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domenica 4 ottobre 2015

Se Dio si mette a ridere

Riflessioni sull'umorismo ebraico
Intervento di Francesco M.Cataluccio
Il Foglio, 3 ottobre 2015, con il titolo Dio mio, che risate














Un bel proverbio ebraico dice: “L’uomo pensa, Dio ride”. Coloro che lo credono, immaginano la nostra esistenza come un grande teatro comico per un solo Spettatore che da lassù sorride dei nostri goffi tentativi di capire il mondo, di dargli un senso: dal suo punto di vista, i nostri pensieri e le nostre azioni, anche le più terribili, sono probabilmente uno spettacolo divertente. La cultura ebraica, oltre al rispetto, al timore e all’amore, ha sviluppato progressivamente una vena comica che, come nelle migliori tradizioni del cabaret, tenta di interloquire con quel solo membro del nostro pubblico collocato in alto. In un continuo confronto con Dio, anche dopo le più grandi sofferenze, l’umorismo ebraico cerca di mantener vivo questo singolare spettacolo, nel quale si impara e si tenta di affrontare la vita con una poetica filosofia della sopportazione, mai rassegnata. Una filosofia che non prende in considerazione la rinuncia né la resa, ma anzi si incaponisce a chiamare continuamente in causa Dio, per raccapezzarsi nel disordinato e oscuro teatro nel quale siamo stati, senza nostra scelta, chiamati a recitare. L’umorismo ebraico [...] è una formidabile arma di difesa e di attacco. I primi esempi di umorismo ebraico si trovano già nella Bibbia e nel Talmud. Basti pensare, ad esempio, a quel buffo dialogo tra Dio, Abramo e sua moglie Sara, fatto tutto di risate, incredulità e impuntamenti. Quando Dio annuncia ad Abramo e a Sara la prossima nascita di un figlio, la Bibbia dice: “Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: ‘A uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all’età di novant’anni potrà partorire?’” (Genesi, 17,17). Dio dice: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”. Anche Sara ride dentro di sé e dice: “Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”. Ma il Signore dice ad Abramo: “Perché Sara ha riso dicendo: ‘Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia?’ C’è forse qualche cosa di impossibile per il Signore? (…)”. Allora Sara, impaurita, nega: “Non ho riso!”. Ma Dio le dice: “Sì, hai proprio riso” (Genesi, 18, 12-15). E quando davvero nascerà il figlio, lo chiameranno Isacco: itzhak, in ebraico, significa “egli ride”.
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Il testo biblico

15Dio aggiunse ad Abramo: «Quanto a Sarài tua moglie, non la chiamerai più Sarài, ma Sara. 16Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio; la benedirò e diventerà nazioni, e re di popoli nasceranno da lei». 17Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: «A uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all'età di novant'anni potrà partorire?».

9Poi gli dissero: «Dov'è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». 10Riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Intanto Sara stava ad ascoltare all'ingresso della tenda, dietro di lui. 11Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. 12Allora Sara rise dentro di sé e disse: «Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!». 13Ma il Signore disse ad Abramo: «Perché Sara ha riso dicendo: «Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia»? 14C'è forse qualche cosa d'impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te tra un anno e Sara avrà un figlio». 15Allora Sara negò: «Non ho riso!», perché aveva paura; ma egli disse: «Sì, hai proprio riso».

1 Il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso. 2Sara concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato. 3Abramo chiamò Isacco [Itzhac, "JHWH, ossia il Signore, ha riso"] il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito. 4Abramo circoncise suo figlio Isacco quando questi ebbe otto giorni, come Dio gli aveva comandato. 5Abramo aveva cento anni quando gli nacque il figlio Isacco. 6Allora Sara disse: «Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà riderà lietamente di me!». 7Poi disse: «Chi avrebbe mai detto ad Abramo che Sara avrebbe allattato figli? Eppure gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia!».

lunedì 22 giugno 2015

Rebecca al pozzo: il momento dell'investitura divina

Non so se un commentatore biblico ha mai pensato a ‪ Cenerentola per questa scena. Eppure la sostanza è quella. La scelta è caduta su di lei e lei ne è consapevole. Poteva allontanare la mano del destino dal suo capo. Non lo ha fatto. Che poi sia per sempre o per un momento, dopo mai più nulla sarà come prima. Nella fiaba il principe fa tutto da solo, qui ci si mettono in tre, il messo, il padreterno e l'angelo. (g.c.)

