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giovedì 17 settembre 2015

La Dea Bianca, un mito






Claudio Magris
Il mito matriarcale
Nicholas Carter: Dionisiaca e crudele la dea bianca è musa e visione del mondo
Corriere della Sera, 17 settembre 2015



Il mito, è stato scritto, è ciò che non è mai accaduto e accade sempre. Nessuna creatura, divina o umana, è mai nata come Afrodite dalla spuma del mare e dai genitali dell’evirato Urano, ma l’infinito del cielo e del mare associati alla dea dell’amore dicono tante verità su quest'ultimo. Mito, afferma Valéry, è ciò che accade soltanto nella parola e solo questo gli 
conferisce verità che attraversa il tempo. Mito, in greco, vuol dire racconto; parla certo anche del mistero, ma del mistero che c’è nel vivere, innamorarsi, morire. Mistero di tutti, non occulto segreto di pochi custodito da pretesi iniziati né oscurità ineffabile, come pretende tanta cultura esoterica, spesso pacchiana. C’è stato pure un uso fascista del mito, che Mann o Broch — grandi autentici poeti del mito — volevano esorcizzare. Il mito ha bisogno dell’illuminismo e viceversa; altrimenti si ha soltanto uno pseudo arcano kitsch o una piatta e ottusa ragione strumentale.
Nel Novecento il mito è stato fondamentale per la letteratura, che ha trovato in esso le sue strutture profonde — basti pensare, per fare solo un esempio fra molti, a Joyce. Sono pure usciti molti libri che hanno rinarrato, interpretandoli, i miti — specie greci — costitutivi della nostra civiltà o di civiltà a noi prossime, facendoli «echeggiare di nuovo tra noi», come scrive Pietro Citati. I libri di Kerényi, di Calasso, di Guidorizzi, di Mascioni, di Graves (che insieme a Patai ha rinarrato pure quegli ebraici) e altri ancora.
Uno dei grandi mitografi del Novecento è Robert Graves, il celebre scrittore e poeta inglese noto soprattutto per i suoi romanzi storici — Io, Claudio (1934); Il divo Claudio (1934) — e grande specialmente come poeta. Quale mitologo, il suo capolavoro è forse La Dea Bianca (1948), vastissima e poetica summa che ricostruisce, analizza e interpreta una tradizione mitica che abbraccia soprattutto le divinità e i culti celti, gallesi e irlandesi, spingendosi sino all’Asia minore e più oltre ancora e celebrando il mito femminile, lunare, matriarcale e infero contrapposto a quello olimpico, virile, patriarcale, gerarchico. La Grande madre contro Zeus.
Ne parlo con uno dei più esperti interpreti e conoscitori di Graves, Nicholas Carter. Nato in Inghilterra nel 1942, cresciuto in Rhodesia e in Sudafrica dove ha studiato all’Università del Natal, prima di tornare in Inghilterra a diplomarsi all’Università di Oxford e di conseguire il Ph.D al famoso Trinity College di Dublino. È fra l’altro autore di una grande monografia su Graves. Nel 1986 è arrivato a Trieste, a insegnare inglese, e si è fermato; uno di quei nomadi che — come l’inglese Richard Burton o i fratelli Joyce — la storia ha depositato sulle spiagge di una città eterogenea cresciuta in un impero diverso da quello britannico.
«In questo libro, gli chiedo, Graves sembra assomigliare più a Mircea Eliade che a Kerényi o a Thomas Mann; sembra credere a una verità arcana ma oggettiva di questi miti, soprattutto celti. Una verità da prendere alla lettera come quella delle religioni, non una metafora poetica della vita, della natura e del mondo...».
Nicholas Carter — Nel suo romanzo La figlia di Omero, Nausicaa, che è il narratore, afferma, con una ferma convinzione che è pure di Graves, che non esiste alcuna vera vita aldilà di quella che conosciamo e che si svolge sotto il sole, la luna e le stelle. Ma una volta, mentre ero con lui nel suo giardino e lui mi insegnava come si deve diserbare, improvvisamente mi disse che avrebbe ricostruito a Colchester l’altare dell’imperatore Claudio. In senso metaforico, credevo pensando al progetto di un libro, ma lui — guardandomi direttamente negli occhi e lasciandomi spiazzato e incapace di replicare — mi disse: «Claudio, come lei sa, è un dio».
I miti mi hanno affascinato fin da quando avevo dieci anni e, trascurando le letture scolastiche, ho comperato i due volumi sui miti di Graves restandone sconcertato, perché non rinarravano solo le vicende a me care di Giasone o della guerra di Troia, ma nei commenti si addentravano nella storia e nell’antropologia, indagavano la società matriarcale a suo avviso originariamente dominante nel Mediterraneo e poi scalzata dai popoli patriarcali invasori. Più tardi ho capito che nel mito Graves cercava di rimpiazzare la civiltà distrutta dalla Prima guerra mondiale e cercava pure una salvezza personale, trovandola o credendo di trovarla nella Dea Bianca, che era insieme una visione del mondo e la sua Musa. Anche il suo Danubio, del resto, ha un’analoga funzione unificante, risonanze che forse non esistevano prima del suo libro e che forse nascono dalla scrittura...
