Visualizzazione post con etichetta nazionalismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nazionalismo. Mostra tutti i post

venerdì 12 dicembre 2025

Palestina e Israele al dunque

 

Rashid Khalidi
Bruno Montesano
Per la pace, guardarsi con gli occhi dell'altro

il manifesto, 12 dicembre 2025 

Smarcarsi dal «gioco a somma zero» degli opposti – pur se asimmetrici – identitarismi. In questa prospettiva si collocano tanto il volume di Claudio Vercelli, Storia del conflitto israelo-palestinese (Laterza, pp. 280, euro 19), quanto Fondato sulla sabbia. Un viaggio nel futuro di Israele (Garzanti, pp. 176, euro 18) di Anna Momigliano. «Israele non è il Sudafrica, né l’Algeria o il Vietnam»: Momigliano conclude il primo capitolo del suo lavoro con le parole di Edward Said. Insieme al racconto della necessità della coesistenza, il cuore del libro è questo.

Gli ebrei che vivono in Israele per il 45 per cento sono di origine mediorientale, a causa dell’espulsione e della fuga da Marocco, Yemen, Egitto, Libia, Iraq, Turchia e Tunisia tra gli anni ’50 e ’60 di almeno 650mila persone. Said sosteneva che gli ebrei non siano coloni qualsiasi, dal momento che hanno patito la Shoah e subito l’antisemitismo. Una simile consapevolezza attraversa anche Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza di Rashid Khalidi (Laterza, pp. 416, euro 24). Khalidi, infatti, ricorda che la violenza non è uno strumento efficace contro una comunità storicamente perseguitata. Momigliano racconta bene la spirale di disumanizzazione del nemico in cui gli ebrei israeliani sono sprofondati negli ultimi trent’anni, con la sinistra che ha accantonato il progetto di una pace con i palestinesi.

Spiega inoltre che gli ebrei israeliani non hanno un’altra casa dove andare (in tal senso non assomigliano ai pieds noirs in Algeria): solo il 19 per cento sono nati altrove – numeri simili si osservano in Svizzera, mentre in Australia sono il 29 per cento e in Lussemburgo quasi il 50 per cento. Momigliano, provocatoriamente, nota che non è comune mettere in dubbio l’identità di cittadini di altre nazioni fondate sul «colonialismo di insediamento» – ossia in cui dei coloni si siano sostituiti, uccidendo, espellendo o integrando in modo subalterno la popolazione nativa -, come il Canada o gli Stati Uniti. 

INSOMMA, contro ideali di purezza etnica da restaurare, Momigliano racconta il punto di vista di alcuni palestinesi israeliani come Rula Daoud, copresidente di Standing Together – organizzazione di ebrei israeliani e palestinesi, che si batte contro apartheid e pulizia etnica -, o del coraggioso deputato comunista Ayman Oded. O, ancora, di due podcaster, Amira Ahmad e Ibrahim Abu Ahmad, che affermano di essere i soli ad avere «la capacità di vedere le cose da due prospettive diverse», quella israeliana e quella palestinese. A fine Ottocento, il sociologo W.E.B. Du Bois, in relazione all’esperienza afro-americana, chiamava questa ricchezza «doppia coscienza» – «il guardarsi sempre attraverso gli occhi degli altri».

È SULLA BASE di una simile sensibilità che sono sorte riflessioni come quelle di Bashir Bashir e Amos Goldberg (Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma, Zikkaron, pp. 464, euro 24), nonché sullo stato binazionale su cui ragionano tanto palestinesi quanto alcuni ebrei israeliani. Ancora Said, citato da Momigliano: «Se però non facciamo il collegamento che la tragedia degli ebrei ha portato alla catastrofe palestinese per – diciamo – ‘necessità’ (piuttosto che per semplice volontà), sarà impossibile che riusciamo a coesistere come comunità differenti».

Oggi, il fatto che la maggioranza degli ebrei israeliani non riconosca che nemmeno i palestinesi hanno un altro luogo dove andare rispetto a quello distrutto dalle loro bombe e frammentato con muri e checkpoint rende queste prospettive estremamente difficili. Claudio Vercelli, nella sua ricostruzione storica, mette in guardia contro il rischio che l’eccesso identitario degeneri in «pulizia etnica» – ombra permanente di ogni nazionalismo e realtà a Gaza -, ossia la messa in discussione dell’esistenza di una delle due comunità, ebrei e palestinesi. Lo storico, oltre alla strategia omicida di Netanyahu, denuncia l’ontologizzazione negativa di Israele, schiacciata sulla sua classe dirigente razzista – che pure è arrivata dove è per via elettorale.

Ad ogni modo, troppo spesso Israele viene estratta dal secolo terribile della violenza nazionalista e astratta ad unicum, incarnazione singolare ed unica di un «surplus di ferocia» che viene raccontato anche attraverso il ricorso a elementi dell’archivio antiebraico. Dopo due anni di genocidio, la violenza israeliana è sufficientemente terribile di per sé, senza che sia necessario ricorrere a iperboli o fabbricazioni complottiste. Vercelli quindi afferma che Israele raccoglie in sé, «nel suo particolarismo, aspetti ben più generali di tutta la vicenda politica novecentesca», come l’intersezione tra decolonizzazione e colonialismo di insediamento – il sionismo è stato tanto un movimento di liberazione nazionale contro gli inglesi, quanto una forza coloniale contro i palestinesi. 

LO STORICO, INOLTRE, insiste nel denunciare la pigrizia di alcune categorie interpretative: «l’impossibilità di una negoziazione» tra le due comunità deriva non tanto «dalle differenze di ‘gruppo etnico’, così come dalle culture politiche di riferimento», bensì dagli interessi dei gruppi di potere nella guerra. Ciò che conta non sono le identità nazionali – questa la lezione del volume -, ma le faglie interne che attraversano i due campi, i rapporti di potere, così come le questioni di classe – su cui Vercelli si concentra costantemente -, troppo spesso ignorate in una deriva ultraidentitaria da parte di chi si occupa dell’oppressione dei palestinesi: delle posizioni giustificazioniste di Israele è più facile vedere l’errore e l’orrore.

Vercelli conclude il suo testo affermando che l’«impotenza della comunità internazionale» vada legata al panorama di «destabilizzazioni, unilateralismi, crisi delle istanze e dei soggetti della mediazione, furori bellici, rimandi a identità etnico-razziali». Ciò che è importante evitare è pertanto la nostalgia: Yitzhak Rabin, di cui è recentemente ricorso il trentennale dell’omicidio, è stato sì l’uomo degli accordi di Oslo – ricostruiti criticamente da Momigliano – ma non c’è nulla da rimpiangere del laburismo sionista a cui si ispirava, essendo intrappolato in un progetto volto al mantenimento della maggioranza ebraica che ha portato all’attuale bantustanizzazione della Palestina.

