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martedì 8 settembre 2026

Il tennis nel Cile di Pinochet

 


1976: quando la davis incrocia la storia

Tennis e politica. Eliana Di Caro racconta la controversa vicenda della finale vinta da Panatta e compagni nel Cile di Pinochet, sullo sfondo di un anno inquieto per la società italiana

Giuliano Amato
Il Sole 24ore, 7 settembre 2026

  • È un libro di cui colpiscono, fin dalle prime pagine, sia il godibilissimo stile, sia il racconto, sempre avvincente. E dopo un po’ colpisce anche lo scrupolo della documentazione. L’autrice ha attinto alle fonti più diverse, compreso il prezioso (per il tennis) Fondo Gianni Clerici, custodito nella sede di Brescia dell’Università Cattolica, presso il quale ha anche ascoltato le radiocronache con cui Mario Giobbe dette agli italiani, su Rai Radio 2, l’unica informazione in diretta sulla controversa finale di Davis, Cile Italia del 17-19 dicembre 1976.

    Che cosa ci offre in queste densissime pagine? Intanto i ritratti a più dimensioni dei sei personaggi, protagonisti della vicenda: Mario Belardinelli, responsabile tecnico della nazionale e direttore del Centro di Formia, dove aveva preparato ed educato quasi tutto il meglio del tennis italiano, Nicola Pietrangeli, il capitano non giocatore carico di glorie, e poi i quattro della squadra, Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci, Tonino Zugarelli. Va lasciato al lettore il gusto di ricostruirli via via da sé questi ritratti dei sei personaggi, nei profili delle loro vite private, dei loro vizi e delle loro virtù, delle loro qualità umane e tennistiche, degli stessi contrasti fra di loro. Anche chi già li conosce trova qui qualcosa di loro che non sapeva. E arriva a conoscerli meglio: Belardinelli, maestro e padre, Pietrangeli, sorretto e afflitto dalla convinzione di essere inarrivabile, Panatta, corteggiato e corteggiatore con talento superiore a volte distratto, Barazzutti, con la sua ineguagliata tenacia in campo e fuori, Bertolucci, braccio d’oro con un amore per la buona tavola più forte di lui, Zugarelli, che si sente ingiustamente trattato da ultimo. Chi ama il tennis e la sua storia, legge queste pagine senza perdersi una riga.

    Poi c’è, naturalmente, la vicenda e c’è il clima in cui si svolge, dominato dalla domanda: andare o non andare? Andare è un immeritato favore al sanguinario regime di Pinochet? Il mondo dello sport è tendenzialmente più favorevole all’andare, i media e la politica sono divisi, ma il no sembra prevalere. C’era appena stato il boicottaggio del Sud Africa ancora razzista per le Olimpiadi di Montreal. E proprio in Coppa Davis il Cile era in finale perché l’Unione Sovietica si era rifiutata di disputare la semifinale. E ora l’Italia?

    Come ricordo io stesso in questo libro (per alcuni aspetti del quale l’autrice mi ha generosamente coinvolto), io, che ero allora l’ultima ruota del carro, ero favorevole all’andata a Santiago. Ero tra quelli che pensavano che in Cile non tutti erano Pinochet e che il regime non meritava di fregiarsi, come avrebbe fatto, della vittoria finale in Coppa Davis. Ma i partiti, specie a sinistra, sembravano bloccati nelle loro posizioni. Il no era un a priori e se alla fine si arrivò, in primo luogo da parte comunista, a una sia pur tacita accettazione, lo si deve all’intelligenza del nostro Ambasciatore (rectius, incaricato d’affari) là, Tomaso De Vergottini, il quale già aveva ben meritato per i tanti oppositori a cui aveva dato rifugio, agevolandone poi l’uscita dal Paese. Fu lui a negoziare la liberazione di due esponenti del locale partito comunista in cambio della rimozione degli ostacoli politici italiani. Nell’occasione i comunisti cileni fecero sapere ai loro compagni italiani che l’effetto del no poteva anche essere un maggior consenso nazionalistico a favore del regime.

    E la squadra dunque partì, ma il clima continuò ad essere malcerto, con le teste più voltate dall’altra parte che a favore. Non tutti i giornali mandarono i loro inviati, La Repubblica decise da ultimo di mandare Saverio Tutino, ma solo per raccontare le nefandezze del regime, non la finale della Davis. La televisione fece soltanto dei resoconti serali e l’unica voce in diretta era quella già ricordata di Mario Giobbe su Rai Radio 2. Quando la squadra tornò in Italia con la Coppa, ad attenderla all’aeroporto non c’era nessuno.

    Il clima generale fu questo, ma la vittoria fu vissuta dal mondo dello sport, e non solo da esso, appunto come una vittoria, un motivo di orgoglio italiano che era stato inseguito da anni, almeno dal 1961, quando avevamo perso la finale con l’Australia. Ora c’eravamo riusciti e crebbe la popolarità dei nostri giocatori, in primis di Panatta, protagonista di un anno meraviglioso (aveva vinto anche gli Internazionali di Roma e di Parigi), e autore della scelta di giocare il doppio a Santiago con la maglietta rossa, rossa come i fazzoletti cuciti dalle madri cilene con i nomi dei loro figli scomparsi (“Ci sparano”, aveva detto Bertolucci, ma lo avevano fatto). L’argomento che avevamo impedito al Cile fascista di iscrivere il suo nome sulla Coppa Davis prese, anche grazie a questo, a farsi strada.