Claudio Magris — Certo, ogni nuova configurazione di qualsiasi realtà la cambia, la arricchisce; ogni commento al mito è mitico a sua volta ossia una nuova narrazione. Glissant mi ha detto una volta che ho fatto parlare l’inconscio del Danubio. Pure io da ragazzo ero affascinato dal mito, leggevo compilazioni e riassunti dei miti delle più diverse civiltà. Mi sono confrontato con i significati anche contraddittori del mito: idea-forza e/o verità essenziale, come nel mio Mito absburgico. In altri libri la struttura profonda è costituita da miti — di Euridice, di Alcesti, del Vello d’oro. La Dea Bianca celebra — contro la mitologia olimpica maschile — quella femminile e matriarcale; mi chiedo se tale civiltà sia mai veramente esistita. La Dea Bianca è anche il sesso che tutto abbraccia e annienta. Non la Grecia apollinea ma la Grecia e l’Asia dionisiaca, la notte, il grembo polimorfo di ogni vita. Questa Dea Bianca è tuttavia pure dominio crudele, soprattutto sessuale, della donna sull’uomo. Si può parlare di una sessualità masochista in Graves?
Nicholas Carter — Posso rispondere con le parole dello stesso Graves, il quale diceva che, da quando aveva quindici anni, la passione determinante della sua vita era stata la poesia, in contrapposizione all’ambiente ostile della scuola. Certezza nella poesia significava incertezza nella vita, non meno di quanto lo sia l’amore romantico. Ed è qui che arriva, salvifica, la Dea madre di tutto ciò che vive e che sa pure incarnarsi in una donna mortale, Musa di cui il poeta si innamora perdutamente, benché consapevole di ciò che lo attende, dolore e tradimento. Come osserva Rougemont, «l’amore felice non ha storia».
Claudio Magris — Pure nella cultura tedesca nazisteggiante c’era una contrapposizione fra mito maschile — solare olimpico, dorico, gerarchico — e mito femminile in cui l’amore della madre non va particolarmente all’eroe, come nella visione dorica, ma egualmente a tutti i suoi figli, forti o deboli, però solo ai figli usciti dal suo stesso grembo, a tutti quelli dello stesso sangue, della stessa razza...
Nicholas Carter — Nessun albero ha una sola radice e le origini della Dea Bianca sono molteplici. Strettamente individuali — la forte personalità delle tre donne dominanti nella prima parte della sua vita, la madre tedesca, la sua prima moglie femminista e la sua prima vera Musa, la poetessa americana Laura Reading — e oggettive, lo choc della Prima guerra mondiale che aveva distrutto il suo mondo, mondo che egli voleva ricostruire col suo mito.
Claudio Magris — Dubito che la Dea Bianca potesse ricostruire il mondo distrutto dalla Grande guerra... La contestazione femminista del dominio maschile ha vagheggiato una politica femminile dell’amore anziché maschile della guerra. Ma se guardiamo agli ultimi decenni, i grandi leader sono stati soprattutto donne, ma donne che hanno esercitato con efficacia e durezza le classiche e odiate virtù maschili. Margaret Thatcher, Indira Gandhi o Golda Meir hanno saputo usare la forza, il potere, la gerarchia più dei politici uomini... Ma Graves ha scritto pure romanzi storici come quelli sull’imperatore Claudio, un genere molto frequentato nella narrativa. Basti pensare a quel capolavoro che sono le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, ma ci sono anche altri, ad esempio Gore Vidal. Che senso può avere oggi il romanzo storico e, per quanto riguarda Graves, come s’inquadra nella sua opera accanto agli altri generi da lui coltivati e soprattutto rispetto alla sua opera poetica, in cui egli ha raggiunto i suoi risultati più alti ?
Nicholas Carter — Dietro Io, Claudio, ci sono due figure molto diverse: il prozio di Graves, Leopold von Ranke — «il primo storico moderno», com’egli lo chiama, e la cui meta era «semplicemente accertare com’erano andate le cose» — e Maigret, l’eroe di uno degli scrittori da lui più amati, Simenon. Strana coppia, accomunata tuttavia da un’ostinata ricerca di verità e da un modo intuitivo di perseguirla. La Dea Bianca e Io, Claudio sono anche storie poliziesche, la cui esigenza di verità è la stessa del poeta. Che cosa sono i romanzi su Claudio, i libri più famosi di Graves, se non la testimonianza di un uomo bizzarro e spaiato, un folle che balbetta, un sopravvissuto di professione ma anche custode di salute spirituale e della verità, consapevole che «le cose, prima di migliorare, dovranno andare ancor peggio»? E cos’è La Dea Bianca se non una rappresentazione fantastica e barocca della nostra civiltà distruttiva e suicida ? Tuttavia pure i poeti hanno bisogno di denaro per vivere e Graves ha risolto questo problema scrivendo romanzi storici: «I miei libri in prosa sono cani da esposizione che allevo e vendo per mantenere il mio gatto».
 