IN RELAZIONE A CIÒ, una stimolante provocazione – non sempre condivisibile – è quella presente in un libro non ancora tradotto in italiano: The No State Solution. A Jewish Manifesto (Yale University Press 2023) di Daniel Boyarin, docente di Berkeley. Per Boyarin, che dialoga creativamente con il pensiero postcoloniale, gli ebrei sono un popolo – contro la nota tesi di Shlomo Sand – e non una religione. Ma questo non vuol dire che debbano avere uno stato proprio. Al contrario, ciò che conta per loro è il Talmud, una «patria portatile» (Heinrich Heine). Nell’ambiente ebraico anglofono stanno uscendo sempre più testi legati ad una prospettiva diasporica, tesi a sganciare l’identità ebraica dalla necessità di uno stato: come quello di Peter Beinart, Essere ebrei dopo la distruzione di Gaza (Baldini Castoldi, pp. 192, euro 20). L’applicazione concreta consiste nel rilancio della prospettiva binazionale, cara a molti intellettuali palestinesi come i già citati Said e Bashir o Raef Zreik. Obiettivo assai lontano, ma tanto più necessario contro piani di pace neocoloniali, come denunciato da un altro sostenitore dell’ipotesi binazionale, Moustafa Barghouti. 

Tutti i libri citati in questa pagina

Claudio Vercelli, «Storia del conflitto israelo-palestinese», Laterza
Anna Momigliano, «Fondato sulla sabbia.
Un viaggio nel futuro di Israele», Garzanti
Rashid Khalidi, «Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza», Laterza
Bashir Bashir, Amos Goldberg, «Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma», Zikkaron
Peter Beinart, «Essere ebrei dopo la distruzione di Gaza», Baldini Castoldi
Daniel Boyarin, «The No State Solution. A Jewish Manifesto», Yale University Press

