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lunedì 25 maggio 2026

Impazzire per Garlasco

Edoardo Camurri
Impazzire per Garlasco

Il Foglio, 25 maggio 2026

Durante l’epoca d’oro della dinastia Tang, intorno all’ottocento dopo Cristo, un taoista di nome Hiuan Kiai, dopo una lunga permanenza a corte, aveva espresso il desiderio di tornare al Mare orientale. L’imperatore, per dimostrargli che questo viaggio era impossibile, lo portò a contemplare una scultura in legno, dipinta e ornata e incastonata di perle e di giade, che rappresentava le Tre Montagne del Mare. “A meno di essere un immortale superiore – disse l’imperatore al taoista indicando con il dito l’isola di P’eng-lai – è impossibile raggiungere quella regione”. Hiuan Kiai si mise a ridere; per lui quelle tre isole scolpite con così tanta perfezione misuravano solo un piede, e le distanze erano facil

mente colmabili, e allora saltò in aria e divenne progressivamente sempre più piccolo e di colpo entrò per le porte d’oro e d’argento che cingevano quella scultura in miniatura. Per dieci giorni non si ebbero più notizie di Hiuan Kiai, all’imperatore vennero delle eruzioni sulla pelle, e ogni mattina, all’alba, qualcuno bruciava dell’incenso, il prezioso “Cervello di fenice”, proprio davanti a quell’isola. Passarono così dieci giorni, quando a palazzo arrivò un rapporto da T’sing-tcheou secondo il quale Hiuan Kiai aveva attraversato il mare a cavallo di una giumenta gialla.

“In un solo granello di polvere c’è tutto l’universo”, era questa la verità profonda che Hiuan Kiai aveva

colto, ed è questa stessa verità quella che si può trovare ovunque, persino a distanze diverse rispetto a quelle che separavano Hiuan Kiai dal Mare orientale, per esempio in provincia di Pavia, nella Lomellina, a Garlasco.

Garlasco è questo universo in piccolo, una scultura in cui ogni miniatura e ogni particolare sono un mondo nel mondo nel mondo. Saltare dentro Garlasco, miniaturizzarsi dentro questa storia circoscritta e dolorosa, è un viaggio – per ricordare un’altra espressione con cui in Oriente si esprime lo stesso concetto – dentro quel “poro della pelle dove sono raccolti novantamila immortali”.

Si sente il bisogno di moltiplicare i piani per cercare di comprendere il motivo per cui Garlasco ci interessa così tanto e, nello stesso tempo e nello stesso spazio, si avverte anche la necessità di collocarli uno accanto all’altro, uno dentro l’altro, senza escludere nulla, senza preoccuparsi di forzarli in un’idea un po’ parodistica di coerenza; occorre insomma, ci pare, uno sforzo di comprensione capace di tenere insieme anche elementi incontrasto e in contraddizione tra di loro, un po’ come l’universo fa con la vita che contiene e sostiene. In un arco temporale ridottissimo, una mattina del 13 agosto del 2007, all’interno di una villetta col garage adiacente al tinello, opera di quei geometri gioiosamente laboriosi e pigramente squadrati che sono gli artefici dei sopravvalutati paesaggi della provincia italiana, in via Pascoli, a Garlasco, qualcuno, forse in mezzora o poco più, ha ucciso Chiara Poggi. In questo anno di riapertura delle indagini, tutti noi siamo tornati a varcare le porte di questo inferno in piccolo e lo abbiamo fatto per un moto di familiarità, riconoscendo, nel dramma di questa miniatura, qualcosa che ci appartiene e che ci riguarda e che sentiamo la necessità, vai a capire come, di aggiustare.

Quante ragazze come Chiara Poggi abbiamo conosciuto, incontrato, magari amato; quante di quelle porte abbiamo oltrepassato e quanto ci risulta naturale evocare e riconoscere come nostro l’odore di quelle stanze, il sapore dei pasti, i discorsi che li accompagnavano, la gentilezza forse un po’ brusca e imbarazzata degli adulti, la noia di un gatto. Lo spiega Freud: il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare; ed è anche l’ingresso – ma sembra più la voragine che si apre in una ferita, la fenditura di una roccia che ci porta all’interno di una caverna in cui troveremo i resti di antichi sacrifici – verso la discesa, pauroso e vertiginoso Helter Skelter, dentro ciò che abbiamo di più intimo e famigliare: noi stessi. Siamo Alberto Stasi, l’attuale condannato per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, perché sappiamo che c’è sempre una parte di noi che, come un destino che non abbiamo scelto e come una corda tesa a terra che ci fa inciampare, ci dirige e ci espone alla possibilità, al di là di ogni controllo e di previsione, di essere ritenuti colpevoli di una cosa che non abbiamo fatto: una telefonata ai carabinieri ritenuta chissà perché indizio di colpevolezza; l’impegno per concludere la tesi di laurea interpretata non come la disperazione di provare a normalizzare l’inconcepibile ma come indifferenza per la morte della fidanzata; una certa timidezza e durezza per rimanere in piedi dopo un evento devastante che non si sa–e non c’è nessuno in grado di insegnarcelo – come affrontare.

Siamo Andrea Sempio, l’attuale indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, e siamo tutti gli indagati del mondo, innocenti o colpevoli che siano, perché tutti noi, nessuno escluso, siamo abitati dall’ombra e a volte sentiamo, se abbiamo la forza di osservarlo senza tremare troppo, che il confine che separa il nostro dolore dal trasformarsi in violenza verso noi stessi o verso altre persone è fragile e imprevedibile come lo schiocco delle dita dell’ipnotizzatore che ci risveglia dal nostro torpore.

Continuiamo allora a sprofondare ancora, un po’ come fece Hiuan Kiai con la scultura delle Tre Montagne del Mare, dentro questo mondo in piccolo in cui tutto l’universo e tutti noi siamo racchiusi; e proviamo a tratteggiare una minima parte di questa mise en abyme.

C’è tanto dolore in questo gioco di specchi e se il cuore sente una stretta nel descriverlo, la mente,in questa dinamica di miniaturizzazione e di compressione, si cuoce invece nel forno del delirio.