    Ed eccola l’Italia dello sport, del tennis, mettere il suo segno positivo su un periodo della nostra storia, gli anni 70, che tendiamo invece a ricordare soprattutto come gli anni di piombo. No, non fu solo così e il libro nel fornire il contesto generale dell’avventura cilena lo dice. Ricorda la forza della nostra democrazia non solo nel contrastare il terrorismo, ma anche nel varare riforme che nascevano dalla maturazione in corso nel Paese, il diritto di famiglia, il divorzio, l’abolizione dei manicomi, il servizio sanitario nazionale. Ci accorgiamo che il tessuto della democrazia contro la quale si arenò la strategia della tensione era solido in primo luogo fra gli italiani. E scopriamo che del suo ordito fecero parte anche la forza educativa del Centro di Formia di Mario Belardinelli, le qualità sportive ed umane dei tennisti che ne uscirono; le loro magliette rosse sui campi di Santiago.

  • Eliana Di Caro, L’anno della Davis. Il 1976 e l’Italia che cambiail Mulino, pagg. 152, € 15


  • lunedì 7 settembre 2026

    La rivolta di una Germania perduta

    Mara Gergolet
    "Hanno riempito tutti i vuoti a Est. Definirli fascisti non serve a niente"

    Corriere della Sera, 7 settembre 2026 

    MAGDEBURGO «L’AFD vede nell’Est una Germania originaria, senza stranieri», dice Ingo Schulze. Non pensava alla vigilia che l’afd ottenesse la maggioranza, e ora che è sulla soglia dell’impensabile, è frastornato, come tutti.
    Con l’Est, o meglio con la Ddr, Schulze è associato da sempre, fino a essere lo scrittore più rappresentativo uscito da quelle terre. «Ho sempre scritto della Ddr in relazione al mondo dopo il 1990. Per me è stata, e continua a essere, uno sfondo che permette di comprendere meglio le ovvietà del presente». È proprio in queste terre che l’Afd sta dilagando.

    La AfD si è riappropriata di quel passato comune? Cancellando, al contempo, tutto quello che la ddr aveva di violento e repressivo?
    «La mia tesi è sempre stata che proprio l’immagine che ci facciamo della Ddr contiene anche un potenziale per contrastare la destra, o l’estrema destra. Si tratta di ricordare ciò che vi era di progressista: l’educazione dei bambini, l’uguaglianza tra uomini e donne, il sistema sanitario, molti aspetti del diritto di famiglia e, più in generale, tutto ciò che riguardava i servizi pubblici. Non sono questi, però, gli aspetti su cui insiste l’Afd. L’AfD vede nell’Est una Germania originaria, senza stranieri. È difficile opporsi a questa narrazione se ci si limita a ricordare soltanto il carattere repressivo della Ddr».
    Ritiene giusto 
    definire l'AfD fascista?
    «Non amo queste etichette, perché ci fanno pensare immediatamente al nazionalsocialismo. Bisogna fare lo sforzo di descrivere l’AfD con maggiore precisione. Se dovesse arrivare al potere, provocherebbe enormi danni soprattutto nell’istruzione e nella cultura, prima ancora di fallire. La sua lettura del mondo non è sociale, ma etnico-nazionale».
    Riscrivere la cultura e la storia: è questo il suo aspetto più pericoloso?
    «Senza alcun dubbio. Le faccio un esempio. Alla fine di maggio abbiamo tenuto l’assemblea primaverile dell’accademia tedesca per la lingua e la letteratura ad Halberstadt, in Sassonia-anhalt. Il nostro partner locale era il Gleimhaus, il museo dedicato all’illuminismo tedesco. L’AFD sta attaccando personalmente la direttrice, che da anni svolge un lavoro straordinario, perché definisce l’illuminismo un movimento internazionale e non nazionale. Anche molti insegnanti temono di essere denunciati come “politicamente di parte”. È assolutamente possibile che diversi docenti perdano il posto. E lo stesso potrebbe estendersi alle università, ai musei, alla storiografia».
    L'AfD usa deliberatamente il linguaggio del 1989: "Noi siamo il popolo", la resistenza contro le élite, l'idea di una nuova rivoluzione. Lei la visse in prima persona, manifestando per le strade, cosa pensa?
    «La mia impressione è che proprio coloro che allora gridavano: “Siamo un solo popolo! Il marco subito! L’adesione subito!”, cioè quelli ai quali l’auto-dissoluzione della Germania orientale non sembrava abbastanza rapida, siano oggi quelli che parlano più forte del “completamento” della rivoluzione. La cosa pericolosa è soprattutto che nessun altro partito è riuscito ad appropriarsi positivamente della tradizione dell’est, o forse non lo ha nemmeno voluto. Inoltre l’AfD è l’unico che pretende di avere una visione del futuro, un’alternativa allo status quo. Per alcuni questo rappresenta un orizzonte che altrove non trovano. Bisognerebbe prenderne atto».
    Molte persone non hanno sentimenti negativi verso la Russia, nonostante l'occupazione sovietica.
    «Gli abitanti della Ddr vedevano che i vincitori della Seconda guerra mondiale vivevano peggio di loro. I soldati sovietici, confinati nelle caserme della Ddr in condizioni molto dure, suscitavano piuttosto compassione. Inoltre, nel 1989, l’urss di Gorbaciov fu la garante del fatto che le manifestazioni dell’autunno non venissero represse con la violenza. Nell’ovest “i russi” sono sempre rimasti una parola che evocava paura; nell’est era diverso, anche se il rapporto era ben lontano dagli ideali ufficiali dell’amicizia socialista. A questo si aggiunge il fatto che in Germania la guerra in Ucraina viene raccontata in modo unilaterale. Nell’est la diffidenza verso i media è maggiore. Si ha l’impressione che l’identità politica tedesca, o dell’europa occidentale, venga definita quasi esclusivamente dalla lotta degli ucraini. Questo non fa bene a nessuno, meno che mai agli stessi ucraini».
    Non è paradossale il legame quasi istintivo che l'AfD sente con Trump?
    «Sì, imparano gli uni dagli altri. E proprio osservando Trump si può capire quale Germania abbia in mente l’afd. Personalmente considero più interessante ciò che ha tentato la Spagna, cioè la regolarizzazione degli immigrati irregolari. Non invidio affatto i politici che devono trovare un compromesso tra immigrazione e rimpatri. Non è qualcosa che riusciremo semplicemente a fare, come diceva Angela Merkel».

