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mercoledì 15 novembre 2023

L'autodafé di Grillo

 

 
Luca Bottura, E' un Berlusconi che non ce l'ha fatta, ora però un bel vaffa se lo merita lui, La Stampa, 14 novembre 2014
 
A lungo ho creduto che Beppe Grillo avesse influenzato profondamente le quattro facezie che, per me o per gli altri, ho compitato negli anni: "Fantastico", "Te la do io l'America", il teatro "di denuncia"… Tutto molto divertente, energico, sincero. Poi ho scoperto che non era lui. Che dovevo dire grazie ad Antonio Ricci, Michele Serra, a Marco Morosini, gli autori che lo avevano instradato, le diverse tappe: comicità, satira, ecologismo e neo-luddismo.
Poi arrivò Casaleggio e la cosa, da divertente, si fece drammatica. L'ego sconfinato di Grillo si combinò a quello del suo mentore, che voleva diventare "patrone ti monto" e per farlo ventilava una guerra con quattro miliardi di morti. Si specchiarono. Si amarono. Si spalleggiarono. Pensavano entrambi che il popolo fosse composto da fessi, che fossero sufficienti quattro slogan ripetuti per realizzare il loro unico obiettivo: gloria, potere.
L'altra sera, da Fabio Fazio, Grillo ha ammesso che non c'era alcun progetto. Non c'erano risposte. Non esisteva il benché minimo orizzonte. E che ha peggiorato il Paese. Si potrà obiettare (lui lo farebbe) che era spettacolo, farsa, bugia. Ma spettacolo, farsa, bugia, è ciò che Grillo e i suoi epigoni manettari, naturalmente mai con gli amici, hanno miscelato alla politica, quella vera, in questi anni di cupio dissolvi civile. E la politica, purtroppo, cambia realmente la vita delle persone. E delle comunità. Anche devastandone i capisaldi.
Grillo è un Berlusconi che non ce l'ha fatta: accentratore, malato di "vita", mentitore, spregiudicato. Non a caso, Gianroberto Casaleggio veniva da Forza Italia. Non a caso, ogni qual volta gli è toccato di andare a soggetto, gli è uscito di tutto, sempre da destra, dacché ogni populismo da là viene. Il sostegno a Casa Pound, le "botte" agli immigrati, gli attacchi (ora) ai giudici. Tra Bersani e Salvini, scelse Salvini.
Poi, la disinformazione. Casaleggio junior ha fatto sparire da tempo Le Fucine, TzéTzé, e altri siti con cui macinava denaro all'ombra del Movimento Cinque Stelle, con un volano poderoso: il Sacro Blog. Un agglomerato di notizie grigie, gonfiate, spesso prese da siti disinformativi russi come Sputnik. Un mosaico rancoroso che oggi si ritrova tale e quale nei siti "fuori dal coro", una sentina che ha devastato il livello dell'informazione italiana transumandola dal tradizionale asservimento, tra l'altro non sempre, alla confusione deliberata. Con un corollario pre-autoritario: la violenza verbale verso i non allineati.
Grillo è stato responsabile degli attacchi ai cameraman Rai che lo riprendevano, delle gogne ai danni dei cronisti colpevoli di criticarlo (e delle croniste, con che gioia), persino degli autori satirici. Grillo, e Casaleggio, hanno creato coi mezzi dell'epoca – appunto il blog – ciò che Salvini, Meloni, Renzi, avrebbero perfezionato: una Bestia di pessima informazione, aggressiva, basata sul bastone, sulla dannazione, sulla cacciata a furor di popolo dei non allineati. Interni, esterni. Mentre si davano lezioni di democrazia e giornalismo agli altri.
In questa malafede e nei suoi adepti c'è un'aggravante non da poco: l'aver fatto propria, una volta andati al potere, la peggiore consorteria partitica, la più disastrosa lottizzazione, la contrattazione del singolo strapuntino. Chiunque abbia avuto a che fare coi Cinque Stelle "di governo" – a parte lodevoli eccezioni, che resistono tuttora – ricorda una gestione militare dei rapporti con la stampa, la fuga dalle domande, le pagelle dei buoni e cattivi.
La repubblica di Casalino, potentissima, che ancora oggi si sostanzia nelle acque reflue del servizio pubblico: io ti voto il Cda, tu mi dai qualcosa qua… eccetera.
E dire che era tutto chiaro da subito, bastava voler vedere. Dal giorno in cui, a Bologna, i nomi dei principali quotidiani italiani furono scanditi per esporli al vaffanculo della piazza. La colpa: ricevere finanziamenti pubblici. Delegittimarli significava "disintermediare", come diceva Casaleggio. O disintermerdare, com'è accaduto. Sostituire le notizie con la propaganda. Fuggendo, se necessario. Nel 2011, per farsi intervistare, Grillo chiese 2.000 euro «da dare in beneficenza per gli alluvionati liguri». Andai a vedere il bluff: li raccolsi, li versai, lo aspettai in radio. Non venne: «L'iniziativa non è più attiva», mi scrisse a trasmissione conclusa. Ma dai.
Oggi, quando Giorgia Meloni fa passerella web a Palazzo Chigi saltando a piè pari ogni confronto coi giornali, applica la "regola Grillo". Inoltre, sulla spinta dell'indignazione ad minchiam, quella di un Paese in cui il 50% manco paga le tasse, i finanziamenti pubblici sono rimasti solo per le "cooperative", quasi sempre fittizie, che magari schermano imperi nel settore della Sanità o spiegano al mondo i totem del liberismo. Coi soldi pubblici.
La cancellazione dei sostegni all'informazione (che venivano anche hackerati, come tutto in Italia, ma davano una mano al pluralismo) fa il paio con la diminuzione di deputati e senatori: una trovata da repubblica delle banane che il Pd sposò per ignavia, seminando il campo sul quale oggi Meloni sparge concime col premierato. Grillo ha peggiorato anche l'opposizione, ha dato a intendere a una parte del Paese che la sinistra fosse quella roba lì: una giusta – ad esempio il reddito di cittadinanza – insieme a cento sbagliate ma a furor di popolo. Manipolato. Anzi, peggio: in mezzo a un nulla di slogan vuoti, di parole messe lì per far numero: «Giuseppe Conte parlava difficile, non si capiva. L'ho scelto per quello».
L'ultimo paradosso è che l'autodafé di Grillo sia avvenuto anch'esso per promozione, in casa di un conduttore che aveva insultato e irriso, da cui si è fatto agilmente gestire come a suo tempo nel salotto di Bruno Vespa. Una passerella mesta (al netto del colpaccio e del senso giornalistico) a caccia di un pubblico per spettacoli sempre meno affollati, o di qualche lettore in più per un blog che senza Casaleggio è defunto. Per raggranellare un po' di attenzione ad anni luce dal successo di piazza da cui iniziò la caduta: gli 800.000 (autocertificati) di piazza San Giovanni del 2013. Un pubblico così, Grillo, non l'avrebbe mai più avuto. Il suo unico vero programma era completato. Oggi – chapeau - ha il coraggio artistoide di venire in tv a spiegarci che sì, ci aveva preso per i fondelli. Una sincerità che merita adeguata risposta: Beppe, hai settant'anni. Adesso vattene affanculo tu.

