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sabato 29 novembre 2025

La crisi della conversazione

 



Marjorie Philibert
David Le Breton, sociologo: "La conversazione è diventata un lusso anacronistico."
Le Monde, 29 novembre 2025

David Le Breton è professore di sociologia e antropologia all'Università di Strasburgo, specializzato in rappresentazioni e rappresentazioni del corpo umano. È autore di *La fine della conversazione? Il discorso in una società spettrale* (Métailié, 2024).

Come definiresti la conversazione?

La conversazione è, per sua stessa natura, un'interazione faccia a faccia. Quando parliamo faccia a faccia, prestiamo attenzione all'altra persona, la guardiamo negli occhi. Quando camminiamo fianco a fianco, ci scambiamo regolarmente occhiate per osservare le espressioni facciali. C'è posto per il corpo, ma anche per il silenzio. Nella conversazione, il silenzio non è un'anomalia, ma semplicemente un respiro, un modo per lasciare che lo scambio segua il suo ritmo. La comunicazione è l'esatto opposto: il volto, il corpo scompaiono. Siamo nel regno dell'utilitarismo, della raccolta di informazioni. Mentre la conversazione è il flusso e riflusso del significato: siamo nel regno dell'incertezza, della spontaneità. Quando attacchiamo una conversazione con il nostro vicino in treno, non sappiamo che direzione prenderà lo scambio. La conversazione è un gioco di equilibri, un piacere, un'arte di vivere.

In che modo si sta estinguendo oggi?

I nostri contemporanei si ascoltano sempre meno. La conversazione è diventata un lusso anacronistico, non una necessità vitale. L'avvento di Internet, e poi dello smartphone, è stato un fenomeno globale che ha creato un vero e proprio confinamento sociale all'interno delle nostre società. Lo smartphone ci divora, ci ipnotizza. Per strada, le persone passano come fantasmi, senza prestare attenzione agli altri. Quando ci si incontra, c'è sempre un interlocutore fantasma che è lì senza esserci: lo smartphone. Lo tiriamo fuori dalla tasca, lo consultiamo a piacimento, impedendoci di riconoscere completamente la persona che abbiamo di fronte. Prima, sui mezzi pubblici, quando iniziavamo una conversazione, ci scusavamo se prendevamo un libro. Oggi è il contrario: tutti sono al telefono e ci scusiamo se, per qualsiasi motivo, dobbiamo parlare con qualcuno.

Quando è scomparsa questa conversazione?

Naturalmente, non si tratta di un fenomeno recente, e la tecnologia digitale non è l'unica responsabile. Sono nato nel 1953 in un quartiere operaio di Le Mans, caratterizzato da un fortissimo senso di comunità. Eppure, già da bambino, mio ​​padre mi diceva: "Oggigiorno, nessuno si saluta più". Questo fenomeno si è accelerato negli anni '80, con il crescente individualismo e la graduale scomparsa delle culture di classe e regionali. Il quartiere in cui sono cresciuto era caratterizzato da una cultura operaia estremamente forte, in cui il sindacalismo giocava un ruolo importante.

Oggi, tutto questo è completamente scomparso. Lo vediamo chiaramente con i "gilet gialli": le persone stavano fianco a fianco ma non condividevano realmente valori comuni, con convinzioni politiche estremamente diverse. Prima, c'era orgoglio nell'essere un contadino o un operaio. Oggi, le classi lavoratrici tendono a provare un senso di indegnità, legato al disprezzo sociale che subiscono. Questo sentimento erode la solidarietà: per raggiungere gli altri, bisogna avere fiducia nella propria identità e nel proprio futuro.

Internet non ha forse ampliato lo spazio di discussione?

È vero, ma in realtà Internet ha soprattutto accelerato la polarizzazione delle opinioni e aumentato la difficoltà del dibattito. Stiamo assistendo a una radicalizzazione delle posizioni che porta rapidamente a scontri e insulti. Sui social media non c'è alcuna sfumatura: si va dritti al punto e si viene immediatamente fatti a pezzi. Il "wokismo" è il culmine di questa impasse nel dialogo: ci sono cose che si possono dire e cose che non si possono dire. Uno "spazio sicuro" è uno spazio in cui ci si sente al sicuro perché gli altri sono d'accordo con noi. Questo riflette ancora una problematica difficoltà a mettersi nei panni degli altri. La cancel culture ha una dimensione ancora più radicale: equivale a "eliminare" dal discorso chiunque non sia d'accordo con noi.

Tuttavia, questo radicalismo esisteva anche negli anni '70…

Sì, certo, a quel tempo la società era piena di ideologie radicali e intransigenti: trotskismo, maoismo, lacanismo... Tutte queste correnti si scontravano, a volte in modo estremamente violento. Ma era anche un'epoca in cui le persone discutevano costantemente: nei licei, nelle università, nei campus, nei caffè... Avevamo degli avversari, ma li affrontavamo faccia a faccia, per così dire, e a volte riuscivamo a riconciliarci. Ci provocavamo a vicenda, gridavamo a un compagno: "Allora, sei ancora trotskista?", ma andavamo a discuterne bevendo una birra al pub. Oggi, il mondo virtuale ci permette di lanciare attacchi molto violenti, nascosti dietro i nostri schermi, che non portano a un dialogo costruttivo.

La crisi della conversazione è una crisi della società nel suo complesso?

