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mercoledì 13 maggio 2026

Carissimo dottor Jung

Caterina Bonvicini
Carissimo dottor Jung, il libro che racconta la casa del mago

L'Espresso, 25 marzo 2026

Quando chiudi “Carissimo dottor Jung” di Sandra Petrignani (Neri Pozza) una domanda si fa ineludibile: perché ti ha così emozionato? Perché, durante la lettura, i tuoi sogni si sono sbizzarriti? Perché dovevi fermarti alla fine di un capitolo per lasciare posare una nostalgia? Perché alcuni fantasmi si sono presentati? Lo spiega Egle, alter ego di Sandra, nelle ultime pagine. Confessa di essere stata innamorata di Jung quanto le protagoniste della storia che ha raccontato e soprattutto che lui «è diventato per tutta la durata della scrittura il suo personale psicoanalista». Il lettore, di conseguenza, non ne esce indenne: per proprietà transitiva finisce sotto la luce di «quell’incantatore straordinario».

 

«The Magician», così lo chiamava Christiana Morgan, a sua volta soprannominata Lady Morgana. Nel romanzo Christiana, paziente di Jung negli anni Venti poi sua seguace a Harvard, torna a trovare il suo maestro trent’anni dopo, nel 1961, nella sua casa di Küsnacht, sul lago di Zurigo. Non è una Toni Wolff o una Sabina Spielrein, è il «grande amore mancato» di Carl Gustav e va da lui per chiedergli «come si fa a prendere in mano l’esistenza».

 

Sandra Petrignani immagina uno struggente confronto, finale per entrambi (lui sta morendo e lei si suiciderà pochi anni dopo), eppure pieno di vita. Il loro dialogo è il pretesto per un bellissimo doppio ritratto: quello di un Jung ormai vecchio, vicino alla saggezza e all’interezza che ha sempre cercato, e quello di una donna moderna, inquieta fino all’ultimo, tragicamente irrisolta.

 

«Gli piacevano i romanzi polizieschi, barava al gioco anche con sé stesso quando faceva i solitari, amava stare in mezzo agli altri e che la gente lo cercasse, salvo annoiarsi improvvisamente e liquidare tutti per restare solo», così lo descrive Petrignani. «Era burbero, ma capace di infinita dolcezza. Ed era sempre stato bello, alto e con una corporatura possente, persino da vecchio riusciva a essere affascinante, curato nel vestire ed elegante, con la pipa o il sigaro e il suo bastone. Eppure aveva anche qualcosa del contadino, un che di diretto e di semplice». Ci porta a conoscere Jung attraverso il suo mondo, passando per i suoi cani, la sua barca, la Iolla dalle vele rosse («Mi piace la vela perché sono in dialogo col vento», diceva), il suo amore per i laghi, deciso da piccolo quando aveva capito che vivere lontano dall’acqua non aveva senso, il suo legame con le case, soprattutto con quella di Bollingen, costruita da lui con due torri. Oppure attraverso il suo legame con gli oggetti («Sempre aveva avuto un intimo rapporto sentimentale con le cose, soprattutto nella casa di Bollingen. Gli rivolgevano le loro richieste gli oggetti a lui cari, e lui doveva rispondere, usarli, coccolarli, parlarci. Come con gli animali. Come con i suoi fogli»).

 

Naturalmente per sapere chi è CG, Carl Gustav, bisogna conoscere le sue donne (e le sue «tendenze triangolari»): la moglie Emma, generosa e materna, l’amante Toni, «capace di incarnare la sua Anima, la sua parte più inconscia e femminile», l’amica Ruth, che si occupa di lui quando resta vedovo. Ci sono gli amici, la rottura con Freud, gli allievi, gli adoratori. 