E ciò che gli attuali investigatori ritengono di aver trovato nella vita di Andrea Sempio ci trascina verso qualcosa che risveglia in noi non solo la semplice raccolta di alcuni frammentidella vita di un ragazzo di Garlasco; il fatto, per esempio, che leggiamo che per anni Sempio abbia frequentato degli improbabili e inquietanti corsi da seduttore perché soffriva di non aver successo con le ragazze, i messaggi sconvolgenti che scriveva su forum on line vicini a quelli che oggi si richiamano alla manosfera, il tentativo di dare forma alla sua inquietudine incontrando il nichilismo elegante (e un po’ piacione) di Cioran, nelsilenzio di una piccola casa in cui il padre, una volta all’anno, faceva le conserve di salsa di pomodoro, ricevono e riflettono un po’ di luce dal quadro generale in cui accade il mondo. Il potere, insegnava un grande maestro come Nietzsche, di cui Sempio stesso studiava come poteva la dinamite racchiusa nei suoi libri, si nutre di risentimento. E quasi tutte le forme di potere sono lo sfogo di un desiderio represso che si traduce in vendetta. da questo punto di vista, estremizzando, Putin invade l’Ucraina perché in lui si agita ancora il sogno infantile e frustrato di un insuccesso a cui tentare di porre rimedio: rifare l’impero degli Zar per poi godersi la scemenza delle parate e il funereo sventolio delle bandiere. Zuckerberg fonda Facebook, cioè quello che oggi è, in chiave digitale, il più popoloso stato del pianeta, per cercare di intercettare l’interesse delle ragazze del college che lo ignoravano. Poi: l’America in cui Trump trionfa è l’America descritta da J.D. Vance, in cui la rabbia White Trash, indignata per non avere ciò che pensa di meritarsi e invidiosa di persone sfortunate almeno quanto loro – immigrati, esclusi, diversi – è stata fatta improvvisamente esplodere per rendere possibile ciò che fino a poco tempo fa sembrava inimmaginabile. Peter Thiel, dopo aver studiato a Stanford con René Girard i concetti di capro espiatorio, di sacrificio, di risentimento e di invidia e averli, anche lui, miniaturizzati nella forma della macchina algoritmica che ci governa e ci controlla, è finalmente riuscito a realizzare il sogno di una gioventù confusamente dotta, fumettistica e marginale: girare il mondo per parlare dell’anticristo alle incredule classi dirigenti del pianeta che ora si sentono obbligate a ascoltarlo perché il suo potere, come ogni cosa sacra, attrae e fa molta paura insieme. E allo stesso modo, ma solo abbandonandoci ancora alla vertigine paradossale di questo labirinto di specchi, la magia del caos e l’orizzonte satanico che, a quanto si legge, sembrano aver appassionato Sempio e alcuni dei suoi amici di Garlasco, sono gli stessi interessi praticati e teorizzati da uno dei filosofi più influenti dei nostri tempi da chi detiene le chiavi nel mondo delle criptovalute, il teorico dell’illuminismo oscuro Nickland,un ragazzo che ha iniziato la sua fortuna come reietto del dipartimento di Warwick, in Inghilterra, tra il disagio settario di studi cyber, riti voodoo e anfetamine. Il caos dentro cui siamo sprofondati finisce così con l’assomigliare a una partita andata a male di Dungeons & Dragons giocata da degli adolescenti che nel frattempo, da Incel e da nerd, sono diventati adulti di successo i cui vecchi sortilegi sono identici alla realtà a cui tutti, o quasi, crediamo. Ciò che si agita in Garlasco – sentimenti, prospettive, frustrazioni dei ragazzi di provincia di quegli anni – e le forme che poi tutto questo prende nel delirio della mise en abyme, può arrivare a farci tracciare una linea visiva di fuga che, nell’infinitarsi degli specchi, prima di farci crollare a terra per la vertigine, in nome del risentimento che accomuna ogni punto di questa prospettiva, sembra legittimare un verdetto folle e grottesco: Zuckerberg e Peter Thiel sono solo due degli innumerevoli Andrea Sempio che, rimasti invece a stagnare qua e là nella provincia globale che siamo diventati, ce l’hanno fatta.

Prima di raggiungere il mare orientale a cavallo di una giumenta gialla, Hiuan Kiai ha affrontato tutti i mostri del suo viaggio interiore, cercando di rimanere fermo nel suo proposito nonostante l’immillarsi delle immagini riflesse nel suomondoinpiccolo.ilsuodesiderioerailritorno a casa; il desiderio di chi si interessa a Garlasco è provare a aggiustare l’universo che vive in questo granello di polvere della Lomellina. Insomma, è possibile sostenere che non occorra credere all’antropologia nera, cioè all’idea che gli umani siano guasti per natura, come ragione alla base del fatto che Garlasco ci coinvolga così tanto: Garlasco ci interessa non perché siamo per natura morbosi (ogni tanto possiamo diventarlo per debolezza, ma solo come conseguenza non voluta, preterintenzionale, per dirla con il linguaggio giuridico che è il codice di questo racconto collettivo che abbiamo ripreso a fare da più di un anno); Garlasco ci interessa non perché siamo facilmente manipolabili e il caso di Chiara Poggi viene usato come una distrazione da problemi più grandi (idea che pare un poco paranoica e superficiale: come se struggersi per la sorte di una ragazza non fosse invece, di per sé, il nobile archetipo di ogni fiaba eterna); Garlasco ci interessa non perché vogliamo approfittare dell’importanza del caso perché, parlandone, ci fa uscire dall’anonimato (lo è senz’altro per qualcuno, ma non per le migliaia di persone che ogni giorno sentono il richiamo di questa foresta e provano a esplorarla senza avere altra pretesa se non quella di provare a contribuire a riassestare nei cardini la porta di questo inferno che si è spalancato); Garlasco ci interessa non perché, per natura, siamo animati di spirito di vendetta e vogliamo vedere scorrere altro sangue (a Garlasco ci si appassiona invece in nome dello stato di diritto: liberare dalla prigione un condannato su cui ormai è diventato irrazionale non avere dubbi sulla sua colpevolezza passata in giudicato; non solo, Garlasco sta anche diventando l’emblema di una magistratura che trova la forza, sempre in nome dello stato di diritto, di mettere in discussione sé stessa). Garlasco ci interessa perché a noi umani – ed ecco l’antropologia bianca – dopo tutto piace molto la verità e piace molto il bene.

