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martedì 5 agosto 2025

Soldati. La moglie infedele

Non c'è amore che non dia dolore
Non c'è amore che non ferisca
Non c'è amore che passi invano

Non esistono amori felici
Ma esiste l'amore di noi due

Louis Aragon, 1944

La moglie, e prima la fidanzata, infedele fu dopo la Grande Guerra in Francia il tema di un famoso romanzo, Il diavolo in corpo, di Raymond Radiguet. Per i soldati al fronte l'idea del tradimento subito per via della lunga assenza da casa poteva diventare un'ossessione. In uno tra i più famosi romanzi sulla guerra, Il Fuoco di Henri Barbusse, l'ossessione si fa realtà. Il soldato Poterloo riesce in modo fortunoso ad attraversare le linee del fronte, si ritrova dall'altra parte, nella Francia occupata, raggiunge sul far della sera il suo villaggio che non è lontano dal campo di battaglia e si ritrova davanti a casa sua. Tornato alla base, racconta a un commilitone ciò che ha visto:
A casa nostra, sai, come dappertutto nel Pas-de-Calais, le porte dell'ingresso sono tagliate in due. In basso c'è una specie di barriera fino a mezza altezza e sopra c'è una specie di battente; è fatto in modo che puoi chiudere la metà sotto e stare coperto per metà. La metà sopra era aperta, e nella stanza - che come è ovvio è sala da pranzo e anche cucina - la luce era accesa e ho sentito delle voci.
Sono passato lì di fianco con il collo tutto tirato da un lato. Si vedevano teste di uomini e donne illuminate da una luce rossa, seduti attorno al tavolo rotondo e alla lampada. E l'ho vista, la mia Clotilde. L'ho vista come adesso vedo te. Era seduta fra due militari, dei graduati, credo, che le parlavano. E lei che faceva? Niente... sorrideva piegando dolcemente in avanti la faccia, incorniciata dai capelli biondi, quasi dorati alla luce della lampada. Sorrideva. Era contenta. Sembrava a suo agio, accanto a quella marmaglia di ufficiali crucchi; la lampada e il fuoco nel camino mi stavano soffiando addosso un tepore che non riconoscevo più come quello di casa mia. 
Siamo nel bel mezzo di una allucinazione fantastica. Come fa una persona che si trova all'esterno della casa ad avvertire il tepore del camino, oltre che della lampada, cosa ancora più improbabile, non si capisce. Come se non bastasse, lo scrittore conduce il personaggio ad aggiungere particolari che rendono la vicenda ancora più straziante. Nella stanza illuminata la figlia tende le braccia verso un militare grosso e gallonato, per salirgli sulle ginocchia, e con la madre c'è pure un'altra donna, la moglie di Vandaërt, un commilitone ucciso l'anno prima sulla Marna. ce ne sarebbe abbastanza per provocare una reazione furiosa nello spettatore involontario: mi sarei messo a gridare, avrei fatto un casino! Così mi avrebbero ucciso e l'avrei fatta finita con questa porca vita! Più in là, dopo una serie di sconsolate riflessioni, subentra un atteggiamento molto più conciliante: Sai è piuttosto giovane, ha ventisei anni. Non può reprimere la sua gioventù [...] E lo stesso vale per la bambina. 
Alla fine un altro ordine di pensieri si fa avanti. Il dopo: E se non tornassi? [...] Però io voglio ritornare. Dovremo darci da fare tutti e due, e non parlo solo del lavoro di braccia. Sarà necessario ricostruire tutto. [...] E insieme ricostruiremo la nostra vita e la nostra felicità. Rifaremo i giorno e rifaremo le notti. Sarà così anche per quelli che stanno dall'altra parte. Ricostruiranno il loro mondo. E sai cosa ti dico? Forse ci vorrà meno di quanto crediamo... 
Su scala ridotta, e solo a metà libro, l'intera parabola della vicenda narrata si delinea con i suoi tratti distintivi. La differenza radicale tra il fronte e le retrovie. La sofferenza seguita dalla riconciliazione finale nel quadro di un mondo rigenerato. 


Raymond Radiguet
Il diavol
o in corpo (1923)