Genesi 24

 

1 Abramo era ormai vecchio, avanti negli anni, e il Signore lo aveva benedetto in ogni cosa. 2 Allora Abramo disse al suo servo, il più anziano della sua casa, che aveva potere su tutti i suoi beni: «Metti la mano sotto la mia coscia 3 e ti farò giurare per il Signore, Dio del cielo e Dio della terra, che non prenderai per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in mezzo ai quali abito, 4 ma che andrai al mio paese, nella mia patria, a scegliere una moglie per mio figlio Isacco». 5 Gli disse il servo: «Se la donna non mi vuol seguire in questo paese, dovrò forse ricondurre tuo figlio al paese da cui tu sei uscito?». 6 Gli rispose Abramo: «Guardati dal ricondurre là mio figlio! 7 Il Signore, Dio del cielo e Dio della terra, che mi ha tolto dalla casa di mio padre e dal mio paese natio, che mi ha parlato e mi ha giurato: Alla tua discendenza darò questo paese, egli stesso manderà il suo angelo davanti a te, perché tu possa prendere di là una moglie per il mio figlio. 8 Se la donna non vorrà seguirti, allora sarai libero dal giuramento a me fatto; ma non devi ricondurre là il mio figlio».
9 Allora il servo mise la mano sotto la coscia di Abramo, suo padrone, e gli prestò giuramento riguardo a questa cosa. 10 Il servo prese dieci cammelli del suo padrone e, portando ogni sorta di cose preziose del suo padrone, si mise in viaggio e andò nel Paese dei due fiumi, alla città di Nacor. 11 Fece inginocchiare i cammelli fuori della città, presso il pozzo d'acqua, nell'ora della sera, quando le donne escono ad attingere. 12 E disse: «Signore, Dio del mio padrone Abramo, concedimi un felice incontro quest'oggi e usa benevolenza verso il mio padrone Abramo! 13 Ecco, io sto presso la fonte dell'acqua, mentre le fanciulle della città escono per attingere acqua. 14 Ebbene, la ragazza alla quale dirò: Abbassa l'anfora e lasciami bere, e che risponderà: Bevi, anche ai tuoi cammelli darò da bere, sia quella che tu hai destinata al tuo servo Isacco; da questo riconoscerò che tu hai usato benevolenza al mio padrone». 15 Non aveva ancora finito di parlare, quand'ecco Rebecca, che era nata a Betuèl figlio di Milca, moglie di Nacor, fratello di Abramo, usciva con l'anfora sulla spalla. 16 La giovinetta era molto bella d'aspetto, era vergine, nessun uomo le si era unito. Essa scese alla sorgente, riempì l'anfora e risalì. 17 Il servo allora le corse incontro e disse: «Fammi bere un po' d'acqua dalla tua anfora». 18 Rispose: «Bevi, mio signore». In fretta calò l'anfora sul braccio e lo fece bere. 19 Come ebbe finito di dargli da bere, disse: «Anche per i tuoi cammelli ne attingerò, finché finiranno di bere». 20 In fretta vuotò l'anfora nell'abbeveratoio, corse di nuovo ad attingere al pozzo e attinse per tutti i cammelli di lui. 21 Intanto quell'uomo la contemplava in silenzio, in attesa di sapere se il Signore avesse o no concesso buon esito al suo viaggio. 22 Quando i cammelli ebbero finito di bere, quell'uomo prese un pendente d'oro del peso di mezzo siclo e glielo pose alle narici e le pose sulle braccia due braccialetti del peso di dieci sicli d'oro. 23 E disse: «Di chi sei figlia? Dimmelo. C'è posto per noi in casa di tuo padre, per passarvi la notte?». 24 Gli rispose: «Io sono figlia di Betuèl, il figlio che Milca partorì a Nacor». 25 E soggiunse: «C'è paglia e foraggio in quantità da noi e anche posto per passare la notte».

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Personaggio del libro biblico della Genesi. Figlia di Betuel e sorella di Labano, Rebecca è la sposa destinata ad Isacco: bella e vergine appartiene alla stessa famiglia di Isacco. Subito si distingue perché, scesa sul far della sera ad attingere l’acqua al pozzo, sollecitamente offre da bere al servo di Abramo, ch’è stato inviato a cercare una moglie per Isacco (Gen 24), un tratto che la tradizione giudaica successiva enfatizzerà (cfr. Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche I, 246). È questo il gesto rivelatore, attraverso il quale Rebecca verrà riconosciuta come la moglie prescelta (Gen 24,14).
La storia di Rebecca si snoda, dunque, a partire da questo incontro iniziale, che è decisivo per il successivo sviluppo della vicenda. Non è un caso allora che il racconto genesiaco dedichi ad esso persino più spazio che allo stesso incontro con Isacco, scandito com’è dall’atteggiamento solerte della donna che si affretta a procurare l’acqua anche per i cammelli e a offrire ospitalità, e dalla solennità con cui il servo la ricambia donandole preziosi monili (Gen 24,22). Il personaggio, poi, si arricchisce di ulteriori connotazioni, alcune in comune con altre figure femminili della Bibbia. Esposta per la sua bellezza ai pericoli che aveva corso Sara (Gen 26,1-11; cfr. Gen 12,20) e, come questa, sterile (Gen 25,21), Rebecca diverrà, infine, madre di due gemelli tra loro in competizione: Esaù e Giacobbe. Complice del secondo, Rebecca dimostrerà una certa spregiudicatezza nel favorire Giacobbe fino a consigliargli di ingannare il padre facendosi credere Esaù, per strappargli la benedizione prima della morte (Gen. 27,6-17). Rebecca, dunque, oltreché bella e generosa, non è sprovvista di una certa astuzia e giuoca un ruolo decisivo nell’assecondare i destini del futuro Israele.

