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sabato 29 novembre 2025

Vandalismo a Torino


Assalto alla redazione della Stampa, cori Pro Pal tra devastazione e minacce. La condanna di Mattarella e Meloni

Il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2025

Un centinaio di manifestanti ha fatto irruzione venerdì 28 novembre nel primo pomeriggio, intorno alle 14, nella redazione di Torino del quotidiano La Stampa, in via Lugaro. È accaduto in una giornata in cui la sede era vuota, dal momento che i giornalisti avevano aderito alla giornata di sciopero, indetta dal sindacato di categoria per il rinnovo del contratto. L’entrata dei manifestanti nella redazione è avvenuta quando dal corteo in corso per lo sciopero generale si è staccata una parte. Si sarebbero mossi urlando “Free Palestine” e “Giornalisti complici dell’arresto in Cpr di Mohamed Shahin”, in riferimento all'imam di Torino per cui nei giorni scorsi era stato emesso un decreto di espulsione. All’interno della sede del quotidiano sono state fatte scritte con vernice spray e del letame è stato lanciato contro i cancelli. Pile di giornali e di libri sono state buttate giù dalle scrivanie da manifestanti in parte a volto coperto, tra slogan quali “Giornalista terrorista, sei il primo della lista” e “Giornalista ti uccido”.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto pervenire al direttore Andrea Malaguti e alla redazione la sua solidarietà, unita alla «ferma condanna» per l’accaduto”, fa sapere il quotidiano torinese. Condanna anche dalla premier Giorgia Meloni che in una telefonata a Malaguti ha parlato di “fatto gravissimo da condannare senza ambiguità”, ribadendo che “la libertà di stampa è un bene da proteggere ogni giorno”, ha riportato La Stampa. “La mia piena solidarietà per quanto accaduto ad opera dei soliti facinorosi a cui va invece la mia assoluta condanna”, sono le parole del presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio. Solidarietà “a nome della Città di Torino a tutta la redazione, alle lavoratrici e ai lavoratori del quotidiano La Stampa” anche dal sindaco di Torino, Stefano Lo Russo. “Quanto è accaduto non ha nulla a che vedere con il diritto a manifestare pacificamente le proprie idee ed è ancora più grave perché colpisce un simbolo del diritto alla libera informazione, che è uno dei pilastri della nostra democrazia”.

Solidarietà bipartisan, con dichiarazioni da entrambi gli schieramenti, dagli esponenti dell’opposizione tutta al capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami: “Un’azione di intimidazione che colpisce la libertà di informare e il diritto dei cittadini a essere correttamente informati”. Assoluta condanna e parole solidali anche dall’Università di Torino – “attacco a un principio essenziale della vita democratica” -, e dai sindacati. “Siamo vicini alle colleghe e ai colleghi del quotidiano La Stampa, che ieri hanno subito un grave assalto da parte di manifestanti che si sono introdotti nei locali della redazione torinese provocando devastazioni e danni. Un atto vile perché è avvenuto mentre colleghe e colleghi erano impegnati nello sciopero per il rinnovo del contratto giornalistico”, scrive in una nota l’Usigrai, sindacato dei giornalisti Rai. “Grave che gli assalitori abbiano potuto agire indisturbati senza che le forze dell’ordine lo abbiano impedito”, si legge ancora. “L’attacco alle sedi dei giornali è un atto preoccupante e un attentato ai valori democratici e di libertà di espressione, sanciti dalla Costituzione”, conclude il comunicato.

Intanto la Digos della questura di Torino è al lavoro per identificare i manifestanti che hanno fatto irruzione nei locali della redazione, vuoti per lo sciopero indetto da Fnsi. Secondo le prime informazioni, a entrare sarebbero state oltre 40 persone tra studenti e militanti dei centri sociali. La polizia sta visionando le immagini registrate dalle telecamere interne ed esterne della sede per individuare i responsabili degli atti vandalici avvenuti dentro e fuori dalla redazione. Il gruppo, a quanto si apprende, era composto da studenti delle scuole superiori e universitari legati a collettivi dell’area antagonista, insieme a militanti dei centri sociali.


martedì 16 settembre 2025

La distorsione del linguaggio

Francesca Mannocchi
Medio Oriente, se anche le parole vanno in guerra

La Stampa 16 settembre 2025 

Ieri il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha pubblicato sui suoi social un video che mostra una torre bombardata nella Striscia di Gaza, e la didascalia: «la torre del terrore al Ghafri si schianta in mare. Stiamo soffocando i focolai di terrorismo». Il giorno prima aveva pubblicato un video che mostra la distruzione dell’Università Islamica a Gaza City, la cui didascalia recita: eliminare le fonti di incitamento e terrorismo.

L'esercito israeliano si prepara a un’occupazione su vasta scala di Gaza City, intensificando le operazioni nel cuore urbano della Striscia, distruggendo torri residenziali e sedi universitarie che fungevano da rifugio per gli sfollati, emerge con sempre maggiore chiarezza che anche il linguaggio usato dal governo israeliano è un tassello dell’arsenale.

Un linguaggio che non si limita, cioè, ad accompagnare l’avanzata militare ma la precede, ne costruisce la narrazione, ne plasma la legittimità e ne previene il dissenso, un linguaggio che è dispositivo della guerra in grado di tradurre un’invasione annunciata in una misura difensiva, e la distruzione sistematica di un’intera città in un’operazione chirurgica di “sicurezza”. Un linguaggio per cui ogni crimine è nascosto dietro la retorica della guerra al terrore.

Sempre due giorni fa, sempre il ministro della Difesa Katz, pubblicando il video dell’ennesimo palazzo residenziale disintegrato dalle bombe israeliane, aveva scritto: «House of cards. The skyline of Gaza is changing». Il profilo urbano di Gaza, ci dice Katz, sta cambiando. Un messaggio (all’opinione pubblica interna e agli alleati) che va oltre la retorica bellica: Gaza non è più una città, ma un obiettivo da demolire, non più spazio urbano abitato, ma materiale da spianare. Quella che Katz chiama «trasformazione» è in realtà l’annientamento di Gaza City e il cambiamento dello «skyline» è la distruzione della sua identità.

«House of cards. The skyline of Gaza is changing» è una frase che sintetizza la brutalità della strategia militare, un lessico che non è un sottoprodotto della violenza, una sua conseguenza, al contrario è essa stessa azione bellica, non accidentale ma sofisticata, pervasiva. Precede l’attacco, lo legittima e lo spettacolarizza.

Chi controlla le parole, controlla la realtà percepita, lo sa bene Netanyahu come lo sapevano i suoi predecessori. Negli anni, ma con particolare spudoratezza negli ultimi 23 mesi, la politica israeliana - guidata da Benjamin Netanyahu e sostenuta da alcune delle frange più estreme del suo governo - ha operato una sistematica manipolazione linguistica con un obiettivo preciso: piegare il linguaggio per giustificare atti di occupazione, di repressione e sfollamento.