Nell'edizione Einaudi del 1989 il risvolto di copertina, alla fine, dice: Radiguet è un ibrido, un incrocio di letteratura e di cuore, che oscilla dal disprezzo della forma alla sua esaltazione. L’aria di disastro, di lucido egoismo che spira dal Diavolo in corpo viene proprio dal tentativo di fermare, per non perderlo, il senso delle cose e di sé, e non dallo scandalo di una storia d’amore, come si è sempre creduto.
In realtà, alla lettura del libro, l’ambivalenza dello scrittore non sembra tanto risolta a favore della freddezza stilistica. Radiguet era davvero duplice, come del resto sostiene Francesca Sanvitale nella postfazione: stilisticamente emergeva una pulsione vitale, prima di tutto, e la verità o crudeltà di sentimenti, dei quali si diceva che solo la giovinezza era capace. […] Raymond Radiguet risultava un ibrido ed era il suo nuovo fascino. Un disastrato centauro, un disperato incrocio di letteratura e di cuore, di disprezzo per lo stile e sua esaltazione.
Il libro contiene una storia, sia pure rielaborata per lunghi tratti nella forma di una riflessione fredda e distaccata. E la storia risponde a un intreccio solido e antico nella sua sostanza. La materia è la stessa che in Dafni e Cloe, con una aggiunta di trasgressione e ferocia. Un ragazzo sedicenne diventa l’amante di una giovane donna fidanzata e poi sposata a un soldato che si trova al fronte. Siamo tra il 1917 e il 1918; quando la guerra finisce, la ragazza muore lasciando un figlio dalla paternità incerta. L’esito tragico c’è tutto come in Romeo e Giulietta, come in Tristano e Isotta.
In questi casi la morte si impone come il suggello ultimo del dramma, dando a tutto il percorso precedente lo splendore degli eventi irreparabili e grandiosi. Nel Diavolo in corpo tuttavia la storia d'amore mantiene un suo significato al di là del rapporto con lo sbocco finale. Il romanzo ha una protagonista femminile, la diciottenne Marthe, mentre  il ragazzo che non ha un nome agisce come il narratore assoluto. Si inganna, cambia idea, tende a manipolare gli altri personaggi, senza venire mai contraddetto. Che fine fa Marthe in un tale contesto? È davvero quella figura debole che si sottomette soltanto alla volontà del narratore? Il linguaggio maschile nel romanzo mantiene una grande forza, si parla di avventura, di conquista, mentre dall’altra parte sembra esserci solo condiscendenza. Nello svolgimento minuto dei vari episodi, si vede invece che la rappresentazione schematica – ovvia e naturale – non funziona. Si comincia dalla cameriera matta che sale sul tetto e vuole buttarsi giù. Sembra un bizzarro incidente. Andrebbe visto come la manifestazione di un disagio che non osa esprimersi in modo netto e produce un lamento straziante: la cameriera aveva una voce … inumana, gutturale, di una dolcezza che faceva venire la pelle d’oca. È la donna come altro che irrompe nel racconto. C’era in lei una profonda malinconia rassegnata che dà alla voce la certezza di avere ragione, che tutti si sbagliano.
Ecco la dimensione femminile nel romanzo, già presente nelle prime pagine. Ci sono poi i comportamenti di Marthe. Lei sembra vivere in un’atmosfera trasognata dalla quale viene strappata dalle mosse strategiche di lui, del narratore. Ma è proprio così? È Marthe che propone al narratore di andare a scegliere insieme i mobili per la casa in cui abiterà dopo il matrimonio con il suo fidanzato. Lasciando stare altri particolari, è lei che si inventa l’astuzia della vestaglia da fare indossare a lui, in tal modo lo invita a prendere l’iniziativa nel rapporto tra i corpi. È lei che finge di dormire e gli lancia le braccia intorno al collo. E lui osa scrivere: Desideravo Marthe e non lo capivo. Stessa cosa per il primo bacio: La baciai, stordito dalla mia audacia mentre in realtà era stata lei ad attirare la mia testa alla sua bocca quando mi ero avvicinato. Di fronte a episodi simili, non ha molto senso invocare la sorveglianza stilistica, il distacco. 
Il diavolo in corpo contiene, oltre a tutto il resto, la storia di un primo amore vissuto tra adolescenti in un tempo nel quale la donna non rappresenta più l’oggetto misterioso, segreto del desiderio maschile. È questo che, al di là dello scandalo, il valore più prezioso del libro: una rappresentazione dell’amore giovane. 


sabato 13 febbraio 2016

Wu Ming, addio alla storia


Michele Smargiassi
“Noi Wu Ming diciamo addio alla Storia”
Il collettivo di autori si congeda dal genere con “L’invisibile ovunque” sulla Grande guerra
la Repubblica, 27 novembre 2015


