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lunedì 17 ottobre 2016

Una lettera di Leonard Cohen


 «Beh, Marianne, è venuto il momento in cui siamo davvero così vecchi e i nostri corpi sono a pezzi e penso che ti seguirò molto presto. Ecco, io sono così vicino, dietro di te, che se stendi la tua mano, penso che puoi toccare la mia…». Una struggente lettera d’addio del cantautore Leonard Cohen a Marianne Ihlen che Cohen spesso ha definito la sua “musa”. E’ proprio lei ad aver ispirato So long Marianne, pezzo del ’67, fra i più dolci dell’artista candadese ed è morta di leucemia il 29 luglio in Norvegia, all’età di 81 anni.

Well Marianne, it’s come to this time when we are really so old and our bodies are falling apart and I think I will follow you very soon. Know that I am so close behind you that if you stretch out your hand, I think you can reach mine. And you know that I’ve always loved you for your beauty and your wisdom, but I don’t need to say anything more about that because you know all about that. But now, I just want to wish you a very good journey. Goodbye old friend. Endless love, see you down the road. 



Leonard Cohen e Marianne 
David Remnick

Here and there, Cohen caught glimpses of a beautiful Norwegian woman. Her name was Marianne Ihlen, and she had grown up in the countryside near Oslo. Her grandmother used to tell her, “You are going to meet a man who speaks with a tongue of gold.” She thought she already had: Axel Jensen, a novelist from home, who wrote in the tradition of Jack Kerouac and William Burroughs. She had married Jensen, and they had a son, little Axel. Jensen was not a constant husband, however, and, by the time their child was four months old, Jensen was, as Marianne put it, “over the hills again” with another woman.
One spring day, Ihlen was with her infant son in a grocery store and café. “I was standing in the shop with my basket waiting to pick up bottled water and milk,” she recalled decades later, on a Norwegian radio program. “He is standing in the doorway with the sun behind him.” Cohen asked her to join him and his friends outside. He was wearing khaki pants, sneakers, a shirt with rolled sleeves, and a cap. The way Marianne remembered it, he seemed to radiate “enormous compassion for me and my child.” She was taken with him. “I felt it throughout my body,” she said. “A lightness had come over me.”

http://www.newyorker.com/magazine/2016/10/17/leonard-cohen-makes-it-darker
 

giovedì 26 giugno 2014

Maurice Agulhon, in memoriam

Marco Fincardi 
Maurice Agulhon alla ricerca di Marianne
il manifesto, 26 giugno 2014

