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sabato 29 novembre 2025

Un amore oltre la storia

Claudio Magris, Un amore oltre la storia
Corriere della Sera, 22 gennaio 2021

Molti anni fa, a Treviso, in occasione del Premio Comisso che le veniva conferito, ho conosciuto Anna Larina, l’autrice di Ho amato Bucharin (Editori Riuniti). Introvabile da molti anni, il libro era uscito già da tempo in Italia. Mi è sembrato di incontrare la Lara del dottor Živago o un’altra di quelle straordinarie donne russe che, nei decenni tra la vigilia della Rivoluzione e il suo strangolamento staliniano, hanno arricchito per sempre il mondo di amore, di poesia, di ribellione, di disordine creativo. La storia di Anna Larina è la storia di una passione coniugale nella pienezza dell’abbandono dei sensi, della fedeltà, di una vita condivisa e dell’impavida, testarda lotta per salvare il marito dalla morte decretata nei grandi processi del terrore staliniano a Mosca.

L’uomo amato è infatti Nikolaj Bucharin, una delle più grandi figure della Rivoluzione russa, fucilato da Stalin dopo uno dei farseschi e atroci processi, che eliminarono buona parte dei leader comunisti che avevano fatto la Rivoluzione e creato l’Unione Sovietica. Alcuni di essi finirono per dichiararsi colpevoli, in una paradossale fedeltà alla causa rivoluzionaria, al regime e al Partito che, pur degenerato dal dominio di Stalin, continuava a sembrare loro l’unica forza capace di creare un giorno un mondo giusto.

È curioso che Bucharin — forse, dopo Trotsky, il più grande e il più carismatico di quella generazione fondatrice e schiacciata — nel libro di Anna Larina non si dichiari colpevole dei delitti imputatigli, continuando — scrive la moglie — a credere a Stalin ma respingendo, sfinito com’era, le accuse «mostruose» e chiedendo assurdamente l’istituzione di una commissione che indaghi l’attività del Nkvd, la polizia segreta. Nel famoso romanzo di Arthur Koestler, Buio a mezzogiorno, il protagonista Rubashov, glorioso leader sovietico verosimilmente ispirato a Bucharin, accusato incarcerato interrogato torturato e infine condannato a morte — contesta punto per punto le imputazioni ma alla fine si dichiara colpevole.

Anna Larina non è una finzione letteraria, è un personaggio vero, in carne ed ossa, una moglie e amante innamorata del marito che fa di tutto per salvarlo; non nasconde la fiducia di Bucharin in Stalin, ma testimonia come egli respinga tutte le accuse.

Nella finzione di Koestler, l’accusato si ritiene in fondo realmente colpevole; non certo di tradimento o congiura nei confronti di Stalin e del regime sovietico e non solo perché anch’egli, al tempo della sua gloria di leader e combattente comunista, ha commesso delitti analoghi a quelli dei suoi persecutori, ma perché si rende conto che pure lui, anche senza volerlo, ha contribuito a fare di quei crimini non eccezionali azioni di guerra a suo avviso giustificabili ma di una ferocia fine a se stessa che avrebbe finito per snaturare la Rivoluzione, elevando la violenza a sistema, a regola.

Bucharin ha una visione diversa; si rende conto che pure le sue azioni hanno finito per diventare diverse da come egli le aveva pensate e dunque che anch’egli ha contribuito a bloccare quel processo di liberazione per il quale si era battuto. In questo senso si dichiara colpevole ma non verso lo Stato che lo manda a morte né verso l’apparato del Partito ma verso gli ideali che aveva scoperto nel Partito e che alla fine aveva tradito quasi senza accorgersene. Comunque nella lettera-testamento che Anna, dopo la sua morte, trascriverà tante volte — atto d’amore più che di documentazione — e che diverrà nota nel 1956, dopo il XX Congresso del Pcus, Bucharin scrive che sulla bandiera rossa che alla fine sarà condotta alla vittoria c’è anche una goccia del suo sangue.

Ma non è questa la storia che racconta il romanzo-verità di Anna Larina, scevra di ogni tortuosa sottigliezza ideologica. Anzitutto è un romanzo d’amore, di un appassionato amore coniugale, il più difficile e il più grande, amore indistinguibile dalla vita vissuta insieme e inserito nella grande Storia di tutti. Una storia d’amore, intrecciata alla grande e terribile politica che la stritola ma non la spegne.