BOLOGNA In un chiostro del mistico labirinto delle sette chiese di Santo Stefano, la nebbia di novembre inumidisce l’anagrafe di marmo del grande macello di un secolo fa. Assieme ai Wu Ming, i quattro autori “senza nome” del collettivo di scrittura bolognese che vent’anni fa rivoluzionò il romanzo storico in Italia, passeggiamo in laica meditazione fra le lapidi ai caduti della Prima guerra mondiale. Ossia l’epoca in cui si svolgono i quattro racconti di “L’invisibile ovunque” (Einaudi). Il libro che per loro, Wu Ming, segna l’evasione dalla loro stessa storia, verso terreni nuovi della narrazione.
Neppure voi avete resistito alla tentazione del centenario, quindi?
«Le librerie sono piene di rievocazioni, in montagna si imbellettano i camminamenti e si lucidano i fili spinati per i pacchetti turistici, ma l’occasione l’hanno colta in pochi. L’occasione di riflettere su quanto quella guerra abbia condizionato pesantemente il nostro presente. Si è preferito un anniversario di retorica della conciliazione. La cultura italiana è tornata indietro anche rispetto all’antiretorica pacifista di Uomini contro, si è recuperato perfino l’interventismo democratico. Una volta prestato l’omaggio rituale al cliché della “inutile strage”, si è archiviata la grande guerra come una sorta di catastrofe naturale, deprecabile, inevitabile. Si è come ricucito chirurgicamente un trauma storico e politico. Ma il filo è marcito sulle ferite...».
È un libro-verità, il vostro, allora?
«No. Non è “il grande romanzo dei Wu Ming sulla guerra”, qualcuno forse si aspettava le ottocento pagine epiche, forse è il libro più sottile che abbiamo mai scritto (ma solo in apparenza, perché è denso come un file zippato…). Per noi il modo di chiudere quel percorso ventennale attraverso il romanzo storico che iniziò nel ‘95 con Q e che è finito con L’armata dei sonnambuli ».
Un genere che avete reinventato, il neoromanzo storico italiano, che ha avuto fortuna ed epigoni: rinnegate tutto?
«Niente affatto, né possiamo giurare che non ci torneremo mai. Ma dopo averlo esplorato, deformato, forzato, abbiamo piegato le sbarre della finestra e ce ne siamo andati. Questo libro è un po’ la mappa della nostra evasione da un genere che almeno a noi ha dato tutto ciò che poteva dare».
Verso quale destinazione?
«Qui ci sono quattro racconti, che sono poi quattro spostamenti progressivi della forma narrativa. Il primo è nello stile del romanzo storico classico: un individuo alle prese con la grande storia, un racconto immaginario ispirato a racconti familiari e storie orali. Il secondo è una sorta di docufiction che fonde in una storia virtuale vicende reali tratte da diari e memorie di persone reali. Il terzo è un anti-romanzo di taglio surrealista, del resto il suo protagonista è André Breton. Il quarto è quello che gli anglosassoni hanno chiamato mockumentary, e funziona al contrario del secondo: vicende largamente immaginarie vengono proposte nello stile del saggio storico. Nell’insieme, è un po’ come offrire ai lettori la tastiera più vasta delle cose che ci piace scrivere ora».
Anche la tecnica di scrittura è cambiata?
«Anche quella ha preso una forma più individuale. Per la prima volta, anche se il progetto è stato deciso in comune, anziché editare assieme il testo, ciascuno di noi quattro ha scritto un racconto che è stato semplicemente riletto dagli altri».
Perché la prima guerra mondiale? Si prestava bene all’esperimento?
«Non è in realtà neppure un libro sulla grande guerra: la attraversa, in qualche modo la evade. È precisamente un libro sull’evasione. Per quello che racconta, e per come lo fa».
Cosa intendete per evasione?
«Una strategia umana molecolare di fuga dall’orrore, una forma di resistenza individuale alla stretta del potere, di cui la guerra è solo l’espressione più evidente. Da un punto di vista puramente narrativo, sono quattro storie di uomini che eludono la paura della guerra in modi diversi».
La storia quasi-vera della “brigata camaleonte” è una delle più avvincenti del libro. Ma alla luce della cronaca recente, è anche inquietante. I guerrieri mimetizzati nell’ambiente, che sbucano dal nulla, non sono in fondo i commando stragisti del Daesh nascosti nelle nostre città?
“La tuta mimetica nacque per salvare la vita, non per aggredirla meglio. Per rendere il corpo del soldato invisibile al nemico, per proteggerlo. Poi il suo scopo è cambiato, è diventato il mascheramento del cecchino che colpisce senza essere visto. Ma nella teoria della mimetizzazione è rimasta la traccia di una domanda ancora aperta: può esistere un modo per nascondersi completamente agli occhi della guerra? Farsi questa domanda è già un atto di resistenza, anche ai terrori di oggi».
Quelle raccontate nel libro sono fughe individuali. Un po’ sorprendente da parte vostra: affezionati al romanzo corale come scrittori, sostenitori dell’azione collettiva nel vostro impegno politico...
«Qualcuno magari si aspettava da noi il racconto di una diserzione di massa, di una brigata intera che si ribella contro i comandi militari, cose che peraltro non ci furono... Magari le avremmo inventate se fossimo, come qualcuno continua a pensare, scrittori di manuali di istruzioni sovversive in forma di romanzi. Certo, la coralità dei nostri romanzi precedenti era voluta, programmatica, ma non era ideologicamente obbligatoria. Continuiamo a credere che senza l’organizzazione e l’azione comune non si va da nessuna parte, ma non sempre è possibile salvarsi collettivamente, ci sono momenti in cui sei da solo, e sono quei momenti che abbiamo sentito il bisogno di esplorare».
Un elogio della fuga, del si salvi chi può, del ciascuno per sé?
«Intendiamoci, l’evasione non è una diserzione. Disertare è abbandonare una causa comune che potrebbe anche avere un senso. Evadere è sottrarsi con uno scarto geniale al vicolo cieco, per ricostruirsi altrove. George Jackson, uno dei fratelli di Soledad, dice: prima fuggo, poi cerco un’arma. La diserzione è istinto di sopravvivenza, l’evasione è offensiva. Ma non c’è intento morale o pedagogico nelle intenzioni del libro. Il nostro impegno, quando scriviamo, è prima di tutto liberare la narrazione. Questa volta il nostro punto di partenza era: come si possa mentire alla guerra, per
detournarne la logica, per fregarla, per ingannarla. L’esito narrativo dell’individualità non era in programma, è esploso da solo nelle narrazioni, ha stupito un po’ anche noi ma l’abbiamo accettato. È vero però che nessuna delle quattro storie di evasione individuale è vincente, tutte finiscono in tragedia o fallimento. Ma ci sono storie per quando lotti con gli altri, e storie per il momento in cui vacilli da solo sull’orlo di un dirupo. L’invisibile ovunque l’abbiamo scritto per momenti come questo».









domenica 22 novembre 2015

Mata Hari, un'invenzione

Greta Garbo nel ruolo di Mata Hari
Elena Stancanelli 
Mata Hari, principessa e spia
Ma soprattutto un’invenzione

la Repubblica, 21 novembre 2015
















Margaretha Geertruida Zelle era nata nel 1876 in Olanda. Oppure in India, da una famiglia della casta sacra dei bramini. Era figlia di una bajadera morta a quattordici anni nel partorirla, o anche bisnipote del reggente di Madura. Principessa, sacerdotessa, puttana... Qualunque cosa fosse stata in vita, quando morì, fucilata all’alba del 15 ottobre 1917 a Parigi, era ormai per tutti Mata Hari. “Occhio dell’alba”, sole, nella lingua che aveva imparato a Giava.
Mata Hari aveva capelli neri e lunghi, occhi grandi e il seno piccolo. Danzava in modo seducente e si esibiva nei salotti. Dove poteva eludere il giudizio degli esperti e creare quella intimità, quella prossimità nella quale sapeva esprimersi alla perfezione. Femme fatale, ballerina di scarso talento, e infine spia. Un po’ per soldi un po’ per avventura, Mata Hari iniziò a fare il doppio gioco tra i servizi segreti francesi e quelli tedeschi. Probabilmente. Ma se la sua condanna fu opinabile, di certo la sua morte volle essere esemplare. «Il suo processo diventò il palcoscenico su cui il nuovo secolo giudicava e giustiziava la Belle Époque», scrive Giuseppe Scaraffia, scrittore e francesista, nei Gli ultimi giorni di Mata Hari (Utet). Colto e divertente, il libro è costruito intorno a un’intuizione: Mata Hari è un impostore, un sogno, una bugia e non sarebbe mai esistita senza il pubblico specialissimo che la inventò. Intorno a lei, nella Parigi di inizio secolo, pascolano e si pasciono infatti intellettuali e visionari, stupefacenti mentitori e vendidori di leggende. Che importa se Ernest Hemingway arrivò a Parigi solo due anni più tardi la fucilazione di Mata Hari? «Una notte me la sono scopata ben due volte, anche se francamente trovavo che avesse la vita larga e aveva più voglia di farsi fare delle cose che di dare quel che si può dare a un uomo». Anzi meglio: tanti particolari si sanno solo di qualcuno che non si è mai conosciuto.
E Gabriele D’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti la incontrarono davvero? O semplicemente avrebbero potuto, cosa che renderebbe perfetto il loro incontro. E tutte quelle magnifiche donne, Colette, Virginia Wolf, la marchesa Luisa Casati, Misia Sert, Natalie Clifford Barney, Isadora Duncan. Ognuna di loro, come i colleghi maschi, al guinzaglio del proprio talento e dei propri desideri. I più specializzati, e anche un po’ disgustosi, sono senz’altro quelli di Marcel Proust, che frequentava un bordello gay e si eccitava guardando due... Non ve lo dico. Leggetelo.
Biografie e bibliografie precise e fascinose, brevi racconti con uomini straordinari rincorsi dal rancore della Storia. D.H. Lawrence e sua moglie Frieda in fuga dalla Cornovaglia, Lawrence d’Arabia e quel suo strano incidente in motocicletta... Mata Hari ebbe moltissimi uomini, qualche donna e un solo amore. E con quanta meravigliosa crudeltà il raffinato Scaraffia, nelle note finali, spiega che quello, il capitano Klingham, l’uomo che non l’aveva tradita neanche al processo, è l’unico personaggio inventato.



















