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venerdì 25 marzo 2022

Tolstoj, Mosca 1812


 

 Lev Nicolaevic Tolstoj, Guerra e pace, 1869
www.writingshome.com

Così com'è difficile spiegare quale motivo e quale scopo abbiano di affrettarsi tanto le formiche di un formicaio devastato, le une allontanandosi dal formicaio e trascinando pagliuzze, uova e cadaveri, le altre facendo ritorno al formicaio; e perché si scontrino, si inseguano, si azzuffino, così è difficile spiegare le cause che indussero i russi, dopo la partenza dei francesi, ad affollarsi in quel luogo che prima era chiamata Mosca. Ma allo
stesso modo che guardando le formiche sparpagliate intorno al formicaio devastato, nonostante la completa distruzione del formicaio, dalla tenacia, dall'energia, dal numero sconfinato d'insetti che brulicano lì intorno, si vede che tutto è distrutto fuorché qualcosa d'indistruttibile, di immateriale che costituisce tutta la forza del formicaio, - anche Mosca nel mese di ottobre, sebbene non ci fossero più né autorità, né chiese, né cose sacre, né ricchezze, né case, era la stessa Mosca del mese di agosto. Tutto era distrutto fuorché qualcosa di immateriale, ma di potente e di indistruttibile. 

https://machiave.blogspot.com/2014/05/la-metafora-dellalveare-in-tolstoj.html

 

https://machiave.blogspot.com/2014/05/la-metafora-dellalveare-in-tolstoj.html

domenica 27 gennaio 2019

L'élite che non c'è



Si fa un gran parlare negli ultimi tempi dell'élite. Molti affrontano il tema senza nemmeno interrogarsi sul senso originario e proprio della parola stessa. Elite a loro sembra un equivalente di "classe dominante", in altre parole sta per "quelli che stanno in alto" e soprattutto per "casta formata dai detentori del potere". Naturalmente si può decidere che il nuovo significato della parola è questo.
Non sarebbe male tuttavia interrogarsi sulla reale presenza di una élite nel senso più antico della parola in Italia oggi o negli anni successivi alle elezioni del 2013. Ebbene, non ci vuole uno studio prolungato delle carte per giungere alla conclusione che già con Renzi e con Gentiloni l'élite era ridotta a essere il simulacro di se stessa. Per i padri fondatori della ricerca scientifica in materia, per Mosca e per Pareto, la classe politica non era formata da casuali detentori del potere. Per Pareto l'élite era una aristocrazia che includeva davvero i migliori elementi di una società. Per Mosca le minoranze governanti erano ordinariamente composte da individui che si distinguevano dalla massa dei governati per caratteristiche tali da conferire loro "una certa superiorità materiale ed intellettuale o anche morale".
Il rispetto per la qualità umana e la competenza dei dirigenti politici aveva subito un duro colpo al tempo del governo Monti e dopo di allora aveva raggiunto livelli ancora più bassi, se si esclude la prima fase del governo Renzi. L'intera vicenda comporta un andamento anche più semplice di quel che può sembrare in apparenza. La situazione dei disoccupati e dei precari esclusi dai benefici della globalizzazione era peggiorata e nulla, o ben poco, era stato fatto per rovesciare la tendenza. Una élite per essere tale deve essere formata da individui in grado di affrontare con successo le difficoltà del momento. Il partito democratico di Renzi inseguendo la vittoria nel referendum sulla riforma della Costituzione si era perso in una deriva autoreferenziale che lo avrebbe condannato a un fatale declino.
In questo modo si arriva al predominio dei 5 stelle e della Lega. La vecchia classe dirigente è stata sconfitta dalle circostanze più che dai suoi avversari politici. Alla fine sulla scena rimangono da una parte i perdenti delle battaglie contro il declassamento economico e sociale dell'Italia, dall'altra i promotori di una azione volta a risarcire le vittime della crisi. Tutte persone ordinarie, ormai. La nuova classe dominante dovrebbe consentire al popolo rimasto senza rappresentanza di occupare il centro della scena e di recuperare il terreno perduto. Che ci riesca o no, una cosa è certa: sulla scena al momento non c'è nessuna élite in grado di sciogliere i nodi strutturali che hanno bloccato lo sviluppo del paese. Ci sono tutt'al più una élite fallita e una élite inadeguata. Manca una élite nuova da promuovere. Sarà il futuro a designare concorrenti più seri alla corsa per la leadership, o per l'egemonia. Al potere per ora ci sono solo i becchini del vecchio sistema.



https://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2018-07-19/la-notte-elite-e-l-alba-populista-214246.shtml?uuid=AEPooWOF
https://www.lastampa.it/2016/12/22/cultura/perch-la-politica-ha-bisogno-di-unlite-06rz46qfqSHpnPUbrKQBjJ/pagina.html
https://www.wittgenstein.it/2019/01/15/quando-parliamo-di-elite/

mercoledì 14 ottobre 2015

Librai e librerie: l'anima e la passione di un mestiere

Francesco Matteo Cataluccio
Piccola filosofia dei librai e delle librerie
post pubblicato su facebook il 14 ottobre 2015





 
Ci sono dei mestieri che caratterizzano profondamente chi li fa. O meglio: a forza di praticarli si diventa congrui ad essi. Uno di questi, ad esempio, è il fioraio. Un mestiere che mette costantemente a contatto con clienti che entrano nel negozio per soddisfare dei sentimenti nobili (di gioia o di dolore). Avete mai incontrato un fioraio antipatico? Se lo è, dopo un po’ cambia mestiere. C’è un rapporto con gli acquirenti di fiori e piante che non può che essere improntato alla gentilezza, all’amore e la competenza per le cose che si vendono, alla simpatia anche verso l’avventore più difficile.