Assolutamente. Basta guardare l'attuale crisi politica e la situazione al vertice del governo: si ha la sensazione che i politici siano incapaci di mettersi d'accordo e di trovare un consenso. Viviamo in una società frammentata, dove ognuno è un'isola in un vasto arcipelago. Di fronte a questo, l'istituzione di terzi luoghi o spazi riservati alla conversazione rappresenta letteralmente una forma di resistenza.

https://www.lemonde.fr/m-perso/article/2025/11/29/david-le-breton-sociologue-la-conversation-est-devenue-un-luxe-anachronique_6655371_4497916.html

lunedì 25 novembre 2024

Il parricidio grillino




Massimiliano Panarari, La parabola dell'Elevato, La Stampa, 25 novembre 2024


 Game over: fine del grillismo. E della grilleide che ha sbeffeggiato e intimidito la politica italiana, finendo decisamente più per inquinarla (dal taglio dei parlamentari senza contrappesi alla criminalizzazione di qualsivoglia finanziamento pubblico) che per rinnovarla come da annunci programmatici. Ascesa, trionfi e, in queste ore, caduta di Beppe Grillo, il vero profeta per parecchi anni dell'antipolitica nazionale, e il dominus del «populismo al pesto». Sepolto dalla Costituente di «Nova», tramutatasi per lui in un buco nero che lo ha risucchiato, sotto la valanga del 63,24% dei consensi degli iscritti alla modifica dello statuto interno, con l'archiviazione della norma-tabù sui due mandati. E, soprattutto, l'abolizione del ruolo del Garante che equivale alla defenestrazione di colui che è stato il monarca assoluto del M5S. L'«ultima metamorfosi» del Movimento richiedeva l'espulsione nei fatti dell'unico fondatore rimasto, e l'uccisione simbolica del padre-padrone che lo aveva creato, comportatosi in modo sistematico come Crono che divora la prole, prima di questa nemesi in cui sono stati molti dei suoi ex pupilli e delfini - a lungo derubricati al rango di meri portavoce di una sedicente volontà generale popolare - a mangiarselo.

Nell'età del «divertirsi da morire» (descritta in maniera lungimirante dal sociologo Neil Postman), non
poteva certo mancare il capo comico che si erige a capo politico. Grillo è, per l'appunto, un figlio della società dello spettacolo e un prodotto dell'intrattenimento eletto a principio di vendita di qualunque cosa - politica compresa - che, per una serie di ragioni, «scende in campo». Atteggiandosi prima a vox clamantis in deserto, quindi a eretico perseguitato dal sistema e, dopo il debutto del ciclo delle vittorie elettorali, a «messia» salvatore del popolo oppresso dalle élites, ribadendo sempre una vena (anche lessicale) mistico-religiosa. Nel 1982, infatti, si era già molto calato nella parte del protagonista del film di Luigi Comencini «Cercasi Gesù», e siamo ancora lontani anni luce dalla sua versione di primattore della politica italiana. Per arrivarci transiterà attraverso i debordanti successi televisivi degli Anni Ottanta, la conversione ecologista e il luddismo degli Anni Novanta travasati in vari recital teatrali, le campagne contro banche e multinazionali dei Duemila. Ovvero il processo incubatore dell'attivazione di comitati civici - spesso portatori insani della «sindrome Nimby» - e gruppi territoriali impegnati in battaglie (e polemiche) di vario genere, pronti a trasformarsi nei meetup e nella rete degli Amici di Beppe Grillo, da lui coordinati attraverso il Blog e impiegati come le «falangi armate» dell'indignazione contro le classi dirigenti locali. Ecco, quindi, i sanculotti, resi operativi online, dell'incipiente ribellione antisistema che trovò i suoi palcoscenici nei Vaffaday del 2007 e 2008, autentiche dimostrazioni di forza e rappresentazioni di piazza dell'indignazione e della rabbia contro tutte le «caste». Il 2008 è l'anno della svolta e dell'avvio della campagna permanente del grillismo: il cantiere delle «liste civiche a 5 Stelle», approvate e certificate dallo showman ormai leader (anti)politico, e la sua candidatura alle primarie del Pd che sarà, infine, rigettata. E che viene cavalcata come la finestra di opportunità per indicare una sola strada praticabile: quella della fondazione di un movimento alternativo, presentato pubblicamente il 4 ottobre 2009, il giorno della festività di San Francesco, invocato da allora quale icona protettrice (o, per meglio dire, «santino») dell'azione del Movimento 5 Stelle. Era nato il «non-partito», di fatto il primo caso di «partito bipersonale» nell'Italia culla di quelli personali. Una formazione che rivendicava la propria alterità rispetto alla forma-partito e il proprio Dna di agitazione e movimentismo perenni, ma scaturiva innanzitutto dalla perfetta intesa e simbiosi, basata su una divisione funzionale dei compiti, della coppia che deteneva il controllo assoluto di questa organizzazione. Dentro la quale Gianroberto Casaleggio rappresentava l'eminenza grigia e il «tecnocrate», e Grillo il «visionario in seconda» e il trickster che diceva le verità che gli establishment vietavano di pronunciare. Soprattutto, nella postmodernità della politica come performance, il suo ruolo era quello del frontman e del comiziante, chiamato a recitare la buona novella antistemica e ad applicare via web - descritto come il luogo delle sorti magnifiche e progressive della partecipazione («ve la do io la partecipazione…») - le stesse strategie comunicative che gli avevano regalato tutta quell'audience in Tv nella fase precedente. Non per nulla, a dispetto dello storytelling dell'«uno vale uno» e della retorica della disintermediazione, l'utilizzo di Internet da parte dei dioscuri cofondatori si è rivelato altamente verticalizzato e top-down (e, dunque, manipolativo). Con una spruzzata di pauperismo (a parole), pseudo-spiritualismo new age e da «Silicon Valley di Ponente», e francescanesimo prêt-à-porter, brandito anche ieri da Grillo mediante uno stato di Whatsapp tanto critico e poco criptico: «Da francescani a gesuiti». Così, il «leader guitto e giullare» acerrimo nemico del berlusconismo comandava, insieme a Casaleggio, su un «non-partito» che costituiva, però, de facto un partito azienda, e fatturava lautamente col suo «sacro blog». La contraddizione incarnata, pronto a compiere slalom e a giustificare testa-coda repentini: ossia l'identikit del politico politicante più che di quello intransigente e «rivoluzionario». D'altronde, il personaggio è innanzitutto un (amorale) performer della vita pubblica, giustappunto, su cui cala adesso definitivamente il sipario dopo il «VaffaGrilloday».
Nondimeno, il lupo - non di San Francesco - perde i peli (e i grilli…), ma non certi vizi di posizionamento in politica estera, come mostra la corrispondenza di amorosi sensi antiliberali e antioccidentali fra il «Nuovo M5S-PdC (Partito di Conte)» e la formazione politica personale della rossobruna Sahra Wagenknecht. Ecco, quel lascito (e grumo) profondo del grillismo pare proprio destinato a perpetuarsi ancora a lungo. 