domenica 10 maggio 2026

Il mito oltre il logos

 

icone e simboli, nel mito si rinnova il senso della storia

Festival della mitologia

Elio Franzini
Il Sole 24ore, 10 maggio 2026

Se digitiamo la parola “icona” saranno necessarie molte e molte righe per giungere alla descrizione della “sacra icona”, dipinto santo e simbolico che cerca di unire visibile e invisibile. Prima di scoprire questa definizione saremo tormentati da faccine varie, da ideogrammi, sticker, segni stilizzati. Ogni tempo ha le sue icone, si potrà dire, senza inseguire falsi moralismi e improprie nostalgie. Il termine stesso “mito” è banale, ed è uno dei modi che i greci possedevano per dire “parola”. Ma se l’altro modo – logos – è divenuto nel tempo la parola ordinata, della scienza, dell’intelletto, del ragionamento, la parola mito ha finito per identificarsi con il racconto, la favola, il significato originario dei riti, dei misteri, della poesia. Mito è la “favola” della tragedia in Aristotele, la narrazione verosimile e non vera di Platone, ma anche il muto e misterioso geroglifico per Vico, strumento degli universali fantastici. Una parola che assume su di sé tutto ciò che sfugge al logos, significante che ha molteplici significati, rimandando non a formule, bensì a processi, costruzioni poetiche e fantastiche.

Nel nostro tempo questa forza si è progressivamente indebolita, persa nella velocità della comunicazione, nell’orgia di immagini che avvolgono, spesso nella loro insignificanza. Possiamo giocare a ricercarne le cause, ma sempre potremmo scoprire l’ovvio, cioè che si è indebolito il valore del simbolico: e il simbolo, che significa riunificazione, legame segreto tra visibile e invisibile, tra noto e ignoto, trova nel mito un fratello che lo narra, una forza che attraversa tutte le epoche e sembra interessare tutte le forme dove c’è vita, dalla classicità al mondo cristiano. Anche agli albori della nostra modernità, da Goethe ai Romantici sino a Eliot e Valéry, il mito ha avuto differenti forme e innumerevoli definizioni: non segno vuoto, bensì forza di significato dove si fondono l’universale e il particolare. Non immagine banale, ma storia di un senso che lega le dimensioni del tempo.

Il mito è un simbolo che diventa racconto: non è un’immagine che stupisce e svanisce, ma quasi una favola dove, come scriveva Novalis, tutto deve essere «meraviglioso, misterioso e incoerente», inaugurando «l’epoca dell’anarchia universale, della mancanza di leggi, la libertà, lo stato di natura, l’epoca anteriore al mondo». Non è l’intelligenza artificiale a costruire la forza mitica del simbolo, ma il poeta, l’artista, forse chiunque voglia generare legami segreti tra il passato, il presente e l’avvenire. È parola, segno, ma deve anche ricordare quel che Valéry chiamava «aurora delle cose», permettendo di superare la banalità del quotidiano, consapevoli che il nostro stesso essere al mondo rischierebbe di languire se le favole, le astrazioni, le credenze, i mostri, le ipotesi, non popolassero di esseri e di immagini che provengono dal passato le nostre profondità, le nostre stesse incertezze. Sono dunque modi per interrogarsi, per conoscersi, per meglio esprimere la propria personalità, per mantenere vivo uno stupore, un gusto dell’universo, che è l’origine stessa dell’interrogazione scientifica.

Questa forza mitica non è statica, ma indica la capacità che l’uomo mantiene di rinnovare la tradizione, di modificare il tempo, consapevoli che le sue dimensioni non sono una massa informe, ma il segno del costante mutamento di un’attività spirituale e dei suoi processi, di un viaggio attraverso l’esperienza, le sue crisi, i suoi momenti oscuri. Il mito è la capacità di presentare sempre di nuovo il senso della nostra storia.

Il problema stesso, che appare sintomo perverso del presente, di insignificanti “faccine” che popolano il nostro mondo, vi è sempre stato. Goethe distingue infatti tra simbolo e allegoria, ponendo alla nostra epoca un’alternativa che è un richiamo a un’esperienza del simbolico e del mitico non per spiegare un significato assoluto, ma per disegnare, e chiarificare, una rete che possa descrivere la metamorfosi delle forme di vita che accompagnano il simbolico, la sua tensione unificatrice, che tende a un mito senza tempo chiamato “classico”. Si cerca, con questa parola, di raggiungere, anche con tormento, la forza misteriosa di segni che abbiano un senso capace di superare la singola epoca storica, la nostra finitezza. Sottolineare il valore di tale esperienza significa affermare che il suo senso, in tutte le sue molteplici forme, che si realizzano nel generarsi di quella forza creativa che è la vita, è un divenire che, come la vicenda di Faust, come la nostra esistenza, attraversa vari mutamenti, che hanno diversi stili, differenti modi espressivi, giocando diversi giochi: ma tale esperienza non è, anche nelle allegorie, nelle faccine stesse, riducibile al fatto, alla presenza di ciò che appare, bensì implica sempre la volontà di andare oltre, cercando di cogliere i vari strati in cui il mondo si offre.

Persino nella nostra frantumata modernità, arte e conoscenza, mito e religione sono capaci di esprimere immagini sensate, Sinn-Bild si dice simbolo in tedesco, dove non si rispecchia soltanto qualcosa di semplice, elementare, facile da interpretare, bensì un principio che produce sapere e conoscenza, quello stesso che ancora può mantenere viva la nostra umanità nel disastro del quotidiano. Mantiene la forza di una possibilità di vedere oltre, attraverso le cose. Il simbolo è soltanto un nome, una parola che dice se stessa, appunto un “mito”: ma un nome che, nella sua storia, ha incarnato un’esigenza di interrogazione della complessità che avvolge la nostra relazione con gli altri e con la natura. Gli artisti, i poeti costruiscono forme compiute per questa interrogazione, permettono di riconoscerne il valore: ma non è loro proprietà, è una forza di noi tutti che si risveglia quando vogliamo superare le apparenze, indagare le quotidiane forme di vita. Qui costruiamo simboli, entriamo in quelle stesse mitologie che legano il passato al futuro.