Il mestiere del libraio, padrone o commesso che sia, è come quello del fioraio (e infatti, uno dei migliori librai che conosco, ha una libreria che si chiama”Centofiori”). Ma la straordinaria varietà delle merci che si vendono in una libreria, lo obbligano ad uno sforzo in più di professionalità gestionale e competenza. Il libraio, c’è poco da fare, deve essere prima di tutto uno che sa. Poi, una persona che ha gusto, che sa selezionare le cose migliori, che capisce, o intuisce, cosa serve al cliente.
Si dice spesso che le librerie sono dei luoghi che incutono timore a chi non c’è mai entrato, che respingono perché fanno sentire inadeguati di fronte a tanta offerta di sapere. E’ certamente un po’ vero, e tanto si può fare (e si sta facendo) per cambiare queste cose. Ma rimarrà sempre, inevitabilmente, qualcosa di sacrale in una libreria. “Una casa senza libri è come un corpo senz’anima”, diceva Cicerone. Figuriamoci un negozio che ne contiene migliaia! Da questo aspetto non si scappa: le librerie saranno sempre dei luoghi dove si prelevano tasselli dell’infinito mosaico dell’anima. Il timore è quindi comprensibile, ma bisogna superarlo per accedere alla caverna dei tesori. Il libraio (oltre all’educazione della scuola e della famiglia) è proprio la persona adatta a far capire che i libri sono cose delicate e preziose, ma fondamentali per la nostra felicità e libertà. Il libraio è una specie di sacerdote laico di una religione mille volte attaccata, e troppo volte, soprattutto nell’ultimo secolo, dichiarata estinta, ma fondamentale per dare un senso e un piacere alla nostra vita E’ il pizzicagnolo che vende un cibo che soltanto i pazzi, o le persone in malafede, possono considerare non necessario.
In alcune lingue si scrive Libro con l’iniziale maiuscola (per indicarne uno solo: la Bibbia) e libri, o addirittura libretti, per indicare tutti gli altri. Le librerie, oltre ad avere varie edizioni e traduzioni del Libro (e di altri Libri di altre religioni) sono piene di libretti. Questo già basterebbe a sdrammatizzare la faccenda. Perché i libri sono legati anzitutto al piacere, al godimento della lettura. La promessa di un piacere deve saper trasmettere il libraio, anche quando sta vendendo un libro difficile e complicato (ma se è un vero grande libro, sarà sempre anche un libro divertente).
Ricordo bene il primo libraio che conobbi. Stava in una libreria formata da uno zig zag di piccole stanze, nel vecchio quartiere di Santa Croce, dove andavo a prendere i libri di scuola e qualche altro volume che mio padre mi lasciava comprare. Teneva un lapis tra la basetta e l’orecchio, come un salumaio. Prendeva il libro in mano con molta delicatezza. Passava il palmo della mano sulla copertina, come se dovesse lisciare il pelo di un animale domestico. Poi lo apriva e, ficcandoci dentro il lungo naso, ne aspirava profondamente l’odore. Poi ti guardava di sottecchi e con un sorrisetto ti diceva: “Hai preso un gran bel libro”. Ogni volta lo stesso rito: ti affidava qualcosa di prezioso, ti consegnava un pacchetto che ti avrebbe cambiato la vita. E si ricordava sempre quel che ti aveva venduto: la volta successiva ti chiedeva se ti era piaciuto o se t’era servito a capir qualcosa di più del mondo.
Una passione così l’ho ritrovata poi negli agenti rateali Einaudi (la cosiddetta “banda Cerati”). Bussavano alla porta di casa tua, come se fossero dei rappresentanti di un’allegra setta mormonica. Aprivano il loro folder e ti squadernavano sul tavolo la loro preziosa mercanzia. Di ogni libro sapevano fornirti una chiave e delle allettanti promesse.
C’erano poi i librai della libreria Feltrinelli (dove i miei genitori ci avevano aperto un conto): erano dei simpatici amici che ti aiutavano con passione a trovare cosa, spesso in modo incerto, cercavi. Lì regnava il carnevale esagerato del sessantotto: vendevano anche poster con leader barbuti, opuscoli infuocati, manuali per improbabili guerriglie e persino, per pochi giorni, barattoli di vernice “per dipingere i poliziotti”. Quelle librerie erano lo specchio di quel tempo caratterizzato più dall’azione che dalla riflessione e la lettura. Ma tante persone hanno iniziato ad avvicinarsi ai libri proprio in quelle strane, affollate, librerie dove si parlava di politica come di calcio dal barbiere.
Da molti anni, tutte le inchieste sul mercato dei libri, ribadiscono che, nelle motivazioni di acquisto di un libro, sta abbondantemente al primo posto il “passaparola”. Altro che pubblicità o recensioni! C’è un percorso di consigli basati sulla fiducia e l’affetto che legano gli acquirenti di libri. E in questo percorso sta al centro il libraio. Quante volte, ad esempio, si sente dire in libreria “Avrei bisogno di un libro per una signora di mezza età appassionata di storia antica; saprebbe consigliarmi un titolo”. Il libraio è il motore fiduciario dei tanti che, per le più svariate ragioni, non sanno come orientarsi in un negozio pieno di variopinti volumi. Ma persino di coloro che, pur lavorando con i libri, non possono inevitabilmente essere aggiornati su tutto ciò che viene pubblicato, soprattutto in campi lontani dai propri interessi.
Quand’ero uno studente liceale, e stavo scoprendo il fascino nuvoloso del teatro, iniziai per caso a frequentare un piccolo negozio in riva all’Arno, accanto al Ponte Vecchio. La burbera signora claudicante che lo gestiva mi fece conoscere Beckett, Racine, Witkiewicz, Artaud, Marlowe, Pinter, tirando fuori con complicità quei libretti dagli scaffali e spiegandomi con pazienza e passione il loro valore. Quando compravo troppi libri e non mi bastavano i soldi, mi prestava quelli in esubero. Si costruì così un affezionato cliente, un amico, un complice.
Tra il libraio (anche quando non è il padrone dell’esercizio) e il cliente deve esserci appunto complicità. Il senso della trasmissione di idee, sensazioni, piaceri, sogni. Chi vende un libro (persino un manuale di giardinaggio) vende una promessa, non deve mai dimenticarlo. Per questo il libraio, pur nel dovere commerciale di avere un vasto assortimento e di esaudire qualsiasi richiesta, è necessario che sappia orientarsi bene nella produzione e selezionare i libri di valore. Non può tradire la fiducia del cliente e non può sbagliarsi nel capire di cosa abbia veramente bisogno.
