Federico Genta Costi alle stelle e il tramonto di un rito: in dieci anni sono spariti oltre 20mila bar La Stampa, 12 settembre 2026
TORINO. Calano i clienti e aumentano le spese. Così i bar d’Italia chiudono, o meglio si trasformano. Sono ancora uno dei simboli dell’Italia, loro malgrado vittime di una socialità che con il tempo è cambiata, stravolta dall’innovazione digitale e dall’esplosione dei social. Il bar era la seconda casa del paese, il luogo preferito dove leggere i giornali, ascoltare musica, giocare a carte o a biliardo - prima dell’avvento delle slot -, guardare la televisione. Oggi quell’Italia non c’è più. Da un pezzo le serie tv si guardano in casa propria, le chiacchiere si fanno tra Facebook e Instagram, e soprattutto gli incassi da caffè, brioche e aperitivi spesso non bastano a coprire i costi d’impresa. Può essere questa la sintesi del rapporto presentato da Fipe-Confcommercio, la Federazione italiana dei pubblici esercizi. Un’indagine sulla demografia d’impresa negli ultimi dieci anni, dal 2015 al 2025, che fotografa successi e difficoltà.
Il numero che colpisce di più: in tutta Italia sono 22.300 i bar scomparsi. Con una precisazione importante: non si tratta di vere e proprie chiusure di attività, piuttosto di una lenta e inevitabile trasformazione che segue le nuove esigenze dei clienti. Tradotto: al loro posto sono arrivati ristoranti e take away, con effetti non sempre positivi. Ecco perché il calo complessivo, che tiene conto di tutti i pubblici esercizi, gelaterie comprese, si riduce a meno di diecimila unità. Così il settore si conferma un indispensabile presidio di prossimità su tutto il territorio nazionale, con appena 162 Comuni - su 7.900 - sprovvisti di qualsiasi attività.
Non è il turismo, quello consolidato come quello emergente, a salvare i caffè: basta leggere i numeri raccolti da Confcommercio ed elaborati dal Centro studi Tagliacarne. Fanno effetto gli oltre mille bar scomparsi a Roma, oltre un quinto in dieci anni. Fanno peggio Torino e Trieste, rispettivamente meno 22,1 e 23,4%. E non va meglio nelle isole: Cagliari perde il 20,8%, Palermo il 19,6%. In controtendenza una fetta di Mezzogiorno: fermandosi ai capoluoghi, le statistiche sono positive a Napoli (2,2%) e Potenza (2,3%). Perché, estremizzando un po’, i bar crescono ancora nelle città del Sud e calano al Nord? «Perché il mercato nelle regioni settentrionali è più maturo, nel Mezzogiorno invece è ancora visto come una leva di autoimpiego, una realtà dove il livello di disoccupazione è molto alto», spiega Luciano Sbraga, direttore del Centro studi. Il fenomeno è più evidente ancora se si prendono in considerazione tutte le imprese del settore: in testa alla classifica per saldo positivo ritroviamo Napoli, con un boom di 704 nuove attività (+19,7%), seguita da Palermo (+163 imprese, +8,7%), Bari (+76, +5,8%) e Taranto (+71, +10,6%), a confermare come la ristorazione sia ancora oggi un’occasione impiego e sviluppo.
Ma guai a parlare di “mangificio”: «Proprio questa indagine sfata il mito che dentro i centri storici tutti i negozi stiano scomparendo per lasciare spazio alla ristorazione - conferma Sbraga -. Piuttosto compensano la progressiva scomparsa dei caffè, senza snaturare l’offerta di servizi a cittadini e turisti». A preoccupare, invece, è la crescita dei take away, ovvero cibo da asporto da consumare altrove. L’attività imprenditoriale è sicuramente conveniente: personale ridotto al minimo, spazi contenuti, gestione dei rifiuti ridotta quasi a zero perché tutto viene dirottato all’esterno: le pietanze, appunto, ma spesso anche il baccano e quei disagi che alimentano da tempo il dibattito sulla malamovida.
«Il focus dell’indagine ha riguardato l’evoluzione del settore nei centri storici delle grandi e medie città, dove si rilevano profili che oggi impongono attenzione - dice Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe-Confcommercio -. In queste aree le dinamiche del mercato hanno spesso portato ad un’eccessiva concentrazione dell’offerta e allo sviluppo di forme di ristorazione più informali che fanno dell’assenza di servizio e di spazi ridotti all’osso il punto di forze del business. Il risultato sta nella crescita di rilevanti esternalità». L’indagine sottolinea come proprio le forme di vendita aggressive, focalizzate principalmente sull’offerta di bevande alcoliche per tenere i prezzi bassi, alimenta l’abuso di alcol e il degrado urbano a danno di cittadini e imprenditori. «Va ripresa la capacità di governare il territorio e lo sviluppo ordinato delle attività commerciali soprattutto nelle aree critiche delle nostre città, limitando la proliferazione indiscriminata di format che dequalificano la vocazione dei centri storici - chiede Stoppani -. Lasciare libertà di accesso indiscriminato salvo poi intervenire con ordinanze che limitano lo svolgimento dell’attività è un rimedio peggiore del male».
