Gianluca Di Feo La guerra di Putin lunga come quella di Stalin la Repubblica, 9 gennaio 2026
Oggi è una data particolare, che può aiutare a capire alcune cose sul conflitto in Ucraina. E soprattutto può contribuire a smontare la narrativa sull’invincibilità della Russia, alimentata anche da Donald Trump. Sono trascorsi infatti 1.415 giorni dall’inizio dell’invasione ordinata da Vladimir Putin: l’identica durata della Seconda guerra mondiale per l’Urss. L’attacco tedesco è scattato il 22 giugno 1941 e si è concluso con la resa incondizionata del Terzo Reich il 7 maggio 1945. Nello stesso periodo di tempo l’Armata Rossa si è difesa combattendo fino alle porte di Mosca, poi dopo Stalingrado ha iniziato ad avanzare arrivando a espugnare Berlino e occupare l’intera Europa orientale, dalla Bulgaria alle Repubbliche Baltiche.
A che punto è la guerra in Ucraina
Oggi il Cremlino cerca di evocare quei successi con l’appello alla nuova guerra patriottica, che ha sostituito la più asettica definizione di “Operazione militare speciale”. Il confronto tra i risultati ottenuti sul campo però è impietoso. In quasi quattro anni di battaglie i russi hanno conquistato Mariupol e la costa del Mar d’Azov, le pianure in parte delle regioni di Zaporizhzhia e di Kherson mentre neppure l’obiettivo iniziale di “liberare” il Donbass è stato raggiunto. Gli ucraini, infatti, continuano a resistere ostinatamente nelle ultime roccaforti del Donetsk e nemmeno la caduta di Pokrovsk, annunciata dal presidente russo il primo dicembre, si è ancora concretizzata.
Un confronto impietoso
Il dettaglio dei numeri è esplicito. L’assalto iniziale della primavera 2022 ha fatto dilagare le brigate del Cremlino in 119 mila chilometri quadrati di Ucraina, ma il contrattacco di Kiev entro dicembre ne ha ripresi oltre 74 mila. Dopo il 2023 trascorso sulla difensiva, i russi hanno ripreso la marcia nel 2024 occupando 4.168 chilometri a cui se ne sono aggiunti altri 4.700 lo scorso anno. Il bilancio totale è di 53.868 chilometri quadrati: la superficie di Lombardia, Piemonte e Liguria. Nello stesso tempo, le truppe di Stalin hanno perso e riconquistato 1,6 milioni di chilometri quadrati dell’Urss per poi scacciare le forze tedesche da altri 1,1 milioni di chilometri quadrati dell’Est Europa.
Quanti sono morti allora e oggi
Indubbiamente questa vittoria – fondamentale per la sconfitta del nazismo – ha richiesto un tributo di sangue enorme per il popolo sovietico: si parla di 27 milioni di morti, con una stima di vittime civili che tocca i 18 milioni. Si tratta di 10 morti o – se consideriamo soltanto i militari – di circa tre caduti per ogni chilometro quadrato. Molti di meno se si include nel calcolo la ritirata fino al Don.
Oggi le stime sulle perdite russe oscillano tra 250 mila e 350 mila uomini: tra cinque e sette soldati hanno perso la vita per ogni chilometro sottratto all’Ucraina. Una statistica che rende chiara la brutalità dei combattimenti in corso, con un livello di letalità che secondo gli osservatori è cresciuto negli ultimi mesi.(reuters)
Le difficoltà di Putin
Questi dati non possono avere valore statistico, perché la natura dei conflitti è troppo diversa: l’ecatombe della guerra totale che ha dilaniato il Continente tra il 1939 e il 1945 fortunatamente non si sta ripetendo, anche se la quantità di città e villaggi rasi al suolo nel Donbass continua ad aumentare. Il parallelismo tra i 1.415 giorni di orrore mette in luce però le difficoltà che il Cremlino incontra sul terreno, nonostante abbia invaso una nazione di gran lunga meno grande, meno popolosa e meno ricca. E non sono gli aiuti bellici occidentali ad avere fermato l’avanzata trionfale di Mosca – quelli americani si sono interrotti nello scorso giugno – quanto la determinazione e l’organizzazione dimostrata dagli ucraini.
Nell’introdurre il paragone tra le due guerre, bisogna però tenere presente un fattore chiave: la Russia non ha schierato tutte le sue risorse umane ed economiche. Putin non ha introdotto la mobilitazione: al fronte vanno solamente volontari e quasi 30 mila ogni mese mese si arruolano attratti da paghe altissime e pacchetti di benefici. Le esportazioni di materie prime hanno alimentato un’industria bellica che acquista potenza di settimana in settimana, senza tagliare la spesa pubblica in altri settori o alzare le tasse. Questo ha permesso al Cremlino di mantenere sostanzialmente intatto il consenso interno. Finora. Perché il nuovo anno si annuncia problematico. Il calo del prezzo del petrolio e le iniziative statunitensi per ostacolare il contrabbando di greggio, il boom del debito statale e il costo dell’armata stanno pesando, tanto da avere dovuto imporre per la prima volta nuove gabelle.