 Con la recente scom­parsa di Mau­rice Agu­lhon, sto­rico della socia­bi­lità e di Marianne, viene meno una delle figure inno­va­trici delle ricer­che sulla Fran­cia del XIX e XX secolo. Chi stu­dia oggi le tra­di­zioni poli­ti­che, di sini­stra o di destra, tanto più in ambiti regio­nali e locali, ha dif­fi­coltà a igno­rare la sua opera. I suoi metodi di ricerca hanno avuto ampia dif­fu­sione, indi­pen­den­te­mente dagli orien­ta­menti degli stu­diosi: ne sono impron­tati tanto la nozione di sfera pub­blica del sociologo-filosofo fran­co­for­tese Jur­gen Haber­mas, come l’elaborazione del civic­ness del poli­to­logo rea­ga­niano Robert Put­nam.
Nato da inse­gnanti di fede pro­te­stante e di forti sen­ti­menti laici repub­bli­cani, com­piuti gli studi liceali tra Avi­gnone e Lione, nel 1946 tra­mite con­corso Agu­lhon accede alla pre­sti­giosa École nor­male supé­rieure della capi­tale. Pro­vin­ciale di ori­gini mode­ste tra i figli dell’élite sociale pari­gina, subito si appas­siona alla mili­tanza nella cel­lula comu­ni­sta. Dal Par­tito comu­ni­sta esce per dis­senso nel 1960. Man­tiene sem­pre l’impegno civile nella sini­stra laica e par­te­cipa atti­va­mente alle mobi­li­ta­zioni del mag­gio 1968. Inse­gna all’università di Aix dal 1957, dal 1972 alla Sor­bona e dal 1986 al Col­lège de France.
Accom­pa­gnato negli studi di for­ma­zione fin dal 1948 da Ernest Labrousse, grande stu­dioso dalla forte impronta strut­tu­ra­li­sta mar­xi­sta, nelle sue due tesi di dot­to­rato si trova subito di fronte il pro­blema di spie­gare nella Pro­venza del XIX secolo, e in par­ti­co­lare nel dipar­ti­mento del Var, una spic­cata dif­fu­sione della sini­stra repub­bli­cana in ambiti rurali, piut­to­sto che urbani e indu­striali. La solu­zione gli viene dai modelli del socio­logo Geor­ges Gur­vitch, secondo cui le idee discen­dono attra­verso le forme asso­cia­tive, come in un sistema di vasi comu­ni­canti. Nelle ricer­che, rico­strui­sce così una mol­te­pli­cità di pic­coli fatti locali, rive­la­tori delle abi­tu­dini della quo­ti­dia­nità pro­vin­ciale e tanto più del suo mutare. Ne trae un rac­conto det­ta­gliato della vita sociale, fina­liz­zato a indi­vi­duare le tra­sfor­ma­zioni delle strut­ture che la model­lano e quasi scon­fi­nante nell’etnografia, sem­pre a par­tire dall’informalità: dai luo­ghi d’incontro nelle piazze pae­sane, nei gio­chi a carte tra amici attorno a una bot­ti­glia di vino, poi nelle oste­rie e caffè, nelle feste come nei fune­rali, fino alle bra­vate gio­va­nili e agli cha­ri­vari di deri­sone. Tutti que­sti momenti inse­gna a guar­darli nella loro ten­denza a poli­ti­ciz­zarsi e a modi­fi­care le cul­ture muni­ci­pali del Meri­dione fran­cese, tra la metà del secolo XVIII e il secolo XIX. Ne ha saputo trarre una sto­ria sociale delle cul­ture civili, con una raf­fi­nata costante atten­zione alle par­ti­co­lari forme di comu­ni­ca­zione della poli­tica.
Siste­ma­tiz­zata in modo com­piuto l’analisi della socia­bi­lità che impronta la men­ta­lità della bor­ghe­sia euro­pea del XIX secolo, Agu­lhon lamenta di non essere giunto a risul­tati ana­lo­ghi nell’ambito che più lo inte­ressa: la socia­bi­lità popo­lare. In realtà, alcuni suoi con­tri­buti sulle tra­sfor­ma­zioni delle cul­ture popo­lari dal XVIII al XIX secolo sono par­ti­co­lar­mente inci­sivi e ori­gi­nali, anche rispetto agli studi paral­leli dei col­le­ghi inglesi Eric Hob­sbawm e Edward P. Thomp­son. Di straor­di­na­rio inte­resse a tale riguardo sono: Péni­tents et francs-maçons de l’ancienne Pro­vence: essai sur la socia­bi­lité méri­dio­nale (1968), oltre a La Répu­bli­que dans le vil­lage, ma anche i volumi sulla sto­ria della Fran­cia rurale e urbana a lui com­mis­sio­nati da Geor­ges Duby.
In un arti­colo sulle «Anna­les», nel 1973 avvia gli studi sull’allegoria politico-civile di Marianne, alla cui evo­lu­zione dedi­cherà in seguito tre cor­posi volumi. È stato l’analista meto­dico delle isti­tu­zioni repub­bli­cane e soprat­tutto delle loro sim­bo­lo­gie, avviate con la rivo­lu­zione nel 1792, poi nelle ela­bo­ra­zioni suc­ces­sive, all’epoca della Restau­ra­zione e della monar­chia di luglio, nelle tra­di­zioni della Seconda e della Terza Repub­blica, fino alle ricon­fi­gu­ra­zioni delle sim­bo­lo­gie repub­bli­cane nella Resi­stenza, poi durante e dopo l’era di De Gaulle. Di quest’ultimo però non stu­dia tanto gli atti poli­tici, ma le pre­senze sim­bo­li­che che si sono fis­sate nella cul­tura fran­cese come luo­ghi della memo­ria. Suoi ultimi libri: Histoire et poli­ti­que à gau­che, Per­rin, 2005 e Les mots de la Répu­bli­que, Pres­ses Uni­ver­si­tai­res du Mirail, 2008.
Il fatto che i suoi studi siano for­te­mente incen­trati su spe­ci­fi­che ter­ri­to­ria­lità fran­cesi ne ha osta­co­lato la divul­ga­zione all’estero attra­verso tra­du­zioni. I pochi suoi libri pub­bli­cati in Ita­lia, vari anni dopo l’edizione fran­cese, sono: La Fran­cia della seconda repub­blica, Edi­tori riu­niti, 1979; La Repub­blica nel vil­lag­gio, Il Mulino, 1991; l salotto, il cir­colo e il caffè, Don­zelli, 1993. I suoi libri in lin­gua ori­gi­nale figu­rano comun­que in quasi tutte le biblio­te­che uni­ver­si­ta­rie, data la loro influenza sulla sto­rio­gra­fia fran­cese e occi­den­tale. In Ita­lia la sua nozione di socia­bi­lità è stata affi­nata dalle sue allieve Maria Mala­te­sta e Giu­liana Gemelli (Forme di socia­bi­lità nella sto­rio­gra­fia fran­cese con­tem­po­ra­nea, Fel­tri­nelli, 1982) e la dif­fu­sione del suo metodo ha potuto affer­marsi gra­zie anche all’interesse per la sto­ria ita­liana dei suoi allievi fran­cesi, a comin­ciare da Gil­les Pécout e Phi­lippe Bou­try, poi nei con­ve­gni pro­mossi negli anni Novanta dall’École Fra­nçaise di Roma. In par­ti­co­lare la rivi­sta «Memo­ria e ricerca» è attenta ai suoi inte­ressi cul­tu­rali e al suo metodo.

