19 gennaio 1921
Compagni amici, e compagni avversari; non voglio, non debbo dire nemici.
[...] Compagni, io non toccherò che due note in questo – ripeto –
breve discorso: una nota dottrinale, una nota pratica.
Nella
dottrina, sul terreno dottrinale, io rivendico, noi rivendichiamo
solennemente il nostro diritto di cittadinanza nel socialismo, che è il
comunismo, che non è per noi il socialismo comunista e il comunismo
socialista, perché in queste denominazioni artificiose, ibride,
evidentemente l’aggettivo scredita il sostantivo, e il sostantivo
rinnega l’aggettivo. Il comunismo ebbe due sensi – voi tutti lo sapete –
nella storia del moderno movimento proletario. O fu il comunismo
critico di Engels e di Marx, il comunismo classico, opposto per ragioni
tutte tedesche e transeunte ai falsi socialismi che prevalevano un
quarto di secolo fa, socialismi filantropici falsi, a tutti i socialismi
antirivoluzionari di quel tempo – e tutto questo è superato in
Germania, come in Italia, come dovunque – oppure si chiamò comunismo in
senso ideologico, nella previsione della forma della futura società
socialista, che fosse più in là del collettivismo, che al concetto del
sistema collettivista: «a ciascuno secondo il proprio lavoro, salvo gli
invalidi, i bambini, ecc.», sostituiva il concetto più vasto: «a
ciascuno secondo i propri bisogni» – prendere nel mucchio, come si
diceva sinteticamente – che più che due concetti opposti significavano
due fasi successive di evoluzione. La prima applicabile ad una società
in periodo classico capitalistico, la seconda in una società di
abbondanza, di esuberanza in cui le condizioni sociali permettano il
grande consumo, la grande distribuzione ugualitaria di tutte le
ricchezze. Compagni, questo comunismo, in un senso o nell’altro, questo
comunismo che è il socialismo, può anche espellermi dalle file di un
Partito, ma non mi espellerà mai da sé stesso. Perché io ho detto che
quando si fa testamento si può essere un po’ orgogliosi, perché,
francamente, compagni, è un diritto di anzianità, niente altro, non è un
merito. Questo comunismo, questo socialismo e questo comunismo non solo
noi lo abbiamo imparato negli anni della giovinezza sui testi sacri –
direi quasi – della nostra dottrina, ma lo abbiamo in Italia, per solo
merito di anzianità, ripeto, insegnato alla massa, al Partito nostro, ai
Partiti che precedettero il nostro nella evoluzione del socialismo,
quando questi lo ignoravano, quando lo temevano, quando lo
sospettavano, quando lo avversavano.
Ed è così che io, con pochissimi altri, in un tempo che i giovani non possono ricordare,
abbiamo portato
nella lotta proletaria per la prima volta in Italia – oh! copiammo
dall’estero, più avanzato di noi – la suprema finalità del socialismo:
la conquista del potere da parte del proletariato costituito in Partito
indipendente di classe, questa conquista del potere che il compagno
Terracini ieri – mi pare ieri – enunciava come un segno di distinzione
fra la loro schiera e la nostra, fra il programma antico e quello
tutto nuovo, anzi, come egli ci confessò onestamente, tutt’ora in
faticosa elaborazione, e che però egli vorrebbe sostituire in blocco al
vecchio e glorioso programma del Partito socialista. Io posso dunque
amichevolmente sorridere di questa novità e di questa scoperta, che
furono l’anima della nostra intelligenza e della nostra vita da che
cominciammo a pensare. Non è questo che ci distingue oggi. Ciò che ci
distingue non è la generale ideologia socialista, la questione dei
fini, e neppure quella dei mezzi, ma una pura e semplice valutazione
della maturità delle cose e del proletariato a prendere determinate
posizioni in un dato momento; è unicamente la valutazione della
convenienza di determinati mezzi episodici della lotta. La violenza, che
per noi non è un programma, non può e non deve essere un programma, che
alcuni accettano in toto e vogliono organizzare e preparare – i
