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venerdì 18 settembre 2026

Il rabbino aggredito a Milano

Matteo Castagnoli
"Metterò ancora il cappello da rabbino. Ma ai miei figli vieto di uscire da soli"

Corriere della Sera, 18 settembre 2026 

L’aggressione non lo cambierà. «Continuerò a girare con giacca e cappello da rabbino». Parla Rav Tzemach Mizrachi, aggredito a Milano alla fermata del bus. «Spesso ricevo insulti per strada. L’altro giorno nessuno è intervenuto per difendermi».

MILANO «Continuerò a girare con la giacca e il cappello da rabbino. Non mi nasconderò, non ci nasconderemo. Non cambierò il mio stile di vita. Però cercheremo di evitare situazioni pericolose. Già adesso, per esempio, non mando i miei bambini per strada da soli».

Rav Tzemach Mizrachi, 51 anni, ripercorre a fatica, neanche ventiquattr’ore dopo, quegli attimi in cui mercoledì tre ragazzi l’hanno avvicinato in piazzale Bande Nere, a ovest di Milano, a due isolati dal quartiere ebraico. Quando gli hanno rubato il copricapo tradizionale indossato dai rabbini. Poi uno del gruppetto l’ha indossato. Lui è riuscito a riprenderlo, filmando i tre mentre si allontanavano. A quel punto, un giovane gli avrebbe dato un calcio. Poco dopo i tre sono stati rintracciati dalla polizia e portati in Questura: un 20enne nato in Italia da famiglia tunisina è stato arrestato per propaganda e istigazione a delinquere per discriminazione religiosa (ieri dopo la direttissima il giudice l’ha rimesso in libertà disponendo l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria due volte alla settimana); gli altri due, di 19 e 22 anni, sono invece stati denunciati. Per tutti e tre è arrivato il foglio di via da Milano.
Mizrachi, cosa è successo?

«Stavo aspettando il bus. Dovevo andare a prendere a scuola i miei figli. Ero al telefono con uno studente perché stavamo organizzando la festa dello Yom Kippur a La Spezia. Quei tre ragazzi mi hanno visto e hanno iniziato a chiamarmi in arabo. Non ho reagito. Poi mi hanno preso il cappello. Uno l’ha indossato e hanno iniziato a fare alcune mosse, come dei balletti per prendermi in giro. L’ho ripreso, loro continuavano».
È a quel punto che ha iniziato a filmarli?

«Sì, ho preso il telefono e ho scattato foto e registrato video. Se ne stavano andando ma uno dei tre ragazzi si è girato e mi ha tirato un calcio. Non sono caduto com’è stato detto. Il racconto che è emerso è stato esagerato, da parte dei giornali e anche della Comunità ebraica. Non sono andato in ospedale».
Ha chiesto aiuto?

«No, ho inviato le foto e i video sul gruppo della sicurezza della comunità ebraica. Loro hanno chiamato la polizia. E dopo un’ora i tre sono stati rintracciati. Ma dal gruppo ho capito che io ero solo il secondo capitolo di un’altra storia...».
In che senso?

«Un altro rabbino ha riconosciuto nelle mie foto il gruppo di giovani che poco prima in metropolitana gli aveva tirato una scarpa addosso. Poi sono arrivati in piazzale Bande Nere, dove mi hanno incontrato».

Tutti e tre respingono le accuse di odio antisemita. E parlano di uno "scherzo". Il ragazzo che è stato arrestato avrebbe spiegato di averle dato un calcio perché era arrabbiato per le foto. Mentre uno dei due denunciati, fratello del 20enne, ha aggiunto che stavano facendo dei video per TikTok, così hanno preso il copricapo. 

«Se volevano fare questo video bastava chiederlo. Invece, oltre a me, c’è la prima aggressione sempre a un rabbino. Ma non voglio convincere nessuno».

Ieri uno di loro ha anche detto: «Se avessi la possibilità di incontrare quell’uomo gli stringerei la mano e gli direi: "Se ti abbiamo fatto un danno, perdonaci". Accetterebbe le scuse?

«Non dico di no, ma non adesso. Rimandiamo. Ora mi serve del tempo per me».

Le aggressioni agli ebrei, a Milano ma non solo, dopo il 7 ottobre sono aunentate. Ha paura?

«Ogni sera, quando vado a casa passando dal tempio, passo davanti a un gruppo di persone che parlano altre lingue. Ricevo sempre degli insulti. Quando sono in gruppo, faccio il giro per rientrare: in mezzo non ci passo. Mercoledì le persone intorno a me, in piazza, non sono intervenute. Avevano paura, credo, ma ho ricevuto tanta solidarietà».

Teme possa riaccadere in futuro? Si tutelerà in qualche modo?