venerdì 29 maggio 2015

Lussu, Morte di un disertore

 

Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano, Parigi, 1938

Sul frastuono del colpi, si levava la voce da baritono del sergente Cosello:
- Sparate sul disertore!
La trincea nemica taceva.
Dovetti correre al telefono in trincea. Il comandante di battaglione mi chiamava per avere la spiegazione di quanto accadeva. Egli parlava eccitato:
- Che c’è?
che c’è? Debbo mandare rincalzi?
Io lo rassicurai:
- Ma  no. Un soldato sta passando al nemico, solo, senza armi, e la compagnia tira su di lui. Gli austriaci, per non spaventarlo, non sparano.
- Un disonore simile sul battaglione!
- Lo so, lo so: non lo stia a raccontare a me. Che ci posso fare?
- Me lo rimandi indietro, vivo o morto!
- Eh, vivo, sarà difficile. Sparano tutti su di lui.
- Tanto meglio. Meglio morto. Me lo mandi morto.
- Sta bene. Posso andare?
- Sì, vada pure e mi dia le novità al più presto.
Io ritornai alla feritoia. Al fuoco della compagnia s’era aggiunto quello delle due mitragliatrici del batta­glione. Marrasi continuava ad avanzare, ma con molta difficoltà. Superata la vallata, il terreno era ripido e la neve sempre alta. Io mi stupivo ch’egli non fosse ancora caduto, quando m’accorsi che, dietro di lui, ad una cin­quantina di metri, anch’egli sprofondato nella neve, camminava il sergente Cosello. Impugnava il fucile con le due mani e, ad ogni passo, tirava un colpo su Marrasi. Ma questi non cadeva. Con tutta la mia voce, ordinai al sergente di rientrare in trincea.
Il sergente si fermò. Era in piedi, in mezzo alla vallata. Io temevo che gli austriaci tirassero su di lui e ripetei l’ordine. Gli austriaci non sparavano. Egli si voltò e mi gridò:
- Signor sì!
Aveva le gambe sepolte nella neve. Da fermo, puntò lungamente e sparò tutto il caricatore sul disertore. Questi cadde e si rovesciò sulla neve. Io lo credetti col­pito. Ma, dopo qualche istante, si rialzò e riprese ad avanzare. Tutta la linea continuava a sparare su di lui.
Marrasi camminava. Anche il sergente, ch’era un tira­tore scelto, l’aveva sbagliato. Ho sempre notato che, nei momenti d’eccitazione, i soldati guardano e sparano ad occhi aperti senza puntare.
Il sergente rientrò. Venne da me, coperto di sudore. Parlava a fatica:
- Che vergogna! Che disonore! - diceva ansante. - Il 2° plotone è disonorato.
Il 2° plotone era disonorato. La compagnia era diso­norata. Il battaglione era disonorato. Fra poco, si sareb­bero considerati disonorati il reggimento, la brigata, la divisione, il corpo d’armata e, con ogni probabilità, tut­ta l’armata. Marrasi continuava ad avanzare.
Il piantone al telefono venne di corsa per dirmi che il comandante di battaglione mi chiamava nuovamente, perché il comandante del reggimento voleva essere mes­so al corrente.
- Rispondi che sono in trincea e non mi posso allon­tanare. Che verrò tra poco.
Il piantone disparve.
Marrasi s’allontanava sempre più da noi. Gli  austriaci avevano due sbarramenti di reticolati di fronte alle loro trincee. Egli era arrivato al primo. La neve lo copriva pressoché intieramente, ma l’ostacolo era egualmente insormontabile. S’aggrappò ai fili, li scosse, tentò scaval­carli, ma inutilmente. Capì che non sarebbe potuto pas­sare. Scoraggiato, si fermò un istante e si strinse la testa fra le mani. Sembrava gli mancasse ormai la forza di continuare. Fece qualche passo attorno allo stesso pun­to, disperato. Così, egli girava attorno a se stesso, sper­duto, ma invulnerabile, sotto il tiro dei nostri.
Marrasi si riprese. Risolutamente, camminò verso un albero che era a pochi metri da lui. Questo era lungo la linea dei reticolati, al di fuori, verso di noi, e gli austriaci vi avevano appoggiato un cavallo di frisia, dall’altra parte. Marrasi si slacciò il cinturone che aveva ancora alla cinto­la, con le due giberne. Agilmente, si arrampicò al tronco. Non era più impacciato. Era già a qualche metro da terra. Dall’alto, spiccò un salto e si sprofondò nella neve, al di là del reticolati. Il primo sbarramento era passato.
I nostri sparavano sempre. Gli austriaci tacevano.