mercoledì 6 maggio 2015

La religione politica: la nazione, il partito, i fondamenti

Emilio Gentile
Religione politica
Treccani.it
2007









La locuzione religione politica, insieme a espressioni affini quali religione civile, religione laica, religione secolare, spesso usate come sinonimi, è stato adoperato nel corso del 20° sec. per designare varie esperienze di sacralizzazione della politica da parte di movimenti e regimi che hanno adottato un sistema di credenze, espresso attraverso riti e simboli, per formare una coscienza collettiva secondo i principi, i valori e i fini della propria ideologia. La sacralizzazione della politica, di cui la r. p. è una manifestazione, è fenomeno moderno, che si manifesta quando a un'entità politica astratta - la nazione, lo Stato, la 'razza', la classe, il partito - sono attribuite le caratteristiche di un'entità sacra, che diventa oggetto di fede, di culto, di dedizione collettiva, e come tale è collocata al centro di una costellazione di credenze, comandamenti, riti e simboli (Gentile 2001).
Il termine appare fin dal 17° secolo. In un'opera di T. Campanella, Universalis philosophiae seu metaphysicarum rerum juxta propria dogmata, edita nel 1638, la religio politica era riferita all'uso politico della religione, nell'ambito dei rapporti tra il cristianesimo e lo Stato. In questo stesso senso, il termine compare in un'opera sulla funzione e la dimensione politica della religione di D. Clasen, De religione politica, edita nel 1655. Con riferimento alle esperienze moderne di sacralizzazione della politica, le espressioni religione politica e religione civile appaiono quasi contemporaneamente nell'epoca dell'Illuminismo e delle rivoluzioni democratiche del 18° sec., quando la ricerca di una nuova religione del cittadino, indipendente dalle Chiese e dalle religioni tradizionali, era considerata fondamentale per una società basata sul culto del bene comune. Nel 1749, in The proposals relating the education of youth in Pensilvania, B. Franklin sostenne "la necessità di una religione pubblica in funzione della sua pubblica utilità", che doveva essere inculcata nei giovani attraverso l'insegnamento della storia. Fu J.-J. Rousseau, nel Contract social (1762), a proporre l'istituzione di una 'religione civile', come egli la definì, incentrata sull'educazione del cittadino all'amore esclusivo per la patria e al rispetto delle leggi.
La Rivoluzione americana e quella francese furono le prime esperienze storiche di sacralizzazione della politica, attraverso un'interpretazione degli eventi rivoluzionari come l'annuncio di una nuova era di rigenerazione e di salvezza per l'umanità. La nascita degli Stati Uniti fu considerata dagli americani un dono della divina provvidenza, che aveva conferito alla nuova democrazia una missione speciale. Fin dalle origini, il patriottismo americano fu impregnato di una religiosità propriamente politica, che investiva di sacralità le istituzioni e il destino della nazione. Durante la Rivoluzione francese, molti rivoluzionari proposero di istituire una religione civile per celebrare la nazione e insegnare i principi della democrazia. M.-J.-A.-N. Caritat de Condorcet, nel Premier mémoire sur l'instruction publique (1790), dichiarò di essere contrario all'adozione di quella che egli definiva "una sorta di religione politica", perché violava "la libertà nei suoi diritti più sacri con il pretesto di insegnare ad amarli". Nel 1793, in Betrachtungen über die gegenwärtige Lage des Vaterlandes, Ch.M. Wieland scrisse di una 'nuova religione politica' riferendosi ai giacobini e all'esercito rivoluzionario. Quasi mezzo secolo dopo, nel 1838, A. Lincoln auspicò che la venerazione delle leggi diventasse "la religione politica della nazione" e che gli americani d'ogni età, sesso, colore e condizione facessero "incessanti sacrifici sui suoi altari". E nel 1875, nelle Ricordanze della mia vita, L. Settembrini definì la Giovine Italia 'una novella religione politica'.
Nel 19° e nel 20° sec. il nazionalismo fu il più potente fattore di sacralizzazione della politica, cui diede un impulso decisivo la Grande guerra, dalla quale scaturirono le r. p. del fascismo e del nazismo. Il fascismo fu il primo movimento a mostrare pienamente sviluppati, e in maniera esplicita, tutti i caratteri di una r. p., e come tale fu definito dai suoi avversari fin dagli anni Venti. Negli stessi anni, anche il bolscevismo, benché ateo e antireligioso, parve agli occhi degli osservatori stranieri una nuova religione. L'analisi comparativa del bolscevismo, del fascismo e del nazismo, accomunati dal neologismo totalitarismo (il termine totalitario fu inventato dagli antifascisti nel 1923 proprio per definire il fascismo), diede inizio alla elaborazione del concetto di r. p. per interpretare i caratteri comuni di questi nuovi regimi a partito unico sorti da movimenti rivoluzionari: la concezione integralista e dogmatica dell'ideologia, la santificazione del partito, il culto del capo, l'indottrinamento delle masse, i riti e i simboli delle liturgie collettive.
La paternità del concetto di r. p., applicato ai totalitarismi, è attribuita al filosofo austriaco E. Voegelin, che nel 1938 pubblicò un saggio intitolato Die politische Religionen. In realtà, già tre anni prima, lo storico austriaco K. Polanyi aveva analizzato 'la tendenza del nazionalsocialismo a produrre una religione politica' (Christianity 1935). Gli studiosi che negli anni Trenta del 20° sec. maggiormente usarono il concetto di r. p. per definire il totalitarismo furono teologi e uomini di Chiesa sia protestanti sia cattolici, come L. Sturzo, R. Niebuhr, J. Maritain. Il principale elemento comune delle loro interpretazioni era la connessione genetica fra le r. p. e la modernità, la secolarizzazione, la società di massa, il pensiero mitico. Le religioni totalitarie erano manifestazioni neopagane di una politica che aveva ripudiato la religione di Dio, ma era stata poi costretta a inventare nuovi idoli per soddisfare il bisogno di fede delle masse e per legittimare il potere dei nuovi capi. La r. p. era considerata da protestanti e cattolici il culmine di una rivolta contro la religione di Dio, che era iniziata con l'Umanesimo, aveva sacralizzato l'uomo, ed era poi sfociata nella sacralizzazione dello Stato, della nazione e della razza, degradando l'uomo a mero strumento della politica. La natura religiosa del totalitarismo per i cristiani era innanzitutto il problema di uno Stato che pretendeva di controllare tutti gli aspetti della vita, e per questo era inevitabilmente spinto a contrastare la presenza delle Chiese, a distruggerle o a trasformarle in strumenti del proprio dominio. Ma le ambizioni dello Stato totalitario andavano anche oltre, perché si presentava esso stesso come una religione e una Chiesa, perciò il totalitarismo era intrinsecamente incompatibile con la religione cristiana.
Negli anni Trenta e Quaranta, il concetto di r. p., anche nella variante semantica di religione secolare, era acquisito dai principali studiosi del totalitarismo, come R. Aron, F.A. Voigt, A. Cobban, W. Gurian, F. Borkenau, S. Neumann. Per questi studiosi, la r. p. totalitaria era una conseguenza della modernità, connessa alla società di massa, al declino delle religioni tradizionali, al diffondersi dell'irrazionalismo e dell'attivismo, all'espansione del potere burocratico dello Stato, al 'nuovo machiavellismo' (Aron 1946) dei capi e dei partiti totalitari, che utilizzavano l'esigenza di fede delle masse per imporre il proprio dominio.
