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domenica 8 marzo 2020

Hemingway e Stendhal

Hemingway con Fernanda Pivano
Gian Luca Favetto racconta Ernest Hemingway, Gribaudo, Torino 1997

Di Hemingway, Pavese condivide l'idea della letteratura come vita, ama la "miracolosa immediatezza espressiva, quel nativo senso della terra e della realtà, quella cruda saggezza". Lo considera, ancora vivente, un classico. Il 14 marzo 1947 annota: "Hemingway è lo Stendhal del nostro tempo". E cinque giorni dopo: "Stendhal-Hemingway. Non raccontano il mondo, la società, non danno il senso di attingere a una larga realtà interpretando a scelta, a, volontà - come Balzac, come Tolstoj, come ecc... Hanno una costante di tensione umana che si risolve in situazioni sensorio-ambientali rese con assoluta immediatezza. Altre non ne saprebbero rendere, come invece i suddetti. Su questa costante hanno costruito un'ideologia, che è poi il loro mestiere di narratori: l'energia, la chiarezza, la non-letteratura... Sono i tipici narratori in prima persona". Il 22 marzo, definendo il Moby Dick di Melville puro ritmo, chiosa: "Narrerà ora non chi 'conasce la natura umana' e ha fatto scoperta di psicologie significative e profonde, ma chi possiede blocchi di realtà, esperienze angolari che gli ritmano e cadenzano e ricamano il discorso. Hemingway ha la morte violenta...".

domenica 16 ottobre 2016

Il fascino di Brett Ashley





Ernest Hemingway, Fiesta, 1926

Brett era maledettamente carina. Indossava un golfino di jersey e una gonna di tweed e si era spazzolata indietro i capelli come un ragazzo. Aveva lanciato lei questa moda. Era fatta di curve come lo scafo di uno yacht da corsa, e con quel golfino di lana non ne sbagliavi nemmeno una. (26)
certe ferite o mutilazioni sono motivo d'allegria, pur restando assai serie per la persona che ne è afflitta. (31)
Godersi la vita significava spendere bene i propri soldi e sapere quando ci si era riusciti. Potevi sempre spendere bene i tuoi soldi. Il mondo era un buon posto per fare acquisti. Sembrava una bella filosofia. Fra cinque anni, pensai, sembrerà stupida come tutte le altre belle filosofie che ho avuto. (153)
… “Sai che ci sente proprio bene quando si decide di non diventare una tardona?”
Sì.”
E' quello che noi abbiamo al posto di Dio.”
C'è gente che ha Dio” dissi. “Tanta gente”.
Con me non ha mai funzionato.”
"Oh, Jake" Brett disse. "Noi due saremmo stati bene assieme."
Di fronte a noi su una pedana, un poliziotto in kaki dirigeva il traffico. Alzò la sua mazza. La macchina improvvisamente rallentò, spingendo Brett contro di me. "Già" dissi io, "non è bello pensare così?" (253)

 
Fernanda Pivano, Introduzione a Ernest Hemingway, Romanzi, I Meridiani Mondadori, 1992

La storia, intrisa di ineluttabile tragedia, aveva tutti i segni del suo [di Hemingway] mondo poetico. La protagonista Brett, apparentemente ninfomane e alcolizzata, aveva conosciuto la guerra come infermiera, aveva visto morire l'uomo che amava e, precipitata nel declino fisico e psicologico, stava per sposare un playboy ma era innamorata di Jake, un reduce di guerra che una ferita aveva reso impotente, col quale conduceva un amore platonico cercando insieme di controllare la sua attrazione fisica per il giovanissimo torero Romero. Vincerà la “morale” e Brett rinuncerà a Romero rifugiandosi tra le braccia del fidanzato platonico perdutamente innamorato di lei. L'ultima scena del libro la vede poco dopo aver rinunciato al torero, abbracciata a Jake su un taxi, mentre gli dice: “Saremmo stati così bene insieme. La battuta finale del libro è il famoso understatement di Jake: “Yes. Isn't it pretty to think so?” tradotto da Giuseppe Trevisani: “Già. Non è bello pensarlo?”