Si svolge oggi a Villa Arconati (Castellazzo di Bollate) il quarto evento della III edizione del Festival della Mitologia, ideato e diretto da Massimiliano Finazzer Flory e ospitato dalla Fondazione Augusto Rancilio. Altri eventi fino a settembre





sabato 18 aprile 2026

il fantasma di Silvia Salis



Un fantasma si aggira per l'Italia. A destra, a sinistra, al centro, in tutti gli angoli della scena pubblica ogni tanto, ma regolarmente, compare l'immagine di Silvia Salis. Non si sa bene a cosa corrisponda più esattamente: su molte delle questioni sul tappeto questa signora di bella presenza, già dotata di un suo ruolo come sindaca di Genova, sembra non avere nulla da dire. Rappresenta bene o male il passo successivo, tanto prevedibile quanto al momento improbabile, delle principali sequenze in corso, in questa fase che ormai precede le nuove elezioni politiche, la resa dei conti tra governo e opposizione. La sindaca di Genova è al tempo stesso una concorrente insidiosa per Giuseppe Conte e per Elly Schlein, la federatrice eventuale del campo largo, l'antiMeloni che nessuno aveva visto arrivare. La politica sembra mancare di uno slancio creativo e così resta bloccata su una eventualità indefinita. Più che il superamento dello stallo, Silvia Salis impersona di fatto il simbolo di una inconcludenza collettiva, di una esitazione senza sbocco. Meglio una scatola vuota dalle apparenze suggestive che una serie di scelte dure ma necessarie quanto alla via che ognuno per la sua parte dovrà presumibilmente imboccare nella grande confusione dei tempi.

Selvaggia Lucarelli
Dietro i social, poca politica L’automa Salis, finta sinistra dal volto “instagrammabile”

Il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2026

L’ascesa di Silvia Salis in politica sembra provenire da un perfetto esperimento di laboratorio, uno di quelli progettati con cura tafazziana dai partiti centristi di Carlo Calenda e Matteo Renzi nonché da Dario Franceschini e dagli ultimi alchimisti della vecchia corrente del Pd, per creare artificialmente un leader che abbia una caratteristica indispensabile: non essere di sinistra. Non azzardarsi a sembrare duro e puro, e dare possibilmente l’idea di essere qualcuno che se potesse convertirebbe i centri sociali in coworking per startupper scandinavi. 

Gli alchimisti del Pd, va detto, ci hanno lavorato strenuamente per anni, perfezionando l’androide Salis in un laboratorio segreto in casa Franceschini a cui si accede tramite una porta nascosta dietro a un ritratto dipinto a olio di Romano Prodi mentre riceve a Mosca la centoventisettesima laurea honoris causa.
 
SVEZZATO nella città di Genova – quel giusto compromesso centrista tra identità operaia e borghesia – l’androide Salis viene dapprima forgiato fisicamente nella pratica di uno sport rude, che consiste nel lancio del martello, ma che evochi pure quello della falce, così da eliminare ogni sospetto di radicalismo comunista, per poi venire collaudato in un ambiente lontano da qualsiasi conflitto sociale: è infatti al Coni, sotto l’ala esperta di Giovanni Malagò, che Salis viene addomesticata e affina la competenza essenziale per diventare il leader perfetto del centrosinistra: non dare mai l’impressione di stare dalla parte degli ultimi, ma al massimo degli argento e bronzo, e ricordare che lo scontro ideologico deve consistere tutt’al più in una divergenza sul calendario degli eventi con buffet.
 
L’androide Covata sotto l’ala protettrice di Malagò al Coni, forgiata nel laboratorio di Franceschini (e Renzi) come futura Prodi, ha solo quel problemino di omonimia...
 
Imparato sempre dal vate Malagò a non stare mai da una parte sola, l’ultimo modello di “potenziale federatrice della sinistra” era praticamente pronto. Mancava solo una città da amministrare, perché è solo diventando sindaco che l’inaugurazione di una nuova aiuola si può convertire in un post da 2 milioni di like convincendo così tutti del fatto che quella sia la prova definitiva di una cangiante capacità politica.
 
Ed ecco che l’androide Silvia Salis, uscita ancora inscatolata a notte fonda dal laboratorio di casa Franceschini, è approdata a Genova, per poi ammaliare il centrosinistra e in qualche modo tutta la politica nazionale.
 
NULLA È STATO LASCIATO al caso. C’è perfino Fausto Brizzi, il marito-regista di cinema, perché dopo soli sette anni al ministero della Cultura, l’alchimista Franceschini ha giustamente pensato che il comparto cinematografico andasse presidiato.
 
Anche sul piano estetico Salis è stata progettata con una chirurgica attenzione al dettaglio, perfetta per rappresentare l’anti-meloni: alta un metro e 80 per evocare la superiorità morale ma pure genetica, bionda come Giorgia ma con una chioma sintetica, resistente a eventi atmosferici e politici avversi e scolpita a colpi di piastra Ghd, sopracciglia disegnate della matita di Massimiliano Fuksas nonché una voce ferma, calibrata, quasi istituzionale, progettata per non incrinarsi mai, l’esatto opposto di quella di Giorgia Meloni, che trasforma ogni intervento in una lite di condominio.
 
Certo, Salis è pur sempre un prodotto creato in laboratorio, quindi c’è quel problemino della parlata monocorde e di quello sguardo fisso, inespressivo, che attraversa l’interlocutore e gli lascia addosso una strana inquietudine. Io, per dire, quando vedo i video di Salis su Instagram ho sempre la sensazione che non stia guardando la camera ma il mio algoritmo, che mentre mi spiega cosa sarà di quel cantiere al porto di Genova, in realtà stia scannerizzando i miei recenti acquisti su Amazon e le mie ultime preferenze alle urne. L’androide Silvia Salis, evidentemente compatibile con ogni piattaforma e ogni alleanza, è anche progettata per incarnare un progetto politico perfettamente instagrammabile. In questo – va detto – rappresenta la sorprendente evoluzione tecnologica del vecchio Pd in quanto versione PRO MAX di Matteo Renzi: quest’ultimo, nonostante gli antichi sforzi di Marco Agnoletti e dei suoi social media manager, sembrava sempre un ciuco triste dopo una giornata di salite e tornanti col cesto di pietre sul dorso. Silvia Salis – le va riconosciuto – in tutti gli scatti sembra una hostess intercontinentale anni 60 della Pan-am, che però da mezzanotte alle 5 del mattino viene ricaricata di nascosto presso la colonnina delle auto elettriche davanti allo stadio Marassi. Un salto qualitativo non indifferente, che rende senz’altro il progetto politico Salis più gradevole.
 