...
Fra le tante fucilate e i tiri delle mitragliatrici, Marrasi riprese ad avanzare. L'ultimo tratto, il più ripido, era il più faticoso. La trincea nemica era a pochi metri. Da una grande feritoia, una mano, gli faceva segni di richiamo. Egli si diresse alla feritoia. I nostri tiratori scelti di bombe "Benaglia" a fucile, sembravano averlo sotto il loro tiro. Lo scoppio di una bomba lo investì ed egli cadde. Ma si rialzò, subito dopo. Nel settore, il fuoco era diventato generale. Dalla compagnia, si era propagato a tutto il battaglione, ai battaglioni laterali, oltre Monte Interrotto, fino alla Val d'Assa. Tutti sparavano: i nostri e gli austriaci. Sembrava che tutto il corpo d'armata fosse impegnato in combattimento. Solo le trincee del costone tacevano sempre.
Marrasi era sotto l'altro sbarramento di reticolati, a non più di due metri dalla trincea austriaca. Dalla grande feritoia, qualcuno doveva parlargli in italiano, perchè mi parve che una conversazione si svolgesse fra lui e la trincea. Egli cadde, mentre toccava il reticolato. Rimase affondato nella neve, il busto piegato, le braccia e le mani tese. Sul bersaglio ormai inanimato, il fuoco di tutta la trincea infuriava come prima. Ci volle del tempo prima che riuscissi a far cessare il fuoco nel nostro settore. E quando cessò, continuò ancora, a lungo, nei settori laterali. Il telefono era interrotto e comunicai per iscritto le novità al comando di battaglione. Dovetti resistere, fino a sera, agli ordini del comandante del reggimento che esigeva facessi uscire una pattuglia, comandata da un ufficiale, per ritirare il cadavere e lavare, così, l'onta del reggimento. Il colonnello finì col venire in linea per accertarsi personalmente dell'esecuzione dell'ordine. Ma la situazione non mutava per questo. Il cadavere era sempre là, a trecento metri da noi, a due dal nemico. Ed era giorno. Il colonnello insisteva ed io, visto vano ogni altro argomento, trovai un rifugio letterario. Fresco delle letture d'Ariosto, citai, con tutta serenità, l'episodio di Cloridano e Medoro:  

Che sarebbe pensier non troppo accorto
Perder dei vivi per salvar un morto.  
Il colonnello mi rispose, secco, infliggendomi gli arresti. Ma la pattuglia non usci.
Calata la sera, al primo razzo che tirammo, ci accorgemmo che il corpo di Marrasi era scomparso.


 

domenica 24 maggio 2015

Il sentimento della vita precaria nella Grande Guerra

Tre poesie di Giuseppe Ungaretti
Si trovano in L'Allegria 1914-1919









PESO
Mariano il 29 giugno 1916



Quel contadino
si affida alla medaglia
di Sant'Antonio
e va leggero

Ma ben sola e ben nuda
senza miraggio
porto la mia anima




   FRATELLI
Mariano il 15 luglio 1916




Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli



SOLDATI
Bosco di Courton luglio 1918


Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie



Quel contadino soldato
si affida alla medaglia
di Sant’Antonio
che porta al collo
e va leggero.
Ma ben sola e ben nuda
senza miraggio
porto la mia anima. - See more at: http://www.rai.it/dl/radio1/2010/programmi/articoli/ContentItem-8c0f7eef-efc3-4a05-bc7e-5d7378a7d49b.html#sthash.BT7y7F7z.dpuf

venerdì 9 gennaio 2015

Jünger e Genevoix visti da Bernard Maris




Maurice Genevoix






Ernst Jünger




















Bernard Maris





















 
Pierre Pachet
Due del 14
L'Indice

... Pierre Pachet, membro con Jean Lacoste e Tiphaine Samoyault della direzione editoriale della “Quinzaine”, è autore di un’ampia produzione saggistica, che spazia dal pensiero di Baudelaire alle vicissitudini culturali e politiche dell’Europa dell’Est (Pachet è di origine russa) e comprende testi autobiografici di una lucidità appassionata e rigorosa molto particolare. Grecista in origine, è il curatore della più recente e autorevole edizione francese della Repubblica di Platone. Uscito in apertura del primo numero di quest’anno della “Quinzaine” (n. 1096, 1°-15 gennaio 2014) con il titolo Deux de 14, l’articolo commenta il libro di Bernard Maris*, in cui l’esperienza della prima guerra mondiale, nell’occasione del centenario, è rivisitata attraverso le testimonianze, esemplari nelle loro contrapposte sensibilità e visioni, dei due grandi scrittori che si trovarono a combattere sui due opposti fronti in una medesima battaglia: Maurice Genevoix (1890-1980), autore di varie memorie e racconti pubblicati tra il 1916 e il 1923, poi raccolti nel volume Ceux de 14 (1949) ed Ernst Jünger, autore di Tempeste d’acciaio (1920; Guanda, 1990).