http://www.swingdancegenova.net/blog/?r=55

domenica 22 novembre 2015

Mata Hari, un'invenzione

Greta Garbo nel ruolo di Mata Hari
Elena Stancanelli 
Mata Hari, principessa e spia
Ma soprattutto un’invenzione

la Repubblica, 21 novembre 2015
















Margaretha Geertruida Zelle era nata nel 1876 in Olanda. Oppure in India, da una famiglia della casta sacra dei bramini. Era figlia di una bajadera morta a quattordici anni nel partorirla, o anche bisnipote del reggente di Madura. Principessa, sacerdotessa, puttana... Qualunque cosa fosse stata in vita, quando morì, fucilata all’alba del 15 ottobre 1917 a Parigi, era ormai per tutti Mata Hari. “Occhio dell’alba”, sole, nella lingua che aveva imparato a Giava.
Mata Hari aveva capelli neri e lunghi, occhi grandi e il seno piccolo. Danzava in modo seducente e si esibiva nei salotti. Dove poteva eludere il giudizio degli esperti e creare quella intimità, quella prossimità nella quale sapeva esprimersi alla perfezione. Femme fatale, ballerina di scarso talento, e infine spia. Un po’ per soldi un po’ per avventura, Mata Hari iniziò a fare il doppio gioco tra i servizi segreti francesi e quelli tedeschi. Probabilmente. Ma se la sua condanna fu opinabile, di certo la sua morte volle essere esemplare. «Il suo processo diventò il palcoscenico su cui il nuovo secolo giudicava e giustiziava la Belle Époque», scrive Giuseppe Scaraffia, scrittore e francesista, nei Gli ultimi giorni di Mata Hari (Utet). Colto e divertente, il libro è costruito intorno a un’intuizione: Mata Hari è un impostore, un sogno, una bugia e non sarebbe mai esistita senza il pubblico specialissimo che la inventò. Intorno a lei, nella Parigi di inizio secolo, pascolano e si pasciono infatti intellettuali e visionari, stupefacenti mentitori e vendidori di leggende. Che importa se Ernest Hemingway arrivò a Parigi solo due anni più tardi la fucilazione di Mata Hari? «Una notte me la sono scopata ben due volte, anche se francamente trovavo che avesse la vita larga e aveva più voglia di farsi fare delle cose che di dare quel che si può dare a un uomo». Anzi meglio: tanti particolari si sanno solo di qualcuno che non si è mai conosciuto.
E Gabriele D’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti la incontrarono davvero? O semplicemente avrebbero potuto, cosa che renderebbe perfetto il loro incontro. E tutte quelle magnifiche donne, Colette, Virginia Wolf, la marchesa Luisa Casati, Misia Sert, Natalie Clifford Barney, Isadora Duncan. Ognuna di loro, come i colleghi maschi, al guinzaglio del proprio talento e dei propri desideri. I più specializzati, e anche un po’ disgustosi, sono senz’altro quelli di Marcel Proust, che frequentava un bordello gay e si eccitava guardando due... Non ve lo dico. Leggetelo.
Biografie e bibliografie precise e fascinose, brevi racconti con uomini straordinari rincorsi dal rancore della Storia. D.H. Lawrence e sua moglie Frieda in fuga dalla Cornovaglia, Lawrence d’Arabia e quel suo strano incidente in motocicletta... Mata Hari ebbe moltissimi uomini, qualche donna e un solo amore. E con quanta meravigliosa crudeltà il raffinato Scaraffia, nelle note finali, spiega che quello, il capitano Klingham, l’uomo che non l’aveva tradita neanche al processo, è l’unico personaggio inventato.



















giovedì 20 novembre 2014

Mitologia di guerra. L'infermiera




Giovanni Carpinelli
L'esperienza dei combattenti nella Grande Guerra
in "Città, fabbriche e nuove culture alle soglie della società di massa", Electa, Milano 1990, p.  197

... Una forma sottile di dissenso si nascondeva dietro la speranza nella buona ferita; speranza assai diffusa tra i soldati [...] Ci poteva essere la ferita "giusta", ed era giusta la ferita che non spediva il soldato al Creatore, ma più semplicemente rendeva necessaria l'evacuazione, il trasferimento in ospedale. Nell'immaginario del combattente perduto in fondo alla trincea o in mezzo al campo di battaglia, la crocerossina assumeva le fattezze di un angelo premuroso. Senza contare il fatto che la crocerossina era una donna. Amore per la vita e amore per le donne tendevano a fare tutt'uno nei soldati.
Solo fra le truppe d'assalto, gli arditi, che apparvero nel 1917, la morte era trattata con scherno, e assunta provocatoriamente a simbolo positivo. Ma gli arditi erano una piccola minoranza. Fra gli altri soldati lo spettacolo e la prospettiva della morte non facevano che rafforzare per contrasto un attaccamento spasmodico alla vita. In una tra le più popolari canzoni venute alla luce durante la guerra, 'O surdato nnammurato, la vita era il tema centrale, ripetuto con insistenza, e si identificava con la donna amata; il ritornello diceva:
Oje vita, oje vita mia, 
oje core 'e chistu core 
si stata 'o primm'ammore 
'o primmo e ll'ultimo sarraje pe' me!



