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giovedì 3 aprile 2025

Barbero e Marc Bloch



Nicola Mirenzi
Guerra e pace sul palco dei Cinque stelle: se solo Barbero parlasse come il suo venerato maestro. La lezione di Marc Bloch
Il Foglio, 3 aprile 2025

I pacifisti? “Insegnavano, a ragione, che la guerra accumula devastazioni inutili. Ma omettevano di distinguere tra la guerra che decidi di fare volontariamente e quella che ti viene imposta, tra omicidio e legittima difesa”. Urlare basta soldi per le armi? “Un vangelo di apparente convenienza, sermoni che trovano una facile eco negli istinti pigramente egoistici che dormono nel fondo di ogni cuore umano”. Oppure quelli che dicono che la sfida autoritaria alle democrazie non esiste? “Inconsapevolmente, lavoravano per fare i codardi”. Che spettacolo meraviglioso sarebbe se, sabato, il professor Alessandro Barbero salisse sul palco della manifestazione dei Cinque stelle “Basta soldi per le armi”, dove parlerà, e anziché fare il proprio monologo seguendo la linea politica di Giuseppe Conte, raccontasse la lezione di uno dei suoi maestri, anzi il suo maestro per eccellenza, lo storico Marc Bloch, cofondatore della École des Annales, la base della storiografia più moderna, a cui nel 2015 dedicò una conferenza strepitosa, diventata celebre grazie al successo dei suoi podcast. Ovvio: non succederà, non può succedere. Ma immaginarlo nell’opera che gli riesce meglio – narrare i fatti e la mentalità di un’epoca, legare le date e gli accadimenti alla psicologia delle masse, all’antropologia – be’, sarebbe una lezione da leccarsi i baffi. “Barbero racconta gli effetti collaterali del pacifismo”. Altro che Barbara Spinelli e Tomaso Montanari, suoi compagni di palco: si vedrebbe la sua stella brillare più di tutt’e cinque le stelle del Movimento messe insieme.
La lezione impossibile potrebbe iniziare con una citazione: “Ai pacifisti piaceva giocare con le parole, e forse, avendo perduto l’abitudine di guardare in faccia i loro pensieri, si lasciarono prendere nelle reti dei loro stessi equivoci”. Così scrive Bloch nel suo libro capolavoro, La strana disfatta, un testo che è una “diagnosi di una lucidità pazzesca”, “uno dei suoi più grandi saggi”, lo definisce Barbero. Venne scritto subito dopo l’invasione nazista della Francia, quando in pochi giorni i tedeschi sbaragliarono l’esercito francese, di cui Bloch era un ufficiale. Come fu possibile quel tracollo? Ci furono ragioni militari, certo, sostiene Bloch. Ma, dopo averle scandagliate nel dettaglio, e impietosamente, aggiunge che “un uomo onesto non poteva esimersi da un esame più generale”, cioè dal prendere in considerazione una questione culturale, per non dire morale, la necessità di fare un “esame di coscienza” dell’intera nazione.
Ebreo nella Francia occupata dai nazisti, dopo la rovina militare Bloch si arruolò nella resistenza non comunista fino a diventarne uno dei capi, cominciando con il portare giornali, poi lettere, nome di battaglia Narbonne. La Gestapo lo arresta su uno dei tanti ponti di Lione. Lo tortura. Lo immerge nell’acqua gelida, gli brucia la pianta dei piedi, gli rompe le costole. Per tirargli fuori informazioni. Il 16 giugno 1944 i tedeschi lo portano in un campo deserto e lo uccidono a colpi di mitra. Aveva scritto: i pacifisti “sussurravano, li sentii, che i nazisti non erano, nel complesso, così malvagi come si pretendeva di dipingerli: probabilmente ci si risparmierebbe più sofferenze spalancando loro le porte che opponendosi all’invasione con la violenza”. Si ricorderà che anche Giuseppe Conte era estremamente seccato dalle dicerie sulla Russia: “Nessuno ci dica che Putin non vuole la pace”. Oggi l’avvocato del popolo pacifista contrappone il riarmo alle bollette. I carri armati agli ospedali. Gli F-35 alle terapie intensive. “Ma si dimentica che la vittoria dei regimi autoritari”, scriveva Bloch, rivolgendosi alla sinistra, “non può non portare alla quasi totale riduzione in schiavitù”, con buona pace del sistema sanitario nazionale. Sarebbe meraviglioso se Barbero lo raccontasse sabato alla manifestazione pacifista. 