L'esperienza della r. p. del fascismo e del nazismo si concluse con la Seconda guerra mondiale, mentre la r. p. del comunismo sovietico continuò a essere associata al culto di Stalin fino alla sua morte (1953), per essere poi riadattata dopo il 1956, in seguito alle vicende interne del sistema sovietico (Lane 1981). La r. p. dell'epoca stalinista ebbe imitatori nei nuovi regimi comunisti sorti in Europa orientale, in Asia e in America Latina, dove si riprodussero gli aspetti tipici delle religioni totalitarie, dalla santificazione del partito alla dogmatizzazione dell'ideologia, dal culto del capo all'indottrinamento delle masse. Tuttavia, nonostante il diffondersi di nuove esperienze di sacralizzazione della politica dopo il 1945, dalla fine degli anni Cinquanta alla fine degli anni Ottanta vi fu una sorta di lunga eclissi del concetto di r. p., anche se non mancarono in quel periodo studi importanti sulla sacralizzazione della politica negli Stati del Terzo mondo, oltre che nel nazismo e nel comunismo (Sironneau 1982).
Nello stesso periodo ci fu negli Stati Uniti un risveglio di interesse per il tema della religione civile, soprattutto dopo il 1967, in seguito a un articolo del sociologo delle religioni R.N. Bellah che dimostrava l'esistenza di una religione civile americana autonoma e distinta dalle religioni tradizionali, che conferiva un significato trascendente all'esperienza della nazione statunitense. Per oltre due decenni, sociologi, storici, filosofi, teologi, scienziati politici discussero animatamente dell'esistenza o meno di una religione civile americana, anche se il fenomeno che Bellah aveva descritto mutuando il concetto di Rousseau era stato già osservato da altri studiosi statunitensi, che lo avevano definito con altre espressioni, come religione civica, religione pubblica o religione della Repubblica. La guerra del Vietnam e la fine ingloriosa della presidenza Nixon influirono notevolmente sul modo di trattare il problema della religione civile. La controversia era fra chi considerava la religione civile un fattore di coesione nazionale e uno strumento di educazione civica e morale, e chi invece la considerava una pericolosa mescolanza di religione e di nazionalismo. Lo stesso Bellah affermò, nel 1975, che la religione civile come egli la intendeva - ossia quale interpretazione dell'esperienza statunitense alla luce di valori religiosi trascendenti e non come culto nazionalistico - era divenuta un guscio vuoto e rotto; alcuni anni dopo dichiarò di aver rinunciato persino ad avvalersi del concetto di religione civile. Negli anni successivi il dibattito sulla religione civile americana proseguì con ricerche specifiche indirizzate a studiare le diverse manifestazioni della dimensione religiosa della politica nella storia e nella società statunitensi. Nella scia del dibattito sul caso americano, il concetto di religione civile fu utilizzato per indagare un fenomeno analogo in altri Paesi: in Europa, Africa, Asia, America Latina, Australia. Alla fine degli anni Ottanta, tuttavia, il dibattito sulla religione civile americana pareva esaurito. Tuttavia la religione civile non era affatto scomparsa dalla politica statunitense. Non solo essa continuò a essere oggetto di studio negli anni successivi, talvolta definita come r. p., ma tornò improvvisamente di attualità dopo l'attentato terroristico dell'11 settembre 2001, con il risveglio del patriottismo statunitense e le reazioni provocate dalla retorica religiosa del presidente G.W. Bush (Gentile 2006).
Dall'inizio degli anni Novanta, si manifestò un risveglio di interesse anche verso il tema della r. p., suscitato dalla ripresa degli studi sulla sacralizzazione della politica nel fascismo (Gentile 1993). Inoltre, dopo la fine del sistema sovietico, il rinnovato interesse per il tema del totalitarismo diede nuovo impulso agli studi sulle r. p. del nazismo e del comunismo. La nuova e più feconda stagione di ricerche sul problema della r. p., dall'inizio degli anni Novanta, ha contribuito all'analisi critica del concetto stesso, per meglio definirne il significato, l'area e i limiti di applicazione. L'ampliamento delle ricerche sulle diverse esperienze di sacralizzazione della politica nell'epoca contemporanea ha confermato l'esigenza di una maggiore consapevolezza critica nell'elaborazione e nell'applicazione del concetto di r. p., per evitarne un uso generico e indiscriminato, ma nello stesso tempo ha confermato la sua utilità per lo studio di alcuni fenomeni della politica moderna. Occorre innanzitutto osservare come permanga ancora una confusione fra i concetti di religione civile e di r. p., usati indifferentemente per analizzare esperienze di sacralizzazione della politica in contesti storici, culturali, ideologici e politici molto diversi, come la democrazia statunitense, il fascismo, il nazismo, il comunismo. Allo stesso modo, va precisato che la r. p. è fenomeno moderno, e non va confusa con le manifestazioni di sacralizzazione del potere mediante la persona del sovrano tipiche delle società tradizionali. La teocrazia, il culto imperiale romano, il cesaropapismo non sono esempi di religione politica. Allo stesso modo, il problema della r. p. non va confuso con l''estetica della politica' (Mosse 1974, trad. it. 1975). Alcuni studiosi (Lane 1981; Gentile 2001) hanno proposto di definire in modo distinto i concetti di religione civile e di r. p., in quanto manifestazioni differenti di sacralizzazione della politica, per analizzarne differenze e peculiarità in base alla diversa soluzione che offrono al problema del rapporto fra autorità e libertà, e in base al diverso atteggiamento che esprimono nei confronti delle religioni tradizionali. La religione civile rappresenta sì una sacralizzazione di un'entità politica, ma non si identifica in modo esclusivo con un movimento politico, accetta il sistema democratico, convive con le religioni istituzionali tradizionali senza identificarsi con nessuna di esse e fa appello al consenso spontaneo per l'osservanza dei comandamenti dell'etica pubblica. La r. p. costituisce invece una sacralizzazione della politica che ha un carattere esclusivo e integralista: impone l'osservanza dei propri comandamenti e la partecipazione al culto politico, santifica la violenza come legittima arma di lotta contro gli avversari, assume nei confronti delle religioni istituzionali tradizionali un atteggiamento ostile, mirando a eliminarle o, al contrario, cerca di stabilire con esse un rapporto simbiotico per incorporarle nel proprio sistema di credenze e di miti, riservando a esse una funzione subordinata e ausiliare. Ovviamente, nella realtà storica questa distinzione analitica non è così netta e precisa, né esclude la possibilità che vi siano fra le due elementi comuni. Una religione civile può, in determinate circostanze, tramutarsi in religione politica.
Il problema della r. p. è tuttora aperto. Ciò non solo per motivi teorici, ma anche per effetto delle nuove e spesso tragiche esperienze di simbiosi fra religione e politica che hanno segnato l'inizio del terzo millennio. Il problema della r. p. non riguarda soltanto il totalitarismo: esso è divenuto nuovamente attuale a seguito delle manifestazioni di nazionalismo religioso e di integralismo teocratico, che hanno suscitato nuove riflessioni sui rapporti fra 'politicizzazione della religione' e 'sacralizzazione della politica'. Gli studi sulle r. p. del Novecento avevano contribuito a rimettere in discussione la teoria della secolarizzazione, intesa come processo irreversibile di 'disincantamento del mondo', con la progressiva scomparsa del sacro dalla società moderna. Ciò infatti nella realtà non è accaduto. Invece che alla scomparsa del sacro dalla vita pubblica, si è assistito all'apparizione nelle società moderne, anche in quelle più avanzate, di nuove forme di sacralizzazione della politica, per le quali le categorie di r. p. e di religione civile risultano inadeguate o fuorvianti. È lecito tuttavia domandarsi quali conseguenze possano avere avuto le esperienze di simbiosi fra religione, politica e modernità sulle nuove forme di politicizzazione delle religioni tradizionali, che egualmente tendono a coniugare, in forma integralista, esclusiva e totalizzante, fede e tecnologia, tradizione e modernità, politica e sacro. Non si potrà affrontare in modo consapevole questo problema se prima non si comprenderà quel che è stata effettivamente la r. p. nel 20° secolo.

