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giovedì 28 maggio 2026

Mafalda e Pimpa

Artribune
Comunicato stampa

 A Roma, dal 14 maggio all’11 luglio 2026, presso la Sala Dalí di Piazza Navona, le riproduzioni in stile Artist’s Edition delle strip di Mafalda e le tavole originali della Pimpa si incontrano per la prima volta in un’unica esposizione realizzata da ARF! Festival e Instituto Cervantes di Roma — in collaborazione con Franco Cosimo Panini, Quipos S.r.l. e Caminito S.a.s. agenzia letteraria — rinnovando l’ormai tradizionale partnership tra la prestigiosa istituzione culturale spagnola e il Festival del Fumetto di Roma.

A inaugurare la mostra, curata da Stefano Piccoli (S3Keno) e Daniele Bonomo (Gud) per ARF! Festival nell’ambito della sua XII edizione, giovedì 14 maggio alle ore 17.30, sarà il Maestro Altan, che incontrerà il pubblico per un talk e una sessione di firmacopie.

“Parlare alle bambine e ai bambini per parlare agli adulti” è il filo invisibile che attraversa l’esposizione, dove Mafalda e Pimpa, due protagoniste amatissime che hanno attraversato generazioni, generi e mode, si fronteggiano come due modi diversi e complementari di guardare il mondo attraverso lo sguardo dell’infanzia.
Da un lato Mafalda, la bambina dai capelli corvini creata da Quino, osserva il quotidiano con lucidità disarmante. Le sue domande sono semplici solo in apparenza, perché mettono in crisi la grammatica stessa del mondo adulto: guerra, ingiustizia, autorità, futuro vengono passati al vaglio di uno sguardo che non accetta risposte comode. Anche nei dettagli più ordinari – come il suo celebre e ostinato rifiuto della minestra – emerge la sua insofferenza verso tutto ciò che appare ingiusto, imposto, conformista. Mafalda non consola e non addolcisce: Mafalda illumina.
Dall’altro lato la Pimpa, nata dalla mano di Altan, abita un universo in cui la scoperta è continua, ma mai minacciosa. Il suo mondo è fatto di incontro, gioco, trasformazione gentile. Anche quando si avventura nell’ignoto, la Pimpa torna sempre a casa da Armando, figura adulta rassicurante: qui l’infanzia non è una domanda aperta sul dolore del mondo, ma una possibilità di relazione e meraviglia.
Ne nasce un confronto tra due poetiche opposte e complementari: l’inquietudine critica e la fiducia affettiva, la domanda senza risposta e la narrazione che accoglie. Due modi diversi di usare la semplicità come forma di verità.
Nate in contesti lontani, Pimpa e Mafalda arrivano insieme a Roma in una mostra che invita a rileggere l’infanzia non come territorio minore, ma come punto di osservazione privilegiato sulla realtà. Un dialogo tra poetiche e generazioni che conferma la capacità del fumetto di parlare a bambine e bambini, genitori, nonni, lettori di ieri e di oggi.

Come sottolinea Daniele Bonomo: “Vedere riunite le strip di Mafalda e le tavole de La Pimpa ha una doppia valenza. Da una parte l’importanza di ripercorrere insieme la storia di due personaggi simbolo del nostro immaginario; dall’altra parte rivivere più di cinquant’anni della nostra Storia attraverso gli sguardi, i segni e le parole di Quino e Altan, due grandi Maestri del nostro tempo.”

