La raccolta di saggi
Stefano De Matteis
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026
Carlo Ginzburg
Il vincolo della vergogna. Letture oblique
Adelphi, pagg. 276, € 28
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| Roland Barthes |
Francesco Matteo Cataluccio
I libri per l'estate
Il Post, 8 luglio 2016
Come le “canzoni per l’estate”, che sono spensierate e ballabili, le “letture estive” vengono quasi sempre associate a qualcosa di distensivo. Libri riposanti e appassionanti: i gialli sembrano l’ideale. O anche arzigogolate storie d’amore, meglio se a lieto fine. Eppure, per molti, l’estate è l’unico momento che si può dedicare alla lettura: un tempo dilatato, assai più ampio di quello durante il periodo lavorativo, che lascia briciole di orette, soprattutto nei finesettimana.
Confesso che sulla questione della lettura e del tempo libero ha qualche problema sin dall’adolescenza. Provengo da una famiglia dove la letteratura di finzione era considerata un passatempo, e il passatempo uno spreco di tempo. I romanzi furono tollerati in età scolare, soprattutto quelli italiani. Per imparare a scrivere bene. Poi, quando scoprii, grazie a una fidanzatina che se la tirava da intellettuale tormentata, i romanzi russi, che hanno condizionato la mia visione del mondo, mi veniva raccomandato di leggere solo “quelli molto ben tradotti”. Poesia, poca. Almeno che non venisse mandata a memoria. Allora poteva tornare utile.
Non
è stato facile liberarmi in parte da questi condizionamenti. Ancora
oggi, quando me ne sto comodamente sdraiato sul divano, leggendo un
romanzo e ascoltando una musica di sottofondo, in compagnia di un
buon sigaro toscano (una delle situazioni nelle quali si può toccar
con mano la serenità), mi sento un po’ a disagio. Per troppi anni
i libri da leggere sono stati quasi solo quelli che ti insegnano
qualcosa, che trasmettono informazioni e idee. Il piacere del testo,
sul quale insisteva Roland Barthes, è per me una concessione
tardiva. Non sono abituato a scegliere un libro per la trama, e
abbandonarmi a una storia appassionante. Troppe volte mi è stato
detto, quando ero piccolo, che un libro serve ad arricchirsi e che
quando, alla fine ne termini la lettura, devi essere un’altra
persona. E questo vale anche per un film, uno spettacolo teatrale, un
quadro. Per la musica, l’unica forma di arte universale, è un po’
diverso: anche le canzonette ti cambiano per sempre.
Dato che la
nostra vita è breve, non c’è tempo da perdere leggendo cose
effimere. Fa sgomento riflettere su quante ore, mediamente, abbiamo
in una settimana da dedicare alla lettura (non professionale o per
studio). Dieci, quindici al massimo. Se si soffre di insonnia, di
più. Durante le vacanze ancora qualche oretta; quando si lavora
anche molto meno…
La letteratura serve a rilassarsi,
sostengono in molti. E infatti, in questi anni di “bonaccia”
letteraria, si leggono soprattutto romanzi gialli, o scritti secondo
questo genere. Niente da obbiettare. Un po’ li invidio. A me non
riesce: anche se la storia mi cattura sin dalle prime pagine e vado
avanti per capire chi sia l’assassino, mi sento a disagio. Mi pare
di utilizzare male quelle quindici ore settimanali che ho la fortuna
di poter dedicare alla lettura.
Per questo motivo cerco sempre,
al di fuori dei libri di studio e di aggiornamento, delle storie che
mi permettano comunque di imparare, che mi aprano strade verso altri
