Marco Damilano Oggi il partito più romano è quello di Salvini Domani, 24 maggio 2026
C’è un partito che vanta una permanenza al governo superiore a quello di Meloni: la Lega. Il cui mistero politico è di stare da un decennio incollato alle poltrone dell’esecutivo con la postura di chi sta sempre all'opposizione. Il nord è una priorità oramai fumosa, la corsa a destra un boomerang
Nel decennio dell'immobilismo e della stagnazione, con il Pil italiano superiore al livello del 2007 di appena l'1,9 per cento, mentre Francia, Germania e Spagna sono cresciute di quasi il 20, c'è un primato poco indagato. Altro che Giorgia Meloni, c'è un partito che può vantare una permanenza al governo più duratura della sua.
È la Lega di Matteo Salvini. Nel novembre 2017 il partito fondato da Umberto Bossi ha cambiato nome, da Lega per l'indipendenza della Padania a Lega per Salvini premier. Sono passati otto anni esatti dal primo giugno 2018, il giorno del giuramento del governo Conte 1.
In questi otto anni, salvo la pausa del Conte 2, la Lega è stata al governo quasi 6 anni e mezzo, 2300 giorni, più di ogni altro partito, con ogni formula: la maggioranza politica di destra (governo Meloni), le larghe intese, senza Fratelli d'Italia ma con il Pd (governo Draghi), il bicolore gialloverde con i 5 Stelle (governo Conte 1).
C'è una figura che simboleggia tutto questo: Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Conte, ministro dello Sviluppo economico con Draghi, ministro dell'Economia con Meloni. Una specie di doroteo padano, che si esprime per borbotti, l'apparente buonsenso del vivere alla giornata con cui oggi deve guidare l'economia più debole dell'Unione europea, ultima per crescita del Pil e prima per debito.
Per raggiungere la vetta nella classifica della durata Giorgia Meloni sta rinunciando a tutto il resto, sfornando decretini, tagli delle accise, finanziamenti per i camionisti. Ma il mistero politico è un partito che da quasi un decennio sta incollato alle poltrone di governo con la postura di chi sta sempre all'opposizione.
Papeete non lontano
Negli ultimi giorni Matteo Salvini ha dato segni di insofferenza. Il Papeete è lontano, nonostante l'allusione dell'ex Capitano alla legislatura che potrebbe finire prima. Ma passa di nuovo da lì, da Salvini, la crepa che divide la maggioranza che governa l'Italia da quasi quattro anni.
Nell'incertezza sul da farsi il ministro Calderoli ha estratto un classico del repertorio leghista: il ricatto leghista sull'autonomia. Senza l'autonomia non si fa la nuova legge elettorale, ha ruggito il ministro, come faceva Bossi ai bei tempi, quando con due carte in mano faceva ballare i governi. Oggi l'autonomia nessuno sa bene cosa sia, come non si è mai capito cosa fossero davvero la secessione del dio Po, la devoluzione, il federalismo fiscale.
Per la Lega è un marchio identitario sbiadito, oggi non c'è partito più romano. E nel 2015 Salvini operò una conversione, trasformando la Lega nord in Lega nazionale, sostituendo l'Europa all'Italia, l'odiata Bruxelles a Roma ladrona, con l'obiettivo di intercettare il vento sovranista e nazionalista che soffiava in tutta Europa. Per un po' ha funzionato, la Lega è stata in Italia quello che era Farage in Gran Bretagna, Marine Le Pen in Francia, Donald Trump negli Usa.
Poi c'è stato il suicidio politico della crisi estiva nel 2019 ed è arrivata Giorgia Meloni a portare via tutto. Dell'antico partito del Nord restano tre presidenti di regione, Luca Zaia, Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, che sono già ex (Zaia) o in procinto di diventarlo, in assenza del terzo mandato. Mentre sulla strategia sovranista è piombato la concorrenza elettorale del generale Roberto Vannacci, incubato dalla Lega di Salvini. Il fattore Vannacci, come in un effetto a catena, spinge la Lega a destra per non lasciare scoperto il fianco, ma così alimenta i Ben-Gvir interni, come la consigliera leghista di Lecco che ha evocato la macchina contro la folla nel comizio di Elly Schlein.
Un rebus insolubile: ritornare indietro, alla rappresentanza del Nord, significa per Salvini consegnare la Lega al Fienile di Zaia, come si intitola il fortunato podcast dell'ex presidente veneto. Proseguire sulla strada del sovranismo vuol dire alimentare la retorica di un attore spregiudicato come Vannacci che ha di fronte a sé le praterie elettorali.
Restare fermi corrode un pezzo di consenso decisivo per tutta la coalizione di destra in vista del voto del 2027. Non basta portare in ritiro i parlamentari leghisti per rimotivare la squadra. Anzi, le defezioni rischiano di aumentare. E il risultato delle elezioni amministrative di oggi e domani, per il voto di lista, è un test soprattutto per la tenuta della Lega salviniana.
Dal destino di Salvini, per quanto possa sembrare incredibile, dipende anche quello di Meloni. Come si vede in questi giorni di tensioni anche parlamentari sul finanziamento delle spese militari.
Nel governo che insegue il record di durata ma incassa il record dell'immobilismo i tre leader Meloni, Salvini e Tajani sono costretti al tirare a campare. Ma uno dei tre ha meno tempo degli altri per decidere come resistere anche al prossimo giro. Anche staccando la spina e puntando sul pareggio elettorale che nella prossima legislatura segnerebbe lo scioglimento delle coalizioni e restituirebbe a ogni leader, piccolo o grande, la sovranità in casa sua.
