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martedì 26 novembre 2024

La vera prova di maturità

Tommaseo-Bellini, Dizionario della lingua italiana

Antonio Floridia, M5S, la zavorra dei sospetti e l'illusione dell'egemonia
il manifesto, 26 novembre 2024

Le conclusioni dell’assemblea del M5S segnano alcuni punti all’attivo per il partito-movimento, ma lasciano anche aperti molti interrogativi. All’attivo, si può mettere il fatto che, per la prima volta da molti anni, il M5S ha costruito un momento collettivo di partecipazione che ha coinvolto alcune decine di migliaia di militanti. Una premessa necessaria, anche se non sufficiente, per le future battaglie elettorali. Gli interrogativi riguardano altro: è riuscito il M5S a definire la sua identità e la sua collocazione politica? La risposta deve partire da alcuni presupposti: al M5S, per la sua storia e per la cultura politica dei suoi elettori e militanti più fedeli, non si può chiedere di essere, semplicemente, un «partito di sinistra». Si può e si deve chiedere altro: che questa identità e questa collocazione siano chiaramente ancorati ad un rapporto di collaborazione con altre forze democratiche e di sinistra.

È positivo che l’Assemblea abbia votato a favore della possibilità di coalizioni politiche fondate su programmi comuni; ma questo, per così dire, è il minimo: ci mancherebbe altro, verrebbe da dire… Ma non si può, alla lunga, rendere credibili coalizioni e alleanze se queste vengono prospettate su un fondo di sospetti e di diffidenza, quasi di mala voglia, con l’idea di rassicurare i militanti sulla purezza delle proprie azioni.

«Non abbiamo paura di sporcarci le mani!», ha esclamato più volte Conte nel suo discorso conclusivo: ma è proprio questo l’errore di fondo, accreditare l’idea che i necessari compromessi e le necessarie mediazioni siano qualcosa che mette a repentaglio la propria identità. In questo modo, presentando così le cose, non si aiuta nemmeno un processo di maturazione del proprio elettorato: che, stando ai sondaggi, sembra «tenere» sul piano nazionale, ma appare estremamente volatile in tutte le altre elezioni. D’altro canto, anche questa identità appare piuttosto incerta: definirsi «progressisti», e per di più «indipendenti», appare alquanto vago.

Il M5S resta di fatto ancorato al modello del «contratto» (non è il solo, a dire il vero: in questi giorni il partito di Sahra Wagenknecht ne ha appena firmato uno in Turingia, non solo con la Spd ma anche con la Cdu!): può essere una formula efficace, forse, per convincere elettori riluttanti e tendenzialmente isolazionisti; ma allora, bisognerebbe aggiungere chiaramente che, sulla base delle proposte di merito approvate dall’Assemblea (tutte, in varia misura, con un segno politico «di sinistra»), l’unico contratto possibile (non facile e immediato, certo, ma è questione appunto di trattative) è oggi quello con il Pd e l’Alleanza Verdi-Sinistra. Né ci sono oggi i rapporti di forza e le circostanze che resero possibile nel 2019 il «contratto» con la Lega (ma ricordiamolo, fu Renzi a far fallire l’incarico a Fico per un governo con il Pd).

Manca ancora molto alle elezioni politiche, ma già il prossimo anno ci sono importanti elezioni regionali: la credibilità delle alleanze non la si costruisce last minute. Il quadro è oramai chiaro: a destra, per quante tensioni ci possano essere tra i diversi partiti, esiste una forte cornice ideologica che tiene insieme e accomuna, innanzi tutto, gli elettori.

Anche le ultime elezioni regionali confermano che il principale movimento elettorale è quello dall’astensione al voto, o viceversa, con pochi passaggi tra i blocchi. A sinistra, no, non c’è alcuna cornice ideologica comune immediatamente disponibile nella cultura politica degli attori politici e degli elettori. Va costruita, pazientemente, innanzi tutto come difesa dai pericoli a cui questa destra espone la nostra democrazia; ma non basta questa posizione difensiva, occorre saper prospettare una visione che affronti con radicalità e realismo i disastri della società italiana. Per questo, cominciare a stabilizzare la coalizione alternativa alla destra è una premessa necessaria, ma non è compito che si possa rimandare alla vigilia delle prossime elezioni.

Per quanto riguarda il M5S, si potrebbe pensare che una dialettica di emulazione/concorrenza con il Pd sia una strada perseguibile: ma è un gioco pericoloso, è difficile distinguere tra la logica del «marciare divisi per colpire uniti» e quella che invece che poi, alla fine, indebolisce e delegittima l’azione unitaria. Continue fibrillazioni ne minerebbero alla radice la credibilità e l’affidabilità. Il Pd, dal canto suo, deve rinunciare alla sciagurata teoria della «vocazione maggioritaria»: Elly Schlein, meritoriamente, ad ogni piè sospinto, ripete che il Pd non si considera autosufficiente; ma in casa Pd pare che ci siano ancora molti nostalgici.

E allora, diciamolo chiaramente, l’«egemonia» è come il coraggio di Don Abbondio: se uno non la esercita nei fatti, non può pensare di affermarla battendo i pugni sul tavolo o, nel caso del M5S, rinchiudendosi in un atteggiamento diffidente e sospettoso, o inutilmente assertivo («i valori non negoziabili»). Né tanto meno proclamandosi «indipendenti»: se si è sicuri di sé stessi e della propria identità non ci sarebbe bisogno di dirlo e non si guarderebbe alle alleanze come ad un male necessario, ma come ad un positivo strumento per realizzare i propri programmi. E dicendolo. Sarà questa la vera prova di maturità, per il M5S: non l’uccisione del padre-Grillo.



