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venerdì 29 maggio 2015

Lussu, Morte di un disertore

 

Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano, Parigi, 1938

Sul frastuono del colpi, si levava la voce da baritono del sergente Cosello:
- Sparate sul disertore!
La trincea nemica taceva.
Dovetti correre al telefono in trincea. Il comandante di battaglione mi chiamava per avere la spiegazione di quanto accadeva. Egli parlava eccitato:
- Che c’è?
che cè? Debbo mandare rincalzi?
Io lo rassicurai:
- Ma  no. Un soldato sta passando al nemico, solo, senza armi, e la compagnia tira su di lui. Gli austriaci, per non spaventarlo, non sparano.
- Un disonore simile sul battaglione!
- Lo so, lo so: non lo stia a raccontare a me. Che ci posso fare?
- Me lo rimandi indietro, vivo o morto!
- Eh, vivo, sarà difficile. Sparano tutti su di lui.
- Tanto meglio. Meglio morto. Me lo mandi morto.
- Sta bene. Posso andare?
- Sì, vada pure e mi dia le novità al più presto.
Io ritornai alla feritoia. Al fuoco della compagnia s’era aggiunto quello delle due mitragliatrici del batta­glione. Marrasi continuava ad avanzare, ma con molta difficoltà. Superata la vallata, il terreno era ripido e la neve sempre alta. Io mi stupivo ch’egli non fosse ancora caduto, quando m’accorsi che, dietro di lui, ad una cin­quantina di metri, anch’egli sprofondato nella neve, camminava il sergente Cosello. Impugnava il fucile con le due mani e, ad ogni passo, tirava un colpo su Marrasi. Ma questi non cadeva. Con tutta la mia voce, ordinai al sergente di rientrare in trincea.
Il sergente si fermò. Era in piedi, in mezzo alla vallata. Io temevo che gli austriaci tirassero su di lui e ripetei l’ordine. Gli austriaci non sparavano. Egli si voltò e mi gridò:
- Signor sì!
Aveva le gambe sepolte nella neve. Da fermo, puntò lungamente e sparò tutto il caricatore sul disertore. Questi cadde e si rovesciò sulla neve. Io lo credetti col­pito. Ma, dopo qualche istante, si rialzò e riprese ad avanzare. Tutta la linea continuava a sparare su di lui.
Marrasi camminava. Anche il sergente, ch’era un tira­tore scelto, l’aveva sbagliato. Ho sempre notato che, nei momenti d’eccitazione, i soldati guardano e sparano ad occhi aperti senza puntare.
Il sergente rientrò. Venne da me, coperto di sudore. Parlava a fatica:
- Che vergogna! Che disonore! - diceva ansante. - Il 2° plotone è disonorato.
Il 2° plotone era disonorato. La compagnia era diso­norata. Il battaglione era disonorato. Fra poco, si sareb­bero considerati disonorati il reggimento, la brigata, la divisione, il corpo d’armata e, con ogni probabilità, tut­ta l’armata. Marrasi continuava ad avanzare.
Il piantone al telefono venne di corsa per dirmi che il comandante di battaglione mi chiamava nuovamente, perché il comandante del reggimento voleva essere mes­so al corrente.
- Rispondi che sono in trincea e non mi posso allon­tanare. Che verrò tra poco.
Il piantone disparve.
Marrasi s’allontanava sempre più da noi. Gli  austriaci avevano due sbarramenti di reticolati di fronte alle loro trincee. Egli era arrivato al primo. La neve lo copriva pressoché intieramente, ma l’ostacolo era egualmente insormontabile. S’aggrappò ai fili, li scosse, tentò scaval­carli, ma inutilmente. Capì che non sarebbe potuto pas­sare. Scoraggiato, si fermò un istante e si strinse la testa fra le mani. Sembrava gli mancasse ormai la forza di continuare. Fece qualche passo attorno allo stesso pun­to, disperato. Così, egli girava attorno a se stesso, sper­duto, ma invulnerabile, sotto il tiro dei nostri.
Marrasi si riprese. Risolutamente, camminò verso un albero che era a pochi metri da lui. Questo era lungo la linea dei reticolati, al di fuori, verso di noi, e gli austriaci vi avevano appoggiato un cavallo di frisia, dall’altra parte. Marrasi si slacciò il cinturone che aveva ancora alla cinto­la, con le due giberne. Agilmente, si arrampicò al tronco. Non era più impacciato. Era già a qualche metro da terra. Dall’alto, spiccò un salto e si sprofondò nella neve, al di là del reticolati. Il primo sbarramento era passato.
I nostri sparavano sempre. Gli austriaci tacevano.