Matteo Marchesini Cultura e letteratura. Piccola storia ignobile Il Foglio, 1 luglio 2026
Ogni intellettuale o artista moderno in grado di riflettere sul suo lavoro sa che l’organizzazione della cultura è il contrario della cultura. Il lavoro, quindi, diventa una guerriglia per strappare spazi di visibilità senza perdere gli spazi di indipendenza. Quando molte diverse forze organizzative si contendono il potere, la guerriglia è più facile. Quando invece restano pochi grandi trust, la tentazione di arrendervisi schizza in alto con tutte le sue giustificazioni sofistiche. Allora parecchi intellettuali e artisti deformano a priori le loro opere per stare almeno un po’sotto i riflettori. Presto le energie usate per autorappresentarsi pubblicamente surclassano i motivi che dovrebbero determinare l’autorappresentazione. Se poi l’ambito in cui ci si esprime sta scivolando ai margini della cultura generale, il processo accelera. E’ quel che da mezzo secolo succede alla letteratura. E dagli anni Ottanta, con la fine delle speranze rivoluzionarie, tanti scrittori e funzionari editoriali che ne erano stati contagiati si sono ritrovati soli davanti al mercato. Chi non ha voluto rischiare l’invisibilità si è disfatto della zavorra critico-teorica, e dopo avere stroncato in gioventù Grass o Nabokov ha esaltato Benni o Baricco. Intanto una narrativa “standard” ha cominciato a essere identificata con la letteratura tout court. I termini criticoteorici (engagement, avanguardia) si sono trasformati in pure etichette pubblicitarie, e le poetiche in brand di collane. Per farsi notare dal mondo fuori, nei territori periferici si esibiscono insegne turistiche: nel caso, articoli che non dicono nulla dei testi ma fissano un’immagine di comodo dei contesti. Chi lo fa con più spregiudicatezza e con più soldi, conquista il centro del “campo letterario”. Dalla narrativa giovanilistica degli anni ’80-’90 si è passati ai polpettoni scolastico-pop del dopo 11 settembre, e di qui a un’autofiction non più impietosa ma risarcitoria, la cui messa in scena di patologie e traumi ottiene subito una partecipe ricezione da welfare. Minimalismo, massimalismo, poetese romanzesco: le insegne cambiano veloci. Così i cannibali, vedendo il loro pop goffo invecchiare come un Commodore 64, hanno provato a ri-liricizzarsi; e lo stesso ha fatto la collana che li ospitava. Altre falene del romanzo si sono buttate su un pittoresco da Pro Loco, misto a storie di donne e Resistenza; e qualcuno parassita figure famose romanzandone la biografia. Nel frattempo un’editoria in affanno ha iniziato a imbarcare gli influencer, mentre i critici venivano rimpiazzati da editor che si dànno l’aria di ct della nazionale, che amministrano “botteghe” di narrazione, e che ogni tanto inneggiano a enormi Romanzimostri, in apparenza anti-standard ma in realtà destinati, col loro tonitruante estetismo, a fare l’opposizione di sua maestà alla produzione media. Un po’ ovunque, la griffe che segnala “qui qualità” è una lingua improbabile, divisa tra retorica hard-splatter e leziosità dannunziane dosate con un tatto da elefanti. Ma le vendite restano modeste, la rivoluzione mediatica accumula le sue rovine. Allora certi autori-imprenditori, che di solito sono anche dirigenti editoriali e direttori di festival, capiscono che le librerie e gli spazi di presentazione offrono vetrine ormai indispensabili. Consolidano così una filiera di venditori-intellettuali, con negozi simili a stilosi Barber Shop, che nei fatti sono dipendenti dalle ultime opinioni Verdurin. In questa filiera, i figli del ceto medio riflessivo cercano ciò che i padri trovavano nei partiti. Le nuove commissioni politiche, divenute venticelli di pettegolezzi, scomunicano chi urta i dogmi del giorno (manifesti woke, passaporti antifascisti). La storia clericale italiana si dimostra più forte della cronaca letteraria. Ed ecco che si arriva al pulmino dello Strega.
