Il diritto penale internazionale va difeso, nell'interesse di tutti.
Un'intervista a Chantal Meloni
a cura della
Redazione
Dissonanze, 7 agosto 2026
Chantal Meloni è
professoressa di Diritto penale all'Università Statale di Milano,
dove insegna fra l'altro Diritto penale internazionale. Ha lavorato
in passato alla Corte penale internazionale e dal 2015 è Senior
Legal Advisor dell'European Center for Constitutional and Human
Rights a Berlino. Proprio a Berlino l'abbiamo incontrata per uno
scambio di idee sullo stato del diritto internazionale nel contesto
di tensioni e conflitti che caratterizza la nostra epoca.
Partiamo da una
domanda tanto semplice quanto fondamentale: «esiste ancora il
diritto internazionale?».
C.M. Il diritto
internazionale è vivo e vegeto, anche se forse non ci rendiamo conto
di quanto sia indispensabile per tante piccole cose della nostra vita
quotidiana, dall’utilizzo della tecnologia che ci permette di
comunicare ogni giorno, agli scambi internazionali, ai trasporti
aerei. Viviamo in un mondo irrimediabilmente interconnesso, che
poggia sulle regole del diritto internazionale, dove la stragrande
maggioranza dei suoi princìpi è rispettato. A destare scandalo in
questi anni, a partire forse dallo shock subito dall’Europa il 24
di febbraio del 2022 con l’aggressione dell’Ucraina da parte
della Federazione russa, è la violazione di uno dei pilastri del
diritto internazionale, vale a dire l’uso della forza. Dopo la
Seconda guerra mondiale abbiamo vissuto nell’illusione che quella
regola, contenuta nell’articolo 2, comma 4 della carta fondativa
delle Nazioni unite, fosse un dato assodato. In Europa ci siamo
dovuti ricredere amaramente. Da lì una catena di eventi che fanno sì
che oggi molte persone dubitino dell’esistenza del diritto
internazionale, come se fosse qualcosa in cui credere e nel quale
avere fede quando in realtà si tratta di uno strumento che può
essere utilizzato bene o male. Sta a noi, e in particolare ovviamente
ai governi, rispettarne le regole o meno.
Negli ultimi
anni abbiamo assistito, alla messa in discussione di alcuni princìpi,
per non dire altro. Siamo di fronte a un arretramento rispetto a
questi princìpi o c’è qualcosa di più? Siamo forse a un
passaggio per cui le regole che abbiamo scritto non sono più
adeguate al nuovo mondo che sta emergendo?
C.M. È il rischio
di fronte a eventi come quelli che abbiamo visto in questi anni in
Palestina, a Gaza, in Ucraina, in Sudan. Se tali regole siano o meno
ancora in grado di porre un freno alla violenza è una domanda
aperta: credo che molto dipenda da quello che sarà l’atteggiamento
degli Stati. Le aggressioni, in particolare da parte di alcuni Stati
molto potenti sullo scacchiere mondiale – penso in primo luogo alla
Russia, agli Stati Uniti, a Israele – sono tali da scardinare tutto
l’impianto che è stato faticosamente costruito ottant’anni fa.
Gli organismi a tutela di queste regole ci sono ancora e continuano a
ribadirne la validità. Prendiamo il pilastro del diritto
internazionale umanitario: attaccare i civili è vietato ed è da
considerarsi un crimine di guerra. Una norma oggi costantemente
violata: pensiamo a Gaza, dove sono stati attaccati scuole, ospedali
e infrastrutture civili; ma anche all’Ucraina, dove tra l’altro
sono state ripetutamente prese di mira le strutture sanitarie. Quello
che tuttora non si riesce a ottenere è sanzionare queste violazioni
a partire dall’accertamento delle responsabilità.
Da questo punto
di vista la situazione peggiora da quando la guerra non è tanto
contro altre realtà statali ma contro «il terrorismo».
