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domenica 16 febbraio 2025

Putin senza dignità




Giovanna Vitale
Occhetto:"E' Mosca a essere blasfema. Mattarella ha ragione, la storia non mente"
la Repubblica, 16 febbraio 2025


Roma — «Mattarella ha ragione, semmai è Mosca ad aver proposto un falso storico per attaccare, attraverso l’Italia, l’Europa intera». Alla vigilia del suo ottantottesimo compleanno, Achille Occhetto — ultimo segretario del Pci — demolisce l’asse Putin-Trump e sprona la premier Giorgia Meloni a schierarsi senza ambiguità a fianco della Ue.

Occhetto, come legge le accuse al nostro capo dello Stato?

«Innanzitutto vorrei sottolineare che la blasfemia, il falso storico contestati a Mattarella si riscontrano non nelle sue parole ma in quelle della Zakarova quando collega senza soluzione di continuità l’Unione sovietica con la politica di Putin».

È un collegamento fuorviante?

«Totalmente. Perché è vero che l’Urss è stata attaccata dai nazisti durante la seconda Guerra mondiale, ma è altrettanto vero che è stato Putin ad assalire l’Ucraina con le armi. Si tratta di un tentativo furbesco di mettere in continuità il vecchio Stato sovietico con la Russia di oggi per insultare l’Italia e, quindi, l’Europa. Mattarella si riferiva, giustamente, alle truppe tedesche che marciarono contro Mosca. Rispondere “ma noi siamo gli aggrediti, non gli aggressori” è sbagliato sul piano dell’analisi».

È stato un pretesto per lanciare un avvertimento a Italia e Ue?

«Nel discorso non c’era alcun parallelo fra Putin e Hitler, come si voleva far credere. Dopodiché il presidente russo è un autocrate e, in quanto aggressore, un criminale di guerra. Consapevole di esserlo, fra l’altro, tanto che ha cercato di camuffare l’invasione chiamandola “operazione militare speciale”. Pertanto, dinnanzi a un criminale di guerra, il monito di Mattarella è stato sacrosanto. E io, per rincarare la dose, ne aggiungo un altro: attenzione agli smembramenti perché, nel periodo ricordato dal capo dello Stato, c’è stato anche l’accordo tra Hitler e Stalin per lo smembramento della Polonia».

Il fatto che al governo ci sia la Lega, partito apertamente filo-russo, può averli incoraggiati?

«Mosca ritiene, anche in virtù di questi legami, che l’Italia possa essere l’anello debole dell’Europa. Sanno di poter contare su alcune componenti filoputiniane capaci di amplificare la loro propaganda e confondere l’opinione pubblica».

Grazie alla sponda di Trump, Putin si sente più forte?

«Sì. Per far cessare le ostilità si deve sempre trattare con l’aggressore, ma non come se fosse un grande amico, un pacifista, persino più amico degli alleati europei — proprio ciò che ha fatto trapelare J.D. Vance a Monaco. È la ragione per cui Putin si è ringalluzzito. Trump gli ha ridato dignità internazionale, lanciando un avvertimento allarmante: “Esistono solo tre grandi potenze: America, Russia e Cina. L’Europa non può far altro che stare al gioco di questo nuovo ordine mondiale che noi vogliamo costruire”».

Il patto Putin-Trump che “regala” pezzi di Ucraina alla Russia è il prezzo per la fine della guerra?

«Vedremo quando si aprirà il tavolo delle trattative, però si può dire che ci stiamo entrando col piede sbagliato: con un rapporto a due in cui l’Europa e l’Ucraina sono costrette nell’angolo. Qualcuno pensa che sia una tattica di Trump per convincere Putin a negoziare, ma io non concordo perché il presidente americano ha una visione: siamo di fronte all’eclissi delle regole, al tentativo — che può portare a future incertezze e anche a future guerre — di fare, per parafrasare Tacito, un deserto delle istituzioni internazionali e chiamarlo pace. Lasciando alle grandi potenze l’arbitrio di regolare direttamente tra loro le sorti del mondo in spregio alla legalità e all’intermediazione degli organismi sovranazionali».

Può essere giusta una pace che fa a brandelli uno Stato sovrano?

«No. Ma forse nelle barbarie in cui ci siamo cacciati, anche per responsabilità dell’Occidente, non c’è altra via della pace a pezzi o delle tregue transitorie, purché si abbia la consapevolezza che stiamo creando un precedente pericoloso e che affermare di ripudiare la guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali è purtroppo diventata una frase sbiadita e quasi irridente».