Le sofferenze e la difficoltà dell’Ucraina sono sotto gli occhi di tutti: i bombardamenti della rete elettrica hanno reso l’inverno un incubo e le perdite – la Bbc ritiene che i militari uccisi siano 140 mila – stanno spazzando via una generazione. Dopo 1.415 giorni, questa carneficina ha bisogno di essere fermata ma nessuno riesce a trovare la formula per una “pace giusta”.
Alberto Mattioli Lady Macbeth senza tabù, ecco 10 buone ragioni per vedere la prima alla Scala La Stampa, 6 dicembre 2025
Allora, ci siamo. Domani, giorno di Sant’Ambrogio patrono di Milano e dei melomani, si ripete il rito laico sempre uguale e sempre nuovo della Prima della Scala. Quest’anno si va sul difficile, anche se, russo a parte, meno di quanto si può temere, perché in realtà l’opera è immediata e cattura: Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk (1934) di Dmitrij Sostakovic. Gossip e politica, pare, quasi a zero: nel palco reale, niente Mattarella né Meloni e neppure La Russa. Il più alto in grado sarà il ministro Giuli, e confidiamo che ci stupisca con uno dei suoi soliti outfit sfrenatamente dannunziani (del resto, anche Sostakovic da giovane era un dandy, prima di passare a cupe grisaglie o meste camicie a maniche corte da socialismo reale e malvestito). La messa cantata inizia alle 18 su Rai1, concelebrano Milly Carlucci e Bruno Vespa. Ecco dieci ragioni, si spera buone, per vedersi questa Lady Macbeth.
1 Perché è un capolavoro.Qui l’ha detta giusta il sovrintendente della Scala, Fortunato Ortombina: a differenza di quel che si dice sempre, laLady Macbeth non è uno dei capolavori del 900, ma uno dei capolavori dell’intera storia del teatro musicale. Che poi il 900, che aveva profetizzato la morte dell’opera, di opere stupende ne abbia prodotte tantissime è un altro discorso.
2 Perché sono i cinquant’anni dalla morte di Dmitrij Dmitrievic, e più ce ne allontaniamo più la sua arte giganteggia: per la sua bellezza intrinseca, e anche perché pochi musicisti come lui incarnano splendori e miserie, artistiche e umane, di un secolo difficile come il suo (e anche nostro).
3 Perché bisogna verificare se si è d’accordo con Stalin. Il dittatore vide l’opera il 26 gennaio 1936, due anni e quattro giorni dopo la prima e dopo che stava girando, acclamatissima, tutto il mondo. A Iosif Vissarionovic piacque così poco che se ne andò prima del quarto e ultimo atto. Due giorni dopo, usciva sulla Pravda la famigerata stroncatura anonima, «Caos invece di musica», che stroncò definitivamente anche la vita di Sostakovic. Per anni, quest’ultimo dormì con una valigia pronta, convinto che sarebbero venuti nottetempo a prenderlo con un biglietto di sola andata per il gulag, o peggio.
4 Perché mai una notte di sesso è stata descritta in musica con l’impudenza trionfante di quella fra la borghese Katerina e il proletario garzone Sergej. Stalin, che era pur sempre un ex seminarista e molto pudico come quasi tutti i dittatori, ne fu scandalizzato. Curiosamente, la stessa reazione della stampa capitalista americana. Dopo la prima al Met nel ’35, il New York Sun scrisse che «Sostakovic è senza dubbio il maggior compositore di musica pornografica della storia dell’opera».
Sostakovic
5 Perché quest’opera dove Katerina ammazza prima il suocero, poi il marito e infine, deportata in Siberia, la ragazza con cui il suo amante la tradisce è anche divertente. «Una tragedia ironica», la definì infatti Sostakovic. La descrizione dell’ottusità poliziesca degli sbirri zaristi è un capolavoro di satira musicale. Peccato che si potesse applicare benissimo anche a quelli comunisti, con le conseguenze che abbiamo visto.
6 Perché in questo momento la Russia non ci è troppo simpatica. Ma quella che invade l’Ucraina ed elimina dissidenti non è la cultura russa, che continua a essere una parte troppo importante di quella europea, quindi di noi, per farne a meno. Putin va esecrato; Puskin e Musorgskij e Dostoevskij eccetera eccetera (e Sostakovic) vanno celebrati, anche perché svelano le perversioni di un potere che è di volta in volta zarista, comunista o putiniano, ma resta sempre criminale.
7 Perché Katerina uccide il suocero avaro e lubrico mettendogli il veleno per topi nella zuppa di funghi. Non so se, per la solita cena di parata post prima, lo chef stellato Davide Oldani abbia pensato ai funghi (sarebbe troppo bello); certo è che, dopo aver visto Lady Macbeth, guarderete ogni porcino con sospetto.