 

mercoledì 3 giugno 2015

La Lega e i 5 Stelle: quanto simili, quanto diversi


Giuseppe Tipaldo 
Elezioni regionali 2015, Grillo e Salvini: le (opposte) traiettorie dei vincitori di queste elezioni
Il Fatto quotidiano

Poco più di un anno fa, proprio su questo giornale, ho avuto la possibilità di raccontare – dati alla mano – quanto ampi, eterogenei e complessi fossero i fenomeni di costruzione dell’identità del M5S, ricostruiti a partire dal contenuto dei commenti che in anni di attività avevano popolato il blog di Grillo.
In quell’occasione, avevo posto in evidenza uno dei punti-cardine su cui la sociologia insiste da quando è nata: perché possa evolversi e sopravvivere alle fasi iniziali (travagliate ed entusiasmanti insieme), ogni movimento tende “naturalmente” all’istituzione, ossia a una forma strutturata e matura di sé che ha, con la forma degli albori, la stessa relazione che corpo e mente di un essere umano adulto conservano con la versione infantile. Capisci che esiste una certa somiglianza di famiglia, conservi alcuni tratti, mantieni una serie di ricordi, esperienze che, nel bene o nel male, hanno portato a una crescita, ma nulla di più. Il passaggio alla “vita nuova” nell’adulto avviene al prezzo della morte del bambino, confermano gli psicologi dello sviluppo (almeno su questo siamo d’accordo): se non si “uccide” metaforicamente l’Io infantile il soggetto cresce male, turbato, irrisolto o, peggio, non cresce affatto.
Qualcosa di simile avviene anche nei movimenti sociali: perché il movimento abbia qualche chance di sopravvivenza, perché – passata l’ebrezza degli inizi da “stato nascente rivoluzionario” – non imploda su se stesso, un movimento deve cambiare la configurazione di molti parametri vitali e diventare istituzione. L’omicidio – sempre metaforicamente parlando – si consuma qui con il suo leader. E il leader ha due scelte: o sceglie di farsi da parte, con una decisione autorevole dall’alto; o viene spodestato, con una tensione che ha origine dal basso. È un dilemma, l’alternativa dunque per definizione non c’è, pena lo sgretolamento dal di dentro e, come già accennato, l’implosione.
Ecco, in quel lavoro di circa un anno fa, notavo – e questo aveva attirato le ire di tanti militanti – che Grillo e Casaleggio si stavano comportando come difensori dello status quo, al prezzo del futuro del Movimento. Poi, questo inverno, la saggia scelta dei vice, il “direttivo”, e un lento ma inesorabile passaggio verso il retroscena. Che Grillo e i suoi possano non ammetterlo mai è probabile ma poco importa: questo è stato il primo indicatore di quell’ “omicidio sociologico”, quella maturazione, che sempre si deve compiere perché un movimento diventi istituzione, si adatti al passare del tempo, e sopravviva.
Mentre i 5 Stelle scoprono di poter camminare con le loro gambe, alla Lega Nord si torna a vincere grazie a un nuovo leader carismatico. Un leader che, non a caso, per giocarsela ha dovuto consumare un triplice omicidio col passato: quello del leader storico, Umberto Bossi, e della sua progenie (a ben vedere, questo è almeno in parte un caso di omicidio-suicidio); quello del sostituto, relegato a fare il presidente della regione Lombardia con livelli di visibilità mediatica talmente ridicoli che Crozza ha dovuto smettere di imitarlo perché il pubblico non lo riconosceva; e, infine, quello di Tosi, il delfino dell’est, ripudiato e anch’esso vittima di un oblio mediatico che ha certamente contribuito a quel triste (per un sindaco fino a poco tempo fa così pop) quarto posto.
Da un punto di vista sociologico, il successo di Salvini si deve certamente alla sua sovra-esposizione mediatica: Salvini era tutti i giorni in Tv e sui principali portali web d’informazione. Non starò a dire molto sul potere dei media, ci è tornato qualche giorno fa Marco Travaglio, per l’ennesima volta, in uno dei suoi editoriali. Non che gli serva la mia certificazione, ma da sociologo dei media non posso che confermare come empiricamente provata la sua posizione.
Tra le ragioni del successo c’è anche lo stile con cui Salvini è stato sui media: concetti semplici, che iper-semplificano e banalizzano questioni complesse, cavalcando i fatti di cronaca del momento. Un profilo con tratti carismatici, talvolta autoritari, che per certi versi ricorda da vicino sia quello del Berlusconi dei tempi d’oro, sia quello di Grillo, con la differenza che Salvini in Tv ci sa stare, dialoga e risponde alle domande.
Ma nemmeno la telegenicità, da sola, è sufficiente a capire cos’è successo. A differenza dei 5S, che esistono da poco più di 3 anni, la Lega la sua rivoluzione la promette da più di 20 anni, durante i quali ha governato a tutti i livelli amministrativi, compresi ruoli-chiave in esecutivi che, tra Porcellum e porcate, non hanno dato gran prova di sé. Come se non bastasse, la Lega è stata di recente travolta da scandali devastanti, da Belsito alle mutande verdi del mio Piemonte, che hanno addirittura minacciato di eradicarla dallo scacchiere politico. Se gli elettori italiani non fossero dotati di un’anomala propensione alla memoria selettiva, spesso tendente all’oblio, questa vittoria non si spiegherebbe.
P.s: mentre scrivo, un ringalluzzito Grillo si intesta la vittoria e conferma “niente inciuci e niente alleanze”. “Basta con i morti viventi”, direbbe lui di se stesso, potesse ancora vedersi con occhi “diversi”. 