Con stupefacente delicatezza (trattandosi delle atrocità di massa della grande guerra) e con un costante sforzo d’imparzialità, in questo libro (L’homme dans la guerre. Maurice Genevoix face à Ernst Jünger, pp. 80, € 16,Grasset, Paris 2014) Bernard Maris rimette uno di fronte all’altro questi due combattenti in campi opposti, feriti lo stesso giorno sulla cresta di Les Éparges, nella Mosa, il 25 aprile 1915, per mettere a confronto il modo in cui hanno vissuto e descritto situazioni simmetriche. In realtà, sono anche due scrittori notevoli, benché Maurice Genevoix abbia paradossalmente un po’ sofferto del successo dei suoi racconti sulla Sologne e sugli animali, e degli infiniti dettati scolastici tratti da Raboliot e da Rroû, dettati divenuti, temo, troppo difficili per gli alunni di oggi. Bernard Maris li ha amati: prima Jünger, poi Genevoix (i due d’altronde non si sono mai né conosciuti né letti), ed ecco che li mette a confronto tra loro.
A meno di sedici anni, Jünger, dandy e scrittore nato, si arruola per un breve periodo nella legione straniera, poi parte a diciannove anni per il fronte. È fortunato: “Ferito quattordici volte, mai gravemente, salvato dalla ferita riportata a Les Éparges (la sua unità viene decimata), salvato da un’altra ferita agli inizi della battaglia della Somme, alla quale non partecipa nei primi giorni (la sua unità è totalmente annientata, non sopravvive nessuno)”. Nel 1918, riceve la croce “al merito”; sarà l’ultimo tedesco a portarla quando morirà, a 102 anni, divenuto “il sopravvivente” nel senso sinistro che Elias Canetti dà a questo termine in un capitolo di Massa e potere. Il suo libro magnifico e spaventoso, Tempeste d’acciaio, più volte riscritto, dal 1918 al 1978 (“i suoi curatori nella “Pléiade” rilevano 2500 varianti”), è uno dei più belli e dei più veri su quello che fu la prima guerra mondiale.
Nel 1915, Genevoix ha ventiquattro anni. È uno studente brillante (primo in graduatoria all’École normale supérieure), noncurante e seduttore; la guerra ne fa uno scrittore e un guerriero, un capo preoccupato di far cessare il panico e di risparmiare le vite dei suoi uomini. Incidentalmente, Bernard Maris confuta la frase “stupida” di Barbusse, che in Le Feu scrive: “Non ci sono quasi intellettuali, artisti o ricchi che durante questa guerra abbiano rischiato la vita nelle trincee, se non di sfuggita, né kepi gallonati”. Maris: “I gallonati, dell’École normale o della scuola militare di Saint Cyr si son fatti massacrare più degli altri... Quattrocento normaliens mobilitati, duecento uccisi”. L’enorme e ammirevole libro di Genevoix Ceux de 14 non fu riscritto. Fu censurato perché descriveva “le scene di panico, le violenze fatte alla popolazione, ai prigionieri… la stupidità degli ordini.” La sua prima parte, Sous Verdun, non ebbe il premio Goncourt nel 1916 perché scritta “con troppa semplicità, senza il velo del pacifismo o della lezione a posteriori che lo fecero ottenere a Barbusse. Anche Genevoix scampò alla morte grazie alla terribile ferita riportata a Les Éparges.
Jünger e Genevoix uccidono entrambi, spesso con gioia. Ma nel combattimento Genevoix, a differenza di Jünger, quando cade uno dei suoi soldati, avverte con pietà e dolore la scomparsa di un individuo, e il vuoto che quella morte apre nella catena umana, nella catena della vita. Li guarda sfilare, con uno sguardo che si fa acuto: “Commessi, contabili, ortolani di periferia, vignaioli della Champagne, eccoli, bruni o biondi, come lo si era qualche tempo fa, alcuni brutti, altri sporchi, altri rimasti belli e consapevoli di esserlo. Eccoli che arrivavano da tutte le parti, sradicati, ammucchiati. Si scorgeva ancora, su di loro, qualche brandello di quella che era stata la loro vita”. Il suo sguardo si affina ancora, scende nei particolari, si attarda su quel che sarà distrutto: “Uno alto, ossuto, con la pelle conciata dal sole e gli occhi quasi febbrili sul naso con una gobba, l’altro piccolo, grassoccio, con gli occhi ridenti, le guance rosee, la barba bruna ricciuta…”.
Anche Jünger sa soffermarsi sugli uomini, ma troppo spesso le sue idee sulla storia e sul destino delle civiltà vengono in primo piano: “Meglio sprofondare come una meteora in un nugolo di scintille che spegnersi vacillando a fuoco lento”, scrive a vent’anni. E anche: “La morte per una convinzione è il supremo compimento. In questo mondo imperfetto è qualcosa di perfetto”. Nel tessere il suo commento, Maris evidentemente riabilita Genevoix, e non soltanto perché ne ha sposato la figlia, Sylvie. Si schiera dalla parte dell’amore per la vita, della compassione per coloro che soffrono e presto moriranno, ricollegandosi esplicitamente alle riflessioni di Simone Weil sulla bellezza dell’Iliade (L’Iliade ou le poème de la force, 1941). Adolescente, Maris si era esaltato alla lettura di Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza (ed. orig. 1970, Multhipla, 1982), nonché a quella di Boschetto 125. Una cronaca delle battaglie in trincea nel 1918 (ed. orig. 1925, Guanda, 1999) e dell’inquietante Der Kampf als inneres Erlebnis (1922, “La lotta come esperienza interiore”). Nella maturità, lui che fu un economista, per usare le sue stesse parole, “in crisi”, si corregge senza rinnegarsi.
Due scrittori paralleli, combattenti diversi, amici, in modo diverso, della vita e delle bestie (cavalli, insetti, animali della foresta). E una strana situazione: Jünger (grazie all’ammirazione di Julien Gracq, e forse anche a quella di François Mitterrand) è celebre in Francia anche più che in Germania. Julien Hervier, che ha tradotto parecchie sue opere, pubblica ora presso Fayard una biografia molto completa (Ernst Jünger dans les tempêtes du siècle), ricca di puntualizzazioni precise su questo personaggio, contestato nel suo paese per il suo militarismo, il suo nazionalismo e le sue amicizie a volte compromettenti. Jünger ora è nella “Pléiade”. E Genevoix, che non fu mai un ideologo, ma seppe osservare e descrivere incomparabilmente gli esseri viventi minacciati dalla morte, che fu stimato da de Gaulle e a cui Gaston Gallimard aveva promesso di pubblicare le sue opere in quella stessa collezione? Genevoix dovrebbe esserci anche lui, nella “Pléiade”. La sua opera merita di essere letta e amata.
(Trad. dal francese di Mariolina Bertini)