cosiddetti comunisti puri, chiamateli come volete – che altri accettano a
mezzo, guadagnando tutte le conseguenze dannose e nessun utile che la
violenza potrebbe per avventura, nella mente di quegli altri, contenere
in sé, noi, come programma, la rifiutiamo. La dittatura del
proletariato, per noi, o è dittatura di minoranza, e allora è
imprescindibilmente dispotismo tirannico, o è dittatura di maggioranza,
ed è un vero non senso, perché la maggioranza non è dittatura, è la
volontà del popolo, è la volontà sovrana. E da ultimo, altro segno di
distinzione, il proposito della costrizione del pensiero all’interno del
Partito, la persecuzione dell’eresia, da cui nasciamo; nostra madre, o
figliuoli, o fratelli carissimi, come direbbe un predicatore, (ilarità),
la persecuzione della eresia nell’interno del Partito, che fu l’origine
e la vita stessa del Partito, la sua forza rinnovatrice ad ogni
istante, la garanzia che esso possa lottare contro tutte le forze
intellettuali e materiali che gli si parano di fronte. Tutte forme
queste – violenza, culto della violenza, dittatura del proletariato,
persecuzione dell’eresia – che si risolvono in una sola: nel culto della
violenza interna, dirò così, e esterna, e che hanno un solo presupposto
– semplifichiamo la questione nella quale è il vero punto di ogni
divergenza – e cioè quello – che per noi è l’illusione – che la
rivoluzione sociale, intendiamoci, non una rivoluzione politica, che
abate e cambia sistema, sia il fatto volontario di un giorno o di un
mese o di qualche mese, sia l’improvviso alzarsi di un sipario, il
calare di uno scenario nuovo, sia il domani di un post-domani di un
calendario, mentre il fatto di ieri, di oggi, di sempre, che esce dalle
viscere stesse della società capitalistica, di cui noi creiamo soltanto
la consapevolezza, che noi possiamo soltanto agevolare nei molteplici
adattamenti della vita politica, ma non possiamo né creare, né
apprestare, né precipitare, che dura da decenni, che si avvererà tanto
più presto quanto meno lo sforzo della violenza, quanto meno il culto
della violenza provocante, bruta, prematura, e quindi destinata al
fallimento, esasperando resistenze avversarie e provocando reazioni e
contro rivoluzioni, le ritarderanno il cammino e l’obbligheranno di
ritornare su se stessa. Onde è che per noi la via vera, quella
dell’evoluzione, è la più breve. Ed è per questo concetto fondamentale,
che il concetto praticato ed accettato da noi, sinceramente, con tutta
la devozione, la dedizione e l’umiliazione del nostro particolare
concetto, il concetto della sottomissione alle deliberazioni del
Partito, del nostro appartarci quando non possiamo cooperare, per dovere
di coscienza, ma non vogliamo attraversare, concetto con cui il
compagno Serrati chiudeva poche ore fa il suo discorso, formidabile
discorso, questo concetto di disciplina nel l’azione con la libertà del
pensiero, della discussione e della critica, noi lo accettiamo
sinceramente, ma dovrà essere accettato e considerato con un certo grano
di sale. Perché, quando comincia l’azione a cui è applicabile la
disciplina, e quando finisce? Per chi ha il concetto che l’azione
rivoluzionaria sia l’azione di un’ora o di un anno, questo obbligo, a
chi non è in quel determinato ordine di idee e che diversificasse nei
metodi, di appartarsi, di non parlare, di essere silenzioso nel momento
del combattimento vero e proprio non si discute e non si fa della
critica, è evidente. Ma chi pensa, come noi pensiamo, che questa
rivoluzione vi sia già, che procede per lente conquiste, che dura dei
decenni, allora, amico Serrati, allora qui tu per il primo comprenderai
che questa massima deve essere accettata con molta considerazione,
perché quando questo movimento dura decenni, chi rinunzia alla parola ed
al pensiero, non alla solidarietà ad una determinata azione nel momento
che si svolge, evidentemente rinnegherebbe se stesso.