8 Perché Riccardo Chailly, al suo dodicesimo 7 dicembre e ultimo da direttore musicale, si muove di solito nel 900 come un paperotto nello stagno. Compagnia «etnica»: Katerina è Sara Jakubiak, in realtà americana di origini polacche; i due tenori sono Najmiddin Mavlyanov e Yevgeny Akimov (rispettivamente l’amante e il marito); il basso, Alexander Roslavets (il suocero tremendo).
9 Perché per l’occasione debutta alla Scala il regista Vasily Barkhatov, di rito «moderno» quindi pericoloso e già molto biasimato per una Turandot spericolata al San Carlo. Anche la sua Norma di Vienna con l’ex moglie Asmik Grigorian era assai audace, ma bellissima. E tuttavia Sostakovic non dovrebbe suscitare le ire del loggione (fischiabili, di regola, sono soltanto le opere italiane).
10 Perché quasi quasi rinuncio alla Scala per vedermi la diretta tivù e scoprire come Carlucci se la caverà con un’infilata di nomi russi composti quasi tutti di consonanti. Dopo una valanga di prime con la diva Anna, non aveva ancora imparato a dire Netrebko e continuava pertinace a ripetere «Netrenko»…
Alberto Mattioli / Federico Freni Nel grigiore di una vita banale. Povera Lady, più vittima che colpevole Il Foglio, 6 dicembre 2025
Ci siamo. Domenica si ripete il rito della prima della Scala (alle 18, diretta anche su Raiuno). In scena, Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitrij Shostakovich, nel cinquantenario della scomparsa dell’autore. Dirige Riccardo Chailly, regia di Vasily Barkhatov, protagonista Sara Jakubiak. Presentazione in duetto.
Federico Freni:
Ed eccoci ancora al 7 dicembre, quest’anno con un titolo apparentemente meno “digeribile” di altri. Dopo il Boris Godunovdi due anni fa, di nuovo un’opera russa. Musica magnifica e soggetto direi quasi verista per quest’opera che, se ci pensiamo, ha meno di cent’anni, perché debuttò nel 1934). Insomma… cosa ci aspettiamo?
Alberto Mattioli:
La Lady Macbeth di Shostakovich è un grande classicone del Novecento, un secolo che aveva profetizzato la morte dell’opera lirica e invece ne ha prodotta una quantità singolarmente elevata di bellissime. Per il gran rito della Prima più prima che ci sia, direi che prevale un moderato ottimismo, come avrebbero detto i democristiani. Il titolo non è astruso anche per chi si è fermato più o meno a Puccini, e in ogni caso non pericoloso (leggi: non fischiabile. Nessun loggionista fischia Shostakovich, a meno di malefatte registiche particolarmente gravi), a parte per Milly Carlucci che su Raiuno dovrà esibirsi in una lunga serie di nomi russi, lei che per tre inaugurazioni non aveva ancora imparato a dire Netrebko. La scelta di un’opera russa mi sembra meritoria per ribadire che la Russia che invade l’Ucraina non ci piace e il suo regime criminale men che meno. Ma la cultura russa, sì, lei resta irrinunciabile. La persecuzione di cui fu vittima Shostakovich dimostra che la natura del potere russo non cambia. Stalin giocò con lui come il gatto con il topo, esattamente come Nicola I aveva fatto con Puškin…
FF:
Eh, sì. Dal giorno del famigerato articolo sulla Pravda che stroncò l’opera il povero Shostakovich dormì vestito, con una valigia piena accanto al comodino, convinto che sarebbero venuti a prenderlo per portarlo via. Per un certo periodo, mise addirittura una sedia sul pianerottolo, e si addormentava lì. Così, diceva, quando arriveranno non dovrò nemmeno svegliare mia moglie. Hai ragione, la natura del potere russo, direi forse la natura della Russia, non cambia. Cambia la nostra percezione, ma non la Russia. Ed è in questa linea, come fu per il Boris del 2022, che va letta, una volta di più, l’operazione di recupero che Chailly e la Scala hanno fatto: la cultura russa non è il regime russo. Non lo era ai tempi di Stalin, non lo è oggi.
AM
E’ interessante capire perché il regime decise di colpire proprio la Lady. Secondo me, le ragioni sono tre. La prima è la sfrontatezza sessuale dell’opera. Quel famigerato 26 gennaio 1936, quando Stalin andò al Bolshoi a vederla accompagnato da Molotov, Mikojan e Zdanov, la famosa descrizione della notte d’amore fra Katerina e il suo amante, con i glissando dei tromboni a mimare la penetrazione, fu ulteriormente accentuata dal direttore, Aleksandr Melik-pasaev, peraltro un favorito del dittatore, che sapendo che Stalin lo ascoltava “bombò” oltremisura l’esecuzione. FF
Il mitico interludio del primo atto! In effetti, stiamo parlando di quello che si può considerare il più grande amplesso di tutta la storia del teatro d’opera… non c’è, musicalmente, Thaïs o Salome che tenga… e siamo pur sempre nel 1934! AM
Questo il racconto di Bulgakov: “Sentendo su di sé lo sguardo dei capi, Melik infuria, salta come un diavoletto, taglia l’aria con la bacchetta da direttore, canticchia a bocca chiusa con l’orchestra. Da lui il sudore gocciola come grandine”. Gli ottoni erano stati rinforzati per l’occasione. Shostakovich era “bianco come un lenzuolo” perché aveva capito che quella musica andava, semmai, attenuata. Stalin, pur sempre un ex seminarista, era molto pudico, detestava le allusioni sessuali e ogni descrizione esplicita. In questo, le sue opinioni coincidevano curiosamente con quelle della stampa Usa. Dopo la prima americana, nel ’35, il New York Sun scrisse che “Shostakovich è senza dubbio il maggiore compositore di musica pornografica della storia dell’opera”, mentre il New York Times parlò di “impudenza”.