Giacomo Giossi Genio, malinconia e cecità. Gli ultimi anni di un Totò Domani, 29 giugno 2026
Cosa resta diTotòdopo la sua morte? All’incirca tutto. Restano tutti i suoi film così male accolti dalla critica quando era in vita, restano le sue mosse, restano le sue smorfie e così anche le sue battute fulminee e fatte di no sense e allusioni. Come Charlie Chaplin, come Stanlio e Ollio, Totò ha dalla sua la forza di una maschera inesauribile. Una figura che vive con la sua insista forza comica al di là del contesto in cui si trova a prendere forma, che sia un musicarello, una trasmissione televisiva o il Teatro di rivista degli esordi.
La maschera di Totò permea da subito l’immaginario degli italiani e lì resta potente e indelebile nello scorrere dei decenni. Dai cinema di seconda visione fino alla programmazione estiva o notturna della televisione generalista, fino anche alle piattaforme digitali che oggi ne ripropongono la filmografia e gli spezzoni ad uso e consumo dei social.
Totò icona e meme è però morto con la convinzione di una vita votata allo spreco, convinto che tutti quei film sarebbero stati presto dimenticati dopo la sua morte. Francesco Piccolo con Cosa sono le nuvole (Einaudi) va così a indagare gli ultimi anni del grande interprete napoletano spesi tra malinconie profonde e una cecità che ne ha segnato e limitato in parte la carriera di attore. Una disabilità di cui pochi erano a conoscenza, anche tra gli addetti ai lavori.
Le due identità
Piccolo accompagna il lettore nelle ore notturne di Totò, o meglio del Principe Antonio De Curtis che come lui stesso sosteneva si faceva mantenere da quel povero comico che in cambio non aveva nemmeno alcuna ospitalità in casa. Totò non era solo uno pseudonimo, ma un’altra radicale e distinta identità. Là dove stava il Principe non poteva infatti stare il comico. Tanto che là dove Antonio De Curtis aveva bisogno di essere accompagnato per poter vedere, Totò invece – una volta messo al centro del set – ritrovava tutti i riferimenti di un mondo a cui apparteneva totalmente, ritornava infatti come magicamente a vedere: saltando e brindando, ballando e giocando.
La notte è il momento in cui Totò con il suo fidato autista Carlo Cafiero gira per Roma, probabilmente a bordo di una delle sue Cadillac, magari proprio della Fleetwood 60 Special, la cui presenza al Rione Sanità annunciava senza ombra di dubbio il suo arrivo nel suo vecchio quartiere, proprio in mezzo ai suoi passati concittadini con cui era sempre estremamente generoso. Il Principe aveva un regime di vita costoso e raffinato, cosa che lo obbligava a inseguire – anche oltre la stretta necessità – ogni lavoro possibile. Veniva infatti sempre tentato da produttori che non vedevano l’ora di sfruttarne la fama e il successo. Come molti di coloro che l’hanno sofferta, Antonio De Curtis temeva più di ogni altra cosa la povertà e così accettava ogni lavoro anche quando si trattava di film raffazzonati a cui poi inevitabilmente doveva riscrivere insieme alle sue spalle comiche la sceneggiatura improvvisando e correggendo.
Si caricava di ogni lavoro fino allo sfinimento e a causa dell’eccessivo carico di lavoro aveva così perso la vista. La notte però restava il momento in cui poteva riandare con la mente agli anni passati, all’amicizia con Eduardo De Filippo di cui invidiava la capacità di aver dato valore al proprio talento. Cercava l’odore del mare anche se il più delle volte la stanchezza gli impediva di far spingere Cafiero fino al mare di Napoli e allora si accontentava di quello di Ostia e del litorale laziale.
Francesco Piccolo ritrae un uomo profondamente attraversato da malinconie e rimpianti, ma anche vitalissimo, conscio del proprio talento seppure non riconosciuto, ma considerato solo come un comico di quart’ordine. Totò avverte che il tempo sta per scadere, la salute è sempre più traballante e anche l’ipotesi di una collaborazione con Federico Fellini sfuma nell’imbarazzo reciproco: nella timidezza mondana del napoletano e nella ritrosia un po’ provinciale e un po’ mefistofelica del riminese. Totò resterà sempre un cruccio per Federico Fellini, un desiderio inesaudito che finirà in quel gran calderone delle cose non fatte che è Il viaggio di Mastorna, condensato dei sogni non realizzati del grande regista.