Ci sono pure altri personaggi, soprattutto donne, molte donne — mogli, madri, sorelle, amanti, figlie, amiche — di altri detenuti di cui vanno alla ricerca, di cui cercano almeno di sapere qualcosa, insistenti e agitate ma non incattivite verso quelle fra loro un po’ più fortunate che riescono a saperne di più. Il romanzo politico di una situazione indicibile diventa, ad un certo momento, anche un romanzo di donne, dei loro affanni e della loro vitalità generosa; un vivace coro umano ben più incisivo, più vero, più indistruttibile del morto linguaggio di quel lugubre apparato. Forse il romanzo è più la storia di queste donne — che anche senza rendersene conto sognano realmente un mondo diverso — che della Rivoluzione.

lunedì 23 marzo 2015

La casa sul lungofiume a Mosca



*


Manuel Vasquez Montalban
La Mosca della Rivoluzione 
trad. di Hado Lyria, Feltrinelli, Milano 1995


Lungo lo Zamoskvoreče occidentale continuiamo a incontrare esempi del classicismo moscovita restaurato o in via di restaurazione, come in via Serafimovič, intitolata a uno dei più fedeli scrittori del bolscevismo, autore del romanzo Il torrente di ferro, che presenta una evidente sproporzione tra la sua brevità e la lunghezza e profondità dell'impegno politico, in una densa narrazione della guerra civile. Ma nonostante il famoso scrittore da cui prende il nome, questa strada passerà alla storia della Mosca stalinista e della Mosca della perestrojka grazie al complesso residenziale costruito tra il 1928 e il 1932 dall'architetto Iofan, riservato ad alti rappresentanti della vita politica e culturale. La facciata principale dell'imponente palazzo dà sul lungofiume Bersenevskaja, e vi appaiono in bassorilievo alcuni degli illustri, e in gran parte sventurati, inquilini degli appartamenti: Petrovskij, Dimitrov, Lepešinskij, Serafimovič, Stasova...; sì, ma anche il maresciallo Tuchačevskij e molti altri dirigenti che qui vennero arrestati, vittime delle purghe staliniane. Ci troviamo davanti alla "Casa sul Lungofiume", chiamata così soprattutto dopo che Jurij Trifonov pubblicò uno splendido romanzo con questo titolo. La Casa sul Lungofiume comprende circa cinquecento appartamenti e sotto lo stalinismo diventò un concentrato di paura, delazione e rassegnazione, con gli occhi dei suoi abitanti fissi sul Cremlino dove Stalin poteva disporre delle loro vite solo sollevando la cornetta del telefono. Non a caso Bucharin aveva chiamato il dittatore "il Gengis Khan col telefono", e anche Bucharin la pagò assai cara.
Il citato romanzo di Trifonov è stato uno dei best-seller della cultura critica. Vi si descrive l'atmosfera pesante del palazzo con gli occhi del protagonista, che non ci vive, ma che lo vede come la roccaforte abitata dalla classe dirigente. Diventato adulto riuscirà a entrarci corteggiando la figlia del professor Gančuk e col tempo diventerà uno degli intellettuali che, per viltà o per ambizione di potere, contribuiranno alla caduta del prestigioso professore, eccesivamente poco devoto allo stalinismo culturale, nonostante abbia un irreprensibile passato bolscevico e sia un marxista convinto. E' curiosa la coincidenza della metafora della repressione culturale "metodologica" adoperata da Trifonov nel suo libro, perché coincide con l'aneddoto iniziale che porta Eugenija Ginzburg alla disgrazia, alla purga, a un lungo esilio in Siberia, come racconta un'altra impressionante testimonianza del Gulag, Cielo di Siberia. Il tormento della Ginzburg comincia precisamente con una "chiamata telefonica", che all'alba del 1° dicembre 1934 la convoca davanti al Comitato Regionale del Partito, di cui è militante attiva. Le chiedono di collaborare a una campagna di denuncia di elementi antisovietici corresponsabili dell'assassinio di Kirov, e lei adempie alla consegna, ma non è abbastanza combattiva nei riguardi del professore El'vov, insigne trockijsta e scienziato dell'Istituto di Pedagogia con il quale la Ginzburg aveva attivamente collaborato. Comincia così a cadere in disgrazia, e vive confinata in Siberia dal 1937 al 1947. In seguito "nel 1949", viene esiliata da Mosca vita natural durante. La parabola letteraria di Trifonov sembra quasi l'aperitivo della tragedia reale della Ginzburg e di tanti altri. La Casa sul Lungofiume, "la mole grigia, sembrava sospesa sul vicolo, di mattina copriva il sole e di sera giungevano da lassù le voci della radio e le musiche dei grammofoni. Sembrava che lì in alto si dovesse vivere una vita del tutto diversa da quella vissuta in basso, nella casupola dipinta di giallo come voleva una tradizione secolare".