C’È POI UN RETROSCENA: la sua foto dietro alla consolle del dj set a Genova è diventata virale in tutto il mondo, e c’è un motivo. No, non è quell’evidente profumo di proletariato che emanano i suoi occhiali Bottega Veneta da 520 euro, ma un elemento subliminale di cui nessuno, a parte Franceschini e il suo diabolico team di alchimisti, è a conoscenza: in realtà la dj Charlotte de Witte era una semplice figurante, dentro la sua consolle e nelle casse c’erano sacchi di sale. La musica elettronica ascoltata in piazza consisteva in frequenze centriste a 170 bpm emesse dallo stesso androide Salis, calibrate per far muovere la testa al pubblico senza però spingerlo a formulare una sola critica strutturale al capitalismo contemporaneo. Un vero capolavoro di comunicazione e proselitismo, all’insaputa di (quasi) tutti. Un progetto praticamente perfetto, creato per piacere a ogni singola corrente politica, con un unico difetto sfuggito al rigoroso controllo qualità degli ultimi alchimisti del Pd: quel cognome – Salis – identico a quello della comunista Ilaria. Perfino Salvini, ieri, rispondendo a una domanda di un giornalista ha confuso Silvia con Ilaria. A questo punto le soluzioni sono due: o il Pd procede con un rapido rebranding – magari un sobrio “Silvia Sala” (così da fare contento anche l’amico Beppe) – oppure fare ciò che gli riesce meglio da anni: dare la colpa a Conte.

Andrea Minuz
Cene romane. Salis come Jane Fonda del campo largo
Il Foglio, 18 aprile 2026

... Quando la conversazione finisce su Silvia Salis ecco silenzi, pause, occhiate interlocutorie. Fino a tre cene fa ci si lasciava ancora andare– “ma chi, quella della ginnastica?”,“ma lo sai che la confondevo con Diletta Leotta”–ma nel giro di due weekend e un rave è diventata la Jane Fonda del cmpo largo,  per un nuovo grillismo con la skincare. “Ora potrebbe sparigliare tutto”,dicono, in un arco che va da Forza Italia alla Flotilla, da Cuba libre a Marina Berlusconi. Anche se nessuno sa bene perché, ma che importa, le "cene romane" sono il vero termometro del paese - anche quando il paese fa sistematicamente il contrario di quanto si è stabilito a tavola, però qui si sa sa bene che gli italiani non ti riconfermano. Mai. E’una cosa di principio. Quasi costituzionale. Una chance si dà a tutti – è la democrazia, ci mancherebbe. Ma la riconferma di seguito no, quella è roba da regime – e poi di che parliamo a cena per i prossimi cinque anni? ilpendolo deve  oscillare. L’alternanza è una legge di natura. Mai farsi trovare impreparati. Eccoci qui, pronti per una nuova Primavera, come il libro di Conte, peraltro subito divorato – “scorre benissimo… si legge come un romanzo!”.
 

giovedì 20 novembre 2025

Conservatoria Generale dell'Anagrafe



José Saramago, Tutti i nomi, traduzione di Rita Desti, Einaudi, Torino 1998
incipit

Sopra la cornice della porta c'è una placca metallica lunga e stretta, rivestita di smalto. Su sfondo bianco, le lettere nere annunciano Conservatoria Generale dell'Anagrafe. Lo smalto è crepato e sbrecciato in alcuni punti. La porta è antica, l'ultimo strato di vernice marrone si sta scrostando, le venature del legno, visibili, ricordano una pelle striata. Ci sono cinque finestre sulla facciata. Appena si varca la soglia, si sente l'odore della carta vecchia. Certo è che non passa giorno senza che in Conservatoria entrino incartamenti nuovi, degli individui di sesso maschile e di sesso femminile che fuori continuano a nascere, ma l'odore non cambia mai, in primo luogo perché il destino di ogni foglio nuovo, subito dopo l'uscita dalla fabbrica, è quello di cominciare a invecchiare, in secondo luogo perché, di solito più spesso sui fogli vecchi, ma tante volte su quelli nuovi, non passa giorno che non si scrivano cause di decessi e relativi luoghi e date, ciascuno apportando i propri particolari odori, non sempre offensivi per le mucose olfattive, come dimostrano certi effluvi aromatici che di tanto in tanto, impercettibilmente, attraversano l'atmosfera della Conservatoria Generale e che i nasi più fini identificano come un profumo composto metà di rosa e metà di crisantemo.
Subito dopo la porta compare un alto paravento a vetri con due battenti da cui si accede all'enorme sala rettangolare dove lavorano gli impiegati, separati dal pubblico da un lungo bancone che unisce le due pareti laterali, a eccezione, a una delle estremità, del ripiano mobile che permette il passaggio all'interno. La disposizione dei posti nella sala rispetta naturalmente le priorità gerarchiche, ma essendo, come ci si aspetterebbe, armoniosa da questo punto di vista, lo è anche dal punto di vista geometrico, il che serve a dimostrare che non esiste alcuna insanabile contraddizione fra estetica e autorità. La prima fila di tavoli, parallela al bancone, è occupata dagli otto scritturali ausiliari a cui compete ricevere il pubblico. Dietro questa, altrettanto centrata rispetto all'asse mediano che, partendo dalla porta, si perde giù in fondo, negli oscuri confini dell'edificio, c'è una fila di di quattro tavoli. Questi appartengono ai funzionari. Dopo di loro, si vedono i vice, che sono due. Infine, isolato, da solo, come doveva essere, il conservatore, a cui quotidianamente si rivolgono chiamandolo capo. 

IL MISTERO OLTRE IL QUOTIDIANO

Il Signor José è un modesto impiegato presso la Conservatoria Generale dell'Anagrafe, il cui unico svago è quello di collezionare notizie su persone famose ritagliate dai giornali. Un giorno, tuttavia, decide di andare alla fonte delle notizie e di verificare i dati di ciascuno dei personaggi collezionati: si introduce di notte negli immensi e polverosi archivi della Conservatoria e casualmente scopre che fra le varie pratiche si è intrufolata la scheda di una donna sconosciuta. Da quel momento, la sua vita cambia. Come una sorta di dottor Jekyll e mister Hyde il mite impiegato si trasforma, fuori dall'ufficio: mente, falsifica, ruba. (presentazione editoriale)

giovedì 9 ottobre 2025

Pro e contro Israele

Giulio Cavalli
La parabola della destra italiana, da filo-palestinese a filo-israeliana: quando il sostegno a Gaza era un merito
La Notizia, 1 ottobre 2025

A Torino, nel 1982, Giuliano Ferrara chiese che un concerto per la pace fosse dedicato ai palestinesi massacrati a Sabra e Shatila. Gli fu negato. Ferrara, allora comunista, reagì con tale veemenza che lasciò il Pci. La sua era una posizione chiara: solidarietà alle vittime palestinesi e condanna di quello che l’Onu avrebbe definito “un atto di genocidio”. L’episodio, documentato e pubblico, è l’atto fondativo della sua rottura con la sinistra.