Così a chiamare Totò ci pensa Pier Paolo Pasolini e lo fa con la schiettezza e l’ingenuità del poeta e anche di chi delle dinamiche cinematografiche ignora sotterfugi e pratiche. Basta una telefonata e un incontro per sciogliere ogni perplessità tra i due, al punto che sul set nasce una vera e profonda amicizia. Totò si mette totalmente a disposizione di Pasolini, lasciandosi guidare e in parte spogliare delle movenze del suo personaggio. Pasolini vuole la maschera dell’attore, la vuole mostrare in tutta la sua incredibile capacità evocativa. Quel naso e quel mento storto nati da un pugno ricevuto improvvidamente durante un allenamento di pugilato quando era un ragazzino, una faccia deformata perché soldi per chiamare dottori non ce ne stavano. Un frutto (doloroso) della povertà che diventa l’elemento caratterizzante di un successo assoluto.
Dentro la tradizione
Totò resta una figura unica nel panorama cinematografico italiano, un corpo che arriva direttamente dal Teatro di Rivista e dalla Commedia dell’Arte, intriso della tradizione teatrale italiana e napoletana e proprio per questo capace al pari di Eduardo di un’universalità imprevedibile. Così come il teatro di De Filippo vive di centinaia di repliche ogni anno nel mondo, fino in Giappone, così il cinema di Totò non perde mai smalto e ancor meno spettatori generazione dopo generazione.
Certo la cornice a cui sono costretti Totò e la sua arte è spesso fortemente limitante, se solo chi ne fu testimone parla di improvvisazioni tagliate per motivi tecnici, ma che in realtà proseguivano oltre il doppio della durata di quello che poi è rimasto visibile al cinema. Riscoperto tardi, oltre che da Pasolini con cui collaborerà a Uccellacci e uccellini – per cui ottiene (finalmente) una Menzione speciale per l’interpretazione al Festival di Cannes – e all’episodio Cosa sono le nuvole? del film a episodi Capriccio all’italiana, Totò otterrà due piccole ma decisive parti ne I soliti ignoti di Mario Monicelli – l’esperto di casseforti Dante Cruciani – e ne L’oro di San Gennaro di Dino Risi in cui la sua scena verrà rifatta almeno dieci volte a causa delle risa di Nino Manfredi, colto di sorpresa ogni volta da una nuova variazione comica di Totò. La cecità lo obbligava a parti secondarie, ma capaci come quando era protagonista di dare il senso all’intero film.
Totò si spegne dopo l’ennesimo attacco di cuore il 15 aprile del 1967, tre furono i funerali a salutarlo, uno a Roma e due a Napoli, l’ultimo al Rione Sanità. Migliaia di persone seguirono il feretro testimoniando un affetto ancestrale e assoluto. Il racconto di Francesco Piccolo ha il merito di restituire quel delicato equilibrio dentro al quale la malinconia avvertita del pianto finisce per scoppiare in riso regalando un ricordo di Totò illuminante e non privo di affetto e naturale coinvolgimento.
Jean Menzies Ninfomani e astinenza sessuale: cosa ho imparato studiando il piacere femminile The Guardian, 15 maggio 2026
In tutto il mondo, avrete probabilmente letto che le persone fanno meno sesso. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, in Francia e in Australia, la frequenza dei rapporti sessuali è in calo (anche se la Danimarca sembra fare eccezione ). Nel 2018, la rivista statunitense Atlantic ha dichiarato una "recessione sessuale" , mentre lo scorso dicembre il Telegraph ha pubblicato un articolo dal titolo " Il sesso sta morendo. Ecco perché è importante ". In qualità di storica dell'antichità con un particolare interesse per la storia della sessualità, questa carenza di studi mi affascina, soprattutto perché alcuni degli articoli che ho letto sembrano desiderosi di rifarsi al periodo storico che studio più a fondo. "Il sesso dovrebbe essere più sfrenato e abbondante di quanto non lo sia stato dai tempi dell'antica Grecia", riportava il Telegraph. Ma l'antichità non era certo un baluardo di libertà sessuale, specialmente per le donne.
Mentre nel mondo moderno gli uomini sono spesso percepiti come il sesso più focoso , gli antichi Greci e Romani credevano il contrario. Anzi, oserei dire che i nostri antenati sarebbero piuttosto sorpresi dai sondaggi moderni che hanno rilevato come le donne siano più propense a perdere interesse per il sesso e, quando lo praticano, abbiano molte meno probabilità di raggiungere l'orgasmo – due aspetti probabilmente correlati. In tutto il Mediterraneo antico, le donne erano spesso considerate "ninfomani", il cui vorace appetito sessuale rappresentava un problema costante da risolvere – una corrente di pensiero che continuò a influenzare il mondo anche nel Medioevo.