    martedì 1 settembre 2026

    Pasolini e Pound

    Massimo Raffaeli
    Quando Pasolini incontra Pound

    il manifesto, 1 settembre 2026

    Non avrebbero potuto essere più agli antipodi i profili e i percorsi di Ezra Pound e Pier Paolo Pasolini nel momento dell’incontro, il 26 ottobre del ’67, per un’intervista commissionata dalla Rai da inserirsi in un ritratto televisivo del poeta americano. Pound ha trentasette anni più del suo intervistatore, da qualche anno è tornato in Italia, dividendosi tra Venezia e Rapallo, dopo oltre un decennio di internamento in un manicomio criminale di Washington dove, scampando alla esecuzione, ha espiato il suo collaborazionismo culminante, in tempo di guerra, negli appelli e negli anatemi scagliati sui connazionali direttamente da Radio Roma.

    PER PARTE SUA PASOLINI, espulso dal Pci nel dopoguerra per «indegnità morale», è rimasto un intellettuale marxisant la cui fisionomia di poeta e regista cinematografico nel senso comune è circonfusa da un’aura perpetua di scandalo. Propiziato dal firmatario della trasmissione (lo scrittore Vanni Ronsisvalle, nella cui bibliografia si annovera un notevole romanzo, Tour Montparnasse, Editori Riuniti 1977), il dialogo si apre con una vera e propria palinodia davanti al maestro americano perché Pasolini ne è stato a lungo nemico (lo dicono l’epistolario e il suo biografo – nonché precoce traduttore dello stesso Pound – Enzo Siciliano) fino al viaggio a New York, nel ’66, quando stringe amicizia coi poeti della beat generation, e specialmente Allen Ginsberg, per i quali i Cantos, opera di un Cosmo esploso nella maestà del Caos, sono il massimo riferimento secolare.

    E però Pound, lusingando involontariamente Pasolini, non ama affatto le nuove avanguardie, perciò Ginsberg, che pure si trova in quel momento a Venezia, è estromesso dal set di un’intervista che la musicista Olga Rudge (musa e compagna di Pound, madre di sua figlia) ha avallato temendo comunque che la fama di Pasolini e la natura controversa del suo personaggio potessero alimentare la polemica politica.

    E INVECE PASOLINI è entusiasta, deferente come può esserlo un neofita che abbia consapevolezza di trovarsi al cospetto di uno dei maggiori poeti del secolo, forse il più grande e il più emblematico: Pound lo ascolta ma è recluso nel tempus tacendi e si limita, nel suo italiano esotico, a poche battute lancinanti. Messa in onda nel giugno del ’68, l’intervista, ora integralmente accessibile in Raiplay, è stata di recente trascritta (compare in Ezra Pound, È inutile che io parli. Interviste e incontri italiani 1925-1972, De Piante 2021) da Luca Gallesi che oggi firma una breve monografia dal titolo Pound e/o Pasolini (introduzione di Giuseppe Garrera, Edizioni Ares, «Poundiana», pp. 136, euro 14). Il libro è utile a ricostruire genesi e sviluppo del rapporto fra i due poeti utilizzando, dalla parte di Pound, una letteratura critica di prima mano (Gallesi è anglista) nonostante nella bibliografia generale sia assente il nome di Massimo Bacigalupo, suo massimo specialista (e qui si veda da ultimo Ezra Pound, un mondo di poesia, Ares 2022).