Henri Barbusse 
Il fuoco (1916)
capitolo IV, Volpatte e Fouillade 










 [a Volpatte due schegge hanno staccato le orecchie che sono state poi rimesse al loro posto e tenute vicine alla testa da una tripla fasciatura]
Il nostro compagno ferito si fa loquace. Un po' di febbre muove e affretta il suo dire al ritmo del passo rilassato di cui già si pavoneggia.
- Mi attaccheranno un'etichetta rossa al pastrano, senza dubbio, e mi condurranno nelle retrovie. [...] Poi l'ambulanza, poi il treno sanitario con dei regali di dame della Croce Rossa per tutto il percorso, come hanno fatto a Crapelet Jules, poi l'ospedale territoriale. I letti con i lenzuoli bianchi, la stufa che russa in mezzo ai soldati, della gente che non deve far altro che occuparsi di noi [...]

Ernest Hemingway
Addio alle armi (1929)
traduzione di Fernanda Pivano

... Udii qualcuno scendere in corridoio. Guardai la porta. Era Catherine Barkley.
Entrò nella stanza e si avvicinò al letto.
"Hello, caro" disse. Era fresca e giovane e bellissima. Pensai che non avevo mai visto nessuna così bella.
"Hello" dissi. Quando la vidi mi innamorai di lei. Mi sentii sconvolto. Guardò la porta, vide che non c'era nessuno, allora sedette su un lato del letto e si curvò a baciarmi. La tirai giù e la baciaie le sentii battere il cuore.
"Tesoro" dissi. "Non sei stata magnifica a venire qui?"
"Non è stato molto difficile. Può diventare difficile rimanere."
"Devi rimanere" dissi. "oh sei stupenda." Ero pazzo di lei. Non riuscivo a credere che ci fosse davvero e la tenevo stretta a me. 

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La vicenda trasposta in "A Farewell to Arms" (Addio alle armi)  

Poco dopo la mezzanotte dell'8 Luglio 1918, a Fossalta di Piave, Hemingway venne seriamente ferito ad una gamba per lo scoppio di un colpo di mortaio e pallottole di mitraglia.
Portato a Milano in ospedale conobbe una giovane crocerossina, l'americana Agnes von Kurowsky di origine tedesca, e se ne innamorò; la loro storia durò tutto il periodo della convalescenza e cioè per tre mesi.  

Per la documentazione storica si può vedere: Ernest Hemingway Agnes von Kurowsky, In amore e in guerra. Il diario perduto di Agnes von Kurowsky, le sue lettere e le lettere di Hemingway, a cura di H. Serrano Villard e J. Nagel, Mursia, Milano 1992.


venerdì 26 settembre 2014

Ho lasciato la mamma mia


Venti giorni sull’Ortigara
senza il cambio per dismontà;
ta pum ta pum ta pum
...
Ho lasciato la mamma mia
l'ho lasciata per fare il soldà;
ta pum ta pum ta pum

Dietro al ponte c'è un cimitero
cimitero di noi soldà;
ta pum ta pum ta pum  (1916)


Riccardo Solazzo 

La madre, il figlio e la guerra in tre romanzi:

Ernest Hemingway, Addio alle armi, 1929
Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, 1929
Emilio Lussu, Un anno sull'altipiano, 1938

Questi classici della narrativa legata all'esperienza della prima guerra mondiale non li avevo mai letti. Me ne vergogno un po’…  Però sono contento di averlo fatto a poco più di trent’anni; li ho vissuti meglio soprattutto perché, forse, possiedo un po’ più di quella umana esperienza che aiuta a reggere le atrocità, i sentimenti, gli episodi della dinamica più brutale, distruttiva ed allo stesso tempo innovatrice che l’essere umano possa realizzare: la guerra.
Nel centenario dell’inizio della prima guerra mondiale ho sentito la necessità di ascoltare i sentimenti di un uomo in trincea; dunque, non il conflitto fra le nazioni, quello letto nelle monografie di cui ho poco più che un’infarinatura. Quest’estate ho cercato la passione[1] di un uomo in guerra. Un uomo costretto a dichiarare che “questa vita (in trincea, ndr) ci ha ridotto ad animali appena pensanti”. Quest’amara considerazione di Remarque viene arginata dalle espressioni di grande umanità e di necessaria spensieratezza che troviamo nelle intense pagine di questi libri. 
Ma non ho intenzione di soffermarmi su una lettura comparata dei tre testi, del resto non ne sarei capace… L’essere un “giovane” genitore (ho un bimbo di due anni ed una bimba in arrivo) ha portato la mia attenzione sull’inscindibile legame materno. Quanto dev’essere insopportabile mandare un figlio alla guerra? Quanto è struggente il ferito o il moribondo che evoca la mamma?
Seppur riferito ad un altro periodo storico, è “l’urlo nero della madre”[2] che mi ha portato a seguire questa traccia, l’aspetto che più di altri (oltre al cameratismo fraterno[3]; l’attaccamento alla terra dei padri; l’amore per una donna; la visione del nemico come uomo identico a sé) riconduce ad un’umanità perduta.