BIBLIOGRAFIA

Christianity and the social revolution, ed. J. Lewis, K. Polanyi, D.K. Kitchin, London 1935.
R. Aron, L'âge des empires et l'avenir de la France, Paris 1946.
Il pensiero politico nell'età di Lincoln, a cura di O. Barie, Bologna 1962.
R.N. Bellah, Civil religion in America, in Daedalus, 1967, 1, pp. 1-21.
G.L. Mosse, The nationalization of the masses. Political symbolism and mass movements in Germany from the Napoleonic wars through the Third Reich, New York 1974 (trad. it. Bologna 1975).
R.N. Bellah, The broken covenant. American civil religion in time of trial, New York 1975.
C.L. Albanese, Sons of the fathers. The civil religion of the American revolution, Philadelphia 1976.
Ch. Lane, The rites of rulers, Cambridge-New York 1981.
J.-P. Sironneau, Sécularisation et religions politiques, La Haye-Paris-New York 1982.
E. Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell'Italia fascista, Roma-Bari 1993.
Totalitarismus und politische Religionen. Konzepte des Diktaturvergleichs, hrsg. H. Maier, Paderborn 1996.
E. Gentile, Le religioni della politica. Fra democrazie e totalitarismi, Roma-Bari 2001.
E. Gentile, La democrazia di Dio. Nell'era dell'impero e del terrore, Roma-Bari 2006.

-------------------------------------------------------------
 http://opar.unior.it/275/1/Fondamentalismi.pdf



domenica 9 marzo 2014

Filippo Turati a Livorno



19 gennaio 1921


Compagni amici, e compagni avversari; non voglio, non debbo dire nemici.
 [...] Compagni, io non toccherò che due note in questo – ripeto – breve discorso: una nota dottrinale, una nota pratica.