«Come ho detto, non cambierò per questo il mio stile di vita. Non siamo tornati indietro di 90 anni. Le persone con cui vivo, il quartiere, i vicini capiscono che siamo gente di pace. Quello è che successo a me non rappresenta il mondo. È solo il male che cerca di mostrarsi. Sarà la società a metterli fuori strada».
È la prima volta che viene aggredito?

«Non è la prima che mi insultano, ma che alzassero le mani non era mai successo».

martedì 15 settembre 2026

Racconti di scuola

Giacomo Giossi
Di cosa è fatta la scuola? I racconti per scoprirlo

Domani, 15 settembre 2026

Capire cosa sia la scuola nella sua forma e nella sua sostanza non è facile perché si tratta di un’architettura fatta di multipli strati. Un’ecosistema di esperienze singole acutissime e al tempo stesso potentemente coinvolgenti e collettive. Insegnanti e studenti rappresentano due corpi contrapposti, anche solo per una pratica quotidiana in cui oltre che a trasmettere conoscenza si agisce anche un insito conflitto di carattere generazionale.

Ma in realtà si stratta più profondamente ancora di una relazione stretta che vive di ore, giorni, mesi e anni condivisi. Donne e uomini adulti e giovani vivono infatti per anni nelle medesime aule e con l’identico obbligo di riuscire a cavarsela dentro come fuori dalla scuola che resta sì un’istituzione idealmente aperta, ma anche un luogo radicalmente chiuso nelle esperienze vissute giorno dopo giorno.

Aule e corridoi, bagni e palestre rappresentano esperienze precise, passaggi di stato e consapevolezze acquisite così come sconfitte e fallimenti a volte dai risvolti dolorosissimi. Ovviamente ci sono anche splendide conquiste e quel senso intimo di avercela fatta, di averla scampata che vale enormemente più di ogni primato.

La scuola è fatta di risultati e di relazioni e di una forma di apprendimento continuo che va ben oltre gli esami e le interrogazioni. Si tratta infatti spesso della prima esperienza di vita collettiva all’infuori della famiglia e in alcuni casi potrebbe trattarsi per molti studenti anche dell’unica possibilità di emancipazione dall’ambito famigliare e dalle sue regole. La scuola è un vortice dentro cui si viene attratti ed espulsi, coinvolti e abbandonati, strattonati e continuamente ripresi. Si tratta di una lotta e di una messa in discussione e chiunque rifiuti l’una e l’altra rischia di perdersi prima che con gli altri con sé stesso.

Di scuola racconta con il contributo di scrittrici e scrittori, la bellissima antologia, Racconti di scuola (Einaudi) a cura di Christian Raimo che a scuola vi lavora quotidianamente e che di scuola si occupa anche su questo giornale nello spazio di Tempo Pieno, evidenziando i ritardi di un sistema che parla d’innovazione e mai di persone, di opportunità di lavoro e mai di crescita esistenziale.

L’approccio di Raimo è politico, pedagogico e fortemente umanistico: la scuola non può essere ridotta a un contenitore asettico e soprattutto anaffettivo perché è fatta di corpi e quindi di sentimenti anche contrastanti e contraddittori che vanno liberati e accompagnati, fatti crescere e portati oltre l’inferno di una società così infelice da non riuscire a immaginare di sé stessa un futuro migliore.

Un luogo fondamentale


L’appassionata prefazione di Christian Raimo già racconta molto dell’approccio sincero e coinvolto di chi nella scuola crede e che per questo si trova a criticarne fortemente visioni politiche retrograde (seppure tanto di moda anche tra chi si definisce progressista) che eludono ogni possibilità di ridurre diseguaglianze e distanze per chi nella propria infanzia e giovinezza sta ricercando insieme al proprio sé anche un ruolo nel mondo, un senso alla propria esistenza.

Movimenti che si traducono nella pratica, per le studentesse e gli studenti, in percorsi di studio e carriere lavorative più o meno soddisfacenti, ma quanto consapevoli e quanto capaci di mantenere vivo il dubbio e la ricerca di sé? Contro il realismo scolastico è il titolo alla Mark Fischer che Raimo dà alla sua prefazione e con cui chiarisce fin dal principio il vizio dentro cui vive la scuola: «All’interno di un quadro capitalista non c’è spazio per concepire forme alternative di strutture sociali, figuriamoci forme alternative di scuola per come la conosciamo».

Racconti di scuola prova così a proporre un corpo e un’istituzione immaginata e diversa rompendo – e inevitabilmente ricostruendo – un canone. Lo fa con una selezione di autori che rappresentano una potenziale classe scolastica dentro alla quale la diversità di ognuno non impedisce mai una visione collettiva. Uno sguardo sulla scuola compatto e chiaro che si regge grazie proprio alla diversità narrativa di stili e generi che Raimo ha saputo assemblare aderendo al senso e alla forma di una scuola come organismo.