 

 

mercoledì 26 novembre 2014

Piergiorgio Corbetta, Cinque Stelle cadenti

Ldc intervista Piergiorgio Corbetta
“Il Movimento ha perso, se non cambia morirà” 
Il Fatto quotidiano, 26 novembre 2014








"Il risultato dei Cinque Stelle è più che negativo, è negativissimo. Sono i più colpiti dall’astensionismo, nonostante quello che ha scritto Grillo". Piergiorgio Corbetta, direttore di ricerca presso l’istituto Cattaneo di Bologna, è co-autore del libro Il partito di Grillo (Il Mulino) assieme a Elisabetta Gualmini.
Secondo il blog del fondatore in Emilia Romagna il Movimento ha guadagnato voti. E l’astensionismo ha colpito solo gli altri partiti.
Non è così, i numeri dei flussi elettorali sono chiari. In Emilia i Cinque Stelle hanno perso 3/4 dei voti rispetto alle Europee della primavera scorsa. E molti di quei consensi sono finiti nell’astensione (il 43 per cento circa, ndr), un’altra parte è andata alla Lega Nord.
Rispetto alla Regionali del 2010 sono cresciuti.
Il paragone non regge, nel 2010 Grillo non era sceso in campo sul piano nazionale. Il Movimento così come è adesso ancora non esisteva.
Perché questo calo?
Perché i Cinque Stelle si alimentano del voto di protesta. Grillo, per dirla in termini tecnici, è stato il “prenditore” di quei votanti arrabbiati, se ne è impossessato con tecniche innovative. Ma quel tipo di elettore è impaziente, pretende subito risultati. E ora presenta il conto. O guarda alla Lega.
Salvini è il vero rivale di Grillo?
Di certo il Carroccio ha intercettato parte del voto di protesta, pescando nello stesso bacino dei 5Stelle. D’altronde nel 2013 Grillo fece il boom alle Politiche proprio prendendo molti voti alla Lega, e a Di Pietro.
Tra i 5Stelle infuria la polemica sull’andare o meno in tv. L’assenza dagli schermi ha influito sul voto?
È una questione di lana caprina. Prima delle Politiche non esistevano in televisione, anzi Grillo aveva fatto dell’ostracismo verso le tv uno dei suoi punti forti. Eppure nelle urne superarono il 25 per cento.
E allora cos’è che non funziona?
Il vero problema è che il M5S non ha una proposta politica chiara, solida. La stessa campagna anti-euro è confusissima. E poi i 5Stelle sono senza ideologia e senza radicamento territoriale. Hanno una base molto fragile.
I dissidenti accusano Grillo e Casaleggio.
La figura di Grillo rimane fondamentale, non ne possono fare a meno. Ma anche i vertici devono prendere atto che i movimenti prima o poi devono mutare pelle, diventare istituzioni: altrimenti muoiono. La storia lo ha sempre dimostrato.
Quindi?
Devono prendere atto che il modello dell’uno vale uno, della democrazia diretta, è fallito, è immaturo. E strutturarsi come un partito tradizionale. Meglio una democrazia approssimata che l’autocrazia di Grillo e Casaleggio, con le loro espulsioni immotivate. 



La senatrice Paola Taverna a Tor Sapienza




 

mercoledì 8 gennaio 2014

Cinque Stelle in Sardegna

Marianna Rizzini 
Ciao democrazia diretta. Il caso sardo e il ripudio grillino dello sfogatoio web
Il Foglio, 8 gennaio 2013