Nella dottrina, sul terreno dottrinale, io rivendico, noi rivendichiamo solennemente il nostro diritto di cittadinanza nel socialismo, che è il comunismo, che non è per noi il socialismo comunista e il comunismo socialista, perché in queste denominazioni artificiose, ibride, evidentemente l’aggettivo scredita il sostantivo, e il sostantivo rinnega l’aggettivo. Il comunismo ebbe due sensi – voi tutti lo sapete – nella storia del moderno movimento proletario. O fu il comunismo critico di Engels e di Marx, il comunismo classico, opposto per ragioni tutte tedesche e transeunte ai falsi socialismi che prevalevano un quarto di secolo fa, socialismi filantropici falsi, a tutti i socialismi antirivoluzionari di quel tempo – e tutto questo è superato in Germania, come in Italia, come dovunque – oppure si chiamò comunismo in senso ideologico, nella previsione della forma della futura società socialista, che fosse più in là del collettivismo, che al concetto del sistema collettivista: «a ciascuno secondo il proprio lavoro, salvo gli invalidi, i bambini, ecc.», sostituiva il concetto più vasto: «a ciascuno secondo i propri bisogni» – prendere nel mucchio, come si diceva sinteticamente – che più che due concetti opposti significavano due fasi successive di evoluzione. La prima applicabile ad una società in periodo classico capitalistico, la seconda in una società di abbondanza, di esuberanza in cui le condizioni sociali permettano il grande consumo, la grande distribuzione ugualitaria di tutte le ricchezze. Compagni, questo comunismo, in un senso o nell’altro, questo comunismo che è il socialismo, può anche espellermi dalle file di un Partito, ma non mi espellerà mai da sé stesso. Perché io ho detto che quando si fa testamento si può essere un po’ orgogliosi, perché, francamente, compagni, è un diritto di anzianità, niente altro, non è un merito. Questo comunismo, questo socialismo e questo comunismo non solo noi lo abbiamo imparato negli anni della giovinezza sui testi sacri – direi quasi – della nostra dottrina, ma lo abbiamo in Italia, per solo merito di anzianità, ripeto, insegnato alla massa, al Partito nostro, ai Partiti che precedettero il nostro nella evoluzione del socialismo, quando questi lo ignoravano, quando lo temevano, quando lo sospettavano, quando lo avversavano.
Ed è così che io, con pochissimi altri, in un tempo che i giovani non possono ricordare,
abbiamo portato nella lotta proletaria per la prima volta in Italia – oh! copiammo dall’estero, più avanzato di noi – la suprema finalità del socialismo: la conquista del potere da parte del proletariato costituito in Partito indipendente di classe, questa conquista del potere che il compagno Terracini ieri – mi pare ieri – enunciava come un segno di distinzione fra la loro schiera e la nostra, fra il programma antico e quello tutto nuovo, anzi, come egli ci confessò onestamente, tutt’ora in faticosa elaborazione, e che però egli vorrebbe sostituire in blocco al vecchio e glorioso programma del Partito socialista. Io posso dunque amichevolmente sorridere di questa novità e di questa scoperta, che furono l’anima della nostra intelligenza e della nostra vita da che cominciammo a pensare. Non è questo che ci distingue oggi. Ciò che ci distingue non è la generale ideologia socialista, la questione dei fini, e neppure quella dei mezzi, ma una pura e semplice valutazione della maturità delle cose e del proletariato a prendere determinate posizioni in un dato momento; è unicamente la valutazione della convenienza di determinati mezzi episodici della lotta. La violenza, che per noi non è un programma, non può e non deve essere un programma, che alcuni accettano in toto e vogliono organizzare e preparare – i cosiddetti comunisti puri, chiamateli come volete – che altri accettano a mezzo, guadagnando tutte le conseguenze dannose e nessun utile che la violenza potrebbe per avventura, nella mente di quegli altri, contenere in sé, noi, come programma, la rifiutiamo. La dittatura del proletariato, per noi, o è dittatura di minoranza, e allora è imprescindibilmente dispotismo tirannico, o è dittatura di maggioranza, ed è un vero non senso, perché la maggioranza non è dittatura, è la volontà del popolo, è la volontà sovrana. E da ultimo, altro segno di distinzione, il proposito della costrizione del pensiero all’interno del Partito, la persecuzione dell’eresia, da cui nasciamo; nostra madre, o figliuoli, o fratelli carissimi, come direbbe un predicatore, (ilarità), la persecuzione della eresia nell’interno del Partito, che fu l’origine e la vita stessa del Partito, la sua forza rinnovatrice ad ogni istante, la garanzia che esso possa lottare contro tutte le forze intellettuali e materiali che gli si parano di fronte. Tutte forme queste – violenza, culto della violenza, dittatura del proletariato, persecuzione dell’eresia – che si risolvono in una sola: nel culto della violenza interna, dirò così, e esterna, e che hanno un solo presupposto – semplifichiamo la questione nella quale è il vero punto di ogni divergenza – e cioè quello – che per noi è l’illusione – che la rivoluzione sociale, intendiamoci, non una rivoluzione politica, che abate e cambia sistema, sia il fatto volontario di un giorno o di un mese o di qualche mese, sia l’improvviso alzarsi di un sipario, il calare di uno scenario nuovo, sia il domani di un post-domani di un calendario, mentre il fatto di ieri, di oggi, di sempre, che esce dalle viscere stesse della società capitalistica, di cui noi creiamo soltanto la consapevolezza, che noi possiamo soltanto agevolare nei molteplici adattamenti della vita politica, ma non possiamo né creare, né apprestare, né precipitare, che dura da decenni, che si avvererà tanto più presto quanto meno lo sforzo della violenza, quanto meno il culto della violenza provocante, bruta, prematura, e quindi destinata al fallimento, esasperando resistenze avversarie e provocando reazioni e contro rivoluzioni, le ritarderanno il cammino e l’obbligheranno di ritornare su se stessa. Onde è che per noi la via vera, quella dell’evoluzione, è la più breve. Ed è per questo concetto fondamentale, che il concetto praticato ed accettato da noi, sinceramente, con tutta la devozione, la dedizione e l’umiliazione del nostro particolare concetto, il concetto della sottomissione alle deliberazioni del Partito, del nostro appartarci quando non possiamo cooperare, per dovere di coscienza, ma non vogliamo attraversare, concetto con cui il compagno Serrati chiudeva poche ore fa il suo discorso, formidabile discorso, questo concetto di disciplina nel l’azione con la libertà del pensiero, della discussione e della critica, noi lo accettiamo sinceramente, ma dovrà essere accettato e considerato con un certo grano di sale. Perché, quando comincia l’azione a cui è applicabile la disciplina, e quando finisce? Per chi ha il concetto che l’azione rivoluzionaria sia l’azione di un’ora o di un anno, questo obbligo, a chi non è in quel determinato ordine di idee e che diversificasse nei metodi, di appartarsi, di non parlare, di essere silenzioso nel momento del combattimento vero e proprio non si discute e non si fa della critica, è evidente. Ma chi pensa, come noi pensiamo, che questa rivoluzione vi sia già, che procede per lente conquiste, che dura dei decenni, allora, amico Serrati, allora qui tu per il primo comprenderai che questa massima deve essere accettata con molta considerazione, perché quando questo movimento dura decenni, chi rinunzia alla parola ed al pensiero, non alla solidarietà ad una determinata azione nel momento che si svolge, evidentemente rinnegherebbe se stesso.
Non credo che abbiate piacere di avere dei rinnegati tra di voi, e sarebbe il maggiore tradimento che si farebbe al Partito, e, più che al Partito, alla propria vanità, al proprio interesse, alla propria situazione. Questo culto della violenza, che è agli inizi di tutti i Partiti nuovi, che è lo strascico di vecchie mentalità blanquiste, insaziate, che sembrano sempre tramontate e che risorgono sempre nella vita dei nostri proletari, che il socialismo disperde ed annulla, che la mentalità di guerra – non ne fu la causa unica – ha rinvigorito, per ragioni intuitive e da tutti ammesse, questo culto della violenza non è che un fiore di serra, effimero, che dovrà presto morire. La violenza è propria del capitalismo e delle minoranze che intendono imporsi e schiacciare le maggioranze, e non può essere il principio delle maggioranze che vogliono e possono, con le armi intellettuali, redimersi ed imporsi. La violenza è il contrapposto della forza, la violenza è anche la paura, la poca fede nell’idea, la paura delle idee altrui, il rinnegamento della propria idea. E rimane tale anche se trionfa per un’ora, se per un’ora sembra trionfare, seminando dietro di sé la reazione della insopprimibile libertà della coscienza umana, che diventa controrivoluzione, che diventa vittoria, ad un punto dato, dei comuni nemici. Questo avvenne sempre nella storia. Si potrebbe citare il cristiane simo, che fu un’enorme espansione di una idea: una forza che diventò misera, falsa, traditrice, ipocrita, nulla, impotente quando si appoggiò ai troni, alle armi, a tutte le forze della