FF Mi convince. E le altre due?
AM Shostakovich inserì nel libretto la satira dei poliziotti zaristi, che nel racconto di Leskov da cui l’opera è tratta non c’è. Ma quella satira colpiva allo stesso modo, e forse di più, l’ottuso ma feroce regime staliniano. Infine, la musica della Lady Macbeth del distretto è troppo raffinata e cosmopolita, avanguardista e piena di citazioni per servire da indottrinamento politico per le masse: “Caos invece di musica”, come da titolo dell’editoriale non firmato (quindi ancora più temibile, perché si sparse subito la voce che l’avesse scritto Stalin in persona) apparso due giorni dopo sulla Pravda e le successive scomuniche a Shostakovich per “formalismo”. Erano tempi in cui una recensione negativa poteva significare il gulag, o il plotone d’esecuzione. Parlando da critico: bei tempi!
FF
Temo tu saresti già in Siberia da tempo. AM
Sicuro! FF
In ogni caso, per tornare alla musica, secondo me la Lady va letta e ascoltata insieme alla Quarta e, soprattutto, alla Quinta sinfonia. La reazione di Shostakovich alla gogna staliniana venne mascherata da un apparente patriottismo, che poi troverà (ma sono tempi diversi) il suo apice nella Settima sinfonia, quella scritta per celebrare la resistenza russa durante l’assedio di Leningrado. Ci sono, insomma, modi diversi di reagire ai soprusi del potere. Da noi si gridava “Viva Verdi!”, lì si cercava di portare a casa la pelle distillando gocce di libertà musicale. Ma tornando all’opera, il soggetto, se ci pensi, è verista al cento per cento, anche se musicalmente siamo lontanissimi. Eppoi, come in ogni soggetto verista che si rispetti, secondo me a Shostakovich la protagonista Katerina stava umanamente simpatica. Non ne fa una donna crudele (come la lady di Shakespeare e poi di Verdi), ma una ragazza che soffre il grigiore di una vita banale. AM
Certamente. Infatti Shostakovich omette dalla novella di Leskov il fatto che Katerina diventi madre e, costretta all’esilio in Siberia, abbandoni il figlio senza troppi rimorsi: “L’amore che provava per il padre, come accade spesso alle donne troppo passionali, non si era trasferito sul bambino nemmeno in minima parte”, scrive Leskov (in occasione della prima la Garzanti ha ripubblicato la novella nella sua collana dei “Piccoli grandi libri”). In Shostakovich, Katerina è più vittima che colpevole, fra un marito insulso e forse impotente, un suocero avaro e lascivo e un amante interessato e, alla fine, infedele, in un ambiente da deep Russia zarista che si immagina angusto e noioso come la Russia staliniana, anche se meno pericoloso. E’una parola che va usata con parsimonia, all’esatto contrario di quel che succede oggi, ma Katerina sembra davvero una vittima del patriarcato… Tornando alla Scala, dimmi da chi ti aspetti di più: direzione, regia o cast? FF
Mi aspetto moltissimo da Chailly, che in questo repertorio ha sempre fatto magie e così pure da Barkhatov che per me è un geno assoluto (la sua Norma lo scorso anno a Vienna resta uno degli spettacoli più belli degli ultimi tempi). Quanto al cast, io, purtroppo, ho in testa la Vishnevskaya e Gedda… quindi taccio. AM
Voi melomani siete sempre gli stessi. Primo requisito delle grandi voci: appartenere a persone morte. Comunque hai ragione, questo Sant’ambroeus promette bene. FF
De mortuis nihil nisi bonum. Spesso questo mi costringe al silenzio. Non per Giulietto Chiesa.
L'ho conosciuto a casa sua, in Via Urbana. Erano i primi anni 90. C'ero andato con Samaritana Rattazzi. Chiesa stava creando un'agenzia di informazione alternativa. Gli servivano reti di rapporti con persone che avessero soldi e influenza. C'erano anche altri, non ricordo chi salvo Vauro.