Non credo che
abbiate piacere di avere dei rinnegati tra di voi, e sarebbe il maggiore
tradimento che si farebbe al Partito, e, più che al Partito, alla
propria vanità, al proprio interesse, alla propria situazione. Questo
culto della violenza, che è agli inizi di tutti i Partiti nuovi, che è
lo strascico di vecchie mentalità blanquiste, insaziate, che sembrano
sempre tramontate e che risorgono sempre nella vita dei nostri
proletari, che il socialismo disperde ed annulla, che la mentalità di
guerra – non ne fu la causa unica – ha rinvigorito, per ragioni
intuitive e da tutti ammesse, questo culto della violenza non è che un
fiore di serra, effimero, che dovrà presto morire. La violenza è propria
del capitalismo e delle minoranze che intendono imporsi e schiacciare
le maggioranze, e non può essere il principio delle maggioranze che
vogliono e possono, con le armi intellettuali, redimersi ed imporsi. La
violenza è il contrapposto della forza, la violenza è anche la paura, la
poca fede nell’idea, la paura delle idee altrui, il rinnegamento della
propria idea. E rimane tale anche se trionfa per un’ora, se per un’ora
sembra trionfare, seminando dietro di sé la reazione della
insopprimibile libertà della coscienza umana, che diventa
controrivoluzione, che diventa vittoria, ad un punto dato, dei comuni
nemici. Questo avvenne sempre nella storia. Si potrebbe citare il
cristiane simo, che fu un’enorme espansione di una idea: una forza che
diventò misera, falsa, traditrice, ipocrita, nulla, impotente quando si
appoggiò ai troni, alle armi, a tutte le forze della violenza. Ma,
soprattutto, questa è verità profonda, che voi riconoscerete un giorno:
in regime di suffragio universale, ancora non saputo adoperare, ancora
incosciente, che dovremmo rendere cosciente, ma che vuol dire: «siete i
sovrani, i dominatori», potete fare tutto quello che volete, senza
versare una stilla di sangue umano, vostro ed altrui, se con la
violenza, che desta la reazione, non metterete il mondo intero contro di
voi. Ecco il punto del nostro solo, del nostro vero dissenso, che fu di
ieri, che è di oggi, che è di sempre, contro il quale sempre
insorgemmo. E al compagno Terracini, che ci ha detto qui ieri, come per
coglierci in contraddizione, che se vi è qualcuno che non ha mai fatto
appello alla violenza più pazza, tra noi, quegli getti la prima pietra,
ebben dico francamente: «compagno Terracini, quel qualcuno eccolo qui!».
Purtroppo a noi può dolere, profondamente dolere, che la vita sia
diversa da quella che vorremmo, che questa fioritura di socialismo di
guerra ci devii, ci divida, ci faccia abbandonare il più rapido
raggiungimento della meta a cui aneliamo insieme, ci faccia perdere
degli anni preziosi, in cui, facendo forza sulle enormi delusioni della
guerra e del dopo guerra, noi avremmo potuto fare avere al proletariato
vantaggi enormi, conquiste relativamente rapide e sicure, che noi invece
sacrifichiamo alle nostre divisioni ed alle nostre impazienze. Sì, noi
lottiamo troppo contro noi stessi, noi lavoriamo troppo spesso per i
nostri nemici: noi creiamo la reazione, creiamo il fascismo, creiamo il
Partito popolare, intimidendo, intimorendo oltre misura, proclamando con
una suprema ingenuità, anche dal punto di vista cospiratorio, la
preparazione dell’azione ultima, vuotando del suo contenuto quell’azione
parlamentare, che non è l’azione di pochi uomini al di sopra degli
uomini, ma che dovrebbe essere la più alta efflorescenza dell’azione
comune di tutto il Partito entro i quadri nazionali, e, per accordi
reciproci, anche dentro il grande quadro internazionale, che dovrebbe es
sere appunto la più alta efflorescenza del pensiero e dell’azione,
dell’intero Partito, oggi, della intera classe, domani. Noi creiamo la
controrivoluzione, e, amici miei, non sempre vi sarà possibile servirvi
dell’ombrello Turati. Ma bisogna rassegnarsi al destino, le vie della
storia sono piene di cadute e di asprezze, il nostro dovere è di
abbreviare quanto più sia possibile il cammino del divenire del
proletariato, pronti sempre a mostrargli il pericolo al quale anche per
un involontario tradimento dei suoi interessi potrebbe essere esposto, e
questo noi lo faremo sdegnosi di ogni popolarità di popolo o di
Partito, sicuri nella incrollabile corazza della nostra coscienza di
uomini e di compagni. E questo lo abbiamo fatto, lo facciamo, lo faremo
assieme con voi, lo faremo anche se fossimo per un momento, per un’ora,
per un anno, per quanto tempo sarà necessario, separati da voi o da una
parte di voi, questo, lo faremo sempre, perché è l’imperativo categorico
della nostra coscienza, la ragione stessa della nostra dignità di vita!