L’inviato Usa per l’Ucraina ha annunciato che l’Ue non siederà al tavolo sul piano di pace: quali rischi corre l’Europa se viene scavalcata dall’asse Trump-Putin?

«Quanto detto è una enormità. La guerra è una guerra europea, la vittima è l’Ucraina. Non si conosce una trattativa fatta in questo modo: è la dimostrazione di una volontà di potenza senza precedenti, estremamente grave per le nostre democrazie. Che, circondate da est a ovest, con l’avvento di Trump e dei populisti vengono corrose dall’interno. Un cerchio infernale che l’Europa dovrebbe a ogni costo spezzare».

Ma come si fa? L’Europa non è troppo fragile e disunita?

«Infatti serve uno scatto, senza il quale non sopravviveremo. Bisogna fare l’Europa politica. L’uscita dalla vecchia logica bipolare non ci ha portato al multipolarismo, ma al multi-imperialismo di Usa, Russia e Cina che — impegnati fra loro in una competizione economica e tecnologica senza esclusione di colpi — sembrano mossi dal comune intento di sbranare la Ue».

L’amicizia di Meloni con Trump rappresenta un ponte fra Usa ed Europa o il cavallo di Troia per disgregare la Ue?

«Forse non si è capito che non ci sono più ponti, c’è una sola via: lavorare tutti assieme per l’autonomia strategica dell’Europa, che deve correre subito al riparo contro un pericolo che tende ad eclissarla. Un’Europa unita, capace di parlare finalmente con una voce sola attraverso una politica estera e di sicurezza comune. Sapendo che sarà più forte se saprà presentare una visione del mondo alternativa al nuovo disordine internazionale portato dal duo Trump-Putin».


lunedì 2 marzo 2015

Le lacrime, le vittime, il tradimento: il repertorio melodrammatico nella politica italiana

Guido Vitiello





Può capitare che la frase giusta sia pronunciata dalla persona sbagliata, nel momento sbagliato e con l’intendimento sbagliato. La risposta che il capo brigatista Mario Moretti diede a Sergio Zavoli, che gli domandava con quale animo avesse affrontato i momenti prima dell’uccisione di Aldo Moro, è probabilmente uno di questi casi: “È difficile in un paese come il nostro, abituato al melodramma, spiegare la tragedia”. Se in Germania il sequestro Schleyer da parte della Raf apparve subito in una luce tragica – tanto che in un film girato a caldo, Germania in autunno, l’archetipo portante era l’Antigone di Sofocle – in Italia anche al caso Moro abbiamo adattato gli schemi più familiari del melodramma: la vittima tenuta ostaggio da barbari aguzzini, che testimonia nella sofferenza la sua virtù, smascherando viltà e macchinazioni dei vecchi compagni di partito. A questa consuetudine antica – Gramsci parlava di “malattia melodrammatica” – la storica Carlotta Sorba ha appena dedicato un libro prezioso, Il melodramma della nazione. Politica e sentimenti nell’età del Risorgimento (Laterza). Prezioso, perché mette in ordine e in prospettiva tratti più o meno latenti della vita pubblica italiana, dal culto della vittima all’onnipresenza delle lacrime all’ostentazione virtuosa dell’indignazione.

Ma al presente si arriva per vie tortuose. Dalla Francia prerivoluzionaria il mélo si propaga ai teatri d’Europa, dove conquista il suo pubblico con storie di vittime innocenti, di malvagi che le tengono prigioniere, di duelli e di raggiri, di una virtù trionfante dopo mille peripezie, il tutto tra luci e ombre violentissime, passioni arroventate, fiumi di lacrime che ne suggellano l’autenticità. Presto però il melodramma esce dai teatri e offre il suo canovaccio alle narrazioni politiche, specie a quelle del riscatto patriottico. In Italia la vittima è la Nazione oppressa da secoli, che patisce gli oltraggi dello straniero in attesa dei patrioti vendicatori della sua virtù. “Un giusto fremito per l’innocenza tradita, per la virtù oppressa, per l’infamia in trionfo”, recita un proclama del 1848 che pare la locandina di un mélo. L’impresa dei Mille verrà anch’essa narrata in questa chiave, e Mazzini in veste di spin doctor contribuirà a creare intorno a Garibaldi l’aura dell’eroe melodrammatico.



