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lunedì 15 dicembre 2025

Capire prima di tutto


Chiara Francini
Ecco perché sono andata ad Atreju: dialogo vuol dire progresso

La Stampa, 15 dicembre 2025

Ma la realtà è un fatto complesso.

E affrontarla richiede tempo, profondità, esercizio.

Richiede fatica.

E questo bipolarismo povero, piccino, che confonde la politica con il tifo, il pensiero con l’appartenenza è un meccanismo comodo, perché solleva dalla fatica del pensare.

Ma è anche mortale, perché semplificare male un pensiero è il modo più rapido per farlo morire. E quando un pensiero muore, nasce la dittatura.

È un bipolarismo sterile quello che divide senza spiegare, senza dire.

Le battaglie che contano - quelle per i diritti delle donne, delle persone omosessuali, transgender, dei malati, dei poveri, degli ultimi, di chiunque abbia avuto meno voce - non avanzano quando ci si rintana. Avanzano quando ci si espone. Quando si attraversano i luoghi che sembrano lontani e si porta lì la propria storia, la propria verità, la propria idea di giustizia e la propria presenza.

I diritti crescono nella luce.

Non nei pozzi.

Non nelle assenze che non sono coraggiose, ma prudenti.

E il dialogo - quello vero - è la forma più alta di responsabilità. E di rischio.

Perché dialogare significa accettare di essere fraintesi, contestati, messi in discussione. Ma significa anche tenere in mano la possibilità più bella e scomoda di tutte: capire.

E la comprensione è una rivoluzione lenta, ma irreversibile.

Con questo libro sono stata alla Festa dell’Unità, al Festival di Domani, presentata da Adriano Sofri, nelle scuole, nei teatri, nelle piazze.

E ora sono qui.

Sono qui perché non ho mai creduto nella letteratura - e nella politica - che cercano soltanto il proprio riflesso. Le parole e le storie devono andare laggiù, dove fanno attrito. Perché l’attrito, se è onesto, genera movimento. Progresso.

Se oggi siamo qui a discutere di un romanzo che parla di antifascismo, di memoria, di disobbedienza e di libertà, fatevi un applauso, perché non è un gesto ruffiano: è un gesto di fiducia. Fiducia nell’ascolto, nella pluralità, nelle parole che anche quando sono percepite come scomode possano trovare una stanza comune.

Essere qui non è un dettaglio.

È una possibilità.

Una possibilità che esiste solo se esiste la libertà di parola. E la libertà di parola non è mai garantita una volta per tutte. Vive solo se esiste una stampa libera, capace di disturbare, di contraddire, di non allinearsi. La libertà di stampa non serve a confermare le versioni ufficiali: serve a incrinarle. Serve a impedire che il potere - qualunque potere - diventi racconto unico.

Si deve combattere con ferocia ogni tipo di pregiudizio. Perché il pregiudizio è un giudizio che viene prima ed è già una condanna senza processo. Arriva prima dei fatti, prima dell’ascolto, prima della verità. Ed è costitutivamente sempre sbagliato.

Se siamo tutti esseri umani - fragili, contraddittori, irriducibili, meravigliosi - allora il punto non è scegliere tra il nero e il rosso, ma riconoscere l’arco intero dei colori. Ricordare che siamo fatti della stessa materia, anche quando ci convinciamo del contrario. Che la diversità non è altro da noi. È parte costitutiva di noi. Tutti siamo diversi. Grazie a Dio.

Il fatto che io sia qui oggi, a parlare di un libro che racconta di come le diversità non si correggano ma si accolgano, è già un gesto che smentisce molte delle narrazioni che ci vogliono barricati ciascuno nel proprio fortino della salvezza.

E il fatto che siate qui ad ascoltare - qui, dove molti giurerebbero che certe parole non possano stare - è un dato reale. Non simbolico.

Il dialogo non è compromesso. È progresso.

Le querce non fanno limoni è un romanzo politico perché è un romanzo umano. E la politica significa scegliere come si sta al mondo.

