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lunedì 20 aprile 2026

Il vincolo della vergogna


il dono della obliquità
La raccolta di saggi
Stefano De Matteis 
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026


Forse dovremmo tutti avere un dono molto particolare, quello dell’obliquità. No, non è un refuso, non volevo scrivere ubiquità, ma semplicemente seguire l’ultimo importante insegnamento di Carlo Ginzburg. Che proprio nella capacità di vedere e interpretare in modo obliquo ci indica la strada per scorgere ciò che si nasconde dietro, per leggere in trasparenza le reti degli avvenimenti, per riconoscere e ricostruire la catena dei riferimenti celati in un atto individuale, un’azione collettiva, un fatto sociale, un testo. E dato che «l’accesso al passato è sempre mediato, e quindi sempre parziale», bisogna munirsi dell’attrezzatura adatta. Non a caso, uno dei libri più originali e innovatori – che indirizzò il giovane Ginzburg al mestiere di storico e su cui torna di continuo – è I re taumaturghi in cui Marc Bloch affronta «in maniera obliqua» il tema della monarchia sacra e offre «la possibilità di studiare un fenomeno così vasto attraverso un caso circoscritto e anomalo». Nello stesso tempo, Ginzburg afferma la necessità, tra i libri ancora non scritti, di produrre riflessioni che seguano «strategie oblique», come ad esempio quelle messe in atto da Mario Praz in La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica. Solo che per riuscirci c’è bisogno di erudizione, conoscenza e tanto, tanto lavoro minuzioso: una pratica da microstorici, che però hanno ben presente come da quel particolare si possa risalire al generale. Nella varietà dei saggi che compongono Il vincolo della vergogna (sottotitolo, Letture oblique), si intrecciano le lezioni dei maestri (Momigliano, Auerbach, Spitzer, Warburg…) che permettono a Ginzburg di applicare strategie e pratiche interpretative per risalire da un libro, famoso o (quasi) dimenticato, alla genealogia culturale in cui è inserito e a quella che l’ha prodotto. Impariamo così a leggere tra le righe, nel confronto tra Cantimori e Strauss, oppure a ripensare agli amati Levi e Calvino a partire dalla “zona grigia” in cui vittime e carnefici, giustizia e ingiustizia si incontrano. E da qui, da Levi soprattutto, si dirama un altro percorso che attraversa l’intero libro e riguarda quel vincolo che tiene assieme le comunità nazionali, e che non sta tanto nell’orgoglio quanto nella vergogna. All’opposto, viene ricostruita l’ambigua eredità di Mircea Eliade, di cui Ginzburg esamina il passato filofascista del secondo Dopoguerra: dalle pagine del diario alle opere maggiori emergono i contatti, i prestiti e gli scambi con scrittori del tempo (da Mann a Freud a Kerenyi) e la vicinanza a quell’irrazionalismo che spinse verso quell’orribile “nuovo ordine mondiale” e portò alla Shoah. Si tratta di lavorare e leggere le stratificazioni e, con occhio allenato, affrontare un fenomeno ricorrente nella ricerca: seguire i pensieri e le pratiche, le azioni e le spinte che, dettate dall’emergenza di un’idea destinata apparentemente a scomparire, riaffiora e si ripresenta sotto altre vesti. Oggi, per fortuna, molta della produzione di Ginzburg, possiamo leggerla come una riflessione “unica” e ramificata, grazie alle riedizioni dei suoi capolavori (dai Benandanti a Storia notturna), ma anche grazie alle raccolte di saggi che ci permettono di cogliere la più ampia costellazione del suo pensiero: tra le punte d’iceberg delle opere principali, i saggi definiscono una sorta di rizoma, di universo unico dal respiro ampio e profondo, dove sono evidenti gli intrecci tra le radici. Ma c’è un’altra considerazione da fare. Il vincolo della vergogna è il più recente libro che raccoglie i saggi prodotti da Ginzburg negli ultimi vent’anni in cui mette a fuoco una sorta di convergenza tra il mestiere dello storico che lavora su fonti e archivi e il proprio tracciato autobiografico. Se nelle pubblicazioni (o ripubblicazioni) precedenti le riflessioni sulle spinte personali, le occasioni, le scelte operate e la dittatura del caso erano delegate a prefazioni o conclusioni, in questo caso sono addirittura dichiarate. E permettono di trovare nessi e connessioni tra i soggetti e gli eventi che si analizzano e la vita dello studioso. Come guardarsi a uno specchio. Basta leggere, ad esempio, le pagine dedicate al Saggio sul dono di Marcel Mauss dove emerge il vincolo che tiene assieme i protagonisti, gli avvenimenti e chi li ricostruisce: «Per gli storici… la verità soggettiva degli attori può e deve entrare a far parte della ricostruzione complessiva, sollecitata dalle domande dell’osservatore. La soggettività di quest’ultimo dev’essere continuamente corretta, ma è ineliminabile. È un veleno, ma anche una risorsa – un dono». Anche in questo caso una sorta di sottotesto collega i vari saggi e riguarda proprio quel «rischio tragico – che Ginzburg esplicita ricorrendo alle parole di Claude Lévi-Strauss – che insidia costantemente l’etnografo» e che è quello di proiettare la propria soggettività nella società che studia. La soluzione va cercata in un terreno speciale, «quello su cui l’oggettivo e soggettivo s’incontrano, cioè l’inconscio». Nel lavoro di Ginzburg, è possibile trovare una importante adesione, tra le parole di Lévi-Strauss e quanto aveva affermato altrove: in un mondo sconosciuto la ricerca fa sì che «agire significa anche (non dirò soprattutto) essere agiti». Una questione, questa, che evidenzia quello «scarto tra le intenzioni di chi scrive (o agisce) e i risultati di ciò che ha scritto (o fatto)». Ancora più esplicito è stato nella postfazione dei Benandanti: «Cercare di capire, approfittando della contiguità tra il me stesso di ora e il me stesso di allora, perché – per quali motivi, consci e inconsci – avevo fatto le scelte che mi avevano portato a scrivere questo libro. Sottolineo l’elemento inconscio, che mi pare ignorato… il mio è stato, dunque, un esercizio di autoanalisi». E in questo ritorna, in maniera neanche tanto celata, un altro dei suoi maestri fin da quando aveva individuato nel Mondo magico uno dei testi di riferimento, e che fin dagli inizi della carriera lo incoraggiò a proseguire, Ernesto de Martino, quando scrive che ogni storia è autobiografia.