martedì 2 gennaio 2018

Il mito dell'originalità creativa


Già, bisognerebbe essere originali. Ma siamo sicuri che l'originalità, da sola, serva a qualcosa? Perché l'originalità da sola non è difficile da ottenere. Basta dire qualcosa di diverso da ciò che su un argomento si sostiene in giro. "Gentiloni manca di stile". Ecco, in genere, si sostiene il contrario. Così abbiamo detto una cosa diversa. Ma abbiamo detto una cosa vera, o significativa, abbiamo dato un contributo notevole alla migliore conoscenza del personaggio? La risposta è no. Ecco perché l'originalità da sola non basta.
Si può affrontare lo stesso argomento anche da un altro punto di vista. La lettura. Che cosa ci induce a leggere un testo? Il desiderio di giungere a una migliore comprensione del mondo. Di idee ne ciircolano fin troppe sulla rete in particolare. Abbiamo bisogno di idee pertinenti che ci aiutino a capire meglio. Ciò che è semplicemente bizzarro o casuale alla fine risulta noioso. Ecco quello che un manuale di scrittura creativa non giunge a insegnare facilmente.
Internet è pieno di testi ricopiati spesso senza neppure citare la fonte. Una brutta malattia. Non la si combatte scrivendo stranezze originali. Molto si vocifera, poco si racconta con la cura e l'attenzione dovute ai particolari giusti. Riuscire a dare un'idea di ciò che è realmente accaduto ricorrendo come è indispensabile ad altre fonti è più utile che non esporre l'ennesima teoria che non sta tanto in piedi ma sembra tanto originale, tanto bella, tanto strepitosa.

https://quadernidelcarcere.wordpress.com/2014/12/14/critica-letteraria-sincerita-o-spontaneita-e-disciplina/
https://palomarblog.wordpress.com/2015/11/26/avere-una-cosa-da-dire/

domenica 21 giugno 2015

La rete come labirinto

Emanuele Trevi
L'ossessione del labirinto
Corriere della Sera La Lettura, 21 giugno 2015




Si potrebbe definire la rete come un labirinto malato, e in ogni modo privo di una delle sue funzioni fondamentali, quell'inversione di marcia che consente di raggiungere l'uscita. Perché, come tutti sappiamo, la rete nonè un organo, e cresce semplicemente per addizione, nodo dopo nodo e connessione dopo connessione. Tutta intenta a estendersi e a replicare a se stessa, non ha previsto nessuna via d'uscita, nessun punto di svolta. Può venire assimilata al labirinto solo in via approssimativa e superficiale, perché volenti o nolenti ci si perde nella sua complessità. Ma la pianta di qualunque labirinto, dalle spirali cinesi a Franco Maria Ricci, vi rivelerà la volontà di produrre una forma, che è sempre qualcosa di limitato, dotato di confini che si oppongono a tutto il resto.
La forza della rete, al contrario consiste proprio nella sua mancanza di forma e di confini, che la rendono particolarmente atta allo scopo che persegue, che è quello di sostituirsi al mondo, relegandolo al ruolo di un semplice supporto materiale, di un gigantesco e obsoleto hardware. E di fronte a questa potenza. [...] la "resa" sembra l'unica possibilità. Perché l'esperienza spirituale sottesa ad ogni labirinto comportava la possibilità di un'esperienza di trasformazione totale, di seconda nascita. Dove c'era l'iniziazione oggi c'è il suo contrario, l'informazione. E non sta scritto da nessuna parte, dopo tutto, che tutto questo sia destinato a impoverire la vita degli uomini. Anche perché tutto quello che accade nel mondo, in senso collettivo, ha certamente la sua verità, ma non necessariamente coincide con quello che accade nei singoli individui. I singoli individui sono sempre più lenti o più veloci dell'umanità alla quale appartengono. Ed è proprio lì che il labirinto ha trovato il suo rifugio [...]. 
 


lunedì 16 dicembre 2013

Lucia Annunziata su Renzi

Renzi dà l'addio alla "meglio gioventù". La ribellione generazionale cambia la narrativa del paese
Huffington Post, 16 dicembre 2013