Questo uso strategico della parola, che non è neutro, rappresenta una forma sofisticata di violenza simbolica: serve cioè a ridefinire la realtà in termini accettabili per l'opinione pubblica interna ed esterna, dissimulando la portata morale e giuridica delle azioni compiute e – nel caso dell'offensiva a Gaza – cercando di mascherare i veri obiettivi della guerra, non liberare la Striscia da Hamas, ma occuparla militarmente e sfollare forzatamente i palestinesi che la abitano.

È sullo slittamento tra parole e realtà che si gioca da anni la legittimazione della condotta di Israele, uno slittamento che ha paralizzato la comunità internazionale, incapace troppo a lungo di trovare il coraggio per smascherare un inganno.

Nella narrazione israeliana dominante, da decenni, i territori palestinesi occupati sono territori “contesi”, così da delegittimare lo status giuridico dell’occupazione, le barriere di separazione sono “muri di sicurezza” per i cittadini israeliani, la detenzione senza processo diventa “arresto amministrativo” per rendere l’abuso un tecnicismo, le aggressioni dei coloni diventano incidenti per rimuovere la disparità di potere, celare la violenza unilaterale e creare l’impressione di una simmetria che, però, non esiste. La parola uccidere viene sostituita da “neutralizzare”, per disumanizzare l’avversario e rendere accettabile, persino neutro, l'uso della forza.

Per decenni questa torsione del linguaggio ha reso accettabile l'inaccettabile, trasformando la segregazione, l'annessione, gli abusi e l'uso sproporzionato della forza in necessità. Oggi Netanyahu, che si rivolge a due pubblici diversi - quello interno, sempre più radicalizzato, e quello internazionale, sempre più scettico - modula la sua retorica in modo bifronte.

Parla internamente di «diritto storico» di «conquista biblica» mentre all’esterno, ripete gli slogan della «lotta al terrorismo», della «legittima difesa». Ma entrambi i registri hanno lo stesso obiettivo: normalizzare l’eccezione, rendere dicibile l’indicibile e far apparire inevitabile ciò che è, in realtà, una scelta politica precisa: il controllo permanente di Gaza, la cancellazione della prospettiva di uno Stato palestinese, l’annientamento dell’autodeterminazione.

Le parole definiscono ciò che è normale, ciò che è deviante, ciò che è accettabile, ed è soprattutto in tempi di crisi che il potere accentua il controllo discorsivo, che non si limita a bombardare ma costruisce prima l’idea che ciò che sta bombardando sia il male assoluto. Così e solo così il campo semantico si può restringere (e con lui la morale), chi muore non è più un bambino ma un danno collaterale, chi fugge non più un profugo ma un potenziale scudo umano. Michel Foucault, filosofo della genealogia del sapere e del potere, ci ha insegnato che non c'è verità innocente, che ogni discorso è l’effetto di una relazione di potere, e che ciò che chiamiamo realtà è, spesso, una costruzione linguistica.

Questo vale anche - forse soprattutto - in tempo di guerra. Quando Netanyahu o i portavoce dell’Idf parlano di «zona umanitaria» per riferirsi a un’area bombardata e poi destinata a ricevere migliaia di civili sfollati, stanno manipolando il linguaggio: non è una zona umanitaria, è una zona di deportazione forzata, spesso non sicura.

Quando si parla di «migrazione volontaria» da Gaza, si omette deliberatamente che i civili vengono indotti con la minaccia della morte a lasciare le proprie case. Quando si definisce ogni struttura ospedaliera come «centro operativo terroristico», si disumanizza la funzione medica per legittimare il bombardamento. In questa cornice, Gaza City è stata recentemente descritta come un «rifugio di terroristi». In realtà, è una città con oltre mezzo milione di abitanti, molti dei quali civili, donne, bambini.

Definirla solo come un «nido di Hamas» serve a costruire una narrazione in cui ogni colpo sparato è giustificato. È la teoria foucaultiana del potere: si tratta di produrre una verità, una verità che autorizzi l’abuso, che neutralizzi il dissenso e che, venendo ai nostri giorni, trasformi una campagna militare in una missione moralmente legittima. Il linguaggio del potere agisce così: costruendo categorie morali, creando gerarchie di umanità, e distinguendo tra chi può essere ucciso e chi va protetto. È questo il cuore del potere discorsivo. E non metterlo in discussione significa esserne complici.


sabato 9 gennaio 2016

Un terrorismo della vita quotidiana

 
Elisabetta Rasy
La sicurezza delle donne, l’altra emergenza
Il Sole 24ore, 9 gennaio 2015 
 
 
È molto probabile che le donne aggredite a Colonia nella notte di Capodanno facessero parte di quel molto diffuso gruppo di europei che si battono, con militanza vera e propria o nel profondo della propria coscienza, contro l’islamofobia. Donne molte delle quali non accompagnate, sicure di essere libere, magari con altre amiche, di godersi in allegria una serata di festa in mezzo alla gente: donne dunque senza diffidenza, senza pregiudizi. Così come senza pregiudizi, cittadini del mondo e della libertà, erano sicuramente la gran parte dei morti di novembre a Parigi. Ma per aggredire le libere ragazze di Colonia non servivano né kalashnikov né bombe, neppure i coltelli, bastavano le armi tradizionali che nelle società tradizionali gli uomini hanno usato contro le donne: le proprie peggiori pulsioni e il proprio corpo violento. Questi due elementi, la pacifica e ben disposta libertà delle vittime e la mancanza di armi tradizionali (il che vuol dire un terrorismo della vita quotidiana che può essere organizzato solo con un semplice passa-parola) hanno cambiato definitivamente volto, nel 2015, alla questione dell’integrazione, degli immigrati, dei rifugiati e del multiculturalismo.
Da oggi in poi, per forza di cose, ogni ottimismo della volontà in materia non sarà più possibile. Non si può più dire che sono i giovani della banlieue sfavoriti rispetto ai loro coetanei che vanno ai concerti rock o al ristorante. Non si può più parlare, salvo suscitare un imbarazzante ridicolo, di colpe dell’Occidente, di tragici esiti di politiche coloniali e postcoloniali errate, di guerre ingiuste. No. Qui in campo c’erano delle ragazze che non rappresentavano niente se non se stesse, inermi e sorridenti nella notte di festa. E tanto è bastato.
Se nel caso di bande terroristiche armate si discute di guerra asimmetrica, qui non si può che riesumare la vecchia formula dello scontro di civiltà. Purtroppo è così: sappiamo bene che la condizione femminile è uno degli indici in base ai quali si valuta il grado di democrazia e complessivo benessere di una società. Ma la condizione femminile è anche questione di sguardi: se chi guarda una donna non vede che una preda da attaccare – in vari modi, dai più ipocriti come i matrimoni combinati ai più violenti come l’acidificazione o la morte – siamo di fronte a una differenza basilare che nessuna buona volontà può negare.
È ora impossibile ascoltare discorsi di mediazione, quei discorsi degli arabi moderati che con sincerità sostengono che il vero Islam è rispettoso delle donne. Sarebbe come tirare in ballo la morale cristiana ogni volta che da noi c’è uno stupro. Che cosa sostenga sulle donne il vero Islam conta poco se è possibile a un gruppo di uomini persino ubriachi – e dunque non necessariamente coordinati e organizzati – circondare, intimidire e aggredire sessualmente donne che circolano pacificamente per strada. È persino esagerato dire che quelle donne incarnavano un’idea estrema di libertà femminile: erano semplici cittadine in una notte di festa, senza niente di trasgressivo, senza niente di provocatorio.
Questo pone per tutti un problema difficile, ma lo pone soprattutto per tutti coloro che si battono per l’accoglienza e la tolleranza delle altre culture, e si battono giustamente perché la tolleranza e l’accoglienza fanno parte di quella stessa idea occidentale del diritto e della libertà che consente a delle ragazze di andarsene in giro a festeggiare la notte dell’anno. Suonano molto male in questi giorni le chiamate alla xenofobia: non si può difendere la libertà e il diritto alla sicurezza essendo xenofobi o razzisti. È una contraddizione palese e bisogna sottolinearlo con forza.
Ma suonano anche male le parole di chi sostiene che anche nella nostra società la tentazione patriarcale è sempre attiva, che anche qui le donne sono aggredite, stuprate e uccise. È vero, ma qui da decenni su decenni è in corso una battaglia condotta dalle donne stesse in primo luogo e poi dalle istituzioni perché questo non avvenga, e di fatto, per quanto l’onda misogina non sia mai del tutto sconfitta, si tratta sempre dell’eccezione non della regola. Nel caso di Colonia è evidente che per la mentalità degli aggressori attaccare le donne – se non velate, controllate, sottomesse – è la regola, non l’eccezione.
Tutti dicono oggi che bisogna ripensare il wilkommen, la politica dell’accoglienza. È la sfida non dell’anno che nasce ma di tutto il secolo, cominciata l’11 settembre del 2001. Le cose da rifare, quelle da revisionare o da cambiare sono tante e spetta agli organismi competenti – governi sovranazionali nazionali e locali – impegnarsi a fondo, nella convinzione che battersi per l’uguaglianza significa comprendere e affrontare le diversità, anche e in primo luogo tra immigrato e immigrato e tra rifugiato e rifugiato, tenendo ben distinto, come ci ha insegnato il Vangelo, il grano dal loglio. Ma tra le tante emergenze che ci assediano e le tante ipotesi di una nuova possibile accoglienza e integrazione da vagliare, una cosa è certa fin da ora: la sicurezza delle donne è sempre più all’ordine del giorno.