In principio fu l’assemblea. Come quella del liceo, come quella di un film di Nanni Moretti: l’assemblea come idolo. Ma ora anche i Cinque Stelle, che all’assemblea perenne avevano eretto un altare simbolico, si stanno accorgendo che il cosiddetto “problema di metodo” è di merito: la democrazia diretta non può essere così minuziosamente diretta, pena l’inconcludenza (e, più che altro, l’irrilevanza). Capita infatti che in Sardegna Beppe Grillo – padre-padrone, sì, ma dal suo punto di vista per fortuna – salvi gli attivisti da se stessi, negando alle fazioni litiganti l’uso del simbolo per le regionali, nonostante i risultati delle politiche (Cinque Stelle primo partito nell’isola).
E capita che, sempre in Sardegna, la deputata di M5s Emanuela Corda dica parole che mesi fa sarebbero state infilzate dai compagni parlamentari in streaming: “…Avrei voluto abbandonare il tavolo. Temo che alcuni abbiano scambiato il Movimento per uno sfogatoio dove poter fare il proprio comodo, senza curarsi del fatto che, in certi contesti, occorra rispettare delle elementari regole di buona educazione… ‘Uno vale uno’ non significa che chiunque possa irrompere in un’assemblea e metterla a soqquadro. Non significa che ‘uno vale l’altro’ e che chi urla di più ha infine ragione”. E’ il re nudo, un tempo neppure guardabile dai neoparlamentari grillini (pena la crisi prematura d’identità). Ma è soprattutto l’ultima pietra lungo la via della disillusione: dalla democrazia diretta, dalla democrazia del Web, dall’idea che il Web che vomita qualsiasi suggestione epidermica sia panacea e rigenerazione. Visti poi i recenti incidenti da malaugurio twitteriano d’ogni provenienza (contro Pier Luigi Bersani in ospedale e contro la studentessa malata, viva grazie a esperimenti su animali) una parte dei Cinque Stelle eletti si è detta: ma questo è troppo. Troppo anche per un Web ideale da pianeta Gaia (quello di Gianroberto Casaleggio).
“Non siamo pronti… c’è troppo livore, troppa incoscienza, troppo protagonismo nell’esternare ai quattro venti un malessere che è figlio primariamente delle nostre debolezze”, ha detto Emanuela Corda, e a questo punto ci si chiede che cosa l’abbia finora trattenuta dal denunciare una realtà lampante fin dal primo giorno di permanenza dei Cinque Stelle sulla ribalta nazionale, e dal trarne le conseguenze: la maleducazione è acuita proprio dal fatto di sentirsi legittimati dall’esistenza teorica della democrazia diretta (“uno vale uno” dunque io comando come te e comunque non comandi tu). Lo specchio, agli occhi di molti eletti, quotidianamente alle prese con le orde di “fan” anche insultanti sui social network, non rimanda più l’immagine dei cittadini candidi, migliori di chiunque possa lontanamente essere accomunato per status o pensiero alla fantomatica “casta”. Ma lo specchio, agli occhi degli attivisti, rimanda l’immagine di uno spreco: ma come, dite no a qualsiasi accordo sulla legge lettorale? Ma come, non vi presentate dove eravate primo partito? E infatti ieri, sul Web, era profluvio di critiche contro i parlamentari a Cinque Stelle sardi, rei, per la base, di mancata “consultazione” e “compattazione” dei gruppi locali (commento più gentile: “Dalle stelle alle stalle”).
Ed è il pavimento che va in pezzi sotto ai piedi, per chi, emerso dal web grazie a un clic, si ritrova perennemente inchiodato da un clic (ne sa qualcosa l’ex grillino poi espulso Antonio Venturino, bersaglio, su Facebook, degli indignati della pizza: se un eletto proprio deve mangiarla, la pizza, che almeno sia margherita, ché la capricciosa costa troppo). Grillo ha tolto il simbolo e basta (“partecipare non è obbligatorio”, ha detto ieri), ma il fatto scatena dietrologie. “E’ una mossa per non perdere in vista delle Europee”, dicevano ieri, smentiti dai vertici a Cinque Stelle che annunciano liste in Abruzzo, gli osservatori anche benevoli che continuano a vedere in Grillo un pensoso stratega politico (peccato che Grillo continui a restare prima di tutto un attore).

martedì 10 settembre 2013

Perché la sinistra ignora Mc Luhan

Peppe Provenzano


Mauro Calise
l'Unità, 10 settembre 2013

È in edicola il numero di settembre di «Italianieuropei». Nel fascicolo il «Laboratorio partito», focus sul Pd che si accinge a una difficile fase congressuale per ridefinire profilo e strategie. Tra i saggi pubblicati proponiamo ai lettori de l’Unità quello di Mauro Calise.