Aveva la passione serena di chi è impermeabile al dubbio. Tutto aveva una spiegazione, sempre. Il marxismo-leninismo-stalinismo-URSS era la sua definitiva visione del mondo. Non aveva spazio per l'errore, ma solo per il complotto. Alle smagliature e catastrofi così evidenti in tutto ciò cui credeva, rispondeva con la coerenza marmorea del pensiero paranoico. L'epistemologia dei poveri, come l'ha definita bene un intelligente marxiano, Frederic Jameson.
Era simpatico, con la simpatia levigata e la vitalità dei veri credenti. Però mi inquietava la sua identificazione fisiognomica con Stalin, quei baffetti e fronte e taglio dei capelli.
Non era roba per noi. Ce ne andammo ben consapevoli di questo, come si va via da una liturgia di ex-combattenti e reduci.Anni dopo uscì il suo libro sul complotto delle Torri gemelle e dell'11 settembre. Fu la conferma - l'ennesima - che le ideologie totali sono sistemi deliranti. Così era già prima, da sempre, per Giulietto Chiesa, e così fu sempre anche dopo.
Gianpasquale Santomassimo ... farei sommessamente osservare che nelle reazioni di sdegno che comprensibilmente abbiamo potuto leggere in questi giorni è presente anche una forma di sottovalutazione e fraintendimento della portata del patto Molotov-Ribbentrop che riproduce una diffusa giustificazione ufficiale retrospettiva di quell'accordo. In pratica, si ripropone la tesi di un semplice (e salutare) espediente, per guadagnare tempo e preparare la difesa da un attacco nazista che inevitabilmente si dà per scontato. Le cose non stanno proprio così. L'accordo prevede la spartizione della Polonia e l'acquisizione di altri territori, prelude all'attacco alla Finlandia che vedrà mutevoli fortune. Ma soprattutto va notato che se da parte tedesca c'è la consapevolezza del carattere tattico di un accordo destinato ad essere rapidamente rovesciato, da parte sovietica si crede davvero al carattere durevole dell'alleanza. Non c'è la preparazione bellica asserita retrospettivamente, anzi al momento dell'attacco le linee verranno sfondate con troppa facilità. Con quegli eccessi di zelo tipici del potere sovietico si organizzano manifestazioni di amicizia talvolta imbarazzanti: ad esempio un grande Festival wagneriano a Mosca, con la rappresentazione di tutte le opere del grande compositore, alla presenza di ambasciatore e dignitari del Reich. Eccessi di zelo si registrano anche da parte dei comunisti francesi, che assumono un atteggiamento collaborativo e vengono meno alle cautele della clandestinità. Qualcuno, come è noto, va a lavorare volontario in Germania. Più in generale, si impone a tutto il movimento comunista di replicare l'interpretazione della prima guerra mondiale come conflitto tra imperialismi contrapposti, con una forzatura evidente dopo l'esperienza della guerra civile spagnola e la creazione di un vasto fronte antifascista, che di fatto viene dissolto. I rapporti tra i partiti antifascisti si bloccano e verranno riannodati con qualche fatica dopo il 1941. I pochi dissidenti verranno espulsi, e sarà solo la saggezza di Togliatti a consentire il rientro a pieno titolo di Terracini e della Ravera.
Nel
1966 Lukács descrive le cause della crisi dell’Unione sovietica alla
morte di Stalin in questo modo: «Per quanto il sistema di direzione di
Stalin possa essere stato profondamente problematico dal punto di vista
economico, pure esso è stato capace di costruire e mettere in funzione
un’industria pesante orientata verso la guerra. Dopo la conclusione
vittoriosa della guerra contro Hitler, questo sistema però è diventato
sempre più incompatibile con il normale funzionamento della già
sviluppata industria sovietica. Non era più possibile indirizzare, con i
metodi degli anni trenta, la massa degli intellettuali e degli operai
sovietici [...] verso la produzione pacifica, estesa e altamente
qualificata [...]. Così ha avuto inizio la liquidazione dell’era
staliniana».
La liquidazione dell’epoca staliniana — se pure questa espressione non
debba essere rivista — avviene quindi per motivi economici, non per
motivi etici.
Interessante è però confrontare questa serie di opinioni del Lukács con
quelle espresse direttamente da Solženicyn nel 1975, cioè non appena
ebbe la possibilità di esprimersi, un anno dopo la sua espulsione
dall’Unione sovietica, dinanzi al mondo libero: a coloro i quali non si
fanno convinti della reale minaccia rappresentata dal sistema sovietico
per l’intera umanità io dico — così si esprime lo scrittore che Lukács
aveva indicato come l’esempio più fulgido di letterato socialista — che
«Sono stato nel ventre del drago, nel suo ventre rosso e ardente. Lui
non mi ha digerito e mi ha rigettato ... E io sono venuto a
testimoniarvi come si sta laggiù, nel ventre del drago». Il volume Discorsi americani
raccoglie tre discorsi, due dei quali pronunciati su invito della
federazione sindacale americana AFL-CIO, il terzo pronunciato davanti al
Senato degli Stati Uniti.