Una delle manifestazioni di questa convinzione fu la teoria medica dell'"utero errante". Secondo il Corpus Ippocratico – una raccolta di testi medici dell'antica Grecia – l'utero non è fisso, ma fluttua liberamente all'interno del corpo, comportando numerosi rischi per la salute. (Per essere chiari, questo non corrisponde al vero). Ad esempio, se l'utero si spostasse verso l'alto e si posizionasse sotto il diaframma, la donna in questione potrebbe perdere la capacità di parlare o addirittura soffocare.
Per fortuna, esisteva un metodo infallibile per mantenere l'utero al suo posto: fare sesso. Poiché l'utero ha bisogno di umidità, secondo questi testi, quando è secco inizia a spostarsi, cercando l'umidità. Pertanto, le donne devono fare sesso regolarmente per creare umidità nei loro genitali, mantenendo così l'utero al suo posto. Semplice.
Qualora dubitaste della serietà con cui questa teoria fu presa in considerazione, permettetemi di richiamare la vostra attenzione sul caso di Apuleio. Quando questo romano del II secolo si trovò accusato di aver usato la magia per procurarsi una moglie, sostenne che lei lo aveva sposato per porre fine alla "malattia" che la affliggeva da quando era rimasta vedova: quella di un utero errante.
Nell'antichità il sesso era quindi una questione di salute, e per questo motivo le donne erano costrette ad averlo. Sfortunatamente, la forma che questo sesso assumeva era piuttosto prescrittiva. Secondo il Corpus Ippocratico, doveva prevedere la penetrazione peniena e, date le convenzioni sociali, la presenza di un marito. (Non fa menzione di sesso non penetrativo o non eteronormativo). Di fatto, offre pochissimi consigli su come dare piacere alla propria partner, partendo dal presupposto che le donne si divertano da sole grazie al loro desiderio sfrenato e alla loro "ninfomania".
A quanto pare, quindi, la rappresentazione delle donne come sesso più sessuale nell'antichità – più arrapate, libidinose, guidate dalla lussuria – non era affatto positiva. Era, di fatto, una malattia; uno sfortunato effetto collaterale dei loro organi vaganti, che la società doveva trovare il modo di saziare e, in ultima analisi, controllare. La sessualità femminile era dunque un ulteriore strumento di controllo sociale nei confronti delle donne.
A un certo punto – in realtà, piuttosto di recente – questa immagine è cambiata. Abbiamo iniziato a immaginare il desiderio femminile come qualcosa di sepolto in profondità, che necessita di una sorta di scavo. Questo aspetto è stato evidenziato dalla storica del sesso Kate Lister nel suo libro del 2026, "Flick: The Story of Female Pleasure ", in cui ha discusso l'eufemismo "rilassati e pensa all'Inghilterra", che esemplifica l'idea storica moderna secondo cui l'atto sessuale è esclusivamente per gli uomini e le donne devono sopportarlo passivamente.
Mentre mi immergevo in studi storici e moderni sulla sessualità per il mio libro – Aphrodisia: Women, Sex and Pleasure in the Classical World, che esplora la storia nascosta della sessualità femminile nell'antica Grecia e a Roma – sono rimasta colpita dalle parole del libro di Katherine Angel del 2021, Tomorrow Sex Will Be Good Again . Angel osservava che la sessualità maschile e femminile è spesso inquadrata come guidata biologicamente, un'affermazione vera nell'antichità come lo è oggi. La differenza oggi è che gli uomini sono più spesso descritti come "guidati sessualmente... motivati dalla loro profonda storia evolutiva a diffondere il proprio seme".
In questo senso, sembra che la storia ci offra due concezioni opposte della sessualità femminile, ma i risultati sono poi così diversi? Entrambi gli atteggiamenti non sono forse manifestazioni della stessa cosa: un appiattimento di tutta l'individualità e la complessità della sessualità e del desiderio?
Non esistono statistiche che ci dicano quanto sesso facessero le persone nell'antichità – o, cosa forse ancora più importante, quanto piacere ne traessero. Forse esisteva persino un divario orgasmico nell'antichità paragonabile al nostro. Si pensi che accusare un uomo di praticare il cunnilingus alla propria partner era considerato un insulto nell'antica Grecia e a Roma. Aristofane scrisse nel V secolo a.C. che "contamina la lingua" (nella sua opera I Cavalieri), mentre Galeno, nel II secolo, lo paragonò al mangiare escrementi (in Des Simple Drugs). Dato che alcuni studi moderni suggeriscono che la maggior parte delle donne non riesce a raggiungere l'orgasmo con la sola penetrazione, posso solo immaginare che questi atteggiamenti antichi abbiano inciso seriamente sul piacere femminile.