Infatti seppure tra le molte differenze che passano tra autori come Gianni Celati e Stephen King, Erri De Luca e Clarice Lispector così come tra Marco Lodoli e Ray Bradbury non si può non cogliere come tutti questi autori e autrici abbiano fortemente presente nella propria letteratura il racconto della gioventù, spesso di una giovinezza espansa che va ben oltre gli stretti confini della formazione e che diventa elemento universale di racconto dell’esistenza. Perché tutto quello che accade nel qui e nell’ora dell’infanzia come dell’adolescenza, in quei corridoi e in quelle aule, sarà per sempre e definitivamente fondamentale per tutto il resto della vita.

Superare confini


Sogno della classe scolastica di Gianni Celati tratto da Costumi degli italiani è forse il racconto che più di tutti mostra il senso dell’intera antologia perché riesce a mostrare quel confine dato dalla scuola, ma che la scuola stessa dovrebbe chiedere di superare.

Scrive Raimo: «Il sogno per Celati è il luogo in cui il tempo circolare delle ore di lezione sopravvive nell’adulto, continuando a strutturare la percezione di sé e del mondo, anche quando la scuola è finita da un pezzo. Perché se è vero che la scuola finisce, la sua potenza narrativa interminabile ci perseguita».

L’orrore è una delle forze narrative del racconto sulla scuola che precede la visione formativa e anche quella politica. L’orrore è infatti quello spazio di frattura che si genera nel momento in cui si perde per sempre l’innocenza che ci accompagna dall’infanzia. Seguono così il dubbio, le contraddizioni e anche l’odio verso l’istituzione scolastica perché l’esistenza non può ridursi a un triste realismo fatto di funzioni e strumenti. La scuola è fatta di sistemi e di visioni, di pratiche e di utopie che devono alimentarsi a vicende, crescendo ed essendo anche sempre messi in crisi da una moltitudine critica che non deve mai venire meno, nonostante i desiderata di ministri, provveditori e presidi.

Racconti di scuola offre uno sguardo non su quello che la scuola è o che dovrebbe essere, ma sul segno che la scuola vissuta così come immaginata lascia nella vita di ognuno di noi. Dai muri delle aule ai compagni di banco, dalla fatica estenuante di pomeriggi trascorsi sui libri e spesso senza alcun risultato, agli esiti infelici dei primi tentativi amorosi sospinti da un eros sempre più incombente e incontrollabile.

Imbarazzi e fallimenti, gioie infinite e mai più provate, ma anche vittorie inaspettate che hanno il sapore di un bacio a marzo così come di un’interrogazione a giugno che salva un anno intero. E poi la scuola è anche fine e ritorno, ultimi riti di una società piatta che qui resistono nell’ultimo e nel primo giorno di scuola. E con Christian Raimo non ci si può che commuovere nel vedere questi due passaggi div vita in cui gli studenti, cambiano, crescono e provano con rabbia, follia e gioia a diventare sempre più sé stessi.

mercoledì 6 maggio 2026

L'esperienza femmininile della fede

Chiara Vitali
Le donne vivono la fede in modo diverso dagli uomini. Perché è una ricchezza per la Chiesa
Avvenire, 6 maggio 2026

Due persone entrano in una chiesa e si siedono ai banchi. Cercano il silenzio, si ritagliano momenti di preghiera, curano la propria fede. La dimensione religiosa per loro è preziosa. Eppure, la loro esperienza è molto diversa perché tra loro c’è una differenza fondamentale: uno è un uomo, l’altra è una donna.
Che la fede venga vissuta in modo molto diverso in base al genere non è una consapevolezza diffusa. Spesso si ragiona sulle diversità dei ruoli nella Chiesa, sulle gerarchie di potere e su meccanismi che storicamente hanno escluso le donne. Ma capire come questa differenza incida nel modo più intimo di vivere la propria dimensione spirituale, questo è un passaggio ancora ulteriore. «La divisione sessuale dei ruoli presente in ogni religione, che stabilisce chi può fare cosa, determina due esperienze diverse della fede», spiega Stefania Palmisano, professoressa di Sociologia delle religioni dell’università di Torino. Nelle scorse settimane un convegno nel suo Ateneo ha messo al centro questo tema, con interventi di studiose e ricercatrici. Ad ascoltare c’era una sala piena di studenti e studentesse, giovani, rappresentanti del mondo religioso. È stato un passo di un percorso più ampio, che tra le altre tappe ha visto anche la pubblicazione di un libro, Donne e religioni in Italia, di Stefania Palmisano e Alberta Giorgi. Il giorno del convegno, per prima cosa, si sono evidenziate alcune consapevolezze. «Storicamente la religione è stata presentata come un affare maschile e spesso le donne sono state trattate come cittadine di seconda classe». E questo è interessante per almeno tre motivi: uno, la trasmissione della fede è spesso un affare femminile; due, gli studi mostrano che le donne vivono una maggiore religiosità rispetto agli uomini; tre, le donne stanno lasciando la Chiesa a una velocità inedita e maggiore rispetto agli uomini, in quello che viene descritto come un vero e proprio terremoto. «Momenti di confronto su questo tema – continua Palmisano – servono anche a superare una dicotomia che sentiamo spesso nelle realtà secolari: le donne religiose come oppresse e vittime di un sistema patriarcale e le donne secolarizzate come femministe ed emancipate».