COME È POSSIBILE, COME È SPIEGABILE CHE IL PD CI SIA RICASCATO ANCHE STAVOLTA? CHE ANCHE QUESTA CAMPAGNA GIÀ VINTA SIA STATA PERSA SULLO STESSO FRONTE, per lo stesso tallone d’Achille per il quale la sinistra, da almeno vent’anni, cede il passo al centrodestra? Per quale atavica maledizione la cultura degli ex comunisti e degli ex democristiani resta ostile, anzi addirittura estranea, alle regole anche le più elementari della comunicazione, che si tratti di vecchi o nuovi media?
Tra tutte le democrazie occidentali, i leader e i militanti del Pd sono i soli che si ostinano a credere che McLuhan fosse un parolaio. Ciò che conta è il contenuto del messaggio, non il contenitore e la sua forma: in barba a cinquant’anni di storia, i democratici restano convinti che the message is the media. Non si tratta solo di fare il processo, a proposito, non l’ho ancora letto, alla peggiore campagna elettorale italiana di questo secolo. Né di prendersela basta e avanza Crozza con i limiti di un candidato premier che, almeno, ha avuto sempre l’onestà di ribadire di non voler cambiare la propria personalità e il proprio stile. Il nodo è più radicale. Riguarda la profonda incomprensione, ai vertici come alla base del partito, del ruolo che la comunicazione svolge come vero e proprio codice genetico della società contemporanea. Per cui non è più uno dei canali attraverso cui la politica funziona, ne è diventato il motore. O, se preferite, il corpo. E, al tempo stesso, le ha rubato l’anima.
Il successo strepitoso di Grillo suona, per il Pd, come una riedizione riveduta e corretta e tecnologicamente aggiornata dello stesso meccanismo che aveva consentito a Berlusconi di sbaragliare in pochi mesi la «gioiosa macchina da guerra» con cui Achille Occhetto si era illuso di poter vincere le elezioni. Ancora una volta una vittoria certa si trasforma in bruciante sconfitta per l’emergere di una leadership carismatica che crea, quasi dal nulla, un ingentissimo seguito elettorale affidandosi allo sfruttamento strategico di un canale di comunicazione mediatica.
In questo caso, l’amarezza dell’occasione mancata è aggravata dal fatto che Grillo solo in parte ha attinto al serbatoio della destra qualunquista e conservatrice che si era precipitata al seguito del Cavaliere. Una parte molto consistente del voto ai cinquestelle documentano Fabio Bordignon e Luigi Ceccarini proviene dall’elettorato di sinistra e da una quota predominante delle fasce più giovani. E un’ulteriore e peggiore aggravante viene dal fatto che la televisione, dopotutto, era il dominio – anche privato – del Cavaliere. Ma come è stato possibile farsi prendere in contropiede sul web, che dovrebbe rappresentare il terreno naturale di coltura e di crescita di una organizzazione come il Pd, che ha alla base del proprio programma il cambiamento della società?
LA SOCIETÀ DELLA E-DEMOCRACY
Rosanna De Rosa nel libro che fa il punto sulla cittadinanza digitale ci ricorda che, quando Berlusconi scese in campo, gli utenti Internet erano solo lo 0,4% della popolazione mondiale; ma già nel 2000, con l’esplosione della blogosfera, «la percentuale era salita al 5,9%, e oggi un quarto della popolazione mondiale è in rete, un miliardo dei quali ha un profilo su Facebook». Nel frattempo, la e-democracy, rimasta per un ventennio poco più che un laboratorio di promesse non mantenute, diventava la nuova frontiera per conquistare la Casa Bianca. Nelle primarie del 2003-04 c’è l’exploit di Howard Dean, un outsider che sfiora un successo clamoroso grazie all’uso sistematico per la prima volta della rete in una campagna presidenziale. Facendo da apripista a Barack Obama che, quattro anni dopo, dovrà la propria vittoria all’appoggio di Move On, coi suoi tre milioni di iscritti, e alla straordinaria capacità di intercettare finanziamenti da una amplissima platea di simpatizzanti, quotidianamente sensibilizzati sui temi chiave della sfida con i repubblicani. Riversando poi gran parte dei fondi nell’acquisto di spazi televisivi costosissimi nei momenti di massima audience. Questo schema sarà ripetuto e perfezionato per le elezioni del 2012, anche grazie alla possibilità di utilizzare i database di alcuni dei più importanti motori di ricerca per sofisticatissime operazioni di targetting. Facendo già intravedere la fusione tra la capacità di diffusione virale della rete con la centralizzazione carismatica del messaggio da parte del leader.
Questo nuovo know-how tecnologico della strategia elettorale era, dunque, ben conosciuto, ottimamente documentato e a disposizione di chiunque volesse farne una leva di intervento. Durante un intero decennio, per il Pd è come se il tutto fosse avvenuto su un altro pianeta, inaccessibile e incommensurabile. Ma non per Grillo e il suo mentore telematico Casaleggio. Nel volgere di cinque anni, un bravo comico che era solito chiudere i suoi spettacoli fracassando un computer sul palcoscenico diventa il leader di un nuovo monstrum politico: un partito superpersonale virtuale. A conferma che la comunicazione oggi, ancor più di ieri, è il presupposto oltre che il volano dell’organizzazione. Oltre, ovviamente, che il requisito per la comprensione e la gestione dei processi di innovazione tecnologica grazie ai quali il popolo della rete non è imploso, vittima della propria crescita esponenziale.