violenza. Ma, soprattutto, questa è verità profonda, che voi riconoscerete un giorno: in regime di suffragio universale, ancora non saputo adoperare, ancora incosciente, che dovremmo rendere cosciente, ma che vuol dire: «siete i sovrani, i dominatori», potete fare tutto quello che volete, senza versare una stilla di sangue umano, vostro ed altrui, se con la violenza, che desta la reazione, non metterete il mondo intero contro di voi. Ecco il punto del nostro solo, del nostro vero dissenso, che fu di ieri, che è di oggi, che è di sempre, contro il quale sempre insorgemmo. E al compagno Terracini, che ci ha detto qui ieri, come per coglierci in contraddizione, che se vi è qualcuno che non ha mai fatto appello alla violenza più pazza, tra noi, quegli getti la prima pietra, ebben dico francamente: «compagno Terracini, quel qualcuno eccolo qui!». Purtroppo a noi può dolere, profondamente dolere, che la vita sia diversa da quella che vorremmo, che questa fioritura di socialismo di guerra ci devii, ci divida, ci faccia abbandonare il più rapido raggiungimento della meta a cui aneliamo insieme, ci faccia perdere degli anni preziosi, in cui, facendo forza sulle enormi delusioni della guerra e del dopo guerra, noi avremmo potuto fare avere al proletariato vantaggi enormi, conquiste relativamente rapide e sicure, che noi invece sacrifichiamo alle nostre divisioni ed alle nostre impazienze. Sì, noi lottiamo troppo contro noi stessi, noi lavoriamo troppo spesso per i nostri nemici: noi creiamo la reazione, creiamo il fascismo, creiamo il Partito popolare, intimidendo, intimorendo oltre misura, proclamando con una suprema ingenuità, anche dal punto di vista cospiratorio, la preparazione dell’azione ultima, vuotando del suo contenuto quell’azione parlamentare, che non è l’azione di pochi uomini al di sopra degli uomini, ma che dovrebbe essere la più alta efflorescenza dell’azione comune di tutto il Partito entro i quadri nazionali, e, per accordi reciproci, anche dentro il grande quadro internazionale, che dovrebbe es sere appunto la più alta efflorescenza del pensiero e dell’azione, dell’intero Partito, oggi, della intera classe, domani. Noi creiamo la controrivoluzione, e, amici miei, non sempre vi sarà possibile servirvi dell’ombrello Turati. Ma bisogna rassegnarsi al destino, le vie della storia sono piene di cadute e di asprezze, il nostro dovere è di abbreviare quanto più sia possibile il cammino del divenire del proletariato, pronti sempre a mostrargli il pericolo al quale anche per un involontario tradimento dei suoi interessi potrebbe essere esposto, e questo noi lo faremo sdegnosi di ogni popolarità di popolo o di Partito, sicuri nella incrollabile corazza della nostra coscienza di uomini e di compagni. E questo lo abbiamo fatto, lo facciamo, lo faremo assieme con voi, lo faremo anche se fossimo per un momento, per un’ora, per un anno, per quanto tempo sarà necessario, separati da voi o da una parte di voi, questo, lo faremo sempre, perché è l’imperativo categorico della nostra coscienza, la ragione stessa della nostra dignità di vita! Noi siamo figli del Manifesto del 1848. Tutti! Soltanto noi siamo i figli di quel Manifesto, che accettiamo come una cosa che non si accetta come un dogma religioso, ma nel suo spirito, ponendolo nel suo tempo, integrandolo colle revisioni, i perfezionamenti, gli sviluppi che i tempi consigliano e che gli stessi autori e i più autorizzati interpreti del loro pensiero hanno solennemente consacrato nella dottrina. Io citai a Bologna la celebre prefazione alle «Lotte di classe in Francia» di Marx, prefazione del suo continuatore più autorizzato, del suo, non dico braccio destro, ma cervello destro, di Federico Engels, in cui, dopo quasi mezzo secolo dal «Manifesto dei comunisti», se ne faceva dai più autentici interpreti la revisione confessando come, non per gioventù di uomini, ma per la giovinezza del Partito nel tempo essi avessero sopravalutata la possibilità insurrezionale, avessero creduto a ciò che non volevano più. E la potete vedere, questa citazione, negli opuscoli che l’hanno diffusa: è una vera sconfessione del culto della violenza; ed essi confessano che si erano ingannati, che la storia li ha completamente smentiti, e che essa dimostra come le classi che detengono il potere hanno più paura dell’azione legale del proletariato che dell’azione illegale e dell’insurrezione. La légalité nous tue. Per cui essi ci provocano sulle piazze, dove sanno che saremo sconfitti, mentre sanno che nell’esercizio dei mezzi legali essi stessi dovranno rompere la legalità, non noi, la legalità che li uccide, veramente, definitivamente. E si potrebbero, se volessi farvi un lungo discorso, ma non ne ho l’intenzione, e passo subito al secondo punto della mia breve concione, si potrebbero citare altri punti. Non guardiamo una frase di un discorso, di un opuscolo, dobbiamo studiare, e i giovani anche, dobbiamo guardare l’insieme del pensiero marxista, cercare nelle sue monografie, ed allora, leggiamo nella «Guerra civile in Francia», scritta dopo il 1870, leggiamo cosa egli dice quando dichiara che i lavoratori della Comune sapevano che, per raggiungere la loro emancipazione, per raggiungere le forme superiori della società cui tendevano dovevano sostenere delle lunghe lotte ed attraversare una serie di fasi storiche successive che avrebbero tra sformato a poco a poco le circostanze e gli uomini, dovevano liberare gli elementi che la vecchia società tiene nel suo seno, per concludere con la derisione delle congiure, col beffeggiare questa borghesia di allora – forse ancora di oggi – che immagina l’Internazionale dei lavoratori come una società segreta di congiure e di complotti, mentre è l’associazione di tutti quanti i grandi interessi umani che si uniscono per la storia nuova. Leggete i «Fondamenti del comunismo» di Engels, dove si annuncia come la sopravvalutazione del grado di maturità per la rivoluzione – in quel senso: la insurrezione di un giorno – sia il difetto di tutti i Partiti, anche il loro difetto, di Engels e di Marx, per le concessioni che dovettero fare i Partiti dal momento che la giovinezza del loro spirito, ecc., e come la storia li abbia smentiti, richiamandoli a inoculare al proletariato la necessità di quella lotta dura, continua, che dopo una conquista ne assicura un’altra, e poi un’altra e solo nei decenni finalmente trionfa.
Non voglio fare altre citazioni – se ne potrebbero fare a migliaia – ma non è con delle citazioni che si modifica l’abito mentale di chi ha fatto uno studio per proprio conto. Baldesi citava un discorso di Marx ad Amsterdam, nel 1874, in cui ripeteva le stesse cose. I libri di Marx e di Engels sono pieni dello stesso concetto: la profezia, la modifica nella successiva edizione. Tutti i Partiti giovani sono caduti nello stesso errore, rovinando così la causa che pretendono di servire, il che vi dimostra che noi abbiamo qualche ragione di ritenerci gli eredi più fedeli del marxismo più puro e più completo. Il culto di qualche frase, la famosa violenza che fa tutto nella storia, e via via, parole da comizio, che per accidia intellettuale si affacciano al cervello dei meno colti, che per loro sono come le chiavi che aprono tutti i chiavistelli della storia, e velano il vero fondo della dottrina. Quel culto delle frasi isolate, dei periodi isolati, per cui Marx dichiarava volentieri e spesso – lui di non essere marxista, come io – uomo di cento cubiti più sotto, si capisce – ho avuto tante volte, di fronte a certi pettegoli, da dichiarare che non sono punto turatiano. Perché nessuna formula, fossero anche i 21 punti di Mosca, nessuna formula scritta ci dispensa dall’avere un cervello pensante, sostituendosi all’azione del cervello che, al cimento dei fatti che mutano, si serve bensì di certe leggi intellettuali, di certi punti di orientamento acquisiti, ma modifica continuamente le proprie vedute a seconda del le necessita della storia e dell’ora. E vengo, e sarò più breve, al secondo ed ultimo punto della mia dichiarazione di voto: la nota pratica sul terreno pratico. Consentite ancora alla vecchiaia – amici, ho quasi quaranta anni di milizia e di propaganda – di affermarvi un’altra convinzione, che se la parola non fosse lievemente ridicola, potrei anche dire una profezia. Una profezia tanto facile che per me è di assoluta certezza, perché vale a compensarmi anche quando l’asprezza dei vostri contrasti mi amareggia e mi produce quel profondo dolore che tutti quelli che hanno veramente amato il Partito sentono. Ad ogni modo io vi faccio questa profezia da Barbanera, perché, se tra qualche anno la troverete smentita, avrete la gioia di poter dire che ero, non un bagolone, ma certamente un illuso. Tra qualche anno, io non sarò forse più qui, non sarò forse più al mondo, voi constaterete se questo si sia avverato. Questo culto della violenza, che è la fonte di tutti i nostri dissensi, la nota profonda, vera, unica del nostro dissenso, questa possibilità del miracolo, della violenza fisica, esterna, verso le altre classi, interna verso una parte del Partito, della violenza fisica e della violenza morale, perché vi è anche una forma di violenza morale che è perfettamente antipedagogica