Traduzione di Mariagrazia Portera 

 

domenica 5 aprile 2015

Maigret e il caso Saint-Fiacre: una lettura critica

Alessandro Bullo
http://www.thrillercafe.it/il-caso-saint-fiacre-georges-simenon/


L’affaire Saint-Fiacre è il tredicesimo romanzo della saga Maigret. Simenon lo scrisse, nel gennaio del 1932, presso la villa Les Roches Grises di Antibes e fu pubblicato il mese successivo da Fayard.


Trama

Maigret si trova a Saint-Fiacre di Matignon, la cittadina in cui è nato, dopo aver letto una nota della Polizia municipale di Moulins. Alla nota era allegata una lettera anonima, in cui si avvertiva che, durante la prima messa del giorno di Ognissanti, nella chiesa del paese sarebbe stato commesso un delitto.
Nella chiesa della sua infanzia, durante la funzione del mattino, Maigret assiste alla morte dell’anziana contessa di Saint-Fiacre. Un delitto impossibile!
Com’era possibile parlare di delitto? Non si erano uditi spari! Nessuno si era avvicinato alla contessa! Per tutta la messa Maigret non le aveva praticamente tolto gli occhi di dosso! E non una goccia di sangue, non una ferita visibile!”
Più tardi, il commissario visita il castello di Saint-Fiacre, dove suo padre era intendente e si occupava di gestire le proprietà dei conti. L’edificio è ipotecato, le sale sono prive degli arredi e dei quadri antichi, venduti per far fronte ai debiti. La contessa e suo figlio, Maurice, hanno dilapidato quasi tutto il patrimonio.
Un Maigret, particolarmente malinconico e nostalgico, faticherà a trovare la soluzione del misterioso e macchinoso delitto, fino a che, durante una cena al castello, l’inchiesta si concluderà con la scoperta dell’insospettabile colpevole.

 

Perché leggere Il caso Saint-Fiacre?