 

Poi c’è lei, Lady Morgana, «dai capelli disordinati e gli occhi distanti», così elegante nei suoi vestiti di seta colorati e con i suoi gioielli indiani, «intelligentissima, ma eccessivamente razionale», come dice Jung, che fa devastanti «incubi di morte per acqua» (morirà affogata) e resta per tutta la vita impigliata in un amore tossico con lo sposatissimo Henry Murray, pioniere dello junghismo in America, insieme al quale fonda la clinica psicologica di Harvard. Prigioniera di una dipendenza sessuale e sentimentale, Christiana ha immolato a quell’uomo la sua intelligenza e la sua creatività.

 

E mentre Egle, emersa da poco «da una vedovanza che l’aveva lasciata sbigottita dopo un fortunato matrimonio tardivo durato una ventina d’anni», scrive del Mago e di Lady Morgana, guardando il Tevere per niente biondo, passeggiando con la sua vicina di casa, l’ottantenne Lorenza, o giocando con lei a burraco, il pensiero di Jung lavora dentro di lei e l’aiuta a vivere una nuova stagione della vita.

 

Fare mito della morte. Essere nel presente. Guardare avanti, costruire il futuro, non restare invischiati nel passato. Conoscere il passato per farne qualcosa e superarlo, come con l’inconscio. Non sfuggire al proprio demone. Pensare che il tempo non è un impedimento, ma un mezzo per realizzare il possibile. La verità non è eterna, è un programma. Quel che conta è la capacità di trasformarsi. Dove c’è la tua paura, c’è il tuo compito. Diventa ciò che sei.

 

Il viaggio interiore di Egle culmina in un “pellegrinaggio” a Zurigo, insieme all’amica, per vedere la casa di Küsnacht.  Siamo nel cuore della “petrignanità”: quando si entra in una casa, dove ha sede l’anima di qualcuno. Jung abita qui. Egle-Sandra arriva così a «qualcosa di meravigliosamente pacificato fra le tante sé stesse che ha l’impressione di essere e di essere stata», Jung è venuto a chiudere un cerchio o ad aprirlo. In ogni caso alla fine ha aiutato proprio lei a prendere in mano l’esistenza e a capire nel profondo che «il senso della vita è la vita stessa».


Freud, Jung e dintorni

Nicole Janigro
Doppiozero, 13 maggio 2026

Film, docufilm, progetti di serie televisive, biografie e storie di vita romanzate, ricostruzioni storiche sempre più approfondite parlano di passioni e avversioni, complicità e rivalità, ambizioni sfrenate e colossali delusioni: il romanzo famigliare della psicoanalisi continua a raccontarsi. Le figure delle origini, che hanno attraversato la prima metà del Novecento, sono personalità a volte stravaganti, sempre inquiete, all’avanguardia. Lo sviluppo delle diverse teorie si fonde e si confonde con le esperienze private, quello che oggi ci coinvolge è che dicono di un’epoca che ricorda tremendamente la nostra.

Outsider Freud, il documentario del regista israeliano Yair Qedar (2025), è un montaggio accattivante e ben riuscito di filmati d’archivio, brani di animazione digitale che contribuiscono all’atmosfera onirica, e interviste – da Adam Phillips a terapeuti di diverse parti del mondo. Lo studio di Berggasse 19 – fotografato da Edmund Engelmann il giorno prima che la famiglia abbandoni Vienna mentre i nazisti sono già nel palazzo –, ricostruito e movimentato con la grafica computer, è il nucleo dal quale fuoriescono le diverse personalità di Freud. Il collezionista, il professionista, il conquistatore che affronta l’autoanalisi, il clinico che svela la sessualità e l’importanza del sogno. Il filmato sottolinea l’identità ebraica di Freud, la sua appartenenza a una minoranza è letta anche con lo sguardo attuale, di chi è abituato a occuparsi del minority stress della comunità LGBT. Nonostante nella società viennese l’antisemitismo fosse diffuso, nell’intellighenzia gli ebrei erano la maggioranza e, da ebreo assimilato, Freud preferiva considerare questo aspetto un fatto privato. Anche in opposizione a una storia che, invece, proprio in nome di questo stigma, avrebbe segnato la sua vita. Leitmotiv del filmato è un treno rosso – per Freud amato mezzo di trasporto, ma anche metafora dai numerosi significati. Ci guida nel suo viaggio, compone i suoi sogni, ripercorre i suoi lutti, le sofferenze del cancro, l’esilio. Per il regista Yair Qedar è anche “un simbolo fallico e un ricordo dell’Olocausto”.

