Visualizzazione post con etichetta socialismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta socialismo. Mostra tutti i post

lunedì 29 dicembre 2025

La signora Anna

Massimiliano Panarari
Anna Kuliscioff, la prima socialista: ancora oggi avrebbe molto da insegnare

La Stampa, 29 dicembre 2025

Il socialismo italiano ed europeo ha radici antiche. E femminili. Come mostra l’intensissima e battagliera esistenza di Anna Kuliscioff (1854-1925), di cui questo 29 dicembre ricorre il centenario della morte. Una vita avventurosa, coraggiosa e di avanguardia in tutti i campi dei quali Anja Moiseevna Rosenstein – questo era il suo vero nome – si occupò. Nell’occasione del secolo esatto dalla sua scomparsa, oltraggiata dai fascisti che arrivarono perfino ad assaltare il suo funerale, a omaggiare la grande pensatrice e “attivista ante litteram” è un ciclo di iniziative della Fondazione Kuliscioff a Milano (www.fondazioneannakuliscioff.it), insieme a un numero speciale della rivista Mondoperaio e a diversi libri usciti in questi giorni: Maurizio Punzo, Anna Kuliscioff. Intrecci di vita e politica (Mimesis), Tiziana Ferrario, Anna K (Fuoriscena) e Oltre il tempo patriarcale. La lungimiranza di Anna Kuliscioff (Tab, a cura di Fiorenza Taricone).

Nata a Moskaja (nella regione di Cherson), in Crimea*, da una facoltosa famiglia ebraica di commercianti, nel 1871 Anna andò a studiare Filosofia all’Università di Zurigo, che aveva aperto alcune facoltà, anche tecnico-scientifiche, alle donne. Qui maturava la sua adesione all’anarchismo di Bakunin e Kropotkin, che la portò a rientrare in patria per compiere l’“andata al popolo” (ovvero la predicazione rivoluzionaria effettuata nelle campagne da migliaia di studenti) e a svolgere attività clandestina. In seguito alla durissima repressione zarista dei movimenti populisti, Anna tornava in esilio in Svizzera, dove faceva la conoscenza di Andrea Costa, con il quale vivrà, peregrinando da un Paese all’altro, un amore travagliato (specialmente a causa della malsana gelosia di lui) e un sodalizio politico che condurrà entrambi ad abbandonare l’orientamento anarchico per abbracciare il marxismo. Arrestata nel 1878 ed espulsa dalla Francia, si trasferisce in Italia, dove viene nuovamente incarcerata con l’accusa di cospirazione per più di un anno e processata a Firenze, nel 1880, in un dibattimento che la rende improvvisamente nota, e sempre più “attenzionata”.

Costretta a riparare ancora una volta in Svizzera, Kuliscioff si iscrive alla facoltà di Medicina a Berna e, in cerca di un clima più mite per l’inasprirsi della tubercolosi contratta in prigione, si trasferiva con la figlia Andreina a Napoli, dove conseguì la laurea. Era malamente finita la relazione con Costa, diventato nel frattempo il primo deputato socialista della storia italiana, e lei si dedicava agli studi di specializzazione in ginecologia fra Torino e Padova, con quell’intuizione dell’origine batterica della febbre puerperale che avrebbe aperto la strada delle scoperte per debellare la tremenda piaga delle morti post-partum. Dal 1885 si lega sentimentalmente a Filippo Turati, conosciuto a Napoli, e si trasferisce poi a Milano iniziando la sua attività di medico dedito soprattutto ai più deboli e agli indigenti.

Con Turati, sul quale esercita un’influenza fortissima, fonda nel 1889 la Lega socialista milanese, e co-dirige Critica Sociale, la rivista ideologica per antonomasia del socialismo riformista italiano di cui Anna Kuliscioff è l’autentica creatrice insieme al nuovo compagno di vita e di lotte. Il periodico aveva la redazione nelle stanze del loro appartamento in Galleria Portici, n. 23 – con vista sulle guglie del Duomo –, dove lei animò un celebrato salotto che accoglieva alcuni dei protagonisti della scena culturale meneghina e nazionale accanto a quelle lavoratrici figlie del popolo per le quali costituiva un formidabile punto di riferimento.

Perché l’intellettuale e militante di origini ucraine è stata appunto una figura anticonformista di straordinaria modernità, a cui le generazioni femminili successive devono molto. «Mi chiamano zarina d’Italia, dottora dei poveri, pugno di ferro nel guanto di velluto, deliziosa bionda che parla come un uomo, madonna slava, madrina del socialismo, nemica della Rivoluzione d’Ottobre o più semplicemente signora Anna», ricorderà in una delle sue innumerevoli lettere, testimonianze di una fittissima rete di rapporti internazionali, che compongono un epistolario anche letterariamente tra i più pregevoli del periodo a cavallo tra i due secoli.

Ma soprattutto, come ribadirà in varie circostanze, lei «non era la donna di nessuno», bensì una persona autonoma, che contribuiva a stabilire gli indirizzi politici del Partito socialista in Parlamento e, al medesimo tempo, non esitava a polemizzare con Turati sulla mancata rivendicazione da sinistra del suffragio per le donne. Il 27 aprile del 1890, presso il Circolo filologico milanese, aveva tenuto una famosa – e “scandalosa” – conferenza su Il monopolio dell’uomo che aveva coinciso con un J’accuse sulla minorità della condizione femminile e l’oppressione maschilista. Un dettagliato manifesto del suo femminismo socialista fondato sull’idea di un’emancipazione delle donne che passava per la loro partecipazione al mondo del lavoro e per una retribuzione giusta e dignitosa, ossia per l’autonomia economica e una serie di diritti da normare per via legislativa. Questa visione, insieme alla tutela del lavoro minorile, ispirò i contenuti della legge Carcano del 1902.

Sostenitrice di un’azione politica che doveva rigettare la violenza – e, per questo, avversaria del bolscevismo e del massimalismo socialista –, persuasa dell’opportunità del gioco di sponda con Giovanni Giolitti, odiata da Mussolini e dai suoi seguaci, Kuliscioff avrebbe molto da insegnare anche oggi. Una donna libera e controcorrente, al punto che l’antagonista della coppia Antonio Labriola ebbe a dire che il socialismo italiano contava un solo uomo, che era una donna: la “signora Anna”, giustappunto.

(*) Cherson non si trova in Crimea, questo è un fatto. È una città dell'Ucraina meridionale, capoluogo dell'omonima oblast' e dell'omonimo distretto. La confusione è dovuta al dubbio che sussiste quanto al luogo in cui Anna Kuliscioff è nata. Fermi restando il giorno e il mese, 9 gennaio, secondo la registrazione presso l'Università di Zurigo sarebbe nata nel 1855 a Simferopol' nella penisola di Crimea, Impero russo. Iscritta a filosofia all'Università di Zurigo nel 1871 n. matricola 4025 con il nome di "Anja Rosenstein", nata nel 1855 a Simferopol', Crimea, Russia; 1° marito Pëtr Makarevič. Allo stesso corso risulta iscritta anche "Marie Rosenstein" di anni 25, anch'essa nata a Simferopol' nel 1846, matricola 4024, probabilmente sua sorella maggiore; secondo l'Enciclopedia Treccani sarebbe nata a Moskaja, nella regione di Cherson, nel 1854 territorio dell'Impero russo. Infine, secondo le note biografiche della Fondazione "Anna Kuliscioff" sarebbe nata genericamente in Crimea, «il 9 gennaio tra il 1853 e il 1857». 

venerdì 5 dicembre 2025

L' Europa che cambia

Ferdinando Fasce
Dalle fabbriche all'economia globale. Perché il socialismo europeo è in crisi

Il secolo XIX, 10 novembre 2025

Più di un secolo fa, nel 1906, Werner Sombart, un importante scienziato sociale tedesco di sinistra, metteva a confronto gli indubbi successi conseguiti dal Partito socialdemocratico del suo Paese (Spd), che aveva appena conquistato quasi un terzo dell’elettorato, e le forti, inveterate difficoltà di radicamento socialista negli Stati Uniti. E individuava nella maggiore mobilità sociale statunitense la risposta alla domanda con la quale intitolava il proprio saggio (“Perché non c’è il socialismo negli Stati Uniti?”). Oggi, in un libro appena tradotto (Cambiare la vita? Storia del socialismo europeo dal 1875 a oggi, 2025, Einaudi, pp. 442, euro 28), lo storico francese Gilles Vergnon ripete la domanda, ma rivolgendola all’Europa. Cartina del continente alla mano, Vergnon si chiede perché il socialismo, dopo aver continuato a non sfondare nel Nuovo mondo, nel XXI secolo si è incartato anche in quello Vecchio. Tanto che i paesi dell’Unione Europea con una presenza socialista trainante al governo sono appena tre: la Spagna, Malta e la Slovenia. E per trovare il quarto bisogna lasciare la UE e sbarcare in un’Inghilterra da un anno di nuovo laburista, dopo un digiuno durato quattordici lunghi anni. Ma con un governo Labour di Keith Starmer che è comunque già in forte difficoltà, incalzato dalla destra estrema e nostalgica di Nigel Farage.