Noi siamo figli del Manifesto del 1848. Tutti! Soltanto noi siamo i
figli di quel Manifesto, che accettiamo come una cosa che non si accetta
come un dogma religioso, ma nel suo spirito, ponendolo nel suo tempo,
integrandolo colle revisioni, i perfezionamenti, gli sviluppi che i
tempi consigliano e che gli stessi autori e i più autorizzati interpreti
del loro pensiero hanno solennemente consacrato nella dottrina. Io
citai a Bologna la celebre prefazione alle «Lotte di classe in Francia»
di Marx, prefazione del suo continuatore più autorizzato, del suo, non
dico braccio destro, ma cervello destro, di Federico Engels, in cui,
dopo quasi mezzo secolo dal «Manifesto dei comunisti», se ne faceva dai
più autentici interpreti la revisione confessando come, non per gioventù
di uomini, ma per la giovinezza del Partito nel tempo essi avessero
sopravalutata la possibilità insurrezionale, avessero creduto a ciò che
non volevano più. E la potete vedere, questa citazione, negli opuscoli
che l’hanno diffusa: è una vera sconfessione del culto della violenza;
ed essi confessano che si erano ingannati, che la storia li ha
completamente smentiti, e che essa dimostra come le classi che detengono
il potere hanno più paura dell’azione legale del proletariato che
dell’azione illegale e dell’insurrezione. La légalité nous tue. Per cui
essi ci provocano sulle piazze, dove sanno che saremo sconfitti, mentre
sanno che nell’esercizio dei mezzi legali essi stessi dovranno rompere
la legalità, non noi, la legalità che li uccide, veramente,
definitivamente. E si potrebbero, se volessi farvi un lungo discorso, ma
non ne ho l’intenzione, e passo subito al secondo punto della mia breve
concione, si potrebbero citare altri punti. Non guardiamo una frase di
un discorso, di un opuscolo, dobbiamo studiare, e i giovani anche,
dobbiamo guardare l’insieme del pensiero marxista, cercare nelle sue
monografie, ed allora, leggiamo nella «Guerra civile in Francia»,
scritta dopo il 1870, leggiamo cosa egli dice quando dichiara che i
lavoratori della Comune sapevano che, per raggiungere la loro
emancipazione, per raggiungere le forme superiori della società cui
tendevano dovevano sostenere delle lunghe lotte ed attraversare una
serie di fasi storiche successive che avrebbero tra sformato a poco a
poco le circostanze e gli uomini, dovevano liberare gli elementi che la
vecchia società tiene nel suo seno, per concludere con la derisione
delle congiure, col beffeggiare questa borghesia di allora – forse
ancora di oggi – che immagina l’Internazionale dei lavoratori come una
società segreta di congiure e di complotti, mentre è l’associazione di
tutti quanti i grandi interessi umani che si uniscono per la storia
nuova. Leggete i «Fondamenti del comunismo» di Engels, dove si annuncia
come la sopravvalutazione del grado di maturità per la rivoluzione – in
quel senso: la insurrezione di un giorno – sia il difetto di tutti i
Partiti, anche il loro difetto, di Engels e di Marx, per le concessioni
che dovettero fare i Partiti dal momento che la giovinezza del loro
spirito, ecc., e come la storia li abbia smentiti, richiamandoli a
inoculare al proletariato la necessità di quella lotta dura, continua,
che dopo una conquista ne assicura un’altra, e poi un’altra e solo nei
decenni finalmente trionfa.
Non voglio fare altre citazioni – se ne
potrebbero fare a migliaia – ma non è con delle citazioni che si
modifica l’abito mentale di chi ha fatto uno studio per proprio conto.