martedì 5 gennaio 2016

L'autobiografia di Toni Negri


                                                                                Simonetta Fiori
L’ego-biografia di Negri che dimentica la Storia
Dall’infanzia agli anni Settanta, l’ex leader di Potere Operaio racconta la sua vita. Seicento pagine, nessuna autocritica

la Repubblica, 5 gennaio 2016




L’autobiografia è un genere disseminato di trappole, che in pochi riescono a disinnescare. Certo non vi riesce Toni Negri nei fluviali mémoires in cui ripercorre la sua vita dall’infanzia in un Veneto molto povero fino all’arresto il 7 aprile del 1979 per «insurrezione contro i poteri dello Stato ». (Storia di un comunista, a cura di Girolamo De Michele, Ponte alle Grazie). Una storia lunga oltre seicento pagine che può essere letta come documento del narcisismo intellettuale di una generazione, quella dei cattivi maestri che oggi si volta a guardare le macerie lasciate alle spalle rimpiangendo la rivoluzione mancata. Mancata naturalmente non per oggettive responsabilità, ma per colpa del «troppo piombo rovesciato dallo Stato assassino».
Un’occasione mancata sembra l’ego-histoire di Negri, figura che continua a esercitare fascino in alcuni ambienti intellettuali nonostante le gravi responsabilità penali, politiche e morali accumulate nella stagione del terrorismo. Il ponderoso volume poteva essere un’occasione per ripercorrere (auto)criticamente la storia italiana, anche gli errori e le dissennatezze di quegli anni. Ma tra le pieghe della meticolosa ricostruzione è difficile imbattersi in un ripensamento autentico («i compagni delle Brigate Rosse», continua a scrivere quarant’anni dopo). E rari sono gli accenti di umana solidarietà per chi quella storia oggi non può raccontarla, per le vittime del terrorismo e per le loro famiglie spezzate, anche per i giovani perduti dietro un folle velleitarismo. Così come invano si cerca un accenno alle ricadute che la lotta armata ha prodotto nel nostro paese, negli assetti politici e nella capacità di cogliere i cambiamenti in atto nel mondo. L’autore è troppo preso dal raccontare il suo «assalto al cielo» per accorgersi di tutto il resto, pur nella ripetuta deprecazione dell’omicidio, principio ribadito in vari passaggi. E il libro restituisce minuziosamente il vortice del suo progetto intellettuale e pratico, tra toni autocelebrativi e un evidente compiacimento.
I primi capitoli raccontano l’infanzia e l’adolescenza segnate da un pervasivo sentimento di morte provocato anche dalla guerra. «Ogni percezione del mondo è affogata nel lutto», scrive Negri in pagine raggelate da un dolore profondo, alimentato dalla tragedia del fratello repubblichino morto suicida. In questo contesto spicca luminosa la figura dell’Aldina, la “mutter courage” che ne favorisce la fuga da una vita di stenti. Quello che segue, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, è un percorso di tutto rispetto che lo mette in contatto con le energie migliori del paese – il cattolicesimo democratico, il movimento federalista europeo, la comunità olivettiana, la Normale di Pisa, le riviste operaiste, intellettuali della statura di Chabod, Bobbio e Garin. Un percorso di esperienze, studi e letture che lo conduce giovanissimo alla cattedra di Dottrina dello Stato – lui che lo Stato l’avrebbe voluto abbattere – e che forse rende ancora più inaccettabile l’approdo successivo al brivido del passamontagna esibito dal leader di Potere Operaio e poi di Autonomia. E anche l’accento commosso della rievocazione - «Perché un giovane che si presume intelligente, colto e più attivo che contemplativo si iscrive a Filosofia all’inizio degli anni Cinquanta? La risposta che mi do è: la ricerca della verità» - crea le premesse della biografia di un santo o di un profeta disarmato, non di un intellettuale condannato dal tribunale italiano per aver organizzato bande armate e per concorso morale a una rapina.
E nella ricostruzione degli anni Settanta colpisce che a distanza di quattro decenni il linguaggio resti inalterato - lo “Stato terrorista” e “i poliziotti assassini” – come una livida caricatura che invece di essere nascosta con vergogna viene impudicamente rivendicata. Però non manca l’inchino a Francesco Cossiga, ricordato come «uomo elegante, appassionato e critico» (una simpatia probabilmente favorita dal giudizio che Cossiga avrebbe espresso sulla sua condanna, «frutto di un «giustizialismo giacobino»).
L’autobiografia di Toni Negri è anche la storia di una vita intensa, di molti amori, di residenze confortevoli, di viaggi appassionanti, di incontri con il fior fiore dell’intellighenzia internazionale. Fu a casa di un aristocratico napoletano che imparò «l’esatta composizione delle bombe molotov ». «Una bellissima villa sulla costa sorrentina, piastrellata di Vietri e aperta a una vista straordinaria ». Perché un rivoluzionario, tiene anche a dircelo, non deve mai rinunciare a un buon stile di vita.

