2026

Simile nel titolo al celebre testo di Guido Dorso, ma profondamente diverso nella ispirazione e nella argomentazione – come rivelano le pagine del serrato e originale confronto con l’opera del meridionalista irpino – il libro di Salvatore Lupo, protagonista tra i maggiori delle ultime, significative stagioni di riconsiderazione critica della storia meridionale, ha il merito tutt’altro che trascurabile di opporsi ad ogni tentazione di “sonnambulismo” nel racconto delle vicende del Mezzogiorno.

Non ce ne sarebbe, e non ce ne sarebbe stato, probabilmente bisogno, dal momento che ai primi interpreti del Risorgimento era stato assai chiaro quanto il processo di unificazione nazionale poggiasse le sue fondamenta, a partire dal Novantanove napoletano, sulle dinamiche rivoluzionarie della storia meridionale e avesse trovato, poi, il proprio compimento nella rivoluzione garibaldina. Da questa netta e condivisa certezza si potevano far derivare conseguenze di varia natura, ma a nessuno, alle origini dell’Italia unita, sfuggiva che il travaglio talvolta disordinato del Mezzogiorno avesse accompagnato, non meno che il movimento più composto, del moderatismo di casa Savoia, la nascita della nazione.

Poi, per ragioni complesse, che Salvatore Lupo conosce bene e racconta qui con larghezza e profondità, tra Nation building sabaudista, Armonie anzi tempo perdute, Gattopardi dalla rassicurante pigrizia, hanno stratificato una rappresentazione liturgica e letargica del Mezzogiorno pre e post unitario capace perfino – e non sempre e non solo da “destra” per così dire – di vedere nelle Quattro giornate di Napoli non una pagina drammatica e precoce della Resistenza italiana al nazi-fascismo, ma l’ennesima riproposizione del “masaniellismo”, la conferma che a Sud ci si ribella, ci si “sfastidia”. Una terra di moti improvvisi e improvvisati della psiche morbida dei suoi abitanti che non hanno nulla a che vedere con una vera Rivoluzione. Una irrequietudine guaglionesca, una “scugnizzata” insomma, ben lontana dal progetto politico di cui è tessuta la guerra partigiana al Centro e al Nord della penisola.

La responsabilità che ha avuto in questa narrazione il processo materiale di costruzione della nazione è ovviamente determinante, tanto sul piano istituzionale quanto su quello economico. Tutto cominciò, per un verso, con il rifiuto – vi ritorna l’autore con giusta puntualizzazione – di una Assemblea Costituente, sia pure nel quadro di una monarchia appunto pienamente costituzionale, chiesta da Mazzini e da Garibaldi e rifiutata da un Re, entrato a Napoli – dichiarò Vittorio Emanuele – «per chiudere l’epoca delle rivoluzioni». Da quel rifiuto sedimentò una sovrapposizione tra Mezzogiorno e democrazia che rappresentò nei decenni successivi il vanto e la croce della società meridionale, e che Francesco Crispi, non appena giunta al potere la Sinistra parlamentare e lui non ancora diventato l’uomo forte degli anni umbertini, rivendicava tuonando in un’aula della Camera dove si stava per approvare una legge sulla pubblica sicurezza, che il Mezzogiorno era «entrato in Italia per via di Rivoluzione».

A quella sovrapposizione non giovò il brigantaggio che oggi spesso suscita nostalgie dell’immaginario e qualche indulgenza storiografica. Lo osservo sommessamente, stimolato dalle pagine di Salvatore Lupo, poiché se esso accadde, nella estensione che conosciamo, vuol dire che le ragioni ci furono tutte. Ma ci fu anche la paura di una parte rilevante dei ceti sociali protagonisti della rivoluzione risorgimentale, paura che il ricordo, mai appannatosi, del 1799 rendeva più acuta. E poi quella paura non aiutò certo le timide tentazioni di un’Italia di autonomie locali e si alleò con la più frettolosa e improvvida delle centralizzazioni post-napoleoniche in Europa.

Per altro verso, l’analisi di Rosario Romeo sui caratteri dello sviluppo economico e i suoi condizionamenti, è ben presente ancora oggi in questo libro. Un’Italia nell’Europa della seconda rivoluzione industriale era troppo, troppo ingombrante. Ce ne volevano due: una a cui toccavano le cadenze del progresso e un’altra a cui restava la consolazione del sottosviluppo (che era anche un parziale sviluppo) da traino: una locomotiva, insomma, al Nord e a Sud vagoncini che seguivano in maniera più o meno disciplinata, con la percezione di esserselo meritato per via di una atavica, irrimediabile apatia.

La via era stretta per conservare lo spirito di una rivoluzione. Eppure ce l’abbiamo fatta. Non si è persa, anzi è oggi più forte di ieri, la convinzione che senza il Mezzogiorno l’Italia non sarebbe mai esistita. Le nostalgie borboniche, se gli storici non se ne appassionano troppo, cedono il passo ad una ragionata visione delle enormi responsabilità che ebbe quella monarchia nel determinare ciò che fu anche una sconfitta politica, del Mezzogiorno come della democrazia. La repubblica, estranea a Sud per ragioni storiche, ebbe un inizio timido, ma il suo radicamento, tra i tanti e ripetuti tentennamenti degli ultimi decenni, è oggi, nella società meridionale, non meno forte che altrove, forse persino più.

Salvatore Lupo
La rivoluzione meridionale (1816-1926). Narrazioni e memorie
Donzelli, pagg.360, € 28

mercoledì 4 febbraio 2026

Miles gloriosus

Filippo Ceccarelli 
Un miles gloriosus in versione pop 

la Repubblica, 4 febbraio 2026

A proposito di antiche maschere, odierne avventure e futuro nazionale: sul finire della Seconda Guerra Punica, tra il 205 e il 200 a.C., Tito Maccio Plauto, commediografo che non guardava troppo per il sottile, diede vita al suo Miles Gloriosus, il soldato millantatore, con molta probabilità ispirandosi alla figura di Scipione l'Africano.

Con qualche sciaguratissimo aggiornamento pop, dalla tarantolata gestualità della Decima all'esibizione estiva di pescioni fino al presepio tattico da zaino, il tipo umano del militare che si vanta e minaccia, punta il dito sui cattivoni e vuole salvare la patria, si adatta bene al generale Vannacci - e ancora meglio adesso che, stanco di essere “un valore aggiunto” nella Lega, “Make the League Great Again” aveva promesso qualche mese orsono, ha invece scelto di ballare da solo con il suo partitello.