Carlo Ginzburg
Il vincolo della vergogna. Letture oblique
Adelphi, pagg. 276, € 28

sabato 1 marzo 2014

Lucrezio, La teoria degli atomi

Il clinamen
De rerum natura, libro II, versi 216-224, 251-260 e 289-293


Sullo stesso argomento desidero che tu sappia anche questo:

i corpi, quando cadono verticalmente trascinati nel vuoto

dal loro stesso peso, in un momento del tutto indefinito

e in un luogo incerto si sviano un poco dal percorso:

così poco che appena ne puoi dire mutato il cammino.

Se infatti non usassero deviare, precipiterebbero tutti in basso,

attraverso il vuoto profondo simili a gocce d'acqua,

non si sarebbero prodotti gli scontri, non avrebbero luogo gli urti

tra i corpuscoli primordiali: in tal modo la natura non avrebbe generato mai nulla.

...Infine, se ogni moto è sempre legato ad altri,

e quello nuovo sorge dal precedente in ordine certo,

e se i germi primordiali con l'inclinarsi non determinano un qualche

inizio di movimento che infranga le leggi del fato,

sì che da tempo infinito causa non sussegua a causa,

donde ha origine sulla terra per i viventi  questo libero arbitrio,


donde proviene, io dico, codesta volontà indipendente dai fati,

in virtù della quale procediamo dove il piacere ci guida

e deviamo il nostro percorso, non in un momento esatto,

né in un punto preciso dello spazio, ma quando lo decide la mente?

...Ma che la mente stessa in ogni

sua iniziativa non segua una necessità insita in lei,

né come domata sia costretta a sopportare e a patire,

deriva da quella esigua inclinazione dei corpi primordiali

che si produce in un punto dello spazio e in un momento indeterminati.