Alessandro Campi
Quel filo rosso che lega Salvini a Grillo
Il Mattino

I populismi per definizione si somigliano tutti, hanno un nemico comune: le oligarchie politico-economiche, le classi politiche e dirigenti, accusate di affamare il popolo e di carpirne la buona fede. Parlano lo stesso linguaggio: rude, popolare, elementare e diretto, che tutti i cittadini possono comprendere, diverso da quello bizantino dei politici di professione. Usano sempre lo stesso schema retorico: noi (i molti, i buoni, gli onesti) contro loro (i pochi, i cattivi, i corrotti). Hanno altresì le medesime idiosincrasie: non sopportano gli intellettuali (perché fanno ragionamenti complicati e fumosi), non si fidano della stampa e dell’informazione (perché è sempre al servizio del potere), non credono  mai alle verità ufficiali (da qui la loro inclinazione al complottismo) e diffidano dai rituali e dalle procedure della politica tradizionale ( perché rischiano di inquinare la loro purezza). E hanno tutti bisogno di un capo unico e assoluto, carismatico e trascinatore, che possa proporsi come il vero difensore dei diritti del popolo. Se questi sono i tratti che, secondo molti osservatori, definiscono il populismo politico, Lega e M5S hanno davvero molto in comune. Una somiglianza che non riguarda solo lo stille della loro propaganda e il modo di agire e parlare dei loro leader, spesso greve e grossolano, ma anche il contenuto delle rispettive proposte politiche. Si pensi alla comune idiosincrasia nei riguardi dell’Unione Europea e dell’euro sui quali entrambi fanno ricadere pressoché per intero la colpa dell’attuale crisi economica. Si pensi anche alla posizione dei due partiti sul tema dell’immigrazione: Grillo la considera pericolosa non meno di Salvini, anche se il suo partito non ne ha fatto, diversamente dal Carroccio, una questione prioritaria dal punto di vista del programma. (…)
L’etichetta di “populismo” (come quella di “anti-politica”), così tanto utilizzata nel dibattito pubblico, è un buon punto di partenza per inquadrare alcuni dei caratteri che definiscono simili forze politiche ma da sola non basta per spiegarne le caratteristiche essenziali e, appunto, le diversità oggettive. Basta citarne una, che riguarda la matrice storico-culturale e la finalità dei due movimenti. I 5 Stelle sono nati dalla rivoluzione comunicativa che la rete ha prodotto nelle società contemporanee. Sono il frutto dell’accesso di parola generalizzato reso possibile dal dilagare dei social network. Perseguono – come indica il loro slogan “1 vale 1” – un modello di democrazia orizzontale e privo di mediazioni basato sul diritto di accesso dei cittadini al potere, sulla trasparenza assoluta e sull’abolizione di ogni gerarchia. La loro, per come viene teorizzata da chi ideologicamente li ispira (a partire da Casaleggio) è un’utopia egualitaria proiettata verso un futuro integralmente dominato su scala mondiale, dalla tecnologia digitale.
La Lega, sin dalle origini e oggi più che mai dopo la recente svolta in senso identitario impressa da Salvini al partito, ha sempre perseguito un altro disegno politico per certi versi opposto a quello grillino: la salvaguardia dei valori storici e delle tradizioni della comunità dalle contaminazioni derivanti dal processo di globalizzazione. Quella leghista è per molti versi un’utopia conservatrice basata sull’idea che solo attingendo ai nostri depositi ancestrali – culturali e simbolici – possiamo opporci al destino omologante che la tecnica, se non orientata da una visione politica – rischia di riservarci. (…)
Si tratta di differenze che possono apparire troppo intellettualistiche, come tali estranee ai criteri di scelta degli elettori, ma che questi ultimi in realtà – sebbene istintivamente – sembrano cogliere benissimo quando si recano alle urne. Non le colgono semmai quei commentatori che si ostinano a vedere nel voto dato ai 5 Stelle e alla Lega soltanto una forma di protesta irrazionale rivolta contro tutto e tutti. (…) La verità è che i tanto vituperati populismi, compresi quelli che hanno assunto un ruolo così eminente nella realtà politica italiana, sono elementari nel loro modo  di agire e di presentarsi, ma non sono mai banali nelle motivazioni e nelle ragioni che ne alimentano il consenso. Comprendere queste ultime è l’unico modo per cercare di contrastare la loro avanzata.

lunedì 16 marzo 2015

Podemos non si costruisce a tavolino


Rosalba Carbutti
Landini modello Podemos

Articolo pubblicato il 24 febbraio 2015 su QN (Carlino, Nazione e Giorno)

Che cosa c’entra un sindacalista ultra cinquantenne in felpa rossa con «El Coleta», detto il codino, ricercatore universitario spagnolo di 36 anni con due lauree? Nulla. Ma, si sa, l’essenziale è invisibile agli occhi. E basta analizzare il mondo «Podemos» per trovare un’eco nell’operazione «coalizione sociale» di Maurizio Landini.
Il leader della Fiom, infatti, ha ribadito il suo impegno a creare «una coalizione sociale che superi i confini della rappresentanza sindacale».
Un altro dei protagonisti del progetto «a sinistra del Pd», l’ex Pds Stefano Rodotà, aveva tradotto la «discesa in campo» così: «Un’unione di associazioni, movimenti e pezzi di sindacato in grado di rispondere a istanze che vanno dal lavoro alla salute, dall’istruzione all’abitazione».
In pratica: un’alternativa al PdR, il partito di Renzi, capace di generare malcontento a sinistra. Dal Jobs Act in avanti.
Podemos, nato dal movimento degli indignados spagnoli, fiaccati dalla precarietà e dalla crisi economica, è il modello a cui la sinistra nostrana in cerca di rappresentanza s’ispira. Del resto, come scrive il giornalista Giacomo Russo Spena nel libro Podemos, la sinistra spagnola oltre la sinistra (Alegre), l’obiettivo è «trasformare l’indignazione in un cambiamento politico». Dalla piazza al governo.
Podemos nasce ufficialmente nel gennaio 2014 e in 128 giorni ha conquistato l’8% alle Europee, portando a Bruxelles cinque eurodeputati. La ricetta? Partito liquido, matrice di sinistra, collegamenti col mondo latino-americano. Dando uno sguardo superficiale vien da dire: sono i grillini di Spagna. Sbagliato. Gli slogan, certo, possono sembrare simili: «Destra e sinistra sono categorie novecentesche»; «Lotta alla casta e alla povertà»; «Basso contro alto»; «Primarie via web». Ma, se si va oltre, le differenze col M5S sono macroscopiche. Primo: Podemos è un partito. Secondo: non vuole uscire dall’euro. Terzo: dietro ci sono milioni di indignados, non il Vday. Quattro: è di sinistra e i suoi attivisti hanno un lungo passato di militanza. In pratica, niente a che vedere con l’armata Brancaleone dei grillini degli esordi. E maggiore vicinanza a Tsipras e al movimento Occupy Wall street del 2011. Agli esordi Podemos prese vita da un collettivo universitario a Madrid, simile a quella che fu l’Università di Sociologia di Trento negli anni Sessanta/Settanta. Il leader, Pablo Iglesias Turrìon, benché non si definisca di sinistra, viene da lì. Tant’è che la compagna, Tania Sánchez Melero, è un’ex deputata di Izquierda Unida, una specie di Sel spagnola che vale circa il 4,5%. Laurea in Giurisprudenza e Scienze Politiche, master in comunicazione e tesi di laurea sui ‘Disobbedienti’ di Luca Casarini. Sì, quel Casarini, che oggi ride: «Con Pablo ho vissuto momenti importanti dal 1999 al 2001. Lui era in Erasmus in Italia e venne con me a Genova, quando fu ucciso Carlo Giuliani. Dal movimentismo no global di quegli anni ha dato vita a Podemos. Chi l’avrebbe mai detto che tra i miei amici ci sarebbe stato il futuro premier di Spagna?». Podemos, da allora, è andato molto avanti. È legato al movimento dei cittadini di base, nella sede di Madrid (uno scantinato) aiuta i cittadini a pagare le tasse, ad iscriversi alle liste di disoccupazione, dà una mano agli immigrati. È quello che vuol fare Landini? Forse. «Ma – come spiega Russo Spena – la differenza è che in Italia manca la spinta dal basso di Puerta del Sol. Ed è per questo che Landini temporeggia...».
In effetti, Podemos ha un appeal diverso, prende l’80% dei consensi tra gli under 40 e gli attivisti hanno al massimo 35 anni.
«El Coleta», ex no global, scrive libri citando la serie tv il «Trono di spade» e usa slogan come «Es Ahora», è ora, come mantra. Il soggetto è sempre «El pueblo». Che, stando i sondaggi, lo premierebbe con il 27,7%.  Landini, ad oggi, se davvero scendesse in campo, è dato tra il 5 e l’8%. La differenza c’è. E si vede.