La casa sul lungofiume
real_gone 
http://il_posto_delle_fragole.ilcannocchiale.it/2010/09/11/la_casa_sul_lungofiume.html 


Il palazzone grigio nelle foto (scattate da me qualche settimana fa, a parte la foto d'epoca) è uno dei luoghi "letterari" che di più amo di Mosca, reso celebre dal lungo racconto di Jurij Trifonov, Dom na naberežnoj (La casa sul lungofiume, Editori Riuniti). Mi è caro per due motivi. Il primo, ovvio, è perché ho apprezzato molto il libro, un racconto di formazione, un libro sul peso della memoria. Il protagonista è un mediocre, Glebov, un uomo cinico e opportunista nell'oscuro periodo storico della Russia che lo vede diventare adulto, l'epoca staliniana. Un incontro, all’inizio del libro, innesca un lunghissimo flashback che rivela al lettore gli altri personaggi e tutte le vicende che hanno ruotato attorno all'esistenza di Glebov. Ma la memoria ha un peso insostenibile e un retrogusto fortemente amaro per il protagonista perché rimanda a quel periodo in cui, con bieco opportunismo, egli ha costruito meschinamente una carriera accademica cogliendo lo spirito del tempo ma tradendo amici, valori e persino l'amore. Contraltari di questa sono le storie di sconfitta e i declini degli altri personaggi, tutti legati alla grande casa sul lungofiume, l'immenso edificio dove risiedeva l'intelligencija e la classe dirigente dell'epoca, luogo simbolo di uno status e metafora della scalata sociale che il protagonista sogna e infine riesce a realizzare, al prezzo avvilenti compromessi con se stesso. Fra gli amici di Glebov Trifonov rappresenta anche se stesso e la sua famiglia, ennesima vittima del terribile clima di delazione e di caccia alle streghe che fu il periodo staliniano. 
Adesso questo palazzone sul lungofiume è un complesso di appartamenti residenziali molto upper class che comprende un cinema, piscina e un supermercato… in cima troneggia un gigantesco logo della Mercedes. La zona in cui sorge è tra le più belle della città: ad un passo dal Cremlino, ad un passo dalla Cattedrale del Cristo Salvatore (e dalla ulica Precistenka, dove sorgono il Puškin e le casa museo di Tolstoj), a fianco della vecchia fabbrica della Krasnij Okt’jabr (centro di una bella movida notturna), a poche centinaia di metri dalla (staraja) Tret’jakovskaja galereja e da Poljanka, il quartiere dove sorge una delle librerie più belle e fornite di Mosca, la “dom knigi” Molodaja Gvardija. 







martedì 11 marzo 2014

Giudizi di Gramsci su Stalin

"Gramsci batteva particolarmente sul fatto che nel partito non si doveva guardare all'uomo ma alle direttive del CC. Parlava di Stalin come di un despota e diceva di conoscere il testamento di Lenin, dove si sosteneva che Stalin era indatto a diventare il segretario del partito bolscevico. Ci parlava di Rykov, di Kamenev, di Radek e soprattutto di Bucharin, per il quale aveva un'ammirazione particolare. Una volta ci parlò della Rivoluzione francese (...) E, a proposito di ciò, accennò anche a un 'termidoro' sovietico". 
Ercole Piacentini, in Gramsci raccontato, a cura di Cesare Bermani, Roma 1987