    Meno nitido è l’approccio a Pasolini sia per una svista filologica (costui non collaborò al «quotidiano» Il Tempo – che anzi fu sempre in prima fila al suo linciaggio – ma semmai, e a più riprese, al settimanale Tempo altrimenti noto come Tempo illustrato) sia per alcune definizioni discutibili quali «omosessuale dichiarato e sedicente comunista» o anche «dopo la guerra diventato antifascista»: Pasolini non era De Pisis o Comisso o il suo amico Sandro Penna, perché dissimulò la propria omosessualità come allora usava; venne espulso dal Pci ma restò persuaso – teste la dichiarazione di voto del ‘75 – del fatto che in un paese orribilmente sporco proprio il Pci fosse un’isola dove le coscienze si sono disperatamente difese; infine Pasolini «maturò» l’antifascismo negli anni della guerra pari a molti intellettuali della generazione fascistissima, necessariamente formatisi nei Guf: perciò non si tratta di una mutazione come vorrebbe il verbo «diventare» o peggio di una resipiscenza (come oggi la destra italiana ha il coraggio, sfacciatamente, di insinuare).

    QUANTO ALLA REALE intersezione fra i due poeti, Gallesi la coglie giustamente nel ricordo e/o nel rimpianto di una mondo arcaico che la civiltà industriale sta intanto annientando: è la Cina rurale di Confucio per l’uno, l’Italia romanza delle pievi e dei borghi per l’altro. Viene tuttavia sfuocata la natura più profondamente simpatetica del loro rapporto, che è invece d’ordine formale e strutturale come già dimostrato da Francesca Cadel in fondamentali contributi (peraltro omessi in bibliografia) per cui è esistita una «funzione Pound» nell’ultimo Pasolini, la stessa che fermenta sottotraccia nelle sue opere testamentarie, fra le macerie del Dopostoria, dal palinsesto di Petrolio alle terribili sequenze di Salò (dove risuonano da un’Ade senza scampo i versi medesimi di Pound), da Bestia da stile ai versi di uno dei suoi libri più alti e meno rammentati, Trasumanar e organizzar (’71).

    domenica 30 agosto 2026

    Il maestro del Duce

    Marzia Fontana 
    Il giovane maestro va a scuola di vita e resistenza

    Corriere della Sera La Lettura, 30 agosto 2026

    Con Il mae­stro del Duce Ales­san­dro Di Nuzzo coniuga romanzo sto­rico e di for­ma­zione, rin­nova la fin­zione nar­ra­tiva del mano­scritto ritro­vato (un dia­rio, in que­sto caso) e rac­conta una sto­ria attra­ver­sata da una pro­fonda ten­sione civile e insieme intima, sul destino e sulle scelte dei sin­goli, sulla libertà come valore asso­luto. Pro­ta­go­ni­sta e voce nar­rante del romanzo è Guido Cen­to­fanti, un gio­vane mae­stro dal passo incerto a causa di una malat­tia infan­tile ma di animo «fermo e tenace». Con­vinto soste­ni­tore di Mus­so­lini e imbe­vuto della reto­rica fasci­sta, terzo al con­corso nazio­nale ha scelto una desti­na­zione «disa­giata» per otte­nere più rapi­da­mente l’ago­gnata cat­te­dra e ser­vire al meglio la patria. Così, alla fine di otto­bre del 1937, appena rice­vuta comu­ni­ca­zione dell’inca­rico, lascia gli orgo­glio­sis­simi geni­tori e la fra­zione di Arezzo in cui è nato e cre­sciuto alla volta di Morra Ter­zana, pae­sino sper­duto su «un cri­nale di mezza mon­ta­gna» nel Cilento, dove arriva dopo tre este­nuanti giorni di viag­gio a causa delle frane e del crollo dell’unico ponte utile per giun­gere a desti­na­zione.

    La realtà in quel paese spro­fon­dato in un colore cupo e nel silen­zio è ben diversa dalle attese, l’osse­quio dei pae­sani alla pro­pa­ganda fasci­sta sco­no­sciuto sotto il peso della fatica e della mise­ria, la scuola vuota e fati­scente, priva di arredi e per­fino di stu­denti. La sera del suo arrivo, nella stanza a pen­sione che abi­terà per l’intero anno sco­la­stico, il gio­vane apre un qua­derno nero acqui­stato qual­che anno prima con la vel­leità di scri­vere poe­sie e ora con­ver­tito in dia­rio e, per rea­gire allo scon­certo, ini­zia a riem­pirne le pagine.

    Giorno dopo giorno, regi­stra il gra­duale muta­mento di pro­spet­tiva e l’approdo a una nuova visione della vita, dall’ini­ziale, incon­te­ni­bile entu­sia­smo per la poli­tica mus­so­li­niana al pro­gres­sivo disve­la­mento delle men­zo­gne e della fero­cia del regime, fino al totale disin­canto nella disfatta della cam­pa­gna di Gre­cia: ad accom­pa­gnare le sue parole è un paral­lelo cam­bia­mento di stile che dall’ini­ziale ade­sione mime­tica ai roboanti sti­lemi di Mus­so­lini si fa via via più intimo e essen­ziale.