Come si spiega la crisi attuale del socialismo europeo? Vergnon lo chiarisce dopo una lunga e nitida carrellata storica, che parte dal 1875, anno di fondazione della Spd, e arriva sino ai nostri giorni e alla disfatta di quello stesso partito, uscito malconcio dalle elezioni di febbraio che lo hanno relegato al terzo posto (16,4%), dietro i cristiano-democratici di CDU/CSU (28,5%) e l’estrema destra di AfD, per la prima volta attestata su un quinto dei suffragi.

La crisi della socialdemocrazia, scrive Vergnon, si spiega con l’obsolescenza dell’ecosistema economico, sociale, politico e culturale attorno al quale quel modello politico era costruito. A partire dalla struttura del capitalismo che nel trentennio successivo alla fine della Seconda guerra mondiale ha fornito la base delle fortune socialdemocratiche. Vi campeggiavano gli operai-massa dell’apparato industriale di impronta fordista, con grandi imprese e produzioni e consumi allargati, grazie a un’ampia presenza sindacale e a salari relativamente sicuri e in crescita. Questo capitalismo operava entro la cornice di Stati nazionali forti, in grado di contenere gli “spiriti animali” dell’economia di mercato, garantendo la cittadinanza sociale in forma di contrattazione collettiva e welfare (sanità, pensioni). Nell’ultimo quarantennio questo modello ha lasciato il campo a un capitalismo finanziario e globalizzato, sempre più soggetto al controllo di forze legate alla finanza, situate a migliaia di chilometri di distanza dalle fabbriche e dagli uffici, e, grazie all’informatica, pronte a muovere capitali su una scala inaudita e senza confini. Le vecchie fabbriche integrate del fordismo hanno così passato la mano a siti produttivi multipli, sparsi per il pianeta, in una nebulosa di piccoli subappaltatori, a comando centralizzato. E con conseguente poco spazio per il compromesso sociale e la rappresentanza sindacale. Decisivo, poi, è l’indebolimento degli stati nazionali, sempre meno attrezzati a regolare forze economiche di natura transnazionale e globale, e reggere alle sfide della privatizzazione e del trionfo del mercato. Come non bastasse, la scoperta della questione climatica e del persistere di forme strutturali di razzismo ha minato la fiducia nel fatto che una qualche forma di gestione pubblica delle risorse economiche potesse risolvere tutti i problemi, fiducia su cui il socialismo europeo aveva costruito i propri successi.

Una vicenda chiusa? “Il resto lo si vedrà in futuro”, conclude Vergnon, sottraendosi giustamente, da storico, all’inutile esercizio di sfogliare la margherita di quello che sarà di una lunga storia che, se non è riuscita a “cambiare la vita”, ha comunque “cercato a lungo di cambiarla e contribuito a farlo”. A New York, Zohran Mamdani, il candidato socialista vincitore delle primarie democratiche per le elezioni di sindaco del prossimo novembre, sembra crederci ancora. Chissà che cosa direbbe Sombart!


martedì 11 febbraio 2025

La rivoluzione attraverso la democrazia

Gilles Candar et Vincent Duclert, Jean Jaurès, Fayard, Paris, 2024, 712 pagine
Jean-Numa Ducange,
 Jean Jaurès, Perrin, Paris, 2024, 464 pagine

ANNE-CECILE ROBERT

«Ci sono troppe statue di Jaurès», scriveva Gilles Alexandre su Télérama il 4 ottobre 1980. Se allora deplorava il rifiuto del comune di erigere a Parigi un monumento alla sua effigie, sottolineava anche come il suo assassinio, primo atto della guerra del 1914, avesse mummificato Jean Jaurès in pacifista. Contro questa riduzione, che permette il recupero indecente di alcune delle sue citazioni da parte della destra, bisogna ritrovare Jaurès, cosa a cui si impegnano gli storici Gilles Candar e Vincent Duclert, la cui biografia di riferimento è stata appena ripubblicata in formato tascabile.

Tanto più che, come ricorda anche il loro collega Jean-Numa Ducange, il deputato di Carmaux ha lasciato, contrariamente alla maggior parte dei suoi contemporanei seduti a sinistra dell'Emiciclo, nel corso di un'opera considerevole, «un inizio di dottrina alternativa al marxismo della lotta di classe» (Candar e Duclert). Questi tre autori, segnati a sinistra (Ducange è membro della Fondazione Gabriel Péri, Candar è un pilastro della Fondazione Jean-Jaurès), riportano il suo pensiero nei dibattiti intensi che attraversano l'Internazionale socialista all'epoca, tra cui le sue battaglie con Rosa Luxemburg - che lo giudica troppo conciliante con le istituzioni borghesi. 

Se il nome di Jaurès rimane noto e ben associato al socialismo, uno studio della fondazione che porta il suo nome, pubblicato in occasione del centenario della sua panteonizzazione nel novembre 2024, rivela che è soppiantato da François Mitterrand nella memoria collettiva come figura di riferimento di questa corrente politica (3). Questo è il divario, un abisso. 

La biografia di Ducange, che lascia sussistere il rimpianto di aver passato in rassegna un po' troppo rapidamente punti chiave come la lotta per la laicità, ha il merito di sottolineare la sua unicità in questa III Repubblica minacciata da pulsioni reazionarie di ogni tipo (boulangismo, bonapartismo, monarchismo). Innanzitutto, insiste Ducange, Jaurès, filosofo di formazione per il quale la ragione è emancipatrice, è estraneo al dogmatismo. Ecco perché difenderà a spada tratta Alfred Dreyfus, vittima di un complotto antisemita, quando menti brillanti come Jules Guesde sceglieranno di vedere in questo solo un problema interno alla borghesia. «Non siamo obbligati, per rimanere nel socialismo, a fuggire dall'umanità», scrive allora Jaurès.

In secondo luogo, il «metodo» elaborato dal deputato di Carmaux iscrive il movimento operaio nella storia politica della Francia. Come i suoi compagni dell'Internazionale, ha come obiettivo l'avvento di una società socialista. Invece, ispirato da 1789, diffida delle «minoranze attive» e di altre avanguardie illuminate, e dubita delle grandi serate. Pur accettando l'eventualità di una rivoluzione, e animato dalla costante ricerca della giustizia e dell'uguaglianza, egli raccomanda, sempre secondo Candar e Duclert, uno «sviluppo rivoluzionario» basato sulla recente esperienza democratica del paese. Ogni conquista sociale, ottenuta nel quadro delle istituzioni repubblicane, allo stesso tempo che migliora la vita quotidiana, allenta secondo lui la morsa dell'alienazione e rafforza la volontà del popolo: così come l'adozione delle pensioni operaie e contadine tra il 1910 e il 1912. La democrazia (...) è la condizione stessa dell'azione per le forze operaie, ed è stato il sorgere rivoluzionario delle forze democratiche che ha dato alle forze operaie il loro primo scosso e il loro primo impulso. Poiché è all'origine del movimento operaio - non dico che ne sia l'essenza -, (...) è anche alla fine.» Per Jaurès, la conquista dei diritti politici nel 1789 è il fondamento delle vittorie successive e il socialismo il culmine del progetto repubblicano lanciato nel 1792. Alla concezione, che egli giudica troppo «meccanicistica», dei rapporti sociali sviluppata da Guesde o Paul Lafargue, oppone la sua convinzione che il movimento dell'umanità verso la sua emancipazione è ineluttabile, anche se il cammino proprio della coscienza umana è fondamentalmente indeterminato. E, senza cercare di guidare il popolo, è questo movimento che vuole accompagnare.