sabato 29 novembre 2014

Grillo, il patrimonio dilapidato

Quando, dove ha sbagliato? Un momento a nostro parere c'è. Ed è il 25 febbraio 2013. Con l'annuncio dei risultati elettorali il movimento 5 Stelle aveva già cambiato status. Non poteva limitarsi a rilanciare: "cambieremo tutto quando arriveremo a conquistare la maggioranza". A quel punto il movimento era il primo o il secondo partito. Procedere verso la graduale accettazione di un maggiore inserimento nelle logiche del mondo circostante avrebbe comportato prezzi molto alti, ma non c'era un'altra possibilità. Altrimenti non restava che alzare ancora la posta, puntando sulla dissoluzione del sistema politico. Adesso è chiaro che la dissoluzione non c'è stata, l'opposizione al regime ha assunto il volto feroce di Matteo Salvini e per il movimento si è aperta la prospettiva di una lunga e non si sa quanto operosa attesa, con l'obbligo di tenere alta la tensione tra i militanti (da qui i processi, le espulsioni, il meccanismo dell'epurazione mai completata). 

Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 29 novembre 2014

«Sono un po’ stanchino», ha scritto sul suo blog citando Forrest Gump. C’è da credergli: come Tom Hanks nel film di Robert Zemeckis era partito così, senza una meta precisa («Quel giorno, non so proprio perché decisi di andare a correre un po’») e si era ritrovato con l’illusione di avere in pugno il Paese. Dove abbia cominciato, Beppe Grillo, a sprecare l’immenso patrimonio che di colpo si era ritrovato in dote alle elezioni del 2013 non si sa. Forse il giorno in cui apparve sulla spiaggia davanti alla sua villa con quella specie di scafandro, misterioso e inaccessibile come un’afghana sotto il burka. Forse quando, avvinazzato dai titoli dei giornali di tutto il mondo, rifiutò per settimane ogni contatto con la «vil razza dannata» dei giornalisti nostrani compresi quelli corteggiati nei tempi di vacche magre. Forse quando, scartando a priori ogni accordo, plaudì ai suoi che rifiutavano perfino di dire buongiorno agli appestati della vecchia politica o si disinfettavano se per sbaglio avevano allungato la mano a Rosy Bindi. O piuttosto la sera in cui strillò al golpe e si precipitò verso Roma invocando onde oceaniche di «indignados»: «Sarò davanti a Montecitorio stasera. Dobbiamo essere milioni. Non lasciatemi solo o con quattro gatti. Qui si fa la democrazia o si muore!». Dopo di che, avuta notizia di un’atmosfera tiepidina, pubblicò un post scriptum immortale: «P.s. Arriverò a Roma durante la notte e non potrò essere presente in piazza. Domattina organizzeremo un incontro...». E le barricate contro i golpisti? Uffa...
Certo è che mai ora, dopo aver perso tra abbandoni ed espulsioni 15 senatori e 7 deputati con la prospettiva di perderne altri ed essere uscito a pezzi dalle ultime regionali che aveva solennemente annunciato di stravincere («Ci dobbiamo prendere Calabria ed Emilia-Romagna. Sarà un successo, mai stato così sicuro») Grillo si ritrova a fare i conti con un dubbio: non avrà perso il biglietto della lotteria? Non sarebbe il primo. Smarrì il suo biglietto vincente Guglielmo Giannini, dopo aver portato con l’Uomo Qualunque trenta deputati (tantissimi: il quadruplo degli azionisti) all’Assemblea costituente. Lo smarrì Mario Segni, che dopo il referendum pareva destinato a raccogliere l’eredità della Dc. Lo ha smarrito Antonio Di Pietro, del quale Romano Prodi disse «quello si porta dietro i voti come la lumaca il guscio». 

