lunedì 1 giugno 2026

Elogio di Benedetto Croce

Emanuele Trevi
Ogni uomo che pensa è filosofo

Corriere della Sera La Lettura, 31 marzo 2026

Alla memoria di Benedetto Croce si associano in maniera spontanea l’importanza del suo pensiero filosofico, la sterminata erudizione dei suoi lavori storici, l’esemplare postura morale dell’antifascista disposto a vivere come uno splendido esiliato in patria, bersaglio indomito del regime e dei suoi pagliacci in feluca. E in un Paese come il nostro, dove troppo spesso l’idea dell’egemonia culturale si è confusa con l’esercizio del potere, andrebbero molto utilmente meditate certe lettere risalenti al ventennio nero raccolte in questa bella antologia curata da Emanuele Cutinelli Rendina e intitolata Perdersi negli altri e nelle cose (Adelphi). Ma il fatto ancora più interessante è che, date alla mano, leggendo questo prezioso libretto ci si rivelano ben marcati i tratti di un uomo talmente retto, talmente reattivo di fronte alle forme più dilaganti di arroganza e cialtroneria che gli accadeva di osservare, che il suo antifascismo… precede lo stesso fascismo! Come quando lamenta, in una lettera del dicembre 1914 al filosofo gentiliano Armando Carlini, «la semplice fede e il solito lavoro sostituiti dalla scomposta immaginazione e dallo spirito di avventura». E del resto, aggiunge, come si fa a pretendere rispetto per il «faticoso lavoro in una miniera, dove si sa che non si troverà altro che del buon combustibile per bisogni della vita», da gente che «sogna il vello d’oro, il tesoro dei Nibelunghi o il San Graal»? (Chissà se oggi avrebbe messo nell’elenco la Terra di Mezzo del buon Tolkien, ma non si deve mai attribuire ai morti opinioni sulle inezie dei vivi).

Ma a tutte le cose che sapevamo di Croce, e che con gioia ritroviamo in queste pagine, ce n’è anche un’altra che l’antologia di lettere di Cutinelli-Rendina rende più evidente di quanto in genere risulti dai manuali di storia letteraria e, più in generale, dai gusti e dalle predilezioni della critica: parlo dell’eccellenza artistica della prosa di Croce. Di qualunque cosa parli, che si inerpichi sugli aridi ghiacciai del pensiero teoretico o si infili tra le pagine tarlate di qualche vecchia cronaca angioina o aragonese, Croce, nella storia della nostra prosa, è il nostro Cicerone.

Non credo affatto di esagerare: e c’è da aggiungere anche, quando si tratta di tirare le somme del giudizio, una straordinaria versatilità, intesa non come fatua inclinazione all’esperimento occasionale, ma come ricerca della congruenza più attendibile fra lo stile, l’argomento, il pubblico più o meno specializzato al quale un certo scritto si rivolge. Ebbene, potremmo distendere l’intera opera di Croce fra due poli: da un lato gli scritti di teoria estetica e filosofica più severi e necessariamente impervi, come gli studi su Giambattista Vico e Georg Wilhelm Friedrich Hegel; e dall’altro proprio le lettere più confidenziali e familiari, nelle quali traspaiono una gamma di sentimenti che solo uno sciocco escluderebbe come irrilevanti nella fisionomia morale e intellettuale di Croce: affettività, bonomia, empatia, ma anche delusioni, risentimenti, fastidi, rimpianti…

Fa bene il curatore di questa antologia a sottolineare l’amore di Croce per le forme brevi, sul tipo dei Frammenti di etica, delle noterelle polemiche pubblicate sulla «Critica», degli «aneddoti», come amava chiamarli. E in effetti, a stampare queste lettere prive di indirizzi, formule di cortesia e firme in calce, le si potrebbe scambiare, molte volte, per microscopiche dissertazioni: un pensiero in divenire, capace di registrare le occasioni e le traversie dell’esistenza, senza perdere mai di vista la fisionomia intellettuale del destinatario, ma sempre conseguente ai suoi altissimi presupposti. Sì, perché anche nelle forme della saggezza pratica, della tenerezza domestica, e addirittura della stizza per l’importunità subita, quella di Croce è sempre filosofia, se è vero l’aureo precetto che si legge in una lettera del 1916: «Io considero filosofia tutti i pensieri degli uomini», con l’altrettanto rispettabile corollario che «nessun uomo e nessun popolo raggiunge mai il culmine del pensiero».

La lettera, indirizzata ad Armando Carlini, è importante perché, molto prima dell’aperto e drammatico conflitto politico, mette il dito nella piaga del dissidio ormai insanabile con Giovanni Gentile, che invece nutre gelosamente un concetto di «filosofia come religione» con la sua smania per «il problema fondamentale». E allo stesso Carlini, filosofo che aveva evidentemente il dono di incalzarlo ispirandogli risposte memorabili, in una lettera di qualche settimana dopo Croce affida questa perla polemica, ribadendo la distinzione tra quelli che sono ormai due modi insanabili di pensare e concepire il proprio posto nel mondo: «Se esistesse la suprema verità, se il Gentile l’avesse ritrovata, che cosa faremmo tutti noi? i coglioni? E che cosa farebbe egli stesso? Scoperta la verità suprema, egli resterebbe di fronte a essa come un coglione, perché non potrebbe certo scoprire una seconda verità suprema!». Ma la confidenzialità usata con Carlini è quella che si usa tra colleghi, che bene o male condividono lo stesso linguaggio.

Il fatto è che Croce è filosofo, nella sua saggia e lungimirante accezione della filosofia, anche con un affittuario, che gli aveva chiesto di far figurare nel contratto un mensile minore di quello effettivo («Qualcuno deve pur pagare tasse e imposte, se non vogliamo che l’Italia fallisca; ed è meglio che le paghiamo voi ed io, che non per questo soffriremo la fame»: marzo 1923); ed è filosofo pure con una ragazzina di tredici anni di Torino che gli ha mandato le sue poesie nell’autunno del 1930, e fa di nome Natalia Ginzburg, e ha l’età delle sue figlie maggiori; ed è filosofo con il senatore Luigi Messedaglia, presidente di un prestigioso Istituto, che dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali nel settembre del 1938 gli chiede di compilare un esecrabile questionario che attestasse la sua arianità. Croce ribatte a stretto giro di posta: pur di non compiere l’atto «odioso e ridicolo insieme» di dichiarare di non essere ebreo, «proprio quando questa gente è perseguitata», preferisce essere espulso dall’istituzione «come supposto ebreo».

Certo, qualunque segugio del «problema fondamentale», qualunque vestale della «suprema verità», potrà storcere il naso, e negare a queste lettere il crisma, l’aura iniziatica della filosofia come la intendono loro. Lo sdegnoso rifiuto di un’idea di filosofia come metodo e forma della vita comporta, peraltro, come fatale contrappasso, la tecnicizzazione e l’oscurità di un linguaggio destinato, nel migliore dei casi, a un pugno di colleghi. E difficilmente si immaginano questi maestri del gergo specialistico e dell’inutile sofisticazione spendere tanto tempo e pazienza e cortesia a scrivere lettere in stile terso e impeccabile a interlocutori come la lettrice cattolica a cui Croce spiega, nel terribile inverno del 1942, quando vive rifugiato a Sorrento, che «l’ammissione del mistero è la negazione del pensiero», che semmai i misteri li nega e li dissipa, e che «la vita bisogna prenderla semplicemente, fare ogni giorno quel che si può e non lamentarsi mai». Basterebbero queste due righe a certificare che tutti i libri che aveva letto, Benedetto Croce non li aveva letti invano.

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