domenica 31 maggio 2026

Il casto Giuseppe



Ludovico Cardi detto Cigoli, Giuseppe e la moglie di Putifarre, 1610

LA SACRA BIBBIA 
GENESI

Giuseppe e la seduttrice (39)

7 Dopo questi fatti, avvenne che la moglie del suo padrone gettò gli occhi su Giuseppe e gli disse: «Coricati con me!». 8 Ma egli rifiutò e disse alla moglie del suo padrone: «Vedi, il mio padrone non si preoccupa di quanto ha lasciato in casa con me e mi ha dato in mano tutti i suoi averi. 9 Non c'è alcuno più grande di me in questa casa; non mi ha proibito nulla, tranne te perché sei sua moglie. Come dunque potrei fare questo grande male e peccare contro Dio!». 10 Nonostante il fatto che lei ne parlasse a Giuseppe ogni giorno, egli non acconsentì a coricarsi con lei, a stare con lei.

11 Un giorno avvenne che egli entrò in casa per fare il suo lavoro, e non vi era in casa nessuno dei domestici. 12 Allora ella lo afferrò per la veste e gli disse: «Coricati con me!». Ma egli le lasciò in mano la sua veste, fuggì e corse fuori. 13 Quando ella vide che egli le aveva lasciato in mano la sua veste e che era fuggito fuori, 14 chiamò i suoi domestici e disse loro: «Vedete, egli ci ha portato in casa un Ebreo per prendersi gioco di noi; egli è venuto da me per coricarsi con me, ma io ho gridato a gran voce. 15 Come egli mi ha udito alzare la voce, gridare, ha lasciato la sua veste vicino a me, è fuggito ed è corso fuori».

16 Così ella tenne accanto a sé la veste di lui finché il suo padrone venne a casa. 17 Allora ella gli parlò in questa maniera: «Quel servo ebreo, che tu ci hai portato, è venuto da me per prendersi gioco di me. 18 Ma come io ho alzato la voce e ho gridato, egli ha lasciato la sua veste vicino a me ed è fuggito fuori». 19 Così, quando il suo padrone udì le parole di sua moglie che gli parlava in questo modo dicendo: «Il tuo servo mi ha fatto questo!», si accese d'ira. 

20 Allora il padrone di Giuseppe lo prese e lo mise in prigione nel luogo dove erano rinchiusi i carcerati del re. Egli rimase quindi in quella prigione.

Erica Baricci
LE «STORIE DI GIUSEPPE»: UN RACCONTO APERTO FINO ALL’ETÀ MODERNA

ACME - Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Milano Volume LIX - Fascicolo III – Settembre-Dicembre 2006 www.ledonline.it/acme/


Come ebbe a dire il romanziere vittoriano Anthony Trollope, il nucleo imprescindibile di un intreccio è costituito dalla vicenda amorosa. La storia di Giuseppe non fa eccezione in tal senso; moltissimi Midrashim sono sorti a colmare gli abissi narrativi 40 che la Genesi impone, con la sua tipica sinteticità, sulle due donne di Giuseppe: la moglie di Putifarre 41 e Asenath. La prima è universalmente ricordata come «la falsa ch’accusò Gioseppo» (Dante, Inf. XXX, 97): una donna dissoluta e cinica, a causa della quale Giuseppe incorrerà in un’ingiusta incarcerazione.

Il nucleo della vicenda è ricorrente nel folklore 42. Si parla dunque di un tema narrativo di vasta eco nel Mediterraneo antico, e di auspicabile paternità vicino-orientale.

La Bibbia insiste, ad ogni modo, sull’eccellenza morale di Giuseppe, che declina le profferte amorose della donna in nome della lealtà al suo padrone. La diversità di comportamento tra il protagonista e la sua avversaria




40) Goethe, in Poesia e verità, afferma che la storia della moglie di Putifarre avrebbe meritato, per il suo fascino intrinseco, di essere dilatata e trasformata in un racconto esau-riente. Il suo desiderio sarà esaudito da Mann con Giuseppe in Egitto, un romanzo di oltre 500 pagine ispirato al paragrafo 36 di Gn. 37 e a Gn. 39. Già in Oriente, tuttavia, il modello della donna che tenta di sedurre il giovane dedito al dio aveva ottenuto una grande fioritura artistica, a partire dalla XII sura del Corano, fino ai poemi persiani Yusuf o Zoleikha, di Amani, vissuto intorno al 1083, oppure Yusof o Zoleikha (1483), composto da uno degli ultimi esponenti della letteratura classica persiana, Jami.

41) A cominciare dal nome stesso, taciuto dalla Bibbia che la designa semplicemente come, appunto, la moglie di Putifarre. Il Midrash la chiama Zuleika, mentre Mann le riserva il significativo appellativo di Mut-em-enet, cioè «madre nel deserto», incastonando nel nome il suo terribile destino di sterilità.