All’inizio del bel romanzone, come non se ne leggevano da tempo, L’ombra del vento, dello spagnolo Carlos Ruiz Zafòn, è descritta la visita di un ragazzino, figlio di un malinconico venditore di libri rari e usati, al Cimitero dei Libri Dimenticati: “Un tempio tenebroso, un labirinto di ballatoi e scaffali altissimi zeppi di libri, un enorme alveare percorso da tunnel, scalinate, piattaforme e impalcature: una gigantesca biblioteca dalle geometrie impossibili”. E il padre dice al figlio che quello è una specie di santuario: “Quando una biblioteca scompare, quando una libreria chiude i battenti, quando un libro viene cancellato dall’oblio, noi, i custodi di questo luogo, facciamo in modo che arrivi qui. E qui i libri che più nessuno ricorda, i libri perduti nel tempo, vivono per sempre, in attesa del giorno in cui potranno tornare nelle mani di un nuovo lettore, di un nuovo spirito. Noi li vendiamo e li compriamo, ma in realtà i libri non ci appartengono mai. Ognuno di questi libri è stato il miglior amico di qualcuno”.
Alcuni anni fa, il direttore editoriale di una prestigiosa casa editrice (recentemente diventata di sua proprietà), inviò una lettera a tutti i principali librai per accompagnare il dono in anteprima di un romanzo che parlava di una libraia. Al di là del valore del libro, trovo che questa pratica dovrebbe (senza inflazionare e quindi rendere inefficace la cosa) essere adottata quando si tratta di un libro speciale che merita davvero attenzione. Il libraio, ogni tanto, deve aver modo di rendersi conto più direttamente, e in modo meno estemporaneo di quanto non facciano le lettere novità, di ciò gli viene offerto di vendere. Fanno bene perciò gli editori che organizzano periodici incontri tra chi i libri li sceglie e li fa e chi li vende al pubblico.
Le librerie devono essere luoghi un po’ diversi dal mondo che sta fuori. Per questo a volte intimoriscono, ma bisogna che sia così. Se è vero, come le ricerche di mercato testimoniano, il negozio dove si vendono i libri è così essenziale per valorizzare la merce che vi è contenuta, sta al libraio personalizzarlo, renderlo, a cominciare dalla vetrina e dalla soglia, qualcosa che non respinge ma anzi invita a entrare. E’ questo un fenomeno che i bravi librai, persino quelli che possiedono un minuscolo locale, conoscono benissimo. L’occhio allenato capisce subito se in una libreria c’è l’anima e la passione del suo proprietario o del suo inserviente. Se c’è quest’atmosfera, sarà piacevole curiosare tra i banchi e gli scaffali e gli eventuali consigli del libraio saranno credibili.
Una città di antiche tradizioni democratiche e librarie come Amsterdam, le librerie sono delle belle e piacevoli nicchie, spesso molto colorate, dove il libraio ti si fa incontro come un amico: già molti decenni fa ci si poteva sedere a leggere e magari bere un tè e mangiare un dolce. Sarà anche per questo che i libri olandesi, anche graficamente, sono bellissimi.
Democrazia e libri sono storicamente sempre andati, nel bene e nel male, strettamente congiunti, tanto che è quasi banale sostenere che le librerie, nei paesi liberi, sono dei veri e propri presìdi di democrazia e civiltà (e i librai hanno quindi una bella responsabilità!). E la bellezza, come sosteneva Fedor Dostoevskij (che era convinto che solo essa ci salverà), fa parte integrante del valore di un libro come del luogo dove lo si espone e si vende.
Nelle librerie di Praga, Varsavia, o Mosca, fino alla metà degli anni ottanta, si respirava subito un’atmosfera opprimente, sciatta, vuota. A Mosca, soprattutto, ti colpiva la bruttezza e la pesantezza dei volumi, l’odore stantio della colla di pesce che teneva precariamente assieme le pagine di libri dove il censore e l’addetto alla propaganda avevano pesantemente lavorato a togliere dalle righe la freschezza e l’energia della libertà delle idee e delle opinioni. E anche i commessi erano persino più scortesi che negli altri negozi, quasi avessero la coscienza di non aver nulla di buono da vendere. I più furbi facevano lauti guadagni vendendo sottobanco i pochi libri interessanti, stampati in esigue tirature, e quindi tanto più agognati dai lettori e dai trafficanti del mercato nero. I veri libri erano clandestini: stampati, o ciclostilati, in edizioni poverissime ma ricche di idee. C’erano poi i libri normali, ma stampati dalle case editrici dell’emigrazione, il cui possesso poteva costare l’arresto e un sacco di seri fastidi. Questi libri si acquistavano nei posti più strani e improbabili (e i librai rischiavano la galera). A Cracovia, la libreria più fornita era una sbocconcellata panchina dietro una quercia, sotto il Castello, dove un piccolo signore, con la sigaretta sempre accesa e l’aria circospetta, teneva un borsone da ginnastica gonfio di libri che facevano la felicità dei lettori. La mia libraia, a Varsavia, tirava fuori da sotto l’ampia gonna i libri “proibiti” che le avevo ordinato, assieme a succulente salsicce e barattolini di miele. Ma come, inspiegabilmente, succede a tutti gli esseri umani, la mancanza innescava la spasmodica richiesta e il bisogno. La censura e la penuria favorivano così un desiderio insaziabile e mai si lesse tanto in quei paesi come in quegli anni.
Anche quando una libreria è un grande spazio, o è addirittura inserita in un centro commerciale, come uno dei tanti tasselli di un’enorme e variegata offerte di merci, occorre che chi varca quella soglia abbia la sensazione di trovarsi in uno spazio diverso da tutto il resto. La tentazione a rendere tutto omogeneo per acquietare il cliente è certamente forte, ma se non si dà la sensazione che lì si vendono dei libri, una “merce speciale e straordinaria”, si fa perdere il senso stesso di quell’eventuale acquisto. E anche l’inserviente di quel settore deve avere qualcosa di diverso, deve essere molto più coinvolto nella merce che vende: deve possedere una professionalità quasi maggiore di coloro che lavorano in una normale libreria, proprio perché il suo pubblico è più generico e casuale.