(traduzione di Luca Canali)


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Illud in his quoque te rebus cognoscere avemus,
corpora cum deorsum rectum per inane feruntur
ponderibus propriis, incerto tempore ferme
incertisque locis spatio depellere paulum,
tantum quod momen mutatum dicere possis. 220
quod nisi declinare solerent, omnia deorsum
imbris uti guttae caderent per inane profundum
nec foret offensus natus nec plaga creata
principiis; ita nihil umquam natura creasset.

... 
Denique si semper motu conectitur omnis
et vetere exoritur <motus> novus ordine certo
nec declinando faciunt primordia motus
principium quoddam, quod fati foedera rumpat,
ex infinito ne causam causa sequatur, 255
libera per terras unde haec animantibus exstat,
unde est haec, inquam, fatis avolsa voluntas,
per quam progredimur quo ducit quemque voluptas,
declinamus item motus nec tempore certo
nec regione loci certa, sed ubi ipsa tulit mens? 260


... Sed  ne mens ipsa necessum
intestinum habeat cunctis in rebus agendis 290
et devicta quasi cogatur ferre patique,
id facit exiguum clinamen principiorum
nec regione loci certa nec tempore certo.




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Les atomes se·rencontrent dans la chute, non pas en
raison de leur différence de poids, mais en raison du clinamen.
Le clinamen est raison de la rencontre, ou rapporte
l'atome à l'autre atome. Le clinamen est fondamentalement
lié à la théorie épicurienne du temps, pièce essentielle du
système. Dans le vide, tous les atomes tombent à égale
vitesse; un atome n'est plus ou moins rapide en fonction
de son poids que par rapport à d'autres atomes qui retardent
plus ou moins sa chute. Dans le vide, la vitesse de
l'atome est égale à son mouvement dans une direction unique
en un minimum de temps continu. Ce minimum exprime
la plus petite durée possible pendant laquelle un atome se
meut dans une direction donnée, avant de pouvoir prendre
une autre direction sous le choc d'un autre atome. Il y a
donc un minimum de temps, non moins qu'un minimum de
matière ou d'atome. Conformément à la nature de l'atome
ce minimum de temps continu renvoie à l'appréhension de
la pensée. Il exprime la plus rapide, la plus courte pensée:
l'atome se meut aussi vite que la pensée»5. Mais, dès
lors, nous devons concevoir une direction originaire de
chaque atome, comme une synthèse qui donne au mouvement
de l'atome sa première direction, sans laquelle il n'y
aurait  pas de choc. Cette synthèse se fait nécessairement
dans un temps plus petit que le minimum de temps continu.
Tel est le clinamen. Le clinamen ou déclinaison n'a rien à
voir avec un mouvement oblique qui viendrait par hasard
modifier une chute verticale 6. Il est présent de tout temps;
il n'est pas un mouvement second, ni une seconde détermination 
du mouvement qui se produirait à un moment quelconque,
en un endroit quelconque. Le c1inamen est la détermination
originelle de la direction du mouvement de l'atome.
Il est une sorte de conatus: une différentielle de la matière,
et par là-même une différentielle de la pensée, conformément
à la méthode d'exhaustion. D'où le sens des termes qui le
qualifient; incertus ne signifie pas indéterminé, mais inassignable;
paulum, incerto tempore, intervallo minimo signifient « en un 
temps plus petit que le minimum de temps continu pensable ».
5 Cf. Epicure Lettre à Hérodote, 61-62 (sur le minimum de temps continu).
6. Il, 243-250.

Gilles Deleuze, Logique du sens

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Ilya Prigogine and Isabelle Stengers in their famous book Order out of Chaos argue that the clinamen, the swerve of events, is one of the fundamental factors in the creation of new, unpredictable patterns of self-organizing in the universe. They call these new patterns of self-organizing dissipative structures. 

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All'origine di ogni cambiamento, anche decisivo e radicale, vi è un exiguum clinamen, affermava l'atomista Lucrezio, nel suo poema sulla natura delle cose.
Ebbene Franz Kafka, due millenni dopo, esprimeva lo stesso concetto, quasi con le stesse parole, più e più volte. Das winzigste Kleinigkeit, cioè la più minuscola piccolezza (e potremmo ben tradurre anche dicendo: «la più esigua declinazione»), può «decidere della esistenza di un uomo».

Lucio Lombardo Radice, Gli accusati, De Donato, Bari 1972, pp. 91-92