Dal dicembre 1930 a Turi Gramsci "si dimostrava molto impensierito per la ripercussione che la lotta all'interno del partito bolscevico aveva avuto nell'Internazionale, la cui opera di direzione collegiale, secondo il suo parere, era paralizzata o indebolita in conseguenza di tali lotte. In questa occasione deplorò anche il fatto che Stalin nel passato non avesse mai avuto occasioni di svolgere una certa vita internazionale, a differenza di altri capi bolscevichi, e ciò restringeva la sua visione del processo generale del movimento mondiale."
Bruno Tosin, in Gramsci vivo nelle testimonianze dei suoi contemporanei, a cura di M. Paulesu Quercioli, Feltrinelli, Milano 1977, pp. 226-230 

"Bisogna tener presente che l' habitus mentale di Stalin è ben diverso da quello di Lenin (...) Stalin è rimasto sempre in Russia, conservando la mentalità nazionalista che si esprime nel culto dei Grandi Russi. Anche nell'Internazionale, Stalin è prima russo e poi comunista: bisogna stare attenti". 
Gramsci a Ezio Riboldi, Vicende socialiste: trent'anni di storia italiana nei ricordi di un deputato massimalista, introduzione di Giuseppe Tamburrano, Azione comune, Milano 1964; episodio risalente al maggio 1931.

lunedì 24 febbraio 2014

Luciano Vasconi, I cinesi (1964)


Brevi profili politici dei vari protagonisti (pp. 213-223)

Mao Tse-Tung 

... Tale fede messianica nell'uomo  è la forza e insieme la debolezza di Mao: attrae le masse  dache "non hanno nulla da perdere" se non la loro secolare miseria ma le espone a perdere l'unico bene posseduto, la vita stessa. Lo accusano, per questa sua visione idealistica, di mettere a repentaglio l'intero suo popolo e l'umanità tutta quanta; ma, secondo il suo detto, rinfacciato a Kruscev all'epoca della crisi cubana, se bisogna essere "audaci nella strategia" (per sgretolare l'imperialismo pezzo a pezzo fino a renderlo inoffensivo), occorre essere "prudenti nella tattica", non sottovalutando le capacità di reazioni immediate del nemico di classe.
... Il giorno in cui Mao dovesse scomparire, la Cina perderebbe, insieme a una di grande rilievo e prestigio, forse anche l'uomo che ha fatto da cemento di posizioni politiche contrastanti.

Ciu En-lai

In senso molto relativo è il Bukharin cinese, come espressione della corrente moderata, o per lo meno come l 'uomo sul quale confluiscono le speranze dei fautori di una distensione interna. Ad ogni rettifica per gli eccessi delle "Comuni", Ciu è apparso come l'uomo in ascesa, il quale, sebbene difendesse in proprio la "linea generale" del partito, l'adattava alle circostanze (senza essersi esposto nella fase iniziale dell'esperimento).
...

Teng Hsiao-ping

Benché braccio destro di Liu Sciao-ci, come secondo rappresentante in ordine gerarchico dei "dottrinari", è forse l'uomo più enigmatico al vertice della leadership cinese. Se alla scomparsa di Mao dovessero elidersi i Liu Sciao-ci e i Ciu En-lai (per quanto l'ipotesi sia vaga), Teng potrebbe dalla carica  che attualmente ricopre, di segretario generale del partito, e quindi capo della burocrazia, diventare addirittura una specie di Stalin cinese. Per quanto improbabile una ripetizione meccanica, in Cina, di quanto si produsse in URSS alla scomparsa di Lenin, l'uomo di secondo piano, ma potente per il controllo delle leve organizzative del partito, che potrebbe liquidare i Trotzki e i Bukharin di Pechino, se si frantumasse la loro alleanza, sarebbe questo.

...

Come andarono poi le cose 

Largely due to his expertise, Zhou was able to survive the purges of other top officials during the Cultural Revolution of the 1960s. His attempts at mitigating the Red Guards' damage and his efforts to protect others from their wrath made him immensely popular in the Revolution's later stages. As Mao Zedong's health began to decline in 1971 and 1972, Zhou and the Gang of the Four struggled internally over leadership of China. Zhou's health was also failing, however, and he died eight months before Mao on 8 January 1976. The massive public outpouring of grief in Beijing turned to anger towards the Gang of Four, leading to the Tiananmen Incident. Although succeeded by Hua Guofeng, it was Deng Xiaoping, Zhou's ally, who was able to outmaneuver the Gang of Four politically and eventually take Mao's place as  Paramount leader by 1977. (Wikipedia)