La frase più efficace, o almeno quella che a me è sembrata la migliore nel segnare il crinale di un passaggio, è stata: " Basta pensare che la meglio gioventù sia nata e morta con l'alluvione di Firenze". La questione generazionale è stata ancora una volta la chiave del successo con cui il neosegretario Matteo Renzi a Milano ha preso d'impeto il suo Partito e lo ha portato dalla sua parte.
Chiave generazionale che nulla ha a che fare con la stucchevole, e francamente banale, questione della rottamazione, della stima fra vecchi e giovani, e bolle teoriche del genere. Il ricambio generazionale è sempre una presa del potere a mano armata, non avviene mai in maniera indolore, e la mia generazione (che è quella oggi ampiamente rottamata) con i suoi vecchi all'epoca ha saputo fare di ben peggio di quel che oggi ha fatto Renzi. Infatti, come ci si poteva aspettare, questa parte banalizzante del ricambio di età, è arrivata all'appuntamento milanese già ampiamente sgonfia, avviata, con la elezione di Cuperlo, sulla strada di pragmatiche soluzioni.
La interpretazione generazionale più autentica riguarda invece la memoria, e l'eredità che compongono e giustificano l'investitura nel presente della classe dirigente di una società. Il dominio di una generazione ha infatti quasi tutto a che fare con la interpretazione del suo passato. In questo l'Italia è certo un paese di superconservatori, ancor prima che di anziani. Un paese in cui il vuoto di visione da anni viene coperto da una versione mitizzata, e dunque distorta, del tempo che fu.
Nella nostra immaginazione collettiva - e non solo quella di sinistra, va detto - il passato si è fissato in una sorta di età dell'oro rispetto a cui tutto il resto è una unica, lunga , strada di decandenza. Dalla Resistenza prima, dal glorioso Dopoguerra poi e, perfino, da un Sessantotto raccontato come non è mai stato, quello di una non casualmente autodefinitasi "meglio gioventù'" di cui si ricordano in metafora l'alluvione, ma non le rotture, gli errori e anche orrori che ha commesso.
Questa memoria ricostruita (la polemica qui, ripeto, è contro la finzione della memoria, non è la negazione dei meriti del passato) è in effetti diventata la maggiore forza di resistenza al cambiamento che conosciamo perché ha fondato l'idea che di teste come quelle che in passato hanno fatto politica (ma ugualmente si può dire per tutte le altre istituzioni, incluso il mondo imprenditoriale) non se ne sono prodotte più. Al punto che tocca ancora oggi a queste teste continuare (magari mentre si lamentano per il peso della responsabilità) a ragionare, a tenere insieme il paese, ad essere responsabili per tutti gli irresponsabili e gli "ignoramus" che popolano il nostro territorio.
Nel senso di questa missione degli anziani c'è tutto il disprezzo, e neppure tanto sottile, per giovani cui si attribuisce una minorità intellettuale permanente. Giovani corrotti, si dice, da una società consumista, dalla società del successo facile, e dalla mancanza di una "vera cultura". In queste due affermazioni ci sono due fantasmi che spuntano anche senza farne il nome: quello di Silvio Berlusconi, cui si intesta la corruzione degli attuali "mores", e quello di Internet, come viene chiamata con semplificazione, quella rivoluzione tecnologica che ha portato un cambiamento che i vecchi non capiscono e di cui si liberano dicendo che è la fine dell'umanesimo, della vita sociale, dei diritti, insomma, della cultura occidentale "alta".
Si capisce bene come questa visione del mondo sia (occasionalmente) all'origine delle Larghe Intese, e (strategicamente) la base di una visione crepuscolare, triste, avvolta in un permanente velo luttuoso, del declino della nostra società. Di una dell'Italia sull'orlo del baratro, e di italiani troppo immaturi per votare e ancora più immaturi per esprimersi in politica. Che debbano insomma essere salvati da se stessi, dal loro populismo brado e dalla loro ignoranza, ad opera di un manipolo di quel che rimane della "meglio gioventù", sentinella permanente ed effettiva sulla retta via.
Renzi, come lui stesso ha detto, ha usato toni spesso non condivisibili per sfondare questo muro di resistenza. Lui stesso ha definito "forse volgare" il termine rottamazione - e certo un filo di ombra di eutanasia si è sempre steso su questa parola. Ma a Milano sembra aver finalmente portato a segno la spiegazione delle sue stesse idee, ribaltando il senso della narrazione dei nostri tempi. Ridando in mano ai giovani la supremazia in questo momento della frontiera culturale: "I giovani non hanno mai avuto tale accesso al sapere, non hanno mai avuto un tale deposito di cultura a cui attingere".
Osando attaccare quello stupidario sull'Italia cui si è ridotta, con il tempo, la storia dei giovani che vanno a studiare all'estero, diventati simbolo di una malfunzione del paese invece che naturale ristrutturazione (e ambizione) del mercato del lavoro globale. "Ne ho incontrato uno che si è presentato", ha raccontato Renzi, "dicendo 'sono un tipico cervello all'estero'. Dopo che gli ho parlato gli avrei detto 'e ci puoi pure restare, viste le sciocchezze che mi hai detto'. Non è che uno è un cervello solo perché è all'estero. I cervelli sono anche in Italia".
Sembrano solo osservazioni, ma sono tutti pezzi di un racconto diverso, in cui il nostro paese , descritto come un luogo in profonda crisi economica, non è certo però in crisi di energie e progetti. Un paese con le mani legate da burocrazia e resistenze - in cui quelle della politica risultano persino minori se comparate a mandarinati statali, furberie, e avvilimento di ogni meritocrazia - ma non della forza d'urto intellettuale e sociale per farcela.
È questo cambio di sguardo il vero elemento di novità, perché tocca una corda profonda nel cuore dei 35/40enni italiani che si avvertono come una generazione mandata al macero dai propri adulti. Renzi sa restituire loro un ruolo, e se non potesse contare sulla loro forza d'urto l'accelerazione che ha proposto nel programma politico non avrebbe senso. Riforma elettorale (entro gennaio), riforme politiche, semplificazione del mercato del lavoro, diritti, cittadinanza. Tutto e subito, ha promesso Renzi. Con coraggio forse maggiore del realismo. E, forse senza volerlo, ma chissà?, riprendendo una parola d'ordine proprio di quella"'meglio gioventù'' che ha appena sostituito.