https://machiave.blogspot.com/2024/07/proust-jaures-e-gli-armeni.html
https://machiave.blogspot.com/2014/05/jaures-il-partito-del-popolo.html


domenica 26 gennaio 2025

Un luogo della memoria a Bruxelles

Un vecchio stile "balordo", edifici troppo complessi e inabitabili... Gli edifici costruiti da Victor Horta non sono sempre stati considerati come i gioielli dell'architettura riconosciuti oggi in tutto il mondo. Negli anni '60, Bruxelles dà la priorità all'automobile, simbolo di progresso e modernità. In continuità con l'Expo 58, la capitale si trasforma: posto al cemento, alle torri in forma di parallelepipedi. Si rade... gratis! La Casa del Popolo, prodezza architettonica costruita da Horta nel basso Sablon ne pagherà le conseguenze. L'edificio era stato commissionato dal Partito Operaio Belga alla fine del XIX secolo, per farne un luogo di incontro polivalente nel cuore della capitale. Uffici, sale riunioni, ma anche negozi, spazi di stoccaggio e una sala per spettacoli da 300 posti. Ma negli anni '60, l'edificio non corrispondeva più alle aspettative. Le Cooperative socialiste, proprietarie dell'edificio, lo difendono mollemente quando si parla di distruggerlo. Alla fine venderanno il terreno all'imprenditore Blaton.

"La finzione e il personaggio di Kathleen che abbiamo creato ci permettono di passeggiare nelle epoche e di affrontare argomenti a volte spinosi della nostra storia recente", nota Patrick Weber. "E questo ci permette anche di prendere le cose per il più piccolo dei lati."

Kathleen Van Overstraeten è stata a sua volta hostess dell'Expo 58, hostess della Sabena e poi giornalista. È in questo senso che deve incontrare Serge Durant, architetto e ardente difensore dell'opera di Horta. Avrebbe delle rivelazioni sconvolgenti da farle riguardo la Casa del Popolo. Come nelle altre quattro avventure belgo-belghe della giovane donna, la narrativa si basa su una documentazione precisa e approfondita che dà tutta la credibilità necessaria alla narrazione. Una realtà storica con cui Kathleen deve ovviamente convivere. La fine è nota, la Casa del Popolo non ha potuto essere salvata... Ciò non impedisce alla sua indagine di riservare una serie di sorprese.

Fumetti. La Casa del popolo, inchiesta su un massacro architettonico
Laurent Fabri, L'Echo, 7 novembre 20


La Casa del Popolo fu inaugurata nel 1899 alla presenza di Jean Jaurès. Nel 1903 ospitò il secondo congresso del Partito operaio socialdemocratico russo in una prima sessione dal 30 luglio al 6 agosto. Una seconda sessione si tenne a Londra dall'11 al 22 agosto. In quel congresso si produsse la scissione tra bolscevichi (Lenin) e menscevichi (Martov), un evento destinato a pesare sugli sviluppi futuri della rivoluzione nel paese degli zar. 


Non lontano dalla piazza su cui sorgeva la costruzione si trova la Chiesa della Chapelle con la tomba di Pieter Bruegel il vecchio (1525 ca - 1569).




mercoledì 8 aprile 2020

Exit Bernie Sanders

Bernie Sanders arrête sa campagne pour la présidentielle américaine

L'ancien vice-président Joe Biden, 77 ans, est désormais le seul candidat démocrate en lice pour affronter Donald Trump le 3 novembre.
Bernie Sanders lors d'un meeting le 1er mars.
Bernie Sanders lors d'un meeting le 1er mars. MARK RALSTON / AFP
Le sénateur indépendant Bernie Sanders a annoncé ce mercredi à son équipe qu'il abandonnait la course à la Maison-Blanche, selon un communiqué, offrant la victoire de la primaire démocrate à Joe Biden qui affrontera Donald Trump lors de la présidentielle américaine de novembre.
Bernie Sanders, 78 ans, doit s'adresser à ses partisans à 11h45 (17h45 en France), dans un discours retransmis sur internet. «Le sénateur Bernie Sanders a annoncé mercredi lors d'un appel avec toute son équipe qu'il suspendait sa campagne pour devenir président», a écrit son équipe de campagne dans un communiqué. «La campagne se termine, la lutte continue», ajoute le communiqué.
L'ancien vice-président Joe Biden, 77 ans, est désormais assuré d'affronter le président républicain Donald Trump le 3 novembre. Mais il doit encore être désigné officiellement candidat par le parti lors d'une convention, qui a été reporté au mois d'août à cause de la pandémie de coronavirus.
Faisant campagne nettement à gauche, Bernie Sanders met ainsi fin à sa deuxième tentative de décrocher l'investiture démocrate après une série de lourdes défaites face à l'ex-bras droit de Barack Obama, plus modéré. Le sénateur indépendant du Vermont avait perdu la primaire démocrate face à Hillary Clinton en 2016.

mercoledì 11 giugno 2014

Nuove frontiere per la sinistra: Bobbio e oltre

Mario Lavia 
Rileggere Bobbio e cercare ancora
L'ultimo numero di Lettera Internazionale dedicato al "cantiere Europa" 
Europa, 11 giugno 2014

... Qui si riprende una bellissima intervista che gli fece uno dei fondatori di Lettera Internazionale, un intellettuale socialista la cui memoria resta negli studiosi ma forse non nel grado che gli spetterebbe, Federico Coen, che pone al grande intellettuale torinese domande acute sulla fine del comunismo, la crisi dello stesso socialismo, e sulla necessità di disegnare «nuove frontiere» per la sinistra – e quali. Bobbio risponde con pacatezza, di solito con frasi brevi ma densissime di pensiero, lungo un filo di coerenza robusta di liberale e di socialista – liberale sui generis, socialista sui generis.
Siamo a una manciata di mesi dalla caduta del Muro, cioè del fallimento dell’esperienza storica chiamata comunismo, esperienza che il liberalsocialista Bobbio aveva combattuto per una vita anche attraverso memorabili battaglie delle idee (fondamentale quella con Togliatti sul rapporto tra politica e cultura nei primi anni Cinquanta): ed ecco che nel 1989 il crollo del comunismo rischia di trascinare con sé anche l’idea socialista e finanche qualsivoglia tensione progressiva figlia della Rivoluzione francese. Un colpo gigantesco all’idea di far scorrere il Progresso dentro i canali della Politica.
Ma nella grande crisi del progressismo  Bobbio scorge invece i barlumi di un ulteriore riscatto: «Gran parte dei problemi a cui il comunismo pretendeva di dare soluzione una volta per tutte ce li troviamo davanti intatti. Dobbiamo cercare nuove risposte, altro che celebrare il trionfo del capitalismo!». Sta qui l’intima contraddizione fra tensione anticapitalistica e evoluzione della democrazia, come apparirà anche a molti intellettuali di sinistra qualche lustro più tardi.
Non solo. Il filosofo torinese si rende conto come la classe operaia, ormai «largamente minoritaria», non possa più ragionevolmente essere vista come il soggetto “liberante”, né che gli schemi politici della sinistra italiana riescano a reggere ancora: «La formula che più mi convince – dice Bobbio, abbastanza in sintonia con le prime analisi del nuovo Pds sorto dalle ceneri del Pci – è quella di una “sinistra dei diritti”».
Già, una nuova sinistra. «Resta il fatto che oggi richiamarsi alla sinistra ha una sua giustificazione – spiega il filosofo – in quanto la “sinistra” comprende i socialisti ma comprende anche tutti quei movimenti nuovi che sono sorti da situazioni di fatto che i partiti socialisti non avevano previsto. È vero che oggi la dicotomia sinistra/destra è molto contestata (su questo, Bobbio scriverà più tardi un libretto famosissimo, peraltro riedito in questi ultimi mesi-ndr), ma io ritengo che abbia ancora un valore distintivo profondo».
Nuova sinistra, nuovi diritti. Non più solo quelli “classici”, inerenti alle problematiche del lavoro o sociali ma pure quelle nuove, l’ambiente, i temi etici, la riservatezza. Più l’individuo che la classe. E qui si ritorna al più genuino filone liberale – quello che sa dialogare con la cultura “alta” del cattolicesimo – che in Norberto Bobbio ha uno dei suoi punti più alti, da rileggere sempre.