Michel
Winock, storico: "Nell'universo simbolico della sinistra, la
Comune è un punto di riferimento indiscutibile."
Nel suo nuovo libro, lo storico rende giustizia alla ricchezza sociale e politica dell'insurrezione parigina del 1871, un "mito universale" che ancora oggi infonde speranza.
Commemorazione del 150° anniversario della Comune di Parigi, davanti al Municipio di Parigi, 18 marzo 2021. HERVÉ CHATEL/ HANS LUCAS
“La Comune. La guerra civile francese. 18 marzo 1871”, di Michel Winock, Gallimard, “I giorni che hanno fatto la Francia”, 336 p., €22,50, versione digitale €16.
Il 18 marzo 1871, Parigi fu teatro di un'insurrezione che diede vita alla Comune di Parigi, un'esperienza il cui ricordo rimane ricco di significato e speranza, soprattutto per la sinistra, ma non esclusivamente. "Il cadavere giace a terra, ma l'idea resta viva ", riassumerebbero gli eredi di questa rivolta, riprendendo una frase di Victor Hugo (che visse prima della Comune). È proprio con una sensibilità affine a quella del grande scrittore che lo storico Michel Winock ha scritto il suo nuovo libro, * La Comune: La guerra civile francese* , pubblicato da Gallimard nella collana "Giorni che hanno fatto la Francia". Scritta con uno stile elegante e commovente, questa sintesi rende giustizia alla ricchezza sociale e politica di un evento divenuto un "mito universale " .
Il suo primo libro, scritto in collaborazione con Jean-Pierre Azéma, scomparso nel luglio 2025 , era dedicato ai comunardi. Sessant'anni dopo, come si è evoluta la sua prospettiva di storico riguardo a questo evento?
"I comunardi" , un breve libro scritto con Jean-Pierre Azéma, fu pubblicato da Seuil nel 1964, lo stesso anno de "Il processo ai comunardi" di Jacques Rougerie [1932-2022] , pubblicato da Juilliard. Pur diverse tra loro, le due opere condividevano un punto in comune: la loro fuga dal dominio storiografico del Partito Comunista. Rougerie stava allora preparando la sua tesi sulla Comune; noi eravamo semplicemente divulgatori. Pur rifiutando la storia militante, eravamo simpatizzanti della Comune di Parigi, dove potevamo individuare i fondamenti di un socialismo autogestito, indipendente dal Partito Comunista (screditato dopo la repressione in Ungheria nel 1956) e dal Partito Socialista (che aveva condotto la guerra d'Algeria).
Per quanto riguarda l'accertamento dei fatti, nulla mette in discussione questa ricostruzione iniziale, che è stata però arricchita dalla ricerca condotta da Rougerie. È piuttosto nell'ambito dell'interpretazione che la mia prospettiva si è modificata. In parole semplici, direi che non guardo più all'evento attraverso gli occhi di Jules Vallès, ma attraverso quelli di Victor Hugo. Vale a dire, attraverso gli occhi degli altri vinti, i conciliatori, coloro che, come Hugo o Clemenceau, cercarono di scongiurare la guerra civile. Lo stesso Karl Marx scrisse a un suo corrispondente nel 1881: "Con un po' di buon senso, [la Comune] avrebbe potuto raggiungere un compromesso con Versailles che sarebbe stato utile a tutta la massa del popolo, l'unica cosa possibile a quel tempo".
La memoria della Comune è stata a lungo legata allo studio di quello che viene definito il "movimento operaio", un'espressione ormai oscura a molti. La relativa marginalizzazione della storia sociale porta forse alla marginalizzazione dell'esperienza comunarda?
Per lungo tempo, la storia sociale è stata spesso confusa con la storia del "movimento operaio": lo studio degli scioperi, delle organizzazioni e delle figure sindacali o socialiste. Il Dizionario biografico del movimento operaio di Jean Maitron e la rivista Le Mouvement social (Il movimento sociale ) illustrano la portata di questa nascente "storia del lavoro" dopo il maggio 1968. Diversi fattori hanno indebolito questa corrente: la disillusione seguita alla vittoria socialista del 1981, la deindustrializzazione, il crollo del comunismo e così via. Sono emersi nuovi ambiti di studio: la condizione femminile, l'emigrazione, l'ambiente, gli studi postcoloniali e così via. Oggi, storia sociale e storia del lavoro non sono più confuse. Tuttavia, la Comune di Parigi appartiene a diverse categorie. È ormai assodato che la maggior parte dei comunardi erano operai. Tuttavia, la Comune è anche parte della storia del patriottismo (la Resistenza), della storia politica (la difesa della Repubblica, l'esperimento della democrazia diretta, la richiesta di una Repubblica federale) e della storia religiosa (l'anticlericalismo, la separazione tra Chiesa e Stato), della storia delle donne, della storia della città, della storia letteraria, per non parlare della storia della mitologia politica tramandata dai suoi discendenti e della sua universalità.
Nel suo libro, lei sottolinea in particolare la dimensione patriottica della rivolta, che a suo dire è stata spesso sottovalutata. Perché?
La Comune non sarebbe esistita senza la guerra franco-prussiana. Fu durante l'assedio di Parigi che sorse l'opposizione contro il governo provvisorio, succeduto a Napoleone III, da parte di molti parigini e di gran parte della Guardia Nazionale, che invocavano la guerra "fino alla fine". All'inizio dell'assedio, si accese un barlume di speranza per un'unione sacra, come espresse Auguste Blanqui nel suo diario. Questa speranza non durò a lungo e, di fronte all'inazione del generale Trochu e dei suoi colleghi, i rivoluzionari lanciarono il grido di battaglia "Comune!" in ricordo del 1792-1793. Questo aspetto è spesso sottovalutato o criticato (come accadde con Lenin), perché il patriottismo nato dalla Rivoluzione francese si era nel frattempo spostato a destra. Eppure, per molti, il sostegno alla Comune fu determinato dall'umiliazione dell'armistizio.