Oggi lo stesso Ferrara accusa di antisemitismo chi chiede la fine della guerra a Gaza, chi denuncia le decine di migliaia di morti civili, chi invoca il diritto internazionale. “Liberare Gaza anche con le bombe”, ha detto in una fiaccolata nel 2023. In mezzo, un travaso ideologico che l’ha portato a fondare Il Foglio, santuario italiano del pensiero neoconservatore.

Ma la traiettoria di Ferrara non è un caso isolato. È la parabola di un’intera destra italiana che, da filo-palestinese e anti-sionista, è diventata ferocemente filoisraeliana.

Tra fiamma e kefiah

La destra post-fascista italiana nasce filo-palestinese. Non per afflato umanitario, ma per coerenza ideologica: l’anti-sionismo era il riflesso dell’anti-americanismo. I documenti non mancano: volantini del Fronte della Gioventù negli anni ’80 chiedevano sanzioni contro Israele e il riconoscimento dello Stato palestinese. “Fermare il massacro”, si leggeva. Si inneggiava alla “stirpe guerriera” palestinese.

Giorgia Meloni militava in quegli ambienti: in un video del 1996 compare nella sede di Azione Studentesca con un manifesto palestinese alle spalle. In quegli stessi anni, anche Ignazio La Russa e Galeazzo Bignami frequentavano gli ambienti della destra giovanile che vedeva nell’Olp di Arafat un’alleata contro il capitalismo sionista e il comunismo internazionale.

La trasformazione è stata radicale. Gianfranco Fini volò a Gerusalemme nel 2003 e definì il fascismo “male assoluto”. Fu anche un’operazione geopolitica: la destra doveva diventare presentabile per gli Stati Uniti. L’effetto? La retorica dell’“alleato strategico” sostituì quella del “popolo oppresso”. La Meloni, oggi, è l’erede diretta di quella svolta. Ha mantenuto la fiamma nel simbolo e riposto la kefiah nel cassetto.

Ieri Palestina, oggi premi da Israele

Il cambiamento non è solo teorico. È concreto. Nel 2014 Meloni scriveva su Twitter: “Un’altra strage di bambini a Gaza. Nessuna causa è giusta quando sparge il sangue degli innocenti”. Oggi definisce “controproducente” il riconoscimento della Palestina e firma memorandum militari con Israele. Nel 2025 ha votato contro una risoluzione Onu per il cessate il fuoco. La Russa, da sempre nella tradizione missina, oggi partecipa a fiaccolate “per le vittime israeliane” senza mai citare Gaza. Bignami oggi condanna chi, come l’amministrazione di Bologna, ha esposto fuori dal Comune la bandiera palestinese “alimentando divisioni e faziosità pericolose”.

Poi c’è Salvini, premiato come “amico di Israele” il 22 luglio 2025, lo stesso giorno in cui a Gaza si contavano 380 morti in un solo bombardamento. Ha dichiarato che “ogni equiparazione tra le vittime è indecente” e ha definito le manifestazioni pacifiste “fiancheggiamento al terrorismo”. Antonio Tajani, che nel 2002 condannava gli insediamenti israeliani e difendeva il diritto al ritorno dei rifugiati, oggi invoca “neutralità” e giustifica i bombardamenti come autodifesa. La coerenza si è spenta sotto i riflettori delle conferenze stampa internazionali.

L’antisemitismo a orologeria

Il capolavoro retorico è l’uso dell’antisemitismo come clava politica. L’antisionismo viene sistematicamente equiparato all’antisemitismo, sulla scorta della definizione Ihra, contestata da più di 40 studiosi internazionali e anche da esperti delle Nazioni Unite. La critica a Israele è diventata un reato morale. Le manifestazioni pacifiste sono trattate come minacce. Chi porta una kefiah è guardato con sospetto. Il dissenso è neutralizzato come odio. Chi chiede la fine dei massacri a Gaza diventa automaticamente complice di Hamas.

Eppure, chi oggi si erge a sentinella contro l’antisemitismo ha radici ideologiche in partiti che della discriminazione razziale hanno fatto la propria identità. Dalla Rsi che deportava ebrei ai lager, al MSI di Giorgio Almirante, redattore della rivista La Difesa della Razza. Non è solo una questione di memoria. È una riscrittura della storia. Una narrazione che, cancellando il passato, assolve il presente. E lo arma.

Il sostegno a Israele non è diventato più solido. È diventato più utile. È il lasciapassare per il potere, la prova di affidabilità per chi ha bisogno di nascondere un passato ingombrante. In questa torsione cinica, la tragedia di Gaza è solo una cornice da ignorare. Il dolore ebraico, usato come scudo. I palestinesi, ridotti a danno collaterale. L’ipocrisia ha assunto una forma così perfetta da farsi identità politica.

La vera vergogna non è nelle bandiere esposte in piazza, ma nei volti che ieri gridavano “Palestina libera” e oggi tacciono, o peggio, accusano chi lo fa. L’ipocrisia non uccide come le bombe. Ma serve a giustificarle. E continua a farlo. Ogni giorno.



David Rosenberg
Hey, Alexa, sei complice dei crimini di guerra di Israele?