Il guaio è che, se in altri paesi le vie dell’intrattenimento e quelle della politica si separarono ben presto, in Italia questo non è avvenuto mai, o mai del tutto. Osserva Sorba in coda al libro che ancor oggi le cronache parlamentari sembrano figlie del melodramma, fitte di tradimenti, di intrighi, di un registro morale e sentimentale spinto all’eccesso. Ci sarebbe da scrivere un altro libro, sugli ultimi due decenni nel paese del melodramma, o almeno da immaginarlo. Un capitolo potrebbe affrontare l’insolito tasso di umidità della Seconda repubblica, tra le lacrime di Occhetto e le lacrime di Bersani, le lacrime della Fornero e le lacrime della Forleo, le lacrime di Livia Turco e le lacrime di Berlusconi. Chi non piange, qui, è sospettato di insincerità (e di colpevolezza certa, se si ritrova imputato). Un altro capitolo potrebbe trattare l’applicazione del repertorio melodrammatico a una lunga serie di vittime (possibili paragrafi: Moro, Pasolini, Berlinguer, Borsellino) e il vittimismo come ideologia nazionale trasversale. Un altro ancora dovrebbe mostrare come il mito della patria oppressa sia stato riversato, pari pari, in quello della Costituzione tradita o peggio stuprata, con i nazareni al posto degli austriaci. E un ultimo capitolo potrebbe risalire all’origine melodrammatica dell’indignazione virtuosa, capace di generare non solo occasionali campagne ma, cosa incredibile, interi partiti.




Sarebbe un libro gremito di scene madri, di “Che fai, mi cacci?” e di “Fassina chi?”; ma come superare in spirito melodrammatico il grido di battaglia dell’intrepido Civati, quando in vista del congresso lanciò il guanto di sfida ai centouno felloni? “Vendicherò Prodi e Rodotà”.

Articolo uscito sul Foglio il 28 febbraio 2015 con il titolo La politica italiana e quella storica tendenza al repertorio melodrammatico

martedì 10 settembre 2013

Perché la sinistra ignora Mc Luhan

Peppe Provenzano


Mauro Calise
l'Unità, 10 settembre 2013

È in edicola il numero di settembre di «Italianieuropei». Nel fascicolo il «Laboratorio partito», focus sul Pd che si accinge a una difficile fase congressuale per ridefinire profilo e strategie. Tra i saggi pubblicati proponiamo ai lettori de l’Unità quello di Mauro Calise.