Per inciso: nel 1963 Pier Paolo Pasolini, su richiesta di Vittorio Gassman, tradusse in fretta e furia il Miles in romanesco promuovendo il protagonista a Generale; e neanche a farlo apposta, sull'imperdibile pagina Instagram dell'europarlamentare fa bella mostra di sé un'immagine di Vannacci mascherato da condottiero antico romano con tanto di testa e pelle di lupo sulla corazza istoriata. Nubi e sole gravano sopra l'eroica figura, la mano sinistra – ahilui! - è posata sull'elsa della spada, l'espressione del volto inclina verso un sorriso di battaglia. A parziale riequilibrio iconografico - nel video susseguente, intervallato da scontatissimi spezzoni de Il Gladiatore, lo si vede concionare in un banchetto di giovani leghisti toscani – va detto che l'allucinata visione conferma comunque l'intuito di Michele Serra, secondo cui, mese dopo mese, Vannacci assomiglia sempre più ad Alberto Sordi.

Ultimamente, prima e dopo l'ormai consueto tuffo di Capodanno, il Generale è stato in barca sul Tevere con Chiambretti, ha concesso il proprio nome a un sigaro, il “Vannaccio”, si è soffermato sulle gambe pelose di Carola Rackete, ha ricordato che la tomba di Papa Bergoglio è vicina a quella di Junio Valerio Borghese; quindi ha proposto di far imparare a memoria “Il Giuramento di Pontida” ai bambini delle elementari, ha fatto la sua comparsa nel podcast di Maria Rosaria Boccia, si è scagliato contro gli “smidollati” del sito Phica.eu e dopo essersi fatto immortalare in posa di pizzaiolo con la fedelissima Sylvie Lubamba, è entrato lietamente a far parte dei disegni cristianisti di Marione Adinolfi, che con lui e Fabrizio Corona vorrebbe tanto dar vita a un “tridente”.

Nel frattempo, occorre dire, la scena pubblica italiana seguita a offrirne e a ospitarne di tali e di tante che non ci si fa più nemmeno troppo caso; e se tenere il conto e la memoria delle scemenze è ormai quasi impossibile, a maggior ragione varrà invece la pena di ricordare che in Italia la figura archetipico-plautina del Soldato vantone diede origine nel Cinquecentento a una quantità di “Capitani” che allietarono la commedia dell'arte, con i dovuti rimbalzi nella politica vecchia e nuova: Capitan Fracassa, Capitan Spavento, Capitan Rodomonte, questi ultimi personaggi diciamo militari, però anche ibridati dall'immaginario dei ciarlatani che ai tempi attiravano l'attenzione sparandole, come oggi, sempre più grosse.

Forse Salvini, che in tema ha certo le sue competenze, prima di arruolare Vannacci come vicesegretario, avrebbe dovuto essere più prudente. Ora, se perde quei voti, sono guai per lui e pure per Meloni. Sennonché, al di là dei meri calcoli elettorali, così come dell'ennesima ricomparsa del Miles Gloriosus nel format radiofonico del Colonnello Buttiglione e del generale Damigiani, la questione più vera e nascosta è che di riffa o di raffa l'Italia si va riarmando, le spese militari aumentano e il business dei droni, dei missili, della sicurezza e adesso anche delle riserve di volontari senz'altro richiama robusti appetiti e protezioni politiche.

Di solito il complesso militare-industriale diffida delle maschere, ma qui da noi il comparto è assai popolato, e quando si tratta di difendere “la nostra civiltà” quasi inesauribile.

sabato 17 gennaio 2026

In nome del popolo iraniano

Golshifteh Farahani: "In Iran, la resistenza all'abominio, alle dittature e agli invasori è nel nostro sangue"
Le Monde, 16 gennaio 2026

Ho passato giorni a cercare di scrivere qualcosa sullo stato del mondo. Rileggendolo, mi sono reso conto di non aver detto una parola su ciò che provo. Come se mi stessi nascondendo dalla depressione degli ultimi tre anni. Eppure, condividere ciò che provo è ciò che mi ha sempre spinto.

Tre anni e quattro mesi fa, con la rivolta rivoluzionaria scoppiata dopo la morte di Mahsa Amini, ho cercato di esprimere le emozioni a parole, di abbattere le barriere culturali. Di ricordare a tutti che, anche sotto il giogo di un regime islamico, siamo pur sempre esseri umani. Madri. Fratelli. Figlie. Ascoltiamo la stessa musica, indossiamo gli stessi vestiti sotto l'uniforme islamica, cantiamo e balliamo.

Alla fine del 2022, ho trascorso giorni e notti da sola, cercando video e traducendoli. Traducendo le lacrime, i pianti, la rabbia, nel linguaggio del cuore, il linguaggio condiviso da tutti gli esseri umani. Ho cercato di essere un ponte tra il mondo occidentale e la tragedia che si stava consumando in Iran.

Una tragedia che dura da molto tempo, ben prima della Rivoluzione Islamica. Forse addirittura migliaia di anni prima. La tragedia di un popolo tradito dai suoi leader, ripetutamente.

Danneggiato per sempre

Un popolo che ha conosciuto molti pazzi come Shah Abbas I [1571-1629] che non solo uccise i suoi oppositori, ma li fece a pezzi vivi e ne diede la carne da mangiare ai soldati del corpo Chigiyyin, nella piazza principale di Isfahan.

Questa non è una storia dell'orrore per bambini. Queste atrocità si sono verificate ripetutamente. Non è la prima volta che l'Iran vive sotto un regime brutale come quello dei mullah, ma spero che sia l'ultima. La resistenza all'abominio, alle dittature e agli invasori è nel nostro sangue.

Sono nata durante la guerra in Iraq, nel 1983. Dopo la Rivoluzione Islamica, quindi. I primi anni della mia vita sono stati immersi nella paura. Paura per mio padre, che stava fuggendo per salvarsi la vita perché aveva fatto parte dell'opposizione, sia prima che dopo la rivoluzione. Paura delle bombe, dell'oscurità. La mia generazione è profondamente segnata dalla paura. Per sempre segnata.

Molti amici di mio padre furono giustiziati dal regime islamico, i cui leader avevano adottato la linea: "Abbiamo un nemico esterno, quindi dobbiamo eliminare il nemico interno". Migliaia di uomini e donne, i più brillanti in Iran, furono giustiziati. Artisti, scienziati, ingegneri, politici... Uno dei mullah più brutali, Sadeg Khalkhali [1926-2003], disse: "Se ci sbagliavamo e loro erano innocenti, non importa molto perché andranno in paradiso".