Sono due i principali meccanismi o, più precisamente, ambienti procedurali e regolativi che impediscono la frammentazione del mondo che ruota intorno a Internet. Come i grandi motori di ricerca prima Aol, poi Yahoo! e Google avevano, coi loro algoritmi e cookies, messo ordine nella galassia infinita delle informazioni in rete, così spetterà ai blog e ai social network trasformare l’anomia della rete in un ambiente ricchissimo di legami sociali e capace di esprimere opinioni collettive. In alcuni aspetti salienti, la nascita della blogosfera ricalca in pochissimi anni il percorso habermasiano che aveva portato, nell’arco di due secoli, alla formazione della moderna opinione pubblica. I blog rappresentano, infatti, la crescita di una nuova élite culturale e, al tempo stesso, l’affacciarsi e il consolidarsi di un rapporto sempre più dinamico con i media tradizionali. Non appena i blog riescono a far emergere, dall’oceano indistinto della rete, le notizie e i temi più trendy, la stampa si affretta a rilanciarli, soprattutto attraverso le proprie testate online (...).
Qualsiasi sforzo di aggregazione delle opinioni quasi pubbliche espresse attraverso il web sarebbe, nondimeno, inimmaginabile senza il lavoro sotterraneo di creazione di un vero e proprio tessuto sociale della rete. La dimensione social introdotta dai network personalizzati, come Twitter e Facebook, non ha niente a che vedere con la categoria di società che è a fondamento dell’organizzazione moderna della vita. Anzi ne rappresenta, per molti aspetti, la sua crisi e destrutturazione. Al posto di classi e ruoli che hanno reso funzionante, gerarchicamente ripartita e, in qualche misura, prevedibile la società sviluppatasi intorno al macchinario satanico della rivoluzione industriale, i social network fanno emergere un infinito reticolo di molecole che si attraggono o si respingono in modo del tutto spontaneo (...).
Ricalcando il percorso aristotelico da cui nasce l’idea stessa di politica, anche la politica in rete prende forma e trova ancoraggio nello sviluppo della socialità. Così come nella lezione sartoriana lo zoon politikon di Aristotele era, in primis, un animale sociale, così anche il netcitizen comincia a prendere forma solo dopo essere riuscito a inserirsi e immedesimarsi nei nuovi circuiti social. Mentre per oltre trent’anni lo sperimentalismo democratico via Internet era rimasto confinato agli spazi e agli effetti di piccole eutopie, con la nascita e la fulminante espansione dei social network l’e-democracy trova finalmente un suo zoccolo duro, un radicamento, una prassi ben collaudata da cui cercare di spiccare il salto alla conquista del politico.
SE NE PARLI AL CONGRESSO PD
A quest’appuntamento, la sinistra italiana è clamorosamente mancata. E il vuoto è tanto più profondo perché la rivoluzione di Internet interseca tutti i settori più vitali della società. Per limitarsi all’esempio più importante, l’intero percorso formativo si sta digitalizzando. Ma lo fa su scala globale, rischiando di lasciare al palo quei contesti geoculturali che continuano a opporre resistenze. Nelle nostre scuole medie, i libri di testo solo ora stanno cominciando ad adeguarsi ancora lentamente e con una qualità quasi sempre scadente alle pratiche connaturate alla generazione dei nativi digitali, improntati alla sindrome di amazoogle: cercare e trovare online i materiali che ti servono. Resistenze, se possibile, ancora maggiori si riscontrano all’interno delle università, dove i ministri di centrodestra con la complicità di quelli di sinistra sembrano aver risolto il problema dividendolo in due campi separati: da un lato, le cosiddette «telematiche», aziende private con licenza di laureare, che erogano corsi a distanza lautamente retribuiti; dall’altro, le statali, che non hanno risorse e stimoli per affrontare la sfida che, tra pochi anni, rischia di metterle fuori mercato.
Il nuovo format dell’educazione in rete, l’insegnamento in modalità Mooc (Massive open online courses), ha reclutato, nel 2012, oltre venti milioni di studenti. Coinvolgendo i principali e più prestigiosi college americani, ma anche molte università di taglia media che cercano di rimanere a galla sperimentando un modello di business misto, in cui i corsi a distanza integrano quelli molto più onerosi in presenza (...). Per chi scrive, resta un mistero doloroso come mai la sinistra, e in primis il suo maggior partito, non sia schierata per fare di Internet e del suo rapporto con la scuola la sua testa possibilmente pensante di ponte in un ambiente sociale fertilissimo di stimoli e avidissimo di una rappresentanza che continua a essergli negata. O meglio, che è riuscito a trovare, in extremis e spesso in modo confuso, nella disponibilità del M5S. Una disponibilità non limitata ai contenuti e alla libera espressione, ma che ha investito anche il nodo più delicato: il reclutamento di un nuovo ceto politico.
Nessuno pensa che Internet possa essere la panacea per la crisi politica profondissima in cui il Paese si dibatte. Né una scorciatoia palingenetica per l’iter complesso e faticoso di selezione di una classe parlamentare in grado di governare processi deliberativi e decisionali sempre più complessi. Ma non v’è dubbio che l’ingresso in Camera e Senato dei cittadini venuti dal web abbia, per il Pd, il gusto amaro di un’occasione mancata. Ancor più visti i profili di neodeputati e neosenatori, molti dei quali sono apparsi fin dagli esordi dotati di una propensione all’autodeterminazione non facilmente conciliabile con il dirigismo autocratico che caratterizza gli interventi di Grillo. La partita, tuttavia, non è chiusa. Si va ai tempi supplementari. E possiamo ancora sperare che al centro del prossimo congresso non ci sia solo la discussione su «cosa» dire, ma anche una riflessione su «come» (...). Visto dall’esterno, il ritardo potrebbe apparire incolmabile. Ma, dall’interno, non si può mollare. Provaci ancora, Pd.