martedì 10 settembre 2013

Perché la sinistra ignora Mc Luhan

Peppe Provenzano


Mauro Calise
l'Unità, 10 settembre 2013

È in edicola il numero di settembre di «Italianieuropei». Nel fascicolo il «Laboratorio partito», focus sul Pd che si accinge a una difficile fase congressuale per ridefinire profilo e strategie. Tra i saggi pubblicati proponiamo ai lettori de l’Unità quello di Mauro Calise.

COME È POSSIBILE, COME È SPIEGABILE CHE IL PD CI SIA RICASCATO ANCHE STAVOLTA? CHE ANCHE QUESTA CAMPAGNA GIÀ VINTA SIA STATA PERSA SULLO STESSO FRONTE, per lo stesso tallone d’Achille per il quale la sinistra, da almeno vent’anni, cede il passo al centrodestra? Per quale atavica maledizione la cultura degli ex comunisti e degli ex democristiani resta ostile, anzi addirittura estranea, alle regole anche le più elementari della comunicazione, che si tratti di vecchi o nuovi media?
Tra tutte le democrazie occidentali, i leader e i militanti del Pd sono i soli che si ostinano a credere che McLuhan fosse un parolaio. Ciò che conta è il contenuto del messaggio, non il contenitore e la sua forma: in barba a cinquant’anni di storia, i democratici restano convinti che the message is the media. Non si tratta solo di fare il processo, a proposito, non l’ho ancora letto, alla peggiore campagna elettorale italiana di questo secolo. Né di prendersela basta e avanza Crozza con i limiti di un candidato premier che, almeno, ha avuto sempre l’onestà di ribadire di non voler cambiare la propria personalità e il proprio stile. Il nodo è più radicale. Riguarda la profonda incomprensione, ai vertici come alla base del partito, del ruolo che la comunicazione svolge come vero e proprio codice genetico della società contemporanea. Per cui non è più uno dei canali attraverso cui la politica funziona, ne è diventato il motore. O, se preferite, il corpo. E, al tempo stesso, le ha rubato l’anima.
Il successo strepitoso di Grillo suona, per il Pd, come una riedizione riveduta e corretta e tecnologicamente aggiornata dello stesso meccanismo che aveva consentito a Berlusconi di sbaragliare in pochi mesi la «gioiosa macchina da guerra» con cui Achille Occhetto si era illuso di poter vincere le elezioni. Ancora una volta una vittoria certa si trasforma in bruciante sconfitta per l’emergere di una leadership carismatica che crea, quasi dal nulla, un ingentissimo seguito elettorale affidandosi allo sfruttamento strategico di un canale di comunicazione mediatica.
In questo caso, l’amarezza dell’occasione mancata è aggravata dal fatto che Grillo solo in parte ha attinto al serbatoio della destra qualunquista e conservatrice che si era precipitata al seguito del Cavaliere. Una parte molto consistente del voto ai cinquestelle documentano Fabio Bordignon e Luigi Ceccarini proviene dall’elettorato di sinistra e da una quota predominante delle fasce più giovani. E un’ulteriore e peggiore aggravante viene dal fatto che la televisione, dopotutto, era il dominio – anche privato – del Cavaliere. Ma come è stato possibile farsi prendere in contropiede sul web, che dovrebbe rappresentare il terreno naturale di coltura e di crescita di una organizzazione come il Pd, che ha alla base del proprio programma il cambiamento della società?
LA SOCIETÀ DELLA E-DEMOCRACY
Rosanna De Rosa nel libro che fa il punto sulla cittadinanza digitale ci ricorda che, quando Berlusconi scese in campo, gli utenti Internet erano solo lo 0,4% della popolazione mondiale; ma già nel 2000, con l’esplosione della blogosfera, «la percentuale era salita al 5,9%, e oggi un quarto della popolazione mondiale è in rete, un miliardo dei quali ha un profilo su Facebook». Nel frattempo, la e-democracy, rimasta per un ventennio poco più che un laboratorio di promesse non mantenute, diventava la nuova frontiera per conquistare la Casa Bianca. Nelle primarie del 2003-04 c’è l’exploit di Howard Dean, un outsider che sfiora un successo clamoroso grazie all’uso sistematico per la prima volta della rete in una campagna presidenziale. Facendo da apripista a Barack Obama che, quattro anni dopo, dovrà la propria vittoria all’appoggio di Move On, coi suoi tre milioni di iscritti, e alla straordinaria capacità di intercettare finanziamenti da una amplissima platea di simpatizzanti, quotidianamente sensibilizzati sui temi chiave della sfida con i repubblicani. Riversando poi gran parte dei fondi nell’acquisto di spazi televisivi costosissimi nei momenti di massima audience. Questo schema sarà ripetuto e perfezionato per le elezioni del 2012, anche grazie alla possibilità di utilizzare i database di alcuni dei più importanti motori di ricerca per sofisticatissime operazioni di targetting. Facendo già intravedere la fusione tra la capacità di diffusione virale della rete con la centralizzazione carismatica del messaggio da parte del leader.
Questo nuovo know-how tecnologico della strategia elettorale era, dunque, ben conosciuto, ottimamente documentato e a disposizione di chiunque volesse farne una leva di intervento. Durante un intero decennio, per il Pd è come se il tutto fosse avvenuto su un altro pianeta, inaccessibile e incommensurabile. Ma non per Grillo e il suo mentore telematico Casaleggio. Nel volgere di cinque anni, un bravo comico che era solito chiudere i suoi spettacoli fracassando un computer sul palcoscenico diventa il leader di un nuovo monstrum politico: un partito superpersonale virtuale. A conferma che la comunicazione oggi, ancor più di ieri, è il presupposto oltre che il volano dell’organizzazione. Oltre, ovviamente, che il requisito per la comprensione e la gestione dei processi di innovazione tecnologica grazie ai quali il popolo della rete non è imploso, vittima della propria crescita esponenziale.