(*) Bernard Maris

Ber­nard Maris, nato a Tolosa nel 1946 e assas­si­nato il 7 gen­naio nell’agguato alla redazione di Charlie Hebdo che ha fatto 12 vit­time, era un eco­no­mi­sta molto noto, capace di comu­ni­care con stile e iro­nia anche i con­cetti più com­pli­cati. Oncle Ber­nard, come si fir­mava su Char­lie Hebdo di cui era un pila­stro, aveva delle rubri­che in tv e alla radio pub­blica France Inter. Con melan­co­nia, difen­deva l’idea di un’economia alter­na­tiva alla “furia del capi­ta­li­smo”, dove la gra­tuità e il dono hanno il loro spa­zio importante.
Pro­fes­sore all’università e autore di romanzi, ha dedi­cato un libro a Key­nes (Key­nes ou l’économiste citoyen, 1999) e i sue due Anti­ma­nuels d’économie (2003, 2006) sono dei punti di rife­ri­mento. Ha par­te­ci­pato a Attac, poli­ti­ca­mente aveva un retro­terra socia­li­sta ma ulti­ma­mente di era avvi­ci­nato ai Verdi. Guar­dava con disin­canto i socia­li­sti, ridotti a “gestori” il cui unico pro­getto era diven­tato quello di “farci uscire dal defi­cit di bilancio”.
Ulti­ma­mente, aveva uno sguardo disin­can­tato sull’euro, di fronte a un’Europa sem­pre più “bal­ca­niz­zata”. Incro­ciava l’economia con la let­te­ra­tura, amava Bal­zac, Zola, e di recente, sor­pren­den­te­mente, aveva apprez­zato Houel­le­becq che, ne La carte et le ter­ri­toire, secondo lui era “riu­scito a cogliere il males­sere eco­no­mico che incan­cre­ni­sce la nostra epoca”. Il key­ne­siano ico­no­cla­sta dal 2011 era nel con­si­glio gene­rale della Ban­que de France. (Anna Maria Merlo)

giovedì 20 novembre 2014

Mitologia di guerra. L'infermiera




Giovanni Carpinelli
L'esperienza dei combattenti nella Grande Guerra
in "Città, fabbriche e nuove culture alle soglie della società di massa", Electa, Milano 1990, p.  197

... Una forma sottile di dissenso si nascondeva dietro la speranza nella buona ferita; speranza assai diffusa tra i soldati [...] Ci poteva essere la ferita "giusta", ed era giusta la ferita che non spediva il soldato al Creatore, ma più semplicemente rendeva necessaria l'evacuazione, il trasferimento in ospedale. Nell'immaginario del combattente perduto in fondo alla trincea o in mezzo al campo di battaglia, la crocerossina assumeva le fattezze di un angelo premuroso. Senza contare il fatto che la crocerossina era una donna. Amore per la vita e amore per le donne tendevano a fare tutt'uno nei soldati.
Solo fra le truppe d'assalto, gli arditi, che apparvero nel 1917, la morte era trattata con scherno, e assunta provocatoriamente a simbolo positivo. Ma gli arditi erano una piccola minoranza. Fra gli altri soldati lo spettacolo e la prospettiva della morte non facevano che rafforzare per contrasto un attaccamento spasmodico alla vita. In una tra le più popolari canzoni venute alla luce durante la guerra, 'O surdato nnammurato, la vita era il tema centrale, ripetuto con insistenza, e si identificava con la donna amata; il ritornello diceva:
Oje vita, oje vita mia, 
oje core 'e chistu core 
si stata 'o primm'ammore 
'o primmo e ll'ultimo sarraje pe' me!



Henri Barbusse 
Il fuoco (1916)
capitolo IV, Volpatte e Fouillade 










 [a Volpatte due schegge hanno staccato le orecchie che sono state poi rimesse al loro posto e tenute vicine alla testa da una tripla fasciatura]
Il nostro compagno ferito si fa loquace. Un po' di febbre muove e affretta il suo dire al ritmo del passo rilassato di cui già si pavoneggia.
- Mi attaccheranno un'etichetta rossa al pastrano, senza dubbio, e mi condurranno nelle retrovie. [...] Poi l'ambulanza, poi il treno sanitario con dei regali di dame della Croce Rossa per tutto il percorso, come hanno fatto a Crapelet Jules, poi l'ospedale territoriale. I letti con i lenzuoli bianchi, la stufa che russa in mezzo ai soldati, della gente che non deve far altro che occuparsi di noi [...]

Ernest Hemingway
Addio alle armi (1929)
traduzione di Fernanda Pivano

... Udii qualcuno scendere in corridoio. Guardai la porta. Era Catherine Barkley.
Entrò nella stanza e si avvicinò al letto.
"Hello, caro" disse. Era fresca e giovane e bellissima. Pensai che non avevo mai visto nessuna così bella.
"Hello" dissi. Quando la vidi mi innamorai di lei. Mi sentii sconvolto. Guardò la porta, vide che non c'era nessuno, allora sedette su un lato del letto e si curvò a baciarmi. La tirai giù e la baciaie le sentii battere il cuore.
"Tesoro" dissi. "Non sei stata magnifica a venire qui?"
"Non è stato molto difficile. Può diventare difficile rimanere."
"Devi rimanere" dissi. "oh sei stupenda." Ero pazzo di lei. Non riuscivo a credere che ci fosse davvero e la tenevo stretta a me. 

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La vicenda trasposta in "A Farewell to Arms" (Addio alle armi)  

Poco dopo la mezzanotte dell'8 Luglio 1918, a Fossalta di Piave, Hemingway venne seriamente ferito ad una gamba per lo scoppio di un colpo di mortaio e pallottole di mitraglia.
Portato a Milano in ospedale conobbe una giovane crocerossina, l'americana Agnes von Kurowsky di origine tedesca, e se ne innamorò; la loro storia durò tutto il periodo della convalescenza e cioè per tre mesi.  