Joaquín Salvador Lavado Tejón, nasce nella regione andina di Mendoza (Argentina) il 17 luglio 1932; fin dalla nascita viene però chiamato Quino per distinguerlo da suo zio Joaquín Tejón, apprezzato pittore e grafico pubblicitario. A tredici anni si iscrive alla scuola di Belle Arti, ma nel 1949 l’abbandona per trasferirsi a Buenos Aires alla ricerca di una casa editrice: «Il giorno in cui pubblicarono la mia prima pagina» – ha detto ricordando il suo esordio sul settimanale di Buenos Aires Esto es, avvenuto nel 1954 – «trascorsi il momento più felice della mia vita!»
Da allora e fino a oggi i suoi disegni umoristici vengono pubblicati ininterrottamente in un’infinità di quotidiani e riviste in tutto il mondo. Con la popolarità arriva anche il benessere economico e, nel 1960, il matrimonio con Alicia Colombo, nipote di immigrati italiani. Nel ’63 esce il suo primo libro umoristico, Mundo Quino, che raccoglie le sue vignette mute, surreali e graffianti con il prologo di Miguel Brascó. Lo stesso Brascó lo presenta ad Agens Publicidad, che cerca un disegnatore che crei un fumetto per pubblicizzare il lancio di una linea di elettrodomestici chiamati Mansfield (ragion per cui il nome di alcuni personaggi doveva cominciare con la M, da cui Mafalda); Agens non fa la sua campagna, ma a Quino rimangono alcune strisce che gli saranno utili di lì a pochi mesi quando darà vita al personaggio che lo renderà famoso.
Mafalda debutta il 29 settembre 1964 sul settimanale Primera Plana di Buenos Aires. Poi dal ’65, con il passaggio del fumetto sulle pagine del quotidiano El Mundo, inizia l’inarrestabile successo del personaggio, che varca i confini nazionali per conquistare il Sud America e dilagare poi in Europa. L’esordio italiano di Mafalda è del 1969: il libro Mafalda la contestataria viene pubblicato da Bompiani con la presentazione di Umberto Eco, direttore della collana.
Nel 1973, nonostante la fama mondiale, Quino decide di smettere di disegnare le strisce di Mafalda, scegliendo di dedicarsi esclusivamente alle sue tavole umoristiche; il suo celebre personaggio continua comunque a vivere attraverso ristampe e campagne sociali, anche per organizzazioni come l’UNICEF, la Croce Rossa spagnola o il Ministero per gli Affari Esteri della Repubblica Argentina. In occasione del Festival del Cinema Latinoamericano dell’Avana (Cuba), nel 1984 conosce il regista Juan Padrón con cui realizza la serie animata Quinoscopios e in seguito, nel 1993, anche 104 episodi dei cartoni animati di Mafalda (da 1 minuto di durata cadauno) che in Italia verranno trasmessi da Rai 2.
Il 30 settembre del 2020 Quino si è spento all’età di 88 anni.

Francesco Tullio Altan – semplicemente conosciuto come Altan – nasce a Treviso nel 1942, compie i primi studi prima a Bologna e poi a Venezia, dove frequenta la Facoltà di Architettura. Alla fine degli Anni ’60 è a Roma, dove lavora come scenografo e collabora anche per il cinema e la televisione come sceneggiatore. Le sue prime vignette e illustrazioni vengono pubblicate dal mensile Playmen. Trasferitosi a Rio de Janeiro, nel 1970 lavora nel cinema brasiliano, incontra sua moglie Mara e – un anno dopo – nasce sua figlia Kika. Nel ’74 inizia la collaborazione regolare come cartoonist con giornali italiani e, tornato in patria nel 1975, si stabilisce prima a Milano e poi ad Aquileia, dove vive tuttora. È proprio in questo anno che (grazie al gioco del disegno con sua figlia Kika) nasce la Pimpa; presentata inizialmente sul Corriere dei Piccoli e poi dal 1987 su un mensile tutto suo (che dal 1994 è pubblicato da Franco Cosimo Panini Editore), la Pimpa diverrà anche protagonista di alcune serie a cartoni animati (nel 1983 con la regia di Osvaldo Cavandoli e nel 1997 con la regia di Enzo D’Alò) trasmesse dalla Rai e vincitrici del premio “Cartoons on the Bay”; Altan stesso dirigerà poi una terza serie trasmessa nel 2010 su Rai Yo Yo. Oltre alla Pimpa ha realizzato altri personaggi per bambini come Kika e Kamillo Kromo.
È comunque già dal ’74 che i suoi primi fumetti per adulti (come Trino e Ada) appaiono su Linus, rivista con cui collabora per tanti anni. Le sue famose vignette di satira politica vengono invece pubblicate su Tango, Smemoranda, L’Espresso e il quotidiano La Repubblica: una vasta opera nella quale ricordiamo anche l’operaio metalmeccanico comunista Cipputi, Macao, Friz Melone, Cuori Pazzi, Zorro Bolero o le biografie in chiave satirica dedicate a Cristoforo Colombo, Giacomo Casanova e Francesco d’Assisi. Dal 1977 ha pubblicato numerosi libri e romanzi a fumetti; a partire dal 1992 ha illustrato tutta la serie dei romanzi e racconti di Gianni Rodari (Einaudi Ragazzi); nel 2001 vince il Premio È giornalismo, assegnatogli da Giorgio Bocca ed Enzo Biagi «perché le sue vignette, con una capacità di informazione e una sintesi straordinarie, assumono un’importanza non inferiore a un articolo di fondo.» Nel 2019 gli viene dedicato dal regista Stefano Consiglio il documentario Mi chiamo Altan e faccio vignette, premiato al Torino film Festival 2019. Sempre nel 2019, il MAXXI di Roma ospita l’importate esposizione Pimpa, Cipputi e altri pensatori.
Molti libri di Altan sono stati tradotti e pubblicati in Giappone, Francia, Spagna, Argentina e Portogallo.
Oltre alle storie a fumetti e ai cartoni animati, la Pimpa è stata anche protagonista di più spettacoli teatrali: per celebrare i 30 anni della sua vita editoriale, nel 2005 il Teatro dell’Archivolto di Genova ha organizzato Il Circo di Pimpa (che si svolgeva letteralmente sotto un tendone da circo), che venne portato in scena in varie città italiane: Firenze, Roma, Bologna e Modena. Nel 2025, per il traguardo dei 50 anni, ha invece debuttato a Verona uno spettacolo teatrale unico e sorprendente – Pimpa, il Musical a pois – diretto da Enzo d’Alò, che è quindi tornato a collaborare con Altan. Dall’incontro dei due straordinari autori è nato un musical originale e poetico; un teatro fatto di parole, pupazzi, travestimenti ma soprattutto di musica e di gioco.