Letteratura europea Utet

Gb Tiepolo

venerdì 8 maggio 2015

Recalcati, Le mani della madre

Benedetta Tobagi
Il nostro destino nello sguardo della madre
I mille volti della figura femminile che ci dona la vita nel libro di Massimo Recalcati
Il genitore maschio rappresenta la Legge la donna invece il diritto all’esistenza
Tanti i riferimenti simbolici: da Maria alle due mamme del giudizio di Salomone
 

la Repubblica, 8 maggio 2015

... La maternità porta con sé fantasmi d’onnipotenza, perché il bambino offre spontaneamente «quello che nessun soggetto maschile — salvo forse certi psicotici — è in grado di offrire alla propria compagna», ossia «la sua stessa esistenza, senza riserva». L’amore divorante della madre-coccodrillo di Lacan può essere arginato, da una parte, dalla Legge del Padre, dall’altra, dalla capacità della donna di non auto-annullarsi nel ruolo di genitrice. È pericoloso, per il figlio, quando dietro la smania di diventare madre si cela il bisogno di colmare mancanze di senso e d’autostima.
A partire dal bel saggio Le Matriarche di Catherine Chalier, Recalcati rivisita alcuni topoi religiosi. Le madri del celebre giudizio di Salomone sono due facce sempre presenti, a livello inconscio, nella maternità. Le gravidanze miracolose della vergine Maria (figura non riducibile all’archetipo materno caro al sistema patriarcale, la donna desessualizzata, idealizzata e votata al sacrificio) o della vecchia e sterile Sara sono figura perfetta del fondamento simbolico della maternità come apertura audace e totale all’Altro. Senza quest’apertura, senza una disponibilità autentica, talora persino la fertilità biologica risulta compromessa: Recalcati narra vari casi di sterilità psicogena, superati sciogliendo i nodi (dai lutti non elaborati ai complessi d’inadeguatezza) attraverso l’analisi.
Le storie cliniche non mentono, la maternità è un’esperienza totalizzante che libera, immancabilmente, i fantasmi della psiche, e, talvolta, con essi, angosce profonde: come accade a una paziente anoressica che si sente “invasa”. Se non c’è desiderio autentico, il feto può essere vissuto come un corpo alieno, il neonato come un persecutore spaventoso. L’impatto con la creatura urlante così diversa ed eccedente rispetto al “bambino della notte” (come Silvia Vegetti Finzi definisce il figlio ideale immaginato nell’attesa) è uno choc. «Molti infanticidi — scrive Recalcati — hanno come presupposto un desiderio di maternità e una gravidanza non sufficientemente simbolizzati». E sempre emerge, prepotente, il fantasma della madre della madre: recidere simbolicamente questo legame è la condizione per un accesso positivo alla maternità. Tragico paradosso, la separazione è tanto più difficile quanto più il bisogno d’amore della figlia è stato frustrato. Lacan parla del “cattivo infinito” del ravage (devastazione) da cui scaturisce una recriminazione — dunque un legame — senza fine. Sempre più spesso, constata Recalcati, nello studio analitico entrano madri narcisiste che vivono (o evitano) la maternità come fosse un mero ostacolo, o figlie di queste ultime, devastate da mamme in perenne, subdola competizione

— estetica, umana, professionale — con loro. Eppure sempre e ancora esistono madri capaci di trasmettere un’eredità positiva. Come Selma, l’eroina di Dancer in the dark, commovente cammeo su cui il libro si chiude: una madre innamorata dei musical ma capace del sacrificio estremo, capace di offrire fondamento alla vita e insieme incarnare la Legge paterna temprata dall’amore, capace di donare al figlio ciò che non ha.
 

Il saggio: Le mani della madre, di Massimo Recalcati, Feltrinelli