Il caso Saint-Fiacre è uno dei più fiacchi Maigret del primo periodo. Improbabile è il modo in cui Maigret viene a conoscenza del delitto imminente (la lettera anonima spedita alla polizia non ha alcun senso) così come lo è il delitto stesso, e altrettanto incredibile è il modo in cui viene scoperto l’assassino, alla fine del romanzo. Il problema è che Simenon non sa decidersi tra il giallo classico e quello psicologico e ne esce un ibrido inverosimile e privo di tensione.
La scelta della chiesa per il delitto, all’inizio, e della sala del castello per la rivelazione dell’omicida, alla fine, dicono molto sulle intenzioni dello scrittore belga. Simenon, per Il caso Saint-Fiacre, recupera, infatti, la tradizione del delitto impossibile del giallo classico, con una cerchia ristretta di persone all’interno di uno spazio chiuso; lo stesso vale per il motivo della scena finale, ricorrente nei romanzi ad enigma di Nero Wolfe, Ellery Queen e Agatha Christie:
Dai romanzi inglesi, e specialmente da quelli di Agatha Christie, Simenon sembra aver preso anche il topos di una seduta finale che riunisce tutti i personaggi del romanzo, cioè tutti i sospetti del crimine, per identificare fra di loro il colpevole… (Ulrich Schulz-Buschhaus, Georges Simenon motivi di un successo letterario, in “Il giallo degli anni trenta”, Edizioni Lint Trieste, 1988, p. 51)
La scena dei capitoli 9 e 10, ambientata in una sala in penombra rischiarata solo dalle candele, è invece un omaggio alla tradizione del romanzo gotico e di quello storico di Walter Scott (il 9 capitolo è intitolato All’insegna di Walter Scott). Simenon, infatti, in molti dei primi Maigret (1931-1934), si muove ecletticamente dal giallo tradizionale al romanzo popolare e storico. Per quanto riguarda l’ambientazione di molte scene nel castello dei Saint-Fiacre è interessante notare che:
Verso la fine del XVIII secolo in Inghilterra si forma e si stabilizza nel cosiddetto romanzo «gotico» o «nero» un nuovo territorio di compimento degli eventi romanzeschi: il castello (per la prima volta, in questo senso, nel Castello di Otranto [The Castle of Otranto] di Horace Walpole, poi nei romanzi di Radcliffe, Lewis, ecc.) …. Le tracce del tempo vi hanno, è vero, un certo carattere di museo e di antiquariato. Walter Scott seppe superare questo pericolo dell’antiquariato orientandosi principalmente sulla leggenda del castello, sul legame del castello col paesaggio storicamente inteso e interpretato … (Cfr. Michail Bachtin, Estetica e romanzo, Biblioteca Einaudi)
Simenon, a parte la scena “gotica” finale, utilizza invece il castello per mostrare la decadenza della nobile famiglia dei Saint-Fiacre, attraverso le realistiche immagini di stanze e pareti prive del mobilio.
Per il resto, Il caso Saint-Fiacre è un “noir” psicologico alla francese, dove contano i dialoghi e le atmosfere. Simenon, infatti, abbandona quasi subito l’idea iniziale del “delitto impossibile”,anche se, in questo modo, priva il lettore del piacere di scoprire come sia stata uccisa la contessa, come invece avrebbero fatto Dickson Carr e Agatha Christie. Lo nota e lo sottolinea anche Sergio Sacchi:
… mai (mi sembra) il romanzo di Simenon è veramente concepito per tirarci, col fiato sospeso, dall’enigma alla sua soluzione; anzi, alla soluzione il suo lettore tipico probabilmente non vorrebbe arrivarci mai: non si tratta di una liberazione, ma solo della fine…(Simenon, l’opera al grigio, in Il “Roman Noir”. Forme e significato antecedenti e posterità, a cura di Barbara Wojciechowska Bianco, Atti del XVIII Convegno della Società Universitaria per gli studi di Lingua e Letteratura francese, Lecce, 16-19 maggio 1991, pp. 403-404)
Ancora una volta, comunque, sono proprio le atmosfere il punto di forza di un romanzo che altrimenti avrebbe ben poco da offrire. Anche il paese di Saint-Fiacre e la vita di provincia sono ben raffigurate dallo scrittore belga. L’ambientazione è molto curata: si inizia subito con la descrizione di una notte “fonda … di primo inverno”, le foglie morte, l’acqua ghiacciata, il vento di tramontana. L’atmosfera gelida riflette la scoperta dell’omicidio della vecchia contessa e la squallida decadenza morale dell’antica e nobile famiglia.
… gli ambienti vivono di una vita propria, e in Simenon, anzi, le atmosfere sono la parte più viva del libro, quella che non si dimentica più a lettura finita …(Giuseppe Petronio, Sulle tracce del giallo, Roma, 2000, p. 108)
La stessa forza non la troviamo nei personaggi del romanzo, figure sbiadite che sembrano muoversi senza vita, oppure che compaiono in qualche pagina per poi essere dimenticate, come capita a Marie Vassiliev, l’amante del giovane conte di Saint-Fiacre. Anche i dialoghi sono poveri di invenzioni e privi della tipica tensione psicologica, che di solito gli conferisce l’arte di Simenon. Le uniche tre figure con uno spessore psicologico sono lo stesso Maigret, il conte di Saint-Fiacre e Marie Tatin, quella che, nei ricordi del commissario, è la bambina con gli occhi storti.
Marie Tatin, la locandiera del paese, è un personaggio bellissimo e “vero”, il primo incontrato da Maigret. Marie è una donna di chiesa, tanto devota quanto bigotta, e Simenon è bravissimo nel descrivere il suo turbamento, all’idea che Maigret faccia la strada con lei sino alla chiesa.
Fare la strada in compagnia di un uomo! Un uomo che veniva da Parigi, per di più! Marie si sentiva a disagio, e camminava a passi rapidi e brevi, piegata in avanti nel freddo del mattino.