giovedì 24 gennaio 2013

La donna come simbolo della nazione o del popolo

Gros, 1794


Delacroix, 1830
Cambon, 1848

Ange-Louis Janet, 1848

Steinlen, 1900



...l’Italia [...] non è la sola a rappresentarsi come corpo di donna. Altrettanto fanno la Francia con la celebre Marianne, la Germania con la donna omonima, la Gran Bretagna con la Britannia, l’Irlanda con l’Anima Celtica, la Spagna con l’ Esperia, per non parlare poi del modo in cui questa personificazione della nazione al femminile si riproduce nei nuovi stati di continenti noneuropei, dall’Argentina in avanti. Ognuna di queste figure si caratterizza per una storia e un corredo diattributi iconografici particolari, ma tutte accomu-nate dall’essere donne, e tutte grosso modo “nate” nello stesso contesto storico-politico.
Qual è dunque questo contesto? In primo luogo, esso coincide con il progressivo e inesorabile svanire dell’aura che circonda le dinastiemonarchiche europee e il loro funzionamento simbolico. A mano a mano che tale aura si disfa, i popolisentono l’esigenza di sostituire la personificazione monarchica della nazione (attraverso il corpo del re o della regina) con una rappresentazione che, pur facendo a meno del riferimento diretto a questoo quell’individuo al potere, incarni nondimeno la nazione, la renda visibile e amabile non solo comeentità statuale ma anche come soggetto vivente. Di qui la scelta di attribuire un generico corpo di donna alle nuove nazioni della modernità post-monarchica.
 In secondo luogo, tale contesto storico-politicocoincide con l’ondata socio-culturale che condussealla formazione degli stati nazionali europei. È infatti con il diffondersi e il consolidarsi dell’equivalenza fra stati e nazioni che queste ultime vengono vieppiù rappresentate, anche nei francobolli, come corpifemminili. Sostenere che tale scelta sia cagionataunicamente dal genere femminile del nome di moltenazioni europee sarebbe grossolano, tanto più chequesta strategia rappresentativa interessa anche nazioni, come quella britannica, le cui lingue non attribuiscono un genere ai nomi. Al contrario, per comprendere le ragioni di questa personificazione femminile della nazione bisogna partire dal suo “lettore modello”, come suggerirebbe la semiotica di Umberto Eco, vale a dire dal suodestinatario ideale. E chi sono i “lettori modello”,o meglio gli “spettatori modello” di queste donneche dall’inizio dell’Ottocento in poi incarnano lanazione sui francobolli, sulle monete, negli stemmi,nelle statue, eccetera? Vi sono diversi modi di rispondere a tali domande. Un’ipotesi interessante è stata avanzata da Joan Landes in un saggio dedicato all’iconografia della Francia rivoluzionaria:
“La nazione è un’istituzione avida — economicamente, fisicamente, ed emotivamente— le cui richieste sono talvolta note per superare tutte le altre, addirittura fino alla morte. Io sostengo che l’iconografia femminile della nazione abbia incoraggiato i  cittadini nelle loro passioni politiche produttive, e cheil corpo della nazione abbia contribuito a consolidare attaccamenti passionali al suolo natio e alla patria.” 
 In altre parole, la raffigurazione della nazione come corpo di donna invita alla creazione di un vincolo affettivo fra il cittadino e la nazione stessa,fatto da cui si deduce che lo “spettatore ideale” di questa strategia rappresentativa, anche nel caso dei francobolli, non è di genere neutro, ma unospettatore essenzialmente maschio. È infatti il cittadino maschio che la visualizzazione della nazione in corpo di donna individua come destinatario; un destinatario che, a seconda delle circostanze e delle specifiche rappresentazioni, vedrà nel corpo femminile della nazione quello di una madre cui essere teneramente grati, quello di un’amante cui esserefedelmente devoti, quello di una sorella per cui essere tenacemente protettivi, quello di una figlia per cui essere incondizionatamente provvidi, e così via. Insomma, se il meccanismo che erotizza la nazione attribuendole un corpo femminile è identico per tutte le iconografie dei nascenti stati-nazione dell’Ottocento, in ciascun caso tale meccanismo si coniuga secondo esigenze e sensibilità particolari, già indagate dagli storici. Il francese Maurice Agulhon, sommo esperto di Marianne, ha dimostrato che questo simbolo femminile della Francia repubblicana doveva, sì, incitare i cittadini all’attaccamento passionale nei confronti della nuova entità statuale, ma doveva altresì evitare di presentarsi come vessillo di una femminilità dall’erotismo eccessivamente sofisticato, ricollegabile agli eccessi monarchici. Ne scaturì l’immagine di una Marianne amabile ma sostanzialmente popolana, anti-aristocratica sin dalla scelta del nome.