Si chiederà dove ho trovato questo aspetto in “Addio alle armi”. Anche qui non manca l’evocazione della mamma da parte del ferito[4]; chiaramente questo è, dei tre, il libro che meno descrive la trincea. Affronta prevalentemente il travaglio personale del soldato che, dismessa l’uniforme, riporta al centro l’esigenza di fare una “pace separata” e vivere la propria storia d’amore[5]. Nell’epilogo però la morte e lo strazio della guerra, a cui il protagonista era sfuggito, quasi come una predestinazione alla sofferenza, ritornano con la perdita contemporanea della moglie e del figlio durante il parto.
Sono però Lussu e Remarque che mi hanno maggiormente colpito per ciò che riguarda il rapporto genitore/figlio, in particolare madre/figlio, in tempo di guerra.
 “Trovai il babbo molto invecchiato. Lo avevo sempre creduto un uomo forte. […] Noi eravamo i soli figli e tutti e due in fanteria […] non sperava che noi potessimo rientrare sani e salvi dalla guerra. […] La mamma invece mi parve più coraggiosa. Io le avevo mandato spesso delle lettere […] che le facevano credere che io fossi al sicuro.” L’inquietudine del genitore è evidente: “La mamma era sempre intorno a me […] si comportava con me come se io fossi un bambino”. Finita la licenza, Lussu, deve tornare al fronte: saluta i genitori ma, dopo essersi avviato, ritorna sui suoi passi e rientra in casa e assiste allo strazio impotente della madre. Vorrebbe difenderlo, quasi fosse ancora bambino: “Al centro della sala, accanto alla sedia rovesciata, la mamma era accasciata sul pavimento, in singhiozzi. Io la raccolsi, l’aiutai a sollevarsi […] tentai di dirle parole di conforto, ma si struggeva in lacrime.”
In Niente di nuovo sul fronte occidentale troviamo ancora una madre che conserva l’unico vasetto di marmellata di mirtilli in attesa della licenza del figlio. Ed ecco come in poche parole emergono ansia e frustrazione: “[…] allora ad un tratto la Mamma mi afferra le mani e domanda con voce strozzata «è terribile, vero, laggiù, Paolo?».”
Altre pagine di Remarque sono commoventi per l’affetto ed il legame primordiale del figlio con la madre.
Al rientro dal fronte per una licenza la sola parola “Mamma” fa crollare la corazza che il protagonista ha dovuto indossare per sopportare le atrocità della guerra di trincea: “Lei (sorella del protagonista, ndr) apre una porta e chiama «Mamma, mamma, è Paolo!». Io non posso più fare un passo. Mamma, mamma è Paolo! Mi appoggio alla parete, stringo l’elmo, il fucile: li stringo con tutta la mia forza, ma non posso più fare un passo, la scala mi si confonde alla vista; mi do il calcio del fucile sui piedi e stringo rabbiosamente i denti, ma non posso far nulla dopo quella sola parola che mia sorella ha gridato […] e non voglio, ma grosse lagrime mi corrono e corrono giù dalla faccia”.
Oggi come ieri la comunità umana piange esseri umani morti in guerra: sono tutti figli e fratelli nostri![6]





 [1] “[…] è il mio cuore il paese più straziato”, Ungaretti
             [2] Alle fronde dei salici, Quasimodo
[3] “Fratelli”, Ungaretti
[4] “[…] una gamba era scomparsa e l’altra era trattenuta dai tendini e parte dei calzoni […] Si mordeva il braccio e gemeva «Oh Mamma, mamma mia […]» poi soffocando «Mamma, Mamma mia».” Hemingway.
Nel testo di Remarque un altro passaggio simile: “[…] e col petto e la pancia squarciati, con le gambe e le braccia fracassate non sanno che gemere piano, chiamando la mamma[…]”
[5] “[…] Femmina penso se penso alla Pace […] Femmina penso se penso all’umano", Sanguineti
[6] “[…]io chiedo come può l’uomo uccidere un suo fratello […] Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare […]” Guccini