I voti perduti  
Il guaio è che lui stesso sembra sempre meno convinto di esser ineluttabilmente destinato a vincere. E fa sempre più fatica a spacciare per vittorie certe batoste. E in ogni caso, ecco il problema principale, sono sempre meno convinti di vincere quanti avevano visto in lui l’occasione per ribaltare tutto. Non ripassano, certi autobus. Una volta andati, ciao. Prendete la Calabria: conquistò 233 mila voti (quasi il 25%), alle politiche del 2013. Ne ha persi l’altra settimana duecentomila. E quando mai li recupererà più? Con questa strategia, poi! «Non ci sono più parole per descrivere il lento e inesorabile, ma tutt’altro che inevitabile, suicidio del Movimento 5 Stelle», ha scritto ieri Marco Travaglio, che pure non faceva mistero di averlo votato. «Un suicidio di massa che ricorda, per dimensioni e follia, quello dei 912 adepti della setta Tempio del Popolo, che nel 1978 obbedirono all’ultimo ordine del guru, il reverendo Jim Jones, e si tolsero la vita tutti insieme nella giungla della Guyana».
Citazione curiosamente appropriata. Basti riprendere un numero di «Sette» del 1995. Il titolo di un’intervista all’allora comico diceva tutto: «Quasi quasi mi faccio una setta». Beppe Grillo non era già più «soltanto» un istrione da teatro. Girava l’Italia in 60 tappe con lo show «Energia e informazione», irrompeva all’assemblea della Stet rinfacciando all’azienda telefonica i numeri hot a pagamento, attaccava le multinazionali, incitava ad «accelerare la catastrofe economica. Per l’esplosione del consumismo. Potremmo comprare cose inesistenti: elettroseghe per il burro, spazzolini da due chili monouso che dopo esserti lavato una volta li butti in mare per ammazzare i pesci...». Faceva ridere. E spiegava che proprio per quello gli andavano dietro: «Perché sono un comico. Perché non fabbrico niente. Perché chi parla contro i gas fabbrica le maschere antigas. Invece io, non vendendo né gas né maschere antigas, sono credibile. Che ci guadagno?». Ed è su questa domanda che è andato a sbattere. Brutta bestia, il potere. Guadagnato quello, il bottino più ambito di chi fa politica, è andato avanti sparandola sempre più grossa. Nella convinzione che ogni urlo, ogni invettiva, ogni insulto portasse ancora voti, voti, voti...«Ogni voto un calcio in culo ai parassiti che hanno distrutto il Paese». «Facendo a modo nostro saremo più poveri per i prossimi 4-5 anni, ma senza dubbio più felici». «Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno». «Il Parlamento potrebbe chiudere domani. È un simulacro, un monumento ai caduti, la tomba maleodorante della Seconda Repubblica». «Bisogna ripulire l’Italia come fece Ercole con le stalle di Augia, enormi depositi di letame spazzati via da due fiumi deviati dall’eroe».
Parole pesanti
E via così. Anche sui temi più ustionanti, dove non è lecito esercitare il battutismo: «La mafia è emigrata dalla Sicilia, è andata al Nord, qui è rimasta qualche sparatoria, qualche pizzo e qualche picciotto». «Hanno impedito a Riina e Bagarella di andare al Colle per la deposizione di Napolitano per proteggerli: hanno già avuto il 41 bis, un Napolitano bis sarebbe stato troppo». «La mafia è stata corrotta dalla finanza, prima aveva una sua condotta morale e non scioglieva i bambini nell’acido. Non c’è differenza tra un uomo d’affari e un mafioso, fanno entrambi affari: ma il mafioso si condanna e un uomo d’affari no». Una cavalcata pazza. Perdendo uno dopo l’altro amici, simpatizzanti, osservatori incuriositi. Di nemico in nemico. «Adesso Schulz dice che io sono come Stalin. Ma un tedesco Stalin dovrebbe ringraziarlo, altrimenti Schulz sarebbe in Parlamento con una svastica sulla fronte. Schulz, siamo un venticello, lo senti? Arriva un tornado, comincia a zavorrarti attaccato alla Merkel perché ti spazzeremo via». «Noi non siamo in guerra con l’Isis o con la Russia, ma con la Bce!». «Faremo i conti con i Floris e i “Ballarò”... Io non dimentico niente. Siamo gandhiani ma gli faremo un culo così...». 
E poi barriti contro le tasse: «Siete sicuri che se pagassimo tutti le tasse questo Paese sarebbe governato meglio? Ruberebbero il doppio». Contro l’ultimo espulso: «Un pezzo di merda». Contro Equitalia: «È un rapporto criminogeno tra Stato e cittadini». Contro l’inceneritore di Parma: «Chi mangerà il parmigiano e i prosciutti imbottiti di diossina?» Contro gli immigrati: «Portano la tubercolosi». Sempre nella convinzione che il «suo» movimento potesse prendere voti a destra e a sinistra, tra i padani e i terroni, tra i qualunquisti e i politicizzati democrazia cubo. Un «partito-tutto» contro tutto e tutti. Finché, di sconfitta in sconfitta, non si è accorto che qualcosa, nel rapporto col «suo» popolo, si stava incrinando. Che lui stesso stava smarrendo l’arte superba di saper mischiare insieme la potenza della denuncia e la leggerezza dei toni. Finché arrivò il momento che, in una piazza qualsiasi, si accorse che la solita battuta non tirava più. Capita anche ai clown più ricchi di genio. Ma loro, se vogliono, possono inventarsi un altro numero.

venerdì 8 agosto 2014

"Ha vinto la tv": quella subliminale

Aldo Grasso
Quanto pesa in tv la forza dei politici
Corriere della Sera, 8 agosto 2014

 «Quel che è ormai chiaro è che nella sfida tra politica e televisione, apertasi in fondo sin dalla nascita del mezzo, è quest’ultima che ha avuto la meglio. La politica necessita di processi complessi, a volte complicati, difficilmente riconducibili a binarie logiche conflittuali, bianco o nero, pro o contro; la tv ha invece tempi ristretti, processi veloci, vive di contrasti e di drammatizzazione fisica e verbale». Così Giandomenico Crapis nel suo ultimo libro, Ha vinto la tv. Sessant’anni di politica e tv, da De Gasperi a Grillo (1954-2014). Crapis è uno studioso di media, a lui si devono interessanti studi sul rapporto fra intellettuali e tv e sui rapporti fra la sinistra e il «piccolo schermo».
Davvero la tv ha vinto? Non c’ è dubbio. Sarebbe del resto assurdo che i politici non usassero il più potente dei mezzi di comunicazione, come, in altri tempi, si sono sempre serviti dei mezzi egemoni esistenti.
Però quello fra politica e tv è un ruolo fortemente contraddittorio (in Italia fortemente anomalo, da quando il proprietario di Mediaset è «sceso in campo»). Quando in Italia la Lega, sconosciuta ai più, vinse si disse che aveva vinto perché non aveva fatto uso della tv. Quando Silvio Berlusconi scese in campo e vinse e poi rivinse si disse che aveva vinto solo grazie alle sue tv. Nelle ultime elezioni europee si è molto discusso della partecipazione di Grillo a «Porta a porta», il salotto del moderatismo catodico italiano.
I dibattiti politici non portano voti, o ne portano pochi. È opinione consolidata che la presenza in video dei politici colpisca solo una fascia marginale di audience. Però è opinione altrettanto condivisa che la formazione dei convincimenti avvenga in tv attraverso programmi che non parlano direttamente di politica. È una specie di impulso che si manifesta sottopelle, attraverso la messa in scena della quotidianità. Una buona ragione per leggere il libro di Crapis.

giovedì 22 maggio 2014

Confessioni di un elettore smarrito




Angelo d’Orsi
Lo smarrimento pre-elettorale di un cittadino
Micromega online, 21 maggio 2014


Mai come questa volta, avvicinandosi la scadenza del voto, mi sento smarrito. Non mi riconosco in nessuna formazione in campo, e mentre da alcune sono ovviamente lontanissimo, agli antipodi, ad altre, quelle sul piano ideologico a me più vagamente affini, almeno sotto qualche punto, sono esitante a dare sostegno, come da molte parti mi viene richiesto da settimane: firma, adesione, partecipazione a pubbliche assemblee.