Per la documentazione storica si può vedere: Ernest Hemingway Agnes von Kurowsky, In amore e in guerra. Il diario perduto di Agnes von Kurowsky, le sue lettere e le lettere di Hemingway, a cura di H. Serrano Villard e J. Nagel, Mursia, Milano 1992.


mercoledì 19 novembre 2014

Mitologia di guerra. La montagna

La guerra e la montagna può sembrare un'associazione poco significativa. C'è stata una guerra di montagna, specialmente sul fronte italiano nel 1915-18. Kipling ha sfruttato il tema a suo tempo. Qualcosa cambiava, certo, tra la pianura e la montagna, o le colline del Carso, ma la guerra sempre quella era, con il suo strascico di morte e di dolore. Rispetto al conflitto, tuttavia, la montagna ha assunto anche un valore simbolico. E su questo c'è parecchio da dire. La montagna si colloca in alto, ovviamente. Ha una sua maestosa imponenza, è più vicina al cielo, può richiamare la trascendenza e in tal modo collocarsi naturalmente al di sopra della mischia: era questo il titolo di un articolo scritto da Romain Rolland nel  1914  e poi compreso in una raccolta denominata allo stesso modo. C'era in quelle pagine una volontà di includere l'altro, il nemico, dentro lo stesso spazio comune di civiltà. Fu l'idea che valse a Rolland il premio Nobel per la letteratura del 1915, assegnato nel 1916. 
Guardare il mondo dall'alto di una posizione elevata, vedere le dispute umane con un certo distacco: l'idea si ritrova anche nel romanzo di Thomas Mann, La montagna magica (1924). La storia si svolge negli anni della prima guerra mondiale. Il libro è stato scritto in realtà prima e anche dopo, l'autore cominciò a pensarci nel 1912 e tornò sul suo progetto in un'epoca successiva. A guerra finita, come ha notato lo storico Mosse, la montagna stava assumendo un altro significato, diventava un luogo puro, luminoso, prossimo al divino o capace di trasmettere un senso di eternità. Ci furono dei pellegrinaggi sulle montagne con lo scopo di lenire il dolore legato alla guerra, di voltare pagina e proiettarsi in un futuro diverso. Un po' la stessa funzione ebbero i film di Luis Trenker, allora.
Tutto questo ci riporta alla scena con la quale si apriva uno tra i più famosi libri pubblicati sulla guerra ancora nel pieno del suo decorso. Il fuoco di Henri Barbusse uscì nel 1916, ottenne il premio Goncourt e ebbe un gran numero di lettori (250mila copie vendute nell'arco di due anni). Vediamo dunque la scena.
Siamo davvero all'inizio, al primo capitolo, La visione. E si comincia dalla precisazione del luogo, situato molto in alto:


La Dent du Midi, l'Aiguille Verte, il Monte Bianco si stagliano davanti ai pallidi volti che spuntano fuori dalle coperte allineate nella galleria del Sanatorio. 
Al primo piano del palazzo-ospedale, questa loggia dalla balconata di legno rustico, protetta da una veranda, è isolata nello spazio, e sovrasta il mondo. 
... Il silenzio è la legge. Del resto, tutti coloro che, ricchi e indipendenti, sono venuti qui da tutti i punti della terra, colpiti dal medesimo male, hanno perduto l'abitudine di parlare. Ripiegati su se stessi, pensano alla loro vita e alla loro morte.

L'altitudine, il distacco, il silenzio. Non l'indicibile, ma ciò che non merita neppure di essere detto. Da qui il peso che acquistano le parole. Arrivano i giornali con le notizie. Il mondo fa sentire la sua presenza nello spazio etereo dell'ospedale tra le montagne. Un malato austriaco se la prende con l'Austria, un inglese auspica la vittoria della Francia, un tedesco giudica necessaria la sconfitta del suo paese. Poi è come se lo spettacolo della guerra si dispiegasse sotto gli occhi dei lontani osservatori. Si susseguono in ordine sparso i commenti:

Due eserciti alle prese è il suicidio di un solo, grande esercito.
Non avrebbero dovuto.
E' la Rivoluzione francese che ricomincia. Forse è la guerra suprema.
Attenti ai troni - mormora a parte una voce. 

Infine per due volte ritorna l'invocazione decisiva, Fermare le guerre, Fermare la guerra. E alla seconda volta c'è una messa in scena di impronta biblica: 



Quei grandi infermi che una piaga interiore corrode, abbracciano con lo sguardo lo sconcerto degli elementi: osservano sulla montagna l'esplosione dei colpi di tuono che sollevano nuvole orizzontali, come un mare, e ognuno di questi lancia nel crepuscolo, allo stesso tempo, una colonna di fuoco e una colonna di nembo 


Alla fine c'è una profezia: sono gli schiavi che detengono nelle loro mani l'avvenire del mondo. 
Tutti possono vedere la retorica sparsa a piene mani e del pari la facilità corriva dell'argomentazione. Sfrondati gli aspetti esteriori di abbellimento, resta una verità di fondo: la guerra come suicidio dell'Europa se non dell'umanità. Sta qui la grandezza di Barbusse, nell'intravedere una verità contrastata, dura, atroce, dietro le apparenze dello scontro all'ultimo sangue. 




Régis Debray 
De la cohésion à l'arrogance, les forces et les faiblesses du monde de l'Ouest
Le Monde, 19 luglio 2014


Credo che l'Occidente sia nato il giorno in cui Petrarca è salito sul Mont Ventoux. Perché l'Occidente è l'idea che si debba passare dalla contemplazione al dominio del mondo, e quindi non solo osservare il Monte Olimpo come hanno fatto i Greci, ma scalarlo.

Je crois que l'Occident est né le jour où Pétrarque est monté sur le mont Ventoux. Car l'Occident, c'est l'idée qu'il faut passer de la contemplation à la domination du monde, et donc pas seulement observer le mont Olympe comme le faisaient les Grecs, mais le gravir.