* IL LIBRO Storia di un comunista di Toni Negri, a cura di G. De Michele, Ponte alle Grazie, (pagg. 608 euro 18)

http://www.gadlerner.it/2016/01/05/lautobiografia-di-toni-negri-imbarazza-la-sinistra-ma-censurarla-non-ha-senso
http://www.loccidentale.it/node/97257

mercoledì 18 novembre 2015

Dimensioni psicologiche del terrore

Corrado De Rosa
l'Espresso, 18 novembre 2015










Psicologia del terrorista islamico

La letteratura scientifica è concorde nel ritenere che i terroristi non siano “matti”. L’arruolamento predilige gente affidabile, scarta chi dà segni di squilibrio. Non esistono criteri universali per definire la psicologia di un terrorista, ma si possono identificare alcune caratteristiche e meccanismi di pensiero comuni.

Si tratta di giovani, single, astuti e ambiziosi, non sempre provenienti da famiglie disagiate, spesso di media cultura (come Mohamed Atta, il terrorista dell’11 settembre), indottrinati nelle scuole che insegnano il Jihad, con traumi alle spalle come la morte o il ferimento di familiari, mimetizzati nell’odiata cultura occidentale. Il terrorista è motivato, disciplinato, tollera lo stress, ha capacità di concentrazione sull’obiettivo prefissato e forti aspettative di riscatto e crescita sociale.

Hannah Arendt diceva che l’azione morale nasce dal dialogo interiore, e che l’assenza di questo dialogo trasforma le persone normali in agenti del male. L’assenza di dialogo interiore mescolata al bisogno di sicurezza e identità spiegano, almeno in parte, l’alienazione del terrorista nel suo gruppo di iniziati. Un gruppo che giustifica tutto in nome di un ideale più elevato secondo il principio: “Qualsiasi cosa noi facciamo, voi fate molto peggio”.

L’estremista accetta le responsabilità: le ritiene necessarie, minimizza la sofferenza delle vittime, disumanizza il nemico, reprime scrupoli morali e freni inibitori creandosi giustificazioni in cui crede ciecamente. Ha una fede incondizionata nel Corano che accetta senza critica: il fondamentalista islamico non pensa, perché i precetti del Corano pensano per lui. È ossessionato da un’idea, influenzato da figure carismatiche, non scende a compromessi: ha un’organizzazione di pensiero fanatica, che si estremizza in chi sceglie di farsi saltare in aria.

Il commando di Parigi si è mosso secondo strategie pianificate, incompatibili con disturbi mentali gravi. Il kamikaze esaspera pensieri che non sono esclusivi di un malato, ad esempio la capacità di visualizzare il Paradiso. Annulla la sua vita: è certo che quello sia il sistema più nobile per raggiungere l’aldilà, fede e nazione sono l’unica strada di salvezza e si immola in loro nome perché li considera valori più alti della vita stessa. Riconduce il suo suicidio al martirio per la fede islamica. Per prepararsi all’operazione militare si concentra sugli aspetti operativi in modo da evitare quelli emotivi, neutralizza i sentimenti negativi con la dissimulazione.

Psicologia delle vittime

Gli attentati di Parigi hanno conseguenze psicologiche sui familiari delle vittime, su chi era presente al Bataclan e nelle altre sedi degli agguati, sulla popolazione generale. Devono creare ansia, paura e insicurezza, e avranno ripercussioni sull’assetto delle famiglie, sui contatti sociali, sul senso di appartenenza. Il venerdì 13 dell’Occidente incrina la capacità di fare previsioni, compromette le certezze sulla possibilità di controllare il mondo esterno, determina vissuti d’impotenza.

Nonostante la maggior parte delle persone non subisca gravi conseguenze psicologiche, la popolazione può avere reazioni emotive (rabbia, ansia, panico, terrore, tristezza, depressione, ecc.), cognitive (disorientamento, confusione, ridotta capacità di concentrazione, ecc.), somatiche (insonnia, affaticabilità, cefalea e altri disturbi), comportamentali (facilità al pianto, reazioni di allarme e altro).

Sono più spesso lievi e transitorie: risposte normali a eventi straordinari che si riducono in pochi giorni anche senza interventi specialistici ma che interferiscono con la capacità di fronteggiare il trauma. Circa 1/3 di chi è direttamente esposto a eventi come quello di Parigi, però, può sviluppare un disturbo psichiatrico (più spesso dello spettro dello stress) che, a differenza dei problemi fisici, rimane generalmente sconosciuto, viene diagnosticato con difficoltà e non è adeguatamente trattato. Forse i problemi psicologici non saranno l’aspetto principale da affrontare dopo la strage di Parigi, ma bisognerà tenerli in grande considerazione per ridurre la percezione di vulnerabilità e restituire il senso della quotidianità a una civiltà colpita nella mente.

°°°

Carlo Freccero 
Daniela Strumia
Strategia del caos made in Usa
Guerra e media. La strategia è disseminare i territori da conquistare di focolai di guerra e di resistenza
Armare la resistenza locale, fare la guerra con le vite degli altri. Una specie di strategia della tensione a livello mondiale
Da allora il mondo islamico si è rivelato nella sua profonda antidemocraticità. Ma qualcosa ormai è sfuggita di mano

il manifesto, 18 novembre 2015


... Viene sempre in mente una commedia che si intitola Un mandarino per Teo. Se dall’altra parte del pianeta, poteste decretare la morte di un mandarino, per ereditarne l’immensa eredità, voi cosa fareste? Tutti questi paesi governati antidemocraticamente hanno un elemento in comune: la presenza di risorse energetiche, gas, petrolio, altre materie prime. E’ normale schiacciare il bottone che ci permette di annetterci tutte queste risorse. Soprattutto se questa scelta avviene in nome di nobili valori. Tutto questo cessa di funzionare se il mandarino siamo noi.
Su questo argomento circolano sul Net spiegazioni opposte. Da un lato la famosa affermazione di Hillary Clinton: «l’Isis è una nostra creatura che ci è sfuggita di mano».
Dall’altro, voci più maliziose insinuano, semplicemente, che sia giunta la nostra ora di sperimentare lo status di colonie statunitensi. In ogni caso vi invitiamo a riflettere. Se si applica la strategia del caos, come possiamo poi pretendere che questo caos non ci travolga? 

martedì 17 novembre 2015

Lucio Caracciolo sul terrore

Molenbeek (Bruxelles), un mercato
Lucio Caracciolo
Scacco al terrore in quattro mosse
la Repubblica, 17 novembre 2015