e dannosa allo scopo: la violenza morale che vuole precipitare le cose al di là del possibile, che vuole violentare le mentalità che non hanno trovato nelle circostanze esteriori – perché dalle cose nascono le idee – la possibilità di usare in dati momenti la violenza, che vuole far camminare il mondo sulla propria testa (secondo la frase con cui Marx definiva la filosofia di Hegel) mentre il grande vanto di Marx è stato di rimettere il mondo sui propri piedi, vi è anche una violenza morale, e il comunismo di Marx e di Engels è la negazione di tutte queste violenze in tutto il mondo, tutto questo tra qualche anno non potrà più esistere. Ma per fermarci all’Italia, che, come evoluzione economica sta tra mezzo a quello che fu la Germania ed a quello che è ancora la Russia, sta come un secolo di mezzo fra due secoli, o anche fra due ere, un medioevo di un evo che per noi è ancora futuro, per fermarci all’Italia, la storia dei nostri Congressi, che riassume in qualche punto, simboleggia le varie fasi di pensiero per cui il Partito è passato – oh! vi darò un consiglio che vi farà ridere, ma a torto lo fareste storia che è magnifica men te riassunta in un articolo contenuto nel numero di dicembre della «Nuova Antologia» scritto da un nostro avversario, Filippo Meda, con una comprensione storica quale difficilmente noi avremmo avuto – leggetelo quell’articolo – la storia dei nostri Congressi dimostra che la lotta di oggi acuita dalla guerra, inasprita dalle conseguenze della guerra è la lotta che è stata sempre combattuta, e nella quale il culto della violenza rinasce, fu smantellato, demolito, torna a rinascere in varie truccature a seconda del momento e delle circostanze, ma è sempre l’unica lotta che si è combattuta e nella quale sempre il socialismo antico, quello classico, il socialismo che crea le coscienze, le organizzazioni, gli organismi, venuti a poco a poco, per acquisizioni successive, è sempre stato il vincitore, pure avendo l’indomani a combattere la stessa lotta.
[...] La lotta sarà questa volta più dura, lenta, ma sarà lo stesso l’effetto, e fra qualche anno quando anche mito russo, che avete torto di confondere con la rivoluzione russa, cui applaudo con tutto il cuore quando il mito, quello che è di religioso nei vostri animi, il mito bolscevico, sarà evaporato, quando il bolscevismo attuale o avrà fatto fallimento o sarà trasformato dalla forza delle cose, la nostra vittoria verrà. Quando sotto le lezioni dell’esperienza, e speriamo che non sia troppo dura per l’Italia e non debbano versarsi quei torrenti sanguinosi che si versarono in Ungheria, quando sotto la lezione delle cose voi avrete inteso più che non abbiate inteso ora; quando le vostre affermazioni di oggi saranno da voi stessi onestamente abbandonate e sconfessate; e i Consigli degli operai e dei contadini, a cui non si aggiungono i soldati non so perché, dovranno pur cedere il passo a quel grande Parlamento proletario in cui sarà riassunta tutta la forza intellettuale, politica e tecnica di tutto il proletariato italiano alleato al proletariato di tutto il mondo, solo allora avrete inteso come il fenomeno russo sia un grande fenomeno storico, ma non nel solo aspetto, forse il più caduco, il meno vitale che voi considerate vedendone l’applicazione puramente tecnica e meccanica, che non sarà possibile e che se poi è possibile ci ricondurrebbe al medioevo, avrete capito – intelligenti come voi siete – che la forza del bolscevismo russo è in un nazionalismo russo che avrà una grande influenza nella storia del mondo come opposizione all’imperialismo dell’Intesa, ma che è pur sempre una forma di nazionalismo orientale che è conseguenza della necessità statale di trasformare o perire e si aggrappa a noi, al Partito socialista italiano (non si meravigli Serrati se ci domanda di più di quanto non oserebbe domandare all’Inghilterra od alla Francia) si aggrappa a noi disperatamente per salvare se stesso, che non possiamo seguire ciecamente perché diventeremmo gli strumenti di quel nazionalismo orientale che avrà, ripeto, anche esso la sua grande funzione nella storia del mondo, aprirà l’Oriente alla vita civile e chiamerà la Cina, il Giappone, l’Asia Minore le vecchie razze che sono negli ipogei della storia, alla vita della storia, ma non si può sostituire, né distruggere, né imporre alla Internazionale Maggiore dei popoli più evoluti nel cammino della storia. Il nucleo solito quindi – con questo finisco – che rimane di tutte queste lotte, che sono sempre le stesse nelle diverse forme transitorie e caduche, il nucleo solido è nell’azione. Nell’azione che non è l’illusione, che non è il miracolo, la rivoluzione in un giorno o in un anno, ma è la abilitazione progressiva, faticosa, misera, per successive graduali conquiste, obiettive e soggettive, nelle cose e nelle teste, della maturità proletaria a subentrare nella gestione sociale: sindacati, cooperative, potere comunale, parlamentare, cultura, tutta la gamma, questo è il socialismo che diviene! E non diviene per altre vie: ogni scorciatoia non fa che allungare la strada; la via lunga è la sola breve. E l’azione è la grande pacificatrice, è la grande unificatrice; essa creerà l’unità di fatto, che noi non troviamo nelle formule, che non troveremo mai nelle parole né negli ordini del giorno, per quanto abilmente ponzati con dosature farmaceutiche di fraterno opportunismo. Azione perenne, azione fatale, prima e dopo quella tale rivoluzione che si avvera sempre, nella quale siamo dentro, perché essa stessa, questa azione è la rivoluzione. Azione pacificatrice e unificatrice; non è a caso che in talune plaghe dove l’azione è più rudimentale, l’organizzazione è una speranza, dove non si riesce a mettere assieme una lega di cinquanta individui, non per colpa degli uomini, ma per situazione arre trata economica dell’industria, della civiltà, ecc. – mi pare che l’affermasse Bordiga stesso questa mattina scambiando le rivoluzioni politiche con quelle sociali – non è a caso che proprio in quelle plaghe dove c’è meno azione, ivi sembra che l’estremismo trovi spesso più facile la via, mentre dove avete già un’azione di masse coscienti, dove più impera la Confederazione Generale del Lavoro, ivi trovate la maggiore resistenza, per le necessità organiche di questo movimento che non riuscirete a placare con ordini del giorno né con imposizioni, perché nasce dalle viscere stesse del movimento e dalle sue necessità storiche fatali. Ond’è che quando avrete fatto il Partito comunista, quando avrete – e non mi pare che ancora vi ci si avvii molto rapidamente – impiantato i Soviety in Italia, se vorrete fare qualche cosa che sia rivoluzionaria davvero, che rimanga come elemento di civiltà nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto, ma dopo ci verrete, perché siete onesti, con convinzione, a percorrere completamente la nostra via, a percorrere la via dei socialtraditori, e questo lo dovrete fare perché questo è il socialismo che è solo immortale, che è solo quello che veramente rimane di vitale in tutte queste nostre beghe e diatribe. Dovete fare questa azione graduale, e dovendo fare questa azione, che non può essere che quella, non ce n’è altre e tutto il resto è clamore, è sangue, è orrore, è reazione, è delusione, dovendo fare questa opera voi dovrete poi anche fare da oggi un’opera di ricostruzione sociale. Io sono già imputato, e dovrei essere oggi alla sbarra, con le guardie rosse accanto, di un discorso pronunziato alla Camera il 20 giugno: «Rifare l’Italia», in cui cercavo di delineare, come lo penso io, il programma di ricostruzione sociale del nostro paese, perché abbiamo parecchio da fare nel nostro paese.
Leggetelo. Probabilmente non lo avete letto ed avete fatto male! Leggetelo e vedrete altre profezie e vi accorgerete che questo corpo di reato è il comune programma. Voi temete oggi di costruire per la borghesia. Preferite lasciar crollare la casa comune al conquistarla per voi. Fate vostro il «tanto peggio tanto meglio» degli anarchici. Credete o sperate che dalla miseria crescente possa nascere la rivendicazione sociale: non nascono che le guardie regie e il fascismo, la miseria, l’ignoranza, lo sfacelo. Voi non intendete ancora che questa rivoluzione, fatta dal proletariato con criteri proletari, sarà il maggior passo, il maggior slancio, il maggior fondamento per la rivoluzione proletaria completa di un giorno. E allora, in quel giorno, noi trionferemo insieme! Io forse non vedrò quel giorno. Troppa gente nuova è venuta per forza di cose, che renderà più aspra e difficile la nostra via, ma indubbiamente si trionferà in quella via; maggioranza, minoranza, non conta niente, non si tratta di numeri, frazione scacciata o frazione tenuta, alleanza di frazione o non, collaborazione di frazioni o non, fortuna di uomini scacciati via o tenuti, tutto questo è ridicolo di fronte alle necessità della storia, tutto questo non ha importanza, ciò che ha importanza è la forza operante, per cui io vissi, nella cui fede onestamente morrò, con voi o senza di voi, uguale sempre a me stesso, e combattendo io resto, e credo nel suo trionfo, con voi, perché questa forza operante è il socialismo.
Ebbene: Viva il socialismo!