Baldesi citava un discorso di Marx ad Amsterdam, nel 1874, in cui
ripeteva le stesse cose. I libri di Marx e di Engels sono pieni dello
stesso concetto: la profezia, la modifica nella successiva edizione.
Tutti i Partiti giovani sono caduti nello stesso errore, rovinando così
la causa che pretendono di servire, il che vi dimostra che noi abbiamo
qualche ragione di ritenerci gli eredi più fedeli del marxismo più puro e
più completo. Il culto di qualche frase, la famosa violenza che fa
tutto nella storia, e via via, parole da comizio, che per accidia
intellettuale si affacciano al cervello dei meno colti, che per loro
sono come le chiavi che aprono tutti i chiavistelli della storia, e
velano il vero fondo della dottrina. Quel culto delle frasi isolate, dei
periodi isolati, per cui Marx dichiarava volentieri e spesso – lui di
non essere marxista, come io – uomo di cento cubiti più sotto, si
capisce – ho avuto tante volte, di fronte a certi pettegoli, da
dichiarare che non sono punto turatiano. Perché nessuna formula, fossero
anche i 21 punti di Mosca, nessuna formula scritta ci dispensa
dall’avere un cervello pensante, sostituendosi all’azione del cervello
che, al cimento dei fatti che mutano, si serve bensì di certe leggi
intellettuali, di certi punti di orientamento acquisiti, ma modifica
continuamente le proprie vedute a seconda del le necessita della storia e
dell’ora. E vengo, e sarò più breve, al secondo ed ultimo punto della
mia dichiarazione di voto: la nota pratica sul terreno pratico.
Consentite ancora alla vecchiaia – amici, ho quasi quaranta anni di
milizia e di propaganda – di affermarvi un’altra convinzione, che se la
parola non fosse lievemente ridicola, potrei anche dire una profezia.
Una profezia tanto facile che per me è di assoluta certezza, perché
vale a compensarmi anche quando l’asprezza dei vostri contrasti mi
amareggia e mi produce quel profondo dolore che tutti quelli che hanno
veramente amato il Partito sentono. Ad ogni modo io vi faccio questa
profezia da Barbanera, perché, se tra qualche anno la troverete
smentita, avrete la gioia di poter dire che ero, non un bagolone, ma
certamente un illuso. Tra qualche anno, io non sarò forse più qui, non
sarò forse più al mondo, voi constaterete se questo si sia avverato.
Questo culto della violenza, che è la fonte di tutti i nostri dissensi,
la nota profonda, vera, unica del nostro dissenso, questa possibilità
del miracolo, della violenza fisica, esterna, verso le altre classi, interna verso una parte del Partito, della violenza fisica e della
violenza morale, perché vi è anche una forma di violenza morale che è
perfettamente antipedagogica e dannosa allo scopo: la violenza
morale che vuole precipitare le cose al di là del possibile, che vuole
violentare le mentalità che non hanno trovato nelle circostanze
esteriori – perché dalle cose nascono le idee – la possibilità di usare
in dati momenti la violenza, che vuole far camminare il mondo sulla
propria testa (secondo la frase con cui Marx definiva la filosofia di
Hegel) mentre il grande vanto di Marx è stato di rimettere il mondo sui
propri piedi, vi è anche una violenza morale, e il comunismo di Marx e
di Engels è la negazione di tutte queste violenze in tutto il mondo,
tutto questo tra qualche anno non potrà più esistere. Ma per fermarci
all’Italia, che, come evoluzione economica sta tra mezzo a quello che fu
la Germania ed a quello che è ancora la Russia, sta come un secolo di
mezzo fra due secoli, o anche fra due ere, un medioevo di un evo che per
noi è ancora futuro, per fermarci all’Italia, la storia dei nostri
Congressi, che riassume in qualche punto, simboleggia le varie fasi di
pensiero per cui il Partito è passato – oh! vi darò un consiglio che vi
farà ridere, ma a torto lo fareste storia che è magnifica men te
riassunta in un articolo contenuto nel numero di dicembre della «Nuova
Antologia» scritto da un nostro avversario, Filippo Meda, con una
comprensione storica quale difficilmente noi avremmo avuto – leggetelo
quell’articolo – la storia dei nostri Congressi dimostra che la lotta di
oggi acuita dalla guerra, inasprita dalle conseguenze della guerra è la
lotta che è stata sempre combattuta, e nella quale il culto della
violenza rinasce, fu smantellato, demolito, torna a rinascere in varie
truccature a seconda del momento e delle circostanze, ma è sempre
l’unica lotta che si è combattuta e nella quale sempre il socialismo
antico, quello classico, il socialismo che crea le coscienze, le
organizzazioni, gli organismi, venuti a poco a poco, per acquisizioni
successive, è sempre stato il vincitore, pure avendo l’indomani a
combattere la stessa lotta.