42) Si sta facendo riferimento in specifico a Il racconto dei due fratelli, opera egizia di epoca ramesside, e ai miti greci di Biadice e Frisso, Antea e Bellerofonte, Fedra e Ippolito. Dei tre episodi ellenici occorre segnalare che, mentre il primo proviene dalla Cadmea beota, dove è introdotto un altro mito cananaico (la storia del re Atamante e di suo figlio Frisso, chiaramente corrispondente alla biblica «legatura di Isacco»), gli altri due sono originari del Golfo di Corinto, dove l’influenza semitico-occidentale era preponderante.



ha dato motivo all’aneddotica di esasperare ulteriormente le psicologie di entrambi. Da una parte abbiamo Giuseppe, hatzaddik 43, il quale incarna il modello del giovane che rinuncia per il suo dio alle seduzioni femminili. La moglie di Putifarre viene al contrario ridotta allo stereotipo universale della strega 44: lussuriosa, vendicativa, mendace. I Midrashim così orientati abbondano: Zuleika avrebbe coltivato la sua morbosa passione dopo avere appreso da un oroscopo che la discendenza di Giuseppe sarebbe provenu-ta da una donna della casa di Potiphera 45. La profezia però sarebbe stata fraintesa, poiché non faceva riferimento a lei ma ad Asenath. Accecata dall’amore, avrebbe dato fondo a ogni ritegno, cogliendo il minimo pretesto per proporsi al giovane ebreo. Si sarebbe spinta fino a ventilare l’ipotesi di assassinare Putifarre così da liberare Giuseppe dai suoi scrupoli.

Le narrazioni apocrife concordano tutte nel rilevare l’insania della passione di Zuleika, motivandola soprattutto come funzionale al disegno divino: Giuseppe doveva finire in prigione, perché solo così avrebbe avuto l’occasione di ascendere al servizio del Faraone. Come sovente accade nella fiaba, allora, la donna soffre al punto di ammalarsi senza apparente motivazione. Secondo quanto riportano la XII sura coranica e il Talmud, alle domande allarmate delle amiche che non si spiegano il decadimen-to psicofisico di Zuleika, ella risponde concretamente: fa imbandire un banchetto per tutte le dame di corte e ordina a Giuseppe di controllare il servizio. Alla sua vista le donne si feriscono sbucciando la frutta e, distratte da tanta bellezza, non si accorgono nemmeno della profondità dei loro tagli. Se soltanto l’ammirazione estemporanea della perfezione di Giuseppe causa tanto, chiosa Zuleika, si può immaginare cosa significhi averla costantemente sotto gli occhi.

Questo gradevole aneddoto già tende a un’interpretazione indulgente della moglie di Putifarre, altrove dipinta come una crudele ricattatrice, dispo-sta a ritrattare le sue accuse infamanti solo a patto di ottenere soddisfazione dei suoi desideri. Anche in tali circostanze Giuseppe, in carcere, manifesta la sua intransigenza morale rimanendo coerente ai suoi principi.

Della vicenda, tuttavia, i lettori moderni apprezzano indubbiamente in maggior misura le letture benigne che rivelano una volta di più l’umanità





43) «Il giusto».

44) Un Midrash sostiene in effetti che ella avesse tentato di somministrare a Giuseppe persino dei filtri amorosi, ma Dio avvertì sempre Giuseppe affinché evitasse cibi e bevande. Anche Mann dedica spazio a questa leggenda, inventando la figura di una schiava nubiana esperta nelle arti magiche che avrebbe aiutato Mut-em-enet nella realizzazione del rito magico.

45) Potiphera, sacerdote di On, viene confuso spesso con Putifarre, e non di rado le due figure, come in questo caso, vengono fatte coincidere. Si aggiunga che altrove è detto che Asenath era figlia adottiva di Putifarre e Zuleika.



dell’eroe, il quale ricambia l’amore ma subisce in silenzio per non tradire chi in lui ha riposto tanta fiducia.

In effetti, perfino la figura di Putifarre partecipa di un discreto numero di aneddoti. Per giustificare la sua estraneità all’episodio, si dice che egli fosse un eunuco, disinteressato alla moglie e, anzi, invaghito egli stesso della bellezza efebica di Giuseppe. Qualsiasi sia la posizione di Putifarre nell’episodio, l’opinione psicologica che di lui ci si fa, e su cui concordano le caratterizzazioni posteriori, è già in nuce nel racconto biblico:


Affidò tutto ciò che possedeva alle mani di Giuseppe e non aveva cono-scenza, con Giuseppe in casa, di nulla se non del cibo che mangiava.

(Gn. 39:6)


Una figura tendenzialmente placida e ingenua, fortemente antitetica a quella intrigante della consorte.

Occorre tuttavia rifarsi all’esperienza novecentesca, per trovare una resa psicologica profonda e persuasiva del tema. Mann rielabora con estrema finezza e precisione tutte le leggende sulla moglie di Putifarre, dandone un quadro perfetto e geniale. Quello che nella Genesi è ridotto a poche parole, finisce per conquistarsi la preminenza all’interno del terzo volume della saga, Giuseppe in Egitto. Fedele a una visione psicologicamente realistica, l’autore tedesco conduce il lettore attraverso il crescendo della passione, analizzata minuziosamente dal suo sorgere fino alla completa esacerbazione, culminante nella celeberrima espressione «giaci con me!».