...
Fra le tante fucilate e i tiri delle mitragliatrici, Marrasi riprese ad avanzare. L'ultimo tratto, il più ripido, era il più faticoso. La trincea nemica era a pochi metri. Da una grande feritoia, una mano, gli faceva segni di richiamo. Egli si diresse alla feritoia. I nostri tiratori scelti di bombe "Benaglia" a fucile, sembravano averlo sotto il loro tiro. Lo scoppio di una bomba lo investì ed egli cadde. Ma si rialzò, subito dopo. Nel settore, il fuoco era diventato generale. Dalla compagnia, si era propagato a tutto il battaglione, ai battaglioni laterali, oltre Monte Interrotto, fino alla Val d'Assa. Tutti sparavano: i nostri e gli austriaci. Sembrava che tutto il corpo d'armata fosse impegnato in combattimento. Solo le trincee del costone tacevano sempre.
Marrasi era sotto l'altro sbarramento di reticolati, a non più di due metri dalla trincea austriaca. Dalla grande feritoia, qualcuno doveva parlargli in italiano, perchè mi parve che una conversazione si svolgesse fra lui e la trincea. Egli cadde, mentre toccava il reticolato. Rimase affondato nella neve, il busto piegato, le braccia e le mani tese. Sul bersaglio ormai inanimato, il fuoco di tutta la trincea infuriava come prima. Ci volle del tempo prima che riuscissi a far cessare il fuoco nel nostro settore. E quando cessò, continuò ancora, a lungo, nei settori laterali. Il telefono era interrotto e comunicai per iscritto le novità al comando di battaglione. Dovetti resistere, fino a sera, agli ordini del comandante del reggimento che esigeva facessi uscire una pattuglia, comandata da un ufficiale, per ritirare il cadavere e lavare, così, l'onta del reggimento. Il colonnello finì col venire in linea per accertarsi personalmente dell'esecuzione dell'ordine. Ma la situazione non mutava per questo. Il cadavere era sempre là, a trecento metri da noi, a due dal nemico. Ed era giorno. Il colonnello insisteva ed io, visto vano ogni altro argomento, trovai un rifugio letterario. Fresco delle letture d'Ariosto, citai, con tutta serenità, l'episodio di Cloridano e Medoro:  

Che sarebbe pensier non troppo accorto
Perder dei vivi per salvar un morto.  
Il colonnello mi rispose, secco, infliggendomi gli arresti. Ma la pattuglia non usci.
Calata la sera, al primo razzo che tirammo, ci accorgemmo che il corpo di Marrasi era scomparso.


 

venerdì 26 settembre 2014

Ho lasciato la mamma mia


Venti giorni sull’Ortigara
senza il cambio per dismontà;
ta pum ta pum ta pum
...
Ho lasciato la mamma mia
l'ho lasciata per fare il soldà;
ta pum ta pum ta pum

Dietro al ponte c'è un cimitero
cimitero di noi soldà;
ta pum ta pum ta pum  (1916)


Riccardo Solazzo 

La madre, il figlio e la guerra in tre romanzi:

Ernest Hemingway, Addio alle armi, 1929
Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, 1929
Emilio Lussu, Un anno sull'altipiano, 1938

Questi classici della narrativa legata all'esperienza della prima guerra mondiale non li avevo mai letti. Me ne vergogno un po’…  Però sono contento di averlo fatto a poco più di trent’anni; li ho vissuti meglio soprattutto perché, forse, possiedo un po’ più di quella umana esperienza che aiuta a reggere le atrocità, i sentimenti, gli episodi della dinamica più brutale, distruttiva ed allo stesso tempo innovatrice che l’essere umano possa realizzare: la guerra.
Nel centenario dell’inizio della prima guerra mondiale ho sentito la necessità di ascoltare i sentimenti di un uomo in trincea; dunque, non il conflitto fra le nazioni, quello letto nelle monografie di cui ho poco più che un’infarinatura. Quest’estate ho cercato la passione[1] di un uomo in guerra. Un uomo costretto a dichiarare che “questa vita (in trincea, ndr) ci ha ridotto ad animali appena pensanti”. Quest’amara considerazione di Remarque viene arginata dalle espressioni di grande umanità e di necessaria spensieratezza che troviamo nelle intense pagine di questi libri. 
Ma non ho intenzione di soffermarmi su una lettura comparata dei tre testi, del resto non ne sarei capace… L’essere un “giovane” genitore (ho un bimbo di due anni ed una bimba in arrivo) ha portato la mia attenzione sull’inscindibile legame materno. Quanto dev’essere insopportabile mandare un figlio alla guerra? Quanto è struggente il ferito o il moribondo che evoca la mamma?
Seppur riferito ad un altro periodo storico, è “l’urlo nero della madre”[2] che mi ha portato a seguire questa traccia, l’aspetto che più di altri (oltre al cameratismo fraterno[3]; l’attaccamento alla terra dei padri; l’amore per una donna; la visione del nemico come uomo identico a sé) riconduce ad un’umanità perduta.