Si tratta di un
pretesto: la cosiddetta «guerra al terrorismo», così come definita
dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001, un momento spartiacque
del nostro tempo, è stata usata come pretesto per giustificare ciò
che il diritto vieta in modo assoluto. Da allora è stato sdoganato
un sistema per combattere un nemico amorfo. Pensiamo ai targeted
killings, gli omicidi mirati, l’utilizzo dei droni, il
disconoscimento di qualsiasi tipo di protezione al nemico che non è
più né un combattente e neanche un civile protetto ma appunto enemy
combatant, come lo chiamano gli americani; appunto un nemico
combattente privato di ogni tipo di garanzia. Basti pensare a
Guantanamo.
Attaccare i civili è
vietato ed è da considerarsi un crimine di guerra. Ma si tratta
ormai di una norma costantemente violata
Tu hai citato
l’Ucraina la Siria, la Striscia di Gaza, il Sudan. Tutti àmbiti su
cui può esserci una risposta del diritto internazionale, quantomeno
per cercare di intervenire ed evitare diciamo l’estendersi del
conflitto?
C.M. In realtà, si
tratta di situazioni differenti e come tali vanno affrontate. Un
conto è parlare della Siria, dove esiste un conflitto armato di
carattere domestico che adesso, dopo l’esautorazione di Assad,
cerca di trovare le risorse internamente per passare oltre in una
fase di transitional justice ancora tutta da
verificare, con enormi problemi e difficoltà. Per quanto riguarda il
conflitto russo ucraino, invece, abbiamo a che fare con due Stati,
due entità sovrane che si confrontano. In questo caso penso ci sia
bisogno di un intervento esterno della comunità internazionale,
specialmente in situazioni di sproporzione così evidente: se non ci
fossero stati gli aiuti all’Ucraina la guerra sarebbe finita molto
tempo fa. Ciò che trovo riprovevole da parte della comunità
internazionale è aver fatto finta di aprire gli occhi solo il 24
febbraio 2022, quando c’erano segnali da molto tempo, perlomeno dal
2014, l’annessione della Crimea, come pure i fatti di Maidan dopo
che l’Ucraina si era espressa a favore del proprio ingresso
nell’Unione europea. Tant’è vero che la Corte penale
internazionale aveva un fascicolo di indagine aperto allo stadio
preliminare già dal 2014.
Si sono persi
moltissimi anni in cui il popolo ucraino è stato lasciato al proprio
destino. Certamente non possiamo abbandonarlo adesso: l’Ucraina si
trova in una situazione così compromessa anche perché noi europei
ci siamo fatti garanti insieme ad altri Paesi terzi della sua
sicurezza. Non credo che le soluzioni siano tanto sul piano militare,
né che queste crisi possano essere risolte con una corsa al riarmo,
anche se purtroppo il mondo sta andando in questa direzione. Israele
e Palestina sono un altro caso in cui, senza un intervento della
comunità internazionale, la Palestina non può avere nessuna
possibilità neanche di sopravvivere. Mentre il Sudan è un ulteriore
esempio di un grave ritardo da parte della comunità internazionale;
anche qui si tratta di un problema interno, quindi per certi versi
più difficile da gestire. Oggi siamo di nuovo di fronte a una
situazione che è, sostanzialmente, ai limiti del genocidio, a causa
di decenni di mancanze che si sono stratificate. Non esistono facili
soluzioni, anche se credo si debba passare, innanzitutto, attraverso
a un serio accertamento delle responsabilità individuali.
Proprio pensando
a tutte le violazioni di cui abbiamo parlato, che negli ultimi anni
sono aumentate e vengono perpetrate anche da Stati ideologicamente
diversi fra loro, viene il sospetto che ci si stia abituando al fatto
di chiamare «diritti» situazioni che non sono poi effettivamente
tutelate, contribuendo così a un generale arretramento dell’idea
stessa dei diritti, che prima o poi investirà anche i diritti oggi
ancora sotto tutela.
C.M. Ma non abbiamo
iniziato certamente oggi a chiamare diritti queste situazioni.