Un ricordo: sto giocando con la mia amica nella mia stanza. Qualcuno viene a prenderla e la porta in soggiorno, dove sono seduti tutti gli adulti. Le chiedono di parlare di suo padre in prigione, dell'ultima volta che lo ha visto. Era, infatti, l'unica a cui era permesso vederlo poco prima della sua esecuzione. Anche se ho solo tre o quattro anni, capisco tutto. Ma questa scena non assomiglia a un processo di lutto. È più simile a una vittoria. La glorificazione di una martire, caduta per l'uguaglianza, l'indipendenza e la libertà.

Mio padre, ai miei occhi, era un eroe che ha combattuto per qualcosa di grande, sia prima che dopo la rivoluzione. È fortunato ad essere ancora vivo oggi. Alcuni dei suoi amici furono imprigionati sotto lo Scià [Mohammad Reza Pahlavi (1919-1980)], e altri furono giustiziati. Quindi sì, qualcosa non andava sicuramente prima della Rivoluzione Islamica, ed è sbagliato glorificare i "bei vecchi tempi". Più tardi, però, ho capito con quanta sincerità lo Scià avesse cercato di essere progressista. E che non furono in realtà mio padre e i suoi amici, che consideravo eroi, a rovesciarlo nel 1979, ma gli americani. Lo Scià non stava più giocando il gioco che si aspettavano da lui. Voleva aumentare il prezzo del petrolio e fare del suo Paese una superpotenza. Lo delusero nel peggiore dei modi. Poi la rivoluzione fu rubata dai mullah. Gli americani non si preoccuparono nemmeno di offrire allo Scià, che li aveva serviti per anni, un posto dove morire in pace. Lo lasciarono vagare di paese in paese finché [il presidente egiziano] Anwar Sadat [1918-1991] non gli offrì un dignitoso esilio. È così che trattano i loro alleati.

Se il mondo avesse permesso allo Scià di continuare a fare ciò che stava cercando di fare, il volto dell'Iran oggi sarebbe completamente diverso. Avrebbe potuto diventare ciò che è sempre stato: il perno tra Oriente e Occidente. Avrebbe potuto unificare il "Medio Oriente", quel detestabile termine coloniale per indicare l'Asia occidentale e parte del Nord Africa. Ma l'Occidente non voleva sentir parlare di quella visione. Voleva solo il petrolio.

Khomeini, il più grande dei mali

Entra in scena l'Ayatollah Khomeini [1902-1989]! Il più grande dei mali. Ignorante, brutale, antipatriottico, non esitò a uccidere i suoi oppositori fin dall'inizio del suo regno. Era la peggior scelta possibile per guidare l'Iran, anche per un periodo di transizione. All'epoca, esisteva ancora un'opposizione organizzata, potenziali leader, organizzazioni... Ma l'Occidente lasciò che Khomeini prendesse il potere. Poi diede all'Iraq il via libera per attaccare l'Iran, fornendogli armi, munizioni e carri armati. Fu così che l'Iran fu spezzato, con l'obiettivo di controllare il petrolio della regione per decenni. Per impedire l'unità, il Medio Oriente fu diviso, sunniti contro sciiti, fratelli, cugini e famiglie separati. La regione fu trasformata in una polveriera che la minima scintilla minaccia di incendiare.

Nel 1979, il popolo iraniano votò al 98% a favore della Repubblica Islamica. Ma non gli fu data altra scelta. La possibilità di essere una semplice "repubblica", per esempio. Votarono "sì" come si prende un tranquillante per lenire il dolore. Le masse ignoranti espressero il loro risentimento contro lo Scià, come un adolescente arrabbiato con il padre, che accusa di negligenza. All'epoca, oltre il 50% degli iraniani era analfabeta. E solo il 2% degli elettori comprese la trappola della "Repubblica Islamica", un ossimoro che non ha più senso di "pioggia secca" o "sole bagnato". Un regime guidato da una guida suprema scelta da Dio non può affermare di essere una repubblica.

Il popolo iraniano ha sofferto per quarantasette anni. Ha dimostrato un'incredibile resilienza. Un'immensa dignità. Gli iraniani, anche poveri e affamati, sono rimasti così belli e così gentili. Sono rimasti così innocenti, così onesti. Così pazienti, così tolleranti.

Questi leader incompetenti hanno approfittato di questa clemenza. Hanno continuato ad affondare i loro coltelli sempre più a fondo nella carne, fino alle ossa. Hanno distrutto le loro vite con le loro politiche economiche. Hanno rubato il loro futuro. Hanno distrutto la natura. Hanno costretto all'esilio tante menti brillanti. E hanno calpestato la loro dignità con le loro rigide regole islamiche, la loro polizia morale. Hanno trattato gli iraniani come nemici, mentre allo stesso tempo alimentavano gruppi terroristici e altri facinorosi oltre i confini, così come oligarchi con appetiti immensi e insaziabili. Hanno trovato l'oro e non lo molleranno mai. Aggrappati alla schiena di un leone gigante, succhiano il suo sangue fino a farlo morire di sfinimento. Hanno derubato l'Iran per riempire conti bancari a Dubai, in Libano, in Siria, a Londra, in Canada... senza mai investire o costruire nulla all'interno del Paese. Tranne le armi.

Ecco cosa li mantiene al potere oggi: le armi...

Non solo un territorio

L'Iran è stato invaso dai greci, dai mongoli e dagli arabi. Il popolo iraniano è stato derubato dagli inglesi, dagli americani e dagli europei. Oggi, Cina e Russia si sono aggiunte alla lista.

Durante il governo di Mohammad Mossadegh [primo ministro tra il 1951 e il 1953], il Gandhi iraniano che nazionalizzò l'industria petrolifera, gli americani e gli inglesi organizzarono un colpo di stato. Mossadegh fu processato, imprigionato e morì agli arresti domiciliari [ad Ahmadabad, un villaggio iraniano nella provincia di Alborz]. Ventisei anni dopo questo colpo di stato, lo Scià, a sua volta, cercò di riprendere il controllo del petrolio. E fu rovesciato. All'Iran, così vasto, così grande, con il suo popolo dignitoso e resiliente, la sua antica cultura, non è mai stato permesso di essere libero e indipendente.

In definitiva, tutto si riduce al mercato e al denaro. I paesi dotati di armi nucleari si spartiscono i paesi "non nucleari". Questi bruti espandono i loro territori. Non si combattono tra loro, ma creano conflitti in zone grigie: Taiwan, Ucraina, Venezuela... e Iran. L'obiettivo è prendere. Prendere risorse. Prendere dignità. Prendere la storia delle nazioni. Gli Stati Uniti sono i primi ad agire in questo modo. Volete sicurezza? Date i vostri soldi, la vostra terra, le vostre risorse. Europei, rinunciate alla vostra Groenlandia. Venezuelani, rinunciate al vostro petrolio.