Oggigiorno, la memoria della Comune è in gran parte custodita dalla sinistra tradizionale, che alcune figure di La France Insoumise (LFI) chiamano con condiscendenza "sinistra bianca". Eppure, lei ci ricorda la dimensione internazionalista della Comune, molti dei cui partecipanti non erano francesi…
Questa nozione di "sinistra bianca" è assurda e mira solo a dividere. La cultura di sinistra comprende sia le lotte per la decolonizzazione e l'antirazzismo, sia le lotte sociali. Inoltre, il movimento comunardiano era in larga parte internazionalista. In primo luogo, al suo interno: si pensi a Elisabetta Dmitrieff, una delle figure di spicco della Comune, che era russa; Jarosław Dombrowski, uno dei suoi migliori comandanti militari, insieme a Walery Wroblewski, entrambi polacchi… Mille settecentoventicinque stranieri furono fatti prigionieri dopo la "Settimana di Sangue": i più numerosi erano belgi, italiani, olandesi, polacchi e svizzeri. Versailles accusò l'insurrezione parigina di essere "cosmopolita". Fu anche attraverso le sue ripercussioni all'estero che la Comune assunse una dimensione internazionale, come Quentin Deluermoz dimostrò chiaramente nella sua opera Commune(s), 1870-1871. Un viaggio attraverso i mondi nel XIX secolo [ Seuil, 2020] . Manifestazioni di sostegno ebbero luogo in particolare a Londra, Bruxelles, Hannover, New York… Non dimentichiamo inoltre la minoranza del consiglio della Comune che apparteneva all'Internazionale dei Lavoratori, la cui sede era a Londra, guidata da Karl Marx.
«Se sarò eletto, andrò al Muro dei Comunardi», dichiarò Jean-Luc Mélenchon nel 2021, autoproclamandosi “custode” di questa storia. Più recentemente, durante le elezioni comunali, il suo movimento ha invocato il “comunalismo”. Cosa vi suggerisce tutto ciò?
Nell'universo simbolico della sinistra, la Comune è un punto di riferimento indiscutibile. Ma, come sappiamo, l'insurrezione parigina del 1871 si è prestata, e continua a prestarsi, a interpretazioni divergenti. LFI (La France Insoumise) allude al "comunalismo": significa forse che Mélenchon aderisce all'idea di una repubblica federale, ispirata da Proudhon, come spiegato nella Dichiarazione al popolo francese del 19 aprile 1871: "L'autonomia assoluta della Comune non avrà altri limiti se non il diritto all'uguale autonomia per tutte le altre comuni aderenti al contratto, la cui associazione deve garantire l'unità francese"? Si dice generalmente che Mélenchon sia rimasto un trotskista; la sua adesione al "comunalismo" dimostrerebbe il contrario. Trotsky affermava che ai comunardi mancava "un'organizzazione di leadership centralizzata ". Quindi, Mélenchon, come lui o come Lenin, è un sostenitore del centralismo? Oppure si è convertito a Proudhon, difensore dell'autonomia delle comuni, "apostolo del principio federale su cui si fonda il movimento comunalista" [Edmond Lepelletier, Histoire de la Commune de 1871, 1911] ? Questa seconda ipotesi sarebbe uno scoop per me.
Come ha dimostrato Eric Fournier in un saggio sugli usi contrastanti della memoria comunarda ("La Comune non è morta", Libertalia, 2013), questa memoria continua a essere rivendicata sia dalla sinistra che dalla destra identitaria. Come si può spiegare questo fenomeno?
Anarchici, marxisti, comunisti, socialisti… Tutte le fazioni della sinistra traggono dalla Comune un esempio creativo ed eroico, pur giungendo a conclusioni divergenti. Esiste però anche una tradizione di estrema destra filo-comunista, iniziata da Édouard Drumont [1844-1917] , autore del pamphlet antisemita *La Francia ebraica *. In *La fine di un mondo*, elogia figure come Benoît Malon, Varlin, Theisz, Avrial e Langevin, descrivendoli come bravi operai francesi, e spiega la sconfitta della Comune con il ruolo svolto dagli ebrei, "i veri istigatori delle guerre civili". Per Drumont, l'obiettivo era quello di allontanare i lavoratori dalla Repubblica corrotta e odiata. Questa tradizione si ritrova nella storia del populismo fino ai giorni nostri, con la difesa del "popolo" contro le élite "ebraiche" . Nel 1938, Brasillach, insieme ai suoi amici fascisti di Je suis partout , depose una corona di fiori al Muro dei Comunisti, "alle prime vittime del regime". François Duprat [1940-1978] , ideologo e numero due del Fronte Nazionale, proclamò: "Non saremo mai dalla parte del governo di Versailles". L'antisemita e negazionista dell'Olocausto Alain Soral, dal canto suo, contrappose il popolo patriottico dei Comunisti a una borghesia venduta alla Germania nel 2011.
Lei dimostra l'importanza della Comune nell'immaginario collettivo delle "guerre francesi". Come dovremmo considerare la sua eredità in un momento in cui lo spettro della "guerra civile" si ripresenta con forza?