libri e percorsi inediti. Non credo però di essere il solo. Mi sono,
ad esempio, sempre chiesto quale fosse la ragione del successo di
scrittori come Chatwin, Kapuscinski, Fermor o Terzani. I loro “libri
di viaggio” sono ben scritti, si leggono con grande piacere, e
contengono molte notizie e informazioni. Grazie a questi reportage si
imparano molte cose e si viene portati a riflettere su avvenimenti e
mondi a noi lontani. Sono letture che arricchiscono, relativizzano in
modo salutare le nostre certezze, ci avvicinano a luoghi e storie
lontane. Storie vissute in prima persona, perché come scrisse
Kapuscinski nel suo libro sull’Angola (“Ancora un giorno”,
Feltrinelli 2008), “è sbagliato scrivere di qualcuno senza averne
condiviso almeno un po’ la vita”. Anche lui era uno convinto che
andasse utilizzato al meglio il tempo che si ha per la lettura:
“L’uomo medio, che lavora, torna a casa stanco e vuole
semplicemente starsene un po’ con la sua famiglia, recepisce giusto
quello che gli arriva in quei cinque minuti di telegiornale. Gli
argomenti principali che danno vita alle ‘notizie del giorno’
decidono che cosa pensiamo del mondo e come lo pensiamo (…). Se non
parliamo di un evento, esso semplicemente non esiste” (“Il cinico
non è adatto a questo mestiere”, edizioni e/o 2000).
I media
ci fanno vivere in un loro mondo che ha poco a che fare con la
realtà. Il tasso d’informazione è ridotto al minimo e dominano i
racconti autoreferenziali. Le interviste e il chiacchiericcio hanno
preso il posto del racconto dei fatti.
Anche la letteratura
soffre di questa mancanza di contenuti, tanto da apparire spesso
irreale. A me, non soltanto per le ragioni educative che ho detto
all’inizio, interessano i romanzi che non siano soltanto un
passatempo ben costruito. Cerco storie che mi raccontino il mondo nei
miliardi delle sue sfaccettature.
Non amo però il “realismo”
che teorizzavano i critici ideologici del secolo scorso. Mi suona
falso e noioso. E’ necessaria invece una buona dose di invenzione
per raccontare bene la realtà. Persino per scrivere dei reportage.
Chi si è preso la briga di fare le pulci ai libri di Kapuscinski,
scoprendo che alcune interviste non potevano aver avuto luogo in quel
dato momento o che quando accadeva un certo fatto l’autore non
poteva esser stato lì, non ha capito che egli era molto più uno
scrittore che un giornalista (e lo stesso discorso si potrebbe fare
per Terzani). Ma proprio per questo riusciva a leggere e raccontare
il mondo in modo acuto e affascinante.
Il mondo infatti per
poter essere raccontato deve esser modificato con la fantasia. La
realtà è una novelliera mediocre, sosteneva, nel 1928, William
Somerset Maugham (secondo me, uno di più grandi scrittori del
Novecento) all’inizio di “Ashenden o l’agente inglese”
(Adelphi 2008): “la realtà comincia una storia a casaccio,
generalmente molto prima dell’inizio, procede tra divagazioni
incongrue, e termina, lasciando una quantità di cose in sospeso,
senza una conclusione”. Somerset Maugham si era convinto con gli
anni che le cose della vita avessero di solito un andamento banale.
Così, nel narrarle, impose loro un suo ordine, aiutandosi, alla
bisogna, con la finzione. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale
scrisse: “Nelle mie opere realtà e finzione sono così intrecciate
che, guardando indietro, riesco a malapena a distinguere l’una
dall’altra”.