Quella che ho scritto è la storia di madri e di figlie, di obbedienze sbagliate e disobbedienze necessarie; di vergogne imposte e di libertà che costano.

È un romanzo che continua a chiederti una sola cosa, semplice e insopportabile: E tu? Da che parte stai?

E lo fa usando parole che resistono. Alle epoche, ai regimi, alle geografie. Parole che non obbediscono alla cronaca, ma alla memoria profonda di un popolo.

Che si depositano e riemergono quando la vita ha finito il fiato.

E restano. Stanno.

«Cara mamma, quando questa mia ti giungerà io non sarò più.

Muoio sereno. Ho la coscienza tranquilla.

Tu sei stata per me la più cara delle madri, e il mio pensiero è per te in quest’ora.

Non piangere.

Prega per me.

Io muoio nella fede in Dio e nell’amore per la Patria.

Abbi coraggio, mamma. Bacia per me tutti i miei cari.

Tuo Franco»

«Mia adorata mamma,

quando leggerai queste righe io sarò già morto.

Non piangere troppo: non sarebbe degno né di te né di me.

Io muoio tranquillo, perché so di aver fatto ciò che ritenevo giusto.

Prego Dio che ti dia forza.

Penso a voi - a te, a papà, ai miei fratelli - e questo pensiero mi accompagna come una mano che mi regge.

Non odio nessuno.

Lascio il mondo con la pace nel cuore e con l’amore per la nostra Italia.

Vi ho voluto un bene immenso.

Addio, mamma mia.

Tuo per sempre,

Paolo»

Queste parole le hanno scritte Franco Balbis e Paolo Braccini.

Fucilati il 5 aprile 1944.

Erano ragazzi.

Erano italiani.

Erano partigiani.

E allora si capisce che parole come Dio, patria, famiglia non servono a dividere.

Servono a reggere l’ultimo sguardo, l’ultimo respiro, l’ultimo addio.

Non appartengono a una parte. Appartengono alla vita.

A ciò che ci tiene insieme, anche quando facciamo di tutto per negarci.

E allora se c’è un senso in questo invito - e nella mia scelta di esserci - è questo: la letteratura non ha paura dei luoghi in cui entra.

Ha paura solo dei luoghi che evita.

E allora chiudo da dove ho iniziato: dal nome sulla porta. Rosario Livatino.

Un uomo che è morto perché non ha ceduto.

Se siamo qui a discutere, a contraddirci, persino a capirci, è perché qualcuno, prima di noi, ha avuto il coraggio di non spostarsi di un millimetro.

E allora, almeno oggi, proviamo a esserne all’altezza.

domenica 19 ottobre 2025

Fare qualcosa

Mauro Magatti
Il profondo disordine e la virtù che serve: la prudenza

Avvenire, 19 ottobre 2025

 Sono ormai diversi anni che il mondo vive in uno stato di profondo disordine. È come se il mondo fosse entrato in una fase entropica: l’ordine non si rigenera più spontaneamente, le connessioni si moltiplicano ma non producono coesione, e le società oscillano tra paura e smarrimento. In questo clima, non sorprende che la sicurezza appaia come il valore assoluto del nostro tempo: sicurezza sanitaria, energetica, digitale, militare, finanziaria. Si moltiplicano le richieste di protezione, i dispositivi di sorveglianza, le recinzioni fisiche e simboliche. Ogni minaccia, reale o percepita, diventa un argomento per restringere spazi di libertà, giustificare il controllo, consolidare il potere. La logica della sicurezza si fonda sulla paura dell’altro e sull’idea che il disordine possa essere neutralizzato solo erigendo barriere o rafforzando gli eserciti. Ma così facendo, ciò che si ottiene non è la pace, bensì una condizione di sospensione permanente: un equilibrio statico, difensivo, che congela la vita invece di permetterle di rigenerarsi. La sicurezza, intesa come eliminazione del rischio, porta infatti con sé una rinuncia all’azione. Se ogni passo può essere pericoloso, la risposta più ovvia è non muoversi affatto. Ma una società che non agisce, che vive soltanto per proteggersi, è destinata a implodere. L’azione, come ricordava Hannah Arendt, è la dimensione costitutiva dell’umano: essa apre il mondo, lo rinnova, lo fa esistere nel tempo. Quando l’azione viene sostituita dalla mera reazione, la storia si ferma e subentra la paralisi. Ecco perché la ricerca ossessiva di sicurezza, per quanto comprensibile, finisce per alimentare proprio quel disordine da cui vorrebbe difendere: perché immobilizza le energie vitali, spegne il desiderio, cancella la fiducia.