    Con l’aiuto di un «bidello-bec­chi­no­mu­ra­tore-tut­to­fare» che ben cono­sce il paese e i suoi abi­tanti e alle parole tron­fie del nuovo arri­vato oppone rea­li­smo, buon senso spic­ciolo e la giu­sta dose di iro­nia, il ’gnor mae’, come tutti lo chia­mano, per adem­piere al pro­prio dovere e avviare l’anno sco­la­stico cerca di attrez­zare la scuola, va a recu­pe­rare gli stu­denti a uno a uno nei campi, dove le fami­glie li spe­di­scono fin dalla più tenera età (tutti maschi, per­ché per le fem­mine stu­diare è inu­tile) e gioi­sce di sod­di­sfa­zione ogni volta che se ne pre­senta in aula uno nuovo. Intanto spe­ri­menta una didat­tica assai diversa (e tanto più effi­cace) da quella che ci si aspetta da lui, incon­sa­pe­vol­mente mon­tes­so­riana, inse­gna e impara pil­lole di sag­gezza quo­ti­diana, con­di­vide con i suoi alunni l’affetto reci­proco e il dolore per la morte di uno di loro e a quei ragaz­zini regala uno sguardo diverso sulle cose e una pro­spet­tiva di futuro.

    Men­tre si inte­gra nel paese e sfiora l’amore per una gio­vane sarta, tut­ta­via, perde l’inno­cenza. Gra­zie anche agli incon­tri con un pit­tore anar­chico, oppo­si­tore del regime al con­fino a Morra Ter­zana che lo incalza con una sorta di maieu­tica poli­tica, il gio­vane Guido sco­pre il vuoto celato die­tro la reto­rica fasci­sta, fa i conti con gli inte­ressi e gli intral­lazzi assai poco nobili del pode­stà, assi­ste da lon­tano al dramma delle leggi raz­ziali, vede crol­lare a una a una le illu­sioni del suo inge­nuo, gio­va­nile ardore: nella con­sa­pe­vo­lezza che l’eroi­smo non vive nei pro­clami, ma nell’eser­ci­zio quo­ti­diano della soli­da­rietà e della lotta alle pre­va­ri­ca­zioni, rea­lizza infine che la vera feli­cità coin­cide con la libertà, come recita in esergo la mas­sima dello sto­rico greco Tuci­dide. Così, il mae­stro mette in atto la sua per­so­nale resi­stenza e, in un finale non lieto ma aperto alla spe­ranza, con­se­gna al dia­rio il pro­prio testa­mento spi­ri­tuale in un pas­sag­gio di testi­mone impre­ve­di­bile e colmo di signi­fi­cato.

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    Un utile termine di paragone è Eric Newby, Amore e guerra negli Appennini, il Mulino 1994, in precedenza Fuga in montagna, Garzanti 1977. Il valore documentario e umano di "Amore e guerra negli Appennini" risiede proprio nella fotografia vivida, "dal basso", di un'Italia rurale e montana che la macchina propagandistica del regime fascista non era mai riuscita a scalfire davvero.

    Un'Italia estranea alla retorica
    Per la popolazione dell'Appennino, lo Stato fascista (e lo Stato in generale) era percepito come un'entità lontana, sinonimo solo di tasse, burocrazia e figli mandati a morire in guerra. Newby descrive una comunità legata a ritmi ancestrali, governata da un codice morale proprio, fatto di ospitalità sacra e innata generosità. I contadini che lo nascondono sanno perfettamente di rischiare la fucilazione e il rogo della propria casa, eppure lo accolgono non per ideologia politica, ma per pura empatia umana verso un giovane fuggiasco.
    Il contrasto con lo stereotipo
    Il libro demistifica sia la retorica fascista dell'italiano guerriero e disciplinato, sia lo stereotipo alleato dell'italiano codardo o inaffidabile. Newby restituisce la dignità a un'Italia periferica e silenziosa che, nel momento del bisogno, compie un vero e proprio atto di resistenza civile spontanea, basato sulla solidarietà umana prima ancora che sulla politica.