Intorno alla persecuzione nazista si sviluppa il testo di David Meghnagi, S. Freud, C.G. Jung, Sabina Spielrein e la “faccenda nazionale ebraica (Bollati Boringhieri, 2025). L’autore dichiara fin da subito la sua impostazione interpretativa. “Eppure la frattura del movimento psicoanalitico, che coinvolse ai suoi inizi qualche decina di persone, pur nella sua specificità può essere considerata un prisma in cui poter riflettere e approfondire la più immane tragedia del nostro tempo”. E le fratture, “le gelosie e le incomprensioni finirono per assumere i connotati di uno scontro religioso”. Ricostruire la dimensione umana, storica e teorica insieme, degli inizi del movimento psicoanalitico è l’obiettivo di un lavoro eruditissimo, accompagnato da centinaia di note, da una bibliografia immensa e aggiornatissima, che non riesce però a risultare del tutto convincente. Forse perché, pur volendo contestualizzare storicamente l’incontro tra Freud e Jung, lo fa con il senno del poi, come se la rottura tra l’ebreo viennese e lo psichiatra ariano del 1913 annunciasse il 1933. Meghnagi ama Freud e non sopporta Jung. Il suo tipo psicologico gli risulta antipatico, gli appare seduttivo, funzionale, calcolatore, mendace.  Sempre in malafede. L’attrazione tra i due, la loro collaborazione, l’entusiasmo reciproco per essere riusciti a uscire dal comune, seppure diverso, isolamento, finiscono in secondo piano. E tra i motivi della rottura, personali e teorici, la questione razziale pare assumere il ruolo determinante. Anche la relazione con Sabina Spielrein è collocata in questo contesto, lontana dai sentimenti e dall’elaborazione che produsse in entrambi: le “componenti poligame” che Jung ammette appaiono la pura autodifesa di una violazione deontologica. Il gruppo che si era raccolto intorno a Freud, grande “cacciatore di uomini”, aveva discendenze e formazioni lontane dalla psichiatria zurighese e dall’esperienza di Jung. Mondi mentali e riferimenti culturali che avevano cercato di avvicinare nelle lunghe ore dei loro incontri, attraverso lo scambio di testi e lettere, erano sfociati in una lotta per il reciproco riconoscimento e, certo, per il ruolo da assumere nel movimento.

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Una parte significativa del testo è dedicata alla ricostruzione, in parte nota e in parte meno nota, dell’antisemitismo di Jung – Meghnagi riporta le considerazioni fortemente critiche di un analista junghiano come Andrew Samuels. Le sue iniziali incertezze nei confronti del nazismo, l’opportunismo di scelte e posizioni, il suo essere un conservatore svizzero, atteggiamenti che oggi definiremmo coloniali lo rendono uomo della sua epoca, ma comunque offre protezione a molti colleghi ebrei, compresa la sua biografa, Aniela Jaffé, che pure lo critica. Illuminante è lo scambio di lettere con Neumann, di cui era stato analista didatta, che nel 1934 si trasferisce a Tel Aviv. L’allievo lo difende dalle accuse di antisemitismo, ma non ha paura di ridicolizzare il maestro quando afferma che “l’inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello ebraico” e gli ricorda quanto poco conosce le questioni ebraiche. Jung accetterà le critiche, inviterà Neumann ad approfondire lui le questioni della psicologia ebraica. Lo scambio di lettere tra Zurigo e la Palestina, un documento umano e storico, si lascia alle spalle idealizzazioni e demonizzazioni.