Diversi elementi aiutano a capire che cosa significhi guardare alla religiosità in una prospettiva di genere. Un nodo decisamente significativo è quello dell’interpretazione dei testi biblici. Spesso, realizzata a svantaggio delle donne. «Pensiamo al corpus paolino, interpretato per la costruzione di una subalternità di natura della donna all’uomo – spiega Adriana Valerio, teologa e storica – O al fatto che i testi biblici sottolineano che Gesù avesse scelto come suoi compagni solo uomini, come se stesse creando una Chiesa degli uomini e per gli uomini. Ma Gesù aveva anche discepole e apostole donne. Lui stesso rappresentava una novità per il suo tempo: guardava le donne come destinatarie di una comunità di eguali, fratelli e sorelle». Gli esempi sarebbero molti altri, e anche le radici e le motivazioni storiche. «Abbiamo due possibilità – rimarca Valerio – O la Bibbia è contro le donne, e allora dobbiamo scappare, o c’è stata una cattiva interpretazione: e allora le Scritture vanno rilette, altrimenti il messaggio non è di salvezza ma di condanna».
Già secoli fa ci furono donne che diedero riletture dei testi sacri che miravano a valorizzare il contributo femminile. A ricordare alcuni nomi è Erminia Ardissino, professoressa e autrice, che cita ad esempio Lucrezia Tornabuoni, una scrittrice del 1400 che riscrisse e valorizzò le storie di donne raccontate nella Bibbia. O Isotta Nogarola, che diede una lettura diversa del peccato originale e del ruolo di Eva. Autrici poi dimenticate.
E poi c’è un pilastro, fondamentale, su cui si deve basare la «radicale uguaglianza» tra uomo e donna, pur nelle reciproche differenze: «È il battesimo», spiega Ilaria Zuanazzi, esperta di diritto canonico. «È necessario sottolineare la reciprocità e la complementarità tra uomo e donna, e avere la consapevolezza che la comunione si verifica in dinamiche di reciproco completamento, nel rispetto della irriducibile alterità dell’altro. La relazione non è unidirezionale: nella Chiesa non è il maschile il modello assoluto». In altre parole, tra maschile e femminile non ci deve essere alcuna gerarchia, ma una complementarità tra situazioni che hanno lo stesso valore.
Per avere un quadro del contesto a cui si applicano queste riflessioni, ci sono alcuni numeri da tenere in considerazione. Paola Bignardi, pedagogista, evidenzia che entro il 2033 solo il 17% delle giovani manterrà un legame con la Chiesa. «Le donne non trovano più la proposta cristiana attraente, portano domande di grande senso e a volte non trovano una risposta». Per questo Bignardi sta lavorando a una nuova ricerca che coinvolge proprio le giovani. «Il loro modo di vivere l’esperienza religiosa è diverso rispetto ai loro pari età maschi; vogliamo capire le ragioni del loro allontanamento, o meglio, del loro impossibile avvicinamento alla comunità cristiana». La sfida che pongono i giovani è un’occasione per la Chiesa tutta: «Come si legge nel Vangelo, la proposta per tutti è di una fede che non mortifichi la vita, ma che sia amica della vita. Questo darebbe una risposta alle domande di senso e farebbe percepire la Chiesa come una casa abitabile per tutte e tutti». Alla fine del convegno, diverse persone si alzano e si avvicinano alle relatrici. Chiedono che il percorso di lettura di genere della religione possa andare avanti.

sabato 28 marzo 2026

La sconfitta delle big tech

 

Brianna Ghey in piedi in un parco con la neve a terra
Brianna Ghey. Fotografia: Dispensa familiare/PA 

Dan Milmo e Robert Booth
È finito il tempo dell'invincibilità: la settimana in cui  le grandi aziende tecnologiche sono state messe a tacere

The Guardian, 28 marzo 2026

La giovane donna al centro di quello che è stato definito il momento del “grande tabacco”(*) del settore tecnologico è stato su YouTube alle sei e Instagram alle nove. Più di un decennio dopo, dice, non può ancora vivere senza i social di cui è diventata dipendente.

“Non posso, è troppo difficile stare senza di esso”, ha detto Kaley, oggi 20enne, a una giuria del tribunale superiore di Los Angeles. Questa settimana, cinque uomini e sette donne hanno pronunciato un verdetto sul design di due delle app più popolari al mondo che hanno confermato la posizione di Kaley.