mercoledì 16 gennaio 2013

Bucharin, Lettera alla futura generazione di dirigenti





 Poco prima del suo arresto, Bucharin dettò alla giovane moglie, Anna Michailovna Larina, una "lettera alla futura generazione di dirigenti del Partito", in cui tra l'altro dichiarava la sua impotenza dinanzi alla "macchina infernale" venutasi a creare a meno di due decenni dalla Rivoluzione d'Ottobre, chiedendo di non essere giudicato dalla posterità più severamente di quanto avesse meritato Lenin.
La vedova imparò a memoria il testamento e lo dettò solo dopo la riabilitazione del marito, riversandolo in un libro sulla vita di lui: la sua pubblicazione ravvivò la campagna pro-Bucharin che aveva avuto corso negli anni '70 ad opera della Fondazione Bertrand Russell; Anna Larina, oramai anziana, intraprese tra il 1989 ed il 1990 una serie di conferenze in giro per il mondo, in cui confutava la tesi della confessione al processo e difendeva la memoria di Bucharin. (Wikipedia)

Ecco il testo della lettera:

Lascio la vita. Chino la testa non di fronte alla scure proletaria, che dev'essere implacabile ma morale. Sento la mia completa impotenza di fronte alla macchina infernale che con l' aiuto, probabilmente, di sistemi medioevali, ha acquistato una forza titanica, produce calunnia organizzata, agisce senza esitazioni, con sicurezza. Dzerginskij non c' è più. E' scomparsa pian piano ogni traccia delle straordinarie tradizioni della Ceka, quando l' ideale della rivoluzione giudicava ogni sua azione, giustificava la crudeltà verso il nemico, custodiva lo Stato dal pericolo di qualunque controrivoluzione. Per questo gli organi della Ceka avevano meritato speciale fiducia, speciali onori, autorità e rispetto.... [Quante volte Larina ha ripetuto queste parole. E mentre parla e registri le sue parole, chissà perché, ti prende la paura che il nastro si possa spaccare.] Possono fare tutto ...Possono ridurre in polvere qualunque membro del Comitato Centrale, qualunque membro del Partito..., possono trasformarlo in un traditore, un terrorista, un sabotatore, una spia. E se a Stalin in persona dovesse sorgere un dubbio su se stesso, la conferma di questo dubbio gli verrebbe fornita immediatamente. Nubi di tempesta incombono sul Partito. La mia sola testa colpevole di nulla si porterà dietro altre migliaia di innocenti. Perché sarà necessario inventare un' organizzazione, l'organizzazione di Bucharin, che in realtà non esiste non solo adesso quando da ormai quasi sette anni tra me e la linea del partito non c' è più nemmeno l' ombra della divergenza ma non è esistita neppure allora, negli anni dell' opposizione di destra. Delle organizzazioni segrete di Rjutin, di Uglanov io non ho mai saputo nulla. I miei punti di vista li ho sempre esposti apertamente, assieme a Rykov e a Tomskij. Sono membro del Partito da quando avevo diciotto anni e il fine ultimo della mia vita è sempre stato la lotta per gli interessi della classe operaia, per la vittoria del socialismo. Il giornale che porta il nome sacro della Verità (nel testo russo Pravda) pubblica in questi giorni la più infame delle menzogne, scrive che io, Nikolaj Bucharin, avrei voluto distruggere le conquiste dell' ottobre, restaurare il capitalismo. E' un'insolenza inaudita, è una menzogna che per la sua sfrontatezza, per la sua assoluta irresponsabilità di fronte al popolo potrebbe essere paragonata soltanto ad un'affermazione come questa: Si è scoperto che Nikolaj Romanov (l' ultimo zar della Russia, fino alla rivoluzione del febbraio 1917, ndt) ha dedicato tutta la sua esistenza alla lotta contro il capitalismo e la monarchia, alla lotta per la realizzazione della rivoluzione proletaria' . Se ho fatto degli errori nei metodi usati per l'edificazione del socialismo, che i posteri non mi giudichino più severamente di quanto non abbia fatto Vladimir Ilic. Noi eravamo i primi a dirigerci verso il comune obiettivo, e la strada non era ancora battuta. Erano altri tempi, era un'altra morale. Sulla Pravda si pubblicava allora il Foglio della discussione' , in cui tutti discutevano, cercavano le vie praticabili, litigavano, si rappacificavano e proseguivano il cammino, insieme.
Alla futura generazione