----------------------------------------------------------------------------------------------------
Per il testo originale dell'articolo in questione si veda Norberto Bobbio, Le nuove frontiere della sinistra. Intervista di Federico Coen, Lettera Internazionale, n. 30, IV trimestre 1991. 

------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Su ciò che rimane irrisolto dopo la caduta del comunismo si è espresso anche François Furet ne Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo, Mondadori, Milano, 1995. Ecco cosa scriveva in proposito Jean Birnbaum (Le Monde, 20 août 2008):

... Le vrai enjeu était ailleurs, et nous voici revenus à la conclusion du livre. Une chose est de constater le désastre auquel a abouti la "mythologie" soviétique, en effet, autre chose est de décréter que l'idée même d'une autre société est désormais épuisée. Cette objection a été formulée par Claude Lefort dans La Complication (Fayard, 1999). Le philosophe y posait la question : peut-on vraiment faire du communisme une "illusion", une simple "divagation de l'esprit", sans prendre en compte le réel social et politique des luttes idéologiques ? "La première tâche est de revenir au concret", tranchait Claude Lefort, ajoutant qu'alors, si "le communisme appartient au passé, (...) en revanche la question du communisme reste au coeur de notre temps".

Sur ce point comme sur bien d'autres, pourtant, Le Passé d'une illusion apparaît moins arrogant que ne l'ont dit ses détracteurs, fustigeant la morgue d'un manifeste "néolibéral". Bien plus contradictoire, aussi, que ne l'ont prétendu ses admirateurs, célébrant "l'audace" d'un brûlot anticommuniste. Car, loin d'être satisfait, le libéralisme de l'historien apparaissait plutôt "mélancolique", selon une jolie formule de Pierre Hassner. Lui-même ancien militant stalinien (de 1945 à 1949), François Furet savait de quoi il parlait. Cette dimension autobiographique donne au livre une fragilité et un mystère qui restent entiers.

A la toute fin de son ouvrage, du reste, il admettait que la fin de l'URSS laissait intact "le besoin d'un monde postérieur à la bourgeoisie et au Capital, où pourrait s'épanouir une véritable communauté humaine". Là est la différence entre l'auteur du Passé d'une illusion et certains de ses héritiers autoproclamés. François Furet a retracé les tragédies de la passion révolutionnaire, il a écrit l'histoire de ses emballements et de ses crimes. Mais il ne haïssait pas l'espérance. Jusque dans l'effroi, il continuait d'en témoigner.


giovedì 29 maggio 2014

Jaurès, il partito del popolo

David, Il giuramento della pallacorda (abbozzo, 1793)

1-2, il vento della libertà
3, Bailly
6, tre ecclesiastici, la figura centrale è l'abbé Grégoire
8, Robespierre
11, Mirabeau

Se fosse una setta, se la sua vittoria dovesse essere la vittoria di una setta, il socialismo dovrebbe esprimere sulla storia il giudizio proprio di una setta, dovrebbe dare la sua simpatia a quei piccoli gruppi le cui formule sembrano meglio annunciare le sue o a quelle fazioni ardenti che spingendo quasi alla follia la passione del popolo sembravano rendere insostenibile il regime che vogliamo abolire . Ma non è da una esasperazione partigiana, è dallo sviluppo potente e vasto della democrazia che il socialismo verrà fuori ed è per questo che, in ogni momento della Rivoluzione francese, mi chiedo: qual è la politica che meglio serve l'intera Rivoluzione, tutta la democrazia? Ora, questa è al momento la politica di Robespierre. Babeuf, il comunista Babeuf, il vostro patrono e il mio, colui che nel nostro paese ha fondato non solo la dottrina socialista, ma soprattutto la politica socialista aveva avvertito tutto ciò nella sua lettera a Coupé de l'Oise: ecco che quindici mesi dopo la morte di Robespierre, quando Babeuf cerca di puntellare la sua impresa socialista, è la politica di Robespierre che gli appare come l'unico punto di appoggio. A Bodson, a questo ardente cordigliere che assisteva alle riunioni del club nella tragica settimana del marzo 1794, in cui l'hebertismo preparò la sua insurrezione contro la Convenzione, a Bodson, rimasto fedele alla memoria di Hébert, Babeuf non teme di scrivere, il 29 febbraio 1796, che Hébert non conta, era riuscito a coinvolgere solo alcune parti di Parigi, mentre il bene comune doveva avere per organo l'intera comunità: Robespierre da solo, andando oltre cricche, sette e combinazioni artificiali, ha rappresentato la piena portata della democrazia.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Histoire socialiste de la France de 1789 à 1900
1903
 
Si le socialisme était une secte, si sa victoire devait être une victoire de secte, il devrait porter sur l’histoire un jugement de secte, il devrait donner sa sympathie aux petits groupements dont les formules semblent le mieux annoncer les siennes, ou à ces factions ardentes qui en poussant presque jusqu’au délire la passion du peuple, semblaient rendre intenable le régime que nous voulons abolir. Mais ce n’est pas d’une exaspération sectaire, c’est de la puissante et large évolution de la démocratie que le socialisme sortira: et voilà pourquoi, à chacun des moments de la Révolution Française, je me demande : quelle est la politique qui sert le mieux toute la Révolution, toute la démocratie ? Or, c’est maintenant la politique de Robespierre. Babeuf, le communiste Babeuf, votre maître et le mien, celui qui a fondé en notre pays, non pas seulement la doctrine socialiste, mais surtout la politique socialiste, avait bien pressenti cela dans sa lettre à Coupé de l’Oise : et voici que quinze mois après la mort de Robespierre, quand Babeuf cherche à étayer son entreprise socialiste, c’est la politique de Robespierre qui lui apparaît comme le seul point d’appui. A Bodson, à ce Cordelier ardent qui assistait aux séances du club dans la tragique semaine de mars 1794, où l’hébertisme prépara son mouvement insurrectionnel contre la Convention, à Bodson, resté fidèle au souvenir d’Hébert, Babeuf ne craint pas d’écrire, le 29 février 1796, qu’Hébert ne compte pas, qu’il n’avait su émouvoir que quelques quartiers de Paris, que le bonheur commun devait avoir pour organe toute la communauté et que Robespierre seul, au-delà des coteries, des sectes et des combinaisons artificielles et étroites, a représenté toute l’étendue de la démocratie.





Chambre des députés, 18 novembre 1908, débat sur la peine de mort

M. Jaurès. Qu’est-ce donc, dans son fond, dans son inspiration première, que la Révolution française ? C’est une magnifique affirmation de confiance de la nature humaine en elle-même. Les révolutionnaires ont dit à ce peuple, asservi et enchaîné depuis des siècles, qu’il pouvait être libre sans péril, et ils ont conçu l’adoucissement des peines comme le corollaire d’un régime nouveau de liberté fraternelle. M. Massabuau me rappelait Robespierre et la guillotine en permanence. Je prie M. Massabuau de laisser aux esprits vulgaires ce trop facile jeu d’esprit. (Exclamations et rires à droite et au centre. — Applaudissements à l’extrême gauche.) Messieurs, quand les grands esprits de la Révolution faisaient pour les hommes ce rêve d’une justice adoucie, c’était pour une société régulière, équilibrée et fonctionnant normalement. Ils ont été obligés à une lutte à outrance par la révolte même des forces atroces du passé. Mais savez-vous ce qui les excuse, s’ils avaient besoin d’excuse ? Savez-vous ce qui les glorifie ? C’est que, à travers les violences mêmes auxquelles ils ont été condamnés, ils n’ont jamais perdu la foi en un avenir de justice ordonnée. (Exclamations à droite. — Applaudissements à l’extrême gauche et sur divers bancs à gauche.) C’est qu’ils n’ont jamais perdu confiance en cette révolution au nom de laquelle ils avaient tué et au nom de laquelle ils étaient tués : Condorcet, proscrit, retraçait les perspectives du progrès indéfini de l’esprit humain ; à Robespierre, blessé, on ne pouvait arracher dans son stoïque silence aucune parole de doute et de désaveu. Et c’est parce que ces hommes, à travers la tourmente, ont gardé la pleine espérance, la pleine confiance en leur idéal, qu’ils ont le droit de nous la transmettre et que nous n’avons pas le droit, dans des temps plus calmes, de déserter la magnifique espérance humaine qu’ils avaient gardée. (Applaudissements à l’extrême gauche et sur divers bancs à gauche.) 

domenica 9 marzo 2014

Filippo Turati a Livorno



19 gennaio 1921


Compagni amici, e compagni avversari; non voglio, non debbo dire nemici.
 [...] Compagni, io non toccherò che due note in questo – ripeto – breve discorso: una nota dottrinale, una nota pratica.