Abbiamo chiesto ai colleghi in redazione di indicare un titolo, tra quelli pubblicati quest’anno, che hanno particolarmente apprezzato. Ecco i loro consigli
Dal nuovo thriller di Patricia Cornwell al romanzo vincitore dello Strega europeo all’analisi di Arena sul classismo a scuola. Ma quest’anno vanno ricordati anche il duro saggio di Omar El Akkad su Gaza e l’opera postuma con i pensieri privati di Joan Didion.

(Einaudi) – Nell’angosciante, ovattata paralisi del periodo pandemico, quattro donne quarantenni riflettono sul loro passato. Le storie di Chiamaka, Zikora, Omelogor e Kadiatou si muovono tra Nigeria, Usa e Guinea: con empatia, Adichie ripercorre relazioni e delusioni e ricerca di sé. Ma il cuore del romanzo è una rilettura narrativa della vicenda dell’accusa di stupro di Dominique Strauss-Kahn.
Consigliato da Maria Tornielli

Thriller numero 29 della saga sulla anatomopatologa Kay Scarpetta, dà quel che promette: un serial killer, una scia di morti, autopsie descritte in gran dettaglio e molta enfasi su come la tecnologia influenza le indagini. Patricia Cornwell sfrutta un format ormai rodato, che funziona per gli amanti del genere. Ottima lettura per prepararsi all’uscita della serie tv su Prime, nel 2026.
Consigliato da Giulia Merlo

Diario per John, opera postuma di Joan Didion, ci sono i pensieri più privati della scrittrice. Quelli che l’autrice de L’anno del pensiero magico ha annotato dal 1999 fino al 2002 dopo le sue sedute da uno psichiatra. Un flusso di coscienza sul dolore e sulla morte. E soprattutto sulla paura di perdere ciò che c’è ancora da perdere. Un’opera intensa, su quella che più comunemente chiamiamo vita.
Consigliato da Enrica Riera

Il giorno dell’ape di Paul Murray (premio Strega europeo) è un romanzo corale che racconta il crollo di una famiglia irlandese dopo la crisi economica. Murray intreccia, spesso con ironia, vicende private e contesto sociale, mostrando come certi traumi attraversino le generazioni. È la storia di una famiglia, ma anche lo specchio della contemporaneità.
Consigliato da Daniele Erler

Il regalo di Natale che mi sono fatta: l’ultimo libro di Martin Parr, per esorcizzare la sua morte di inizio dicembre. A scuola di lui dissero che era «pigro e disattento». Ha contraddetto tutti diventando un grande fotografo. E poi di nuovo, è uscito dalle righe: chi può dire che fosse un fotografo e non un antropologo o umorista, capace di farci ridere dei disastri collettivi?
Consigliato da Francesca De Benedetti

Il cavo. Quel cavo che ci tira indietro per tutta la vita. Una forza frenante la cui intensità è stabilita da fattori come: luogo di nascita, livello d’istruzione dei genitori, reddito familiare, etc. Altro che merito, altro che talento. I nostri destini sono già scritti in partenza. Dipende dalla classe è un libro impietoso, necessario. Sulle conseguenze dell’essere poveri in una società che cristallizza le disuguaglianze. A partire dalla scuola.
Consigliato da Danilo Fastelli

Emmanuel Carrère deve fare pace con sua madre. L’ha fatta dopo Vita come un romanzo russo, che tanto l’ha scossa, nei suoi ultimi anni di vita, ma il racconto della storia della sua famiglia che propone nel suo ultimo libro scioglie i nodi che sono rimasti da far venire al pettine. Come sempre, lo scrittore francese dà il meglio su quel che vive sulla sua pelle.
Consigliato da Lisa Di Giuseppe

Non servono troppi orpelli letterali per descrivere il senso di precarietà esistenziale dei giovani. Asya e Manu scappano dalle loro origini per rifugiarsi sotto un tetto di cemento chiamato città. L’amore è un incaglio e il cosmopolitismo una crisi identitaria. A salvare i due giovani sono i piccoli riti quotidiani in una qualsiasi cattedrale urbana.
Consigliato da Simone Libutti

Alcuni libri incutono paura. Questo vale anche per La bugia dell’orchidea. Donato Carrisi torna con un thriller raffinato. Tra le mura di un casale rosso si consuma la fine della “famiglia perfetta”, ma la verità evidente è solo un’illusione ottica. L’autore manipola i piani della realtà e le maschere della scrittura, trascinando il lettore in un abisso di segreti dove nulla è come appare.
Consigliato da Chiara Ascani