IN QUESTA battaglia la vittoria non dipende dai carnefici ma dalle vittime. I terroristi non possono vincere. Non hanno i mezzi per sopraffarci, per governarci. La bandiera nera non sventolerà in Piazza San Pietro né in nessuna capitale occidentale. Il nostro destino dipende da noi. I terroristi suicidi vogliono spingerci al suicidio civile e politico, alla “guerra santa”.
SE CI FAREMO ipnotizzare dal nemico non perderemo solo la guerra. Molto peggio: perderemo noi stessi, ovvero quel che resta delle nostre libertà. Se invece sapremo leggere la cifra di questa sfida e reggere nel tempo agli attacchi con cui i jihadisti cercheranno di convertirci alla loro barbarie, finiremo per averne ragione.
Conviene perciò chiedersi chi siano e quali progetti abbiano i nostri nemici.
I jihadisti sono umani. Certo, usano tecniche disumane. Molti (non tutti) paiono ubriachi di fanatismo. Ma non sono insensibili alla fama, al denaro e al potere. Si occupano anzi di accumularne. In attesa di farsi trovare dalla parte giusta allo scoccare dell’Apocalisse. L’ideologia da fine del mondo è un formidabile magnete, capace di attrarre non solo islamisti radicali emarginati nelle nostre periferie estreme, ma anche figli della buona borghesia europea in cerca di avventura. Persino atei, cristiani, ebrei. A ricordarci quanto fragili e sempre revocabili siano le fondamenta della nostra civiltà.
Sarebbe ingenuo scambiare la propaganda di Abu Bakr al-Baghdadi per strategia. Il califfato universale è un riferimento metapolitico evocato a fini seduttivi da chi sa di non poterlo avvicinare.
L’obiettivo dello Stato Islamico non è la conquista di Roma, di Parigi o di Washington. È anzitutto di radicarsi nel territorio a cavallo dell’ormai inesistente frontiera fra due Stati defunti — Siria ed Iraq — espellendone o liquidandone le minoranze refrattarie al proprio dominio. A cominciare dagli arcinemici: i musulmani sciiti. Da questo Stato in fieri e grazie al suo marchio vincente il “califfato” mira ad espandere la propria influenza nel mondo sunnita.
Nel loro territorio i jihadisti
di al-Baghdadi si dedicano a gestire traffici d’ogni genere — dagli idrocarburi ai reperti archeologici, dalle armi alle droghe e agli esseri umani — i cui mercati di sbocco sono tutti in Occidente. Quando ci interroghiamo sui loro finanziatori, alla lunga lista di entità islamiste e petromonarchie sunnite dobbiamo aggiungere noi stessi.
Di qui alcune conseguenze operative per evitare di suicidarci in questo scontro di lungo periodo, che ci impone pazienza, freddezza, capacità di assorbire attacchi e provocazioni.
Primo. Sgombrare il campo dalla retorica militarista. Possiamo e dobbiamo infliggere allo Stato Islamico qualche serio colpo che ne limiti l’aura d’invincibilità. Ma non abbiamo mezzi, uomini e volontà per ingaggiare una grande guerra “stivali per terra” nei deserti mesopotamici. Fra l’altro, è proprio quanto il “califfo” vorrebbe facessimo, certo di sconfiggerci sul terreno di casa, o almeno di conquistarsi un martirio che scatenerebbe per generazioni schiere di seguaci disposti a seguirne l’esempio.
Secondo. Definire il campo degli amici e dei nemici. Il nemico è chiaro: il jihadismo in generale e lo Stato Islamico, sua attuale epifania di successo, in particolare. Il nemico del nemico è altrettanto palese: l’islam sciita, ovvero l’Iran e i suoi alleati a Baghdad, Damasco e Beirut, e in prospettiva gli stessi regimi sunniti, Arabia Saudita in testa, che hanno alimentato i seguaci del “califfo”. Meno definito il quadro occidentale. Alcuni di noi — americani e britannici su tutti — hanno flirtato col jihadismo. Spesso lo hanno armato e finanziato per provvisori fini propri, salvo poi perdere il controllo del mostro che avevano contribuito a nutrire. Le priorità sono dunque due: ricompattare gli atlantici e comunicare ai sauditi e alle altre cleptocrazie del Golfo che il tempo del doppio gioco è scaduto. In questa battaglia non c’è posto per un “mondo di mezzo”, che con una mano istiga con l’altra ostenta di reprimere l’idra jihadista. Infine, è ovvio che su questo scacchiere russi e iraniani sono risorse, non avversari. Fare la guerra fredda a Putin e la guerra calda al “califfo”, insieme trattando i persiani da appestati, è poco intelligente.
Terzo. Serrare le file fra tutti gli alleati sul fronte dell’intelligence e delle polizie. Siamo lontani da un’effettiva cooperazione. Un esempio per tutti. Il giorno prima della catena di attentati a Parigi i carabinieri del Ros, insieme alle polizie britannica, norvegese, finlandese, tedesca e svizzera, avevano messo le mani su una rete di sedici jihadisti curdi e un kosovaro, dopo un’indagine di cinque anni condotta soprattutto sulla Rete (“Operazione Jweb”). A coordinare i terroristi era il famigerato mullah Krekar. Non da chissà quale anfratto mediorientale, ma dal suo carcere norvegese. Appartamento di tre stanze e servizi, dal quale — grazie ai laschi standard norvegesi — era in costante contatto in codice via Internet con i suoi diciassette apostoli, e chissà quanti altri. Finché i partner europei e atlantici continueranno a muoversi ciascuno per suo conto e con i suoi metodi, sarà arduo prevenire gli attacchi terroristici.
Quarto, ma non ultimo per rilievo. Resistere alle tentazioni razziste, rilanciate da media in cerca di visibilità. Le equazioni arabo musulmano=terrorista e (peggio) rifugiato=jihadista oltre che false sono pericolose. Manna per la propaganda “califfale”. E conferma che sul decisivo fronte della comunicazione spesso siamo i peggiori nemici di noi stessi.

mercoledì 18 marzo 2015

Il jhadista della porta accanto

Khaled Fouad Allam intervistato da Alberto Laggia
Famiglia cristiana, 22 novembre 2014

