martedì 1 aprile 2025

Troppi pacifisti di comodo

 



Marcello Sorgi, Il pacifismo all'italiana in cerca di identità
La Stampa, 1 aprile 2025

ROMA. Il punto di partenza è quel 6 per cento, più o meno di italiani favorevoli all’invio di truppe in Ucraina. Si tratti del 5, 8 che condivide l’intervento di soldati italiani o del 6, 5 che precisa che è meglio mandare quelli di altri Paesi, siamo lì. E il resto? Possibile che ci sia circa il 94 per cento di contrari a un’Italia che in futuro, di fronte al ritiro dell’appoggio americano, affronti il compito che le tocca nell’opera di mantenimento della pace in Europa? Un quasi cento per cento di pacifisti, verrebbe da tagliar corto?

 Un dato del genere sorprende anche chi è abituato a considerare l’Italia non proprio un Paese di eroi (anche se ce ne sono, nella storia recente e in quella meno prossima, e non è vero che abbiamo sempre cercato di combattere nelle retrovie). «Se solo il 6 per cento vuole il supporto militare, non vuol dire che il restante 94 sia automaticamente contro – spiega Alessandra Ghisleri, che ha compilato le tabelle da cui vengono fuori quelle cifre –. In realtà quella che si percepisce è una grande confusione: di fronte all’eventualità che muti un equilibrio a cui sono abituate da tanti anni, le persone non vedono soluzioni. Non si fidano di Trump e neppure di Putin. Non vedono chiarezza nei leader italiani, tra cui percepiscono alleanze e divisioni trasversali. Conte e Salvini contro il riarmo. Meloni e Tajani a favore. Schlein un po’di qua e un po’di là, ma con mezzo partito che non accetta la svolta pacifista».

Sono difficoltà che intuisce chi, come Ghisleri, è abituata a percepire in anticipo i mutamenti d’opinione. Ma a guardar bene, qui non si tratta di un vero e proprio mutamento, ma di qualcosa che ha radici profonde nell’atteggiamento degli italiani. Magari più comprensibile negli anni del primo Dopoguerra, quando in quasi ogni famiglia il dolore per la perdita di un parente era ancora forte. E non del tutto illogico anche adesso, dopo tre anni in cui il conflitto in Ucraina ha inciso «molto» (sono sempre i sondaggi a dirlo) nella coscienza della gente, e il desiderio di una «soluzione diplomatica», meglio se non accompagnata da una guardia militare, è presente in oltre il 60 per cento degli intervistati.

Ma tornando alle radici del «pacifismo», chiamiamolo genericamente così, che attraversa gli ottant’anni dalla Liberazione il cui anniversario sta per arrivare, forse bisogna avere il coraggio di riconoscere che la gratitudine per la fine dell’oppressione nazista lasciò presto spazio a un immotivato risentimento. La memoria dei bombardamenti dai cieli italiani con cui l’aviazione Usa si era aperta la strada ebbe il sopravvento su quella dei giorni felici in cui i partigiani entrarono orgogliosi, al fianco degli alleati angloamericani, nelle città liberate. Per anni, per decenni, l’antiamericanismo continuava ad albergare nella larga base dei due maggiori partiti di massa: la Dc e il Pci. Animato nella prima dalla fede cattolica degli elettori e da una forte spinta in questo senso delle Gerarchie della Chiesa, che ebbero sempre una forte influenza anche sui dirigenti e sulla rappresentanza parlamentare. Il merito di De Gasperi fu senz’altro quello di esser riuscito a far approvare in Parlamento il Patto Atlantico, anche al prezzo di scontri inauditi con le opposizioni consumati nelle aule di Camera e Senato. Quello di Moro, Fanfani e Andreotti di aver continuato a stare da quella parte, grazie a un innato senso di ambiguità (di cui si trova traccia nei diari di Kissinger) e alla capacità di saper riconvertire, nei voti parlamentari, la pancia pacifista del partitone cattolico nella razionalità di una politica estera e di equilibri fissati nientemeno che nella Conferenza di Jalta tra Stalin, Churchill e Roosevelt.

Quanto ai comunisti, era molto più facile essere pacifisti stando all’opposizione e finché il Pci era una sorta di succursale italiana dell’Unione sovietica. Ma tutto, allo stesso tempo, diventò più difficile dopo le invasioni sovietiche dell’Ungheria (1956) e della Cecoslovacchia (1968), quando i vertici del partito cominciarono ad avvertire la necessità di prendere le distanze dai “cugini” di Mosca, e dopo il 1976, quando Berlinguer dichiarò che si sentiva più sicuro sotto l’ombrello della Nato.