COME È POSSIBILE, COME È SPIEGABILE CHE IL PD CI SIA RICASCATO ANCHE STAVOLTA? CHE ANCHE QUESTA CAMPAGNA GIÀ VINTA SIA STATA PERSA SULLO STESSO FRONTE, per lo stesso tallone d’Achille per il quale la sinistra, da almeno vent’anni, cede il passo al centrodestra? Per quale atavica maledizione la cultura degli ex comunisti e degli ex democristiani resta ostile, anzi addirittura estranea, alle regole anche le più elementari della comunicazione, che si tratti di vecchi o nuovi media?
Tra tutte le democrazie occidentali, i leader e i militanti del Pd sono i soli che si ostinano a credere che McLuhan fosse un parolaio. Ciò che conta è il contenuto del messaggio, non il contenitore e la sua forma: in barba a cinquant’anni di storia, i democratici restano convinti che the message is the media. Non si tratta solo di fare il processo, a proposito, non l’ho ancora letto, alla peggiore campagna elettorale italiana di questo secolo. Né di prendersela basta e avanza Crozza con i limiti di un candidato premier che, almeno, ha avuto sempre l’onestà di ribadire di non voler cambiare la propria personalità e il proprio stile. Il nodo è più radicale. Riguarda la profonda incomprensione, ai vertici come alla base del partito, del ruolo che la comunicazione svolge come vero e proprio codice genetico della società contemporanea. Per cui non è più uno dei canali attraverso cui la politica funziona, ne è diventato il motore. O, se preferite, il corpo. E, al tempo stesso, le ha rubato l’anima.
Il successo strepitoso di Grillo suona, per il Pd, come una riedizione riveduta e corretta e tecnologicamente aggiornata dello stesso meccanismo che aveva consentito a Berlusconi di sbaragliare in pochi mesi la «gioiosa macchina da guerra» con cui Achille Occhetto si era illuso di poter vincere le elezioni. Ancora una volta una vittoria certa si trasforma in bruciante sconfitta per l’emergere di una leadership carismatica che crea, quasi dal nulla, un ingentissimo seguito elettorale affidandosi allo sfruttamento strategico di un canale di comunicazione mediatica.
In questo caso, l’amarezza dell’occasione mancata è aggravata dal fatto che Grillo solo in parte ha attinto al serbatoio della destra qualunquista e conservatrice che si era precipitata al seguito del Cavaliere. Una parte molto consistente del voto ai cinquestelle documentano Fabio Bordignon e Luigi Ceccarini proviene dall’elettorato di sinistra e da una quota predominante delle fasce più giovani. E un’ulteriore e peggiore aggravante viene dal fatto che la televisione, dopotutto, era il dominio – anche privato – del Cavaliere. Ma come è stato possibile farsi prendere in contropiede sul web, che dovrebbe rappresentare il terreno naturale di coltura e di crescita di una organizzazione come il Pd, che ha alla base del proprio programma il cambiamento della società?
LA SOCIETÀ DELLA E-DEMOCRACY
Rosanna De Rosa nel libro che fa il punto sulla cittadinanza digitale ci ricorda che, quando Berlusconi scese in campo, gli utenti Internet erano solo lo 0,4% della popolazione mondiale; ma già nel 2000, con l’esplosione della blogosfera, «la percentuale era salita al 5,9%, e oggi un quarto della popolazione mondiale è in rete, un miliardo dei quali ha un profilo su Facebook». Nel frattempo, la e-democracy, rimasta per un ventennio poco più che un laboratorio di promesse non mantenute, diventava la nuova frontiera per conquistare la Casa Bianca. Nelle primarie del 2003-04 c’è l’exploit di Howard Dean, un outsider che sfiora un successo clamoroso grazie all’uso sistematico per la prima volta della rete in una campagna presidenziale. Facendo da apripista a Barack Obama che, quattro anni dopo, dovrà la propria vittoria all’appoggio di Move On, coi suoi tre milioni di iscritti, e alla straordinaria capacità di intercettare finanziamenti da una amplissima platea di simpatizzanti, quotidianamente sensibilizzati sui temi chiave della sfida con i repubblicani. Riversando poi gran parte dei fondi nell’acquisto di spazi televisivi costosissimi nei momenti di massima audience. Questo schema sarà ripetuto e perfezionato per le elezioni del 2012, anche grazie alla possibilità di utilizzare i database di alcuni dei più importanti motori di ricerca per sofisticatissime operazioni di targetting. Facendo già intravedere la fusione tra la capacità di diffusione virale della rete con la centralizzazione carismatica del messaggio da parte del leader.
Questo nuovo know-how tecnologico della strategia elettorale era, dunque, ben conosciuto, ottimamente documentato e a disposizione di chiunque volesse farne una leva di intervento. Durante un intero decennio, per il Pd è come se il tutto fosse avvenuto su un altro pianeta, inaccessibile e incommensurabile. Ma non per Grillo e il suo mentore telematico Casaleggio. Nel volgere di cinque anni, un bravo comico che era solito chiudere i suoi spettacoli fracassando un computer sul palcoscenico diventa il leader di un nuovo monstrum politico: un partito superpersonale virtuale. A conferma che la comunicazione oggi, ancor più di ieri, è il presupposto oltre che il volano dell’organizzazione. Oltre, ovviamente, che il requisito per la comprensione e la gestione dei processi di innovazione tecnologica grazie ai quali il popolo della rete non è imploso, vittima della propria crescita esponenziale.