    sabato 20 giugno 2026

    Mussolini riveduto e corretto

    Gianni Santamaria
    Il Duce e Margherita. Una resa dei conti postuma

    Avvenire, 19 giugno 2026

    In un giorno cupo d’autunno del 1924 Benito Mussolini è in barca con un’amica. Vede un pelo bianco sul braccio e se lo tira via. «Vedi questo? Questo singolo pelo del mio braccio sinistro è più caro e per me vale di più di tutta l’umanità messa insieme». A queste parole l’interlocutrice, Margherita Sarfatti, si sente «attraversata da un brivido di disagio e ribrezzo. Era solo una battuta? Certo. Ma a volte in una battuta può esserci molto. Ahimè, a volte perfino una verità nel fondo di un lurido pozzo». È un Mussolini freddo, privo di qualunque empatia, irresoluto e per questo duro e deciso all’apparenza, succube della moglie, malaticcio e nel 1920 consumatore di cocaina quello che emerge dai ricordi che la sua amica, consigliera e amante, prendendone le distanze, scrisse in esilio, tra la fine della guerra e il 1947. Il memoriale, intitolato My Fault (“È colpa mia”) nella stesura definitiva in inglese, venne proposto da Sarfatti per la pubblicazione a editori statunitensi senza che se ne facesse nulla. Un testo dalla genesi complessa. Forse fu iniziato in Francia, poi nel giugno 1945, appena due mesi dopo piazzale Loreto, sul giornale argentino “Critica” apparvero 14 puntate intitolate Mussolini como lo conocì . Quando l’esperta d’arte e intellettuale socialista – che con la biografia Dux nel 1925 aveva conosciuto il successo internazionale – rientrò in Italia, il testo era troppo scomodo per essere pubblicato. Molte delle personalità ritratte con una certa durezza, da Rachele Mussolini a Edda Mussolini Ciano, erano ancora in vita. Il dattiloscritto rimase così in possesso della famiglia Sarfatti e di lì approdò all’Archivio del ’900 presso il Mart di Rovereto. Su My Fault si è basato nel 2010 Roberto Festorazzi per il suo Margherita Sarfatti, La donna che inventò Mussolini (Angelo Colla editore). Dopo un’edizione americana del 2014, pesantemente interpolata con altri testi, il memoriale ora viene proposto per la prima volta in Italia a cura di Pierfrancesco De Robertis, già direttore de “La Nazione” di Firenze, con un titolo e un sottotitolo che riprendono le due versioni: Margherita G. Sarfatti, È colpa mia. Mussolini come l’ho conosciuto (Paesi edizioni, pagine 252, euro 20,00).
    Lo sguardo è retrospettivo e risente della delusione che la donna aveva provato dagli anni Trenta in poi, quando il rapporto con l’amico, amante e futuro dittatore si era progressivamente deteriorato, fino alla decisione dell’ebrea Sarfatti di lasciare il Paese dopo le leggi razziali del 1938. A pesare è anche l’ostilità che la famiglia del duce, i Ciano e i Petacci, qui ritratti a tinte fosche, avevano manifestato per la donna che aveva sul loro marito, padre, amante e capo un grande ascendente intellettuale. E non solo.
    Il testo è perciò pieno di reticenze e allusioni. E in realtà, a dispetto del titolo, nota De Robertis nell’introduzione, «la trama del diario scorre su una linea narrativa che tende sempre ad assolvere l’autrice». In modo intelligente, «Margherita cerca di far passare l’idea di aver creduto a un fascismo “buono”, quello che secondo lei salvò l’Italia dal bolscevismo e di avere invece preso le distanze successivamente dalla dittatura quando essa si trasformò in uno strumento di oppressione in mano a un uomo che si era fatto sopraffare dalla smania di potere e che aveva perso la sua caratteristica originaria di positivo rinnovamento della società».
    Tre sono i quadri storici su cui le pagine del memoir fanno trasparire prospettive inedite o poco note. Innanzitutto i giorni dell’omicidio Matteotti. Sarfatti dice di aver creduto alle parole di Mussolini che le giurava di non sapere del complotto per uccidere l’oppositore. Ma indica anche un precedente che va in senso contrario. Fa, infatti, riferimento en passant , allo «strano accenno di apprezzamento» con il quale Mussolini, molto tempo prima dei fatti, le aveva parlato della pratica con cui un’organizzazione di fanatici nazionalisti tedeschi, la Heilige Vehme (Sacra Vehme), conduceva nella Repubblica di Weimar omicidi mirati senza lasciare tracce, spurlos . Mussolini aveva notato che tale termine non esisteva in italiano e tale modalità ripugnava allo stile teatrale, alla Bruto, dell’omicidio politico italiano. «Eppure – aveva aggiunto – la sparizione, spurlos , è più d’effetto. E soprattutto… efficace». Certo, non si possono fare processi alle intenzioni, previe oltretutto. Ma la suggestione che il rapimento del leader socialista possa aver corrisposto a una logica del genere, c’è. Sarfatti si pone, poi, degli interrogativi di fronte all’atteggiamento del re. Questi aveva opposto un netto “no”, in nome del liberalismo, alla richiesta del presidente del Consiglio di sciogliere le Camere sotto l’«inutile e sbagliato» Aventino. Mussolini arrivò perfino, scrive l’allora amica, a minacciare Vittorio Emanuele III, che non si piegò. «Perché allora concesse in seguito tutto ciò che seguì e permise cose illegali che gridavano vendetta al cielo?».
    Infine i ritratti dei familiari e del “cerchio magico” del Duce. Da Rachele - donna rozza che trascura i figli e, pistola alla mano, insegue il marito traditore per Villa Torlonia - a Edda, descritta come una viziata perdigiorno, al marito il conte Galeazzo, che esercitò un influsso negativo su Mussolini. Sarfatti ce l’aveva con il genero dell’illustre amico, perché aveva avuto il torto di censurare il suo Dux nei punti in cui faceva riferimento alla povertà delle origini della sua famiglia, che – assurta al titolo nobiliare – faceva affari grazie al duce. E il padre Costanzo armatore era anche ministro della Comunicazioni. Una famiglia di arrivisti, secondo Sarfatti, nella quale il rampollo era sì un presuntuoso, ma non un malvagio. Soprattutto era anti-tedesco ed era intervenuto su Vienna a favore dell’ebreo Freud. Infine, Claretta che, stando a Sarfatti, il Duce non amava (perché non era capace di amare nessuno), che faceva parte della schiera di profittatori e si era avvicinata al duce dopo aver già avuto un figlio da un altro.
    Ma al centro di tutto c’è sempre lui, l’uomo che posponeva l’idea all’azione, che aveva – al di là della gestualità e della retorica trascinante - una concezione teatrale, shakespeariana, della politica e della vita. «Per anni ho vissuto intellettualmente vicino a lui, l’ho sentito pensare ad alta voce davanti a me, aiutandolo a chiarirsi le idee, talvolta ponendo qualche domanda mirata o semplicemente stando in silenzio e attenta. Non era affatto un teorico né un filosofo, Come spesso accade agli uomini d’azione, non aveva bisogno di affaticarsi a pensare: le idee pensavano per lui». In fondo, però, Benito era un insicuro, come dimostra l’uso di cocaina che – racconta l’amica – aveva consumato nel 1920 presso una non meglio precisata “Casa delle Tre streghe”. «Conservo ancora il pacchetto che gli strappai con la forza un giorno a Milano. Pallido, con gli occhi grandi e cerchiati di rosso, entrò in casa mia barcollando come se fosse ubriaco», scrive Margherita. Non fu, questa, l’unica dimostrazione di debolezza psicologica e fisica da parte di un uomo che, da ragazzo aveva rischiato di morire ed era oppresso da ulcere gastriche. Inoltre conservava abitudini da campagnolo. Non solo in società. Anche le famose nuotate, durante le quali veniva immortalato dalla propaganda, non gli venivano naturali. C’era sempre lo zampino di Margherita. «Avevo cercato di migliorare la sua maniera di nuotare, prima di allora alquanto rozza: esibiva lo stile di un ragazzo di campagna che sguazza nei fossi e nei fiumi d’estate». Sul litorale di Castel Porziano, però, non esitava a spingersi al largo. Alla fine ha osato troppo.