In realtà, ciò di cui avremmo davvero bisogno è la prudenza — una parola antica, spesso fraintesa, che indica una virtù molto diversa dalla cautela o dalla paura. La prudenza (dal latino prudentia, derivato di providere, cioè “vedere prima”) non consiste nel ritirarsi, ma nel saper agire tenendo conto della complessità. È la capacità di discernere, di valutare le conseguenze, di pesare i diversi fattori in gioco senza ridurli a uno solo. Aristotele la considerava la virtù pratica per eccellenza, quella che permette di tradurre i principi etici nell’azione concreta, in situazioni incerte e mutevoli. La prudenza, dunque, è un sapere dell’agire, un’intelligenza incarnata, che riconosce i limiti e le possibilità del reale. A differenza della sicurezza, che cerca di abolire il rischio, la prudenza lo assume consapevolmente. Essa non nega l’incertezza del mondo, ma impara a navigarla. È la virtù di chi non si lascia paralizzare dalla paura, ma neppure si illude di poter dominare tutto con la tecnica o la forza. La prudenza non è la virtù del forte, ma del sapiente: di chi comprende che la vita è fragile e proprio per questo va custodita, non chiusa. Significa muoversi nel mondo con attenzione, ma anche con fiducia; riconoscere i pericoli, ma non rinunciare al futuro.

Oggi, in un’epoca dominata da algoritmi che calcolano ogni probabilità e da poteri che promettono protezione totale, riscoprire la prudenza è un atto politico e spirituale insieme. È riconoscere che il futuro non si costruisce evitando gli urti, ma affrontandoli con discernimento. L’idea di sicurezza tende a fissare il presente; la prudenza, al contrario, apre la via a un futuro che ancora non esiste. Chi è prudente non si limita a reagire: immagina, prevede, orienta. È capace di decisioni che non si basano solo sul calcolo, ma anche sulla misura, sull’equilibrio, sul rispetto della complessità vivente. In questo senso, la prudenza è la virtù della generatività: di chi sa che ogni scelta comporta un rischio, ma anche la possibilità di dare vita al nuovo. Una società prudente non è una società chiusa in se stessa, bensì una società che impara a prendersi cura del proprio cammino, a pensare le conseguenze delle proprie azioni, a intrecciare la libertà con la responsabilità. Dove la sicurezza immobilizza, la prudenza mette in moto; dove la sicurezza chiude, la prudenza apre. La storia ci mostra che i momenti di grande trasformazione — come quello che stiamo vivendo — richiedono proprio questa virtù. Nel disordine globale non servono nuovi muri ne la corsa agli armamenti ma nuove forme di discernimento: la capacità di riconoscere ciò che vale, di distinguere l’essenziale dal superfluo, di comporre differenze invece di cancellarle. Prudenza significa, in fondo, fare spazio all’intelligenza del limite, contro l’illusione di onnipotenza. È la virtù che permette di abitare il mondo senza distruggerlo, di agire senza devastare, di scegliere senza temere. Oggi più che mai abbiamo bisogno di una prudenza capace di diventare cultura collettiva. Nelle istituzioni, nella politica, nell’economia, nella vita quotidiana. Una prudenza che non sia solo individuale, ma civile, condivisa: che aiuti a tenere insieme libertà e responsabilità, innovazione e custodia, sicurezza e apertura. Solo così potremo uscire dal disordine non rifugiandoci nel controllo, ma ritrovando il senso dell’azione umana.