“Da piccolo gli piaceva il gioco delle costruzioni, con quei pezzi di legno che erano frammenti di muri, campanili, finestre, tetti. Gli piaceva soprattutto costruire torri. Un pezzo sopra l’altro finché non crollava tutto. Quando era in vena dava forma a intere città, con la scuola, la chiesa, le casette, un ponte sul fiume realizzato con la carta d’argento”. In Carissimo Dottor Jung (Neri Pozza, 2025) di Sandra Petrignani ecco un Jung privato, ripreso nella sua casa e nel suo istituto sul lago di Zurigo a Küsnacht, rievocato con un grande lavoro sulle fonti, ma ogni tanto romanzescamente inventato dall’autrice che affida alla sua alter ego, la scrittrice Egle Corsani, che rimasta vedova si è trasferita in un nuovo appartamento al quinto piano con vista sul Tevere, l’idea di un romanzo sul fondatore della psicologia analitica. Le pagine più intense del libro lo raccontano anziano e malato, circondato nella quotidianità dalla factotum Ruth Bailey, dall’analista inglese Barbara Hannah, da Marie-Louise von Franz che passava molto tempo insieme a lui a Bollingen. Figure femminili che cercano di lenire il lutto per le due donne che avevano segnato la sua vita in un complicato ménage a trois: la moglie Emma, morta nel 1955, e la compagna Toni Wolff, morta nel 1953.

In questo ambiente domestico, dove non mancano altri amici e visitatori, la scrittrice inserisce un’altra donna, Christiana Morgan, (1897- 1967), una bostoniana che verrà a trovarlo nel 1926. Una donna bellissima e anticonformista, dalla vita tormentata – cfr. Claire Douglas, Interpretare l’ignoto. La vita di Christiana Morgan, un talento rimasto in ombra (Edizioni Magi, 2006) –, che stava vivendo anche lei un ménage a trois sul quale Jung, un po’ superficiale e un po’ maschilista, diremmo oggi, proietta la sua esperienza. Per il suo seminario Visioni userà le immagini che Christiana Morgan aveva realizzato durante la sua analisi e solo quando lei lo scoprirà renderà pubblico il suo nome – oggi è emozionante poter toccare con mano, anzi con i guanti, le immagini custodite dal Bildarchiv dello Jung Institut. Sandra Petrignani aggiunge alla (reale) frequentazione del passato un ulteriore e ultimo incontro: la sua ex paziente e amante lo vuole rivedere ancora una volta.

Il lettore studioso, ma anche quello semplicemente curioso, un po’ si orienta e un po’ si disorienta. Si chiede quali siano le sue proiezioni. Freud padre geniale, Jung maestro saggio, Sabina Spielrein e Toni Wolff, donne che sanno amare. Poi, a partire anche dalla propria esperienza di vita, decide. Se rimanere attaccato al dato, anche quello più minuto, oppure inseguire la forma della fiction che offre possibilità fantastiche infinite.

giovedì 24 luglio 2025

L'inconscio a Torino


La psicoanalisi a Torino: questo libro racconta chi ha introdotto Freud, Adler e Jung (la triade originaria, cui si sono poi aggiunti altri insigni personaggi, per esempio Lacan) in terra piemontese; quali gruppi si sono formati e quale ne è stata la storia; se ci sono state diaspore e formazioni eterodosse. Inoltre, Torino è stata la culla della editoria psicoanalitica, ed è parso opportuno ricostruirne le vicende, trasformandole in un blando romanzo giallo. Torino e la psicoanalisi: l’accostamento ha anche suggerito riflessioni sui possibili legami tra le due realtà, considerate come soggetti animati, portatori di qualità personali, di atteggiamenti, di simpatie e idiosincrasie. Una tentazione che molto deve a intuizioni e fantasie che, insieme alla vasta e inevitabile aneddotica, spesso conferiscono al libro un andamento narrativo. Tanto più che l’autore è egli stesso analista, non alieno da passioni letterarie. Si potrà allora dire che la elusività della città dai tanti volti sembra rispecchiare con segreta complicità il carattere tortuoso e molteplice delle dottrine analitiche e delle loro applicazioni cliniche. In definitiva, un frammento di storia della città, che coincide con un frammento di storia di un variegato movimento culturale che della scoperta dell’inconscio ha fatto il suo punto di partenza e il suo segno di riconoscimento. E come la città esibisce senza desiderarlo la sua eccentricità, allo stesso modo la psicoanalisi torinese si presenta come una vasta Wunderkammer, un teatro di prodigi e talvolta di malcelati misteri. (presentazione editoriale)