[...] La lotta sarà
questa volta più dura, lenta, ma sarà lo stesso l’effetto, e fra qualche
anno quando anche mito russo, che avete torto di confondere con la
rivoluzione russa, cui applaudo con tutto il cuore quando il mito,
quello che è di religioso nei vostri animi, il mito bolscevico, sarà
evaporato, quando il bolscevismo attuale o avrà fatto fallimento o sarà
trasformato dalla forza delle cose, la nostra vittoria verrà. Quando
sotto le lezioni dell’esperienza, e speriamo che non sia troppo dura per
l’Italia e non debbano versarsi quei torrenti sanguinosi che si
versarono in Ungheria, quando sotto la lezione delle cose voi avrete
inteso più che non abbiate inteso ora; quando le vostre affermazioni di
oggi saranno da voi stessi onestamente abbandonate e sconfessate; e i
Consigli degli operai e dei contadini, a cui non si aggiungono i soldati
non so perché, dovranno pur cedere il passo a quel grande Parlamento
proletario in cui sarà riassunta tutta la forza intellettuale, politica e
tecnica di tutto il proletariato italiano alleato al proletariato di
tutto il mondo, solo allora avrete inteso come il fenomeno russo sia un
grande fenomeno storico, ma non nel solo aspetto, forse il più
caduco, il meno vitale che voi considerate vedendone l’applicazione
puramente tecnica e meccanica, che non sarà possibile e che se poi è
possibile ci ricondurrebbe al medioevo, avrete capito – intelligenti
come voi siete – che la forza del bolscevismo russo è in un nazionalismo
russo che avrà una grande influenza nella storia del mondo come
opposizione all’imperialismo dell’Intesa, ma che è pur sempre una forma
di nazionalismo orientale che è conseguenza della necessità statale di
trasformare o perire e si aggrappa a noi, al Partito socialista italiano
(non si meravigli Serrati se ci domanda di più di quanto non oserebbe
domandare all’Inghilterra od alla Francia) si aggrappa a noi disperatamente per salvare se stesso, che non possiamo seguire ciecamente perché
diventeremmo gli strumenti di quel nazionalismo orientale che avrà,
ripeto, anche esso la sua grande funzione nella storia del mondo, aprirà
l’Oriente alla vita civile e chiamerà la Cina, il Giappone, l’Asia
Minore le vecchie razze che sono negli ipogei della storia, alla vita
della storia, ma non si può sostituire, né distruggere, né imporre alla
Internazionale Maggiore dei popoli più evoluti nel cammino della storia.
Il nucleo solito quindi – con questo finisco – che rimane di tutte
queste lotte, che sono sempre le stesse nelle diverse forme transitorie e
caduche, il nucleo solido è nell’azione. Nell’azione che non è
l’illusione, che non è il miracolo, la rivoluzione in un giorno o in un
anno, ma è la abilitazione progressiva, faticosa, misera, per successive
graduali conquiste, obiettive e soggettive, nelle cose e nelle teste,
della maturità proletaria a subentrare nella gestione sociale:
sindacati, cooperative, potere comunale, parlamentare, cultura, tutta la
gamma, questo è il socialismo che diviene! E non diviene per altre vie:
ogni scorciatoia non fa che allungare la strada; la via lunga è la sola
breve. E l’azione è la grande pacificatrice, è la grande unificatrice;
essa creerà l’unità di fatto, che noi non troviamo nelle formule, che
non troveremo mai nelle parole né negli ordini del giorno, per quanto
abilmente ponzati con dosature farmaceutiche di fraterno opportunismo.