L'Iran è una di quelle zone grigie. Ma non è solo un territorio; è una cultura millenaria la cui bellezza è stata tramandata a molti paesi che un tempo ne erano parte integrante. Per tre secoli, gli invasori arabi hanno cercato di cancellare la nostra cultura, di vietare la nostra lingua. Parliamo ancora il persiano. Abbiamo preservato la nostra anima. Abbiamo preservato il Nowruz [la festa che celebra il Capodanno persiano], lo Yalda [la festa persiana del solstizio d'inverno] e la Festa del Fuoco.

Li abbiamo insegnati ai nostri figli, anche se era pericoloso. L'Iran è composto da molti popoli che convivono in pace, ognuno con la propria cultura e lingua. E gli invasori alla fine si sono tutti assimilati alla nostra civiltà.

L'Iran è il vero centro del mondo. Il luogo che collega l'Asia all'Europa e all'Africa. La culla delle più grandi civiltà, poeti e scienziati. Un centro vibrante di bellezza e poesia.

L'Iran non è una geografia, è un significato. È il nostro battito cardiaco. Se i paesi di questa regione centrale del pianeta si fossero uniti, contro la volontà degli inglesi e del mondo occidentale, e ora contro quella di Cina e Russia, se avessero fatto affidamento l'uno sull'altro invece di cercare protezione da superpotenze lontane, il mondo sarebbe diverso.

Ma inglesi, americani ed europei hanno creato questo caos. Hanno interferito nelle decisioni di questi paesi. Hanno sprecato importanti opportunità di potere, come nel caso dell'Iran. Hanno invaso paesi solo per abbandonarli da un giorno all'altro, come in Iraq e Afghanistan. Hanno lasciato dietro di sé arsenali militari che sono caduti nelle mani dell'ISIS o dei talebani...

Ma riescono sempre a farla franca senza alcuna conseguenza.

La Repubblica Islamica, un cancro

E adesso? Oggi?

Stiamo vivendo ancora una volta uno di quei momenti in cui il 98% degli iraniani potrebbe dire "sì" a un nuovo regime incompetente, semplicemente per liberarsi di questo cancro chiamato Repubblica Islamica. Sarebbero disposti a ricorrere alla chemioterapia fino al punto che non rimarrebbe una sola cellula sana nel corpo del Paese, che verrebbe così prosciugato della sua linfa vitale. Perché il dolore di questo cancro, che divora la popolazione da quarantasette anni, è insopportabile: a qualunque costo, vogliono liberarsene.

Gli iraniani sono pronti a sacrificare la vita dei loro figli, dei loro padri e madri, dei loro mariti e mogli, come martiri. Sognando un miracolo. Un salvatore. Ma come, su questa Terra, si può combattere a mani nude contro un regime che uccide con tanta facilità? Che uccide con le mitragliatrici?

L'Europa rimane in silenzio. E Donald Trump non verrà mai a salvare il popolo iraniano. A porte chiuse, Stati Uniti, Cina e paesi vicini stanno discutendo. Per loro, la priorità è impedire al regime islamico di incendiare la regione. La posta in gioco è alta per Europa e Cina, che non hanno più il Venezuela come fonte di petrolio. Hanno bisogno che l'Iran rimanga nelle mani dei mullah. Preferiscono un paese stabile governato dai pirati a un paese libero che potrebbe minacciare di diventare potente.

A chi importa delle 12.000 persone uccise in soli due giorni [secondo l'organo di stampa d'opposizione Iran International]? All'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico? Alla Francia? Ai paladini dei diritti umani, che hanno incendiato metà dell'umanità? In che tipo di mondo viviamo? Un mondo di imperi brutali che raccolgono i loro tributi, divorano le nazioni e sputano fuori i loro popoli.

Trump dice: "Non so quante persone siano state uccise! Controlliamo i fatti!". Come, per l'amor del cielo, si possono verificare i fatti in un paese come l'Iran? Volete verificare se la mascella di Nika Shakarami [un'adolescente trovata morta il 20 settembre 2022] era davvero rotta? Il suo corpo è stato trovato schiacciato, irriconoscibile. La versione ufficiale dei "fatti": si è suicidata. Potete credere a questa propaganda, è una vostra scelta. Potete anche accettare che ciò che le persone in buona fede riportano sia vero. Ma aspettare che i fatti vengano verificati in Iran non ha senso. Mentre "verificano i fatti", il regime sta massacrando altre migliaia di vite.

Le potenze straniere si accontentano di "condannare". Che parola ipocrita! Si rifiutano di definire le Guardie Rivoluzionarie come organizzazioni terroristiche, si rifiutano di confiscare i loro beni in tutta Europa. Eppure "condannano"! In realtà, hanno sempre soffocato la volontà del popolo iraniano, solo per vederlo soffrire.

Lo condannano. Ma non fatevi ingannare. Dietro le quinte, i leader di queste potenze stanno preparando accordi con la Repubblica Islamica. Per gli Stati Uniti, l'Iran può essere uno strumento per esercitare pressione su Cina ed Europa, che, dal canto loro, hanno bisogno di una fornitura di petrolio stabile e aperta. E, in questa farsa, a nessuno importa del popolo iraniano.

Perché in Occidente amiamo l'argento "persiano". Proprio come i gatti persiani o i tappeti persiani. L'argento persiano è esotico. Evoca zafferano e poesia.

Quindi sono devastata.

Mi sono persa.

Con la sensazione che, qualunque cosa facciamo, finiamo sempre in un vicolo cieco.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/01/16/golshifteh-farahani-en-iran-la-resistance-al-abomination-aux-dictatures-et-aux-envahisseurs-est-dans-notre-sang_6662571_3232.html?search-type=classic&ise_click_rank=1

sabato 10 gennaio 2026

Sebastiano Vassalli. Una biografia

Giovanni Tesio
L’antisentimentale per cui gli italiani sono sempre gli altri
La Stampa Tuttolibri, 10 gennaio 2026