Le librerie non debbono mai imbarbarirsi. Alcuni anni fa, a Milano, c’era una libreria stretta e lunga, in una grande via commerciale. Aveva un bellissimo soppalco, quasi un rifugio di Peter Pan, dove si arrampicavano i bambini e trovavano colorite seggioline e scaffali bassi con libri tutti per loro. Mia figlia ci stava ore, mentre io curiosavo tra i banchi al piano di sotto, e la trovavo col nasino immerso in un volume illustrato o a chiacchierare con occasionali amichetti dei personaggi delle storie che stavano leggendo. Dovevo portarla via a forza: lì ha imparato ad amare i libri e ad aver confidenza con le librerie. Un giorno chiusero quella simpatica libreria, per aprirne una più grande, su tre piani, dall’altro lato della strada. La libreria stava nel sottosuolo (negli altri piani: la cancelleria e qualche best-seller e, più in alto, i dischi e le videocassette), senza finestre e con poca aria. Ma la cosa più grave è che su una parete del piccolo spazio dedicato ai bambini avevano messo un grande schermo televisivo dove venivano proiettati a ciclo continuo cartoni animati. Così i poveri genitori che, nei giorni festivi, portavano fuori i figli anche per sottrarli ad un eccessivo rimbambimento davanti al televisore domestico, se ne ritrovavano uno più grande in libreria, col risultato che i bambini non guardavano più i libri. Oggi, dopo molte proteste, lo schermo è stato tolto ed è un piacere vedere tutti quei bambini star là seduti a leggere i loro libri.
Il libraio, o la catena di libreria, possono riempire i loro negozi di tutte le cose che vogliono: dalla cancelleria alle cartoline, ai CD di musica e cinema, ai pupazzetti e i cioccolatini per gli innamorati, alle bottiglie di vino pregiato, ai tè aromatici, agli oggetti elettronici, ai lavori d’artigianato locale. Ma devono sempre ricordarsi di essere dei librai e che le altre merci non possono nascondere i volumi. Chi entra nel loro negozio per comprarsi un CD, deve uscire anche con un libro, che lo ha colpito passandoci accanto o gli è stato consigliato per associazione di idee con l’oggetto che ha comprato: un disco di tanghi, ad esempio, non può lasciarsi dietro invenduto un racconto di Borges, un saggio sulla cultura argentina, un romanzo di Sabato, o un’ affascinante raccolta dei testi dei tanghi col testo a fronte, un libro con le strisce di Mafalda, una guida al fascino inesauribile di Buenos Aires, o un volume di Corto Maltese.
Il più grande difetto che può avere un libraio è di essere uno snob. La vera cultura non si è mai identificata con una setta di pochi eletti. Il libraio che disprezza i suoi clienti non è adatto a fare questo bellissimo mestiere. Un mestiere che è veramente un servizio, nel senso più alto della parola: un servizio alla memoria e alla cultura. Ma anche un servizio alla gioia e al piacere. Le lunghe e festanti code davanti alle librerie in attesa della mezzanotte per poter acquistare l’ultimo romanzo della saga di Harry Potter ci fanno capire (a noi che questo genere di code le abbiamo fatte solo per un concerto rock, o un’opera lirica, per un film o uno spettacolo teatrale) che il libro è ancora capace di appassionare larghe fette di pubblico e di giovani. Giovani che sapranno amare e rispettare i libri, se non verranno rovinati dalla scuola che fa loro leggere i romanzi e poi li sottopone a test, ricostruzioni grafiche delle strutture narrative del testo e altre scempiaggini che fanno pensare che la letteratura sia soltanto una cosa di studio. Ci sono però anche tanti bravi insegnanti che accompagnano i loro studenti in libreria, iniziandoli a riconoscere quel luogo come uno spazio amico.
I librai delle grandi librerie e degli esercizi inseriti nei centri commerciali, dovranno essere sempre più librai e non annacquare lo spirito identitario forte di una categoria tra le più importanti per la difesa della cultura. La vasta offerta, le campagne promozionali, la capacità di attrarre soprattutto i giovani con la contemporanea proposta di altre merci (musica, film ecc.), sono la grande possibilità di allargare il mercato degli acquirenti di libri. A patto però di mantenere alta la professionalità e la qualità del rapporto con il cliente.
I librai-proprietari delle piccole librerie dovranno difendersi dalla concorrenza accentuando ancor di più questi aspetti dell’identità, essere imbattibili sui servizi offerti al cliente e, soprattutto, dedicare una parte del loro esercizio alla specializzazione: individuando meglio, nella propria zona, i clienti potenziali, attirando in libreria (con presentazioni e altre iniziative) coloro che cercano libri per poter migliorare la propria professionalità. Il sogno dell’educazione permanente, proprio nel momento in cui il sistema scolastico conosce una crisi profonda, si sta realizzando, in modo strisciante, per molte categorie professionali: l’aggiornamento continuo, per poter svolgere bene il proprio lavoro, attraverso l’acquisto di libri e riviste (internet soddisfa infatti solo in parte questo bisogno) è ormai una necessità per molte persone. Le piccole librerie devono attrezzarsi a essere dei poli di servizio.
Sia il libraio proprio l’amico simpatico e disponibile, che non dà fregature e rispetta l’acquirente, il curioso, o anche soltanto quello che ha dato lì l’appuntamento alla fidanzata perché fuori piove (cosa ormai impossibile nella quasi totalità degli altri esercizi commerciali). Un libraio così non avrà nulla da temere dalla concorrenza fredda e seriale dell’edicola e anzi, se starà con le antenne ben attente, potrà anche sfruttare le suggestioni che un libro comprato con un giornale può suscitare (non sono stati infrequenti infatti i casi, negli ultimi anni, di persone che, acquistato in edicola, un classico, o un capolavoro di uno scrittore, o una raccolta di poesie, abbiano poi cercato in libreria altri libri di un autore scoperto così e apprezzato). Lo stesso discorso vale per l’acquisto di libri su internet (utilissimo soprattutto per i volumi rari o stranieri): il rapporto umano con il libraio, la possibilità di compulsare fisicamente il volume, e il vantaggio di poterlo immediatamente confrontare con altri vicini, rimarranno per molto tempo ancora insostituibili.