In verità, mi pare che la “post-democrazia” stia facendo il suo corso, e abbia contaminato anche le forze che si richiamano ai valori e princìpi della sinistra. A cominciare dalla Lista Tsipras, così detta per brevità, che, nelle sue modalità ha realizzato il medesimo vilipendio della democrazia che giustamente i suoi promotori e credo tutti gli aderenti rimproverano agli attuali potenti d’Italia (e non solo): come si può fare la battaglia contro le liste bloccate quando si concede a un pugno di individui, per quanto rispettabili e degni di essere ascoltati, di decidere chi sarà candidato? Si tratta di una posizione per me inconcepibile; e che sia stata richiesta, da parte dei promotori, per evitare di finire negli squallidi mercanteggiamenti che precedettero la formazione delle liste Ingroia (e che infatti produssero infiniti scambi di accuse, dopo la disfatta), non appare una motivazione valida: come si dice nel mondo anglosassone: due cose sbagliate, non fanno una cosa giusta. E l’immissione di candidati discutibili, anche sul piano dell’etica pubblica, da un canto, l’esclusione pregiudiziale di una intera forza politica, per quanto piccola, ma combattiva come il PCd’I, mi sono apparse prove che quandoquidem dormitat Homerus; ossia, che i “saggi” (e la saggia!), possono errare. Ma, a prescindere da chi è stato inserito e chi escluso, la questione è di metodo: e la democrazia, se vogliamo davvero proteggerla, ammesso siamo ancora in tempo, va salvaguardata innanzi tutto nelle procedure. E qui proprio non ci siamo.

Eppure, al suo sorgere, ho firmato l’Appello per la Lista, anche se già il vedere nelle sue bandiere il nome del leader greco, mi infastidiva; la personalizzazione della lista, era, di nuovo, un dato poco in linea con le idee di chi vuole opporsi alla “deriva” personalistica, neoleaderistica, populistica del sistema. Ma, si sa, la politica è (anche) l’arte del possibile. E ci si accontenta. E dunque mentre confermo che voterò la Lista “L’altra Europa con Tsipras”, mantengo tutte le riserve di metodo e di merito. Anche sul programma, che mi pare molto esitante, e qua e là succube di un “europeismo” di maniera, ossia poco rappresentativo di quella Europa “altra” che si vorrebbe costruire; specie sulla politica estera, una posizione più netta sarebbe stata apprezzabile, in particolare sull’Ucraina, davanti a fatti di assoluta evidenza, con un colpo di Stato organizzato dai servizi statunitensi, e realizzato da mercenari e da bande nazistoidi, non si può esitare a schierarsi in modo chiaro, tanto più che quello che là sta accadendo si inserisce in una strategia mondiale che riguarda diverse altre realtà sgradite alla iperpotenza americana.

La voterò, comunque, la lista. Non so se raggiungerà il 4%, e me lo auguro, per vedere nel Parlamento d’Europa qualche volto diverso e sentire qualche voce nuova, persone capaci di esprimere un dissenso netto, anche se sarà sempre minoritario, rispetto alle sciagurate politiche degli uni (PPE) e degli altri (PSE), tra i quali del resto le differenze non appaiono rilevanti. Certo sarebbero e saranno volti nuovi anche quelli degli eletti (e saranno tanti) del M5S, ma non sono volti (perlopiù) che mi piacciono, anche se tanti militanti sono ottime persone che hanno fatto battaglie giuste che ho condiviso, talora lottando al loro fianco. Ma non mi piace il loro fanatismo, non mi piace la loro fede nel capo, non mi piace l’ignoranza di troppi e la volgarità di tutti, specie quando si aggiungono all’intolleranza e quando si esprimono nel turpiloquio indecente, e soprattutto superfluo. O forse no: forse il turpiloquio, come l’urlo, come il gestaccio, come le battute a raffica, come i paragoni storici privi di fondamento ma eclatanti, sono tutte armi funzionali alla cattura della folla: non della massa, ma della folla, insieme di individui atomizzati, che, per disperazione o per noia, si sono disgustati e allontanati dai partiti, dalle convinzioni ideali, dallo stesso raziocinio dell’analisi e della scelta, e si sono affidati, nel senso più ampio, fideisticamente, appunto, al capo: il capo pensa, il capo sa, il capo decide, per loro. Per tutti. Per il Paese. Per l’Europa. Dopodomani per il mondo. E il capo, sia detto una volta per tutte, fa paura: il suo straparlare, il suo urlo scomposto, il suo gesticolare da forsennato, sono la forma dietro cui ci sono contenuti a volte condivisibili, ma nell’insieme, indigeribili: la politica estera, le politiche migratorie, la scuola, l’economia, sono terreni su cui il dissenso verso il signor Grillo e il signor Casaleggio, per quanto mi riguarda, è totale. E, malgrado le lodevoli battaglie in Parlamento contro gli stravolgimenti istituzionali, non posso accettare la pseudodemocrazia della Rete, di cui il Movimento è portatore, sulla base, sempre, degli orientamenti del capo e del suo ideologo: i quali, a ben vedere, interpretano bene i ruoli dello sbirro cattivo (“Beppe”) e di quello buono (“Gianroberto”). Finora il gioco ha funzionato: e alle Europee funzionerà perfettamente, al punto che è probabile che M5S ottenga il primato tra tutte le forze in campo in Italia. La fuga da Forza Italia, lo squagliamento della Lega Nord, l’inconsistenza del “Nuovo Centro Destra”, e, soprattutto, la incredibile involuzione del PD, sotto il comando destrutturante (D’Alema dixit) di Matteo Renzi, e, last but not least, l’inesistenza di uno schieramento di sinistra…: sono tutti fattori che predispongono la vittoria di Grillo e della sua armata. Anche se il fattore dominante è, naturalmente, il discredito assoluto della classe politica, e il susseguirsi di episodi di corruzione, una piccolissima quota di quella corruzione generalizzata e sistematica che è la vera, costante, e in continuo incremento, “autobiografia della nazione”: la sua prima identità. Nell’illusione, sincera o alimentata ad arte (è il caso, appunto) che la “società civile” sia migliore di quella politica: il che non è. Ma funziona nel messaggio propagandistico. E da questo punto di vista, nessuno potrebbe far meglio del guitto, con il suo ululante, ingiurioso, e spesso farneticante lessico del Bar Sport, con gli abbondanti richiami sessisti, machisti, razzisti, e con i tentativi di acchiappare la populace, un vasto sottoproletariato di andata o di ritorno, economico o politico, sociale o culturale: gli incapienti della politica, in breve.