Bruno Quaranta, la Repubblica Torino, 24 luglio 2025
Augusto Romano è morto: grande psicanalista, fu il primo junghiano a Torino

È scomparso la scorsa notte a Cogne, dov’era solito villeggiare, Augusto Romano, analista junghiano fra i maggiori, il primo sotto la Mole, fondatore dell’Arpa (Associazione per la ricerca in psicologica analitica), già docente di Fondamenti di psicologia analitica nel nostro ateneo.

Nato a Bari nel 1934, viveva a Torino dagli anni universitari. Si era laureato in Diritto ecclesiastico con Arnaldo Bertola, amico di Jemolo, sui culti non cattolici dallo Statuto Albertino alla Costituzione. Venne quindi a contatto, lavorando presso l’ufficio personale di un’agenzia pubblicitaria, con la psicologia. Nel 1965 inaugurò il suo studio, dopo l’analisi a Milano con tre maestri quali Fabio Minozzi, allievo di Ernst BernhardFrancesco Caracciolo di Forino Dieter Baumann, nipote di Jung, raggiungendolo talvolta a Zurigo.

Alla domanda superiore che Jung suggeriva di formulare correttamente così: c’è qualche motivo per credere che via sia una vita dopo la morte?, Augusto Romano rispondeva: “La speranza che quanto abbiamo fatto o ciò che ci è capitato riveli un senso”.

La sua è stata una vita intellettualmente sempre all’erta, illustrata insegnando, ascoltando, scrivendo. Tra gli ultimi testi scientifici ad apparire, Scritture della cura (con Elena Gigante) per Bollati Boringhieri, una serie di riflessioni sul caso clinico, dove, a spiccare, sono le pagine dedicate a Bobi Bazlen, l’”anima” dell’Adelphi, il “viaggiatore incantato”, tra i flâneur così intonati al professore: presenze nostalgiche, insoddisfatte, irrequiete, notturne, che perennemente inseguono qualcosa che sta al di là dell’immediatamente sensibile.

Sono intense le orme che hanno via via contrassegnato il magistero di Augusto Romano: da Studi sull’Ombra (con Mario Trevi) a Viaggio attorno all’eterno fanciullo, da Il sogno del prigioniero a Musica e psiche, lui musicologo raffinatissimo, tra gli spartiti prediletti il Quartetto opera 59 n. 1 di Beethoven, nonché “alunno” del violoncello.

Spirito mitteleuropeo, quindi a suo agio a Torino (“sognata capitale di una Mitteleuropa dell’Occidente”, secondo Mario Soldati), Augusto Romano non poté non riconoscere tra i suoi pazienti la città d’adozione, a cui dedicò, per Aragno, L’inconscio a Torino. Evidenziandone le due facce: la razionalista, che rimanda a Freud (ovvero smascherarla equivale a guarirla) e quella bizzarra, barocca, doppia (Jung e i post freudiani, ovvero aprirsi al fantastico, ai simboli e alle immagini che produce).

Ma è stata la poesia l’ultima passione di Augusto Romano, con la raccolta La memoria interrotta (Manni), secondo premio della città di Moncalieri. Una lamentazione ironica (la nostra era del disincanto che forse riesce solo a vagheggiare l’armonia mundi), visitata da un soffio montaliano: “Indifferenza è la regina del mondo / quando improvvisa si spegne la voce / che modulava senza saperlo i tuoi passi”. Mai interrompendo la riflessione sulla frase latina all’ingresso della casa di Jung: “Vocatus, atque non vocatus, Deus aderit”. Non si deve, non si può sfuggire, al proprio demone.