La sentenza ha inviato onde d'urto attraverso la Silicon Valley e ha suscitato la speranza tra le famiglie e gli attivisti per la sicurezza dei bambini che il cambiamento potrebbe finalmente arrivare sui social media. Meta di Mark Zuckerberg e YouTube di Google sono stati ritenuti responsabili della progettazione di prodotti che creano dipendenza utilizzati da Kaley e milioni di altri giovani.

È stato un caso incentrato sulla sofferenza di una giovane che è diventata  depressa a 10 anni e autolesionata, ma Kaley, indicata con il suo nome o le iniziali KGM al fine di proteggere la sua privacy, è stato il prestanome per una lotta molto più grande.

“Volevamo che lo sentissero”, ha spiegato uno dei giurati ai giornalisti. “Volevamo che si rendessero conto che questo era inaccettabile”.

Le mani tengono un grande striscione bianco con nomi e età che lo coprono
I genitori che dicono di aver perso i figli a causa dei social media tengono in piedi uno striscione con i loro nomi fuori dal tribunale di Los Angeles. Fotografia: Mike Blake/Reuters

“L’era dell’invincibilità delle big tech è finita”, ha detto il Tech Oversight Project, un cane da guardia di Washington DC che si definisce un David a Golia della Silicon Valley. Anche il principe Harry ha pesato: “La verità è stata ascoltata e sono stati stabiliti precedenti”. I prezzi delle azioni di Meta e Alphabet, la società madre di Google, sono affondati.

Il verdetto è stato il secondo colpo in una settimana per le grandi tecnologie dopo che Meta, che possiede Facebook e Instagram, è stato condannato a pagare $375m (£ 282m) da un tribunale del New Mexico. Una giuria ha scoperto che ha ingannato i consumatori sulla sicurezza delle sue piattaforme. Questi avevano caratteristiche che “ha permesso ai pedofili e ai predatori di impegnarsi nello sfruttamento sessuale dei bambini” e sono stati intenzionalmente progettati per ottenere giovani dipendenti da loro, ha detto il dipartimento di giustizia dello stato.

A $ 6m, i danni nella causa in California erano relativamente piccoli, ma le conseguenze dei doppi verdetti saranno molto maggiori. È stata una settimana in cui una campagna lunga anni per spostare l'equilibrio di potere tra la grande tecnologia e i bambini sembrava finalmente guadagnare slancio.

Meta, YouTube, Snapchat e TikTok stanno affrontando migliaia di cause legali simili nei tribunali statunitensi, verificando se le loro piattaforme fossero progettate per creare dipendenza. Se perdono, i danni potrebbero essere paralizzanti.

A livello internazionale, i governi stanno iniziando a frenare la presa delle grandi tecnologie sull’attenzione dei bambini. Da questo fine settimana, il governo indonesiano sta seguendo l’Australia nel imporre la disattivazione di account di social media “ad alto rischio” appartenenti a bambini sotto i 16 anni. Questo mese il Brasile ha promulgato una legge sulla sicurezza online per proteggere i bambini contro l’uso compulsivo, e nel Regno Unito il primo ministro, Keir Starmer, ha risposto al verdetto di Los Angeles dicendo: “Dobbiamo fare di più per proteggere i bambini”. Ha citato un potenziale divieto di social media del Regno Unito per gli under 16 e frena su caratteristiche di dipendenza, come lo scorrimento infinito – la fornitura apparentemente senza fondo di nuovo materiale quando un utente raggiunge la fine del proprio feed – e i video di riproduzione automatica.

La geopolitica della tecnologia

I verdetti dei processi hanno anche coinciso con uno spostamento della geopolitica della tecnologia. Il timore di sconvolgere Donald Trump, tenuto dai paesi altrimenti desiderosi di stringere il guinzaglio sui social media, sembra placarsi. Figure di spicco della destra conservatrice del partito repubblicano del presidente degli Stati Uniti sono ora tra le più accese nel chiedere protezioni per i bambini.

“Per molto tempo i governi hanno rinviato all’UE e agli Stati Uniti per impostare la politica di Internet”, ha dichiarato Matt Kaufman, responsabile della sicurezza di Roblox, una piattaforma di gioco e messaggistica colpita dal divieto dell’Indonesia. “Ora tutti gli altri stanno recuperando e dicendo: ‘Vogliamo fare cose che sono giuste per il nostro paese’”.

Bambini seduti a terra a guardare smartphone e tablet in un vicolo
Bambini che giocano giochi online l'uno contro l'altro in un vicolo a Giacarta. L’Indonesia inizierà a disattivare gli account minorenni su piattaforme “ad alto rischio”. Fotografia: Yasuyoshi Chiba/AFP/Getty Image

Tutto ciò significa che l'ottimismo sta iniziando a crescere tra gli attivisti per la sicurezza. Esther Ghey, la madre dell’adolescente britannica uccisa Brianna Ghey, che vede molte somiglianze tra la storia di Kaley e quella di Brianna, spera che il cambiamento stia arrivando.