Mi rivolgo a voi, futura generazione dei dirigenti del Partito sulla cui missione storica ricade il dovere di districare il mostruoso groviglio di delitti che in questi terribili giorni si vanno facendo sempre più giganteschi, divampano come una fiamma e soffocano il Partito. Mi rivolgo a tutti i membri del Partito. In questi giorni, che forse sono gli ultimi della mia vita, io sono certo che il filtro della storia laverà prima o poi, inevitabilmente, il fango dalla mia testa. Io non sono mai stato un traditore. Avrei dato senza esitazione la mia vita in cambio di quella di Lenin. Amavo Kirov e non ho mai organizzato nulla contro Stalin...
Sappiate, compagni, che su quella bandiera che voi porterete attraverso la vostra marcia vittoriosa verso il comunismo, c' è anche una goccia del mio sangue.
Firmato: N. Bucharin




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Anna Larina (1914-1996)

Anna Larina, la vedova di Nikolaj Bukharin, uno dei leader della rivoluzione bolscevica, diventato una delle vittime più tragiche e illustri delle purghe staliniane degli anni Trenta, [...] aveva trascorso vent' anni nel Gulag, e una volta tornata in libertà aveva dovuto attendere altri trent' anni per poter pubblicare le memorie che il marito le aveva dettato in carcere. Una testimonianza resa ancora più eccezionale dal modo in cui Bukharin "dettò" la sua biografia alla moglie: esigendo che Anna non prendesse alcun appunto, ma ricordasse a memoria ogni parola, per evitare che un documento tanto controverso finisse in mano alla polizia segreta di Stalin. E Anna Larina tenne fede alla promessa, rinchiuse nella sua memoria la vita e il pensiero del marito, fino a quando, grazie alla perestrojka di Gorbaciov, non si sentì sicura di poter rivelare tutto. Date alle stampe nel 1988, le memorie di Bukharin rappresentarono uno sconvolgente capo d' accusa contro Stalin, destando enorme impressione in Urss, e furono poi tradotte in tutto il mondo. Figlia di un noto bolscevico, Anna Larina era una bellissima ragazza di 21 anni quando sposò Bukharin nel 1934. Lui aveva 24 anni più di lei, e la sua stella era già in notevole declino: nel 1928, il suo sostegno alle riforme economiche neocapitalistiche lanciate da Lenin (la Nep) lo aveva reso vulnerabile agli attacchi di Stalin, che lo fece espellere dal Politbjuro. Ma rimase membro del Comitato Centrale, e dopo aver rinnegato i propri "errori" nel febbraio del ' 34 fu nominato direttore delle Izvestija. Ma la sua sorte era segnata: nel ' 37 perse il posto di direttore del quotidiano e fu espulso dal Comitato Centrale. Giurando sulla propria buona fede, Bukharin iniziò per protesta uno sciopero della fame, ma fu accusato di essere una spia e un sabotatore, e venne arrestato. Processato per tradimento, fu giudicato colpevole e fucilato nel 1938. Il suo ultimo desiderio fu di scrivere un messaggio personale a Stalin, in cui, chiamando il dittatore col suo vecchio soprannome, gli chiese, "Koba, perché mi vuoi morto?". Nel ' 37, intanto, Anna Larina era stata a sua volta arrestata, processata e condannata a vent' anni di carcere da scontare nel Gulag. Jurij Larin, il figlio avuto da Bukharin l' anno prima, le fu tolto, come prevedeva la legge sovietica nei casi di condanna politiche, e venne affidato a un orfanotrofio. Anna scontò diciannove anni della sua sentenza: fu liberata con un anno di anticipo, nel 1956, come un milione di altri "prigionieri politici", dopo che Kruscev pronunciò il "rapporto segreto" sullo stalinismo al Ventesimo Congresso del Pcus. Da allora ha vissuto a Mosca, si è risposata, ha ottenuto la riabilitazione del marito nel 1987, e nell' 88 ne ha finalmente pubblicato le memorie.
 

Enrico Franceschini, la Repubblica, 25 febbraio 1996