Nella seconda conferenza, dedicata all’ideologia marxista, Solženicyn
sostiene, a proposito dello “stalinismo”, quanto segue: «non c’è mai
stato nessun stalinismo», lo stalinismo «è una invenzione di Krušcëv e
del suo gruppo per attribuire a Stalin quelli che sono invece i
caratteri fondamentali del comunismo, le sue colpe congenite. E sono
perfettamente riusciti nel loro intento». Secondo Lukács con la
rivoluzione d’ottobre sarebbero «nati i presupposti materiali del
marxismo per la reale costruzione scientifica più volte sollecitata da
Engels e poi anche da Lenin nei Quaderni filosofici. L’immensa
colpa storica dello stalinismo sta nell’avere non solo lasciato
inutilizzata questa costruzione scientifica, ma fatta retrocedere».
In sostanza, la colpa storica dello stalinismo non starebbe nei
16.000.000 di morti di cui parla per esempio Foucault, ma nel fatto che
Stalin «ostacolò proprio la tendenza che sarebbe stata capace di questa
[scientifica] costruzione».
«In realtà — prosegue Solženicyn — aveva già fatto tutto Lenin, molto
prima di Stalin. È stato lui a ingannare i contadini con la terra, è
stato lui a ingannare gli operai con l’autogestione, è stato lui a fare
dei sindacati uno strumento di repressione, è stato lui a creare la Cekà
e i campi di concentramento ...». A Stalin, prosegue Solženicyn,
«si può al massimo addebitare un eccesso di diffidenza [...]. L’unica
colpa di Stalin fu nei confronti del proprio partito, fu di non fidarsi
del suo stesso partito. Solo per questo motivo è stato inventato lo
stalinismo». Ciò che a Solženicyn preme affermare è questo: «che in
realtà Stalin non ha per niente deviato dalla linea del suo
predecessore».
Scritto da Lenin nel
dicembre 1922, [il cosiddetto testamento] conteneva valutazioni in merito ai potenziali
successori. [Si trattava in realtà di note destinate al prossimo Congresso del partito.] Nel gennaio 1923 Lenin aggiunse una postilla in cui
criticava aspramente Stalin e sollecitava il partito a destituirlo
dalla carica di segretario generale. Conservato dopo la sua morte da
N.K. Krupskaja, fu letto il 22 maggio 1924 in una riunione del
Comitato centrale che ne vietò la diffusione. (Pbm storia)
Lenin nel 1923
"Divenuto segretario
generale, il compagno Stalin ha concentrato nelle sue mani un
illimitato potere, e io non sono certo che egli sappia usare questo
potere con sufficiente accortezza. D'altro lato il compagno Trockij
[…] non si distingue solo per le sue notevoli capacità. Credo che
come persona egli sia, nell'attuale comitato centrale, la più abile,
ma anche la più sicura di sé in misura eccessiva, e credo inoltre
che egli sia troppo preso dagli aspetti puramente amministrativi
degli affari.
Queste due qualità dei due più eminenti membri
dell'attuale comitato centrale potrebbero inavvertitamente provocare
una frattura, e se il nostro partito non prende misure atte a
impedirla, la frattura potrebbe verificarsi inaspettatamente […]" Sebbene nessuno possa dire
con certezza se Lenin, a suo tempo, venisse a sapere dell'attacco per
telefono di Stalin contro la Krupskaja […], si può avanzare con
una certa sicurezza la congettura che egli fosse venuto a conoscenza
dell'incidente per il 4 gennaio, perché quel giorno chiese di
rivedere il passo del testamento che aveva scritto il 24 dicembre e
vi aggiunse questo poscritto: "Stalin è troppo
violento, e questo difetto, tollerabile tra comunisti e fra di noi,
diventa intollerabile in uno che ha la carica di segretario generale.
Pertanto propongo ai compagni di considerare il modo di togliere a
Stalin tale carica, e di nominarvi un'altra persona, che differisca
sotto tutti gli aspetti da Stalin ma solo per superiorità. e cioè
che sia più paziente, più leale, più cortese, più attenta alle
esigenze dei compagni, meno bizzosa ecc. Non si pensi che questo sia
un fatto di poco conto; io ritengo che per prevenire una tale
frattura, e considerando i rapporti tra Stalin e Trockij che ho
discusso prima, non si tratti di una cosa di poco conto, o che se ora
sembra tale possa invece acquistare un'importanza decisiva". Louis Fischer, Vita di Lenin, Milano, Mondadori 1973, vol.
II
luglio 1923
... l' ultimo Lenin, di
fronte al dispiegarsi dei contrasti tra i capi che verranno dopo di
lui, ripiega su categorie squisitamente personali, come nella più
classica tradizione storiografica: come in Tacito, modello insuperato
di storiografia che privilegia i conflitti tra persone e l' analisi
del loro carattere, Lenin arriva a scrivere che «i rapporti tra
Stalin e Trotzkij rappresentano una buona metà del pericolo di
scissione». Non si può eludere l' osservazione che proprio l'
impianto elitistico del bolscevismo - secondo cui le decisioni e gli
scontri risolutivi avvengono nel più selezionato e ristretto vertice
- sia la premessa di questo interessante e all' apparenza inatteso
ripiegamento del maggior esponente del bolscevismo su categorie e
strumenti di valutazione così intrinsecamente tradizionali.