Diario di un lettore compulsivo, 555 citazioni da letture colte, scusa per affrontare idee correnti e fuori corso, e comporre l’alfabeto culturale e politico di un riformista milanese, ex comunista, già autore di strepitosi gialli sul Pci. Oggi ha chiuso con la vita operosa, si dedica a quella meditativa. Non sapendo fare a maglia, per fortuna nostra.
Consigliato da Daniela Preziosi

Sulla copertina di Malbianco ci sono un albero, un asino e la neve. Difficile sintetizzare una storia in tre elementi, eppure l’essenza del libro è già là. Le radici familiari, che affondano nei segreti, gli animali che diventano simboli della memoria, il bianco che avvolge, silenzia e dimentica. L’ultimo romanzo di Desiati è la ricostruzione pezzo per pezzo del dolore più profondo, quello ereditato dalla famiglia.
Consigliato da Alice Valeria Oliveri

Omar El Akkad ha scritto il libro dell’anno, c’è poco da dire. Chi lo leggerà in futuro non avrà soltanto una forte testimonianze degli orrori del genocidio di Gaza ma anche uno sguardo attento che denuncia l’ipocrisia occidentale. A partire dalla sua storia personale, El Akkad squarcia il velo di Maya e mette a nudo l’islamofobia sistemica di governanti e istituzioni.
Consigliato da Youssef Hassan Holgado