domenica 13 aprile 2025

Il truffatore




Nella mitologia, nella religione e nello studio del folclore il trickster (traducibile approssimativamente con "imbroglione" o "truffatore") è un personaggio, uomo, donna o animale antropomorfo, vorace, abile nell'inganno e caratterizzato da una condotta amorale, al di fuori delle regole convenzionali. Questa figura liminale e ambigua ha spesso nei miti un ruolo altrettanto importante di quello delle classiche divinità o personaggi, aventi invece una funzione precisa e determinata. (Wikipedia)

... in Grillo sembra agire qualcosa che va al di là della figura del semplice attore, così da collocarlo nell’universo dei trickster, figura che gli antropologi e i mitologi chiamano il “briccone divino”: personaggio mitologico appartenente a un tempo al regno animale e a quello umano, al novero degli déi e a quello degli uomini. Dio del passaggio tra l’alto e il basso, il dentro e il fuori, il sublime e l’abietto, tra la follia e la ragione, il trickster prende le forme dell’idiota creativo, del saggio buffone, del bambino dai capelli grigi; è il continuo dissacratore. (Marco Belpoliti)

Mauro Magatti
La presidenza Trump è il segno che l'Occidente ha perso la bussola
Avvenire, 13 aprile 2025

Trump sta mettendo tutti sotto pressione. Non passa giorno che il presidente americano non se ne esca con una qualche decisione o dichiarazione in grado di mettere a soqquadro il mondo intero. Attonito rispetto a ciò che è già accaduto, il pianeta guarda con trepidazione a ciò che può ancora accadere. In Trump l’Occidente vede riflesso il suo lato predatorio, volgare e violento. Predatorio perché l’approccio è quello di perseguire i propri interessi (in questo caso degli Stati Uniti) contro quelli di tutti gli altri, senza farsi scrupolo di rispettare i legittimi diritti altrui. Come è stato evidente nel modo in cui la presidenza americana ha cercato di imporre l’accordo sulle terre rare a una Ucraina sfinita dalla guerra. Volgare perché usa parole, immagini e linguaggi che fino a ieri erano considerati inadatti al decoro delle istituzioni. Ben aldilà del limite di ogni decenza. Violento perché del tutto disinteressato alle conseguenze prodotte dalle proprie decisioni. Come nel caso dell’improvviso taglio dei fondi Usaid che ha causato enormi disagi tra i poveri di tante regioni del mondo. O delle foto fatte circolare in cui si ritraevano immigranti in catene. O della pretesa (per ora solo verbale) di annettersi territori esteri, come la Groenlandia (se non addirittura il Canada). Molti risolvono la questione sul piano personale, dando del folle all’inquilino della Casa Bianca. Ma in realtà, aldilà della personalità di Trump (che indubbiamente gioca un ruolo importante), la questione è ben più seria e profonda. Se la principale democrazia occidentale ha rieletto un candidato che era arrivato a simpatizzare con gli assalitori di Capitol Hill dopo la sconfitta alle elezioni nel 2020, vuol dire che la malattia è profonda. La verità è che siamo entrati in un ciclo di irrazionalità sistemica. Certo, il disegno complessivo che la nuova amministrazione americana sta seguendo appare confuso; così come confusi sono i metodi per perseguire gli obiettivi dichiarati. Ma tale irrazionalità si afferma nel vuoto lasciato dall’incapacità del pensiero mainstream di capire e tanto meno di gestire la complessità del mondo contemporaneo. Le soluzioni tecniche, tutte ragionevoli, non riescono più a tenere insieme i pezzi di una società contraddittoria e profondamente divisa. Né a rispondere ai tanti problemi sociali che tante persone vivono sulla loro pelle.

