Visualizzazione post con etichetta vanità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vanità. Mostra tutti i post

mercoledì 4 febbraio 2026

Miles gloriosus

Filippo Ceccarelli 
Un miles gloriosus in versione pop 

la Repubblica, 4 febbraio 2026

A proposito di antiche maschere, odierne avventure e futuro nazionale: sul finire della Seconda Guerra Punica, tra il 205 e il 200 a.C., Tito Maccio Plauto, commediografo che non guardava troppo per il sottile, diede vita al suo Miles Gloriosus, il soldato millantatore, con molta probabilità ispirandosi alla figura di Scipione l'Africano.

Con qualche sciaguratissimo aggiornamento pop, dalla tarantolata gestualità della Decima all'esibizione estiva di pescioni fino al presepio tattico da zaino, il tipo umano del militare che si vanta e minaccia, punta il dito sui cattivoni e vuole salvare la patria, si adatta bene al generale Vannacci - e ancora meglio adesso che, stanco di essere “un valore aggiunto” nella Lega, “Make the League Great Again” aveva promesso qualche mese orsono, ha invece scelto di ballare da solo con il suo partitello.

Per inciso: nel 1963 Pier Paolo Pasolini, su richiesta di Vittorio Gassman, tradusse in fretta e furia il Miles in romanesco promuovendo il protagonista a Generale; e neanche a farlo apposta, sull'imperdibile pagina Instagram dell'europarlamentare fa bella mostra di sé un'immagine di Vannacci mascherato da condottiero antico romano con tanto di testa e pelle di lupo sulla corazza istoriata. Nubi e sole gravano sopra l'eroica figura, la mano sinistra – ahilui! - è posata sull'elsa della spada, l'espressione del volto inclina verso un sorriso di battaglia. A parziale riequilibrio iconografico - nel video susseguente, intervallato da scontatissimi spezzoni de Il Gladiatore, lo si vede concionare in un banchetto di giovani leghisti toscani – va detto che l'allucinata visione conferma comunque l'intuito di Michele Serra, secondo cui, mese dopo mese, Vannacci assomiglia sempre più ad Alberto Sordi.

Ultimamente, prima e dopo l'ormai consueto tuffo di Capodanno, il Generale è stato in barca sul Tevere con Chiambretti, ha concesso il proprio nome a un sigaro, il “Vannaccio”, si è soffermato sulle gambe pelose di Carola Rackete, ha ricordato che la tomba di Papa Bergoglio è vicina a quella di Junio Valerio Borghese; quindi ha proposto di far imparare a memoria “Il Giuramento di Pontida” ai bambini delle elementari, ha fatto la sua comparsa nel podcast di Maria Rosaria Boccia, si è scagliato contro gli “smidollati” del sito Phica.eu e dopo essersi fatto immortalare in posa di pizzaiolo con la fedelissima Sylvie Lubamba, è entrato lietamente a far parte dei disegni cristianisti di Marione Adinolfi, che con lui e Fabrizio Corona vorrebbe tanto dar vita a un “tridente”.

Nel frattempo, occorre dire, la scena pubblica italiana seguita a offrirne e a ospitarne di tali e di tante che non ci si fa più nemmeno troppo caso; e se tenere il conto e la memoria delle scemenze è ormai quasi impossibile, a maggior ragione varrà invece la pena di ricordare che in Italia la figura archetipico-plautina del Soldato vantone diede origine nel Cinquecentento a una quantità di “Capitani” che allietarono la commedia dell'arte, con i dovuti rimbalzi nella politica vecchia e nuova: Capitan Fracassa, Capitan Spavento, Capitan Rodomonte, questi ultimi personaggi diciamo militari, però anche ibridati dall'immaginario dei ciarlatani che ai tempi attiravano l'attenzione sparandole, come oggi, sempre più grosse.

Forse Salvini, che in tema ha certo le sue competenze, prima di arruolare Vannacci come vicesegretario, avrebbe dovuto essere più prudente. Ora, se perde quei voti, sono guai per lui e pure per Meloni. Sennonché, al di là dei meri calcoli elettorali, così come dell'ennesima ricomparsa del Miles Gloriosus nel format radiofonico del Colonnello Buttiglione e del generale Damigiani, la questione più vera e nascosta è che di riffa o di raffa l'Italia si va riarmando, le spese militari aumentano e il business dei droni, dei missili, della sicurezza e adesso anche delle riserve di volontari senz'altro richiama robusti appetiti e protezioni politiche.