Paolo Gerbaudo
Il partito piattaforma La trasformazione dell’ organizzazione politica nell’ era digitale

© 2018 Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Podemos, il M5s e i Partiti Pirate sono stati spesso descritti come “partiti digitali” o come “partiti rete” per il modo in cui essi hanno abbracciato in modo entusiastico una serie di strumenti e servizi che sono diventati il simbolo della presente società digitale. Tale carattere digitale è visibile a diversi livelli di profondità: nella loro comunicazione esterna e nella loro organizzazione interna. Esternamente queste formazioni hanno cavalcato la potenza comunicativa delle reti sociali come Facebook e Twitter o su canali dedicati su YouTube, per costruire una base attiva di sostenitori e simpatizzanti. Internamente esse hanno sviluppato una serie di piattaforme decisionali online per chiamare gli iscritti a discutere e votare su politiche, cariche interne e candidati.

Tale trasformazione digitale del partito politico è parte di un processo più generale, visibile anche in partiti più tradizionali e nel modo in cui hanno adottato strumenti e pratiche digitali nella loro comunicazione. Basti pensare ad esempio all’uso dei social media in recenti campagne elettorali, come quelle di Obama nel 2008 e nel 2012, o al ruolo da essi giocato nella vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, o ancora alle innovazioni sul versante digitale introdotte da nuove organizzazioni come Momentum, il movimento di sostegno a Jeremy Corbyn come leader del Labour. Tuttavia è nei “partiti digitali” propriamente detti che tale trasformazione acquisisce le forme più radicali e rivelatrici della presente trasformazione della forma partito. Per questi partiti la parola “digitale” designa solo un insieme di strumenti ma anche un modo di concepire il mondo influenzato dalla cultura digitale e in particolare dalla cultura hacker [Levy 1996], con i suoi valori di autonomia, partecipazione, creatività e trasparenza. L’emergere di queste formazioni offre un’occasione per leggere una serie di tendenze che vanno ben oltre queste formazioni e che si può considerare destinate a ridefinire in modo sistemico la natura dei partiti politici. 

Il partito digitale è prima di tutto un partito nuvola, un partito leggero della leggerezza che hanno le piattaforme software digitali, accessibili da ogni dispositivo, e in cui la comunicazione digitale diventa sostitutiva dell’infrastruttura fisica, come quella di uffici, circoli e sezioni che caratterizzava i partiti tradizionali. In secondo luogo si tratta di un partito startup, una forma di organizzazione caratterizzata da crescita rapida e alta scalabilità, ma pure da alta mortalità. Infine è un partito forum, un’organizzazione che deve la sua energia alle discussioni e alle deliberazioni condotte dai propri iscritti sulle piattaforme decisionali e sui canali social collegati al partito. Questa leggerezza e flessibilità della nuova forma partito digitale presenta sia vantaggi che svantaggi. Da un lato esse consentono di incitare e incanalare l’entusiasmo della base, in modo simile a quanto succede con i movimenti sociali. Dall’altro lato esse rischiano di riprodurre e estremizzare alcune psicopatologie dell’era neoliberista e del suo individualismo. L’aspetto radicale di questa nuovo modello di organizzazione politica consiste nella sua promessa di una democrazia digitale, più diretta e trasparente di quella offerta dai partiti tradizionali e dalle istituzioni. L’innovazione portata dal digitale nel terreno della democrazia interna dei partiti politici non significa tuttavia che queste formazioni segnino la fine della rappresentanza politica, e l’emergere di una situazione di “orizzontalità” per usare un termine in voga presso fautori della democrazia digitale di fede libertaria. Al contrario la creazione di processi di democrazia dal basso è accompagnata dall’emergere di forme di leadership carismatica, come visto nel ruolo giocato in questi partiti da figure come Pablo Iglesias nel caso di Podemos e di Beppe Grillo nel Movimento 5 Stelle. Questo rafforzamento della base e del vertice del partito, l’emergere di una “superbase” che si specchia in un “iperleader” legati da un’alleanza spesso conflittuale, indebolisce invece le strutture intermedie, l’apparato di partito, sospettato di essere la sacca in cui si annidano i maggiori rischi di distorsione democratica.




giovedì 21 marzo 2013

5 stelle, i dilemmi dello sviluppo

Marianna Rizzini
Il Foglio, 21 marzo 2013


E’ l’ultimo giro di chiave alla porta del castello a Cinque stelle, il paradosso dei coordinatori (e proconsoli) della comunicazione Claudio Messora e Daniele Martinelli che, dopo un solo giorno di servizio, non comunicano più – per permalosità verso i giornali che fanno i giornali e interpretano estensivamente nei titoli il “non so, valuteranno i deputati e i senatori” detto da Messora alla “Zanzara”, sul tema del governo extrapartiti. “Macchina del fango”, “esercito di spalamerda”, ha detto il blogger annunciando il silenzio stampa, ché non basta una normale smentita nel mondo sdegnoso degli Avatar sognati da Gianroberto Casaleggio. Ma la doppia mandata non puntella la friabilità e non nasconde la permeabilità delle mura.
Voleva piazzare il riflettore in faccia ai “ladri” dei vecchi partiti, Beppe Grillo, ma il riflettore al momento è su di loro, i parlamentari a Cinque stelle che fanno conferenze stampa senza domande e si riuniscono ossessivamente: più il tema rileva, meno c’è la tanto sbandierata diretta streaming, come ieri durante la “confessione” pubblica dei senatori dissidenti che hanno votato per Pietro Grasso alla presidenza del Senato (poi perdonati), seguita da discussione sulla linea da tenere alle consultazioni stamattina (linea già decisa dal duo Grillo-Casaleggio: vogliamo un governo a Cinque stelle. Ma sotto sotto non tutti sono per il “no” a qualsiasi altra proposta, specie se di “società civile”). Voleva dire ancora “vaffa”, Grillo, ma i “vaffa” sono arrivati a lui, via Web, dopo la sua scomunica dei franchi tiratori. E se è vero che lo sbarco di proconsoli della comunicazione era previsto nella lettera pre-firmata dai candidati alle parlamentarie (pena la non candidabilità), è chiaro che il quadro uscito dalle urne ha sorpreso anche Grillo. Ma la baracca vacilla? Abbiamo interpellato alcuni analisti del grillismo. Il giornalista Giuliano Santoro, autore del libro “Un Grillo qualunque” (Castelvecchi), intravede un possibile conflitto tra due “anime” del movimento finora in “pacifica convivenza”, il “civismo pragmatico e la tendenza totalizzante di Grillo”.
“Fino a oggi”, dice Giuliano Santoro, “il vertice lasciava fare in ambito locale, e intanto centralizzava la comunicazione. Ma il movimento è più eterogeneo di quanto si pensi, ha una base sociale trasversale. Bisogna capire che cosa succederà quando la retorica della difesa di uno spazio o di un diritto minacciato sul territorio, e l’idea dei duri e puri che resistono al nemico esterno, si sposteranno sul piano nazionale”. Elisabetta Gualmini, presidente dell’Istituto Cattaneo, editorialista della Stampa e autrice, con Piergiorgio Corbetta, del saggio “Il partito di Grillo” (Il Mulino), non vede “rischi di deflagrazione immediata in questo percorso di normale aggiustamento”, ma pensa che per Grillo sia ineludibile, ora, il passaggio alla “creazione di quadri intermedi” (Messora e Martinelli?). “Siamo di fronte a un’organizzazione nascente, senza modelli di riferimento forti, investita di un successo superiore alle aspettative”, dice Gualmini, “un’organizzazione che deve risolvere il rapporto tra partecipazione orizzontale dei cittadini – e retorica relativa – e comunicazione unilaterale del capo. Anche il carisma di Grillo, per durare, si deve umanizzare”. Per Paolo Natale, docente di Sociologia politica all’Università di Milano, editorialista di Europa e autore, con Roberto Biorcio, di “Politica a Cinque Stelle” (Feltrinelli), il movimento “sconta il fatto di ritrovarsi ago della bilancia con una preparazione politica non adeguata al livello nazionale, quando invece si pensava dovesse essere solo il controllore. Però mi sembra che ora Grillo si sia messo in ascolto, sia meno granitico”. Ma c’è chi, come Federico Mello, giornalista e autore di “Il lato oscuro delle stelle - La dittatura digitale di Grillo e Casaleggio” (Imprimatur-Aliberti), criticando da sinistra l’impalcatura del M5s, vede già l’implosione nelle contraddizioni “ideologiche” del movimento, quelle che “ruotano attorno alla distruzione della democrazia rappresentativa in favore della democrazia diretta del Web – una bufala alla prova dei fatti”. La tecnologia e la rete, dice Mello, “hanno bisogno di una cultura che possa interpretarle; Grillo invece pone la rete sul piedistallo della divinità. E poi: non c’è per caso un conflitto di interessi per un’azienda privata che svolge un ruolo di segreteria politica per il secondo partito del paese? Vedo tre possibili livelli di conflittualità: tra gli eletti e il duo Grillo-Casaleggio; tra gli eletti stessi, non omogenei; e tra eletti e simpatizzanti, quando si moltiplicheranno le promesse disattese, come a Parma con l’inceneritore. L’antidoto sarebbe la presa di coscienza impossibile dei baby boomers Grillo e Casaleggio, eterni Peter Pan incapaci di dire: vi abbiamo portati fino a qui, ecco le chiavi della macchina”.