Un politico che fu della linea della trattativa contro quella della fermezza di Dc e Pci, un giornalista che pubblica i diari di Fanfani, rimette insieme testimonianze, rilegge le lettere del sequestrato, scoprendo nuove indicazioni. Moro doveva morire? Per forza? Perché? Dopo mezzo secolo, la domanda è ancora lecita. Non per dietrologia, per politica.
Consigliato da Daniela Preziosi
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tutto su mia madre, ambiguità comprese
Emmanuel Carrère. In «Kolchoz» lo scrittore francese ritrae la madre e da figlio adorante si trasforma, con un voltafaccia veloce, in un implacabile accusatore della sua ambizione e anaffettività coniugale
Elisabetta Rasy
Il Sole 24ore, 3 maggio 2026
La celebre asserzione di Tolstoj all’inizio di Anna Karenina: «Ogni famiglia felice si assomiglia, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo», discutibile perché anche la felicità è varia e soggettiva, si attaglia invece perfettamente alla famiglia Zourabichvili-Carrère d’Encausse, cui lo scrittore Emmanuel Carrère ha dedicato il suo ultimo libro, Kolchoz, descrivendone, nella prima parte del racconto, l’infelicità del tutto speciale con un pathos narrativo che incolla il lettore alle pagine, piene di ombre terribili e di luci incantevoli.
Intanto qualche dato della complessa vicenda. La protagonista assoluta del libro è Hélène Carrère d’Encausse, la madre del narratore, che dell’epopea materna è insieme cantore e antagonista. Storica dell’Unione Sovietica e della Russia dall’anticomunismo convinto, deputata europea, membro e poi segretaria perpetua dell’Académie Française, cioè un ruolo più che importante nella più importante istituzione culturale di Francia, celebrata dopo la morte, a 94 anni nel 2023, dal presidente Macron nella corte d’onore dell’Hôtel des Invalides, all’inizio del libro Hélène compare come una ragazzina travolta e tormentata dalle più tempestose vicende del Novecento. Semplifico la genealogia perché la storia è molto complicata e ramificata: figlia di una esule di una aristocratica famiglia russa in fuga dalla Rivoluzione e di un padre in fuga dalla Georgia sovietizzata con la sua famiglia di intellettuali, nell’infanzia non solo conosce, come i suoi genitori e nonni, la miseria e l’emarginazione, ma soffre anche l’umiliazione e la vergogna: il padre diventa collaborazionista dei nazisti durante la seconda guerra mondiale poi scompare, cioè viene giustiziato, al momento della liberazione di Bordeaux dove i Zurabichvili vivevano in povertà e tra mille difficoltà. Di questo Carrère aveva già parlato, ma qui ritorna sul tema con un diverso slancio romanzesco, rendendo memorabile ognuno dei personaggi della famiglia. E sebbene sia scritto in prima persona e sia, almeno in buona parte, una ricerca del tempo perduto, leggendo Kolchoz non viene in mente Proust ma Balzac: la forte Hélène, una volta adulta, affronterà Parigi proprio come un altro celebre provinciale, Lucien de Rubembré, ma al contrario dell’eroe delle Illusioni perdute che vede annegare tutte le sue speranze di gloria, la ragazza Zurabichvili realizzerà più che con successo tutti i suoi sogni e soprattutto il suo desiderio di riscatto.
Ma Kolchoz non è (non è solo) un monumento alla madre: il figlio adorato e adorante si trasforma, con un voltafaccia veloce che sorprende il lettore, in un implacabile accusatore della materna freddezza, ambizione e soprattutto anaffettività coniugale, che da un certo momento in poi raggelerà la vita della famiglia. Accade che Helène vincente in tutto – tra l’altro madre dolcissima coi suoi figli, il maschio e le due ragazze – ha un inciampo, e questo inciampo si chiama amore. La donna – seguo la trama del libro – sotto gli occhi allarmati dei famigliari coltiva per un po’ una relazione clandestina, alla quale rinuncia per senso del dovere, forse per non replicare la rovina in cui la scomparsa del padre aveva gettato il suo nucleo originario, forse per non macchiare il senso dell’onore cui sembra ispirata la sua vita.
Qui lo sguardo del figlio narratore si fa duro: niente più kolchoz, come con affettuosa ironia la donna chiamava quelle notti in cui, durante i viaggi del padre, i figli andavano tutti a dormire nella stanza della madre, una comune ben più allegra in realtà di quella dei collettivi agricoli sovietici. Ecco dunque che l’infelicità schivata nella forma della vergogna sociale si ripresenta in quella della sconfitta affettiva, che sembra dilagare su tutti i famigliari. Così all’eroina audace e vincente si contrappone, nel racconto del figlio, un eroe mite e riservato, il padre dello scrittore, personaggio che conquista immediatamente la simpatia del lettore e che, nella fitta trama della vicenda, sembra essere un doppio del fratello di Hélène, un altro mite, lo zio Nicolas, incarnando, entrambi gli uomini, nella loro fisionomia un po’ fragile la figura di chi dai margini della scena riesce a illuminarla con la gentilezza e l’integrità – anzi qui il maschile si fa carico di quella dolcezza del vivere generalmente impersonata dal femminile.
Ma nel libro di Carrère c’è un altro repentino cambio di scena, quando dal registro del memoir romanzesco si passa a quello del reportage: lo scrittore si trova a Mosca il giorno in cui Putin decide «l’operazione militare speciale» cioè, con parole reali, muove guerra alla Ucraina. Ma anche la Russia, con i suoi attori in campo, è un territorio materno, e il conflitto tra madre e figlio continua: allo sguardo dall’alto e alle analisi di Hélène, si contrappone la presa diretta di un mondo cinico o disperato inquadrato dal basso da Emmanuel. Anche se poi quando lo scrittore torna in Francia e apprende della malattia materna tutto l’amore filiale riprende la sua forza originaria.
Con prosa precisa, duttile ed elegante alla quale nessuna digressione fa perdere il ritmo, Kolchoz è un tortuoso cammino nell’ambiguo materno, con la sua seduzione e la sua spinosità. Il libro si apre con la fastosa commemorazione agli Invalides e si conclude nella clinica dove a Hélène malata somministrano le cure palliative perché muoia in pace. Una doppia morte: in questo circuito tra il potere e la fragile materia umana si snoda la storia che racconterà lo scrittore.
Emmanuel Carrère
Kolchoz
Adelphi, traduzione di Francesco Bergamasco, pagg. 407, € 22