Sono due i principali meccanismi o, più precisamente, ambienti procedurali e regolativi che impediscono la frammentazione del mondo che ruota intorno a Internet. Come i grandi motori di ricerca prima Aol, poi Yahoo! e Google avevano, coi loro algoritmi e cookies, messo ordine nella galassia infinita delle informazioni in rete, così spetterà ai blog e ai social network trasformare l’anomia della rete in un ambiente ricchissimo di legami sociali e capace di esprimere opinioni collettive. In alcuni aspetti salienti, la nascita della blogosfera ricalca in pochissimi anni il percorso habermasiano che aveva portato, nell’arco di due secoli, alla formazione della moderna opinione pubblica. I blog rappresentano, infatti, la crescita di una nuova élite culturale e, al tempo stesso, l’affacciarsi e il consolidarsi di un rapporto sempre più dinamico con i media tradizionali. Non appena i blog riescono a far emergere, dall’oceano indistinto della rete, le notizie e i temi più trendy, la stampa si affretta a rilanciarli, soprattutto attraverso le proprie testate online (...).
Qualsiasi sforzo di aggregazione delle opinioni quasi pubbliche espresse attraverso il web sarebbe, nondimeno, inimmaginabile senza il lavoro sotterraneo di creazione di un vero e proprio tessuto sociale della rete. La dimensione social introdotta dai network personalizzati, come Twitter e Facebook, non ha niente a che vedere con la categoria di società che è a fondamento dell’organizzazione moderna della vita. Anzi ne rappresenta, per molti aspetti, la sua crisi e destrutturazione. Al posto di classi e ruoli che hanno reso funzionante, gerarchicamente ripartita e, in qualche misura, prevedibile la società sviluppatasi intorno al macchinario satanico della rivoluzione industriale, i social network fanno emergere un infinito reticolo di molecole che si attraggono o si respingono in modo del tutto spontaneo (...).
Ricalcando il percorso aristotelico da cui nasce l’idea stessa di politica, anche la politica in rete prende forma e trova ancoraggio nello sviluppo della socialità. Così come nella lezione sartoriana lo zoon politikon di Aristotele era, in primis, un animale sociale, così anche il netcitizen comincia a prendere forma solo dopo essere riuscito a inserirsi e immedesimarsi nei nuovi circuiti social. Mentre per oltre trent’anni lo sperimentalismo democratico via Internet era rimasto confinato agli spazi e agli effetti di piccole eutopie, con la nascita e la fulminante espansione dei social network l’e-democracy trova finalmente un suo zoccolo duro, un radicamento, una prassi ben collaudata da cui cercare di spiccare il salto alla conquista del politico.
SE NE PARLI AL CONGRESSO PD
A quest’appuntamento, la sinistra italiana è clamorosamente mancata. E il vuoto è tanto più profondo perché la rivoluzione di Internet interseca tutti i settori più vitali della società. Per limitarsi all’esempio più importante, l’intero percorso formativo si sta digitalizzando. Ma lo fa su scala globale, rischiando di lasciare al palo quei contesti geoculturali che continuano a opporre resistenze. Nelle nostre scuole medie, i libri di testo solo ora stanno cominciando ad adeguarsi ancora lentamente e con una qualità quasi sempre scadente alle pratiche connaturate alla generazione dei nativi digitali, improntati alla sindrome di amazoogle: cercare e trovare online i materiali che ti servono. Resistenze, se possibile, ancora maggiori si riscontrano all’interno delle università, dove i ministri di centrodestra con la complicità di quelli di sinistra sembrano aver risolto il problema dividendolo in due campi separati: da un lato, le cosiddette «telematiche», aziende private con licenza di laureare, che erogano corsi a distanza lautamente retribuiti; dall’altro, le statali, che non hanno risorse e stimoli per affrontare la sfida che, tra pochi anni, rischia di metterle fuori mercato.
Il nuovo format dell’educazione in rete, l’insegnamento in modalità Mooc (Massive open online courses), ha reclutato, nel 2012, oltre venti milioni di studenti. Coinvolgendo i principali e più prestigiosi college americani, ma anche molte università di taglia media che cercano di rimanere a galla sperimentando un modello di business misto, in cui i corsi a distanza integrano quelli molto più onerosi in presenza (...). Per chi scrive, resta un mistero doloroso come mai la sinistra, e in primis il suo maggior partito, non sia schierata per fare di Internet e del suo rapporto con la scuola la sua testa possibilmente pensante di ponte in un ambiente sociale fertilissimo di stimoli e avidissimo di una rappresentanza che continua a essergli negata. O meglio, che è riuscito a trovare, in extremis e spesso in modo confuso, nella disponibilità del M5S. Una disponibilità non limitata ai contenuti e alla libera espressione, ma che ha investito anche il nodo più delicato: il reclutamento di un nuovo ceto politico.
Nessuno pensa che Internet possa essere la panacea per la crisi politica profondissima in cui il Paese si dibatte. Né una scorciatoia palingenetica per l’iter complesso e faticoso di selezione di una classe parlamentare in grado di governare processi deliberativi e decisionali sempre più complessi. Ma non v’è dubbio che l’ingresso in Camera e Senato dei cittadini venuti dal web abbia, per il Pd, il gusto amaro di un’occasione mancata. Ancor più visti i profili di neodeputati e neosenatori, molti dei quali sono apparsi fin dagli esordi dotati di una propensione all’autodeterminazione non facilmente conciliabile con il dirigismo autocratico che caratterizza gli interventi di Grillo. La partita, tuttavia, non è chiusa. Si va ai tempi supplementari. E possiamo ancora sperare che al centro del prossimo congresso non ci sia solo la discussione su «cosa» dire, ma anche una riflessione su «come» (...). Visto dall’esterno, il ritardo potrebbe apparire incolmabile. Ma, dall’interno, non si può mollare. Provaci ancora, Pd.