“Finalmente, penso che questo creerà un cambiamento”, ha detto al Guardian dopo i verdetti di questa settimana.

La figlia di Ghey è stata uccisa nel 2023 e crede che la dipendenza dai social media abbia contribuito ai problemi di salute mentale di sua figlia, portando a correre rischi con la sua sicurezza personale. Brianna, che era transgender, è diventata isolata come Kaley attraverso l'uso pesante dei social media, e ha sofferto di ansia e dismorfia corporea.

 Tuttavia, una lunga lotta legale potrebbe ancora essere in vantaggio mentre le aziende tecnologiche reagiscono. Meta, una società da $ 1.4tn, ha detto che “non siamo rispettosamente in disaccordo” con la decisione della giuria e faremo ricorso in appello. “La salute mentale degli adolescenti è profondamente complessa e non può essere collegata a una singola app”, si legge. Google ha detto che avrebbe anche fatto appello, aggiungendo che il caso “fraintende YouTube, che è una piattaforma di streaming costruita in modo responsabile, non un sito di social media”. La questione potrebbe alla fine dirigersi alla corte suprema.

Questa settimana è stato anche chiaro che i baroni della tecnologia conservano un sacco di influenza politica. Lo stesso giorno del verdetto di Los Angeles, Trump ha nominato Zuckerberg e l'ex boss di Google Sergey Brin, che rimane nel consiglio di amministrazione della società, nel suo consiglio scientifico e tecnologico.

Tuttavia, il caso di LA viene considerato così importante perché avanza una nuova teoria giuridica: che un prodotto software come un'app di social media può essere difettoso e causare lesioni personali.

Fino ad ora, le piattaforme tecnologiche sono state protette dalla sezione 230 della US Communications Decency Act, che assolve le aziende dalla responsabilità per i contenuti pubblicati. Ma il verdetto di LA ha trovato responsabilità con la piattaforma stessa, non con il contenuto.

“Questa è essenzialmente una chiamata alle armi per gli avvocati querelanti, che hanno avuto successo almeno una volta nell’ottenere un verdetto multimilionario contro la tecnologia”, ha detto Jessica Nall, partner dello studio legale di San Francisco Withers, che rappresenta i dirigenti tecnologici.

Il messaggio è: “Andiamo per di più”.

Gli attivisti stanno parlando di un “grande momento di tabacco” – un parallelo all’ondata di cause legali che hanno costretto l’industria delle sigarette degli Stati Uniti a revisionare le pratiche di marketing e a trovare un accordo multimiliardario con gli stati degli Stati Uniti.

Arthur Béjar, un informatore di Meta e testimone alle prove del New Mexico e della California, ha detto di sperare che Meta ridisegni i suoi prodotti, guardando di nuovo a caratteristiche come a scorrimento infinito e pulsanti “mi piace”.

“Penso che uno degli aspetti più importanti di queste prove sia tutta la documentazione interna che sta vedendo la luce del giorno, su quanto Meta sapesse di questi danni e ha ingannato i genitori e le autorità di regolamentazione a riguardo”, ha detto l’ex ingegnere senior di Meta. “Spero che galvanizza le autorità di regolamentazione di tutto il mondo per fare ciò che è necessario per rendere questi prodotti dimostrabilmente sicuri”.

Nel Regno Unito, i verdetti hanno rafforzato una crescente aspettativa di divieto per gli under 16 di accedere ai social media. Un lobbista tecnologico ha detto che l’industria era “consapevole che ci stiamo muovendo verso un divieto” e potrebbe “inghiottirlo”, in parte perché non hanno fatto molti soldi dai conti dei bambini. All’interno di Whitehall, le persone paragonano il momento al divieto di fumare al chiuso quasi 20 anni fa, suggerendo alle persone di chiedersi perché non è arrivato prima.

Molly Russell in posa per una foto nella sua uniforme scolastica
Un medico legale di Londra ha concluso che Molly Russell è morta per “effetti negativi dei contenuti online”. Fotografia: Dispensa familiare/PA

Martedì, la logica per il cambiamento è stata messa a fuoco alla scuola elementare Cadbury Heath di Bristol. Il ministro della sicurezza online, Kanishka Narayan, ha incontrato una classe di ragazzi di 10 e 11 anni, tutti che hanno usato i social media.

“Quattro ore e poi è [come] dove è finito tutto quel tempo?” ha detto un ragazzo sulla sua abitudine su YouTube. “È solo che non c’è più, scorrendo tutto il tempo”.