Perlomeno da quando abbiamo le Carte costituzionali, quindi da almeno
ottant’anni per quanto riguarda una parte dell’Europa, abbiamo
deciso in modo molto netto che tutti noi in quanto esseri umani
abbiamo dei diritti che sono inalienabili – come il diritto alla
vita, il diritto all’integrità fisica, quello a non essere
sottoposti a tortura – il diritto, se vogliamo parlare di questioni
più collettive, all’autodeterminazione dei popoli ormai un
patrimonio globale. Il vero problema è che non abbiamo mai preso
abbastanza sul serio la loro tutela. È vero che, anche in Europa, è
stato fatto un lavoro molto importante, ma dobbiamo renderci conto
che non tutti i Paesi, non tutti i sistemi funzionano sulle stesse
premesse.
Abbiamo accettato a
livello statuale che esista un livello sovraordinato, che è quello
del diritto internazionale; per cui, in modo in parte simile in parte
diverso, tutti i Paesi europei si conformano al diritto
internazionale. C’è quindi un assunto in base al quale se uno
Stato si pone al di fuori del diritto internazionale con le sue
leggi, con i suoi comportamenti, con le sue politiche ci può essere
un giudice superiore – la Corte europea dei diritti dell’uomo o,
a livello penale, la Corte penale internazionale – che può
permettersi di giudicare. Bisogna però tener presente che ci sono
altri Paesi che questi princìpi non li hanno mai accettati: non solo
gli Stati Uniti, ma anche la Cina, l’India, Israele.
Ma se persino
gli Stati Uniti, che sono stati tra i fondatori di quest’ordine, se
ne allontanano, spesso anche in modo brusco, come si può difendere e
custodire l’ordinamento internazionale?
C.M. Innanzitutto,
bisogna bloccare gli Stati Uniti, per quanto possibile e con i mezzi
e le misure che abbiamo. Faccio solo un esempio. Da quando Trump è
tornato al potere nel gennaio del 2025, il suo governo ha adottato,
attraverso una serie di ordini esecutivi, sanzioni anche di natura
penale nei confronti di un numero sempre più ampio di giudici della
Corte penale internazionale. Si tratta di misure draconiane: nel
momento in cui una persona è sanzionata dagli Stati Uniti, allora le
banche devono chiuderne il conto corrente, bloccarne le carte di
credito; quindi, ci sono giudici o esperti dell’Onu che non possono
più pagare una spesa, usare un servizio di prenotazione o abbonarsi
a un servizio di streaming. Persino chi li aiuta può essere
sanzionato. In Europa ci sarebbe la possibilità di attivare una
legislazione che si chiama blocking
statute che mitiga, perlomeno, se non addirittura
neutralizza le conseguenze di tali sanzioni. Si tratta di rovesciare
questa situazione kafkiana nella quale coloro che cercano di
accertare le responsabilità dei criminali di guerra vengono trattati
come se fossero a loro volta criminali o terroristi.
Abbiamo ascoltato di
recente il segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio,
dichiarare esplicitamente i prossimi passi che il suo governo ha
intenzione di effettuare per, uso le sue parole, «smantellare la
Corte penale internazionale, se necessario mattone per mattone». Fra
questi, oltre alle sanzioni, ci sono tutta una serie di pressioni
sugli altri Stati che fanno invece parte della Corte penale
internazionale per tentare di farne uscire il maggior numero
possibile. Attualmente, nella Corte ci sono 125 Stati: Rubio
sostiene che si tratta di un’istituzione
illegittima che si erge ad arbitro assoluto. Nella concezione
dell’amministrazione americana gli Stati Uniti costituirebbero
l’unica autorità in grado di interpretare il diritto
internazionale. Tuttavia, bisogna aggiungere che questa ossessione
nei confronti dei giudici della Corte, paradossalmente, lascia
qualche speranza, perché dimostra che in fondo i meccanismi della
giustizia, e in particolare della giustizia penale internazionale,
funzionano. Altrimenti non si darebbero tanta pena per smantellarla.