L’Occidente ha sottovalutato la minaccia dell’Isis, la sua capacità di proselitismo e la radicalizzazione dei giovani musulmani in Europa. «Mi stupisce che non si siano presi sul serio gli allarmi e le analisi degli esperti che da tempo mettevano in guardia dalla pericolosità di questo fenomeno, per molti aspetti nuovo».
Si sente un po’ come una Cassandra inascoltata Khaled Fouad Allam, sociologo, islamista ed esperto di questioni mediorientali. Nel suo ultimo libro Il jihadista della porta accanto (Piemme), cerca di fare luce su questa nuova forma di totalitarismo che si muove nella globalizzazione e spiega perché è destinata a fare sempre più seguaci tra le nuove generazioni nei nostri Paesi. Nel silenzio assordante dei Governi occidentali.
«Il terrorismo dell’Isis non ha nulla a che fare con i fenomeni della fine del ’900 e di questi ultimi anni. Questo è basato sulla destabilizzazione: vuole, cioè, creare con gli attentati e le decapitazioni la paura assoluta, la globalizzazione dell’orrore che metta a sua volta in moto un sistema di sicurezza così imponente e ossessivo da creare un’ansia sul piano mondiale».
E il jihadista della porta accanto?
«Può essere chiunque, islamico d’origine o convertito, caduto nelle trappole di qualche cattivo maestro. Perciò difficile da identificare anche perché adotta particolari tecniche di nascondimento. Ecco perché la prevenzione è assai più difficoltosa rispetto a quella che si faceva coi terroristi classici».
Che caratteristiche hanno i giovani che si arruolano nell’Isis?
«Ci sono due tipologie di aderenti: la prima, di cui faceva parte, ad esempio, Khaled Kelkal, il cosiddetto primo jihadista europeo, quel ragazzo franco-algerino giustiziato vicino a Lione dai gendarmi francesi, nel 1995. Era un giovane che si era ri-islamizzato in prigione. La seconda tipologia è il giovane che, al contrario, è del tutto integrato, che si avvicina, grazie alla Rete, alla cultura fondamentalista; cade nella trappola e diventa seguace di una logica eversiva. Internet in questo senso è un pericolo se non governato».
Perché attecchisce nella nostra società questo pensiero eversivo?
«Non c’è mai un solo fattore generante. Certo, la crisi economica può influire, perché marginalizza ancor più i giovani, ma non mi sembra la ragione decisiva. Tutto parte dalla caduta del Muro di Berlino, dalla crisi delle grandi ideologie e la fine delle utopie collettive. A questi ragazzi l’islam politico può apparire, nel vuoto ideologico creatosi quasi trent'anni fa e nella secolarizzazione, come una nuova forma di utopia e speranza collettiva».
Eravamo alcuni anni dopo la rivoluzione khomeinista…
«A partire da quella rivoluzione del 1979, l’islam politico ha lavorato contro tutto ciò che è di matrice occidentale, a iniziare dalle società democratiche. La democrazia è considerata “immondizia occidentale” da cui allontanarsi per tornare alla purezza delle origini. Attenzione che non a caso il testo del califfato si chiama “La promessa di Allah”».
Perché lo jihadismo è assai più pericoloso del fondamentalismo talebano e del movimento di Al Qaeda?
«Perché l’Isis è riuscito dove hanno fallito gli altri. Ha messo insieme gran parte dei movimenti fondamentalisti, e poi ha risolto l’equazione più ardua: passare da una realtà di contestazione a una vera e propria istituzione. L’Isis è un califfato, uno Stato a tutti gli effetti, sebbene non riconosciuto dalla comunità internazionale. E Stato vuol dire tante cose: un’amministrazione, un esercito e, diversamente da Al Qaeda, un perimetro in estensione, una struttura».
La strategia di contrasto solo con i bombardamenti aerei non basta…
«No, è necessaria la guerra tradizionale, cioè soldati che combattano strada per strada. Quello che stanno facendo i curdi ora».
Ma gli Stati occidentali hanno smesso di fare la guerra tradizionale...
«Però, citando un verso di Hölderlin, “là dove cresce il pericolo, cresce la salvezza”. Ma quel che serve di più, oggi, è un dialogo su basi nuove tra islam e Occidente. È un lavoro lungo, ma decisivo. Ne va dei futuri equilibri sociali, anche perché l’islam non è più lontano, ma è dentro le nostre società. Non è più ipotizzabile un atteggiamento da “conquistatore”. Ruolo importante in questo senso possono avere la Chiesa cattolica e il Papa e quanti nel mondo musulmano condividono i valori della democrazia. Ma bisogna aiutare questi intellettuali e non silenziarli come si fa oggi».
Non le pare che la politica ascolti poco queste voci?
«Sta accadendo quello che si è verificato con la questione ambientale. Per tanti anni la politica ha negato l’effetto serra, per poi accorgersi che gli esperti avevano ragione».

sabato 8 novembre 2014

Wu Ming, Danton alla resa dei conti

Wu Ming
L'armata dei sonnambuli
Einaudi, Torino 2014
Atto terzo, scena quarta, Primavera, § 34, pp. 547-48



Hanno accusato Hébert di aver incitato il popolo a rovesciare la Convenzione, e buona notte all'orchestrina.
J.-L. David, Desmoulins con moglie e figlio

Fatto fuori lui, pareva che la battaglia l'avevano vinta Giorgiacco Danton, il patrono dei bottegai, e l'amico suo fedele Camillo Desmoulins.
Invece fa tempo appena a passare una decade, ed ecco che Danton è sotto processo, Saint-Just lo accusa e Robespierre si domanda se la Francia sarà bastante coraggiosa da abbattere un vecchio idolo, ché oramai dentro è tutto marcio e verminoso.
Anche lui lo tirano in mezzo a una faccenda di quattrini, dicono che ha preso i quibus della Compagnia delle Indie e pure quelli di Luigino e degli Orléans. Ma a buon gatto, buon ratto: con la sua parlantina da legale, Danton restituisce colpo su colpo, pare un lottatore alla barriera dei combattimenti.
E va bene che i vermi e il marcio cominciavano a puzzare anche da fuori, va bene che Danton voleva far la pace con l'aristocrazia, ma per i noialtri di allora era pur sempre l'eroe del 10 agosto. Lascia stare che adesso dicono che lui manco c'era per strada, il 10 agosto. Non è una questione di giorni. La questione è che Danton significava la Repubblica, e a vederlo col collare Corday faceva davvero una brutta impressione.
Wille, Danton verso la ghigliottina
Eppure, anche lì, nessuno s'è mosso. Il giorno dopo siamo tornati in fila dal macellaio, a dirci che oramai quel rotolare di teste ci aveva dato l'abitudine, e per farci venire la bocca tonda e il brivido giù per la schiena ci voleva qualcosa di più grosso, qualcosa di enormissimo, tipo che pisciassero sulla tomba di Marat, o tagliassero la zucca a Robespierre.







Si veda inoltre http://www.doppiozero.com/materiali/interviste/wu-ming-sopravvivere-alla-controrivoluzione

Saint-Just




Sei mesi dopo l’uscita in libreria, L’Armata dei Sonnambuli è arrivato alla quinta edizione, per una tiratura complessiva di 65.000 copie. http://www.wumingfoundation.com/giap/?cat=1944


sabato 11 ottobre 2014

Michelet, gli effetti del terrore sui costumi

Un Michelet che anticipa Bauman
Les Femmes de la Révolution (1855)
 