La somma dei sostenitori dei due partiti superava in quegli anni il 70 per cento dell’elettorato: uno «zoccolo duro», avrebbe detto Occhetto, non così poi lontano da quello che a diverso titolo prende oggi le distanze dall’ipotesi (non a caso rifiutata al momento da tutti i partiti) dell’esercito italiano coinvolto a qualsiasi titolo nella Difesa europea e nel “raffreddamento” del confine ancora caldo tra Ucraina e Russia, dopo una tregua di là da venire. Inoltre, a questa supermaggioranza dei due principali partiti, bisognava aggiungere il forte contributo d’opinione di un laico, inventore della Marcia della Pace, come Aldo Capitini. Senza trascurare che Marco Pannella, indimenticato leader storico del Partito radicale, pur essendo filoamericano si dichiarava non violento.

Così non siamo poi così distanti da quell’improprio oltre novanta per cento, rivelato (ma fino a un certo punto, ci ricorda Ghisleri) dagli odierni sondaggi. La differenza, tra allora e adesso, era che prima la rappresentanza del pacifismo italiano era chiara ed era governata abilmente sia dai partiti di governo che da quelli d’opposizione. Il pacifista italiano era libero di sentirsi antiamericano (e talvolta, ahimè, anche di bruciare le bandiere stelle e strisce e scandire slogan tipo «fuori la Nato dall’Italia», marciando per la pace); il Paese, però, restava saldamente ancorato all’Alleanza atlantica. Nella Prima e nella Seconda Repubblica, quando D’Alema, il premier che nel 1999 diede il via ai bombardamenti (anche dell’aviazione italiana) che partivano dal territorio nazionale diretti contro Belgrado, potè poco dopo partecipare tranquillamente alla Marcia di Assisi, che si celebra ogni anno.

Cosa sia diventato il pacifismo contemporaneo invece, è difficile dire. Ghisleri sostiene che la caratteristica principale di questo moto, più che movimento d’opinione, è «che non si sente rappresentato da nessuno: né da Trump, né da Putin, e men che meno da nessuno dei leader nazionali». Tal che se Conte e Salvini sembrano avvantaggiarsene leggermente nelle percentuali, la somma dei 5 stelle e della Lega galleggia sul 20 per cento, e non è chiaro dove sia andato il resto, anche quando si prospettano risposte diverse ai sondaggisti. Calenda, l’unico apertamente schierato con il sostegno militare, non arriva al 3 per cento. Gli altri, da Meloni a Schlein, da Renzi a Bonelli e Fratoianni, sono fermi, «mentre cresce il numero di quelli che non sanno a che santo votarsi – insiste Ghisleri –, né come andrà a finire: e di questo hanno letteralmente paura». Si capisce che c’è spazio per una chiara predicazione laica come quella del professor Gustavo Zagrebelski, che ebbe un ruolo importante anche nella sconfitta di Renzi nel referendum sulla riforma costituzionale. Ma è inutile nascondersi che le sue parole vanno nella direzione opposta a quella di un’Italia che presto – nel momento in cui Trump e gli Usa si sfilano – sarà chiamata ad assumersi le sue responsabilità, a contribuire alla propria difesa e a quella europea, e non è affatto pronta per questo.



lunedì 24 marzo 2025

L'Europa e la guerra




C'è chi mette al primo posto il realismo. Perché no. Si parte dall'idea che Putin ha vinto la

guerra. E si parte male, perché la vittoria russa non appartiene all'ordine delle semplici

evidenze. Dopo tre anni con un paese di 143 milioni di abitanti alle spalle non è riuscito a

schiacciare come avrebbe voluto l'Ucraina,  26 milioni di abitanti. Ha sottratto allo Stato

aggredito alcuni territori, un venti per cento della superficie complessiva. Stalin non fece  

meglio contro la Finlandia a suo tempo. Ora il nuovo presidente americano toglie il sostegno

all'Ucraina e alza il pugno di Putin sul ring. Lo zar ce l'avrebbe fatta, sembra. Allo stesso

tempo senza l'aiuto americano, l'Europa si viene a trovare in una situazione di particolare

debolezza: non serve a nulla, non combinerà nulla, "non è niente" - si dice. Anche la 

Finlandia non era niente a suo tempo di fronte al colosso sovietico. Al dunque è 

sopravvissuta. Non è messa meglio, ora, la piccola Ucraina di fronte all'orso russo. E allora?