Ironico e risoluto, solitario e determinato, generoso di una generosità che passa attraverso i suoi apparenti contrari, il “bastian contrario” Sebastiano Vassalli è stato uno degli autori più costanti e più presenti degli ultimi sessant’anni di vita civile e letteraria. Interprete di usi e di abusi letterari e nazionali, moralista radente delle più ipocrisie, ma su tutto e soprattutto romanziere di scrittura. Artista, poeta, scrittore, saggista, polemista, collaboratore di giornali (vale la pena di ricordare almeno la fortunata rubrica degli “Improvvisi”, che tenne sul Corriere della Sera, poi raccolti in un volumetto da Roberto Cicala con una prefazione di Paolo Di Stefano). E proprio Roberto Cicala ne è sempre stato, oltre che amico, il più pronto e convinto seguace: sostenitore prima di Vassalli in vita, e ora - a dieci anni dalla morte - autore di questo volume nato dalle carte e dalla memoria. Memoria assistita dai critici più fervidi e più provveduti, il che significa attenti - come Cicala è - tanto alla filologia quanto all’ermeneutica di un’opera plurale, ricca di volti e di risvolti, del tutto restia alla chiacchiera, franca e persino ruvida di modi, antisentimentale fino al sacrificio, tutta tesa al controcanto e al disincanto, al disvelamento delle ipocrisie degli italiani che sono sempre “gli altri”, ai nodi remoti e prossimi di una storia che rivela la sua fatica, ai mostri che nutre e che la nutrono, ai mutamenti epocali fino ai futuri e ai futuribili, alle derive e ai naufragi, al nulla che l’attraversa. Si potrebbe parlare di Vassalli come di un convinto pessimista, se lui non si fosse sempre difeso raffigurandosi nelle vesti del più onesto realista. Il suo itinerario - a partire dalla biografia - meriterebbe la sonda del maestro con cui si laureò, Cesare Musatti, quando in lui ribollivano gli estri più dissonanti: quelli che gli valsero da parte di Mario Fubini un’alta valutazione e un giudizio quasi desolato, certamente perplesso. Ciò che consente di sostenere con ottima ragione che Vassalli attraversa tempi e fasi, modi e scritture, ma resta costantemente fedele ai suoi occhi disincantati, ai suoi carotaggi di profondità, alle sonde dei suoi contrari e delle sue contrarietà, che negli incontri decisivi con Giulio Bollati sfociarono in una vera e propria vocazione. Dal fondo di un amico in crisi fu proprio il maieuta Bollati a trasformare Vassalli in un narratore. Bollati che eventi fortunosi avevano trasformato in un pendolare tra Torino e Milano con soste frequenti a Pisnengo, il romitorio di macerazioni perturbate che Vassalli si era scelto, fucina di grandi discussioni sulla storia dell’Italiano fluttuante (la stessa che nell’inchiesta Sangue e suolo porta Vassalli a viaggiare nella terra degli “italiani trasparenti” del Sud Tirolo). Come del resto trascurare il coraggio intellettuale che Vassalli ha saputo assumere? I sospetti sulle ambiguità di uno Sciascia troppo morbido con la Mafia. La sferzante disputa sulla Lettera a una professoressa intentata contro don Milani («La patacca del santo Educatore»), la sostanziale difesa di Bouvard e Pécuchet, troppo frettolosamente liquidati da una critica miope e auto-protettiva. E si potrebbe continuare. Tre, in ogni caso, i tempi che Cicala scandisce con ricchezza di ragioni e di esempi. L’adesione alla neoavanguardia, subito segnalata da Manganelli come esercizio strenuo di un carnevale virtuosistico, di una inaudita bisboccia verbale. Poi la fase di una transizione che si muove tra rovesciamenti e parodie, ma già orientata a una narrabilità compatibile. E infine quella sorta di inversione che ha fatto di Vassalli - dopo il libro appassionato e identitario che è La notte della cometa - il narratore delle storie scovate negli anfratti di quel nulla in cui la Storia si avvita e si avvelena. Questo l’autore dei titoli maggiori, che non sempre sono i più conosciuti: La Chimera, certo, che gli valse lo Strega, ma L’oro del mondo, ma Marco e Mattio, ma Le due chiese, ma Terre selvagge, e prima ancora Un infinito numero. L’oro del mondo tuttavia a spiccare tra tutti per la sua struttura composita, per la sua denuncia spietata, per l’energia dello stile robusto e anche per la presenza di un paesaggio che non esita a diventare un personaggio avvolgente e decisivo, in Vassalli sempre accudito. E poi, non ultima quantunque più volte rinnegata, la poesia, non solo come esercizio proprio (vissuto alla maniera dell’ultima sigaretta di Zeno), ma come affermazione di verità, un poeta «ogni cometa di Halley», che in Amore lontano - uno dei suoi lasciti più sorprendenti - trova il modo di dichiararsi nei suoi apici radicali, da Omero a Rimbaud (di Campana avendo già detto tanto), ma in bella vista anche la silenziosa testina marmorea di Saffo, la lirica poetessa di Mitilene, che accompagna le pagine come una citazione fortemente allusiva. «Et in Arkadia ego», potremo dire, purché si noti la kappa velenosa, compagna delle Belle lettere, del tutto antifrastiche, condivise e irrise con il sodale Attilio Lolini. ll volume grosso e documentato di Cicala tutto questo certifica con dovizia di partizioni, non lasciando nulla di intentato: vita, opere, testimonianze critiche, traduzioni, bibliografia, o meglio sarebbe forse dire bibliografie, apparato iconografico, indice dei nomi. Un lavoro che se non fosse - immagino - una questione di diritti d’autore, sarebbe pronto per accompagnare l’accoglienza di Vassalli in un auspicabile volume del pantheon “meridiano”.

lunedì 22 dicembre 2025

Giorgia Meloni e Alcide De Gasperi a confronto

Ernesto Galli della Loggia
De Gasperi e l'eredità irrisolta

Corriere della Sera, 22 dicembre 2025

Mi pare che finora nessuno abbia messo a fuoco l’analogia tra l’arrivo al governo della destra guidata da Giorgia Meloni, tre anni fa, e l’arrivo al governo dei cattolici guidati da De Gasperi nel 1948. Si tratta invece di un’analogia significativa che ci dice molto.

In entrambi i casi giungono al governo del Paese forze politiche da sempre escluse dal potere perché giudicate fuori dal perimetro costituzionale in quanto estranee se non ostili alla vicenda (antica o più recente) dello Stato nazionale o del suo regime politico. In entrambi i casi, quindi, si pone per i nuovi vincitori un problema cruciale di legittimazione, che la vittoria elettorale di per sé non garantisce. Non a caso gli avversari sollevano proprio tale questione, lanciando nei confronti di entrambi — fatto davvero singolare — sostanzialmente sempre la medesima accusa. Il governo De Gasperi è subito definito dalle sinistre «clerico-fascista» così come l’attuale subito tout court «fascista».

Molto diverse, invece, appaiono le risposte che in un caso e nell’altro danno i due leader. De Gasperi si oppone al disegno di un governo tutto di cattolici che Dossetti e la sinistra Dc avrebbero voluto dopo il trionfo elettorale. Viceversa, nonostante la Democrazia cristiana disponga in Parlamento della maggioranza assoluta, costituisce fin dall’inizio un governo di coalizione con liberali, socialdemocratici e repubblicani.