I settantadue giorni della Comune di Parigi si inseriscono a pieno titolo nel ciclo di conflitti interni che hanno scandito la nostra storia, almeno dalle guerre di religione. La Comune è anche Versailles. È il grido di battaglia del ministro Jules Favre che chiedeva che l'insurrezione parigina fosse "punita" senza pietà; è il rifiuto del governo di negoziare con il Comitato Centrale della Guardia Nazionale; sono le grida di odio manifestate dalla stampa di Versailles; è, infine, l'implacabile repressione degli insorti. Da parte parigina, è la stessa intransigenza nei confronti dei pacificatori che, facendo la spola tra Versailles e l'Hôtel de Ville, cercarono di scongiurare il peggio; è l'esecuzione degli ostaggi durante la "Settimana di Sangue". Questo radicalismo alimenta le posizioni intolleranti della nostra narrativa politica di lunga data. Pur potendo rallegrarci del fatto che la guerra delle armi sia stata sostituita dalla guerra delle parole, resta il fatto che, nell'Assemblea Nazionale, nella stampa e soprattutto sui social media, gli scontri sono ancora il più delle volte di natura bellicosa: gli avversari sono quasi sempre nemici, e nemici da eliminare. Contro questa imitazione della guerra civile, contro l'ascesa dell'estremismo, la nostra cultura repubblicana non è priva di risorse: è anche la cultura del superamento delle nostre divisioni storiche.
DONATELLA DELLA PORTA I destini d'Europa e la pace dei vivi, La Stampa, 23 febbraio
Ci si chiede dove siano finiti i
pacifisti, perché mai tacciano, quando ormai a decidere sembra siano già
granate, bombe e proiettili. Forse però bisognerebbe chiedersi dove
sarebbero quelli favorevoli alla guerra, che l'assecondano e la
propiziano. Nei più grandi Paesi europei sarà forse una minoranza. Il
punto è che l'opinione pubblica è letteralmente attonita, frastornata,
ancora incapace di reagire. Stiamo risalendo la china della pandemia,
che oltretutto non è ancora finita, e anziché poter guardare con qualche
speranza al futuro ci risvegliamo dopo due anni di incubo con una
guerra nel cuore dell'Europa. Per di più una guerra combattuta con le
nuove armi dell'intelligence e dell'informazione, ma per il resto
tradizionale, anzi tradizionalissima. Donne, anziani e bambini in fuga
dalle loro case, carri armati che avanzano, riserve di sacche di sangue
pronte all'uso, dato che le vittime vengono calcolate già in migliaia.
Ci sentiamo proiettati nel passato più tetro, quello anzitutto della
guerra dei Balcani. Come se non fossero bastati quei massacri, il
genocidio di Srebrenica. E questo dovrebbe avvenire di nuovo in Europa?
Già provata dalla pandemia?
In questi
giorni abbiamo sentito quasi solo il parere degli "esperti", che ormai
occupano lo spazio pubblico. E in questo caso sono in particolare gli
strateghi di geopolitica che spiegano con dovizia di particolari quali
sono le cause e le mosse, in un fronte e nell'altro. Ma ora più che mai
abbiamo invece bisogno di politica e di una visione che sappia indicare
una via d'uscita dal pantano bellico. Se siamo sbigottiti di fronte a
una tale escalation, da non riuscire ancora a reagire, è perché in molti
hanno confidato nelle capacità diplomatiche, soprattutto europee, di
trovare un accordo. Non ci basta chi si limita a tuonare contro Putin -
che certo è un autocrate - demonizzando la Russia. E per farlo più
agevolmente tira in ballo vecchi scenari sovietici. Come se dall'altra
parte non esistessero gravi responsabilità. Finora la voce politica che
si è levata è quella di Romano Prodi. Il rischio in Italia, dove in
genere si parla quasi solo dei fatti di casa, e poco dell'estero, è che
la gente semplicemente non capisca. Chi spiegherà a quanti dovranno
pagare il rincaro delle bollette, o magari subire conseguenze ancora più
devastanti dalla crisi energetica, che l'Ucraina deve entrare a tutti i
costi nella Nato? E le sanzioni alla Russia non si tradurranno in
punizioni per noi?
Proprio all'inizio
di questo nuovo secolo il filosofo Jürgen Habermas parlava di
"Occidente diviso" attribuendo a questa espressione un valore positivo -
e in nessun modo negativo, come si suole fare oggi. All'indomani della
guerra in Iraq, di cui paghiamo ancora gli effetti, Habermas
sottolineava la frattura tra una politica americana che seguiva i propri
interessi per un verso violando la legalità internazionale, addirittura
i principi giuridici fondamentali, per l'altro ignorando del tutto i
tradizionali alleati europei. A proposito di quest'ultimo punto basti
pensare all'ignominiosa fuga dall'Afghanistan, avvenuta come se la Nato
non esistesse. A quell'unilateralismo americano Habermas contrapponeva
il progetto cosmopolitico che, malgrado le guerre devastanti e, anzi,
proprio sulla base delle esperienze belliche, ha sempre animato
l'Europa. Noi proveniamo da qui, siamo eredi di Kant e del suo grande
monito sulla pace perpetua. Perché se si lascia che la guerra anche solo
si insinui tra i popoli europei, allora ci sarà la pace eterna dei
cimiteri, non la pace dei vivi in grado di trovare un accordo. Ma siamo
eredi anche di quel pensiero critico che ci ha insegnato che lo Stato
nazionale con i suoi confini rigidi, che respinge e discrimina i
migranti, è un grande problema per l'Europa. Lo vediamo oggi in Ucraina.
Perché dove popoli e lingue si mescolano, la nazione diventa una
forzatura e una fonte di conflitti. Ciò è emerso anche in altri scenari.