Sono due i principali meccanismi o, più precisamente, ambienti procedurali e regolativi che impediscono la frammentazione del mondo che ruota intorno a Internet. Come i grandi motori di ricerca prima Aol, poi Yahoo! e Google avevano, coi loro algoritmi e cookies, messo ordine nella galassia infinita delle informazioni in rete, così spetterà ai blog e ai social network trasformare l’anomia della rete in un ambiente ricchissimo di legami sociali e capace di esprimere opinioni collettive. In alcuni aspetti salienti, la nascita della blogosfera ricalca in pochissimi anni il percorso habermasiano che aveva portato, nell’arco di due secoli, alla formazione della moderna opinione pubblica. I blog rappresentano, infatti, la crescita di una nuova élite culturale e, al tempo stesso, l’affacciarsi e il consolidarsi di un rapporto sempre più dinamico con i media tradizionali. Non appena i blog riescono a far emergere, dall’oceano indistinto della rete, le notizie e i temi più trendy, la stampa si affretta a rilanciarli, soprattutto attraverso le proprie testate online (...).
Qualsiasi sforzo di aggregazione delle opinioni quasi pubbliche espresse attraverso il web sarebbe, nondimeno, inimmaginabile senza il lavoro sotterraneo di creazione di un vero e proprio tessuto sociale della rete. La dimensione social introdotta dai network personalizzati, come Twitter e Facebook, non ha niente a che vedere con la categoria di società che è a fondamento dell’organizzazione moderna della vita. Anzi ne rappresenta, per molti aspetti, la sua crisi e destrutturazione. Al posto di classi e ruoli che hanno reso funzionante, gerarchicamente ripartita e, in qualche misura, prevedibile la società sviluppatasi intorno al macchinario satanico della rivoluzione industriale, i social network fanno emergere un infinito reticolo di molecole che si attraggono o si respingono in modo del tutto spontaneo (...).
Ricalcando il percorso aristotelico da cui nasce l’idea stessa di politica, anche la politica in rete prende forma e trova ancoraggio nello sviluppo della socialità. Così come nella lezione sartoriana lo zoon politikon di Aristotele era, in primis, un animale sociale, così anche il netcitizen comincia a prendere forma solo dopo essere riuscito a inserirsi e immedesimarsi nei nuovi circuiti social. Mentre per oltre trent’anni lo sperimentalismo democratico via Internet era rimasto confinato agli spazi e agli effetti di piccole eutopie, con la nascita e la fulminante espansione dei social network l’e-democracy trova finalmente un suo zoccolo duro, un radicamento, una prassi ben collaudata da cui cercare di spiccare il salto alla conquista del politico.
SE NE PARLI AL CONGRESSO PD
A quest’appuntamento, la sinistra italiana è clamorosamente mancata. E il vuoto è tanto più profondo perché la rivoluzione di Internet interseca tutti i settori più vitali della società. Per limitarsi all’esempio più importante, l’intero percorso formativo si sta digitalizzando. Ma lo fa su scala globale, rischiando di lasciare al palo quei contesti geoculturali che continuano a opporre resistenze. Nelle nostre scuole medie, i libri di testo solo ora stanno cominciando ad adeguarsi ancora lentamente e con una qualità quasi sempre scadente alle pratiche connaturate alla generazione dei nativi digitali, improntati alla sindrome di amazoogle: cercare e trovare online i materiali che ti servono. Resistenze, se possibile, ancora maggiori si riscontrano all’interno delle università, dove i ministri di centrodestra con la complicità di quelli di sinistra sembrano aver risolto il problema dividendolo in due campi separati: da un lato, le cosiddette «telematiche», aziende private con licenza di laureare, che erogano corsi a distanza lautamente retribuiti; dall’altro, le statali, che non hanno risorse e stimoli per affrontare la sfida che, tra pochi anni, rischia di metterle fuori mercato.
Il nuovo format dell’educazione in rete, l’insegnamento in modalità Mooc (Massive open online courses), ha reclutato, nel 2012, oltre venti milioni di studenti. Coinvolgendo i principali e più prestigiosi college americani, ma anche molte università di taglia media che cercano di rimanere a galla sperimentando un modello di business misto, in cui i corsi a distanza integrano quelli molto più onerosi in presenza (...). Per chi scrive, resta un mistero doloroso come mai la sinistra, e in primis il suo maggior partito, non sia schierata per fare di Internet e del suo rapporto con la scuola la sua testa possibilmente pensante di ponte in un ambiente sociale fertilissimo di stimoli e avidissimo di una rappresentanza che continua a essergli negata. O meglio, che è riuscito a trovare, in extremis e spesso in modo confuso, nella disponibilità del M5S. Una disponibilità non limitata ai contenuti e alla libera espressione, ma che ha investito anche il nodo più delicato: il reclutamento di un nuovo ceto politico.
Nessuno pensa che Internet possa essere la panacea per la crisi politica profondissima in cui il Paese si dibatte. Né una scorciatoia palingenetica per l’iter complesso e faticoso di selezione di una classe parlamentare in grado di governare processi deliberativi e decisionali sempre più complessi. Ma non v’è dubbio che l’ingresso in Camera e Senato dei cittadini venuti dal web abbia, per il Pd, il gusto amaro di un’occasione mancata. Ancor più visti i profili di neodeputati e neosenatori, molti dei quali sono apparsi fin dagli esordi dotati di una propensione all’autodeterminazione non facilmente conciliabile con il dirigismo autocratico che caratterizza gli interventi di Grillo. La partita, tuttavia, non è chiusa. Si va ai tempi supplementari. E possiamo ancora sperare che al centro del prossimo congresso non ci sia solo la discussione su «cosa» dire, ma anche una riflessione su «come» (...). Visto dall’esterno, il ritardo potrebbe apparire incolmabile. Ma, dall’interno, non si può mollare. Provaci ancora, Pd.