Lo stesso De Gasperi designa poi un vertice istituzionale dello Stato totalmente estraneo alla vicenda del cattolicesimo, con un presidente della Repubblica e vari presidenti del Senato tutti di estrazione laico-liberale (un paio perfino notoriamente affiliati alla Massoneria); infine sceglie come ministro degli Esteri un superlaico come Sforza e a dispetto delle fisime neutraliste dello stesso Dossetti e dei cattolici che questi rappresenta aderisce senza esitazioni al Patto atlantico. Conclusione: grazie a De Gasperi la Dc si candida fin dall’inizio ad essere quel «partito della nazione» che effettivamente essa sarà: complice un Partito comunista che il legame di ferro con Mosca terrà chiuso fino alla sua morte nel carcere a vita dell’opposizione.

La differenza rispetto all’oggi e a Giorgia Meloni è clamorosa. Meloni non fa un solo passo fuori dal recinto del suo partito o della coalizione, convinta evidentemente che il potere possa essere diviso solo con chi ha il suo stesso gruppo sanguigno, che alla fine solo questo conti. Ma, dando prova di una timidezza inaspettata in una personalità per mille versi invece così felicemente sicura di sé, la presidente del Consiglio rischia di perdere la sua grande occasione, la duplice opportunità che la storia sembra averle riservato: da un lato costituire in Italia uno stabile polo liberal-conservatore per la prima volta dopo la Destra storica (ciò che a Berlusconi non riuscì), dall’altro sanare finalmente la drammatica lacerazione che il fascismo ha lasciato in eredità alla Repubblica. Diventare così la protagonista indiscussa di una pagina davvero nuova della vita del Paese.

È singolare, tuttavia, come in vista di un simile obiettivo Meloni fatichi a percorrere la strada maestra che da tempo le sta spalancata davanti. Vale a dire, riuscire a trasferire e usare nella gestione della politica interna il grande capitale di successo e di stima che le sue indubbie capacità le hanno consentito di accumulare nella gestione della politica estera del Paese. Un successo che una vasta parte dello stesso Paese da tempo riconosce e apprezza: senza però che tale riconoscimento — e questo è il problema — si trasformi poi in un consenso di misura tale da cambiare davvero le cose. Cioè di consentire alla presidente del Consiglio il salto necessario per diventare padrona indiscussa della sua coalizione e insieme — le due cose sono evidentemente collegate — allargarne i confini, sfondare con il suo partito il limite elettorale del 30 per cento, acquisire la statura di un’effettiva leader nazionale, diventare la guida di un vero «partito della nazione».

Perché finora questa potenzialità non si è realizzata? La risposta va trovata, a me sembra, nelle pieghe oscure della psicologia. È come se esistessero infatti due Giorgia Meloni. La prima è la rappresentante di una evidente strategia, la decisa sostenitrice dell’interesse nazionale ma aperta a quello altrui e capace di rivolgersi a tutti gli interlocutori della scena internazionale, l’accorta ma cauta negoziatrice sicura di sé, seppur convinta della necessità per quanto possibile di non spaccare, di non dividere. C’è poi invece una seconda Giorgia Meloni: quella che a Roma sta rinchiusa nel bunker della routine politica e di partito circondata solo dai suoi amici e fratelli d’italia, quella che quando prende la parola non riesce a farlo se non lasciando esplodere la sua aspra maestria tribunizia e distribuendo schiaffi a tutti quelli che non le piacciono, una Giorgia Meloni che, pur evocando di continuo la nazione, stenta a trovare le parole che uniscono, le parole capaci di indicare grandi traguardi, di far sentire tutti, anche i lontani, coinvolti in quel disegno di vero cambiamento e di rinascita del Paese di cui sempre di più abbiamo un disperato bisogno.

Che cosa mai impedisce alle due Giorgia di trovare il modo di andare d’accordo, magari di unirsi finalmente in una sola persona?

martedì 1 luglio 2025

Khamenei redivivo

Maryam Rajavi

Francesca Luci 

Più nazione e meno religione, l'abile mossa politica di Khamenei
il manifesto, 1 luglio 2025

Nonostante l’immagine spesso cupa e medievale con cui si presenta, il leader supremo della Repubblica Islamica, Ali Khamenei, ha dimostrato una notevole abilità politica nell’ultima crisi con Stati Uniti e Israele. A pochi giorni dall’inizio del conflitto, molti osservatori lo davano per spacciato, nascosto in un bunker chissà dove, isolato e senza contatti, nel timore che venisse ucciso da infiltrati al soldo del Mossad o colpito da una bomba perforante.

Si diceva che avesse trasferito i suoi poteri a un gruppo ristretto di fedelissimi e che avesse già individuato tre candidati alla successione.

L’ultimo principe ereditario della monarchia lucidava la sua corona di fronte al Muro del Pianto, sognando il ritorno al potere, mentre i Mojahedin, oppositori storici, non vedevano l’ora di spolpare il Paese.

AL POTERE DAL 1989, l’86enne ayatollah continua a esercitare una leadership solida, nonostante l’ostilità di tutte le cancellerie occidentali, in particolare di Washington e Tel Aviv.

Il quadro assume connotazioni incredibili se si pensa che, secondo diversi studi, sondaggi e analisi delle rivolte e dell’affluenza alle urne, ben oltre metà della popolazione non sostiene più l’imposizione della sua linea politica autoritaria. La cosiddetta generazione “Z” esprime apertamente il proprio odio attraverso i social media malgrado divieti e controlli. Ma anche tra coloro che parteciparono alla rivoluzione del 1979 contro la monarchia, il consenso è ormai scarso. I nazional-religiosi lo accusano di aver tradito lo spirito di giustizia sociale della rivoluzione.

KHAMENEI ha sempre perseguito l’obiettivo di trasformare l’Iran in una potenza regionale. Un’ambizione che ha reso inevitabile lo scontro con Usa e Israele. La sua strategia si è basata sulla diffusione della rivoluzione islamica e sull’opposizione all’egemonia occidentale. Khamenei ha sempre evitato un conflitto diretto, seguendo una linea di equilibrio tra provocazione e contenimento. Questo approccio affonda le sue radici nella traumatica guerra Iran-Iraq (1980-1988), che costò la vita a circa 280 mila iraniani. Quel conflitto ha plasmato la cultura strategica del Paese, generando un’avversione radicata verso guerre su larga scala.