Haaretz, 10 luglio 2025


Francesca Albanese non fa molto di più che scrivere report, fare lobbying, tenere discorsi e pubblicare tweet. Tuttavia, in un’epoca in cui la costruzione di narrazioni è fondamentale per condurre una guerra, Albanese può essere effettivamente considerata una combattente. Basta guardare il rapporto che ha pubblicato pochi giorni fa, Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, che dovrebbe documentare come il mondo delle imprese sia connivente con lo stato d’Israele nell’opprimere, prima, e ora sterminare il popolo palestinese.
Il rapporto, ha twittato Albanese, “mostra come le imprese abbiano alimentato e legittimato la distruzione della Palestina. Il genocidio, a quanto pare, è redditizio. Questo non può continuare, devono rispondere delle loro responsabilità”.
Ma è vero che il rapporto dimostra tutto questo?
Cominciamo con la parte in cui il rapporto ha ragione. Israele ha effettivamente condotto una durissima guerra a Gaza che ha causato un grande numero di vittime civili e massicce distruzioni. Questa guerra – come tutte le guerre – viene combattuta con attrezzature (jet da combattimento, bombe, carri armati e tutta una gamma di tecnologie, per citarne solo alcune) che sono state progettate, sviluppate e prodotte dal settore privato, in Israele e all’estero.
La domanda è fino a che punto si può spingere questo addebito (che, come detto, caratterizza ovviamente tutte le guerre senza eccezioni). Nel caso specifico di Israele, la narrazione di Albanese cerca di creare un grossolano mondo fumettistico del Bene contro il Male, dove l’eroismo palestinese si scontra con l’implacabile violenza e oppressione israeliana.
Per far funzionare questa narrazione, il rapporto fa riferimento all’ottobre 2023 come al momento in cui i “sistemi di controllo, sfruttamento ed espropriazione di lunga data di Israele si sono trasformati in infrastrutture economiche, tecnologiche e politiche mobilitate per infliggere violenza di massa e immensa distruzione”.
La data del 7 ottobre e Hamas non compaiono mai nel rapporto in nessuna forma.
Non stiamo dicendo che quel massacro giustifichi ogni azione israeliana dopo di allora. Ma la totale assenza del contesto si spiega solo con la volontà di Francesca Albanese di rimanere fedelmente aggrappata alla sua visione manichea del mondo. Attenersi alla narrazione ha la prevalenza sui fatti scomodi. E la narrazione afferma che la ragion d’essere di Israele è distruggere il popolo palestinese. Ogni sua azione e istituzione – dal Fondo Nazionale Ebraico (del 1901) all’Acquedotto Nazionale (dei primi anni ’60), in passato, fino all’emergere della Startup Nation oggi – tutto è progettato per questo unico scopo. Israele, nella sua essenza, costituisce una macchia oscura sull’umanità, che si irradia in tutto il mondo attraverso la connivenza delle corporation, tutte macchiate anche dal minimo legame con Israele.
Il rapporto ha creato un database di circa 1.000 aziende di questo tipo, e gli autori sono certi che ce ne siano molte di più. Il numero è così elevato perché Francesca Albanese non si accontenta di condannare Lockheed Martin per aver venduto a Israele i caccia F-35 ed F-16, né la Caterpillar per aver fornito i bulldozer. E il settore tecnologico israeliano, “incentivato dal boom della securizzazione globale dopo l’11 settembre, ha ricevuto una spinta significativa attraverso il genocidio”.
La colpa israeliana pervade l’economia globale fino all’assurdo. Ad esempio, il rapporto cita come complice la società di investimenti statunitense BlackRock per aver detenuto partecipazioni non solo in Lockheed Martin e Caterpillar, ma anche in Microsoft, Amazon, Alphabet e IBM, la cui tecnologia viene utilizzata dalle Forze di Difesa israeliane. Ma la complicità non finisce qui: “Attraverso la loro gestione patrimoniale coinvolgono università, fondi pensione e persone comuni che investono passivamente i propri risparmi attraverso l’acquisto dei loro fondi e dei fondi negoziati elettronicamente”.
Nonostante dichiari di aver condotto ricerche approfondite, il rapporto è pieno di errori fattuali. Nel caso di BlackRock, il rapporto non dice che la società non possiede quelle partecipazioni: le detiene in trust per i suoi clienti, che difficilmente farebbero affari con una società di investimenti che si rifiutasse di acquistare azioni delle principali aziende americane. E la società offre ai suoi clienti fondi negoziati in borsa, non fondi negoziati elettronicamente. Si tratta di errori imbarazzanti, che mettono in discussione la serietà della ricerca condotta. Ma il rapporto contiene anche errori più grossi e più gravi. A cominciare con la frase iniziale del documento: “Le imprese coloniali e i relativi genocidi sono stati storicamente guidati e favoriti dal settore delle imprese”. Davvero? Hernán Cortés era l’amministratore delegato della Conquistadores Corporation, quando conquistò il Messico? Venivano registrati in Corporation i carri dei pionieri americani prima di partire per il Far West? E’ vero che la British East India Company conquistò l’India, ma a partire dal 1833 il suo ruolo fu gradualmente assunto dal governo britannico, per poi essere definitivamente sciolta nel 1874, e il Raj (l’impero anglo-indiano) continuò per altri 73 anni.
Di regola, a guidare le imprese coloniali erano missionari, avventurieri e generali. Dopo aver distorto la storia mondiale, il rapporto prosegue affermando che “lo stesso vale per la colonizzazione israeliana delle terre palestinesi, la sua espansione nei territori palestinesi occupati e la sua istituzionalizzazione di un regime di apartheid coloniale”. È vero il contrario. Il sionismo è nato da movimenti di base che, in alcuni casi, crearono entità societarie (di scarsa fortuna) per conseguire i propri obiettivi. Nella Palestina ottomana non c’era praticamente nulla che meritasse l’attenzione di veri investitori aziendali.
Dopo aver fornito dubbie giustificazioni storiche e intellettuali per la profonda complicità delle imprese nel colonialismo, il rapporto presenta un pacchetto di misure draconiane per correggere il problema. Naturalmente, le prime sono rivolte contro Israele e comprendono sanzioni, embarghi sulle armi e la sospensione degli accordi commerciali. Ma il settore imprenditoriale non pensi di cavarsela per i suoi peccati. Il rapporto esorta le imprese a cessare tempestivamente tutte le attività commerciali e a interrompere tutte le relazioni “direttamente collegate con, che causano o contribuiscono a violazioni dei diritti umani e crimini internazionali contro il popolo palestinese”. Non basta. Le imprese dovrebbero “pagare risarcimenti al popolo palestinese anche sotto forma di un’imposta sulla ricchezza da apartheid, sulla falsariga del Sudafrica post-apartheid”.
Francesca Albanese esorta inoltre la Corte Penale Internazionale e i tribunali nazionali a indagare e perseguire le aziende e i relativi dirigenti per il loro ruolo nella “commissione di crimini internazionali e nel riciclaggio [sic] dei proventi di tali crimini”. Non è chiaro fino a che punto Francesca Albanese vorrebbe spingere questa campagna. Un gestore di ETF (exchange-traded fund) di BlackRock dovrebbe ritrovarsi in carcere, e il suo datore di lavoro dovrebbe pagare un risarcimento, per aver investito in Amazon?
Dev’essere il sogno proibito del movimento BDS*. Ma non accadrà perché – fra l’altro – puzza di giustizia retroattiva (punizioni inflitte per azioni che non erano considerate criminali) e perché, se pienamente applicata, riempirebbe le galere di tutto il mondo di amministratori delegati. E questo solo nel caso queste raccomandazioni su presunti abusi aziendali fossero applicate esclusivamente alle aziende che fanno affari con Israele. Se invece – come richiederebbe un ovvio criterio di giustizia – gli stessi principi venissero applicati universalmente, il mondo cesserebbe di funzionare. Francesca Albanese è pronta ad adottare le stesse misure contro la Cina e le aziende occidentali per l’annessione del Tibet, la cancellazione della sua cultura e per la repressione degli uiguri?Le aziende ancora operative in Russia dopo l’invasione dell’Ucraina devono essere portate in tribunale? (senza dimenticare che, inchinandosi alla realtà, l’Europa continua a importare gas russo). Francesca Albanese è pronta a porre fine al commercio e agli investimenti in quasi tutta l’Africa per gli innumerevoli atti di genocidio, repressione politica e guerra in cui è coinvolto quel continente? L’economia mondiale è un po’ troppo interconnessa e complicata per poter additare con tanta faciloneria i colpevoli.