Ma, come si
diceva poc’anzi, non ci sono solo gli Stati Uniti. Anche la Cina,
non sembra interessarsi alle regole del diritto internazionale. Se il
mondo va verso quello che alcuni chiamano multipolarismo, non è
forse necessario individuare regole per questo nuovo mondo
multipolare e non affidarsi esclusivamente alle attuali istituzioni
sovranazionali?
C.M. Magari ci fosse
un multipolarismo. Non credo sia questo il caso, al contrario c’è
un’egemonia ancora molto forte degli Stati Uniti, forse si può
parlare di un duopolio Stati Uniti e Cina che si delinea
all’orizzonte, ma non andiamo molto oltre. Ne è dimostrazione il
fatto che nessuno sembra in grado di contrapporsi al delirio
trumpiano che sulla questione dell’attacco alla Corte penale
internazionale trova nell’attuale governo israeliano un alleato.
Spererei che ci fosse un multipolarismo e un riequilibrio, che
comporti anche una rifondazione dell’Onu e in particolare del suo
Consiglio di sicurezza su basi più democratiche, che rispecchino
equilibri diversi rispetto a quelli creatisi dopo la Seconda guerra
mondiale, in base ai quali solo cinque Paesi hanno il diritto di veto
e un saggio permanente nel Consiglio di sicurezza, il che genera un
sistema di veti incrociati.
L’Unione europea
dovrebbe innanzitutto prendere sul serio le cose che essa stessa ha
sottoscritto. Dovremmo far applicare le regole che ci siamo dati
La Corte penale
internazionale, limitandoci alla giustizia penale, rappresenta
esattamente il multilateralismo, la negoziazione. Costituisce il
primo giudice internazionale non imposto dalle potenze vincitrici
come a Norimberga o a Tokyo o dal Consiglio di sicurezza dell’Onu,
come per i casi nella ex Jugoslavia o del Ruanda. È veramente
deprimente pensare che gli Stati più ricchi e più potenti possano
affossare il progetto di profonda umanità, per certi versi
rivoluzionario, rappresentato dalla Corte penale internazionale: ogni
Stato, come nell’Assemblea generale dell’Onu, vale uno. A
comandare non è la legge del più forte ma la forza del diritto.
Cosa dovrebbe o
potrebbe fare l’Unione europea, quantomeno per rafforzare la sua
voce in quest’ambito?
C.M. Da anni penso
che l’Unione europea dovrebbe innanzitutto prendere sul serio le
cose da essa stessa sottoscritte: facciamo accordi di associazione
con Paesi extraeuropei che sono basati su clausole di rispetto dei
diritti umani. Dovremmo far applicare le regole che ci siamo dati. E
invece, purtroppo, da parte europea assistiamo a molti doppi
standard. In questi anni l’Unione ha utilizzato due pesi e due
misure rispetto alla Russia e rispetto a Israele, indebolendo la
propria credibilità. Dopodiché, in particolare rispetto agli Stati
Uniti, dall’Ue ci si aspetterebbe di vederla porsi in modo compatto
nel rifiutare una determinata logica della violenza.
Occorre proteggere
la Corte penale internazionale, che non è solo frutto dell’Europa
ma nasce anche dal contributo degli Stati africani e degli Stati
dell’America Latina. Il problema è che siamo noi europei per primi
a essere molto divisi e a non prendere sufficientemente sul serio la
questione. Basti citare, ad esempio, il caso Almasri, che può
apparire secondario rispetto alle cose di cui stiamo parlando –
trattandosi di una mancata cooperazione nell’Italia con la Corte
penale internazionale rispetto al ricercato libico. Ma in realtà
cela un atteggiamento e una politica molto preoccupanti. Dimostra, in
modo concreto, come anche un Paese come l’Italia, che si dice
ancora legato al progetto di giustizia internazionale, in realtà ha
evitato di consegnare una persona ricercata per gravissimi crimini
per proprio tornaconto politico-economico. Tutto ciò è sintomatico
di un sistema che, alla lunga, sta perdendo credibilità dal suo
interno ancora prima che a causa di attacchi esterni.