Maigret nostalgico e malinconico …

Simenon ci offre, in questo romanzo, un commissario molto umano e nostalgico. Maigret si muove per il paese, mettendo a confronto i suoi idilliaci ricordi infantili e la solida e ricca dinastia dei Saint-Fiacre di un tempo con la triste e deludente immagine del presente. La contessa dal portamento aristocratico e rispettata da tutti, nel ricordo di Maigret, ora è fonte di chiacchere tra il volgo.
… non poteva sopportare che infangassero i suoi ricordi d’infanzia! Soprattutto la contessa, che gli era sempre apparsa nobile e bella come il personaggio di un libro illustrato… E la ritrovava trasformata in una vecchia matta che manteneva dei gigolo!
Da sottolineare come, in questo romanzo, Maigret, da protagonista dell’inchiesta si trasforma in spettatore. Gli avvenimenti si susseguono causticamente senza che Maigret riesca in qualche modo ad arginarli, e anche gli altri personaggi si sentono preda del disordine. «Il disordine chiama il disordine …», afferma il parroco ad un certo punto dell’indagine, parlando con Maigret. Alla fine, infatti, sarà Maurice, giovane figlio della contessa defunta, a farsi giustizia, scoprendo il vero colpevole.

Conte di Saint-Fiacre

Maurice, figlio della contessa di Saint-Fiacre, è per sua stessa ammissione un “buono a nulla”. Il giovane conte è uno smidollato, amante della bella vita, delle macchine sportive e delle donne, che ha sempre vissuto sulle spalle della madre (si noti come la storia richiami quella del famoso capolavoro Papà Goriot di Honoré de Balzac, pubblicato nel 1834). La contessa, dopo che lui se ne è andato, si è circondata di giovani furbi e meschini, intenzionati a rubarle tutto ciò che possiede, anche la sua dignità.
Probabilmente tutto il Berry sparlava della vecchia pazza che gettava al vento gli ultimi anni della sua vita con sedicenti segretari! E delle terre che erano costretti a vendere l’una dopo l’altra! E del figlio che faceva l’imbecille a Parigi!
Nei romanzi degli anni trenta, Simenon descrive spesso famiglie altoborghesi che hanno perduto il potere sociale ed economico, e anche in questo si ispira alla grande letteratura del passato.
… la struttura dei più tipici romanzi-Maigret segue un peculiare schema narrativo che rimanda ad una tradizione proveniente dal «roman réaliste» ottocentesco … uno schema cioè che insiste continuamente sul contrasto fra l’apparenza ingannevole di una facciata e la realtà che si nasconde dietro la facciata: una realtà composta di passioni oscure e soppresse che, il più delle volte, conducono alla decadenza, alla distruzione e alla scomparsa di una famiglia altoborghese.
(Ulrich Schulz-Buschhaus, Georges Simenon motivi di un successo letterario, in “Il giallo degli anni trenta”, Edizioni Lint Trieste, 1988, p. 54)
In questo caso, però, Simenon propone una variante significativa. La morte violenta della madre risveglia il conte di Saint-Fiacre, lo mette di fronte alle sue responsabilità e gli offre un’inattesa possibilità di redenzione. Maurice comprende che è stata colpa della sua fuga a Parigi, se la madre ha cercato in giovani segretariquell’affetto, che lui le aveva negato con la sua assenza. Si tratta di ciò che è stato definito da Simenon il “passaggio della linea”: un avvenimento costringe il protagonista a valicare una linea immaginaria, con il passaggio da una condizione ad un’altra [...]. Si può trattare di un incontro, di una malattia o della morte, e il futuro ne risulta stravolto.