    lunedì 1 giugno 2026

    Elogio di Benedetto Croce

    Emanuele Trevi
    Ogni uomo che pensa è filosofo

    Corriere della Sera La Lettura, 31 marzo 2026

    Alla memoria di Benedetto Croce si associano in maniera spontanea l’importanza del suo pensiero filosofico, la sterminata erudizione dei suoi lavori storici, l’esemplare postura morale dell’antifascista disposto a vivere come uno splendido esiliato in patria, bersaglio indomito del regime e dei suoi pagliacci in feluca. E in un Paese come il nostro, dove troppo spesso l’idea dell’egemonia culturale si è confusa con l’esercizio del potere, andrebbero molto utilmente meditate certe lettere risalenti al ventennio nero raccolte in questa bella antologia curata da Emanuele Cutinelli Rendina e intitolata Perdersi negli altri e nelle cose (Adelphi). Ma il fatto ancora più interessante è che, date alla mano, leggendo questo prezioso libretto ci si rivelano ben marcati i tratti di un uomo talmente retto, talmente reattivo di fronte alle forme più dilaganti di arroganza e cialtroneria che gli accadeva di osservare, che il suo antifascismo… precede lo stesso fascismo! Come quando lamenta, in una lettera del dicembre 1914 al filosofo gentiliano Armando Carlini, «la semplice fede e il solito lavoro sostituiti dalla scomposta immaginazione e dallo spirito di avventura». E del resto, aggiunge, come si fa a pretendere rispetto per il «faticoso lavoro in una miniera, dove si sa che non si troverà altro che del buon combustibile per bisogni della vita», da gente che «sogna il vello d’oro, il tesoro dei Nibelunghi o il San Graal»? (Chissà se oggi avrebbe messo nell’elenco la Terra di Mezzo del buon Tolkien, ma non si deve mai attribuire ai morti opinioni sulle inezie dei vivi).

    Ma a tutte le cose che sapevamo di Croce, e che con gioia ritroviamo in queste pagine, ce n’è anche un’altra che l’antologia di lettere di Cutinelli-Rendina rende più evidente di quanto in genere risulti dai manuali di storia letteraria e, più in generale, dai gusti e dalle predilezioni della critica: parlo dell’eccellenza artistica della prosa di Croce. Di qualunque cosa parli, che si inerpichi sugli aridi ghiacciai del pensiero teoretico o si infili tra le pagine tarlate di qualche vecchia cronaca angioina o aragonese, Croce, nella storia della nostra prosa, è il nostro Cicerone.