Massimo Leone

http://www.academia.edu
5457342011_E_di_scena_lItalia_vicende_storiche_e_semantiche_dellItalia_turrita 

mercoledì 2 gennaio 2013

Il gollismo non si addice ai gattopardi

Il centrismo sfuggente del professore



 
Jean Effel presentava così il « matrimonio » di De Gaulle 1) con la Francia (Marianne) 2) davanti al generale Massu 3), uno tra gli insorti del maggio 1958. Marianne era circondata dal radicale Félix Gaillard 4) e dal socialista Guy Mollet 5), tutti e due convertiti alla soluzione gaullista della crisi.
Vignetta di Jean Effel, L’Express, 19 settembre 1958.





 Ma insomma, per come è partito, Monti si pone al centro della scena, oltre che al centro del sistema politico. Vorrebbe quindi disporre ancora del comando. Cosa normale per un politico. Ma su cosa poggia la sua pretesa? Ha salvato l'Italia dal baratro, dice lui. Ma non ha potuto finora dimostrare grandi capacità di decisione. Sul piano dei tagli, come per le liberalizzazioni non ha potuto fare molto. Allora dovrebbe mostrarsi deciso a agire finalmente, ma dovrebbe anche dare un'idea della strada che intende imboccare. E qui il nostro professore diventa sfuggente. Anzi, quanto al suo posizionamento politico, appare confuso. Non si vuole alleare con Berlusconi, d'accordo. Ma si presenta come alternativo alla sinistra. Ha le forze per poter ambire a tale ruolo? Sembra di no. E allora ha solo fretta di accedere nuovamente alla presidenza del Consiglio. Senza avere il profilo del sovrano predestinato che aveva de Gaulle nel 1958. Il quale sull'Algeria non fu molto chiaro. Sembrava propenso a difendere l'Algeria francese, e invece qualche tempo dopo avviò le trattative per il riconoscimento dell'indipendenza. Però de Gaulle voleva riformare le istituzioni. Aveva le forze per farlo. Aveva le idee chiare in proposito e, su queste basi - personale prestigio e volontà di riforma radicale -, affrontò il giudizio degli elettori. Monti al confronto ha il desiderio di mantenere una funzione arbitrale, ma non sembra avere l'ansia di schierarsi più nettamente su terreni difficili. E non ha (ancora) il profilo del sovrano destinato a sciogliere una volta per tutte qualche nodo.

Giovanni Carpinelli
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Monti “il progressista” che non può non dirsi centrista

L’irregolare frase montiana «mi sento progressista» colpisce, ma non regge all’urto. Il doppio test somministrato da Bersani al professore ha fornito un responso inequivocabile sul progressismo percepito da Monti. Il quale al quesito «cosa pensa dei diritti civili» ha risposto, nel documento in sette punti twittato l’ultimo dell’anno, con un’intenzionale linea di vuoto pneumatico, con concessione ai suoi parlamentari della «libertà di coscienza».
Mentre al «dovrà dirci a chi è alternativo», Monti continua a replicare da teorico delle divergenze parallele. Non siamo «contro questo o contro quello», «non vogliamo coprire una posizione di centro tra sinistra e destra», né «inserirci tra due poli», ma «rompere barriere e confini». Questa sindrome del non volersi dire centristi, che riemerge nel documento di fine anno, stride con l’affermazione secondo cui «il suddividersi delle forze politiche secondo il vecchio schema destra-sinistra genera disorientamento». La quale, a sua volta, cozza con la vicinanza di Monti al Ppe che del deprecato «vecchio schema» è pilastro europeo. È dura sentirsi progressisti, cercare i voti centristi ma non volersi dire centristi. Ma c’est la vie. È la campagna elettorale, bellezza.

Francesco Lo Sardo, Europa, 2 gennaio 2013