Paolo Gerbaudo
Il partito piattaforma La trasformazione dell’ organizzazione politica nell’ era digitale

© 2018 Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Podemos, il M5s e i Partiti Pirate sono stati spesso descritti come “partiti digitali” o come “partiti rete” per il modo in cui essi hanno abbracciato in modo entusiastico una serie di strumenti e servizi che sono diventati il simbolo della presente società digitale. Tale carattere digitale è visibile a diversi livelli di profondità: nella loro comunicazione esterna e nella loro organizzazione interna. Esternamente queste formazioni hanno cavalcato la potenza comunicativa delle reti sociali come Facebook e Twitter o su canali dedicati su YouTube, per costruire una base attiva di sostenitori e simpatizzanti. Internamente esse hanno sviluppato una serie di piattaforme decisionali online per chiamare gli iscritti a discutere e votare su politiche, cariche interne e candidati.

Tale trasformazione digitale del partito politico è parte di un processo più generale, visibile anche in partiti più tradizionali e nel modo in cui hanno adottato strumenti e pratiche digitali nella loro comunicazione. Basti pensare ad esempio all’uso dei social media in recenti campagne elettorali, come quelle di Obama nel 2008 e nel 2012, o al ruolo da essi giocato nella vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, o ancora alle innovazioni sul versante digitale introdotte da nuove organizzazioni come Momentum, il movimento di sostegno a Jeremy Corbyn come leader del Labour. Tuttavia è nei “partiti digitali” propriamente detti che tale trasformazione acquisisce le forme più radicali e rivelatrici della presente trasformazione della forma partito. Per questi partiti la parola “digitale” designa solo un insieme di strumenti ma anche un modo di concepire il mondo influenzato dalla cultura digitale e in particolare dalla cultura hacker [Levy 1996], con i suoi valori di autonomia, partecipazione, creatività e trasparenza. L’emergere di queste formazioni offre un’occasione per leggere una serie di tendenze che vanno ben oltre queste formazioni e che si può considerare destinate a ridefinire in modo sistemico la natura dei partiti politici. 

Il partito digitale è prima di tutto un partito nuvola, un partito leggero della leggerezza che hanno le piattaforme software digitali, accessibili da ogni dispositivo, e in cui la comunicazione digitale diventa sostitutiva dell’infrastruttura fisica, come quella di uffici, circoli e sezioni che caratterizzava i partiti tradizionali. In secondo luogo si tratta di un partito startup, una forma di organizzazione caratterizzata da crescita rapida e alta scalabilità, ma pure da alta mortalità. Infine è un partito forum, un’organizzazione che deve la sua energia alle discussioni e alle deliberazioni condotte dai propri iscritti sulle piattaforme decisionali e sui canali social collegati al partito. Questa leggerezza e flessibilità della nuova forma partito digitale presenta sia vantaggi che svantaggi. Da un lato esse consentono di incitare e incanalare l’entusiasmo della base, in modo simile a quanto succede con i movimenti sociali. Dall’altro lato esse rischiano di riprodurre e estremizzare alcune psicopatologie dell’era neoliberista e del suo individualismo. L’aspetto radicale di questa nuovo modello di organizzazione politica consiste nella sua promessa di una democrazia digitale, più diretta e trasparente di quella offerta dai partiti tradizionali e dalle istituzioni. L’innovazione portata dal digitale nel terreno della democrazia interna dei partiti politici non significa tuttavia che queste formazioni segnino la fine della rappresentanza politica, e l’emergere di una situazione di “orizzontalità” per usare un termine in voga presso fautori della democrazia digitale di fede libertaria. Al contrario la creazione di processi di democrazia dal basso è accompagnata dall’emergere di forme di leadership carismatica, come visto nel ruolo giocato in questi partiti da figure come Pablo Iglesias nel caso di Podemos e di Beppe Grillo nel Movimento 5 Stelle. Questo rafforzamento della base e del vertice del partito, l’emergere di una “superbase” che si specchia in un “iperleader” legati da un’alleanza spesso conflittuale, indebolisce invece le strutture intermedie, l’apparato di partito, sospettato di essere la sacca in cui si annidano i maggiori rischi di distorsione democratica.