Il mutamento di Maurice ha ancora più valore, perché egli appartiene ad una categoria, quella dei giovani ricchi, dissoluti e scapestrati, per cui Maigret/Simenon ha sempre dimostrato ben poca simpatia. I motivi di questa “variante” potrebbero essere due:
  • Simenon vuole dimostrare che l’evento che cambia l’esistenza e che provoca “il passaggio della linea”, può colpire ogni essere umano, qualsiasi classe egli appartenga. È evidente, inoltre, per quanto riguarda la figura del giovane conte, l’influenza delle letture adolescenziali di Simenon, soprattutto quelle dei romanzi di Stendhal: “Certo è che gli eroi stendhaliani, nei romanzi maggiori, si aggireranno vuoti e spenti, nelle varie circostanze della vita, finché su di loro non giunga quella chiamata impetuosa, a fuorviarli, a investirli di una carica energetica che li rende capaci di compiere gli atti più sbilanciati e temerari …” (Renato Barilli, La narrativa europea in età moderna. Da Defoe a Tolstoj, edizioni Bompiani)
  • Il ricordo nostalgico del periodo (dal 1923 al 1924) in cui aveva lavorato come segretario privato presso il castello del Marchese Raymond de Tracy, a Moulins. Un periodo felice e tranquillo. Simenon affermò: “Ho imparato molte cose in due anni, e il marchese, in fondo, mi era simpatico, anche se ogni tanto gli suscitavo un sorrisetto alla Talleyrand perché restavo pur sempre il ragazzetto provinciale di Outremeuse e il mio spirito di ribellione non si era attenuato … Ci siamo lasciati da buoni amici, lui e io, e l’ho poi rivisto parecchie volte in contesti diversi…” (Georges Simenon, Memorie intime, Edizioni Adelphi 2009, pp. 32-33; per altre notizie su questo periodo e sulla figura del marchese, cfr. Pierre Assouline, Georges Simenon. Una biografia, Edizioni Odoya 2014, pp. 74-82).
Lo stesso Maigret, comunque, si sente a disagio di fronte a questo “nuovo” Maurice, e per questo, a differenza degli altri romanzi, è solo un mero spettatore dello spettacolo finale messo in scena dal conte:
Maigret si sentiva in presenza di una forza alla quale era impossibile opporsi. Ci sono individui che, in un dato momento della loro esistenza, vivono un’ora di pienezza, un’ora durante la quale essi sono in qualche modo al di sopra del resto dell’umanità e di se stessi … Maurice de Saint-Fiacre stava vivendo quell’ora di pienezza. Avvertiva in sé una forza insospettata, e gli altri non potevano che chinare il capo.

martedì 24 febbraio 2015

Georges Simenon, una biografia

Anais Ginori



Secondo alcuni critici Simenon sarebbe uno scrittore popolare ormai canonizzato. Cosa ne pensa?





giovedì 6 marzo 2014

Simenon, i canali e le chiuse


Simenon conosceva perfettamente gli ambienti, i personaggi e i rituali dei canali navigabili del nord della Francia e delle loro chiuse, in quanto, tra la fine degli anni venti e l'inizio degli anni trenta, visse insieme alla prima moglie su un'imbarcazione, l'Ostrogoth appunto, acquistata dall'autore e utilizzata come abitazione. A bordo di essa Simenon ha navigato i canali tra Francia, Belgio e Olanda.
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Maurizio Testa 