 
XXX
INDIFFÉRENCE À LA VIE.- AMOURS RAPIDES DES PRISONS 
 
La prodigalité de la peine de mort avait produit son effet ordinaire:
une étonnante indifférence à la vie.
La Terreur généralement était une loterie. Elle frappait au hasard,
très-souvent frappait à côté. Elle manquait ainsi son objet. Ce grand
sacrifice d'efforts et de sang, cette terrible accumulation de haines,
étaient en pure perte. On sentait confusément, instinctivement,
l'inutilité de ce qui se faisait. De là un grand découragement, une
rapide et funeste démoralisation, une sorte de choléra moral.
Quand le nerf moral se brise, deux choses contraires en adviennent. Les
uns, décidés à vivre à tout prix, s'établissent en pleine boue. Les
autres, d'ennui, de nausée, vont au-devant de la mort, ou du moins ne la
fuient plus.
Cela avait commencé à Lyon; les exécutions trop fréquentes avaient blasé
les spectateurs; un d'eux disait en revenant: «Que ferai-je pour être
guillotiné?» Cinq prisonniers à Paris échappent aux gendarmes; ils
avaient voulu seulement aller encore au Vaudeville. L'un revient au
tribunal: «Je ne puis plus retrouver les autres. Pourriez-vous me dire
où sont nos gendarmes? Donnez-moi des renseignements.»
De pareils signes indiquaient trop que décidément la Terreur s'usait.
Cet effort contre nature ne pouvait plus se soutenir. La nature, la
toute-puissante, l'indomptable nature, qui ne germe nulle part plus
énergiquement que sur les tombeaux, reparaissait victorieuse, sous mille
formes inattendues. La guerre, la terreur, la mort, tout ce qui semblait
contre elle, lui donnaient de nouveaux triomphes. Les femmes ne furent
jamais si fortes. Elles se multipliaient, remuaient tout. L'atrocité de
la loi rendait quasi-légitimes les faiblesses de la grâce. Elles
disaient hardiment, en consolant le prisonnier: «Si je ne suis bonne
aujourd'hui, il sera trop tard demain.» Le matin, on rencontrait de
jolis jeunes imberbes menant le cabriolet à bride abattue, c'étaient
des femmes humaines qui sollicitaient, couraient les puissants du jour.
De là, aux prisons. La charité les menait loin. Consolatrices du dehors,
ou prisonnières du dedans, aucune ne disputait. Être enceinte, pour ces
dernières, c'était une chance de vivre.
Un mot était répété sans cesse, employé à tout: La _nature_! suivre la
nature! Livrez-vous à la nature, etc. Le mot _vie_ succéda en 95:
«Coulons la vie!... Manquer sa vie,» etc.
On frémissait de la manquer, on la saisissait au passage, on en
économisait les miettes. On en volait au destin tout ce qu'on pouvait
dérober. De respect humain, aucun souvenir. La captivité était, en ce
sens, un complet affranchissement. Des hommes graves, des femmes
sérieuses, se livraient aux folles parades, aux dérisions de la mort.
Leur récréation favorite était la répétition préalable du drame suprême,
l'essai de la dernière toilette et les grâces de la guillotine. Ces
lugubres parades comportaient d'audacieuses exhibitions de la beauté; on
voulait faire regretter ce que la mort allait atteindre. Si l'on en
croit un royaliste, de grandes dames humanisées, sur des chaises mal
assurées, hasardaient cette gymnastique. Même à la sombre Conciergerie,
où l'on ne venait guère que pour mourir, la grille tragique et sacrée,
témoin des prédications viriles de madame Roland, vit souvent, à
certaines heures, des scènes bien moins sérieuses; la nuit et la mort
gardaient le secret.
De même que, l'assignat n'inspirant aucune confiance, on hâtait les
transactions, l'homme aussi n'étant pas plus sûr de durer que le papier,
les liaisons se brusquaient, se rompaient, se reformaient avec une
mobilité extraordinaire. L'existence, pour ainsi parler, était
volatilisée. Plus de solide, tout fluide, et bientôt gaz évanoui.
Lavoisier venait d'établir et démontrer la grande idée moderne: solide,
fluide et gazeux, trois formes d'une même substance.
Qu'est-ce que l'homme physique et la vie? Un gaz solidifié.

sabato 13 settembre 2014

Maria Antonietta, il riscatto finale di un destino






Gaetano Salvemini

La Rivoluzione francese, 1905
Introduzione. Le cause della Rivoluzione francese. Cap. III, I tentativi di riforme e la ribellione dei privilegiati. Par. II

Sarebbe stata per Luigi XVI gran ventura se la regina Maria Antonietta avesse avuto almeno lei senno e serietà per influire beneficamente sul marito; ma essa non aveva neanche il grossolano buon senso di questo. Spiritosa, vivace, affascinante, ma frivola e vanitosa, si abbandonava alle feste, ai balli, alle cavalcate, in compagnia di persone spesso indegne di lei, con una monelleria insolente, che irritava i cortigiani poco favoriti e dava luogo a ciarle maligne e calunniose, delle quali oggi la storia ha fatto giustizia, ma che la inseguirono e la discreditarono in vita e lungo tempo dopo la sua morte sventurata. Di politica comprendeva poco o niente, e se ne occupava solo quando era in gioco qualche persona, che le fosse antipatica o simpatica: allora senza badare ad altro, metteva in moto tutta la sua energia, tutta l'abilità per ottenere l'intento: pregava, piangeva, si offendeva, comandava, finiva sempre col farsi obbedire dal re. Per il marito aveva quell'affetto misto a compatimento, che si ha per un buon diavolo, che non ha scoperto la polvere: lo chiamava «le pauvre homme» e non si asteneva dal sorridere con gli intimi della sua dabbenaggine. «Continuando di questo passo, mia figlia finirà col perdersi», scriveva nel 1775, Maria Teresa al fedele Mercy; e il fratello, Giuseppe II, in una lettera, di cui ci è rimasta la sola bozza e che sembra non sia stata spedita perchè troppo vivace, ma che ha tutto il valore di una testimonianza non destinata alla pubblicità e perciò sincera, le scriveva: « Permettetemi, cara sorella, che io vi parli con tutta la franchezza, che la mia amicizia giustifica. Per quanto io so, voi vi occupate di una infinità di affari, che non vi riguardano, che non conoscete e nei quali siete trascinata da intrighi e da adulazioni, che eccitano in voi l'amor proprio, il desiderio di brillare, la gelosia, il malumore. Questi intrighi possono turbare la felicità della vostra vita e debbono prima o poi provocare necessariamente dei dissensi fra voi e il re, diminuire l'amicizia e la stima di vostro marito, farvi perdere il favore del pubblico. Di che v'occupate voi, mia cara sorella, di cambiar ministri, farne relegare un'altro nelle sue terre, far dare il tal ministero a questo o a quello, far guadagnare un processo a uno, creare una nuova carica dispendiosa a corte, insomma parlar d'affari e servirvi anche di termini pochissimo convenienti al vostro stato? vi siete mai domandato con qual diritto vi mescolate voi negli affari del governo e della monarchia francese? che studi avete fatti? quali conoscenze avete acquistato per osar d'immaginare che il vostro parere debba esser buono a qualcosa, specialmente in affari che richiedono conoscenze così vaste? voi, amabile giovane, che non pensate se non alle frivolezze, alla vostra acconciatura, ai vostri divertimenti; che non leggete né sentite ragionare più da un quarto d'ora al mese; che non riflettete né meditate mai, né vi preoccupate delle conseguenze di quel che dite e fate? La sola suggestione del momento vi fa agire, sole vostre guide sono le parole e gli argomenti dei favoriti, in cui credete. Ascoltate la voce di un amico, abbandonate tutti questi intrighi, non impacciatevi assolutamente d'affari, pensate solo a meritare l'amicizia e la confidenza del re; e del resto fate qualche lettura, istruitevi: ecco in fin dei conti la parte di ogni donna nella propria casa».


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Gilles Candar
Plaidoiries révolutionnaires
Article publié dans le Télérama hors série « Marie-Antoinette », 2008, p. 84-86, n° coordonné par Gilles Heuré, à l’occasion de l’exposition Marie-Antoinette, une jeune fille dans l’arène, Galeries nationales du Grand Palais, 15 mars au 30 juin 2008.