Prima di parlare di "sovranità" e di "integrità territoriale", come si
fa in queste ore, bisognerebbe parlare di popoli ed esseri umani. Per
questo serve il federalismo. Per questo l'Unione europea avrebbe dovuto
essere da tempo una forma politica sovranazionale in grado proprio
perciò di prevenire situazioni di crisi come quella attuale. Chi oggi è
pacifista è anche europeista e pensa che l'Europa, questo Occidente
antico e altro, debba essere protagonista e intervenire immediatamente
per evitare ancora eccidi. —
ROMANO PRODI Il Foglio, 23 febbraio 2022
“Il discorso fatto lunedì da Putin era un discorso arrogante, triste,
pericoloso. È un discorso che ci fa rimpiangere la stagione della Guerra
fredda, durante la quale l’angoscia della tragedia infinita non
permetteva alle piccole e tangibili tragedie di manifestarsi
con la forza d’urto che stiamo vedendo in queste ore. Putin ha ripescato
il leninismo, la Grande Russia, e ha usato la retorica della nostalgia
per spingere se stesso verso il limite più estremo a cui può arrivare
senza dover sparare un solo colpo. Ha fatto
un atto di guerra, ma non ha fatto ancora la guerra, e sta giocando una
partita da pokerista: avanza dove non c’è resistenza e mette
l’occidente, e l'Europa, di fronte alle sue contraddizioni”.
Contraddizioni di che tipo? “La prima contraddizione è ovviamente
economica. L'Europa fa bene, anzi benissimo, a studiare tutte le
sanzioni possibili. E bene ha fatto ieri Scholz, il cancelliere tedesco,
ad annunciare lo stop ai lavori di Nord Stream 2. Ma Putin sa
perfettamente che l'Europa difficilmente utilizzerà sanzioni
così dure in grado di uccidere l’economia europea. E Putin, purtroppo,
sa bene che l'Europa si presenta di fronte a questo appuntamento
formalmente unita, certo, ma con una oggettiva diversità di interessi.
Testimoniata anche da due fattori evidenti. Mi dica
lei: l'Europa ha una politica energetica comune? Purtroppo no. E poi:
l'Europa ha una politica di difesa comune? Purtroppo no. Siamo divisi
militarmente, siamo divisi politicamente, abbiamo di fronte a noi solo
un’unità economica e di conseguenza quando succedono
grandi incidenti non si riesce a fare molto. Il coltello dalla parte del
manico oggi ce l’ha Putin. Le reazioni dell'Europa, non per cattiveria,
non per mancanza di volontà, ma non potranno mai essere sufficienti, se
parametrate a quello che sta facendo la
Russia. E sfortunatamente, se di fronte ai grandi problemi del mondo non
si è uniti, allineati cioè anche nella difesa degli interessi
strategici, le democrazie liberali rischiano di fare un passo indietro e
rischiano di osservare in modo passivo i passi in
avanti delle democrazie illiberali”. Stanno vincendo i cattivi? “Io non
so chi sta vincendo. So quello che sta succedendo”.
Min REUCHAMPS (dir.), 2015, Minority Nations in Multinational Federations. A Comparative Study of Quebec and Wallonia, London – New York, Routledge, 198 p.
1 Délicate
mais nécessaire entreprise que celle d’aborder la question des
fédérations multinationales d’un point de vue comparatif. C’est leur
capacité à surmonter les crises dont elles sont périodiquement affectées
qui attire en général l’attention des chercheurs. Les cas du Pays
basque en Espagne, de la Bavière en Allemagne, du Québec au Canada, de
la Flandre en Belgique et, plus récemment, de l’Écosse au Royaume-Uni
sont là pour le prouver. Dans le passé, c’était presque une règle de
rapprocher le Québec de la Flandre, du fait des similitudes entre les
deux régions : elles représentaient les exclus, ou les faibles, au sein
de leurs États respectifs. Les choses ont cependant changé depuis, la
Flandre étant, en Belgique, la région de loin la plus riche et la plus
peuplée. Désormais, c’est la comparaison entre le Québec et la Wallonie
qui s’impose. Les auteurs de ce collectif s’y attachent en privilégiant
l’analyse, menée de l’intérieur, des deux régions conçues comme étant
des réalités autonomes, par rapport à celle des relations que ces deux
unités entretiennent avec les structures fédérales dont elles font
partie. En tant que le Québec et la Wallonie font figure de petites
patries, un regard attentif doit être porté sur ce qui se passe à
l’échelle locale. Telle est la prémisse des travaux réunis dans ce
volume. On la retrouve aussi bien dans l’introduction de Min Reuchamps
qu’au fil des pages et dans la conclusion de Michael Burgess.
2Les
événements examinés dans l’ouvrage remontent aux années 1960, quand le
Québec entame sa « révolution tranquille » et la Wallonie prend
conscience de son statut minoritaire du point de vue social et
économique. Là commence un processus qui atteint son faîte en 1995. Au
Québec, ce fut l’année du deuxième referendum sur l’indépendance : le
« non » remporta une victoire arrachée de justesse. Dès lors, la
tendance à l’accroissement des pouvoirs attribués au Québec dans le
cadre de la Fédération s’accentua et se révéla porteuse de nombreux
résultats. 1995 est également une date cruciale pour la Wallonie,
puisque, pour la première fois, est élu directement un Parlement wallon.