Eppure non ho mai condiviso il giudizio liquidatorio di chi ha etichettato il fenomeno M5S come “antipolitica”: e ben a ragione i militanti reagiscono parlando di politica autentica, dal basso, di ritorno all’agorà. Peccato poi che la pratica sia ben diversa, e Grillo, come Berlusconi, come Renzi siano altrettante espressioni di un vero e proprio “superamento”, poco virtuoso, della democrazia, e di un ripiegare verso ideali autocratici, di tipo bonapartistico. Anche la recentissima performance televisiva del leader nel salottino di Bruno Vespa – dove non sapevi decidere chi fosse più irritante tra i due – nel tentativo di acchiappare i voti in libera uscita da Forza Italia, all’insegna dunque di una forma nell’insieme accettabile anche per quella che un tempo si chiamava “maggioranza silenziosa”, ossia di ceti medio e piccolo-borghesi, perbenisti, “tranquilli”, ha mostrato dietro il chiacchiericcio sempre sopra le righe che proprio come Berlusconi Grillo vende sogni. Anzi, si può parlare, almeno dopo la prestazione televisiva, di un Grillo berlusconizzato. E accusa Renzi di esser un venditore di pentole. Tutti, con le dentiere promesse dall’ex cav, gli 80 euro messi in busta paga con altisonanti promesse del loro durare “per sempre”, con la salvezza d’Italia assicurata da Grillo, fanno conto di parlare a una massa di sottosviluppati mentali, incapaci di decrittare i messaggi, di scuotersi dalla pigrizia, di provare a capire e ragionare con la testa invece che con la pancia a cui tali messaggi si rivolgono. Tutti, in vero, sono succubi di Berlusconi: questa campagna elettorale, e tutto il pregresso, dall’autunno 2011 in poi, dimostra che con l’uscita di scena (la sua riapparizione cadaverica conta poco, a dire il vero) dell’uomo, la sua cultura politica ha vinto: il berlusconismo è transitato nelle vene della politica italiana.

Era un’altra politica quella che volevamo, o almeno che con me tanti e tante hanno auspicato, a partire dalle mobilitazioni del 2011, e dai successi raggiunti. Ma dopo la vittoria referendaria, il trionfo dei sindaci al di fuori degli apparati, e, appunto, la cacciata di Berlusconi, siamo passati da una delusione all’altra, e la crescita di M5S, se da un lato testimonia la crescita dello scontento, dall’altro è la prova che il PCI è davvero morto con Enrico Berlinguer (e stiamo ricordando ora i 30 anni da quel tragico evento del giugno 1984), e che alla sua sinistra, fra errori clamorosi, personalismi, rivalità e beghe, quel poco che c’era, oggi è defunto. Abbiamo creduto che la maggioranza silenziosa fossimo “noi”, fosse quel vasto e variegato insieme sociale che aveva espresso la sua rabbia e la sua forza in quella stagione, e abbiamo creduto a una politica dal basso, fondata sulla trasparenza e sulla partecipazione, che abbandonasse la propaganda fondata sull’urlo e l’ingiuria, che mettesse da parte il leaderismo e il populismo, che imparasse a parlare un altro linguaggio, chiaro, pulito, capace di far riflettere e decidere in modo cosciente: che invece di vedere in ogni persona un voto, vedesse in essa un suggerimento da accogliere, una risorsa da “sfruttare”, una domanda cui dare risposta, una difficoltà cui venire incontro. Invece siamo nella trucida gora del populismo associato al leaderismo. Tutti i partiti vogliono rappresentare tutti i cittadini e tutte le classi. Tutti i leader vogliono rinegoziare i trattati europei, ma nessuno ci spiega che cosa significhi essere non “europeisti”, ma “europei”, oggi. Quanti, al di là delle sbracate contestazioni alla Le Pen, o da noi alla Salvini (potevamo immaginare di rimpiangere Bossi?!), nessuno, neppure a sinistra, dice, con la chiarezza necessaria, che questa Europa fa schifo: che l’eliminazione delle frontiere interne serve solo a creare un vasto Superstato liberista e poliziesco, militarizzato e che, alla facilitazione della circolazione interna, corrisponde l’elevazione di barriere, militari e finanziarie, invalicabili all’esterno: questa Europa è la “Fortress Europe” (si segua il bellissimo sito-blog di Gabriele Del Grande), all’insegna di una nuova, oscura espressione non più del military-industrial complex denunciato negli anni Sessanta-Settanta negli Usa, e neppure del complesso finanziario-militare, ma piuttosto di un cesarismo poliziesco, quello preconizzato da Antonio Gramsci , non più semplicemente militare, e che alla “cura” dei corpi (vedi Cucchi, Aldrovandi, eccetera; vedi Genova, Roma, Napoli, Torino; vedi la repressione selvaggia messa in atto da magistratura, esercito e forze di polizia in Val di Susa…) aggiunge e combina la “cura” delle anime, con i media, bugiardi al massimo grado (siamo davanti ad una autentica, costante “narrazione tossica”, come è stata definita), con un sistema scolastico, universitario e culturale che tenta di erodere le basi stesse del pensiero critico.

Esistono resistenze interne, per fortuna, che aggiunte a quelle esterne non hanno ancora ammazzato, non del tutto, la speranza. M5S avrebbe potuto forse almeno in parte dar voce alla disperazione e alla speranza, ma sta andando verso altre direzioni, e il “Vinciamonoi!”, proposto come un insopportabile refrain guerresco, fa paura, proprio allo stesso modo delle urla scomposte del capo. Così come fa paura che tutti gli adepti adottino le formule escogitate dal consumato attore, ultima “l’ebetino” con cui graziosamente ha etichettato Renzi. Il quale, ritengo, malgrado il tentativo di riprendersi le piazze, abbandonate nelle scorse elezioni a Grillo, uscirà penalizzato dalle urne, e mi auguro io pure che sparisca dalla scena, anche se la speranza che il PD si ravveda, e ricuperi una qualche briciola di dignità mi appare remotissima. Un capo faccio-e-decido-tutto-io, il partito in mano ai consulenti e ai lobbisti, i ministeri e le aziende pubbliche affidate ad amici e amiche, gli ordini di scuderia invece che le scelte consapevoli per i deputati e senatori, il badare ai propri interessi personali (a cominciare dai privilegi, per quanto minimi possano essere, delle cariche pubbliche), la perdita di rapporto con le classi che invece sono del tutto deprivilegiate, la rinuncia alla bussola teorica, anche di un onesto pensiero socialdemocratico… Tutto ciò mi mostra un partito irrecuperabile, a cui Matteo Renzi – il nuovo piccolo duce – ha dato un vigoroso colpo di grazia, dal quale il PD non vedo come possa risollevarsi.