Una soffice nebbia all'imbrunire o e all'alba, lo sciabordio sommesso dello scafo nell'acqua, quelle terre verdi che scorrono lentamente ai lati e in lontananza le guglie delle chiese di piccoli paesi nell'entroterra. Questo è quello che vedeva Simenon nei suoi viaggi sui canali di Francia. E' una sua passione, sprattutto alla fine degli anni venti. E infatti  ai primi del '28 acquista una barca di cinque metri, con un piccolo motore ausiliario da 3 cavalli. Questa sarà battezzata Ginette e gi servirà per le sue scorribande che dureranno circa sei mesi attraverso canali e fiumi del sud della Francia. L'equipaggio è costituito oltre che dal "comandante", da Tigy, dall'inseparabile femme de chambre Boule, e da Olaf, il loro cane. Viaggiano di pomeriggio, ormeggiano al tramonto. Lui e la moglie dormono in una cabina arrangiata sulla barca, mentre Boule con il cane in una tenda che, di volta in volta, viene montata sulla riva. La mattina Georges lavora.  Si sveglia presto (o meglio, lo sveglia la Boule) e alle cinque del mattino generalmente è pronto davanti alla sua macchina da scrivere. Una tazza di caffé su una cassa, la macchina da scrivere pure e anche lui e seduto su una  cassa, il tutto in barca sotto un telone. Verso mezzogiorno circa mollano gli ormeggi e ricomincia la navigazione. Incontrano chiatte che trasportavano di tutto. L'anno dopo, grazie anche al fatto che Simenon guadagnava di più si permette un 'imbarcazione più confortevole. Si tratta di uno scafo a vela di dieci metri, adatto anche per il mare. Una volta finita la fa "battezzare" in pompa magna a Parigi, al Pont-Neuf. Il nome questa volta è meno lezioso, anzi... Ostrogoth. E per due anni sarà la barca che li porterà a più riprese in tutta la Francia, ma anche fuori. La vita a bordo è tutt'altra cosa. La barca è riscaldata, Boule ha una cucina in una cabina dove Simenon scrive. E i viaggi iniziano d'inverno e li portano questa volta verso nord, fino al Belgio, poi Amsterdam e poi su fin al Mar del Nord. Uno scalo, per così dire tecnico li fa fermare qualche tempo a Delfzijl nei Paesi Bassi. Una sosta importante, almeno secondo la versione di Simenon. Una volta rimessa in sesto la barca, ripartono ancora una volta.
La sosta a Delfzijl è significativa perché, come narra lo scrittore, sarebbe proprio qui tra una pipata e qualche bicchierino di ginepro, in una mattina passata in un bar, che qualcosa gli dà la sensazione di aver concluso quella fase di apprendistato e proprio lì prende forma la figura del commissario Maigret.

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Alain Delaunois
Simenon, vagabond de l'eau