    Non credo affatto di esagerare: e c’è da aggiungere anche, quando si tratta di tirare le somme del giudizio, una straordinaria versatilità, intesa non come fatua inclinazione all’esperimento occasionale, ma come ricerca della congruenza più attendibile fra lo stile, l’argomento, il pubblico più o meno specializzato al quale un certo scritto si rivolge. Ebbene, potremmo distendere l’intera opera di Croce fra due poli: da un lato gli scritti di teoria estetica e filosofica più severi e necessariamente impervi, come gli studi su Giambattista Vico e Georg Wilhelm Friedrich Hegel; e dall’altro proprio le lettere più confidenziali e familiari, nelle quali traspaiono una gamma di sentimenti che solo uno sciocco escluderebbe come irrilevanti nella fisionomia morale e intellettuale di Croce: affettività, bonomia, empatia, ma anche delusioni, risentimenti, fastidi, rimpianti…

    Fa bene il curatore di questa antologia a sottolineare l’amore di Croce per le forme brevi, sul tipo dei Frammenti di etica, delle noterelle polemiche pubblicate sulla «Critica», degli «aneddoti», come amava chiamarli. E in effetti, a stampare queste lettere prive di indirizzi, formule di cortesia e firme in calce, le si potrebbe scambiare, molte volte, per microscopiche dissertazioni: un pensiero in divenire, capace di registrare le occasioni e le traversie dell’esistenza, senza perdere mai di vista la fisionomia intellettuale del destinatario, ma sempre conseguente ai suoi altissimi presupposti. Sì, perché anche nelle forme della saggezza pratica, della tenerezza domestica, e addirittura della stizza per l’importunità subita, quella di Croce è sempre filosofia, se è vero l’aureo precetto che si legge in una lettera del 1916: «Io considero filosofia tutti i pensieri degli uomini», con l’altrettanto rispettabile corollario che «nessun uomo e nessun popolo raggiunge mai il culmine del pensiero».

    La lettera, indirizzata ad Armando Carlini, è importante perché, molto prima dell’aperto e drammatico conflitto politico, mette il dito nella piaga del dissidio ormai insanabile con Giovanni Gentile, che invece nutre gelosamente un concetto di «filosofia come religione» con la sua smania per «il problema fondamentale». E allo stesso Carlini, filosofo che aveva evidentemente il dono di incalzarlo ispirandogli risposte memorabili, in una lettera di qualche settimana dopo Croce affida questa perla polemica, ribadendo la distinzione tra quelli che sono ormai due modi insanabili di pensare e concepire il proprio posto nel mondo: «Se esistesse la suprema verità, se il Gentile l’avesse ritrovata, che cosa faremmo tutti noi? i coglioni? E che cosa farebbe egli stesso? Scoperta la verità suprema, egli resterebbe di fronte a essa come un coglione, perché non potrebbe certo scoprire una seconda verità suprema!». Ma la confidenzialità usata con Carlini è quella che si usa tra colleghi, che bene o male condividono lo stesso linguaggio.

    Il fatto è che Croce è filosofo, nella sua saggia e lungimirante accezione della filosofia, anche con un affittuario, che gli aveva chiesto di far figurare nel contratto un mensile minore di quello effettivo («Qualcuno deve pur pagare tasse e imposte, se non vogliamo che l’Italia fallisca; ed è meglio che le paghiamo voi ed io, che non per questo soffriremo la fame»: marzo 1923); ed è filosofo pure con una ragazzina di tredici anni di Torino che gli ha mandato le sue poesie nell’autunno del 1930, e fa di nome Natalia Ginzburg, e ha l’età delle sue figlie maggiori; ed è filosofo con il senatore Luigi Messedaglia, presidente di un prestigioso Istituto, che dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali nel settembre del 1938 gli chiede di compilare un esecrabile questionario che attestasse la sua arianità. Croce ribatte a stretto giro di posta: pur di non compiere l’atto «odioso e ridicolo insieme» di dichiarare di non essere ebreo, «proprio quando questa gente è perseguitata», preferisce essere espulso dall’istituzione «come supposto ebreo».

    Certo, qualunque segugio del «problema fondamentale», qualunque vestale della «suprema verità», potrà storcere il naso, e negare a queste lettere il crisma, l’aura iniziatica della filosofia come la intendono loro. Lo sdegnoso rifiuto di un’idea di filosofia come metodo e forma della vita comporta, peraltro, come fatale contrappasso, la tecnicizzazione e l’oscurità di un linguaggio destinato, nel migliore dei casi, a un pugno di colleghi. E difficilmente si immaginano questi maestri del gergo specialistico e dell’inutile sofisticazione spendere tanto tempo e pazienza e cortesia a scrivere lettere in stile terso e impeccabile a interlocutori come la lettrice cattolica a cui Croce spiega, nel terribile inverno del 1942, quando vive rifugiato a Sorrento, che «l’ammissione del mistero è la negazione del pensiero», che semmai i misteri li nega e li dissipa, e che «la vita bisogna prenderla semplicemente, fare ogni giorno quel che si può e non lamentarsi mai». Basterebbero queste due righe a certificare che tutti i libri che aveva letto, Benedetto Croce non li aveva letti invano.