Eppure le donne trovavano ancora il modo di esplorare ciò che le faceva stare bene. Prendiamo Saffo, la poetessa greca antica più amata, che scrisse numerose poesie dedicate alle donne che amava. Una di queste opere rievoca i piaceri condivisi con un'amante del passato, dalla creazione di corone di fiori al giacere insieme. Una donna romana anonima, invece, si prese il tempo di incidere una poesia sulle pareti di Pompei, scrivendo di baci e abbracci condivisi con una donna senza nome. A quanto pare, le dichiarazioni d'amore graffitate sono molto più antiche delle cabine dei bagni pubblici.
Né il piacere doveva essere condiviso. Le prove archeologiche e letterarie ci dicono che l'antico dildo era diffuso e in circolazione fin dall'antichità. Questi oggetti sono raffigurati su vari vasi greci a figure rosse, tra cui una coppa attica del VI secolo a.C. attribuita al Pittore di Nicostene, su cui una donna nuda tiene in mano due dildo, uno rivolto verso la vulva e l'altro verso la bocca.
Autori come Aristofane e, nel III secolo a.C., Erode, suggeriscono che il vero fallo fosse comunemente realizzato in cuoio imbottito, sebbene i materiali utilizzati potessero essere più vari. Il mio pensiero va subito al fallo di Vindolanda, un pene di legno lungo circa 15 centimetri proveniente dalla Britannia romana e rinvenuto nel 1992, che mostra segni di utilizzo ripetuto. Sebbene questo oggetto fosse stato inizialmente catalogato come "strumento per rammendare", una rivalutazione nel 2023 ha portato alcuni storici e archeologi a ipotizzare che potesse trattarsi di un dildo. E sebbene, ovviamente, chiunque possa apprezzare un dildo, questo è quasi esclusivamente associato alle donne nei testi e nelle immagini antiche.
Come ha sottolineato l'educatrice e ricercatrice sessuale Emily Nagoski nel suo libro del 2015, "Come As You Are", il sesso piacevole dipende da una serie di elementi contestuali, che vanno oltre ciò che accade in camera da letto. Oggi, un fattore importante che contribuisce alla diminuzione dell'attività sessuale è di natura economica, in particolare lo stress, il costo della vita e la crescente difficoltà per i giovani di lasciare la casa dei genitori. Le donne, in particolare, sono più propense degli uomini a rimandare i rapporti sessuali a causa del dolore, dell'ansia e di una minore frequenza dell'orgasmo.
Sulla base di ciò, non posso fare a meno di chiedermi se il problema non sia in realtà la nostra libido. Forse è, di fatto, una società che permette o non permette la libera espressione e l'esplorazione dei nostri desideri sessuali, che si tratti di antichi medici che dicevano alle donne di aver bisogno di un marito per non soffocare, o di moderni media che suggeriscono ai giovani di ubriacarsi e avere un'avventura di una notte come ai vecchi tempi. Perché se la ricerca sul piacere femminile mi ha ricordato qualcosa, è che i nostri desideri sono vari e diversi, la nostra vita sessuale ricca e complessa. Non siamo un blocco monolitico e nemmeno la nostra sessualità lo è. Questo è vero oggi come lo era nell'antichità.
Quando mi sono messa a lavorare su Aphrodisia, non volevo semplicemente scrivere un'altra storia del sesso nell'antichità; volevo esplorare la storia del piacere femminile , onorare le donne come esseri sessuali anziché trattarle come oggetti sessuali. Volevo dare priorità alle loro voci e riconsiderare le testimonianze di coloro che le giudicavano e le deridevano. Così facendo, ho scoperto figure atipiche e anticonformiste, pioniere e paladine della sessualità femminile.
Oltre a Saffo e ai nostri anonimi graffitari, c'era Sulpicia, la poetessa romana del I secolo a.C. la cui opera esprimeva la sua passione per l'amante Cerinto. Poi c'erano Eraeide e Sofia, entrambe donne greco-egizie che provavano una tale lussuria per altre donne da ricorrere a incantesimi per cercare di portarle a letto. Tutte queste donne, e molte altre, cercavano di soddisfare i propri desideri personali nonostante il sesso extraconiugale e le relazioni lesbiche fossero profondamente disapprovate nelle loro culture.
Nel secondo secolo, Cassia, una donna romana, tentò di presentare una petizione ai tribunali per rendere l'adulterio illegale anche per gli uomini, e non solo per le donne. Non ebbe successo, ma, quasi due millenni dopo, ci ricorda che le donne del passato non erano inconsapevoli del doppio standard a cui erano sottoposte. Alcune cercarono persino di cambiarlo.