Alla fin fine Lenin non designava un successore, se mai si pronunciava per una soluzione di tipo collegiale:
Probabilmente Lenin si rendeva conto che nessun leader, da solo, era in grado
di sostituirlo e, forse proprio per questo, sperava che, allargando la
partecipazione agli organi di direzione politica, l'esigenza di avere un leader
con altissime capacità sarebbe venuta meno. Sottoponendo tutti i leaders a un
maggiore controllo e facendo ruotare le cariche, il problema della successione
sarebbe stato meno gravoso.
Non a caso nelle note del 27-28-29 dicembre, riferendosi alla lettera del 28
dicembre sul carattere legislativo delle decisioni del Gosplan, Lenin disse
ch'era difficile trovare in una sola persona la combinazione di queste qualità:
solida preparazione scientifica in uno dei rami dell'economia e della
tecnologia, visione d'insieme della realtà, forte ascendente sulle persone,
capacità organizzative e amministrative. Ma forse -diceva ancora Lenin- se si
fossero rispettate le sue condizioni, non ci sarebbe stato bisogno di cercare
una persona del genere. D'altra parte egli si rifiutò di designare un proprio
successore alla guida del partito.
Nel Testamento Lenin cita altri due leaders: Bucharin e Piatakov. Del
primo esprime due giudizi apparentemente contraddittori. Da un lato infatti
afferma che “non è soltanto il maggiore e il più prezioso teorico del
partito, è anche, a ragione, il compagno più benvoluto”; dall'altro però
sostiene ch'egli non ha mai ben compreso la “dialettica” e che le sue
concezioni del marxismo sono un po' “scolastiche”. In effetti, la posizione
assunta da Bucharin durante la conclusione della pace di Brest-Litovsk con la
Germania (egli, insistendo sul rifiuto delle condizioni di pace tedesche,
rischiò di portare la repubblica allo sfascio), era una testimonianza esplicita
della sua carente dialettica: ciò che riconobbe, d'altra parte, lo stesso
Bucharin. Non solo, ma Lenin aveva giudicato “scolastica ed eclettica”
l'analisi dei fenomeni sociali che Bucharin aveva condotto in alcuni capitoli
del suo libero L'economia del periodo di transizione (Bucharin morirà
nelle purghe staliniane nel 1938).
Quanto a Piatakov, Lenin gli riconosceva “volontà e capacità notevoli”,
ma anche la stessa tendenza di Trotski ad accentuare l'aspetto amministrativo
(autoritario) delle cose, per cui non si poteva "contare su di lui su una
seria questione politica". Tuttavia, sia per questo caso che per quello
precedente, Lenin sperava che i difetti avrebbero potuto, col tempo, essere
superati: in fondo Bucharin aveva solo 34 anni e Piatakov 32; si può quindi
pensare che i due, col tempo, avrebbero potuto costituire un tandem vincente,
benché al momento i leader più importanti fossero Trotski e Stalin (Piatakov
sarà fucilato nel 1936).
http://www.homolaicus.com/teorici/lenin/lenin_testamento.htm
Manuel Vasquez Montalban La Mosca della Rivoluzione trad. di Hado Lyria, Feltrinelli, Milano 1995
Lungo lo Zamoskvoreče occidentale continuiamo a
incontrare esempi del classicismo moscovita restaurato o in via di
restaurazione, come in via Serafimovič, intitolata a uno dei più fedeli
scrittori del bolscevismo, autore del romanzo Il torrente di ferro, che
presenta una evidente sproporzione tra la sua brevità e la lunghezza e
profondità dell'impegno politico, in una densa narrazione della guerra civile.
Ma nonostante il famoso scrittore da cui prende il nome, questa strada passerà
alla storia della Mosca stalinista e della Mosca della perestrojka grazie
al complesso residenziale costruito tra il 1928 e il 1932 dall'architetto
Iofan, riservato ad alti rappresentanti della vita politica e culturale. La
facciata principale dell'imponente palazzo dà sul lungofiume Bersenevskaja, e
vi appaiono in bassorilievo alcuni degli illustri, e in gran parte sventurati,
inquilini degli appartamenti: Petrovskij, Dimitrov, Lepešinskij, Serafimovič,
Stasova...; sì, ma anche il maresciallo Tuchačevskij e molti altri dirigenti
che qui vennero arrestati, vittime delle purghe staliniane. Ci troviamo davanti
alla "Casa sul Lungofiume", chiamata così soprattutto dopo che Jurij
Trifonov pubblicò uno splendido romanzo con questo titolo. La Casa sul
Lungofiume comprende circa cinquecento appartamenti e sotto lo stalinismo
diventò un concentrato di paura, delazione e rassegnazione, con gli occhi dei
suoi abitanti fissi sul Cremlino dove Stalin poteva disporre delle loro vite
solo sollevando la cornetta del telefono. Non a caso Bucharin aveva chiamato il
dittatore "il Gengis Khan col telefono", e anche Bucharin la pagò assai
cara.