Sicché ci tocca, per come la vedo io, aspettare che una nuova, temo lunga notte della Repubblica passi. E che al di là dei leader di cui faremmo volentieri a meno (Berlusconi, Renzi, Grillo; gli altri sono oggi ridotti a comparse), si possa riprendere il lavoro serio e lungo, insegnando e apprendendo la politica, intesa come scienza del potere per far bene vivere la comunità. Un potere che, appunto, non sia un fine in sé, ma un mezzo (Machiavelli insegna, in tal senso, il tanto citato e calunniato Machiavelli). E per ricostruire una Europa completamente rovesciata rispetto a quella in atto e in progetto. Una Europa della cultura, del welfare, della tolleranza e dell’accoglienza. Una Europa pronta a guardare al Mediterraneo, e a fare di questo non una frontiera e una tomba (oltre ventimila cadaveri giacciono sui suoi fondali, caduti nell’ultimo ventennio), ma un centro ideale e pratico di incontri, commerci, speranze. Non di sogni, abbiamo bisogno, né di una realtà frutto di scelte che ci vengono faziosamente presentate come obbligate (“ce lo chiede l’Europa”, “lo vogliono i mercati”…), scelte tutte nell’interesse dei pochi, di quei pochi, aggiungo, che già hanno molto o tutto. Contro l’interesse di quei tanti che hanno poco, o quasi nulla. Abbiamo invece bisogno di discutere di come costruire un futuro giusto. Dentro gli spazi continentali, o rompendo anche quelle barriere. La realtà non può essere quella che ci impongono i misteriosi “Mercati”, sotto minaccia di altrettanto oscure agenzie di rating, e ogni giorno ammoniti da “tecnici” prezzolati di università assoldate dai poteri forti. La realtà deve nascere dalla larga partecipazione, dalla discussione feconda, dal dibattito intellettuale: e, soprattutto, dalle battaglie per difendere le carte dei diritti – per gli italiani la Costituzione innanzi tutto –, il welfare, che ci stanno strappando a pezzi e bocconi, l’informazione libera, la giustizia autonoma, la cultura critica.

Ma di tutto ciò trovo scarsa o nessuna traccia nei discorsi elettorali. Vedo facce sorridenti sui manifesti, sono bombardato sulla Rete (Facebook è divenuto un intollerabile ricettacolo di messaggi promozionali), al telefono, nei giornali, alla radio, alla televisione. Votami, votalo, votateci, “daje”, “forza”, “vinciamonoi”…, che evoca il sinistro “Vincere. E vinceremo!”, mussoliniano. Difficile rimanere impassibili. Difficile non esplodere con un’ingiuria collettiva. Resisto, ma non biasimo chi non ce la fa.

La scelta invocata dai contendenti (“noi o loro”, il fastidioso mantra che ci stanno ripetendo un po’ tutti), vale anche per gli elettori: dove il “noi” sta per coloro che soffrono e subiscono, e “loro” sta per coloro che schiacciano e godono. Avvicinandosi il momento del voto, lo smarrimento non passa, e anzi si accresce, Forse la risposta migliore sarebbe boicottare queste elezioni, che si muovono all’interno di un cerchio magico che non mi piace. Ma per cultura ed educazione non posso rinunciare a compiere questo gesto, non foss’altro perché domani potrei rimproverare me stesso. Eppure, a chi mi chiede “cosa voto?”, non rispondo; dico che voterò, con dubbi e sapendo che bene che vada servirà a poco, la lista “Altra Europa con Tsipras”: sapendo, soprattutto, che la mia Europa, è davvero altra. Talmente altra, che forse dovremmo chiamarla diversamente, tanto sfregiato è oggi, dalle politiche comunitarie, il bel nome d’Europa, la fanciulla rapita da Zeus trasformatosi in toro, e trasportata nell’isola di Creta, di cui divenne regina. E forse dovremmo configurarla diversamente questa nuova entità, guardando, magari, a Sud, invece che a Est e a Nord. Al mare a cui l’origine stessa delle civiltà europee ci rinvia.

(21 maggio 2014)

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 Gabriele Ascione
 Commento uscito sempre su Micromega

Ho letto con piacere fino a metà articolo, poi mi sono chiesto perché perdere il mio tempo su questo lungo e inutile soliloquio. Molte cose trovo condivisibili, la critica alla lista tsipras, che mi pare definito uno schieramento contraddittorio e sostanzialmente impotente, asservito politicamente e culturalmente al PD. Corretta, anche se scontata, l'ennesima analisi dei fattori critici del M5S con i possibili pericoli di involuzione, ma poi l'autore, trascinato da un insopportabile intellettualismo radical chic, scopre che le masse popolari sono chiassose, contraddittorie nel mutare delle opinioni e degli umori, tutto sommato volgari e forse puzzano anche un poco ... E dall'alto della sua scienza aristocratica scopre che in fondo Grillo è come Berlusconi, Berlusconi come Renzi, tutti uguali, tutti imbonitori, chi li segue uno sciocco ingenuo. Forse alla fine sarà così, quanti provano a cambiare in meglio le cose saranno delusi ancora una volta, traditi, ingannati, e alcuni tra loro magari tradiranno i propri principi. Però del modo di pensare di questo autore ne ho piene le tasche, e certo non perdo il mio tempo a leggere oltre le sue impotenti elucubrazioni. Io ho deciso di votare M5S, e spero che serva a dare una spallata ad un sistema consolidato ed incancrenito che mi sottrae diritti ed opportunità, mi auguro e mi adopero perché il programma del M5S si realizzi davvero, perché le cose migliorino e quando mi imbatto in idee e comportamenti che non condivido, nel mio piccolo propongo un punto di vista alternativo. Però mi chiedo che razza di sinistra è una presunta sinistra che non sa e non vuole dialogare e misurarsi con le masse popolari, che guarda al popolo con diffidenza e sufficienza.