Si chiederà dove ho trovato questo aspetto in “Addio alle armi”. Anche qui non manca l’evocazione della mamma da parte del ferito[4]; chiaramente questo è, dei tre, il libro che meno descrive la trincea. Affronta prevalentemente il travaglio personale del soldato che, dismessa l’uniforme, riporta al centro l’esigenza di fare una “pace separata” e vivere la propria storia d’amore[5]. Nell’epilogo però la morte e lo strazio della guerra, a cui il protagonista era sfuggito, quasi come una predestinazione alla sofferenza, ritornano con la perdita contemporanea della moglie e del figlio durante il parto.
Sono però Lussu e Remarque che mi hanno maggiormente colpito per ciò che riguarda il rapporto genitore/figlio, in particolare madre/figlio, in tempo di guerra.
 “Trovai il babbo molto invecchiato. Lo avevo sempre creduto un uomo forte. […] Noi eravamo i soli figli e tutti e due in fanteria […] non sperava che noi potessimo rientrare sani e salvi dalla guerra. […] La mamma invece mi parve più coraggiosa. Io le avevo mandato spesso delle lettere […] che le facevano credere che io fossi al sicuro.” L’inquietudine del genitore è evidente: “La mamma era sempre intorno a me […] si comportava con me come se io fossi un bambino”. Finita la licenza, Lussu, deve tornare al fronte: saluta i genitori ma, dopo essersi avviato, ritorna sui suoi passi e rientra in casa e assiste allo strazio impotente della madre. Vorrebbe difenderlo, quasi fosse ancora bambino: “Al centro della sala, accanto alla sedia rovesciata, la mamma era accasciata sul pavimento, in singhiozzi. Io la raccolsi, l’aiutai a sollevarsi […] tentai di dirle parole di conforto, ma si struggeva in lacrime.”
In Niente di nuovo sul fronte occidentale troviamo ancora una madre che conserva l’unico vasetto di marmellata di mirtilli in attesa della licenza del figlio. Ed ecco come in poche parole emergono ansia e frustrazione: “[…] allora ad un tratto la Mamma mi afferra le mani e domanda con voce strozzata «è terribile, vero, laggiù, Paolo?».”
Altre pagine di Remarque sono commoventi per l’affetto ed il legame primordiale del figlio con la madre.
Al rientro dal fronte per una licenza la sola parola “Mamma” fa crollare la corazza che il protagonista ha dovuto indossare per sopportare le atrocità della guerra di trincea: “Lei (sorella del protagonista, ndr) apre una porta e chiama «Mamma, mamma, è Paolo!». Io non posso più fare un passo. Mamma, mamma è Paolo! Mi appoggio alla parete, stringo l’elmo, il fucile: li stringo con tutta la mia forza, ma non posso più fare un passo, la scala mi si confonde alla vista; mi do il calcio del fucile sui piedi e stringo rabbiosamente i denti, ma non posso far nulla dopo quella sola parola che mia sorella ha gridato […] e non voglio, ma grosse lagrime mi corrono e corrono giù dalla faccia”.
Oggi come ieri la comunità umana piange esseri umani morti in guerra: sono tutti figli e fratelli nostri![6]





 [1] “[…] è il mio cuore il paese più straziato”, Ungaretti
             [2] Alle fronde dei salici, Quasimodo
[3] “Fratelli”, Ungaretti
[4] “[…] una gamba era scomparsa e l’altra era trattenuta dai tendini e parte dei calzoni […] Si mordeva il braccio e gemeva «Oh Mamma, mamma mia […]» poi soffocando «Mamma, Mamma mia».” Hemingway.
Nel testo di Remarque un altro passaggio simile: “[…] e col petto e la pancia squarciati, con le gambe e le braccia fracassate non sanno che gemere piano, chiamando la mamma[…]”
[5] “[…] Femmina penso se penso alla Pace […] Femmina penso se penso all’umano", Sanguineti
[6] “[…]io chiedo come può l’uomo uccidere un suo fratello […] Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare […]” Guccini