Azione perenne, azione fatale, prima e dopo quella tale rivoluzione che
si avvera sempre, nella quale siamo dentro, perché essa stessa, questa
azione è la rivoluzione. Azione pacificatrice e unificatrice; non è a
caso che in talune plaghe dove l’azione è più rudimentale,
l’organizzazione è una speranza, dove non si riesce a mettere assieme
una lega di cinquanta individui, non per colpa degli uomini, ma per
situazione arre trata economica dell’industria, della civiltà, ecc. – mi
pare che l’affermasse Bordiga stesso questa mattina scambiando le
rivoluzioni politiche con quelle sociali – non è a caso che proprio in
quelle plaghe dove c’è meno azione, ivi sembra che l’estremismo trovi
spesso più facile la via, mentre dove avete già un’azione di masse
coscienti, dove più impera la Confederazione Generale del Lavoro, ivi
trovate la maggiore resistenza, per le necessità organiche di questo
movimento che non riuscirete a placare con ordini del giorno né con
imposizioni, perché nasce dalle viscere stesse del movimento e dalle sue
necessità storiche fatali. Ond’è che quando avrete fatto il Partito
comunista, quando avrete – e non mi pare che ancora vi ci si avvii molto
rapidamente – impiantato i Soviety in Italia, se vorrete fare qualche
cosa che sia rivoluzionaria davvero, che rimanga come elemento di
civiltà nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto, ma dopo ci
verrete, perché siete onesti, con convinzione, a percorrere
completamente la nostra via, a percorrere la via dei socialtraditori, e
questo lo dovrete fare perché questo è il socialismo che è solo
immortale, che è solo quello che veramente rimane di vitale in tutte
queste nostre beghe e diatribe. Dovete fare questa azione graduale, e
dovendo fare questa azione, che non può essere che quella, non ce n’è
altre e tutto il resto è clamore, è sangue, è orrore, è reazione, è
delusione, dovendo fare questa opera voi dovrete poi anche fare da oggi
un’opera di ricostruzione sociale. Io sono già imputato, e dovrei essere
oggi alla sbarra, con le guardie rosse accanto, di un discorso
pronunziato alla Camera il 20 giugno: «Rifare l’Italia», in cui cercavo
di delineare, come lo penso io, il programma di ricostruzione sociale
del nostro paese, perché abbiamo parecchio da fare nel nostro paese.
Leggetelo.
Probabilmente non lo avete letto ed avete fatto male! Leggetelo e
vedrete altre profezie e vi accorgerete che questo corpo di reato è il
comune programma. Voi temete oggi di costruire per la borghesia.
Preferite lasciar crollare la casa comune al conquistarla per voi. Fate
vostro il «tanto peggio tanto meglio» degli anarchici. Credete o sperate
che dalla miseria crescente possa nascere la rivendicazione sociale:
non nascono che le guardie regie e il fascismo, la miseria, l’ignoranza,
lo sfacelo. Voi non intendete ancora che questa rivoluzione, fatta dal
proletariato con criteri proletari, sarà il maggior passo, il maggior
slancio, il maggior fondamento per la rivoluzione proletaria completa di
un giorno. E allora, in quel giorno, noi trionferemo insieme! Io forse
non vedrò quel giorno. Troppa gente nuova è venuta per forza di cose,
che renderà più aspra e difficile la nostra via, ma indubbiamente si
trionferà in quella via; maggioranza, minoranza, non conta niente, non
si tratta di numeri, frazione scacciata o frazione tenuta, alleanza di
frazione o non, collaborazione di frazioni o non, fortuna di uomini
scacciati via o tenuti, tutto questo è ridicolo di fronte alle necessità
della storia, tutto questo non ha importanza, ciò che ha importanza è
la forza operante, per cui io vissi, nella cui fede onestamente morrò,
con voi o senza di voi, uguale sempre a me stesso, e combattendo io
resto, e credo nel suo trionfo, con voi, perché questa forza operante è
il socialismo.
Ebbene: Viva il socialismo!