Siamo proprio obbligati, come europei, a inchinarci di fronte al risultato? Il realismo è

una cosa, il disfattismo un'altra. In questa Europa che non conta nulla, Francia, Gran

Bretagna, Germania, Spagna e Polonia hanno alzato la testa. Perfino il Canada e il Giappone

stanno al gioco, pur non essendo Europa. La Cina, a quanto pare, manifesta interesse per la

coalizione dei volenterosi. Se uno ha lo sguardo fisso su Washington e Mosca, non è

successo nulla. Eppure, non siamo più al tempo della guerra fredda. Perfino Kissinger negli

anni Settanta si era già accorto della Cina. E noi (italiani, europei, abitanti del pianeta Terra,

come i cinesi) dovremmo fare come se nulla fosse. Chi l'ha detto? Da quale punto di vista?




domenica 16 marzo 2025

Elly non mollare



Elisa Calessi, Piazza del Popolo piena mette a disagio i politici, Libero, 16 marzo 2025 

 I politici ci sono, ma in piazza o nel retro palco. Ospiti di un evento convocato e gestito da altri. Elly Schlein è felice perché ha incassato il bagno di folla, le grida «Elly vai avanti», «Elly non mollare», «Siamo con te». Il «chiarimento» suona come un problema antico. Gli altri sono tutti qui a difendere la loro idea di Europa, diversa (opposta) da quella dei compagni di piazza. In una cacofonia di voci sommersa dal blu delle bandiere europee.
Ecco, allora, Calenda che manifesta per una Europa «militarmente forte» perché solo così «si garantisce la pace», mentre secondo Bonelli «un’Europa che vuole investire 800 miliardi di euro in armamenti è un’Europa che compromette il suo futuro e il futuro delle generazioni che verranno».
E se Pina Picierno, Pd, spiega che questa Europa, perché funzioni, bisogna «dotarla di autonomia strategica», Laura Boldrini, Pd, spiega di essere lì perché «non vogliamo il riarmo di 27 singoli stati che sarebbe solo uno spreco di risorse e rifiutiamo la narrazione della guerra come strumento per dirimere le controversie tra gli Stati», mentre Maria Elena Boschi, Iv, dice di essere «in piazza per i nostri figli, per gli Stati Uniti d’Europa, un’Europa più unita, un’Europa più forte dei singoli stati che la compongono». Il piano di riarmo votato dal Consiglio europeo e dalla maggioranza che ha sostenuto Ursula Von der Leyen è «un sucidio», dice Nicola Fratoianni. Mentre una parte del Pd, che pure è in piazza (oltre a Picierno, Alfieri, Morani) lo difende.
Roberto Vecchioni, dal palco, prova a dirla così: «Dobbiamo distinguere tra pace e pacifisti. Non si può accettare qualsiasi pace. I veri pacifisti siamo noi. Ai giovani dico, siete voi che dovete rimediare alle cazzate che abbiamo fatto noi».

sabato 8 marzo 2025

Propaganda alla luce del sole


L'articolo risale al 2016. Il Movimento Cinque Stelle nella sua originaria versione grillina non esiste più. Alessandro Di Battista, citato nell'articolo, invece esiste sempre. Va in televisione, difende le sue idee. Le sue idee? Se uno consulta il sito L'Antidiplomatico su Internet, scopre che il punto di vista adottato dall'opinionista coincide singolarmente con quello proprio della propaganda russa. Per carità, sarebbe strano che la grande potenza euroasiatica non avesse un suo ordine di argomenti, di pensieri e di dati da presentare a sostegno delle sue scelte e dei suoi atti. Strano è tuttavia che questo armamentario discorsivo venga ripreso pari pari da Alessandro Di Battista, e non solo da lui, e sia propinato ai telespettatori come la visione propria di un analista indipendente. 