giovedì 14 marzo 2013

Il linguaggio di Beppe Grillo

Raffaele Simone
Il linguaggio del populista
la Repubblica, 14 marzo 2013


Nella storia moderna non c’è capo populista che non si sia creato un suo linguaggio, invariabilmente estremo, oltraggioso e sbruffone, come si pensa che il popolo parli. Perciò, il linguaggio di Beppe Grillo, che sembra così nuovo, non lo è affatto, anche se è ingegnosamente intonato al tempo.
Il linguaggio del populista perfetto, del resto, obbedisce stabilmente a tre o quattro regole. Regola prima: costruire una cornice in cui i fatti correnti e le imprese del movimento si possano inquadrare senza difficoltà. Quella di Grillo è la “guerra” o la “rivoluzione”.
Siamo in guerra è il titolo del librettino ideologico di cui è autore con Casaleggio. Ma il quadro bellico si presenta sempre a cavallo tra la guerra vera e il soft war (la guerra finta in cui adulti vestiti di tutto punto da militari si combattono con armi identiche a quelle vere salvo che sparano … facendo plop): non è chiaro, ad esempio, se l’“arrendetevi, siete circondati! ” rivolto di recente al Parlamento sia un avviso ultimativo o un bluff alla Franco Franchi. L’ambiguità tra comico e serio è una delle cifre del blagueur consumato.
Seconda regola: appiccicare agli avversari dei nomignoli che ne esaltino un tratto deformato e li sommergano nel ridicolo. Qui di nuovo l’inventiva di Grillo oscilla tra ricordi d’infanzia e Dylan Dog, con una strizzata d’occhio agli strati infimi della cultura popolare: lo Psiconano (il signor B.), Topo Gigio (Veltroni), Alzheimer (Prodi), Salma (prima Fassino poi Napolitano), Azzurro Caltagirone (Casini), mentre i media sono barracuda e Monti è Rigor Montis. In ogni caso, l’avversario è un cadavere o uno zombie (Bersani, detto anche Bersanator, è un “morto che parla”) e una rubrica del blog di Beppe si intitola rotondamente “le Facce da culo”. Se a una persona riflessiva questi epiteti possono parere loschi, anche per l’ossessione funebre, l’impressione di uno del movimento sarà invece di prossimità. Anche in questo gergo da sistematica “presa per il culo” spuntano curiose evocazioni da scuola media girate in sarcasmo: “un governo tecnico non esiste in natura”.
Terza regola: fare apparire marziano il linguaggio degli altri, perché oscuro, contorto e fuori della realtà rispetto a quello del capo. Ciò significa semplificare anche brutalmente gli argomenti complessi, in modo che tutti abbiano l’impressione di capirci qualcosa e di ritrovare la propria realtà. Così l’incompetenza diventa meno visibile e il popolo si sente interpellato direttamente. (Ma va detto che, essendo il linguaggio degli altri davvero “marziano”, qui Grillo ha gioco facile.)
Quarta regola: praticare uno stile pubblico eccessivo. Qui Grillo non ha bisogno di model-li, essendo un attore collaudato. La sua recitazione in pubblico è a braccio (con ripetizioni frequenti da un discorso all’altro), smodata, urlata fino a sgolarsi e accompagnata da una corporeità debordante (scuotimenti incessanti del corpo e della vasta zazzera), secondo schemi sperimentati in trent’anni di spettacolo.
Il capo, pur parlando il linguaggio della gente, in effetti sia irraggiungibile e quasi invisibile. È questo forse il vero elemento nuovo del grillismo come stile comunicativo: dice quel che pensa il popolo (in forma appena un po’ più elaborata) e con le parole che ritiene che il popolo userebbe, però dal popolo e dalla tv si lascia corteggiare, non accostare o rivolgere la parola. Più in là di lui su questo sentiero sta solo il suo silenzioso socio Casaleggio, che come l’oracolo di cui parla Eraclito “non dice né nasconde, ma manda segni”.