È morto Augusto Romano, psicoanalista junghiano e caro amico di matita
Guido Vitiello, Il Foglio, 22 luglio 2025

Rimasi incantato da un suo libro di fine anni Ottanta, "Madre di morte", e da lì provai a estorcergli per via epistolare anche le pagine che ancora non aveva scritto. Da allora abbiamo dialogato su tantissime cose. Ci ha lasciati a pochi giorni dal centocinquantenario del suo maestro.

Da bambino sognavo di avere, come il mio amato Charlie Brown, un amico di matita (il timido eroe di Schulz non è in grado di maneggiare la penna senza impiastricciarsi d’inchiostro). Solo l’anno scorso ho coronato il mio sogno, inaugurando una corrispondenza con lo psicoanalista junghiano Augusto Romano. Incantato da un suo libro di fine anni Ottanta, Madre di morte, mi sono precipitato a leggere tutto ciò che aveva pubblicato, e non contento dell’opera omnia ho provato a estorcergli, per via epistolare, anche le pagine che non aveva scritto ancora. Da allora, con cadenza pigra e irregolare, abbiamo parlato – mi ha parlato – di tantissime cose: del suo Jung e del suo Schubert, della sua Torino e della sua Cogne, dei suoi scrittori più cari come Rezzori e Trollope, della misteriosa perennità degli archetipi e della moda cinematografica dei supereroi. Soprattutto, abbiamo dialogato su una categoria che intrigava entrambi, quella del kitsch.  

Non esiste solo il kitsch nelle arti – questa la nostra idea comune, a cui eravamo giunti per vie diverse – ma anche il kitsch esistenziale, la contraffazione psicologica, il cattivo gusto nei modi dello stare al mondo (un suo libro prezioso, Il flâneur all’inferno, diceva l’essenziale sul princisbecco che viene smerciato impunemente in nome del mito aureo dell’eterno fanciullo). A un certo punto avevo pure pensato di lanciargli una proposta, un po’ immodesta in verità: scriviamo un libricino a quattro mani sul tema. Qualcosa mi ha trattenuto – sono un wishy-washy, un tira-e-molla come Charlie Brown – e sono andato avanti procrastinando (fretta non ce n’era, in quella corrispondenza senza tempo). “Mi ero dimenticato di avere novant’anni”, mi scrisse nel settembre scorso, quando si sentì improvvisamente stanchissimo. Me n’ero dimenticato anch’io, tanto giovane e mercuriale era la sua intelligenza. Così, questo lunedì 21 luglio, a pochi giorni dal centocinquantenario del suo Jung, Augusto Romano ci ha lasciati. Mi mancherai, caro amico di matita. 


Raffaello Cortina Editore, Addio Augusto Romano 

La casa editrice ricorda Augusto Romano. Analista junghiano dell'ARPA, nelle nostre edizioni ha pubblicato A spasso con Jung (con G.P. Quaglino, 2005), Studi sull'ombra (con M. Trevi, 2009), Nel giardino di Jung (con G.P. Quaglino, 2010), A colazione da Jung (con G.P. Quaglino, 2012), Musica e psiche (2021) e A spasso con Jung (nuova edizione con G.P. Quaglino, 2021).

Musica e psiche
Claude Lévi-Strauss ha scritto che “fra tutti i linguaggi, solo la musica riunisce i caratteri contraddittori d’essere a un tempo intelligibile e intraducibile”. In Harmonices Mundi, Keplero descrive la consonanza tra musica e armonie planetarie, e gli Inni alla notte di Novalis sono metafora della magia musicale che pervade il cosmo.
Si potrebbe continuare indefinitamente. Da sempre l’esperienza musicale ha generato miti e utopie; è stata contestazione dello status quo, nostalgia delle origini e dell’Armonia Mundi, simbolo di ciò che mai potrà essere detto in parole.
Questo libro si propone di seguire alcuni percorsi che la musica ha tracciato nell’immaginazione umana. Nella prima parte vengono prese in esame le teorie psicoanalitiche della musica e i loro antecedenti nel pensiero del Romanticismo. Nella seconda sono evocati, anche attraverso l’analisi di alcuni testi letterari e musicali (Hoffmann, Bernhard, Rilke, Offenbach), i rapporti tra musica, inconscio, fantasie cosmogoniche, mitologie del femminile e pratica analitica.