Come già accaduto in passato, in questi momenti di confusione si affermano i “trickster” (parola inglese che letteralmente si traduce con imbroglione, truffatore), figure ambigue e voraci, abili nell’inganno, spregiudicate e amorali. Ponendosi al di fuori delle regole convenzionali, il trickster attrae perché apre uno spiraglio, benché indeterminato, rispetto allo stato delle cose che è all’origine del malessere diffuso. Una sorta di divinità ingannevole dotata di una amoralità sacra che ė capace di andare oltre la distinzione tra giusto e sbagliato, sacro e profano, puro e impuro. In questo modo, egli incorpora l’ambiguità e l’ambivalenza, la doppiezza e la duplicità, la contraddizione e il paradosso. La presidenza Trump è il sintomo più clamoroso del fatto che è l’Occidente ad aver perso la bussola. Rispetto alla propria storia di cui in questo momento rinnega i valori fondanti e rispetto al mondo, a cui mostra un volto impresentabile. Il costo in termini di reputazione internazionale è enorme. Con conseguenze che peseranno per molti anni. Un vero e proprio assist per gli autocrati di tutto il mondo. Se vogliamo essere positivi, questa grave crisi è anche una grande occasione. Per capire che la strada battuta in questi decenni ‒ centrata sull’individualismo radicale e sull’interesse materialistico nel disprezzo dei valori dello spirito e della solidarietà ‒ non porta da nessuna parte.

Come già accaduto in passato, in questi momenti di confusione si affermano i “trickster” (parola inglese che letteralmente si traduce con imbroglione, truffatore), figure ambigue e voraci, abili nell’inganno, spregiudicate e amorali. Ponendosi al di fuori delle regole convenzionali, il trickster attrae perché apre uno spiraglio, benché indeterminato, rispetto allo stato delle cose che è all’origine del malessere diffuso. Una sorta di divinità ingannevole dotata di una amoralità sacra che ė capace di andare oltre la distinzione tra giusto e sbagliato, sacro e profano, puro e impuro. In questo modo, egli incorpora l’ambiguità e l’ambivalenza, la doppiezza e la duplicità, la contraddizione e il paradosso. La presidenza Trump è il sintomo più clamoroso del fatto che è l’Occidente ad aver perso la bussola. Rispetto alla propria storia di cui in questo momento rinnega i valori fondanti e rispetto al mondo, a cui mostra un volto impresentabile. Il costo in termini di reputazione internazionale è enorme. Con conseguenze che peseranno per molti anni. Un vero e proprio assist per gli autocrati di tutto il mondo.Se vogliamo essere positivi, questa grave crisi è anche una grande occasione. Per capire che la strada battuta in questi decenni ‒ centrata sull’individualismo radicale e sull’interesse materialistico nel disprezzo dei valori dello spirito e della solidarietà ‒ non porta da nessuna parte.

Questo è il momento in cui le forze costruttive che sono ancora dentro l’Occidente devono porre la domanda di cosa la nostra cultura vuole essere nel nuovo scenario planetario. Quali valori vuole affermare. Uale modello economico e sociale vuole costruire. Quale quadro di relazioni internazionali vuole contribuire a far nascere. Per rispondere a queste domande l’Occidente deve recuperare la propria radice spirituale. E, come dice Habermas, comprendere che le grandi religioni, a partire dal cristianesimo, sono serbatoi di senso di cui non si può fare a meno. Si apre una stagione nuova. Nessuna religione è infatti in grado di pretendere il monopolio spirituale. Pena cedere alla tentazione delle sirene fondamentaliste. Il ruolo della religione invece è quello di essere un giacimento di senso e di solidarietà a cui le democrazie possono attingere per contrastare le derive più distruttive che vediamo affiorare proprio con la presidenza Trump. E così rigenerare sé stesse. Là dove c’è il pericolo, là cresce ciò che salva” scriveva Hőlderlin. E il pericolo oggi è davvero imminente. Sta dunque a noi far crescere ciò che può salvare.

https://www.doppiozero.com/dove-sta-la-forza-di-grillo
https://www.huffingtonpost.it/guest/luiss-open/2020/11/03/news/l_evoluzione_di_trump_da_identity_politics_a_trickster_politics-5342324/


giovedì 25 febbraio 2016

Quer pasticciaccio brutto

Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana / Carlo Emilio Gadda


Incipit: 
 
Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po' tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d'Italia, aveva un'aria un po' assonnata, un'andatura greve e dinoccolata, un fare un po' tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d'olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo detto "latino", benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne ...