Les pouvoirs dévolus à la région s’étant encore étoffés depuis,
l’ensemble de l’édifice tend à se rapprocher de celui d’un État sans s’y
identifier tout à fait. Les différences entre les deux cas envisagés
demeurent cependant importantes ainsi que le rappellent, respectivement,
Luc Turgeon et Jean-François Caron dans les deux chapitres qui forment
la première partie de l’ouvrage (Setting the stage). Le Québec
représente 25 % seulement de la population canadienne et, dans le pays,
les francophones proprement dits sont encore moins nombreux par rapport à
la population totale, puisqu’ils n’excèdent pas les 20 %. Dans le
contexte belge, la population de la Wallonie représente 32 % de la
population totale, tandis que la part de francophones, avec Bruxelles,
atteint 41 %. Fait remarquable, tout en étant un pays majoritairement
flamand, la Belgique a une capitale dont 80 % de la population s’exprime
en français. De surcroît, la Wallonie était en fait englobée depuis
longtemps dans une Belgique francophone officiellement majoritaire, ce
qui contraste nettement avec la situation traditionnellement minoritaire
du Québec. Qu’on ajoute à cela le vieux statut provincial du Québec et
la constitution toute récente de la Wallonie en région autonome et l’on
aura une idée de l’écart qui sépare les deux réalités.
3Venons-en
aux deux autres parties plus détaillées du livre. Tandis que la
deuxième (trois chapitres) est consacrée à la politique (Politics), la troisième, et dernière (trois chapitres), l’est, quant à elle, aux stratégies d’action (Policies). La deuxième partie s’ouvre par une étude sémiologique (à vrai dire, les auteurs – Heidi Mercenier, Julien Perrez et Min Reuchamps
– parlent de lexicométrie, de linguistique cognitive et de science
politique). Il s’agit de voir quelle image de la région est offerte par
les programmes électoraux des partis politiques entre 1994 et 2014. Il
apparaît que la question identitaire domine au Québec, tandis qu’en
Wallonie elle va de pair avec la question sociale. Les métaphores
employées privilégient l’effort de construction d’une nouvelle nation au
Québec, là où c’est le cadre de vie et le malaise qui sont au premier
plan en Wallonie. Dans les deux contributions suivantes les partis
s’effacent au profit des individus. Jérémy Dodeigne se demande si une
classe politique locale est en train de se former. La Wallonie
semblerait présenter de ce point de vue une plus grande mobilité
ascendante. Le phénomène ne concerne toutefois qu’un petit nombre de
personnes. La frontière entre l’échelon local et l’échelon supérieur
garde tout son poids et les changements de statut entre l’un et l’autre
sont, somme toute, rares. Sandra Breux et Vincent Jacquet, quant à eux,
s’intéressent aux maires, « mayors » au Québec,
« bourgmestres » en Wallonie. Leur rôle s’est vu récemment renforcé dans
les deux régions. Un souci d’indépendance par rapport aux divisions
partisanes et aux gouvernements centraux a fini par s’affirmer dans les
deux cas. Cependant la profession du maire est plus politisée en
Wallonie qu’au Québec.
4 En
ce qui concerne les stratégies d’action (troisième partie de l’ouvrage),
Maxime Petit Jean s’intéresse à l’administration publique, visée par
des réformes marquantes : la loi sur l’administration publique au Québec
en 2000 et la naissance d’une administration centrale wallonne,
dénommée Service public de Wallonie, en 2008. Les buts poursuivis
étaient les mêmes: efficacité et ouverture (responsiveness) aux
citoyens. La volonté d’autonomie est pourtant beaucoup plus nette au
Québec. L’administration wallonne n’a été longtemps qu’une copie de
l’administration belge. Elle hésite dernièrement entre le choix d’une
forme locale plus autonome et l’alliance avec Bruxelles dans le cadre de
la Communauté française. C’est à Philippe Hambye que revient la tâche
d’aborder un thème délicat : la politique des langues. Les différences
entre le Québec et la Wallonie s’accentuent à ce sujet. Dans le cas du
Québec, la concurrence de l’anglais se fait sentir, tandis qu’en
Wallonie le néerlandais n’a jamais exercé d’attrait véritable. Les
secteurs explorés sont au nombre de quatre : communication publique,
éducation, politiques d’immigration et planification linguistique. Seul
le Québec a développé une politique des langues cohérente et
transversale, notamment avec la Charte de la langue française qui vise à
assurer la priorité du français dans tous les domaines publics
d’expression verbale. On peut ajouter qu’une telle politique a porté ses
fruits. Enfin Stéphane Paquin, Marine Kravagna et Min Reuchamps
consacrent un dernier chapitre aux relations internationales menées par
chacune des deux régions. L’exercice d’une diplomatie parallèle a
conduit le Québec à promouvoir une politique étrangère distincte de
celle du Canada. En revanche, en Belgique on a assisté le plus souvent à
une influence conjointe des deux acteurs francophones, Wallonie et
Communauté française, sur les choix de l’État fédéral.