Nella dottrina, sul terreno dottrinale, io rivendico, noi rivendichiamo solennemente il nostro diritto di cittadinanza nel socialismo, che è il comunismo, che non è per noi il socialismo comunista e il comunismo socialista, perché in queste denominazioni artificiose, ibride, evidentemente l’aggettivo scredita il sostantivo, e il sostantivo rinnega l’aggettivo. Il comunismo ebbe due sensi – voi tutti lo sapete – nella storia del moderno movimento proletario. O fu il comunismo critico di Engels e di Marx, il comunismo classico, opposto per ragioni tutte tedesche e transeunte ai falsi socialismi che prevalevano un quarto di secolo fa, socialismi filantropici falsi, a tutti i socialismi antirivoluzionari di quel tempo – e tutto questo è superato in Germania, come in Italia, come dovunque – oppure si chiamò comunismo in senso ideologico, nella previsione della forma della futura società socialista, che fosse più in là del collettivismo, che al concetto del sistema collettivista: «a ciascuno secondo il proprio lavoro, salvo gli invalidi, i bambini, ecc.», sostituiva il concetto più vasto: «a ciascuno secondo i propri bisogni» – prendere nel mucchio, come si diceva sinteticamente – che più che due concetti opposti significavano due fasi successive di evoluzione. La prima applicabile ad una società in periodo classico capitalistico, la seconda in una società di abbondanza, di esuberanza in cui le condizioni sociali permettano il grande consumo, la grande distribuzione ugualitaria di tutte le ricchezze. Compagni, questo comunismo, in un senso o nell’altro, questo comunismo che è il socialismo, può anche espellermi dalle file di un Partito, ma non mi espellerà mai da sé stesso. Perché io ho detto che quando si fa testamento si può essere un po’ orgogliosi, perché, francamente, compagni, è un diritto di anzianità, niente altro, non è un merito. Questo comunismo, questo socialismo e questo comunismo non solo noi lo abbiamo imparato negli anni della giovinezza sui testi sacri – direi quasi – della nostra dottrina, ma lo abbiamo in Italia, per solo merito di anzianità, ripeto, insegnato alla massa, al Partito nostro, ai Partiti che precedettero il nostro nella evoluzione del socialismo, quando questi lo ignoravano, quando lo temevano, quando lo sospettavano, quando lo avversavano.
Ed è così che io, con pochissimi altri, in un tempo che i giovani non possono ricordare,
abbiamo portato nella lotta proletaria per la prima volta in Italia – oh! copiammo dall’estero, più avanzato di noi – la suprema finalità del socialismo: la conquista del potere da parte del proletariato costituito in Partito indipendente di classe, questa conquista del potere che il compagno Terracini ieri – mi pare ieri – enunciava come un segno di distinzione fra la loro schiera e la nostra, fra il programma antico e quello tutto nuovo, anzi, come egli ci confessò onestamente, tutt’ora in faticosa elaborazione, e che però egli vorrebbe sostituire in blocco al vecchio e glorioso programma del Partito socialista. Io posso dunque amichevolmente sorridere di questa novità e di questa scoperta, che furono l’anima della nostra intelligenza e della nostra vita da che cominciammo a pensare. Non è questo che ci distingue oggi. Ciò che ci distingue non è la generale ideologia socialista, la questione dei fini, e neppure quella dei mezzi, ma una pura e semplice valutazione della maturità delle cose e del proletariato a prendere determinate posizioni in un dato momento; è unicamente la valutazione della convenienza di determinati mezzi episodici della lotta. La violenza, che per noi non è un programma, non può e non deve essere un programma, che alcuni accettano in toto e vogliono organizzare e preparare – i cosiddetti comunisti puri, chiamateli come volete – che altri accettano a mezzo, guadagnando tutte le conseguenze dannose e nessun utile che la violenza potrebbe per avventura, nella mente di quegli altri, contenere in sé, noi, come programma, la rifiutiamo. La dittatura del proletariato, per noi, o è dittatura di minoranza, e allora è imprescindibilmente dispotismo tirannico, o è dittatura di maggioranza, ed è un vero non senso, perché la maggioranza non è dittatura, è la volontà del popolo, è la volontà sovrana. E da ultimo, altro segno di distinzione, il proposito della costrizione del pensiero all’interno del Partito, la persecuzione dell’eresia, da cui nasciamo; nostra madre, o figliuoli, o fratelli carissimi, come direbbe un predicatore, (ilarità), la persecuzione della eresia nell’interno del Partito, che fu l’origine e la vita stessa del Partito, la sua forza rinnovatrice ad ogni istante, la garanzia che esso possa lottare contro tutte le forze intellettuali e materiali che gli si parano di fronte. Tutte forme queste – violenza, culto della violenza, dittatura del proletariato, persecuzione dell’eresia – che si risolvono in una sola: nel culto della violenza interna, dirò così, e esterna, e che hanno un solo presupposto – semplifichiamo la questione nella quale è il vero punto di ogni divergenza – e cioè quello – che per noi è l’illusione – che la rivoluzione sociale, intendiamoci, non una rivoluzione politica, che abate e cambia sistema, sia il fatto volontario di un giorno o di un mese o di qualche mese, sia l’improvviso alzarsi di un sipario, il calare di uno scenario nuovo, sia il domani di un post-domani di un calendario, mentre il fatto di ieri, di oggi, di sempre, che esce dalle viscere stesse della società capitalistica, di cui noi creiamo soltanto la consapevolezza, che noi possiamo soltanto agevolare nei molteplici adattamenti della vita politica, ma non possiamo né creare, né apprestare, né precipitare, che dura da decenni, che si avvererà tanto più presto quanto meno lo sforzo della violenza, quanto meno il culto della violenza provocante, bruta, prematura, e quindi destinata al fallimento, esasperando resistenze avversarie e provocando reazioni e contro rivoluzioni, le ritarderanno il cammino e l’obbligheranno di ritornare su se stessa. Onde è che per noi la via vera, quella dell’evoluzione, è la più breve. Ed è per questo concetto fondamentale, che il concetto praticato ed accettato da noi, sinceramente, con tutta la devozione, la dedizione e l’umiliazione del nostro particolare concetto, il concetto della sottomissione alle deliberazioni del Partito, del nostro appartarci quando non possiamo cooperare, per dovere di coscienza, ma non vogliamo attraversare, concetto con cui il compagno Serrati chiudeva poche ore fa il suo discorso, formidabile discorso, questo concetto di disciplina nel l’azione con la libertà del pensiero, della discussione e della critica, noi lo accettiamo sinceramente, ma dovrà essere accettato e considerato con un certo grano di sale. Perché, quando comincia l’azione a cui è applicabile la disciplina, e quando finisce? Per chi ha il concetto che l’azione rivoluzionaria sia l’azione di un’ora o di un anno, questo obbligo, a chi non è in quel determinato ordine di idee e che diversificasse nei metodi, di appartarsi, di non parlare, di essere silenzioso nel momento del combattimento vero e proprio non si discute e non si fa della critica, è evidente. Ma chi pensa, come noi pensiamo, che questa rivoluzione vi sia già, che procede per lente conquiste, che dura dei decenni, allora, amico Serrati, allora qui tu per il primo comprenderai che questa massima deve essere accettata con molta considerazione, perché quando questo movimento dura decenni, chi rinunzia alla parola ed al pensiero, non alla solidarietà ad una determinata azione nel momento che si svolge, evidentemente rinnegherebbe se stesso.
Non credo che abbiate piacere di avere dei rinnegati tra di voi, e sarebbe il maggiore tradimento che si farebbe al Partito, e, più che al Partito, alla propria vanità, al proprio interesse, alla propria situazione. Questo culto della violenza, che è agli inizi di tutti i Partiti nuovi, che è lo strascico di vecchie mentalità blanquiste, insaziate, che sembrano sempre tramontate e che risorgono sempre nella vita dei nostri proletari, che il socialismo disperde ed annulla, che la mentalità di guerra – non ne fu la causa unica – ha rinvigorito, per ragioni intuitive e da tutti ammesse, questo culto della violenza non è che un fiore di serra, effimero, che dovrà presto morire. La violenza è propria del capitalismo e delle minoranze che intendono imporsi e schiacciare le maggioranze, e non può essere il principio delle maggioranze che vogliono e possono, con le armi intellettuali, redimersi ed imporsi. La violenza è il contrapposto della forza, la violenza è anche la paura, la poca fede nell’idea, la paura delle idee altrui, il rinnegamento della propria idea. E rimane tale anche se trionfa per un’ora, se per un’ora sembra trionfare, seminando dietro di sé la reazione della insopprimibile libertà della coscienza umana, che diventa controrivoluzione, che diventa vittoria, ad un punto dato, dei comuni nemici. Questo avvenne sempre nella storia. Si potrebbe citare il cristiane simo, che fu un’enorme espansione di una idea: una forza che diventò misera, falsa, traditrice, ipocrita, nulla, impotente quando si appoggiò ai troni, alle armi, a tutte le forze della