Tuttavia, ciò non significa che Khamenei, se costretto, non avrebbe sostenuto una difesa del Paese fino all’ultimo sangue. Al contrario, l’appartenenza al ramo sciita dell’Islam – che riconosce il martirio come atto supremo di fedeltà e sacrificio per la causa della giustizia e della verità – rende una simile posizione quasi naturale. Tuttavia, in un Iran sofferente e ostile verso una leadership percepita come dispotica, un richiamo religioso difficilmente avrebbe potuto fungere da collante nazionale. Il vecchio leader percepisce il forte sentimento nazionale della popolazione, che pone la patria sopra ogni altra priorità e non tollererebbe un’aggressione esterna. Per questo, il richiamo al nazionalismo e all’unità diventa centrale nei discorsi di Khamenei, e la bandiera nera del martirio scompare dagli schermi, sostituita da quella nazionale.

ISRAELE E LE OPPOSIZIONI iraniane della diaspora consideravano concreta la possibilità di una sollevazione di massa, auspicandola apertamente. Sebbene molti iraniani desiderino un cambiamento e la fine del regime, paradossalmente, per molti Israele diventa un nemico nel momento in cui la prima bomba distrugge un’abitazione e uccide civili.

Khamenei sembra vedere il conflitto con l’Occidente come un continuum necessario alla propria sopravvivenza. Tuttavia, come dimostrano i fatti, quando viene superato il limite che minaccia la sicurezza del regime, arrivano decisioni come il cessate il fuoco, non previsto fino alla sua entrata in vigore.

Tutto sommato, l’intero evento bellico, pur colpendo duramente strutture nucleari, ha giovato all’immagine di Khamenei: ha evitato la resa sul nucleare, come voleva Washington; ha ottenuto il vantaggio strategico di presentarsi come Paese aggredito, capace di resistere alla superpotenza mondiale, infliggendo per la prima volta danni all’interno del territorio israeliano, umiliandone la difesa e – non da meno – sedando fortemente il malcontento popolare. Nel suo primo discorso dopo il cessate il fuoco, Khamenei parlava dell’unità dei 90 milioni di iraniani, capitalizzando la devozione popolare come se davvero tutto il Paese fosse unito dietro il suo leader.

CHI PENSAVA che questa leadership fosse giunta al termine, o che la sua ostilità verso l’Occidente e Israele si stesse affievolendo, dovrà ricredersi. Khamenei è l’unico leader che è riuscito a raggiungere un cessate il fuoco con un Paese che non riconosce, Israele, e con un altro con cui non parla direttamente, gli Stati Uniti, attraverso la mediazione di un Paese che aveva appena bombardato: il Qatar!


mercoledì 1 aprile 2015

Touraine, l'agonia della sinistra

Anais Ginori
Dopo la sconfitta alle regionali parla il sociologo Alain Touraine
“Senza orizzonti né classi sociali la gauche muore”

la Repubblica, 1 aprile 2015












PARIGI «La sinistra può morire. Come qualsiasi essere vivente, non è eterna». La profezia di Alain Touraine, dall’alto dei suoi quasi novant’anni e dei numerosi saggi sulle società post-industriali, non lascia molta scelta: prepariamoci a scrivere un epitaffio oppure a pubblicare un nuovo certificato di nascita. «La gauche è in agonia, fuori tempo e fuori dal mondo. Non potrà resistere a lungo» spiega il sociologo francese all’indomani dell’ennesima sconfitta del partito socialista al potere.
«La sinistra – spiega Touraine – non riesce a reinventarsi in un’epoca post-sociale, in cui i rapporti di forza non sono più basati, come un secolo fa, sulla produzione. Non ha più una classe sociale di riferimento, alla quale corrispondono valori, ideali, rapporti di forza. Non è più portatrice di un orizzonte, di una speranza».
Già nel 1979 lei pubblicava un saggio dal titolo Mort d’une gauche . Quante sinistre sono morte da allora?
«Nel ventunesimo secolo tutti i partiti politici faticano a riposizionarsi all’interno di un’architettura della società che è crollata. È una situazione simile a quella che si è verificata alla fine dell’Ottocento, quando le formazioni politiche uscite dalla Rivoluzione faticavano a dare una risposta davanti alle nuove realtà industriali dell’epoca. Per il partito socialista la perdita di identità è più forte perché non ha saputo rinnovare la concezione dello Stato. Nonostante tutte le presunte svolte, da François Mitterrand in poi, non c’è stata una ridefinizione di quale debba essere il ruolo dello Stato e dunque della nazione in un mondo globale».
Gli elettori ormai votano più per rabbia che per convinzione?
«C’è una radicalizzazione degli estremi, sia a sinistra che a destra. Il Front de Gauche di Mélenchon non è poi tanto diverso dal Front National di Marine Le Pen. Entrambi sono il sintomo di una rottura del popolo con l’élite politica che sembra impotente. Sono quasi tre anni che François Hollande è al potere e ancora non ho sentito una proposta concreta per rispondere alla crisi. L’unica strategia è aspettare la ripresa. Negli ultimi mesi, ci siamo trovati a discutere di cose grottesche come l’apertura domenicale dei negozi o i privilegi dei notai. Non è così che si creano 500mila posti di lavoro. Hollande ha proposto un patto con le imprese, alle quali ha regalato oltre 40 miliardi di euro in sconti fiscali, ma loro non hanno creato posti di lavoro. Anche gli imprenditori continuano a perdere tempo, probabilmente aspettano che torni al potere la destra, dalla quale si sentono più garantiti».
La gauche al potere ha tradito il suo elettorato?
«Il capitalismo finanziario ha sostituito il capitalismo industriale. È un dato di fatto. Non possiamo chiedere alla sinistra di governare come nel 1936 quando c’era il Front Populaire. Mélenchon è un velleitario, ha una linea del “né né”, né con Hollande né con Sarkozy. Con chi allora? Dietro ai suoi proclami, c’è solo il vuoto. E intanto gli operai votano per il Front National, mentre Mélenchon seduce solo qualche professore. Il partito socialista si è sottoposto, come tutte le forze di governo della nostra epoca, al dogma finanziario e materialista, ma ha un problema in più: deve conciliare un individualismo al plurale, facendo per esempio convivere i diritti economici strettamente personali, con valori e diritti universali, in una visione collettivista che è nel suo Dna».
Hollande ha sbagliato a seguire la dottrina europea dell’austerità?
«Ma di quale austerità parliamo? Il bilancio dello Stato francese è in deficit da trent’anni. Oggi c’è una sola parola che dovrebbe contare: competitività. La sinistra ha rinunciato a fare una vera politica di risanamento. Ha scelto di non scegliere. Tutti i paesi europei attraversano le stesse difficoltà, l’unica differenza è su chi far ricadere il peso della crisi. La Terza Via di Tony Blair è stato un progetto reazionario, ha portato a compimento la deindustrializzazione del paese, sviluppando un’economia solo finanziaria, e riducendo i salari. Gerhard Schröder ha invece puntato sull’industria ma ha creato dei minijob che sono pagati meno del salario minimo francese. In Francia, come in Italia, abbiamo scelto di far pagare il prezzo della crisi alle classi popolari con la disoccupazione. Sono entrambi strategie perdenti».
Quindi ci troviamo in un’impasse?
«Sarò brutale, ma nella situazione attuale l’unico modo di rilanciare l’occupazione è avere un bilancio dello Stato in equilibrio. Oggi non ci sono margini. Lo Stato non può contribuire alla crescita con investimenti pubblici. È costretto a chiedere aiuto al padronato, che ovviamente resta nel vago. Da anni la Francia non progredisce perché non può agire sull’economia prima di aver risanato i conti pubblici. La spesa dello Stato pesa per oltre metà del Pil, abbiamo il record mondiale. Per fortuna c’è l’Europa che ci costringe a mantenere un minimo di realismo».
Il partito socialista è sull’orlo dell’implosione?
«Siamo in un momento cruciale. Mi ha impressionato in negativo il discorso di Manuel Valls dopo la sconfitta. In sostanza ha detto: va tutto male, la disoccupazione non scende, le tasse sono troppe, ma continuiamo così. È un messaggio piuttosto scoraggiante per un francese medio. Forse da parte del premier è una prova di sincerità. Forse è davvero convinto che bisogna solo aspettare che il vento della ripresa soffi anche sulla Francia. Ma tra due mesi ci sarà il congresso del partito socialista e la resa dei conti tra le varie correnti è già cominciata. I dissidenti si preparano a un attacco mortale contro un governo che sembra già esausto, senza nulla da offrire. Hollande e Valls devono vincere l’apatia. Se non ci sarà un vero chiarimento, allora serviremo su un piatto d’argento la vittoria a Nicolas Sarkozy nel 2017».