Jacopo Jacoboni
L'Antiplomatico, così un sito divulga la linea filo-russa del M5S
La Stampa, 8 novembre 2016 

Non avendo pronta una chiara linea geopolitica, e un network sperimentato di interlocutori, la politica estera del Movimento cinque stelle della prima fase, tra la nascita (2009) e lo Tsunami tour (2012-2013), s’è sempre risolta nelle visite - più o meno estemporanee - di Beppe Grillo alle ambasciate. L’ambasciata tedesca, quella americana, il consolato americano, cominciarono a manifestare anni fa curiosità per questo «comedian» trasformatosi in agitatore politico di folle. Volevano capire. Annusavano. Alla vigilia delle elezioni del 2013 sollevarono un caso le parole pronunciate il 13 marzo dall’ambasciatore Usa David Thorne al liceo Visconti, a Roma: «Voi giovani siete il futuro dell’Italia. Voi potete prendere in mano il vostro Paese e agire, come il Movimento 5 Stelle, per le riforme e il cambiamento». Grillo esultò. Vergò sul blog un post trionfale: «L’ambasciatore Usa e il M5S». Poi però le cose sono drasticamente cambiate. Negli ultimi due anni ha cominciato a farsi strada, nel M5S, un mantra totalmente opposto, «la Russia non è un nemico». La chiave della loro geopolitica è diventata via via la richiesta di abolire le sanzioni contro Mosca. Gli incontri, parallelamente, si sono spostati dal livello teatrale di Grillo alle ambasciate a un livello più prosaico ma confidenziale: quello degli imprenditori, o dei colonnelli Alessandro Di Battista e Manlio Di Stefano. Due a Mosca, e poi a Roma, con personaggi chiave del partito di Putin, uno dei quali assai discusso. È in questa fase che diventa di riferimento, nel divulgare la linea, un sito, L’Antidiplomatico.

Nonostante neghi un’inclinazione filo-Putin, L’Antidiplomatico descrive bene il legame culturale sempre più stretto tra cinque stelle e propaganda di Mosca. Basta leggere gli ultimi dieci articoli in cui, direttamente o indirettamente, si parla del leader russo. «Oliver Stone: Trump è pericoloso, ma cosa vi fa pensare che Hillary non lo sia?». «Come mai i giornalisti diffamano Putin e non indagano sull’immenso patrimonio accumulato da Bill e Hillary Clinton?». «La Russia annuncia una tregua umanitaria ad Aleppo» (parentesi: Aleppo viene paragonata storicamente alla battaglia di Stalingrado, un grande classico della propaganda russa attuale). «Il ministro della Difesa russo: “È tempo che l’Occidente definisca se lottare contro i terroristi o contro la Russia”». «Putin: “Mi piacerebbe avere in Russia la macchina di propaganda in mano agli Usa». E via così. La Clinton non riscuote certo, eufemismo, la loro simpatia.

Lantidiplomatico.it è registrato a nome di Alessandro Bianchi, un giovane pescato nelle reti della sinistra radicale romana, poi diventato il più stretto collaboratore di Alessandro Di Battista, e utilizzato dal M5S anche per la commissione esteri della Camera. Bianchi, la settimana scorsa, non ha risposto quando La Stampa l’ha contattato. Con lui c’è una redazione agile di collaboratori; il principale dei quali, Fabrizio Verde, ha le stesse origini politiche, più altre due persone.

 Le firme fisse non colpiranno i lettori giovani; ma i meno giovani sì: nel colophon della rivista online tra i soli quattro «collaboratori assidui» compare Achille Lollo, alla cui biografia L’Antidiplomatico scrive, assai stringato: «Corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del “Correio da Cidadania”». Altrove sul sito Bianchi aggiunge: «È stato direttore delle riviste Naçao Brasil e Conjuntura Internacional». L’ex militante di Potere Operaio - per diciott’anni latitante in Brasile, e prima dieci anni in Angola, condannato per il rogo di Primavalle appiccato alla casa dei Mattei in cui morirono un bambino di 10 e un ragazzo di 22, figli del segretario della sezione missina di quel quartiere romano - è oggi libero cittadino, dopo la prescrizione della pena.

In questo milieu matura il sito che in questi mesi sta vedendo lievitare i suoi accessi, e l’influenza tra i parlamentari cinque stelle che si occupano di geopolitica.