De mars à septembre 1928, Georges Simenon s'échappe de l'apparte­ment de la Place des Vosges à Paris. Terminées, les mondanités de la capi­tale, les soirées arrosées, les amours passa­gères. En 1928, Simenon en pince sérieuse­ment pour la Ginette. La Ginette : un canot de sauvetage de 5,5 m de long, équipé d'un petit moteur de 3 CV, et qui traîne au bout d'un filin une embarcation plus petite en­core : s'y entassent tentes et matériel, la fi­dèle Boule, le chien Olaf. Durant six mois, Simenon et Tigy, son épouse, vont sillonner les rivières et canaux de France. Ce voyage « vu de l'eau », Simenon l'a retracé dans quelques pittoresques récits-reportages, pu­bliés en magazines dans les années trente. On les redécouvre avec plai­sir aujourd'hui, réunis par Alain Bertrand dans un bel ouvrage des éditions Le temps qu'il fait. Ce périple fluvial qui n'a rien d'une promenade de yachtman doit les conduire de Paris à Lyon, en pas­sant par un tunnel redouté, courbé et sans lumières, de plusieurs kilo­mètres sur le plateau de Langres ; puis de Lyon jusqu'à la Camargue par le canal de la Marne, la Saône et le Rhône tumultueux. Un incident mécanique bienvenu les contraint à passer un été enchanteur au Grau-du-Roi. (Simenon évoque « un grand miroir bleu bordé par le sable d'une plage déserte » : ce n'est pas celui que je connais.) L'odyssée se poursuit par Sète, Toulouse, Bor­deaux. La Ginette est mise sur le train pour rejoindre Montluçon. De là, les voyageurs regagnent Orléans puis Paris par les canaux de Berry, de Briare et du Loing.
Chaque soir, après une lente avancée, la Gi­nette est couverte d'une toile de voile qui la transforme en chambre à coucher. Chaque matin, le prolifique écrivain s'installe sur une caisse à même le quai ou la berge, et tape avec ardeur les trente feuillets qu'il en­voie à ses éditeurs parisiens. Six mois d'ex­ploration dans un monde nouveau — car « personne ne connaît la carte des voies na­vigables en France ». Six mois au rythme des remous du fleuve nourricier, qui vont immerger Simenon dans un milieu qu'il (re)découvre avec ravissement : après tout, il a passé ses vingt premières années en bord de Meuse. Mais aussi six mois qui impré­gneront sa mémoire « d'une mine de décors romanesques » et de détails réalistes, qui nourriront son écriture de l'univers popu­laire des mariniers et des éclusiers — « vous parlerez le langage de l'eau comme celui de votre profession, naturellement ». Pas moins important, un système de valeurs moins fre­laté qu'à Paris, et que Simenon résume à sa manière, simpliste : « Les mariniers sont des gens bien. » Selon Michel Lemoine, le jeune Sim battra tous ses records de pro­duction cette année-là, écrivant 53 romans populaires. « Parfois une silhouette à peine entrevue venait s'imposer avec insistance », dira-t-il de cette équipée. « Je la dotais d'une histoire. C'est ainsi que s'écrivait le roman. » Et les preuves sont là, du Charretier de la Providence et de L'Ecluse n° 1 au Temps d'Anaïs ou à La Veuve Couderc*. On s'amuse, d'un reportage à l'autre, à découvrir les louvoiements dans l'écriture que Simenon impose à ses souvenirs. L'agrément de la lecture tient également aux poétiques photographies des rivières et canaux réalisées en 1931 par Hans Oplatka, en compa­gnie de l'écrivain, et exhumées pour cette édition d'un classeur à an­neaux, conservé au Fonds Simenon de l'Université de Liège. 

(*) Maigret et le clochard, Chez les Flamands ...

mercoledì 13 marzo 2013

Il fascino della vecchia Parigi

Rue Lepic: Maigret a Montmartre

...Ma poi [Maigret] scopre che il Marchese, vent’anni prima, era un restauratore di mobili antichi con bottega in rue Lepic e che aveva una moglie e una figlia. E si domanda perché un bell’uomo in gamba, stimato e amato, sparisce nel nulla due giorni prima di Natale senza lasciare neppure un biglietto di addio, due righe di spiegazione per giustificare una decisione forse disperata, forse inevitabile, forse…il bisogno improvviso di un radicale cambiamento.

...E poi: Pigalle e le sue luci, le stazioni (detestate da Simenon), i canali (amatissimi), le Halles non ancora smantellate con i loro alberghetti sordidi, i ristoranti a prezzo fisso dove i clienti habitués hanno il loro portatovagliolo, le osterie fuoriporta con i balli popolari al suono della fisarmonica, la rue Lepic, «la via più umana del mondo», certe strade signorili e misteriose di Neuilly o del sedicesimo arrondissement, e chissà che drammi dietro quei portoni chiusi con gli ottoni che brillano... Pochi come Simenon hanno raccontato così Parigi, i suoi colori, i suoi sapori, i suoi suoni, la sua luce, perfino i suoi odori. Scrittore popolare, può darsi; grande scrittore, senza dubbio.

Alberto Mattioli, Dai bistrò alle chiatte sulla Senna. I 120 luoghi del commissario Maigret, La Stampa, 12 marzo 2013, a proposito di Michel Carly, Maigret traversées de Paris. Les 120 lieux parisiens du commissaire, Omnibus, Paris 2003

Van Gogh ha vissuto in rue Lepic, a casa del fratello Theo