giovedì 24 gennaio 2013

La donna come simbolo della nazione o del popolo

Gros, 1794


Delacroix, 1830
Cambon, 1848

Ange-Louis Janet, 1848

Steinlen, 1900



...l’Italia [...] non è la sola a rappresentarsi come corpo di donna. Altrettanto fanno la Francia con la celebre Marianne, la Germania con la donna omonima, la Gran Bretagna con la Britannia, l’Irlanda con l’Anima Celtica, la Spagna con l’ Esperia, per non parlare poi del modo in cui questa personificazione della nazione al femminile si riproduce nei nuovi stati di continenti noneuropei, dall’Argentina in avanti. Ognuna di queste figure si caratterizza per una storia e un corredo diattributi iconografici particolari, ma tutte accomu-nate dall’essere donne, e tutte grosso modo “nate” nello stesso contesto storico-politico.
Qual è dunque questo contesto? In primo luogo, esso coincide con il progressivo e inesorabile svanire dell’aura che circonda le dinastiemonarchiche europee e il loro funzionamento simbolico. A mano a mano che tale aura si disfa, i popolisentono l’esigenza di sostituire la personificazione monarchica della nazione (attraverso il corpo del re o della regina) con una rappresentazione che, pur facendo a meno del riferimento diretto a questoo quell’individuo al potere, incarni nondimeno la nazione, la renda visibile e amabile non solo comeentità statuale ma anche come soggetto vivente. Di qui la scelta di attribuire un generico corpo di donna alle nuove nazioni della modernità post-monarchica.
 In secondo luogo, tale contesto storico-politicocoincide con l’ondata socio-culturale che condussealla formazione degli stati nazionali europei. È infatti con il diffondersi e il consolidarsi dell’equivalenza fra stati e nazioni che queste ultime vengono vieppiù rappresentate, anche nei francobolli, come corpifemminili. Sostenere che tale scelta sia cagionataunicamente dal genere femminile del nome di moltenazioni europee sarebbe grossolano, tanto più chequesta strategia rappresentativa interessa anche nazioni, come quella britannica, le cui lingue non attribuiscono un genere ai nomi. Al contrario, per comprendere le ragioni di questa personificazione femminile della nazione bisogna partire dal suo “lettore modello”, come suggerirebbe la semiotica di Umberto Eco, vale a dire dal suodestinatario ideale. E chi sono i “lettori modello”,o meglio gli “spettatori modello” di queste donneche dall’inizio dell’Ottocento in poi incarnano lanazione sui francobolli, sulle monete, negli stemmi,nelle statue, eccetera? Vi sono diversi modi di rispondere a tali domande. Un’ipotesi interessante è stata avanzata da Joan Landes in un saggio dedicato all’iconografia della Francia rivoluzionaria:
“La nazione è un’istituzione avida — economicamente, fisicamente, ed emotivamente— le cui richieste sono talvolta note per superare tutte le altre, addirittura fino alla morte. Io sostengo che l’iconografia femminile della nazione abbia incoraggiato i  cittadini nelle loro passioni politiche produttive, e cheil corpo della nazione abbia contribuito a consolidare attaccamenti passionali al suolo natio e alla patria.” 
 In altre parole, la raffigurazione della nazione come corpo di donna invita alla creazione di un vincolo affettivo fra il cittadino e la nazione stessa,fatto da cui si deduce che lo “spettatore ideale” di questa strategia rappresentativa, anche nel caso dei francobolli, non è di genere neutro, ma unospettatore essenzialmente maschio. È infatti il cittadino maschio che la visualizzazione della nazione in corpo di donna individua come destinatario; un destinatario che, a seconda delle circostanze e delle specifiche rappresentazioni, vedrà nel corpo femminile della nazione quello di una madre cui essere teneramente grati, quello di un’amante cui esserefedelmente devoti, quello di una sorella per cui essere tenacemente protettivi, quello di una figlia per cui essere incondizionatamente provvidi, e così via. Insomma, se il meccanismo che erotizza la nazione attribuendole un corpo femminile è identico per tutte le iconografie dei nascenti stati-nazione dell’Ottocento, in ciascun caso tale meccanismo si coniuga secondo esigenze e sensibilità particolari, già indagate dagli storici. Il francese Maurice Agulhon, sommo esperto di Marianne, ha dimostrato che questo simbolo femminile della Francia repubblicana doveva, sì, incitare i cittadini all’attaccamento passionale nei confronti della nuova entità statuale, ma doveva altresì evitare di presentarsi come vessillo di una femminilità dall’erotismo eccessivamente sofisticato, ricollegabile agli eccessi monarchici. Ne scaturì l’immagine di una Marianne amabile ma sostanzialmente popolana, anti-aristocratica sin dalla scelta del nome.

Massimo Leone

http://www.academia.edu
5457342011_E_di_scena_lItalia_vicende_storiche_e_semantiche_dellItalia_turrita