violenza. Ma, soprattutto, questa è verità profonda, che voi riconoscerete un giorno: in regime di suffragio universale, ancora non saputo adoperare, ancora incosciente, che dovremmo rendere cosciente, ma che vuol dire: «siete i sovrani, i dominatori», potete fare tutto quello che volete, senza versare una stilla di sangue umano, vostro ed altrui, se con la violenza, che desta la reazione, non metterete il mondo intero contro di voi. Ecco il punto del nostro solo, del nostro vero dissenso, che fu di ieri, che è di oggi, che è di sempre, contro il quale sempre insorgemmo. E al compagno Terracini, che ci ha detto qui ieri, come per coglierci in contraddizione, che se vi è qualcuno che non ha mai fatto appello alla violenza più pazza, tra noi, quegli getti la prima pietra, ebben dico francamente: «compagno Terracini, quel qualcuno eccolo qui!». Purtroppo a noi può dolere, profondamente dolere, che la vita sia diversa da quella che vorremmo, che questa fioritura di socialismo di guerra ci devii, ci divida, ci faccia abbandonare il più rapido raggiungimento della meta a cui aneliamo insieme, ci faccia perdere degli anni preziosi, in cui, facendo forza sulle enormi delusioni della guerra e del dopo guerra, noi avremmo potuto fare avere al proletariato vantaggi enormi, conquiste relativamente rapide e sicure, che noi invece sacrifichiamo alle nostre divisioni ed alle nostre impazienze. Sì, noi lottiamo troppo contro noi stessi, noi lavoriamo troppo spesso per i nostri nemici: noi creiamo la reazione, creiamo il fascismo, creiamo il Partito popolare, intimidendo, intimorendo oltre misura, proclamando con una suprema ingenuità, anche dal punto di vista cospiratorio, la preparazione dell’azione ultima, vuotando del suo contenuto quell’azione parlamentare, che non è l’azione di pochi uomini al di sopra degli uomini, ma che dovrebbe essere la più alta efflorescenza dell’azione comune di tutto il Partito entro i quadri nazionali, e, per accordi reciproci, anche dentro il grande quadro internazionale, che dovrebbe es sere appunto la più alta efflorescenza del pensiero e dell’azione, dell’intero Partito, oggi, della intera classe, domani. Noi creiamo la controrivoluzione, e, amici miei, non sempre vi sarà possibile servirvi dell’ombrello Turati. Ma bisogna rassegnarsi al destino, le vie della storia sono piene di cadute e di asprezze, il nostro dovere è di abbreviare quanto più sia possibile il cammino del divenire del proletariato, pronti sempre a mostrargli il pericolo al quale anche per un involontario tradimento dei suoi interessi potrebbe essere esposto, e questo noi lo faremo sdegnosi di ogni popolarità di popolo o di Partito, sicuri nella incrollabile corazza della nostra coscienza di uomini e di compagni. E questo lo abbiamo fatto, lo facciamo, lo faremo assieme con voi, lo faremo anche se fossimo per un momento, per un’ora, per un anno, per quanto tempo sarà necessario, separati da voi o da una parte di voi, questo, lo faremo sempre, perché è l’imperativo categorico della nostra coscienza, la ragione stessa della nostra dignità di vita! Noi siamo figli del Manifesto del 1848. Tutti! Soltanto noi siamo i figli di quel Manifesto, che accettiamo come una cosa che non si accetta come un dogma religioso, ma nel suo spirito, ponendolo nel suo tempo, integrandolo colle revisioni, i perfezionamenti, gli sviluppi che i tempi consigliano e che gli stessi autori e i più autorizzati interpreti del loro pensiero hanno solennemente consacrato nella dottrina. Io citai a Bologna la celebre prefazione alle «Lotte di classe in Francia» di Marx, prefazione del suo continuatore più autorizzato, del suo, non dico braccio destro, ma cervello destro, di Federico Engels, in cui, dopo quasi mezzo secolo dal «Manifesto dei comunisti», se ne faceva dai più autentici interpreti la revisione confessando come, non per gioventù di uomini, ma per la giovinezza del Partito nel tempo essi avessero sopravalutata la possibilità insurrezionale, avessero creduto a ciò che non volevano più. E la potete vedere, questa citazione, negli opuscoli che l’hanno diffusa: è una vera sconfessione del culto della violenza; ed essi confessano che si erano ingannati, che la storia li ha completamente smentiti, e che essa dimostra come le classi che detengono il potere hanno più paura dell’azione legale del proletariato che dell’azione illegale e dell’insurrezione. La légalité nous tue. Per cui essi ci provocano sulle piazze, dove sanno che saremo sconfitti, mentre sanno che nell’esercizio dei mezzi legali essi stessi dovranno rompere la legalità, non noi, la legalità che li uccide, veramente, definitivamente. E si potrebbero, se volessi farvi un lungo discorso, ma non ne ho l’intenzione, e passo subito al secondo punto della mia breve concione, si potrebbero citare altri punti. Non guardiamo una frase di un discorso, di un opuscolo, dobbiamo studiare, e i giovani anche, dobbiamo guardare l’insieme del pensiero marxista, cercare nelle sue monografie, ed allora, leggiamo nella «Guerra civile in Francia», scritta dopo il 1870, leggiamo cosa egli dice quando dichiara che i lavoratori della Comune sapevano che, per raggiungere la loro emancipazione, per raggiungere le forme superiori della società cui tendevano dovevano sostenere delle lunghe lotte ed attraversare una serie di fasi storiche successive che avrebbero tra sformato a poco a poco le circostanze e gli uomini, dovevano liberare gli elementi che la vecchia società tiene nel suo seno, per concludere con la derisione delle congiure, col beffeggiare questa borghesia di allora – forse ancora di oggi – che immagina l’Internazionale dei lavoratori come una società segreta di congiure e di complotti, mentre è l’associazione di tutti quanti i grandi interessi umani che si uniscono per la storia nuova. Leggete i «Fondamenti del comunismo» di Engels, dove si annuncia come la sopravvalutazione del grado di maturità per la rivoluzione – in quel senso: la insurrezione di un giorno – sia il difetto di tutti i Partiti, anche il loro difetto, di Engels e di Marx, per le concessioni che dovettero fare i Partiti dal momento che la giovinezza del loro spirito, ecc., e come la storia li abbia smentiti, richiamandoli a inoculare al proletariato la necessità di quella lotta dura, continua, che dopo una conquista ne assicura un’altra, e poi un’altra e solo nei decenni finalmente trionfa.
Non voglio fare altre citazioni – se ne potrebbero fare a migliaia – ma non è con delle citazioni che si modifica l’abito mentale di chi ha fatto uno studio per proprio conto. Baldesi citava un discorso di Marx ad Amsterdam, nel 1874, in cui ripeteva le stesse cose. I libri di Marx e di Engels sono pieni dello stesso concetto: la profezia, la modifica nella successiva edizione. Tutti i Partiti giovani sono caduti nello stesso errore, rovinando così la causa che pretendono di servire, il che vi dimostra che noi abbiamo qualche ragione di ritenerci gli eredi più fedeli del marxismo più puro e più completo. Il culto di qualche frase, la famosa violenza che fa tutto nella storia, e via via, parole da comizio, che per accidia intellettuale si affacciano al cervello dei meno colti, che per loro sono come le chiavi che aprono tutti i chiavistelli della storia, e velano il vero fondo della dottrina. Quel culto delle frasi isolate, dei periodi isolati, per cui Marx dichiarava volentieri e spesso – lui di non essere marxista, come io – uomo di cento cubiti più sotto, si capisce – ho avuto tante volte, di fronte a certi pettegoli, da dichiarare che non sono punto turatiano. Perché nessuna formula, fossero anche i 21 punti di Mosca, nessuna formula scritta ci dispensa dall’avere un cervello pensante, sostituendosi all’azione del cervello che, al cimento dei fatti che mutano, si serve bensì di certe leggi intellettuali, di certi punti di orientamento acquisiti, ma modifica continuamente le proprie vedute a seconda del le necessita della storia e dell’ora. E vengo, e sarò più breve, al secondo ed ultimo punto della mia dichiarazione di voto: la nota pratica sul terreno pratico. Consentite ancora alla vecchiaia – amici, ho quasi quaranta anni di milizia e di propaganda – di affermarvi un’altra convinzione, che se la parola non fosse lievemente ridicola, potrei anche dire una profezia. Una profezia tanto facile che per me è di assoluta certezza, perché vale a compensarmi anche quando l’asprezza dei vostri contrasti mi amareggia e mi produce quel profondo dolore che tutti quelli che hanno veramente amato il Partito sentono. Ad ogni modo io vi faccio questa profezia da Barbanera, perché, se tra qualche anno la troverete smentita, avrete la gioia di poter dire che ero, non un bagolone, ma certamente un illuso. Tra qualche anno, io non sarò forse più qui, non sarò forse più al mondo, voi constaterete se questo si sia avverato. Questo culto della violenza, che è la fonte di tutti i nostri dissensi, la nota profonda, vera, unica del nostro dissenso, questa possibilità del miracolo, della violenza fisica, esterna, verso le altre classi, interna verso una parte del Partito, della violenza fisica e della violenza morale, perché vi è anche una forma di violenza morale che è perfettamente antipedagogica