L’historien, selon Marc Bloch, exerce un métier voisin de celui de juge d’instruction, chargé d’enquêter à charge et à décharge. Sur un sujet aussi passionné que celui du procès et de l’exécution de Marie-Antoinette, il n’est pas sans intérêt de revenir sur l’attitude adoptée par les historiens de référence de la gauche française. Justifient-ils et jusqu’à quel point ce nouveau sang versé? Envoient-ils la reine à la mort sans état d’âme, compte tenu de ses choix politiques constants et de l’accusation étayée de trahison nationale? Se montrent-ils malgré tout sensibles à sa noble défense face aux accusations la présentant en mère indigne et perverse?
Jules Michelet (1798-1874) n’éprouve guère de compassion pour la reine. Rien n’a de droit que le droit aimait-il à dire et il n’était pas d’un temps où les rigueurs de la loi émouvaient: « la reine fut expédiée en deux jours » écrit-il, et lui-même ne s’attarde pas. Elle était « coupable ». Au reste, « on pensait à autre chose » et le commentaire est lapidaire: « rude moment ». La comparaison avec la Pologne martyre permet de relativiser aussitôt l’exécution royale: « la République guillotine une reine. Les rois guillotinent un royaume ». Louis Blanc (1811-1882) ne peut non plus s’émouvoir, alors que toute son œuvre entend justifier la Terreur, certes « effroyable », « funeste », mais inévitable en raison des périls, de « la loi d’airain » des événements. Sa polémique à ce sujet avec Edgar Quinet (1803-1875) fut longtemps célèbre. Quinet, lui aussi figure de la gauche quarante-huitarde et historien de la Révolution, a la passion de la liberté. C’est le ressort de son opposition farouche à l’Église et à l’Empire, de sa popularité ensuite… puis de son oubli relatif, car au fond son intelligence critique rend incommode la pleine utilisation de son œuvre dans le légendaire révolutionnaire. Et c’est finalement ce qui explique aussi sa redécouverte par de grands penseurs antitotalitaires comme François Furet ou Claude Lefort.
L’historien républicain critique le principe même de la Terreur, selon lui inutile, et surtout « système » voulu qui éloigne la Révolution des buts recherchés. Certes, la mort de la reine est un accident inévitable dans le contexte de l’automne 1793, alors que s’apprêtent à monter sur l’échafaud les Girondins eux-mêmes, et Quinet ne lui consacre pas davantage de place que Michelet. Mais il note cependant à quel point la Révolution s’est montrée implacable envers les femmes. Il le regrette, au nom de la politique comme de la justice, mais le comprend: « la révolution amenait l’égalité ; le malheur ou l’ignorance fit que la révolution se montra d’abord par l’égalité des supplices ». Le raisonnement se tient. La condamnation d’Olympe de Gouges rappelle que, pour les femmes, la guillotine précéda quand même le droit de vote de 150 ans…
Chez Jean Jaurès (1859-1914), le point de vue est différent. Non seulement parce que Jaurès écrit une quarantaine d’années après ces prédécesseurs, dans un autre contexte, où la République, la Révolution, ont achevé victorieusement leurs parcours séculaires. Mais aussi parce que Jaurès entend mener une histoire « socialiste » qui soit certes « matérialiste avec Marx et mystique avec Michelet », comme on le rappelle souvent, mais également « héroïque avec Plutarque ». Il est donc attentif aux caractères, aux destins individuels, dans le grand drame des masses et des idées, et il n’est jamais vain de le lire en suivant la destinée de tel ou tel des personnages qu’il met en scène. Au moment de l’affaire Dreyfus, il avait déjà indiqué qu’il était possible, dans le combat révolutionnaire, de « garder des entrailles humaines » et « d’écouter le cri de notre pitié ». Comme Hugo, il faut bien qu’il s’explique à son tour sur ce terrible été 93 et ses suites, qui ne laissèrent pas une grande part à l’expression de ces sentiments. Il le fait sans détours et ne dissimule pas les pages sombres de la Révolution. Sans complaisance, il sait rendre hommage à la dignité de la reine, jugeant « émouvante et fière » la lettre qu’elle envoie à sa jeune belle-sœur, Madame Élisabeth: «Je viens d’être condamnée non pas à une mort honteuse, elle ne l’est que pour les criminels, mais à aller retrouver votre frère». Il qualifie de « sublime » le cri de révolte, jailli d’un cœur torturé : «j’en appelle à toutes les mères». De plus, il sait dépasser le jugement politique, et son récit des derniers instants de la reine est simple, beau et humain : la reine aperçoit à une fenêtre le prêtre insermenté qu’elle cherchait du regard, s’incline imperceptiblement et «ce signe léger mettait entre la foule et elle un abîme plus profond que la mort».
Pour Jaurès, le mouvement populaire a ses mauvais génies. Ainsi, Hébert, le «Père Duchesne», est constamment décrit comme le prototype de ces déclamateurs ambitieux qui cherchent à avancer leurs carrières par une surenchère haineuse, et Jaurès, d’habitude compréhensif et bienveillant, finit, malgré le temps écoulé, par lui exprimer tout son mépris. Mais au-delà des violences populaires et des jeux politiciens, il existe autre chose, qui renvoie sans doute aux fondements philosophiques de la pensée et de l’action de Jaurès, à son «arrière-pensée». Dans la Révolution se révèle le triste «besoin bestial et vil de soulager sa propre souffrance en faisant souffrir». «Tuer n’est rien», «il faut abaisser, il faut flétrir» l’adversaire. Pour autant, Jaurès ne conclut pas à l’abstention ou au retrait désolé. C’est à ce moment de l’histoire de la Révolution qu’il explique son choix d’aller s’asseoir aux côtés de Robespierre. Comme lui, Jaurès admet la mort dans le combat révolutionnaire, tandis qu’il la refuse dans le fonctionnement régulier de la société, mais à condition qu’elle soit nécessaire et utile. Il accepte, ce qu’il appelle un peu curieusement, les « terribles exemples », mais pas les «exécutions». Il justifie donc le sort de la reine car il fallait «montrer aux peuples et aux rois que même la pitié ne faisait pas faiblir la Révolution», «frapper Marie-Antoinette après Louis, la ci-devant reine après le ci-devant roi», mais il condamne «l'outrage» et «la calomnie» qui lui ont ménagé «une sorte de revanche devant l’histoire» comme la montée sur l’échafaud de l’innocente Madame Élisabeth, qui «brouillait le gouvernement avec l’humanité».
L’historiographie de la Révolution ne s’est certainement pas arrêtée à Jaurès, mais il a peut-être écrit sur cette fin tragique tout ce qui pouvait l’être. La cause est entendue et le XXe siècle n’ajoutera rien de plus sur le sujet. Georges Lefebvre ou Albert Soboul sont laconiques sur le procès et l’exécution alors que François Furet et Denis Richet reprennent le récit de la digne défense et de la belle mort. Chacun est dans son rôle. Le jugement équilibré de Jaurès, si tant est qu’il faille juger, semble avoir permis la synthèse entre les niveaux de compréhension, politique, historique et humain, de la royale mise à mort.