“Si crea dipendenza”, ha detto un altro. “Quando sei sugli schermi per molto tempo non riesci a dormire e poi sei fino alle due o tre del mattino e poi hai la scuola il giorno dopo”.

Eppure resta il dubbio su quanto i social media siano in realtà “additivi”.

Definire la dipendenza dai social media

“Anche se abbiamo una vasta gamma di dati sul tempo sullo schermo dei bambini e sul comportamento online, sappiamo ancora troppo poco su come queste abitudini influenzano la salute, il benessere e le capacità cognitive dei bambini”, ha detto Chi Onwurah, presidente del comitato di selezione della scienza e della tecnologia dei Comuni, che ha avviato un’indagine questa settimana sulle neuroscienze e le infanzie digitali.

I processi limitati di un divieto sui social media stanno appena iniziando nel Regno Unito e Mark Griffiths, professore emerito di dipendenza comportamentale alla Nottingham Trent University, ha dichiarato: “Pochissimi individui sono sinceramente dipendenti dai social media.

“Le società di social media hanno incorporato caratteristiche strutturali che sono state progettate per mantenere le persone sulle piattaforme il più a lungo possibile”, ha detto. “Queste caratteristiche non riguardano le persone allo stesso modo, ma per coloro che sono vulnerabili o suscettibili, svolgono un ruolo nello sviluppo di un uso problematico”.

Durante il processo in California, l’amministratore delegato di Instagram, Adam Mosseri, ha dichiarato che i social media non sono “clinicamente coinvolgenti”.

Questo potrebbe sembrare spaccare i peli alle famiglie che hanno subito le peggiori conseguenze dei danni dei social media.

L’avvocato di Kaley, Mark Lanier, ha detto che caratteristiche come notifiche e “mi piace”, l’autoplay e la pergamena infinita equivalevano a “l’ingegneria della dipendenza”. “Questi sono cavalli di Troia: sembrano meravigliosi e grandiosi”, ha detto. “Ma tu li inviti dentro e loro prendono il sopravvento”.

Ian Russell ha fatto una campagna per la sicurezza online da quando sua figlia adolescente Molly Russell è morta per quello che un medico legale ha concluso essere un atto di autolesionismo mentre soffriva di depressione e “gli effetti negativi dei contenuti online”. Russell ha detto che “nulla è cambiato materialmente” al centro delle aziende tecnologiche negli ultimi nove anni. È scettico su un divieto sui social media, sostenendo che potrebbe ridurre la pressione sulle aziende tecnologiche per sistemare i loro prodotti.

“Ora abbiamo bisogno di volontà politica da parte dei governi per trasformare queste sentenze di riferimento in un cambiamento fondamentale nei modelli di business e nelle funzionalità che guidano contenuti dannosi e mantengono i nostri figli agganciati sui social media”, ha detto.

Testimoniando durante il processo di Los Angeles, Zuckerberg ha ammesso che “un’azienda ragionevole dovrebbe cercare di aiutare le persone che utilizzano i suoi servizi”.

Béjar ha detto che questa settimana è stato un momento per il mondo per far rispettare questo principio.

“Ora è la mossa del mondo”, ha detto. “Il mondo deve dimostrare che, sulla base di tutte queste conoscenze, può regolare efficacemente queste aziende”.

 

(*)  Lo scandalo di "Big Tobacco" si riferisce alla sistematica dissimulazione, per decenni, da parte delle principali compagnie tabagiste, dei rischi mortali per la salute legati al fumo e della natura dipendente della nicotina. . Le aziende hanno manipolato i livelli di nicotina, creato campagne pubblicitarie ingannevoli (specialmente verso giovani e minoranze) e ostacolato le normative.

giovedì 19 marzo 2026

Mélenchon alle comunali

Sophia Chikirou, candidata di LFI a Parigi

Sacha Nelken
Elezioni comunali: c'è stata una reale avanzata di LFI?

Libération, 18 marzo 2026

Quando è apparso sugli schermi televisivi la sera di domenica 15 marzo, Manuel Bompard ha faticato a nascondere la sua soddisfazione. Circondato dai deputati Paul Vannier e Mathilde Panot e dalla funzionaria di partito Imane el Hamzaoui, il coordinatore di La France Insoumise è stato il primo della sinistra a reagire ai risultati del primo turno delle elezioni comunali. A quel punto, non tutti i punteggi erano ancora noti, ma il politico delle Bouches-du-Rhône traeva già una conclusione molto positiva dal voto . "I primi risultati che stiamo ricevendo mostrano un notevole incremento per La France Insoumise ", ha dichiarato. Alcune liste, ha esultato, hanno visto i loro punteggi "raddoppiati", "triplicati " o addirittura "quadruplicati" rispetto al 2020. Più tardi quella sera, Jean-Luc Mélenchon, sul social network X, ha gettato benzina sul fuoco parlando di "una magnifica svolta nelle elezioni comunali ". Osservazione o iperbole?