e dannosa allo scopo: la violenza morale che vuole precipitare le cose al di là del possibile, che vuole violentare le mentalità che non hanno trovato nelle circostanze esteriori – perché dalle cose nascono le idee – la possibilità di usare in dati momenti la violenza, che vuole far camminare il mondo sulla propria testa (secondo la frase con cui Marx definiva la filosofia di Hegel) mentre il grande vanto di Marx è stato di rimettere il mondo sui propri piedi, vi è anche una violenza morale, e il comunismo di Marx e di Engels è la negazione di tutte queste violenze in tutto il mondo, tutto questo tra qualche anno non potrà più esistere. Ma per fermarci all’Italia, che, come evoluzione economica sta tra mezzo a quello che fu la Germania ed a quello che è ancora la Russia, sta come un secolo di mezzo fra due secoli, o anche fra due ere, un medioevo di un evo che per noi è ancora futuro, per fermarci all’Italia, la storia dei nostri Congressi, che riassume in qualche punto, simboleggia le varie fasi di pensiero per cui il Partito è passato – oh! vi darò un consiglio che vi farà ridere, ma a torto lo fareste storia che è magnifica men te riassunta in un articolo contenuto nel numero di dicembre della «Nuova Antologia» scritto da un nostro avversario, Filippo Meda, con una comprensione storica quale difficilmente noi avremmo avuto – leggetelo quell’articolo – la storia dei nostri Congressi dimostra che la lotta di oggi acuita dalla guerra, inasprita dalle conseguenze della guerra è la lotta che è stata sempre combattuta, e nella quale il culto della violenza rinasce, fu smantellato, demolito, torna a rinascere in varie truccature a seconda del momento e delle circostanze, ma è sempre l’unica lotta che si è combattuta e nella quale sempre il socialismo antico, quello classico, il socialismo che crea le coscienze, le organizzazioni, gli organismi, venuti a poco a poco, per acquisizioni successive, è sempre stato il vincitore, pure avendo l’indomani a combattere la stessa lotta.
[...] La lotta sarà questa volta più dura, lenta, ma sarà lo stesso l’effetto, e fra qualche anno quando anche mito russo, che avete torto di confondere con la rivoluzione russa, cui applaudo con tutto il cuore quando il mito, quello che è di religioso nei vostri animi, il mito bolscevico, sarà evaporato, quando il bolscevismo attuale o avrà fatto fallimento o sarà trasformato dalla forza delle cose, la nostra vittoria verrà. Quando sotto le lezioni dell’esperienza, e speriamo che non sia troppo dura per l’Italia e non debbano versarsi quei torrenti sanguinosi che si versarono in Ungheria, quando sotto la lezione delle cose voi avrete inteso più che non abbiate inteso ora; quando le vostre affermazioni di oggi saranno da voi stessi onestamente abbandonate e sconfessate; e i Consigli degli operai e dei contadini, a cui non si aggiungono i soldati non so perché, dovranno pur cedere il passo a quel grande Parlamento proletario in cui sarà riassunta tutta la forza intellettuale, politica e tecnica di tutto il proletariato italiano alleato al proletariato di tutto il mondo, solo allora avrete inteso come il fenomeno russo sia un grande fenomeno storico, ma non nel solo aspetto, forse il più caduco, il meno vitale che voi considerate vedendone l’applicazione puramente tecnica e meccanica, che non sarà possibile e che se poi è possibile ci ricondurrebbe al medioevo, avrete capito – intelligenti come voi siete – che la forza del bolscevismo russo è in un nazionalismo russo che avrà una grande influenza nella storia del mondo come opposizione all’imperialismo dell’Intesa, ma che è pur sempre una forma di nazionalismo orientale che è conseguenza della necessità statale di trasformare o perire e si aggrappa a noi, al Partito socialista italiano (non si meravigli Serrati se ci domanda di più di quanto non oserebbe domandare all’Inghilterra od alla Francia) si aggrappa a noi disperatamente per salvare se stesso, che non possiamo seguire ciecamente perché diventeremmo gli strumenti di quel nazionalismo orientale che avrà, ripeto, anche esso la sua grande funzione nella storia del mondo, aprirà l’Oriente alla vita civile e chiamerà la Cina, il Giappone, l’Asia Minore le vecchie razze che sono negli ipogei della storia, alla vita della storia, ma non si può sostituire, né distruggere, né imporre alla Internazionale Maggiore dei popoli più evoluti nel cammino della storia. Il nucleo solito quindi – con questo finisco – che rimane di tutte queste lotte, che sono sempre le stesse nelle diverse forme transitorie e caduche, il nucleo solido è nell’azione. Nell’azione che non è l’illusione, che non è il miracolo, la rivoluzione in un giorno o in un anno, ma è la abilitazione progressiva, faticosa, misera, per successive graduali conquiste, obiettive e soggettive, nelle cose e nelle teste, della maturità proletaria a subentrare nella gestione sociale: sindacati, cooperative, potere comunale, parlamentare, cultura, tutta la gamma, questo è il socialismo che diviene! E non diviene per altre vie: ogni scorciatoia non fa che allungare la strada; la via lunga è la sola breve. E l’azione è la grande pacificatrice, è la grande unificatrice; essa creerà l’unità di fatto, che noi non troviamo nelle formule, che non troveremo mai nelle parole né negli ordini del giorno, per quanto abilmente ponzati con dosature farmaceutiche di fraterno opportunismo. Azione perenne, azione fatale, prima e dopo quella tale rivoluzione che si avvera sempre, nella quale siamo dentro, perché essa stessa, questa azione è la rivoluzione. Azione pacificatrice e unificatrice; non è a caso che in talune plaghe dove l’azione è più rudimentale, l’organizzazione è una speranza, dove non si riesce a mettere assieme una lega di cinquanta individui, non per colpa degli uomini, ma per situazione arre trata economica dell’industria, della civiltà, ecc. – mi pare che l’affermasse Bordiga stesso questa mattina scambiando le rivoluzioni politiche con quelle sociali – non è a caso che proprio in quelle plaghe dove c’è meno azione, ivi sembra che l’estremismo trovi spesso più facile la via, mentre dove avete già un’azione di masse coscienti, dove più impera la Confederazione Generale del Lavoro, ivi trovate la maggiore resistenza, per le necessità organiche di questo movimento che non riuscirete a placare con ordini del giorno né con imposizioni, perché nasce dalle viscere stesse del movimento e dalle sue necessità storiche fatali. Ond’è che quando avrete fatto il Partito comunista, quando avrete – e non mi pare che ancora vi ci si avvii molto rapidamente – impiantato i Soviety in Italia, se vorrete fare qualche cosa che sia rivoluzionaria davvero, che rimanga come elemento di civiltà nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto, ma dopo ci verrete, perché siete onesti, con convinzione, a percorrere completamente la nostra via, a percorrere la via dei socialtraditori, e questo lo dovrete fare perché questo è il socialismo che è solo immortale, che è solo quello che veramente rimane di vitale in tutte queste nostre beghe e diatribe. Dovete fare questa azione graduale, e dovendo fare questa azione, che non può essere che quella, non ce n’è altre e tutto il resto è clamore, è sangue, è orrore, è reazione, è delusione, dovendo fare questa opera voi dovrete poi anche fare da oggi un’opera di ricostruzione sociale. Io sono già imputato, e dovrei essere oggi alla sbarra, con le guardie rosse accanto, di un discorso pronunziato alla Camera il 20 giugno: «Rifare l’Italia», in cui cercavo di delineare, come lo penso io, il programma di ricostruzione sociale del nostro paese, perché abbiamo parecchio da fare nel nostro paese.
Leggetelo. Probabilmente non lo avete letto ed avete fatto male! Leggetelo e vedrete altre profezie e vi accorgerete che questo corpo di reato è il comune programma. Voi temete oggi di costruire per la borghesia. Preferite lasciar crollare la casa comune al conquistarla per voi. Fate vostro il «tanto peggio tanto meglio» degli anarchici. Credete o sperate che dalla miseria crescente possa nascere la rivendicazione sociale: non nascono che le guardie regie e il fascismo, la miseria, l’ignoranza, lo sfacelo. Voi non intendete ancora che questa rivoluzione, fatta dal proletariato con criteri proletari, sarà il maggior passo, il maggior slancio, il maggior fondamento per la rivoluzione proletaria completa di un giorno. E allora, in quel giorno, noi trionferemo insieme! Io forse non vedrò quel giorno. Troppa gente nuova è venuta per forza di cose, che renderà più aspra e difficile la nostra via, ma indubbiamente si trionferà in quella via; maggioranza, minoranza, non conta niente, non si tratta di numeri, frazione scacciata o frazione tenuta, alleanza di frazione o non, collaborazione di frazioni o non, fortuna di uomini scacciati via o tenuti, tutto questo è ridicolo di fronte alle necessità della storia, tutto questo non ha importanza, ciò che ha importanza è la forza operante, per cui io vissi, nella cui fede onestamente morrò, con voi o senza di voi, uguale sempre a me stesso, e combattendo io resto, e credo nel suo trionfo, con voi, perché questa forza operante è il socialismo.
Ebbene: Viva il socialismo!