Il
citato romanzo di Trifonov è stato uno dei best-seller della cultura critica.
Vi si descrive l'atmosfera pesante del palazzo con gli occhi del protagonista,
che non ci vive, ma che lo vede come la roccaforte abitata dalla classe dirigente.
Diventato adulto riuscirà a entrarci corteggiando la figlia del professor Gančuk e col tempo
diventerà uno degli intellettuali che, per viltà o per ambizione di potere,
contribuiranno alla caduta del prestigioso professore, eccesivamente poco
devoto allo stalinismo culturale, nonostante abbia un irreprensibile passato
bolscevico e sia un marxista convinto. E' curiosa la coincidenza della metafora
della repressione culturale "metodologica" adoperata da Trifonov nel
suo libro, perché coincide con l'aneddoto iniziale che porta Eugenija Ginzburg
alla disgrazia, alla purga, a un lungo esilio in Siberia, come racconta
un'altra impressionante testimonianza del Gulag, Cielo di Siberia. Il tormento
della Ginzburg comincia precisamente con una "chiamata telefonica",
che all'alba del 1° dicembre 1934 la convoca davanti al Comitato Regionale del
Partito, di cui è militante attiva. Le chiedono di collaborare a una campagna
di denuncia di elementi antisovietici corresponsabili dell'assassinio di Kirov,
e lei adempie alla consegna, ma non è abbastanza combattiva nei riguardi del
professore El'vov, insigne trockijsta e scienziato dell'Istituto di Pedagogia
con il quale la Ginzburg aveva attivamente collaborato. Comincia così a cadere
in disgrazia, e vive confinata in Siberia dal 1937 al 1947. In seguito
"nel 1949", viene esiliata da Mosca vita natural durante. La parabola
letteraria di Trifonov sembra quasi l'aperitivo della tragedia reale della Ginzburg e di tanti altri. La Casa sul Lungofiume, "la mole grigia, sembrava sospesa sul vicolo, di mattina copriva il sole e di sera giungevano da lassù le voci della radio e le musiche dei grammofoni. Sembrava che lì in alto si dovesse vivere una vita del tutto diversa da quella vissuta in basso, nella casupola dipinta di giallo come voleva una tradizione secolare".
Il palazzone grigio nelle foto (scattate da me
qualche settimana fa, a parte la foto d'epoca) è uno dei luoghi "letterari" che di più amo di
Mosca, reso celebre dal lungo racconto di Jurij Trifonov, Dom na naberežnoj (La
casa sul lungofiume, Editori Riuniti). Mi è caro per due motivi. Il primo, ovvio,
è perché ho apprezzato molto il libro, un racconto di formazione, un libro sul
peso della memoria. Il protagonista è un mediocre, Glebov, un uomo cinico e
opportunista nell'oscuro periodo storico della Russia che lo vede diventare
adulto, l'epoca staliniana. Un incontro, all’inizio del libro, innesca un
lunghissimo flashback che rivela al
lettore gli altri personaggi e tutte le vicende che hanno ruotato attorno
all'esistenza di Glebov. Ma la memoria ha un peso insostenibile e un
retrogusto fortemente amaro per il protagonista perché rimanda a quel periodo
in cui, con bieco opportunismo, egli ha costruito meschinamente una carriera
accademica cogliendo lo spirito del tempo ma tradendo amici, valori e persino
l'amore. Contraltari di questa sono le storie di sconfitta e i declini degli
altri personaggi, tutti legati alla grande casa
sul lungofiume, l'immenso edificio dove risiedeva l'intelligencija e la classe dirigente dell'epoca, luogo simbolo di
uno status e metafora della scalata sociale che il protagonista sogna e infine riesce
a realizzare, al prezzo avvilenti compromessi con se stesso. Fra gli amici di
Glebov Trifonov rappresenta anche se stesso e la sua famiglia, ennesima vittima
del terribile clima di delazione e di caccia alle streghe che fu il periodo
staliniano.
Adesso questo palazzone sul lungofiume è un complesso di
appartamenti residenziali molto upper
class che comprende un cinema, piscina e un supermercato… in cima troneggia
un gigantesco logo della Mercedes. La zona in cui sorge è tra le più belle
della città: ad un passo dal Cremlino, ad un passo dalla Cattedrale del Cristo
Salvatore (e dalla ulica Precistenka, dove sorgono il Puškin e le casa museo di
Tolstoj), a fianco della vecchia fabbrica della Krasnij Okt’jabr (centro di una bella movida notturna), a poche
centinaia di metri dalla (staraja) Tret’jakovskaja
galereja e da Poljanka, il quartiere dove sorge una delle librerie più
belle e fornite di Mosca, la “dom knigi”Molodaja Gvardija.