lunedì 23 marzo 2015

La casa sul lungofiume a Mosca



*


Manuel Vasquez Montalban
La Mosca della Rivoluzione 
trad. di Hado Lyria, Feltrinelli, Milano 1995


Lungo lo Zamoskvoreče occidentale continuiamo a incontrare esempi del classicismo moscovita restaurato o in via di restaurazione, come in via Serafimovič, intitolata a uno dei più fedeli scrittori del bolscevismo, autore del romanzo Il torrente di ferro, che presenta una evidente sproporzione tra la sua brevità e la lunghezza e profondità dell'impegno politico, in una densa narrazione della guerra civile. Ma nonostante il famoso scrittore da cui prende il nome, questa strada passerà alla storia della Mosca stalinista e della Mosca della perestrojka grazie al complesso residenziale costruito tra il 1928 e il 1932 dall'architetto Iofan, riservato ad alti rappresentanti della vita politica e culturale. La facciata principale dell'imponente palazzo dà sul lungofiume Bersenevskaja, e vi appaiono in bassorilievo alcuni degli illustri, e in gran parte sventurati, inquilini degli appartamenti: Petrovskij, Dimitrov, Lepešinskij, Serafimovič, Stasova...; sì, ma anche il maresciallo Tuchačevskij e molti altri dirigenti che qui vennero arrestati, vittime delle purghe staliniane. Ci troviamo davanti alla "Casa sul Lungofiume", chiamata così soprattutto dopo che Jurij Trifonov pubblicò uno splendido romanzo con questo titolo. La Casa sul Lungofiume comprende circa cinquecento appartamenti e sotto lo stalinismo diventò un concentrato di paura, delazione e rassegnazione, con gli occhi dei suoi abitanti fissi sul Cremlino dove Stalin poteva disporre delle loro vite solo sollevando la cornetta del telefono. Non a caso Bucharin aveva chiamato il dittatore "il Gengis Khan col telefono", e anche Bucharin la pagò assai cara.
Il citato romanzo di Trifonov è stato uno dei best-seller della cultura critica. Vi si descrive l'atmosfera pesante del palazzo con gli occhi del protagonista, che non ci vive, ma che lo vede come la roccaforte abitata dalla classe dirigente. Diventato adulto riuscirà a entrarci corteggiando la figlia del professor Gančuk e col tempo diventerà uno degli intellettuali che, per viltà o per ambizione di potere, contribuiranno alla caduta del prestigioso professore, eccesivamente poco devoto allo stalinismo culturale, nonostante abbia un irreprensibile passato bolscevico e sia un marxista convinto. E' curiosa la coincidenza della metafora della repressione culturale "metodologica" adoperata da Trifonov nel suo libro, perché coincide con l'aneddoto iniziale che porta Eugenija Ginzburg alla disgrazia, alla purga, a un lungo esilio in Siberia, come racconta un'altra impressionante testimonianza del Gulag, Cielo di Siberia. Il tormento della Ginzburg comincia precisamente con una "chiamata telefonica", che all'alba del 1° dicembre 1934 la convoca davanti al Comitato Regionale del Partito, di cui è militante attiva. Le chiedono di collaborare a una campagna di denuncia di elementi antisovietici corresponsabili dell'assassinio di Kirov, e lei adempie alla consegna, ma non è abbastanza combattiva nei riguardi del professore El'vov, insigne trockijsta e scienziato dell'Istituto di Pedagogia con il quale la Ginzburg aveva attivamente collaborato. Comincia così a cadere in disgrazia, e vive confinata in Siberia dal 1937 al 1947. In seguito "nel 1949", viene esiliata da Mosca vita natural durante. La parabola letteraria di Trifonov sembra quasi l'aperitivo della tragedia reale della Ginzburg e di tanti altri. La Casa sul Lungofiume, "la mole grigia, sembrava sospesa sul vicolo, di mattina copriva il sole e di sera giungevano da lassù le voci della radio e le musiche dei grammofoni. Sembrava che lì in alto si dovesse vivere una vita del tutto diversa da quella vissuta in basso, nella casupola dipinta di giallo come voleva una tradizione secolare".


La casa sul lungofiume
real_gone 
http://il_posto_delle_fragole.ilcannocchiale.it/2010/09/11/la_casa_sul_lungofiume.html 


Il palazzone grigio nelle foto (scattate da me qualche settimana fa, a parte la foto d'epoca) è uno dei luoghi "letterari" che di più amo di Mosca, reso celebre dal lungo racconto di Jurij Trifonov, Dom na naberežnoj (La casa sul lungofiume, Editori Riuniti). Mi è caro per due motivi. Il primo, ovvio, è perché ho apprezzato molto il libro, un racconto di formazione, un libro sul peso della memoria. Il protagonista è un mediocre, Glebov, un uomo cinico e opportunista nell'oscuro periodo storico della Russia che lo vede diventare adulto, l'epoca staliniana. Un incontro, all’inizio del libro, innesca un lunghissimo flashback che rivela al lettore gli altri personaggi e tutte le vicende che hanno ruotato attorno all'esistenza di Glebov. Ma la memoria ha un peso insostenibile e un retrogusto fortemente amaro per il protagonista perché rimanda a quel periodo in cui, con bieco opportunismo, egli ha costruito meschinamente una carriera accademica cogliendo lo spirito del tempo ma tradendo amici, valori e persino l'amore. Contraltari di questa sono le storie di sconfitta e i declini degli altri personaggi, tutti legati alla grande casa sul lungofiume, l'immenso edificio dove risiedeva l'intelligencija e la classe dirigente dell'epoca, luogo simbolo di uno status e metafora della scalata sociale che il protagonista sogna e infine riesce a realizzare, al prezzo avvilenti compromessi con se stesso. Fra gli amici di Glebov Trifonov rappresenta anche se stesso e la sua famiglia, ennesima vittima del terribile clima di delazione e di caccia alle streghe che fu il periodo staliniano. 
Adesso questo palazzone sul lungofiume è un complesso di appartamenti residenziali molto upper class che comprende un cinema, piscina e un supermercato… in cima troneggia un gigantesco logo della Mercedes. La zona in cui sorge è tra le più belle della città: ad un passo dal Cremlino, ad un passo dalla Cattedrale del Cristo Salvatore (e dalla ulica Precistenka, dove sorgono il Puškin e le casa museo di Tolstoj), a fianco della vecchia fabbrica della Krasnij Okt’jabr (centro di una bella movida notturna), a poche centinaia di metri dalla (staraja) Tret’jakovskaja galereja e da Poljanka, il quartiere dove sorge una delle librerie più belle e fornite di Mosca, la “dom knigi” Molodaja Gvardija. 