giovedì 27 febbraio 2014

Ancora sulla Cina: Davide Lajolo (1967)

Venti quattro anni, Rizzoli, Milano 1981

26 luglio [1967]

In Cina siamo allo scontro finale tra Mao e Liu Sciao Ci.
Se ricordo il fascino che la figura di Mao emanava durante quel lungo colloquio, tuttora vivissimo a distanza di tanti anni, mi pare davvero impossibile che in un uomo che ha avuto tanta saggezza e guidato verso la libertà un miliardo di uomini, possa nascere un odio così accecante, una sete di distruzione di tutto quanto ha costruito assieme al suo popolo. Mao quando parlava di popolo pareva diverso dagli altri uomini. Dava la sensazione di essere popolo col popolo, come se fosse ancora con i contadini nelle caverne a sfamarsi col pane di soia e un pugno di riso e la sua esistenza valesse solo in quella consapevolezza. Ora le notizie dicono che tutto il caos in cui sta precipitando la Cina, le persecuzioni, le irrisioni contro i combattenti della Lunga Marcia con al collo cartelli infamanti, messi alla gogna dai codardi che diventano crudeli quando sono sicuri dell'incolumità, è voluto da Mao. Quello stesso popolo che si è liberato torna a scontrarsi nella guerra civile. Anche Mao agisce come Stalin. In Cina si uccide senza la finzione di processi e di sentenze infami.
Evidentemente Mao non ha sopportato di vedere eletto a presidente della Repubblica Liu Sciao Ci, anche se è stato sempre al suo fianco. Mao lotta contro il Comitato Centrale, contro il partito. Sui giornali murali si insulta anche Ciu En Lai, il collaboratore più fedele di Mao. La fraterna, incrollabile amicizia con l'URSS è crollata tra gli spari sul confine dell'Ussuri. Il socialismo non estirpa la guerra, l'odio fratricida. Allora di che socialismo si tratta? Perché tanti sacrifici nella certezza di mutare volto al mondo? Penso ai miei ragazzi partigiani che morivano inneggiando alla libertà e nel nome di Stalin, penso agli studenti che cadono oggi sotto il piombo della polizia gridando i nomi di Che Guevara e di Mao. Certe illusioni ti cadono sulla testa come mazzate. Come resistere? Come insistere nella lotta? Quali valori, quali esempi, quali certezze per un mondo migliore da insegnare ai giovani?

----------------------------------------------------------------------------------------------------------

 RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE

(settembre 1965 - estate 1967). Tentativo di mobilitazione politica condotto da Mao Zedong negli anni sessanta con l'obiettivo di evitare alla rivoluzione cinese il processo di involuzione sociale che egli ravvisava nell'Unione sovietica. Secondo un'interpretazione, l'iniziativa fu probabilmente collegata allo scontro di vertice tra Mao, appoggiato dall'esercito popolare guidato da Lin Biao e da pochi ideologi rivoluzionari come Chen Boda, e l'apparato istituzionale del partito e dei sindacati diretto da Liu Shaoqii e da Deng Xiaoping. I diversi gruppi dirigenti strumentalizzarono ai loro fini le forze presenti nella società civile provocando a più riprese la rimozione e la persecuzione di interi settori di militanti di partito, la crisi di importanti strumenti culturali e amministrativi e un danno generale all'apparato produttivo del paese e soprattutto al processo di formazione delle nuove generazioni. Un'altra linea interpretativa accentua invece il carattere eversivo degli appelli di Mao ai giovani contro il consolidamento delle strutture burocratiche immobilistiche e parassitarie, dovuto all'intreccio tra la tradizione confuciana e l'adesione ai modelli staliniani. La sconfitta della Grande rivoluzione culturale proletaria si consumò nell'estate 1967, quando Mao dovette accettare la logica di un ritorno all'ordine, sostenuto tra l'altro dai quadri rurali di formazione militare a lui fedeli, dall'esercito e dall'amministrazione capeggiata da Zhou Enlai. Le successive vicende (dalla condanna dei gruppi giovanili, a quella degli ideologi e poi di Lin Biao fino all'arresto di Jiang Qing e della cosiddetta "banda dei quattro" dopo la morte di Mao) sarebbero state solo tappe della rimozione dell'esperienza.

Dizionario di storia moderna e contemporanea, Paravia Bruno Mondadori