A spasso con Jung
Carl Gustav Jung ha messo in luce, con grande anticipo, intoppi e derive dell’uomo alle prese con l’arte del prendere la vita per il verso giusto. Spesso le sue riflessioni sono compendiate in frasi che si rivelano battute fulminanti, capaci di aprire a pensieri paradossali sempre illuminanti. In questa nuova edizione, le frasi a cui affidare un breve commento sono aumentate di numero, da quaranta a cinquantadue. Inoltre, sono state riorganizzate in modo da ottenere una sorta di vademecum per orientarsi in questi tempi difficili. Rimane identica la tonalità dei commenti. Si sono privilegiate risonanze letterarie, poetiche, filosofiche, si è  preferito indulgere alla divagazione in chiave narrativa. È certo così che anche il più frettoloso dei lettori, o la meno guardinga delle lettrici, non potrà mancare di sorprendersi per ciò che sentirà affiorare attraverso la sollecitazione di queste apparentemente innocue provocazioni junghiane.

A colazione da Jung
Com'è che “ognuno può essere felice solo a modo suo”? Perché “non tutto si può né si deve guarire”? E davvero “chi fa sempre tutto bene finisce con l'annoiarsi”?
Da questi e altri interrogativi, suscitati da esemplari citazioni junghiane, gli autori, come già nel precedente A spasso con Jung, prendono spunto per divagazioni non accademiche suggerite non solo dalla psicologia ma anche da filosofia, letteratura, poesia, nonché dalla quotidianità. Obiettivo: invogliare il lettore a contrastare la banalità e il chiacchiericcio del nostro tempo.

Nel giardino di Jung
È proprio vero che “l’amore è sempre un problema, in qualsiasi età della vita” e che “chiunque prende la strada sicura è come se fosse morto”?
Dopo i precedenti A spasso con Jung (2005) e A colazione da Jung (2006), sono qui raccolte nuove divagazioni intorno a fulminanti citazioni junghiane, che catturano e danno da pensare. I commenti proposti dagli autori invitano comunque il lettore a interrogarsi e a cercare altre possibili risposte.

Studi sull'ombra
Immagine oscura proiettata da un corpo opaco quando sia esposto alla luce, luogo delle tenebre, area in cui non è possibile gettare lo sguardo (le congiure si tramano nell’ombra): sono esempi dei molti significati cui si presta la metafora dell’Ombra. La psicologia di Jung ha fatto dell’Ombra una delle principali figure che abitano il nostro spazio interiore. In quella oscurità si nasconde ciò che non coincide con i valori cui la coscienza aderisce: ciò che è svalutato, negato, rimosso, o anche solo potenziale, non sviluppato. Non è possibile comprendere il pensiero junghiano senza affrontare il nodo centrale delle relazioni tra l’Io e l’Ombra e dunque il rapporto tra esistenza e negatività e tra esistenza e disvalore.
In questa edizione arricchita di nuovi contributi, gli autori descrivono le problematiche connesse al concetto di Ombra e ne illustrano le manifestazioni attraverso un vasto materiale clinico ed esempi letterari tratti da opere di Beckett, Brecht, Conrad, Hoffmann, Melville.

https://machiave.blogspot.com/2025/05/il-dio-di-agostino.html



domenica 1 giugno 2025

I sogni, quintessenza della vita


Noi siamo della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni; e la nostra breve esistenza si esaurisce nel volgere di una dormita. (William Shakespeare, La tempesta, IV,I) 

Carl Gustav Jung
Analisi dei sogni. Seminario tenuto nel 1928-30
Traduttore Luciano Perez
Bollati
Boringhieri, Torino 2003