Paolo Gerbaudo
Il partito piattaforma La trasformazione dell’ organizzazione politica nell’ era digitale

© 2018 Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Podemos, il M5s e i Partiti Pirate sono stati spesso descritti come “partiti digitali” o come “partiti rete” per il modo in cui essi hanno abbracciato in modo entusiastico una serie di strumenti e servizi che sono diventati il simbolo della presente società digitale. Tale carattere digitale è visibile a diversi livelli di profondità: nella loro comunicazione esterna e nella loro organizzazione interna. Esternamente queste formazioni hanno cavalcato la potenza comunicativa delle reti sociali come Facebook e Twitter o su canali dedicati su YouTube, per costruire una base attiva di sostenitori e simpatizzanti. Internamente esse hanno sviluppato una serie di piattaforme decisionali online per chiamare gli iscritti a discutere e votare su politiche, cariche interne e candidati.

Tale trasformazione digitale del partito politico è parte di un processo più generale, visibile anche in partiti più tradizionali e nel modo in cui hanno adottato strumenti e pratiche digitali nella loro comunicazione. Basti pensare ad esempio all’uso dei social media in recenti campagne elettorali, come quelle di Obama nel 2008 e nel 2012, o al ruolo da essi giocato nella vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, o ancora alle innovazioni sul versante digitale introdotte da nuove organizzazioni come Momentum, il movimento di sostegno a Jeremy Corbyn come leader del Labour. Tuttavia è nei “partiti digitali” propriamente detti che tale trasformazione acquisisce le forme più radicali e rivelatrici della presente trasformazione della forma partito. Per questi partiti la parola “digitale” designa solo un insieme di strumenti ma anche un modo di concepire il mondo influenzato dalla cultura digitale e in particolare dalla cultura hacker [Levy 1996], con i suoi valori di autonomia, partecipazione, creatività e trasparenza. L’emergere di queste formazioni offre un’occasione per leggere una serie di tendenze che vanno ben oltre queste formazioni e che si può considerare destinate a ridefinire in modo sistemico la natura dei partiti politici. 

Il partito digitale è prima di tutto un partito nuvola, un partito leggero della leggerezza che hanno le piattaforme software digitali, accessibili da ogni dispositivo, e in cui la comunicazione digitale diventa sostitutiva dell’infrastruttura fisica, come quella di uffici, circoli e sezioni che caratterizzava i partiti tradizionali. In secondo luogo si tratta di un partito startup, una forma di organizzazione caratterizzata da crescita rapida e alta scalabilità, ma pure da alta mortalità. Infine è un partito forum, un’organizzazione che deve la sua energia alle discussioni e alle deliberazioni condotte dai propri iscritti sulle piattaforme decisionali e sui canali social collegati al partito. Questa leggerezza e flessibilità della nuova forma partito digitale presenta sia vantaggi che svantaggi. Da un lato esse consentono di incitare e incanalare l’entusiasmo della base, in modo simile a quanto succede con i movimenti sociali. Dall’altro lato esse rischiano di riprodurre e estremizzare alcune psicopatologie dell’era neoliberista e del suo individualismo. L’aspetto radicale di questa nuovo modello di organizzazione politica consiste nella sua promessa di una democrazia digitale, più diretta e trasparente di quella offerta dai partiti tradizionali e dalle istituzioni. L’innovazione portata dal digitale nel terreno della democrazia interna dei partiti politici non significa tuttavia che queste formazioni segnino la fine della rappresentanza politica, e l’emergere di una situazione di “orizzontalità” per usare un termine in voga presso fautori della democrazia digitale di fede libertaria. Al contrario la creazione di processi di democrazia dal basso è accompagnata dall’emergere di forme di leadership carismatica, come visto nel ruolo giocato in questi partiti da figure come Pablo Iglesias nel caso di Podemos e di Beppe Grillo nel Movimento 5 Stelle. Questo rafforzamento della base e del vertice del partito, l’emergere di una “superbase” che si specchia in un “iperleader” legati da un’alleanza spesso conflittuale, indebolisce invece le strutture intermedie, l’apparato di partito, sospettato di essere la sacca in cui si annidano i maggiori rischi di distorsione democratica.