Chiariamo subito una cosa: La France Insoumise (LFI) avrebbe potuto fare di meglio. Sei anni prima, nel 2020, il movimento mélenchonista aveva completamente ignorato le elezioni, limitandosi a sostenere le liste guidate dai cittadini. LFI, quindi, per la prima volta si impegnò seriamente nelle elezioni locali, presentando liste in oltre 500 comuni, comprese tutte le principali città. I ​​membri del gruppo furono incoraggiati a candidarsi – quasi un quarto si presentò alle elezioni – e la leadership – in particolare Jean-Luc Mélenchon – organizzò numerosi comizi per mobilitare il proprio elettorato. Consapevole della sua presenza locale molto limitata, LFI si guardò bene dal fissare un obiettivo specifico di vittorie. L'ambizione per queste elezioni comunali era modesta: far entrare il maggior numero possibile di membri di LFI nei consigli comunali. Questo era un modo conveniente per promuovere la narrazione di un rinnovato slancio e di una "nuova pietra miliare" nello sviluppo di un movimento che aveva appena celebrato il suo decimo anniversario.

punteggi più bassi

Ma si tratta davvero di una svolta per La France Insoumise (LFI)? Secondo diversi critici del movimento di Mélenchon, come l'eurodeputato Raphaël Glucksmann di Place Publique, questa narrazione prevalente è ben lontana dalla realtà. "Non è una svolta per LFI, si tratta semplicemente di mobilitazioni più ampie del previsto in alcune aree ", aggiunge un membro della dirigenza del Partito Socialista. A ben guardare alcuni dati, la tesi di un forte slancio appare infatti discutibile. Sebbene LFI sia riuscita a qualificarsi per il secondo turno in 96 comuni a livello nazionale, ha prevalso solo in 5 di essi, contro gli 80 del Partito Socialista e i 133 dei Repubblicani. In molte città, il movimento di Mélenchon è riuscito a raggiungere la soglia del 10% necessaria per accedere al secondo turno, ma spesso è rimasto indietro rispetto alle liste unificate di sinistra. Il movimento si è quindi rafforzato più nel suo ruolo di ago della bilancia al secondo turno che per il suo peso elettorale.

Soprattutto, LFI ha visto i suoi punteggi calare in diverse città rispetto alle elezioni presidenziali del 2022 o alle elezioni europee del 2024. A Parigi, ad esempio, la candidata di LFI Sophia Chikirou , con l'11,72% dei voti (95.551 voti), ha ottenuto un risultato nettamente inferiore a quello di Manon Aubry nel 2024 (16,76%, 136.509 voti) e di Jean-Luc Mélenchon nel 2022 (30,08%, 317.372 voti). Lo stesso è accaduto a Marsiglia, dove Sébastien Delogu, con l'11,94% e 33.808 voti, non è riuscito a mobilitare gli elettori con la stessa efficacia di Manon Aubry e Jean-Luc Mélenchon nelle precedenti elezioni. Il primo candidato ha ottenuto il 21,54% dei voti, ovvero 55.903 preferenze nel 2024, mentre il candidato alla presidenza per la terza volta ha ottenuto il 31,12%, ovvero 108.423 preferenze nel 2022. Un dato che non è molto rilevante agli occhi degli insoumis, i quali ritengono che l'unico confronto appropriato debba essere basato sulle elezioni comunali del 2020.

Mobilitare i giovani

Ancor più sorprendente è il fatto che questo fenomeno si osservi anche nelle periferie parigine dove hanno sede i membri di La France Insoumise. A Evry-Courcouronnes , ad esempio, che la dirigenza di La France Insoumise aveva indicato come potenziale conquista, la candidata Farida Amrani è stata sonoramente sconfitta e il sindaco uscente, Stéphane Beaudet, è stato eletto al primo turno.

Sebbene non abbia funzionato ovunque, la strategia di mobilitare i giovani e i quartieri operai si è dimostrata efficace in alcune città. L'esempio più notevole e simbolico rimane Saint-Denis, dove Bally Bagayoko ha vinto al primo turno domenica sera, spazzando via il candidato socialista Mathieu Hanotin. Grazie a questa vittoria, La France Insoumise (LFI) si è assicurata la sua prima città con oltre 100.000 abitanti. Il movimento mélenchonista potrebbe, tra pochi giorni, rivendicare altre importanti vittorie, come a Roubaix, dove l'elezione a sindaco sembra ormai quasi certa per David Guiraud dopo il suo 46,64% al primo turno. Avendo superato il resto della sinistra a Tolosa e Limoges e avendo raccolto il loro sostegno, François Piquemal e Damien Maudet potrebbero prevalere e regalare a LFI le sue prime due grandi aree metropolitane. Due potenziali traguardi finali per un'elezione che gli Insoumis considerano già un successo.