L'AntiDiplomatico – Telegram
RUSSIA - L'Antidiplomatico



lunedì 13 gennaio 2025

Eppur si muove





"Tanto rumore per nulla" - sembra dire Paolo Mieli. Il quale tuttavia si ostina a presentare un centro statico, inutilmente attraversato da una malsana ricerca di visibilità. Forse le cose non stanno esattamente in questo modo. Basta leggere i due testi successivamente citati. Manuela Perrone accenna al proposito di trasformare il cespuglio in un albero. Che già non sarebbe impresa da poco. Claudia Mancina, che terrà la relazione introduttiva al convegno di Libertà Eguale, entra poi nel merito dei contenuti e il discorso si fa subito più ampio: "questo Pd cavalca i peggiori istinti della sinistra populista, anche a costo di rifiutare e cancellare pezzi della sua stessa storia, senza peraltro proporre niente di nuovo e di concreto". Le riforme istituzionali, lo stato del partito, l'assenza di un progetto per il paese e, prima ancora, la mancanza di un orizzonte sociale meglio definito, la leggerezza di certe dichiarazioni in fatto di spese militari o di maternità surrogata: ecco altrettanti punti sui quali una maggiore chiarezza sarebbe opportuna se non necessaria. Gianfranco Rotondi si è affrettato a dichiarare che l'eredità democristiana è da tempo appannaggio della destra. I convegni indetti per il 18 gennaio partono proprio dalla convinzione opposta, quella secondo cui non c'è un monopolio acquisito, sono le politiche perseguite e promosse a decidere da che parte  deve e può stare il centro oggi.  



Paolo Mieli, Corriere della Sera


Detto con sincerità, non è chiaro cosa abbiano in comune — a parte i collegamenti video — «Comunità Democratica» e «Libertà Eguale». Dei primi sappiamo poco o niente ma li immaginiamo sensibili alle ragioni del solidarismo cristiano. Del pacifismo come lo intende papa Francesco. E a quelle del «Sud del mondo» nella contrapposizione ad un Occidente agli occhi dei più ormai trumpizzato e muskizzato. Più ardua la missione di «Libertà Eguale» che fin qui è stata l’unica associazione del centrosinistra attenta a non perdere l’ancoraggio con l’Europa e con gli Stati Uniti. Perfino ai tempi in cui l’ anti occidentalismo si poteva travestire da ovvia avversione a Bush jr o al Trump della passata esperienza presidenziale (2016-20). Si sa già che i partecipanti a entrambi i convegni metteranno in chiaro che non è loro intenzione dar vita a nuove formazioni politiche, ciò che consentirà loro di essere perentori in materie su cui sono concordi con l’intera sinistra ed evasivi sulle questioni su cui, invece, si concentrerà l’attenzione mondiale dal 20 gennaio in poi. Ma può sorgere il dubbio che, per dire al mondo della loro ostilità al premierato e all’autonomia differenziata, non fosse necessario allestire quella complicata rete di collegamenti audio video. 


Manuela Perrone, Il Sole 24ore


Nelle prossime settimane si chiarirà meglio quale ruolo svolgerà Ruffini in Comunità Democratica e se davvero l’ex direttore delle Entrate, figlio del politico e ministro Attilio Ruffini (nipote del cardinale e arcivescovo di Palermo Ernesto Ruffini), fratello minore del giornalista Paolo, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, amico di famiglia del presidente Sergio Mattarella, sarà il federatore del nuovo movimento. Dopo le dimissioni aveva detto: «Rivendico la libertà di parlare di bene comune». D’ora in avanti si vedrà se i cattolici democratici sapranno superare le divisioni e ritrovarsi intorno a lui. Se, in altre parole, un’altra Margherita - più giovane, più moderna - è destinata a sbocciare, rafforzando la sinistra in chiave anti-Meloni in un centro dove in tanti si agitano ma nessuno riesce a trasformarsi da cespuglio in albero.


Claudia Mancina, Linkiesta 


Quello che sta avvenendo nel Partito democratico è un fenomeno incredibile, pur nel contesto piuttosto avventuroso della politica italiana. Un partito che dall’oggi al domani cambia la sua natura, da partito di governo, fondamentalmente responsabile di fronte all’Europa, a partito di opposizione pura e dura come non si è mai visto nel nostro paese, al di là di gruppi piccoli o piccolissimi. Da partito tendenzialmente maggioritario, capace di parlare a ceti diversi facendo sintesi di bisogni e richieste non sempre coincidenti, a partito intenzionalmente e quasi appassionatamente minoritario, che non ha un riferimento sociale se non quello piuttosto vago dei “poveri”. 