Certo, in qualità di “relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati”, Francesca Albanese potrebbe rispondere che non è compito suo occuparsi di questi altri numerosi crimini. Ma come può, in nome della giustizia, praticare la giustizia in modo selettivo? Perché Israele, e solo Israele, dovrebbe essere preso di mira in modo così draconiano? 
Forse Sergey Brin, la cui azienda Alphabet è menzionata nel rapporto, ha ragione quando accusa l’ONU di antisemitismo in seguito alla pubblicazione del rapporto. Francesca Albanese in effetti ha un curriculum problematico in proposito (anche se questo suo rapporto cerca di tenersi alla larga da evidenti scivolate nell’antisemitismo). La sua vera colpa è una narrazione scollegata dalla realtà e incapace di qualunque distinguo.


(*) movimento a guida palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele.


https://www.theguardian.com/world/2025/jul/03/global-firms-profiting-israel-genocide-gaza-united-nations-rapporteur


martedì 15 aprile 2025

Arthur Rimbaud, Ofelia

 


Ofelia

I

Sull’acqua calma e nera dove dormono le stelle
Come un grande giglio fluttua la bianca Ofelia,
Fluttua lentamente, stesa nei lunghi veli…
– Si sentono nelle selve lontane grida di caccia.

Sono più di mille anni che la triste Ofelia
Passa, bianco fantasma, sul lungo fiume nero;
Sono più di mille anni che la sua dolce follia
Mormora una romanza alla brezza della sera.

Il vento le bacia il seno e dispiega in corolla
I grandi veli cullati mollemente dalle acque;
Rabbrividendo i salici piangono sulla sua spalla,
Sull'ampia fronte sognante s’inclinano i fuscelli.

Sgualcite, le ninfee sfiorate le sospirano intorno;
A volte lei risveglia, in un ontano che dorme,
Un nido donde s'alza un breve fremer d’ali:
– Un canto misterioso scende dagli astri d’oro.

II

O pallida Ofelia! bella come la neve!
 Così, moristi bambina, da un fiume rapita!
– Perché i venti dalle alte vette di Norvegia
Ti avevano parlato dell’aspra libertà;

Perché un soffio, torcendo la tua gran capigliatura,
Allo spirito sognante recava strani fruscii;
Perché il tuo cuore ascoltava il canto della Natura
Nei lamenti dell’albero e nei sospiri della notte;

Perché l’urlo dei mari folli, immenso rantolo,
Frantumava il seno fanciullo, troppo dolce e umano;
E un mattino d’aprile, un bel cavaliere pallido,
Povero pazzo, muto sedette ai tuoi ginocchi.

Cielo! Amore! Libertà! Quale sogno, o povera Folle!
Per lui ti scioglievi come neve al fuoco:
Le tue grandi visioni ti strozzavano la parola
– E l'Infinito terribile sconvolse il tuo azzurro sguardo!

III

– E il Poeta dice che ai raggi delle stelle
Vieni a cercare, la notte, i fiori che cogliesti,
E che ha visto sull’acqua, stesa nei suoi lunghi veli,
La bianca Ofelia come un gran giglio fluttuare.

29 aprile 1870

I

Sur l’onde calme et noire où dorment les étoiles
La blanche Ophélie flotte comme un grand lys,
Flotte très lentement, couchée en ses longs voiles…
– On entend dans les bois lointains des hallalis.

Voici plus de mille ans que la triste Ophélie
Passe, fantôme blanc, sur le long fleuve noir.
Voici plus de mille ans que sa douce folie
Murmure sa romance à la brise du soir.

Le vent baise ses seins et déploie en corolle
Ses grands voiles bercés mollement par les eaux;
Les saules frissonnants pleurent sur son épaule,
Sur son grand front rêveur s’inclinent les roseaux.

Les nénuphars froissés soupirent autour d’elle;
Elle éveille parfois; dans un aune qui dort,
Quelque nid, d’où s’échappe un petit frisson d’aile:
– Un chant mystérieux tombe des astres d’or.

II

Ô pâle Ophélie! belle comme la neige!
Oui, tu mourus, enfant, par un fleuve emporté!
– C’est que les vents tombant des grands monts de Norwège
T’avaient parlé tout bas de l’âpre liberté;

C’est qu’un souffle, tordant ta grande chevelure,
À ton esprit rêveur portait d’étranges bruits;
Que ton cœur écoutait le chant de la Nature
Dans les plaintes de l’arbre et les soupirs des nuits;

C’est que la voix des mers folles, immense râle,
Brisait ton sein d’enfant, trop humain et trop doux;
C’est qu’un matin d’avril, un beau cavalier pâle,
Un pauvre fou, s’assit muet à tes genoux!

Ciel! Amour! Liberté! Quel rêve, ô pauvre Folle!
Tu te fondais à lui comme une neige au feu:
Tes grandes visions étranglaient ta parole
– Et l’Infini terrible effara ton œil bleu!

III

– Et le Poète dit qu’aux rayons des étoiles
Tu viens chercher, la nuit, les fleurs que tu cueillis;
Et qu’il a vu sur l’eau, couchée en ses longs voiles,
La blanche Ophélie flotter, comme un grand lys.

Ophélie, nonostante il suo spiccato carattere di esercitazione (perfettamente riuscita, stavolta, e sviluppata in modo tra fra romantico e simbolista), è la composizione più convincente del giovane Rimbaud. (Ivos Margoni)