Tutto ciò mi porta a credere che un approccio simile sarebbe vantaggioso anche oggi. Perché, che vi sia stata prescritta una dose di penetrazione peniena dal vostro medico del IV secolo a.C. o che vi siate sentiti come se steste deludendo il Paese con il vostro celibato, il risultato è che il sesso può finire per sembrare un peso. Ma cosa succederebbe se il sesso potesse essere come lo descriveva l'antico poeta greco Nossi: più dolce "del miele che ho sputato dalla bocca" ?
Quindi, invece di chiederci semplicemente con quale frequenza le persone fanno sesso, quello che voglio sapere è: con quale frequenza fanno buon sesso? E come possiamo fare in modo che possano farne di più?
Aphrodisia: Women, Sex and Pleasure in the Classical World della Dott.ssa Jean Menzies (Monoray Group, £20) è ora disponibile.
Benedetta Barone Un laboratorio di libertà: la vita di Vanessa Bell Domani, 9 dicembre 2025
Al giorno
d’oggi, lo spirito del tempo sembra essersi assestato su un radicale
ripensamento delle proprie strutture di relazione: si predica la fine
dell’idea di coppia tradizionale, del binarismo di genere,
dell’eterosessualità tutta d’un pezzo. Fluidità è la parola dell’epoca.
Ma
potrebbe anche essere: molteplicità. Multiple sono le inclinazioni
sessuali, polivalenti sono i significati che attribuiamo ai desideri, e
in molti si insinua il sospetto che una tale abbondanza serva ad
alimentare un’illusione collettiva, un’addizione apparente dietro la
quale si cela ancora e sempre il modello dominante; una griglia che si
sposta per generare poi le stesse combinazioni.
Ciò che sembra il
frutto di un inedito mutamento storico in realtà era stato approfondito,
vagliato, messo alla prova con insospettabile leggerezza già più di un
secolo fa, diversi chilometri a sud di Londra, e con esiti niente
affatto distruttivi: all’interno della casa di proprietà della pittrice
Vanessa Bell trovavano respiro una libertà sessuale e una
sperimentazione di pratiche comunitarie contenenti al loro interno tutti
gli odierni richiami alla normalizzazione dell’omosessualità, alla pari
dignità di ciascuna scelta sentimentale, alla capacità di elaborarsi
creativamente in quanto soggetti – e non in quanto oggetti di norme
culturali.
Al punto che, confrontato a noi e ai nostri sterili,
timidi approcci denominati con sempre nuovi neologismi inglesi allo
scopo di classificarli preventivamente ed evitare di lasciarsene troppo
travolgere, chi frequentava la casa di Charleston non può che apparirci
eccentrico, fuori dal tempo; il personaggio di un romanzo più che un
essere umano in carne e ossa.
Le due sorelle
Vanessa
Stephen, diventata Bell dopo il matrimonio con il critico e storico
dell’arte Clive, scopre Charleston grazie alla sorella Virginia (cognome da sposata: Woolf).
Voleva andare a viverci insieme al suo amante, il pittore Duncan Grant,
e all’amante di lui, lo scrittore David Garnett, da tutti
soprannominato Bunny: sperava in questo modo di esonerare entrambi dalla
leva obbligatoria. Erano gli anni della Prima guerra mondiale, e gli
uomini venivano in massa chiamati al fronte. Se avesse ristrutturato un
qualsiasi casale di campagna, lo avesse messo a nuovo e lo avesse
spacciato per una sorta di società agricola, avrebbe potuto dichiarare
allo Stato che i due svolgevano un formale servizio alla nazione presso
di lei.
È Virginia Woolf
a scriverle di aver visto, non distante da Asheham dove allora abitava,
una casa di almeno otto stanze dalle grandi finestre, e un giardino
inselvatichito, con uno stagno e alberi da frutta; e la esorta a recarsi
di persona, per constatare con i suoi propri occhi l’occasione
perfetta, immancabile che le si presenta.
In poco tempo Vanessa
dipinge, affresca, ritinteggia ogni parete dell’abitazione e ha così
inizio una convivenza bizzarra, una precaria sistemazione bucolica, meta
di puntate impreviste da parte di ospiti che si mettevano in viaggio da
Londra con l’ultimo treno della sera. Vanessa soffriva a causa della
passione di Duncan per Bunny, e Duncan a sua volta soffriva per la
proverbiale infedeltà di Bunny.