5 Un bilan de l’entreprise réalisée par Minority Nations
tend à montrer que le choix de s’en tenir principalement au niveau
régional dans l’analyse n’a pas été toujours heureux. Il est vrai que le
Québec et la Wallonie sont des nations en marche, mais contre quels
adversaires ? Qu’est-ce qui a empêché le Québec et la Wallonie d’aller
plus loin sur le chemin d’une indépendance totale ? Et, d’abord, est-il
si évident que la Wallonie aspire à l’indépendance ? Dans cet ouvrage
même, Jean-François Caron décrit comme suit l’état actuel de l’opinion
locale : « il n'est pas surprenant aujourd’hui de trouver qu’une vaste
majorité de Wallons s’identifient davantage à la Belgique qu’à leurs
autres entités culturelles (que ce soit la région wallonne ou la
Communauté française) » (p. 32). Quant au Québec, l’option séparatiste à
été sans conteste rejetée lors du referendum de 1995 par un nombre
considérable de francophones (40 % environ) et par des minorités qui se
sentaient menacées par une telle perspective (voir le cas des féministes
anglophones cité par Luc Turgeon, p. 19). L’on dirait que des figurants
inattendus sont venus perturber le scénario d’une pièce peut-être trop
simpliste : les Canadiens, qui existent, et les Belges, qui existent
aussi. Ce sont eux qui s’opposent à un fractionnement plus poussé de
leurs États. Que ce soit au nom de la neutralité scientifique ou pour
d’autres raisons non explicitées, les dégâts provoqués par un
morcellement excessif du pouvoir ne se voient pas accorder une place de
choix dans cet ouvrage. Or, les attentats terroristes de Bruxelles du 22
mars 2016 sont là pour nous rappeler que le souci de ménager les
susceptibilités locales peut devenir un obstacle majeur dans la
prévention des atteintes à la sécurité collective. (Giovanni Carpinelli)
A paraître dans Revue européenne des sciences sociales
Stefano Rodotà ha scritto e pubblicato ieri un lungo articolo sulla Repubblica. Il tema è lo stato attuale dell'Europa, intendendo per Europa le istituzioni comunitarie e il loro rapporto con i cittadini. Si parte dal deficit di legittimità costituzionale per arrivare al rimedio, individuato nella rivalutazione dei diritti contro i sacrifici. Insomma per salvare l'Europa sarebbe necessario uscire dalle politiche di austerità. Cambiare gli indirizzi di governo per ritrovare e porre al centro la questione dei diritti. C'è qualcosa di riduttivo, di gravemente riduttivo, in un progetto simile. Prima ancora dei diritti, quel che manca è la loro garanzia ultima, il fondamento popolare della sovranità. Rodotà prende il discorso alla larga invocando in apertura Paul Hazard e la crisi della coscienza europea intorno al 1700. In fatto di diritti, però, come non ricordare la dichiarazione del 1789? All'articolo 1, c'era l'uguaglianza tra gli uomini, "tutti gli uomini nascono e restano liberi ed uguali nei diritti". Punto ribadito all'articolo 2 ("Lo scopo d'ogni associazione politica è la conservazione dei diritti
naturali e imprescrittibili dell'uomo vale a dire la libertà, la
proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione"). Subito dopo c'era il riferimento all'elemento costitutivo del potere destinato a garantire il rispetto delle regole: "Il principio d'ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione, nè
alcun corpo o individuo può esercitare un'autorità che non emani
espressamente da quella". Stessa cosa nella dichiarazione di indipendenza sottoscritta e approvata a Filadelfia nel 1776: "per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati". Troppo a lungo il funzionalismo burocratico ha preso il posto della legittimazione democratica per le istituzioni europee. Non basta eleggere il parlamento europeo a suffragio diretto. Ci vorrebbe un governo comunitario espresso dalla rappresentanza popolare e non, per delega, dagli Stati nazionali. Qui è Rodi, qui salta. Senza tanti giri di parole.
Stefano Rodotà
Il pensiero debole dell’Europa che si accontenta
la Repubblica, 10 gennaio 2013
Nel suo gran libro su La crisi della coscienza europea dal 1680 al 1715,
Paul Hazard ebbe a definire l’Europa come “un pensiero che mai si
accontenta”. Oggi, prigioniera di una crisi senza precedenti, l’Unione
europea si accontenta di politiche economiche restrittive, quasi una
frontiera invalicabile. Questa è l’Europa degli anni che viviamo. Nella
quale sono deboli i tentativi di colmare il deficit di democrazia
segnalato da Jacques Delors. Ed essa è scivolata verso un deficit di
legittimità, che è alla base della crescente sfiducia dei cittadini,
delle spinte verso la rinazionalizzazione, dell’abbandono di valori e
principi dell’Unione come accade in Ungheria. Vi era stato un momento
in cui questo rischio era stato individuato, e s’era imboccata la via
per contrastarlo. Nel 1999, il Consiglio europeo aveva aperto una fase
costituente, affidando ad una Convenzione il compito di scrivere una
carta dei diritti. La ragione di questa scelta era netta: “La tutela dei
diritti fondamentali costituisce un principio fondatore dell’Unione
europea e il presupposto indispensabile della sua legittimità. Allo
stato attuale dello sviluppo dell’Unione, è necessario elaborare una
Carta di tali diritti al fine di sancirne in modo visibile l’importanza
capitale e la portata per i cittadini dell’Unione”. Si manifestava così
la consapevolezza che la costruzione dell’Europa affidata solo al
mercato avesse esaurito le sue risorse. Eche la sua piena legittimità
esigesse ormai una centralità dei diritti. Ritroviamo qui l’eco lontana
dell’articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del
cittadino del 1789: “la società nella quale non è assicurata la garanzia
dei diritti, e non è determinata la divisione dei poteri, non ha
Costituzione”. Quel che sta accadendo nell’Unione europea è appunto