sabato 31 agosto 2013

La democrazia della sfiducia organizzata

Sara Bentivegna
Internet come forma politica
Europa, 31 agosto 2013

Che la politica, oggi, sia declinata sempre più spesso in termini di distanza, disaffezione o sfiducia è cosa nota a tutti noi, cittadini delle democrazie contemporanee. Tra le numerose letture offerte al riguardo, si colloca quella di Pierre Rosanvallon, studioso francese che da anni riflette intorno alle trasformazioni della democrazia. La sua, però, è una lettura decisamente controcorrente: a suo avviso, infatti, la sfiducia non è necessariamente un sentimento negativo, tale da condurre alla passività e all’antipolitica. Al contrario, essa può portare all’espressione e all’affermazione di nuove forme politiche.
Questo netto mutamento di prospettiva deriva dall’abbandono di un approccio focalizzato sulle conseguenze della sfiducia sul funzionamento delle istituzioni elettorali-rappresentative a vantaggio di uno mirato a comprenderne le manifestazioni in un quadro globale e a considerarle come facenti politicamente sistema, vale a dire ricomprese al suo interno. L’adozione di un simile approccio comporta l’interpretazione della sfiducia come spinta a “vegliare affinché il potere eletto rimanga fedele ai propri impegni”. Per qualche verso, si potrebbe parlare di un contro-potere, mirato a correggere l’azione politica e a incalzare i governi a rendere conto della loro azione.
Accade così che all’ombra della democrazia elettorale-rappresentativa, si affermi una contro-democrazia, che non è affatto il contrario della democrazia ma che è, invece, l’espressione della democrazia dei poteri indiretti presenti nella società. E’, in breve, la democrazia della sfiducia organizzata, che contrasta e integra la democrazia della legittimità elettorale. Da questo punto di vista, non vi è dubbio che la sfiducia faccia politicamente sistema e debba essere considerata come una vera e propria forma politica.
A partire da tale approccio, Rosanvallon analizza l’affermazione di nuovi soggetti politici – che talvolta diventano, anche, nuove forme politiche – nonché le dimensioni costitutive della contro-democrazia individuate nei poteri di sorveglianza, interdizione e giudiziarizzazione. Tra queste dimensioni, il potere di sorveglianza è certamente quello più diffuso ed evidente nelle attuali società e si configura anche come un antidoto al problema del rapporto tra eletti ed elettori. L’esercizio di un simile potere testimonia altresì la presenza di forme alternative di espressione da parte dei cittadini che vanno oltre il voto: nella “società della sfiducia”, infatti, si realizza una profonda trasformazione della cittadinanza al di fuori delle tradizionali istituzioni di rappresentanza e negoziazione. Queste trasformazioni dell’ambito partecipativo ed espressivo hanno trovato un incredibile alleato in Internet, presentato come uno spazio generalizzato di vigilanza e valutazione del mondo. Grazie a Internet, le nuove esigenze di vigilanza nei confronti dei governanti proprie dei cittadini si rendono visibili e realizzabili nonché condivisibili. Non a caso, Rosanvallon ritiene che Internet possa essere considerata propriamente una forma politica.
Il netto rovesciamento in positivo dell’avvento della “società della sfiducia” ha fatto sì che Rosanvallon venisse accusato di essere troppo ottimista circa le conseguenze sull’evoluzione politica delle società contemporanee. Se è certamente vero che scarsa attenzione viene prestata alle inevitabili trasformazioni dei sistemi rappresentativi, è altrettanto vero che molte riflessioni offerte nel testo sono di grande utilità per leggere la più recente storia politica: la centralità della dimensione della vigilanza nella proposta politica di alcuni soggetti, l’interpretazione di internet come luogo e forma di nuove espressioni politiche e l’affermazione di nuovi attori. Inoltre, si deve aggiungere che Rosanvallon dichiara molto chiaramente che il suo obiettivo è quello di descrivere le conseguenze della diffusione della sfiducia sulla società piuttosto che sul sistema politico-elettorale. Alla luce di tale obiettivo, non si può che riflettere sulla sua analisi ed essere pronti a individuare le nuove forme di coinvolgimento civico che si diffondono sotto i nostri occhi nonché le espressioni proprie della contro-democrazia.

lunedì 18 febbraio 2013

Che cosa c'è dietro Grillo

Si parla di Federico Mello, Il lato oscuro delle stelle, Imprimatur 2013,  € 16,00

...Giornalista del Fatto quotidiano, poi di Pubblico, Mello intreccia nella sua indagine implacabile il piano dello sviluppo della Rete e dei new media, i cortocircuiti che hanno portato Internet, nel giro di poco tempo, a trasformarsi da una sorta di Eden incontaminato a una lichtung fitta di insidie, e quello della resistibile ascesa di Beppe Grillo, da comico a leader politico. In particolare, l’inchiesta – perché di questo si tratta – scruta da vicino la chimica tra il capo e il suo consigliere, Gian Roberto Casaleggio, in una torsione che, secondo Mello, ha portato dalla individuazione di «nuovi spazi di partecipazione» a un «movimento verticale e proprietario, impermeabile all’esterno e interessato unicamente alla propria ulteriore riproduzione». Una contraddizione in progress che, per l’autore, non si limita alla nota dialettica con il territorio, i «ribelli» inseguiti dalle testate a caccia di comprensione di un fenomeno complesso, ma solido, duro come un diamante.
Nel viaggio al termine della notte grillina, notte fonda anche se stellata, Mello scopre la metafora di una Rete a rischio di incartarsi ed incantarsi, di un Vangelo politico più smagato di quanto la retorica della libertà e della trasparenza svelino. Il paradosso di un «sogno spezzato» proprio in quanto vincente, di successo, nella divaricazione un po’ tradizionale, tuttavia, tra la base buona e il vertice oscuro, più triangolo che prisma.

Filippo Sensi
Europa, 14 febbraio 2013

http://www.europaquotidiano.it/2013/02/14/sotto-le-stelle-di-grillo/