Un romanzo che richiede una seconda lettura per superare alcuni ostacoli, ma la fatica è ben ripagata. Ci sono dei passi entusiasmanti e delle acrobazie linguistiche che fanno scattare l'applauso, almeno il mio.
Perché leggerlo? Perché è un classico della letteratura italiana ed i classici bisogna leggerli: sono libri più densi degli altri, arricchiti da anni e anni di letture e di interpretazioni, di analisi critiche. Il tempo è poco per cui bisogna scegliere ciò che vale di più e cogliere i fiori più profumati.
La storia e coinvolgente ed i personaggi sono vivi. La lettura mi ha messo davanti una Roma poco trafficata, non rumorosa, un po' polverosa, con tanta campagna intorno ancora vergine. Una Roma plebea, popolare e impiegatizia. Ma anche piena di colori nei mercati e nella folla. Quando un libro ti porta a vivere in un mondo diverso, insieme con i suoi personaggi, ha raggiunto un grande risultato.
E poi c'è il linguaggio, spesso difficile, talvolta incomprensibile, ma che rappresenta pur tuttavia una sfida da superare per entrare in una dimensione nuova. Ci sono descrizioni e brani che suscitano sorpresa, meraviglia, stupore anche per la grande capacità di Gadda di presentarci con ironia situazioni e personaggi. Questo romanzo è una festa di fuochi artificiali.



I personaggi:











Gli inquilini di Via Merulana 219

- Liliana Valdarena Balducci, la vittima, moglie di
- Remo Balducci
- la signora Menecacci (Menegazzi), vittima del furto dei gioielli
- Commendator Angeloni, funzionario coinvolto nelle indagini sul furto alla Menegazzi
- Lulù, la cagnina pechinese che sparisce dopo il delitto
- Manuela Petacchioni, la pettoruta portiera di Via Merulana

Le forze dell'ordine
- Francesco Ingravallo, detto Don Ciccio
- il dottor Fumi, capo napoletano di Don Ciccio
- Gaudenzio Deviti, detto "er Biondone", agente in borghese
- Pompeo Porchettini, detto "lo Sgranfia", agente in borghese
Carabinieri di Marino
- Fabrizio Santarella, maresciallo
- Pestalozzi, brigadiere
- Cucullo, carabiniere
Nipoti e domestiche dei Balducci

- Gina, una delle innumerevoli "nipoti" di Liliana, come
- Assunta (Tina) Crocchiapani e come
- Virginia Troddu e come
- Ines Cionini, arrestata peri prostituzione
I sospetti

- Giuliano Valdarena, il bel cugino di Liliana, sospettato dell'assassinio
- Enea Metalli, detto Iginio, l'autore delle rapina alla Menegazzi
- Diomede Lanciani, ex fidanzato di Ines Cionini
- Ascanio Lanciani, fratello di Diomede, ha fatto il palo durante il furto
- Camilla Mattonari, nasconde nel pitale la refurtiva di Enea Metalli, cugina di
- Lavinia Mattonari
- Ines Cionini
Altri personaggi
- Don Lorenzo Corpi, il confessore di Liliana
- Zamira Pacori, gestisce la bettola lavanderia ai Due Santi,


La filosofia di Ingravallo

Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo"

Il romanzo in sé è proprio uno "gnommero", un gomitolo nel quale si avvolgono, spesso in modo confuso, le storie e le azioni dei tanti personaggi. Non a caso, nel passo sopra riportato sembra che ci sia una opposizione tra "le causali" (nel senso di una ricerca razionale, causa-effetto) e il concetto di gomitolo, cioè un'idea di confuso groviglio, inestricabile e irrisolvibile, come sarà in fondo l'inchiesta di Ingravallo e, più in generale, come appare la vita e la realtà.