questo — una decostituzionalizzazione. Il suo sistema è stato amputato
della Carta dei diritti fondamentali, del suo Bill of Rights,che pure,
com’è scritto nell’articolo 6 del Trattato di Lisbona, “ha lo stesso
valore giuridico dei trattati”. Cogliendo questo spirito, addirittura
quando la Carta non era vincolante, l’allora presidente Romano Prodi
dichiarò subito che “Parlamento e Commissione hanno già fatto sapere che
intendono applicare integralmente la Carta”. Proposito ribadito e reso
più impegnativo da successive comunicazioni della Commissione. Oggi
l’orizzonte è mutato, l’Unione agisce come se la Carta non vi fosse,
nega ai cittadini il valore aggiunto ad essa affidato proprio per
acquisire legittimità attraverso la loro adesione, e muta i cittadini da
attori del processo europeo in puri spettatori, impotenti e sfiduciati
di fronte all’arrivo da Bruxelles di imposizione di sacrifici e non di
garanzie dei diritti. V’è in tutto questo una contraddizione, un
abbandono della logica che volle il passaggio dell’espressione “Mercato
unico” a “Unione europea”, che avrebbe dovuto avvicinare istituzioni e
cittadini, e questi tra loro. E vi è pure un abbandono di quanto è
scritto nel Preambolo della Carta, dove si afferma l’Unione “pone la
persona al centro della sua azione”. Una “costituzione finanziaria”
ha sostituito tutto questo, e dunque da qui bisogna ripartire, anche
perché si è diffusa la consapevolezza dei guasti provocati da una sua
assunzione acritica. Questo dovrebbe essere il tema centrale delle
imminenti elezioni europee. Altrimenti finirà che, sul versante degli
europeisti, prendano il sopravvento le lamentazioni contro i populismi
antieuropei, quelli che l’Economist chiama la “Europa dei Tea Parties”,
mentre bisogna guardare a fondo nelle loro ragioni e produrre gli
anticorpi necessari. E questo può avvenire solo se si ricompone il
contesto costituzionale europeo, reintegrandolo con la Carta, anche per
riprendere un diverso filo della stessa discussione economica. Così
acquisterà chiarezza anche l’obiettivo di avere più Europa politica. Per
fare che cosa? Rendere ancora più stringente la logica economica? O
ridare fiato ad un pensiero che non si accontenta di questo inquietante
riduzionismo? Partire dall’Europa, allora, non è un parlar d’altro,
un tentativo di eludere le specifiche questioni italiane. È un passaggio
obbligato proprio per definire meglio le responsabilità nazionali, oggi
frammentate tra difficoltà ed egoismi dei singoli Stati, per affrontare
senza reticenze non l’antieuropeismo spicciolo di chi cercherà di
lucrare qualche consenso alle prossime elezioni, ma l’obiezione radicale
di chi, da ultimo Wolfgang Streeck, vede ormai nell’Unione europea
l’epicentro della “colonizzazione capitalistica”. La replica di Juergen
Habermas a questa tesi può anche apparire non del tutto convincente, ma
coglie un punto di verità quando segnala il rischio di “una rinuncia
disfattista al progetto europeo”, che non aprirebbe la via a una Europa
rinazionalizzata, ma manterrebbe al centro proprio le distruttive
dinamiche della pura austerità. L’ipotesi è quella di democratizzare il
sistema delle istituzioni europee, intervenendo sui trattati. Ma questa
strategia sarebbe monca e debole se rimanesse fuori la revisione della
nuova costituzione economica e, soprattutto, se si ignorasse il grande
conflitto sui diritti che ha già devastato l’Europa accrescendo distanze
e diseguaglianza, impoverendo intere popolazioni, e che è oggi
l’ostacolo vero per la creazione di un “popolo europeo”. Se vi è un
errore nelle ripulse d’una sinistra estrema, altrettanto rischiosa è
l’incapacità dell’altra sinistra di considerare ineludibile questo tema. Esiste
ormai un insieme di critiche alle politiche di austerità che dovrebbe
essere messo a frutto, articolato com’è anche in specifiche proposte
d’intervento, che indicano non una via d’uscita dall’Unione, ma la
necessità di una revisione dei suoi strumenti istituzionali. Proprio per
questo l’attenzione alla sola dimensione dell’economia sarà
insufficiente se non sarà reintegrata in questo più vasto contesto. Qui
si coglie il nesso tra Europa e Italia, dove troppi continuano a
separare le due questioni e dove è in atto il tentativo di scorporare
dalla Costituzione tutta la parte relativa ai diritti. Si è manifestata
una critica irridente i difensori dei diritti fondamentali, sfruttando
una colorita battuta di Roberto Benigni sulla “Costituzione più bella
del mondo”. In discussioni impegnative si dovrebbero frequentare anche
altre fonti. Massimo Severo Giannini, ad esempio, che definì “splendida”
la prima parte; o Leopoldo Elia, che nella Costituzione vide “una delle
migliori prove del costituzionalismo europeo, soprattutto per la
completezza e lo spessore della dichiarazione dei diritti civili,
sociali e politici”. Questo non è trionfalismo, ma l’indicazione di una
politica costituzionale che, proprio in vista di riforme della seconda
parte, non può abbandonare i principi definiti nella prima. Unione
europea e Italia hanno il medesimo problema di ricomposizione
dell’ordine costituzionale come condizione della sopravvivenza della
stessa democrazia. A tutti gli europei, e ai loro governanti,
dovrebbe essere imposta la lettura dell’ultima pagina dell’Omaggio alla
Catalogna di George Orwell, con la straordinaria descrizione
dell’inconsapevolezza inglese verso i segnali dell’imminente guerra
mondiale. Rassicurati allora nelle loro piccole certezze (“non vi
preoccupate: la bottiglia del latte sarà davanti alla porta di casa
domattina e ilNew Statesman uscirà di venerdì”), chiusi oggi i paesi più
ricchi in una insolente rottura d’ogni solidarietà e progetto comune,
proprio così si erodono le basi di una “Unione” ben più degli
antieuropeisti di professione.