sabato 31 maggio 2014

La metafora dell'alveare in Tolstoj

 "Le api sono state per noi quel che sono le nuvole: ciascuno vi ha visto quel che vi voleva vedere".
Michel de Cubières, 1792, cit. da Giovanni Damele, La città delle api, Il Foglio quotidiano, 31 maggio 2014, poi pubblicato nel blog L'alveare contento: http://alvearecontento.blogspot.it/2014/06/i-vizi-e-le-virtu-dellalveare.html



Guerra e pace
Libro terzo, parte terza, capitolo XX 

 Mosca, intanto, era deserta. C'era ancora della gente, più o meno la cinquantesima parte della popolazione che ci abitava prima, ma la città era deserta. Era deserta come un'arnia che, rimasta senza regina, sta per morire.
   In un'arnia senza regina non c'è più vita, ma, a uno sguardo superficiale, essa sembra viva né più né meno di tutte le altre.
   Con la stessa festosità, nel caldo sole del pomeriggio, le api ronzano intorno a un'arnia senza regina, come intorno alle altre arnie vive; non meno delle altre essa odora da lontano di miele, e ne escono e vi entrano a volo le api. Ma basta osservarla con attenzione per capire che in quell'arnia ormai non c'è più vita. È diverso il modo di volare delle api; un odore, un rumore diverso colpiscono l'attenzione dell'apicultore. E quando egli batte sulla parete dell'arnia malata, invece dell'istantanea, unanime risposta di decine di migliaia di api che ronzano col posteriore minacciosamente eretto e dimenano le alucce producendo quel suono aereo, vitale, gli rispondono ronzii isolati, che sordamente riecheggiano da un
punto all'altro dell'arnia vuota. Dal foro di entrata non spira più, come prima, il profumo inebriante di miele e di veleno, non ne emana più il tepore dell'affollamento, ma all'odore del miele si mescola un sentore di vuoto e di marcio. Davanti all'apertura non ci sono più le guardiane pronte a morire per difenderla, coi posteriori eretti, le guardiane che suonano l'allarme. Non c'è più quel brusio regolare e sommesso, simile al rumore dell'ebollizione, del lavoro palpitante, ma si sente il rumore disordinato e confuso del disordine. Dentro l'arnia e fuori dell'arnia escono ed entrano, volando in modo timido e furtivo, le nere, allungate api predatrici, unte di miele; non pungono, ma evitano il pericolo. Prima le api volavano dentro soltanto cariche di bottino, e ne uscivano vuote, mentre adesso volano fuori con il bottino. L'apicultore apre la saracinesca di sotto e scruta nella parte inferiore dell'arnia. Invece dei neri grappoli di pingui api ammansite dal lavoro, appese l'una alle zampette dell'altra, intente a filare la cera nell'incessante brusio del lavoro, sul fondo e sulle pareti dell'arnia gironzolano smarrite, in varie direzioni api sonnolente e rinsecchite. Invece del lindo piancito spalmato di pròpoli e spazzato dalle ali delle api, sul fondo stanno sparse briciole di cera, escrementi di api, api semimorte che muovono appena le zampette, e altre definitivamente morte che nessuno s'è curato di portar via.
   L'apicultore, allora, apre la saracinesca superiore ed esamina la sommità dell'arnia. Invece delle file compatte di api che aderiscono a tutti gli intervalli dei favi e scaldano i figli, vede l'ingegnoso, complicato lavoro dei favi, ma il modo in cui si svolge non è più quello di prima. Tutto è trascurato e sporco. Le nere api depredatrici guizzano rapide e furtive in mezzo al lavoro; le api dell'arnia, rinsecchite, corte, flaccide, come invecchiate, si trascinano lentamente senza dar fastidio a nessuno, senza desiderare nulla, smarrita ormai la coscienza della vita. I fuchi, calabroni e farfalle, volando, vanno a picchiare contro le pareti dell'arnia. Qua e là fra pezzi di cera con larve morte e miele, ogni tanto si sente un rabbioso brontolio; qua e là due api, per vecchia abitudine e per istinto, tentano di pulire il fondo dell'arnia e trascinano diligentemente, con estremo sforzo, un'ape morta o un calabrone, ma non sanno neanche loro perché lo fanno. In un altro angolo altre due vecchie api si battono pigramente, o si puliscono, o si nutrono a vicenda, senza neanche sapere se lo facciano amichevolmente od ostilmente. In un terzo punto una folla di api, spingendosi a vicenda, assale qualche vittima e la colpisce e la soffoca. E l'ape indebolita o uccisa casca dall'alto nel mucchio di cadaveri leggera, lenta, come una piuma. L'apicultore rimuove i due favi centrali per guardare il nido. Invece dei neri circoli compatti di migliaia di api accucciate schiena a schiena, vigilanti sui supremi misteri della riproduzione, vede centinaia di carcasse di api avvilite, semimorte e sonnolente. Quasi tutte sono già morte senza neanche accorgersene, accucciate sul sacro tesoro che custodivano e che ormai non esiste più. Da esse emana odore di putrefazione e di morte. Solamente alcune si muovono, si alzano, fiaccamente volano e si posano sulla mano del nemico, senza la forza di pungerlo: le altre, morte, scivolano giù leggere come scaglie di pesce. L'apicultore chiude la saracinesca, fa segno con il gesso sull'arnia e, scelto il momento, la sfascia e la brucia.
   Così era vuota Mosca mentre Napoleone, stanco, inquieto e accigliato, camminava avanti e indietro lungo il Kamerkolležskij Val [bastione del Collegio di Camera], in attesa di quell'esteriore, ma indispensabile osservanza del cerimoniale, ossia il
presentarsi di una deputazione di moscoviti.
   Nei vari angoli di Mosca, ormai, la gente continuava a muoversi e a camminare senza chiedersi il perché, senza alcun motivo, conservando le vecchie abitudini, ma senza rendersi conto di quello che faceva.
   Quando, con la dovuta cautela, fu annunciato a Napoleone che Mosca era vuota, egli guardò con ira colui che gli dava la notizia e, voltandogli le spalle, continuò a camminare su e giù in silenzio.
   «La carrozza,» ordinò.
   Si sedette in carrozza accanto all'aiutante di servizio e si recò al sobborgo.
   «Moscou déserte. Quel événement invrainsemblable,» diceva fra sé.
   Non entrò in città, ma si fermò in una locanda del sobborgo di Dorogomilovo.
   