Sia
Duncan che Bunny, a dire il vero, annoveravano conquiste sia tra gli
uomini che tra le donne, e la stessa Vanessa, oltre a restare
imperturbabilmente sposata con Clive, durante una serata nella vecchia
casa di Bloomsbury aveva dato spettacolo, si diceva, nientemeno che con
John Maynard Keynes, il più celebre economista di stampo socialista del
XX secolo.
Eversive
Se
si riflette un istante sulla condizione maggioritaria delle donne
dell’epoca, e soprattutto sull’idea di affettata castigatezza che
circolava allora all’interno degli ambienti vittoriani, la condotta di
Vanessa – più che quella di Virginia – appare in tutta la sua eversione.
Dotata di un senso pratico e di una dimestichezza con la vita di cui la
sorella era completamente sprovvista, Vanessa induce Duncan ad aiutarla
con l’operazione di pittura e di decorazione delle superfici della
casa, uno stratagemma per sottrarlo ai patimenti amorosi e averlo con
sé, ma anche per restituire respiro alla sua vocazione; presto
Charleston diventa, a tutti gli effetti, un progetto condiviso, il
prodotto di un sodalizio artistico, prima che erotico.
Un punto di
convergenza per le menti più brillanti della loro generazione. Oltre a
John Maynard Keynes, a Virginia Woolf e al marito Leonard, Charleston
ospitava T. S. Eliot, il pittore Roger Fry, lo scrittore Morgan Forster,
Lytton Strachey, autore del famoso Eminenti vittoriani e obiettore di
coscienza, il quale aveva risposto così alla commissione di militari in
sede di giudizio dopo che aveva rifiutato di prestare servizio
all’interno dell’esercito: «Se vedessi un soldato tedesco nell’atto di
violentare mia sorella, certamente m’interporrei… tra il soldato e mia
sorella».
Tutti erano dichiaratamente bisessuali; di più, il modo
che avevano di esercitare la propria sessualità si poneva al di là di
ogni tentativo di dogmatizzarla, di renderla la risposta di un
orientamento aprioristico. Ad esempio, nonostante Lytton sia attratto
precipuamente dal maschile, non trova affatto strano, o meglio, non
ostacola l’attaccamento che a un certo punto inizia a dimostrargli la
pittrice Dora Carrington, tanto che si trasferiscono insieme in un’altra
dimora di campagna ad Ham Spray, e non si separano che alla morte di
lui, alla quale Carrington reagisce sparandosi un colpo di fucile.
E
che dire dell’incontro tra Virginia Woolf, legata a Leonard da un
matrimonio bianco – nel senso che non fu letteralmente mai consumato – e
Vita Sackville West, scrittrice di successo, aristocratica e
avventuriera, nota seduttrice di donne? Il pranzo a cui Virginia la
conduce per presentarla in qualità di amica, di compagna elettiva si
svolge il 26 dicembre 1925, in quello che era l’ampio soggiorno e il
centro vitale di Charleston; più del salotto dove pure avvenivano le
letture ad alta voce e i confronti – ora fervidi, ora rilassati – che
seguivano.
Vita bucolica
Sembra
proprio siano le case di campagna le vere protagoniste del fermento
letterario, artistico e intellettuale del Novecento. Un nugolo di
abitazioni che si dipana intorno a Londra – oltre a Monk’s House di
Virginia Woolf e a Ham Spray, anche Keynes, subito dopo aver sposato la
ballerina russa Lydia Lopokova, acquista una tenuta a Tilton, a mezzo
chilometro da Charleston. Luoghi dove ci si ritirava a lavorare – al
netto dei divertimenti, le mattine erano sempre dedicate allo sforzo
creativo; disseminati ancora oggi di oggetti, chincaglierie domestiche,
pennelli intinti in barattoli di vernice, scaffali ricolmi di libri, di
quadri di Duncan e di Vanessa: raffiguranti nature morte,
impressionistiche vedute del giardino, e naturalmente ritratti – di
Lytton, della stessa Vanessa placidamente accomodata su una sdraio
all’aperto o di Virginia ripresa nell’atto di cucire a maglia.
Spunta
anche una ragazza dai capelli a caschetto e dagli enormi, languidi
occhi chiari seduta al desco della colazione: è Angelica, allevata da
entrambi Clive Bell e Duncan Grant nonostante fosse la figlia legittima
del secondo e di Vanessa. Una splendida adolescente allevata in mezzo ai
libri, all’arte della maschera, a estri creativi di ogni genere che,
come da manuale – o forse no – finirà per innamorarsi proprio di quel
David Garnett detto Bunny, il quale continuava a frequentare Charleston
ed era stato, molti anni prima, il grande amore di suo padre.