Interessante la nota critica di Pasolini (1958, da Passione e ideologia)

La drammaticità ... consiste nell'urto violentissimo tra una realtà oggettiva (non si può immaginare nulla di più oggettivo di un romanzo poliziesco d'ambiente, com'è questo nello schema) e 'una realtà soggettiva (il narratore) incompatibili ideologicamente e stilisticamente tra loro.
Tale urto dell'io contro il mondo avviene intanto, concretamente, contro mille dati particolari: dall'esame stilistico della componente dialettale ci risulta infatti come l'Italia, e nella fattispecie Roma, si presentino a Gadda come una Babele, un coacervo di tre strati linguistici, che rappresentano tre culture a diversi livelli: il linguaggio letterario (cultura europea della poesia d'avanguardia), la koinè (cultura della -piccola borghesia prima fascista, poi democristiana), dialetto (cultura delle classi operaie, che qui sono meridionali, e quindi di tipo sottoproletario).
Ma a parte questi urti, diciamo, particolari, c'è un urto totale, assoluto, che risulta, come abbiamo visto, dalla incapacità tecnica di Gadda a fare (se non per «allusione») un racconto diretto, logico e storico. Quindi: in Gadda sussiste la certezza di una realtà oggettiva che può essere mimetizzata e rappresentata (secondo formula, per intenderci, verghiana): ma è una certezza sopravvivente dalla cultura positivistica e laica al cui lembo estremo Gadda (ch'è ingegnere) si è formato: a questa certezza si sovrappone una effettiva incertezza, il senso lirico della vanità e del nulla, di tipo religioso e stoico che appartiene alla cultura in cui Gadda per coazione e per reazione è vissuto e ha operato... Gadda dunque ci si presenta nel Pasticciaccio come esagitato e schiacciato tra due errori: il sopravvivente positivismo naturalistico di un liberale prefascista di destra, ed il coatto lirismo deformante di un antifascista limato e disgregato dall'impari lotta con lo stato.

http://renatofianco.blogspot.it/2009/12/quer-pasticciaccio-brutto-de-via.html

domenica 21 giugno 2015

La rete come labirinto

Emanuele Trevi
L'ossessione del labirinto
Corriere della Sera La Lettura, 21 giugno 2015




Si potrebbe definire la rete come un labirinto malato, e in ogni modo privo di una delle sue funzioni fondamentali, quell'inversione di marcia che consente di raggiungere l'uscita. Perché, come tutti sappiamo, la rete nonè un organo, e cresce semplicemente per addizione, nodo dopo nodo e connessione dopo connessione. Tutta intenta a estendersi e a replicare a se stessa, non ha previsto nessuna via d'uscita, nessun punto di svolta. Può venire assimilata al labirinto solo in via approssimativa e superficiale, perché volenti o nolenti ci si perde nella sua complessità. Ma la pianta di qualunque labirinto, dalle spirali cinesi a Franco Maria Ricci, vi rivelerà la volontà di produrre una forma, che è sempre qualcosa di limitato, dotato di confini che si oppongono a tutto il resto.
La forza della rete, al contrario consiste proprio nella sua mancanza di forma e di confini, che la rendono particolarmente atta allo scopo che persegue, che è quello di sostituirsi al mondo, relegandolo al ruolo di un semplice supporto materiale, di un gigantesco e obsoleto hardware. E di fronte a questa potenza. [...] la "resa" sembra l'unica possibilità. Perché l'esperienza spirituale sottesa ad ogni labirinto comportava la possibilità di un'esperienza di trasformazione totale, di seconda nascita. Dove c'era l'iniziazione oggi c'è il suo contrario, l'informazione. E non sta scritto da nessuna parte, dopo tutto, che tutto questo sia destinato a impoverire la vita degli uomini. Anche perché tutto quello che accade nel mondo, in senso collettivo, ha certamente la sua verità, ma non necessariamente coincide con quello che accade nei singoli individui. I singoli individui sono sempre più lenti o più veloci dell'umanità alla quale appartengono. Ed è proprio lì che il labirinto ha trovato il suo rifugio [...].