La donna, che Mann battezza Mut-em-enet, appartiene alla schiera delle vergini sacerdotesse di Hathor. Non potrebbe esistere una più degna compagna per l’illustre ministro Putifarre, evirato nell’infanzia dai genitori, figure che, nella finzione, suscitano assoluta ripugnanza per la loro sterilità emotiva.

Una tale contestualizzazione dichiara la volontà di opporre agli altri racconti, in primis quello di Gn. 39, una visione meno semplicistica della verità 46.




46) A tale proposito si legga il seguente passo (Th. Mann, Giuseppe in Egitto, trad. di B. Arzeni, Milano 1981, p. 288): «L’immagine che, secondo questa tradizione, si è costretti o almeno quasi irresistibilmente tentati di farsi della signora di Giuseppe, e che, temiamo, molte persone si sono realmente fatta, è così sbagliata che, proponendosi di rimetterla nella sua esatta luce, si acquista una vera benemerenza nei riguardi del testo originario: […] la vita che racconta se stessa. Questa immagine fallace di lasciva sfrenatezza e di seduzione spudorata, male si accorda con quanto noi insieme con Giuseppe abbiamo udito nella casetta nel giardino dalla bocca della vecchia e pur sempre veneranda Tuij [la madre di Putifarre] intorno alla nuora e in cui ci si aprì uno spiraglio sul vero carattere di questa donna. “Super-ba” […] “altera” […] Può una donna simile parlare come la tradizione la fa parlare? Eppure ella parlò così, letteralmente e ripetutamente così, quando la sua superbia fu completamente spezzata dalla passione […] Ma la tradizione dimentica di aggiungere quanto tempo passò, durante il quale ella si sarebbe morsa la lingua, piuttosto che parlare così».


Mut-em-enet, come traspare dal suo appellativo, è costretta in uno stato indesiderato di sterilità: in quanto sacerdotessa della dea madre Hathor, non può che incarnare il principio di fecondità delle forze terrene primigenie, in questo senso opponendosi alla visione eterea del Dio di Giuseppe, che è una realtà trascendente e ineffabile. Ciò nonostante, è la donna a subire nella sua paradossale, sofferta castità, un annichilimento della sua fecondità. Ecco perché il suo nome significa «Madre nel deserto».

Sullo stesso piano si colloca Putifarre, eunuco, che Mann tratteggia, esasperando la prospettiva tradizionale, come uomo rassegnato e sottomesso, decisamente inadeguato agli occhi tormentati della moglie. In questo conte-sto subentra Giuseppe che, con tutto il fascino della sua bellezza giovanile e delle sue ambizioni, crea un’inevitabile ridefinizione di ruoli e caratteri. Se il lettore biblico compativa «lo schiavo ebreo», costretto ingiustamente al carcere, il lettore novecentesco di Mann si trova a considerare in modo ambivalente il suo sentimento di pietà. Ciò che Giuseppe subisce si tinge di una sfumatura ancora più tragica, quando si apprende che egli ricambia l’amore della giovane donna, e che quindi verrà condannato per avere agito persino contro la sua volontà. Il dolore, però, pervade anche il destino di quella che la tradizione considerava l’antagonista, la moglie di Putifarre, e Putifarre stesso, segnato nel fisico e nell’animo dalla spregiudicatezza dai suoi genitori. Proprio Putifarre chiosa la tragicità della vicenda.


Petepre stava a capo chino e taceva [ha appena appreso dalla moglie che Giuseppe ha tentato di violarla]. Poi sospirò e disse: «È una storia pro-fondamente triste». 47


E la tristezza si carica di pietà, ai nostri occhi, perché sappiamo che il vero dolore di Putifarre consiste, per paradosso, nella coscienza di non riuscire a provare veramente dolore.


«No, Petepre, tu non hai cuore umano!» [sta parlando Mut-em-enet]. «Mia cara, voglio dirti una cosa. Ci sono circostanze in cui bisogna addirit-tura rallegrarsi di una certa mancanza di cuore umano, nell’interesse delle circostanze stesse, che forse si possono dominare molto meglio quando non vi si immischi troppo cuore umano». 48


La moglie di Putifarre domina nella letteratura post-biblica, affascinante come solo la tentazione del male può essere; eppure, secondo quanto si è annunciato in principio, non è l’unica donna egizia cui la Bibbia fa cenno parlando di Giuseppe.





47) Mann, Giuseppe in Egitto cit., p. 500. 48) Ivi, p. 501.



Gn. 41.45 annuncia infatti:


E il Faraone lo chiamò Tzafenat-Pa’neach e gli diede in moglie Asenath, figlia di Potiphera, sacerdote di On.


Se la figura di Zuleika ha prodotto una discreta quantità di leggende, per lo più interessate a sviscerare il suo rapporto con Giuseppe, Asenath ha suscitato rielaborazioni narrative di tutt’altra natura. 


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