Dottor Jung Signore e signori, l'analisi dei sogni è il problema centrale del trattamento analitico, perché è il mezzo tecnico più importante per aprire una via d'accesso all'inconscio. Come sapete, l'oggetto principale di questo trattamento è riuscire a cogliere i messaggi dell'inconscio. Il paziente, di solito, va dall'analista perché si trova in un vicolo cieco, in un cul de sac, da cui sembra non ci sia via d'uscita, e suppone che invece il medico la conosca. Se il medico è onesto, ammette di non conoscerla neanche lui. Ma i medici talvolta non lo sono: appena centocinquant'anni fa, i medici erano ciarlatani che giravano per le fiere a cavar denti, a operare guarigioni miracolose ecc., e quest'atteggiamento, al giorno d'oggi, regna ancora in una certa misura nella professione medica: tra gli esseri umani ci son sempre dei disonesti! In analisi dobbiamo stare molto attenti a non presumere di saper tutto del paziente o di conoscere la via d'uscita dalle sue difficoltà. Se il medico dice al paziente quale pensa potrebbe essere il suo problema, il paziente segue i suggerimenti del medico e non sperimenta sé stesso. I suggerimenti possono funzionare per un po', ma poi, quando il medico è lontano, il paziente crolla, perché non è in contatto con sé stesso; non vive secondo le proprie modalità, ma secondo quelle del medico. Deve quindi tornare dal medico per nuovi suggerimenti, e dopo un po' la cosa diventa insopportabile per entrambi. È importante che il medico ammetta di non sapere; allora entrambi sono pronti ad accettare i fatti imparziali della natura, le realtà scientifiche. Le opinioni personali sono giudizi più o meno arbitrari e possono essere tutte sbagliate, non siamo mai sicuri di essere nel giusto. Dovremmo quindi rivolgerci ai dati forniti dai sogni. I sogni sono fatti oggettivi. Non rispondono alle nostre aspettative e non siamo noi a inventarli; se si ha l'intenzione di sognare determinate cose, si scopre che è impossibile.

Noi sogniamo i nostri problemi, le nostre difficoltà. C'è un detto: lo sposo non sogna mai la sposa. Questo succede perché la possiede davvero; la sogna soltanto più tardi, quando ci sono problemi, e allora, di solito, è ormai la moglie. Non siamo assolutamente in grado d'influenzare i nostri sogni, e non è necessariamente l'ambiente reale a fornire il materiale del sogno. Anche quando succede qualcosa di veramente importante o affascinante, spesso nei nostri sogni non ce n'è traccia. Quand'ero in Africa, ero molto deluso del fatto che nell'intera serie dei miei sogni non ci fosse traccia dell'Africa, nonostante le esperienze più straordinarie; non un solo sogno con uno scenario africano e con dei negri: salvo una volta, dopo tre mesi, ma il negro risultò essere un barbiere che, ricordai più tardi, mi aveva tagliato i capelli a Chattanooga (in America).

I sogni sono indipendenti, in modo assai singolare, dalla nostra coscienza, e sono estremamente preziosi, perché non possono barare. Sono tanto difficili da interpretare quanto sono stati sempre difficili da interpretare i fatti della fisiologia. Proprio come, per fare una diagnosi di cuore, fegato, reni ecc., è richiesta una tecnica seria, così dobbiamo elaborare una tecnica seria al fine di interpretare i fatti imparziali dei sogni. Non c'è alcun dubbio sull'imparzialità dei fatti, ma molti dubbi sull'interpretazione dei fatti stessi, e quindi ci sono una quantità di punti di vista, per esempio quello freudiano. Non posso discutere qui i vari metodi, posso soltanto sottoporvi il materiale onirico. Cercheremo di elaborarne insieme l'interpretazione, e potrete fare delle congetture. I sogni scelti per la discussione sono i comuni sogni di un mio paziente, perché dai sogni comuni s'impara di più. I sogni più interessanti sono pieni di emozioni, ma sono più facili da capire di quelli di minore importanza.