mercoledì 27 febbraio 2013

Quelli che votano Grillo


…E in realtà  votano Casaleggio

 È ufficiale lo tsunami ci ha travolto.
Resta da stabilire se l’onda anomala sia stata causata dal solo Grillo o vi abbia contribuito anche qualcun altro. Ad esempio un certo Gianroberto Casaleggio. Basta digitarne il nome su Google e viene fuori di tutto e di più. Come tutti i santoni – anche quelli della comunicazione – suscita sentimenti e commenti diametralmente opposti: c’è chi vede in lui il disinteressato profeta dell’era del digitale universale, chi invece un losco affarista il cui intento è quello di fare lobbying e grano.
Come al solito mi astengo dal dare giudizi, schierandomi da una parte o dall’altra, e mi rifugio nel mio comodo cantuccio di “artigiana della comunicazione”.
Checché se ne pensi una cosa è sicura: Casaleggio è un genio della comunicazione. Come forse saprete è opera sua il miglior Di Pietro, e anche nel fenomeno Travaglio ci ha messo lo zampino: qualche cosa vorrà pur dire, visto il successo dei due campioni citati.
Che i guru della comunicazione da tempo si occupino di politica non è certo un mistero. Un esempio per tutti: Jacques Séguéla, il pubblicitario francese - la cui leggenda narra essere stato l’artefice di 20 campagne elettorali in giro per il mondo vincendone 19 - è così addentro ai meccanismi della politica da aver addirittura fatto incontrare Sarkozy e Carla.
Come affermava il buon vecchio McLuhan in tempi  meno sospetti di quelli attuali, “il medium è il messaggio”: il linguaggio e il mezzo che si usa contribuiscono a indirizzare il pensiero. E in politica più che altrove. Non sto dicendo che il successo di Grillo sia tutto merito di Casaleggio, come non dico che le idee di Grillo siano tutta farina del sacco di Gianroberto: la mia sensazione è che quello tra i due sia stato un “matrimonio d’amore” sia sul piano degli ideali sia sul piano della comunicazione. È chiaro che “Binloden” se l’è inventata il comico, ma la trovata dell’attraversamento dello stretto a nuoto porta la firma del comunicatore a lettere di fuoco: senza Casaleggio Grillo avrebbe probabilmente avuto successo, ma non un successo travolgente come quello al quale abbiamo assistito.
Commentando un mio articolo di qualche tempo fa intitolato “Se la politica sapesse comunicare”, nel quale sottolineavo come Grillo fosse l’unico in grado di coinvolgere le persone,  più di un lettore mi aveva fatto notare come certo, farsi capire è importante, ma se mancano struttura e contenuti, la comunicazione serve a poco. Sono d’accordo. Ma metto le mani avanti e prevengo ulteriori critiche in questo senso invitando chi mi sta leggendo a guardare la luna, non il dito. E dal mio punto di vista – non mi stancherò di ripeterlo – la luna è il contenitore, non il contenuto…
Quindi il ticket Casaleggio-Grillo per quanto mi riguarda si è rivelato vincente. Che poi sappiano anche portare avanti dei contenuti è una storia che certo mi interessa, ma che non sta a me raccontare.

lunedì 18 febbraio 2013

Che cosa c'è dietro Grillo

Si parla di Federico Mello, Il lato oscuro delle stelle, Imprimatur 2013,  € 16,00

...Giornalista del Fatto quotidiano, poi di Pubblico, Mello intreccia nella sua indagine implacabile il piano dello sviluppo della Rete e dei new media, i cortocircuiti che hanno portato Internet, nel giro di poco tempo, a trasformarsi da una sorta di Eden incontaminato a una lichtung fitta di insidie, e quello della resistibile ascesa di Beppe Grillo, da comico a leader politico. In particolare, l’inchiesta – perché di questo si tratta – scruta da vicino la chimica tra il capo e il suo consigliere, Gian Roberto Casaleggio, in una torsione che, secondo Mello, ha portato dalla individuazione di «nuovi spazi di partecipazione» a un «movimento verticale e proprietario, impermeabile all’esterno e interessato unicamente alla propria ulteriore riproduzione». Una contraddizione in progress che, per l’autore, non si limita alla nota dialettica con il territorio, i «ribelli» inseguiti dalle testate a caccia di comprensione di un fenomeno complesso, ma solido, duro come un diamante.
Nel viaggio al termine della notte grillina, notte fonda anche se stellata, Mello scopre la metafora di una Rete a rischio di incartarsi ed incantarsi, di un Vangelo politico più smagato di quanto la retorica della libertà e della trasparenza svelino. Il paradosso di un «sogno spezzato» proprio in quanto vincente, di successo, nella divaricazione un po’ tradizionale, tuttavia, tra la base buona e il vertice oscuro, più triangolo che prisma.

Filippo Sensi
Europa, 14 febbraio 2013

http://www.europaquotidiano.it/2013/02/14/sotto-le-stelle-di-grillo/