Di solito il complesso militare-industriale diffida delle maschere, ma qui da noi il comparto è assai popolato, e quando si tratta di difendere “la nostra civiltà” quasi inesauribile.

giovedì 17 luglio 2014

Max Weber, La politica come professione/vocazione

 Max Weber 
Politik als Beruf
1919

Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l'uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una "causa" (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. [...] Essa non crea l'uomo politico se non mettendolo al servizio di una "causa" e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell'azione. Donde la necessità della lungimiranza - attitudine psichica decisiva per l'uomo politico - ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e gli uomini.
La "mancanza di distacco" (Distanzlosigkeit), semplicemente come tale, è uno dei peccati mortali di qualsiasi uomo politico e una di quelle qualità che, coltivate nella giovane generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all'inettitudine politica. E il problema è appunto questo: come possono coabitare in un medesimo animo l'ardente passione e la fredda lungimiranza? La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell'animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev'essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente "si agitano a vuoto", è solo possibile attraverso l'abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola.
La "forza" di una "personalità" politica dipende in primissimo luogo dal possesso di doti siffatte. L'uomo politico deve perciò soverchiare dentro di sé, giorno per giorno e ora per ora, un nemico assai frequente e ben troppo umano: la vanità comune a tutti, nemica mortale di ogni effettiva dedizione e di ogni "distanza", e, in questo caso, del distacco rispetto a se medesimi. La vanità è un difetto assai diffuso, e forse nessuno ne va del tutto esente. Negli ambienti accademici e universitari è una specie di malattia professionale. [...] Giacché si danno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politica: mancanza di una "causa" giustificatrice (Unsachlichkeit) e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre, coincidente con la prima).
La vanità, ossia il bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la propria persona, induce l'uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di quei peccati o anche tutti e due. Tanto più, in quanto il demagogo è costretto a contare "sull'efficacia", ed è perciò continuamente in pericolo di divenire un istrione, come pure di prendere alla leggera la propria responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi soltanto "dell'impressione" che egli riesce a fare. Egli rischia, per mancanza di una causa, di scambiare nelle sue aspirazioni la prestigiosa apparenza del potere per il potere reale e, per mancanza di responsabilità, di godere del potere semplicemente per amor della potenza, senza dargli uno scopo per contenuto. [...]
Il mero "politico della potenza" (Machtpolitiker), quale cerca di glorificarlo un culto ardentemente professato anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma opera di fatto nel vuoto e nell'assurdo. In ciò i critici della "politica di potenza" hanno pienamente ragione. Dall'improvviso intimo disfacimento di alcuni tipici rappresentanti di quell'indirizzo, abbiamo potuto apprendere per esperienza quale intrinseca debolezza e impotenza si nasconda dietro questo atteggiamento borioso ma del tutto vuoto. [...]
E' perfettamente vero, ed è uno degli elementi fondamentali di tutta la storia (sul quale non possiamo qui soffermarci in dettaglio), che il risultato finale dell'azione politica è spesso, dico meglio, è di regola in un rapporto assolutamente inadeguato e sovente addirittura paradossale col suo significato originario. Ma appunto perciò non deve mancare all'azione politica questo suo significato di servire a una causa, ove essa debba avere una sua intima consistenza. Quale debba essere la causa per i cui fini l'uomo politico aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede. Egli può servire la nazione o l'umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mondani o religiosi, può essere sostenuto da una ferma fede nel "progresso" non importa in qual senso - oppure può freddamente respingere questa forma di fede, può inoltre pretendere di mettersi al servizio di una "idea", oppure, rifiutando in linea di principio siffatta pretesa, può voler servire i fini esteriori della vita quotidiana - sempre però deve avere una fede. Altrimenti la maledizione della nullità delle creature incombe effettivamente - ciò è assolutamente esatto - anche sui successi politici esteriormente più solidi.