Al posto di progetto e proposte, un movimentismo ormai logoro e fuori tempo, nutrito dai social anziché dal dibattito. Una segretaria che propone le priorità sulla base degli eventi: al tema del lavoro, ripreso da Giuseppe Conte, ora, dopo il terribile incidente di Brandizzo, ha aggiunto la rete ferroviaria; mentre ha approfittato della decisione di Olaf Scholz per chiedere la cancellazione delle spese militari. Una segretaria che va a rimorchio della CGIL, tornata dopo lungo tempo unico sindacato di riferimento; che su una questione complessa e importante come la maternità surrogata enuncia una opinione personale, come se il suo compito fosse quello di manifestare delle opinioni, e non di fare avanzare il dibattito nel partito e nel paese, per arrivare a mediazioni politiche. 

Più in generale, si deve dire che questo Pd cavalca i peggiori istinti della sinistra populista, anche a costo di rifiutare e cancellare pezzi della sua stessa storia, senza peraltro proporre niente di nuovo e di concreto

Particolarmente significativa è la questione delle riforme istituzionali, sulle quali già una parte del Partito Comunista italiano, e poi il partito che è seguito, hanno sempre sostenuto una posizione avanzata, a partire da Achille Occhetto, come ha ricordato Carlo Fusaro. Attestarsi ora sulla posizione conservatrice, in senso letterale, per cui la costituzione si applica e non si cambia, ignorando la necessità di modificare la forma di governo, indicata da fior di studiosi e già da alcuni costituenti, significa lasciare alla destra l’iniziativa e, quel che è peggio, libertà di manovra, col rischio che davvero ne venga fuori un disastro. 

Puntare sul referendum confermativo non solo è imprudente, ma soprattutto è espressione di miseria politica. Quella stessa miseria che si è manifestata nell’accodarsi ai Cinquestelle sulla riduzione del numero dei parlamentari al di fuori di una seria riforma del bicameralismo, e nel continuo ricorso ai temi e ai sentimenti dell’antipolitica, senza mai proporre soluzioni, da ultimo nel caso del coraggioso intervento di Piero Fassino sugli emolumenti dei parlamentari.

Come è stato possibile questo processo? Oggi, dopo quindici anni di alterne vicende, non si può non pensare che ci sia qualcosa che non va nella struttura stessa del Pd, nel suo modello di partito. Non tanto dal punto di vista organizzativo, sebbene anche questo sia un problema, ma dal punto di vista politico. Che partito è il Pd? Purtroppo dobbiamo dire che è un partito senza forma, incapace di una dialettica interna che non sia l’unanimismo o il suo rovescio: la caccia al segretario. Un partito che non riesce più a fare un congresso che sia un vero momento di dibattito politico-culturale. Dunque incapace di produrre una linea politica, un progetto per il paese. 

Si può osservare che la difficoltà della politica, non solo di sinistra, è oggi presente in tutte le democrazie, messe in crisi da un populismo che trova nel malessere prodotto dalla rivoluzione tecnologica e dalla globalizzazione il suo terreno di coltura, e nei social il suo strumento più potente. Ma questa considerazione non basta per spiegare l’involuzione del dibattito pubblico nel nostro paese e, al suo interno, l’involuzione dei gruppi dirigenti del Pd. Forse è ora di chiedersi se non sia necessario cambiare qualcosa nella forma stessa del partito.

domenica 9 febbraio 2014

Mafalda contestataria desaparecida (1964-1973)

Giulio Giorello
Guevarista, no global e (molto) delusa.
Il manicomio sferico di Mafalda


Nasceva nel 1964 la bambina pestifera dell’argentino Quino. Il mondo visto dai più piccoli fu una lezione disarmante per gli adulti
Corriere della Sera, 2 febbraio 2014