Le coup de théâtre avait raté.   

https://machiave.blogspot.com/2022/03/tolstoj-mosca-1812.html

sabato 8 marzo 2014

Tina Modotti, la dissolvenza

Giancarlo Bocchi
Le molte vite di Tina Modotti
il manifesto / Alias, 8 marzo 2014


Delle molte vite di Tina Modotti, ope­raia nelle filande, attrice a Hol­ly­wood, musa di arti­sti e foto­grafi come Diego Rivera ed Edward Weston, foto­grafa di fama inter­na­zio­nale, scrit­trice di pam­phlet, agi­ta­trice poli­tica, si sa molto. Ma c’è un’ultima vita, per molti aspetti ancora sco­no­sciuta e gra­vida di segreti, che è tut­tora avvolta nelle neb­bie della Storia.
Ebbe ini­zio nell’ottobre del 1930 in Unione Sovie­tica, quando la Modotti dopo l’espulsione per motivi poli­tici dal Mes­sico giunse a Mosca dopo un breve e infe­lice sog­giorno a Ber­lino. Anche se Tina masche­rava i suoi sen­ti­menti citando spesso una frase di Nie­tz­che — «Ciò che non mi uccide mi dà forza» — nell’animo era tur­bata e smar­rita. L’anno prima il suo com­pa­gno, il rivo­lu­zio­na­rio cubano Anto­nio Mella, era morto tra le sue brac­cia in una strada di Mexico City vit­tima di un agguato poli­tico dai con­torni rima­sti oscuri. Giunta a Mosca, l’affascinante foto­grafa dai capelli cor­vini e dagli occhi di car­bone, ele­gante, con le calze di seta e pro­fu­mata con costose essenze fran­cesi, sco­prì che il suo amico e accom­pa­gna­tore nel viag­gio sul piro­scafo Edam dal Mes­sico in Europa, l’agente sta­li­ni­sta Vit­to­rio Vidali, uomo dai mille volti, il 2 otto­bre si era spo­sato usando il nome di coper­tura di Jorge Con­tre­ras con Pau­lina Haf­kina, una gio­va­nis­sima russa, che aspet­tava un figlio da lui.
A Mosca Tina era alla ricerca di una nuova vita e di nuovi inte­ressi. Era cono­sciuta come un’artista della foto­gra­fia, ma non era d’accordo se «le parole arte e arti­stico ven­gono appli­cate al mio lavoro… Mi con­si­dero una foto­grafa e niente di più». Invece di foto­gra­fare la com­plessa realtà della prima nazione del comu­ni­smo, Tina ini­ziò a lavo­rare per il Mopr (Soc­corso rosso inter­na­zio­nale). In un docu­mento auto­grafo del 23 novem­bre 1930 dichiarò che Jorge Con­tre­ras (alias Vit­to­rio Vidali) gli aveva con­se­gnato i docu­menti dei Dipar­ti­menti latino-americano, ita­liano, por­to­ghese e spa­gnolo in ordine e aggior­nati. Insieme all’ambizioso e spie­tato, Tina scrisse anche diverse let­tere e risolse alcuni pro­blemi delle sezioni cana­desi, sta­tu­ni­tensi, irlan­desi del Soc­corso rosso.
A Mosca Tina però non riu­scì a foto­gra­fare. Per­ché non fu più capace di ritro­vare nelle imma­gini quella ori­gi­nale sin­tesi tra forma e ideo­lo­gia per quale era famosa? La luce sla­vata e tetra di Mosca, le dif­fi­coltà nel tro­vare i mate­riali foto­gra­fici per la sua Gran­flex e nell’ottenere i per­messi per gli scatti non sono motivi suf­fi­cienti a giu­sti­fi­care una crisi arti­stica così pro­fonda. «Vivo una vita com­ple­ta­mente nuova, tanto che mi sento diversa» scrisse a Edward Weston, il grande foto­grafo ame­ri­cano suo con­fi­dente che l’aveva avviata alla fotografia.
Fino a qual­che mese prima Tina aveva pen­sato che le imma­gini potes­sero pro­durre un cam­bia­mento del mondo. Da quando era par­tita dal Mes­sico con Vidali que­sto con­vin­ci­mento era stato rim­piaz­zato dall’idea dell’azione diretta, dell’agire come una vera rivo­lu­zio­na­ria. L’Ufficio spe­ciale della Ogpu (la poli­zia segreta sovie­tica ante­si­gnana dell’Nkvd) il 12 marzo 1931 rice­vette una richie­sta da Elena Stas­sova, pre­si­dente di Soc­corso Rosso, dove si chie­deva di auto­riz­zare Tina a pren­dere visione e occu­parsi di docu­menti segreti. La Quinta sezione spe­ciale dell’Ogpu rispose il 24 aprile 1931, auto­riz­zando la Modotti a svol­gere quel lavoro segreto.
Da tempo le sezioni segrete di Soc­corso rosso e del Comin­tern (la sezione super­se­greta deno­mi­nata Oss) agi­vano all’estero in stretta col­la­bo­ra­zione e in sup­porto con i Ser­vizi segreti sovie­tici, l’Ogpu (che diven­terà poi Nkvd) e il Gru dell’Armata Rossa. Anche se Tina era riu­scita a ven­dere l’ingombrante Gran­flex e a sosti­tuirla con una moder­nis­sima (e intro­va­bile in Urss) Leica mod. 1932 con espo­si­me­tro incor­po­rato; anche se poteva diven­tare la foto­grafa uffi­ciale di qual­che impor­tante isti­tu­zione dello Stato sovie­tico, rifiutò ripe­tu­ta­mente le offerte di scat­tare foto.