«Oh, Mafalda! Che bella culla hai fatto alla tua bambola!». E lei, quasi seccata: «Non essere ignorante, mamma! È un divano da psicoanalista». Poi, messa a letto, così la piccola si rivolge all’altro genitore: «Papà… non posso dormire». E il padre: «Cosa fai qui? Torna a letto e conta le pecore!». Mafalda: «Ma sei matto? Ho dato una guardatina, e ce ne saranno circa settemila». Si tratti di complessi freudiani o di grandi numeri, la logica di questa bimba argentina rovescia gli stereotipi di cui è intessuto il mondo degli adulti. Le sue sono tipiche «domande dei bambini», come le chiamava il regista Wim Wenders, quelle stesse che, sbriciolando le facili sicurezze del conformismo, finiscono per riportarci alla nostra umana fragilità. In un piccolo monologo, degno quasi di Amleto, sempre lei dichiara di volersi congratulare con i Paesi che guidano la politica mondiale, ma subito dopo aggiunge di sperare che un giorno ci siano davvero i motivi per farlo!
Mafalda «la contestataria» — come è stata chiamata (il cognome non importa) — ama la democrazia, la pace, i diritti umani, in particolare quelli dei bambini; odia la minestra, simbolo del dispotismo casalingo, e — senza alcuna esitazione — le armi e la guerra. E poi, della cultura della Gran Bretagna, il Paese tradizionalmente «nemico» (occupa le isole Malvinas, che gli inglesi chiamano Falkland), salva i Beatles e detesta l’inossidabile James Bond.
Mafalda è stata concepita da Joaquín Salvador Lavado Tejón. Un nome «sonoro», già dalla nascita sostituito da un ben più semplice Quino, per distinguerlo da uno zio omonimo, pittore e disegnatore pubblicitario. Da cui avrebbe ereditato, peraltro, il gusto per la battuta e il piacere del disegno. Aveva esordito nel campo dello humour grafico nel 1954. Del 1963 è il suo primo libro umoristico Mundo Quino (il titolo riecheggia ironicamente quello del film documentario italiano Mondo cane di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi). Nello stesso anno concepisce la sua bambina terribile, inizialmente per pubblicizzare una marca di elettrodomestici, la Mansfield, il cui logo conteneva una M e una A, da cui appunto Mafalda, che non si stanca mai di lottare per un mondo migliore (anche se troppo spesso «qualche deficiente ha smarrito i progetti»!).
Anche quell’idea non sarebbe andata in porto: restarono a Quino alcune strisce, che dovevano poi (1964) dare origine al fumetto inizialmente pubblicato sul supplemento umoristico della rivista «Leoplán». Poco dopo Mafalda, la sua famiglia e i suoi amici dovevano traslocare al settimanale «Primera Plana» di Buenos Aires. E l’anno successivo era la volta del quotidiano «El Mundo», fino alla chiusura di quel foglio nel dicembre 1967. Il 2 giugno 1968, infine, le strisce di Quino dovevano riapparire sul settimanale «Siete Días». Erano appunto gli anni della contestazione, anche nell’America Latina.
Non meno tormentata è la vicenda del suo autore. Nato a Mendoza nel 1932 da immigrati andalusi, doveva presto fare i conti — prima di Mafalda — con i mali del nostro Globo. Come racconta in una breve nota autobiografica, «all’età di quattro anni, nel 1936, il piccolo Quino scopre che sono saltati fuori degli spagnoli cattivissimi, che stanno uccidendo gli spagnoli buoni. Tedeschi, italiani, preti e suore… stanno dalla parte degli spagnoli cattivi». Tre anni dopo, «i cattivi hanno vinto» e le speranze sono tutte nel Nuovo Mondo. Salvo che, finito il secondo conflitto mondiale e delineatasi la guerra fredda tra Urss e Usa, Quino impara «che italiani e tedeschi non sono poi tanto cattivi», mentre quelli che un tempo gli apparivano buoni possono peccare di notevole malignità. La sua Mafalda passerà anni a «sciogliere il dilemma di chi è buono e chi è cattivo su questa Terra», fino alla sospensione delle strisce il 25 luglio 1973, «sentendosi l’autore a corto d’idee». Dichiarazione che va presa con cautela, visto che negli anni successivi Quino, messosi a viaggiare per il mondo e prediligendo varie città europee, tra cui la nostra Milano (ove lui e la moglie Alicia sono rimasti per sei anni), non smette di escogitare nuove vignette: «Dopo aver creato Mafalda, nipote di Che Guevara e mamma dei No Global, Quino è apparso sempre più degno allievo di Borges», notava, in una bella intervista («Corriere della Sera», 16 gennaio 2004), un estimatore dei fumetti come Cesare Medail (se mi è lecito aggiungere, per me maestro e amico).
Mafalda oggi all’anagrafe sarebbe una signora cinquantenne, forse dimentica dei suoi giovanili «eroici furori». Ma più probabilmente, ci fa sospettare Quino, potrebbe essere una desaparecida all’epoca della criminale dittatura di Jorge Rafael Videla e dei suoi complici. Comunque, in una occasionale «cartolina», Quino la ritrae ancora una volta di fronte al mappamondo, simbolo del nostro Globo, che contiene tanta sofferenza, oggi come ieri, anche se cambiano modi e forme del dispotismo. E lei stessa non esita a porsi domande borgesiane: «Sarà stato Dio a brevettare questa idea del manicomio sferico?».