In quei mesi aveva anche chia­rito il rap­porto con Vidali. In pas­sato non si era pre­oc­cu­pata di avere avven­ture mul­ti­ple, ma giunta a Mosca pen­sava solo ai suoi doveri e alla sua inte­grità di rivo­lu­zio­na­ria. Per que­sto scrisse in una auto­bio­gra­fia per pre­sen­tarsi al Comin­tern: «Il nome di mio marito è Vit­to­rio Vidali (Jorge Con­trera). È di ori­gine ita­liana. È mem­bro del Par­tito Comu­ni­sta ed è da anni rivo­lu­zio­na­rio pro­fes­sio­ni­sta». La sua auto­bio­gra­fia è un docu­mento inte­res­sante. Tra­la­sciando il fatto che Vidali avesse spo­sato qual­che tempo prima una gio­vane russa, nel docu­mento com­paiono signi­fi­ca­tive omis­sioni sul pas­sato lavoro di attrice nel cinema di Hol­ly­wood o sulla sua sto­ria d’amore con il rivo­lu­zio­na­rio Anto­nio Mella, amico di Andreu Nin, e in odore di tro­tski­smo. Ma que­sta incon­sueta auto­bio­gra­fia dat­ti­lo­scritta offre anche un inte­res­sante spac­cato psi­co­lo­gico di Tina. «Quando avevo nove anni mio padre emi­grò negli Stati Uniti in cerca di lavoro. Per lun­ghi inter­valli di molti mesi non rice­vemmo da lui nes­suna noti­zia né spedì soldi a casa per man­canza di lavoro. Ciò signi­fica che dove­vamo vivere pra­ti­ca­mente di carità. All’età di 13 anni comin­ciai a lavo­rare e da quel momento in poi mi sono sem­pre gua­da­gnata da vivere lavorando».
Nell’autobiografia del 1932 Tina si sen­tiva ancora una foto­grafa. «Con­si­dero la foto­gra­fia la mia pro­fes­sione per­ché è quella in cui ho lavo­rato più tempo e cono­sco tutte le fasi di que­sto lavoro». C’è però una nota con­clu­siva che fa pen­sare ad altre aspi­ra­zioni: «Cono­sco le seguenti lin­gue: ita­liano, spa­gnolo, inglese, nelle quali so scri­vere e leg­gere. Inol­tre cono­sco il tede­sco e il fran­cese, ma non cor­ret­ta­mente e senza saperle scrivere».
Vit­to­rio Vidali pen­sava da tempo che Tina fosse la per­sona ideale per il «lavoro segreto». Con il suo viso dolce e pulito, la sua ele­ganza natu­rale, la sua bella pre­senza poteva supe­rare ogni con­fine. E per un agente segreto la foto­gra­fia era sem­pre più un lusso. «Que­sta rivo­lu­zio­na­ria ita­liana, arti­sta straor­di­na­ria con la sua mac­china foto­gra­fica, andò in Urss per foto­gra­fare la gente e i monu­menti. Ma venne rapita dal ritmo incon­te­ni­bile del socia­li­smo in pieno fer<CW-5>mento e gettò la mac­china foto­gra­fica nel fiume di Mosca, pro­met­tendo di con­sa­crare la pro­pria vita al più umile lavoro del Par­tito comu­ni­sta» scrisse nel 1974 Pablo Neruda, amico della Modotti. In realtà Tina, prima di entrare defi­ni­ti­va­mente nella nuova vita delle ombre, degli spec­chi, dei misteri e dei segreti non gettò «la mac­china foto­gra­fica nel fiume di Mosca».
Il 13 giu­gno 1932 nella stanza che occu­pava nello squal­lido e pol­ve­roso Hotel Soyuz­naya, dopo aver siste­mato obiet­tivo ed espo­si­zione della sua Leica, la porse ad Angelo Masutti un ragazzo sedi­cenne che aiu­tava Vidali a Soc­corso Rosso dicen­do­gli: «Pren­dila… e fammi una foto». Il gio­vane scattò con la Leica una prima foto in con­tro­luce e un’altra con Tina semi­gi­rata verso la fine­stra. E poi una terza di Tina con Vidali dall’aria stra­na­mente pro­tet­tiva. Angelo Masutti fece per resti­tuirle la mac­china foto­gra­fica, ma Tina lo fermò dicen­do­gli: «Tie­nila». Era ormai con­vinta che «Il par­tito avesse sem­pre ragione». E come disse il regi­sta Ser­gej Eisen­stein, «aveva sacri­fi­cato l’arte per la politica».
Tina ini­ziò a svol­gere mis­sioni segrete in Spa­gna, Fran­cia, Ger­ma­nia, por­tando soldi, docu­menti, ordini, diret­tive. L’affascinante ed ele­gante signora «bela y her­mosa» arri­vata dal Mes­sico qual­che anno prima piena di forza, era diven­tata una donna silen­ziosa, tri­ste, spesso depressa. Allo scop­pio della Guerra civile spa­gnola i foto­grafi Robert Capa, David Sey­mour e Gerda Taro la inci­ta­rono a tor­nare a foto­gra­fare. Ma Tina pre­ferì il lavoro con le autoam­bu­lanze e negli ospe­dali con il nome di bat­ta­glia di «Vera Mar­tini» e suc­ces­si­va­mente con lo pseu­do­nimo di «Maria» tornò al lavoro segreto sem­pre più tri­ste e spenta.
Non si sa se par­te­cipò ai com­plotti, alle trap­pole che por­ta­rono alle ucci­sioni degli oppo­si­tori di Sta­lin, degli anar­chici e dei comu­ni­sti anti­sta­li­ni­sti di Andreu Nin del Poum, delle quali fu accu­sato più volte «il marito» Vit­to­rio Vidali. Al momento della scon­fitta delle forze repub­bli­cane di Spa­gna era una donna esau­sta, sof­fe­rente, scon­fitta. Era invec­chiata pre­co­ce­mente. Tornò in Mes­sico e visse ancora qual­che anno sem­pre più stanca, sem­pre più tri­ste, dila­niata dagli incubi del pas­sato. Morì all’alba del 6 gen­naio. Sola, su un taxi nelle vie di Mexico city, dopo una lite con Vidali. Era stata defi­ni­ti­va­mente fago­ci­tata dalle per­sone per le quali aveva abban­do­nato la sua arte.