«A volte, quando sono in libreria, vedo arrivare tre generazioni: le nonne leggono Mafalda, e questo mi rassicura molto; poi ci sono le mamme e mi sembra giusto perché Mafalda avrebbe la loro età; ma ci sono anche le figlie – le bambine di oggi – e in molte la leggono ancora come se lei fosse una loro coetanea.»

«Io penso ci sia ancora spazio per l’immaginazione lenta della Pimpa, quella fatta di semplicità. E sono felice di vedere che abbia ancora tanti lettori. Sono più piccoli, ma in fondo i bambini non sono così diversi da quelli di cinquant’anni fa.»

lunedì 9 novembre 2015

Zerocalcare, La paura più grande




Lo stile di Zerocalcare è quello di sempre: i problemi quotidiani che diventano filosofia di vita, difficili momenti di crescita e maturazione che vengono stemperati con un citazionismo estremo, che va da Star Wars ai miti di Cthulhu, passando per Ken il Guerriero, Street Fighter e i Cavalieri dello Zodiaco. L’elenco telefonico degli accolli (Bao Publishing) è la seconda raccolta di vignette pubblicate sul suo blog, arricchite da una storia inedita che fa da filo conduttore tra i vari racconti.
Michele Rech è sempre lo stesso, sa ridere delle sue manie e dei suoi errori, ma come ogni trentenne sta affrontando una profonda fase di cambiamento, resa ancora più strana dal fatto di pagare le bollette con una professione atipica e che ancora fatica a chiamare lavoro.
La paura più grande per Zerocalcare? Eccola spiegata nella sua nuova esilarante tavola. Tutto parte da un'innocua considerazione su Harrison Ford precipitato alla guida dell'aereo biposto, ma che poi diventa una valanga inarrestabile di riflessioni su come passano in fretta gli anni...

http://www.zerocalcare.it/2015/04/07/la-paura-piu-grande/?fb_action_ids=10156156510285691&fb_action_types=og.likes

giovedì 8 gennaio 2015

Storia di Charlie Hebdo


Anna Maria Merlo
Il dissacrante Charlie Hebdo, nato alla sinistra della sinistra
il manifesto, 8 gennaio 2015

Cabu e Wolin­ski, che sono stati assas­si­nati ieri assieme al più gio­vane Charb, nell’attentato che ha fatto 12 vit­time nella reda­zione del set­ti­ma­nale Char­lie Hebdo, sono stati pro­ta­go­ni­sti fin dagli anni ’60 dell’avventura, ini­ziata con Hara-Kiri, della stampa sati­rica liber­ta­ria fran­cese della seconda metà del XX secolo.
All’inizio, c’erano per­so­na­lità come Topor, Rei­ser, lo scrit­tore Fra­nçois Cavanna, che hanno l’idea di pub­bli­care la ver­sione fran­cese di Linus ita­liano. Nel ’70, dopo varie cen­sure di cui è vit­tima Hara-Kiri – l’ultima, a novem­bre, dopo la morte di de Gaulle, per un titolo dis­sa­crante – il gruppo fonda Char­lie Hebdo (dal nome di un per­so­nag­gio di Schultz e con un rife­ri­mento iro­nico a Char­les de Gaulle). Della prima ver­sione di Char­lie Hebdo usci­ranno, fino all’81, 580 numeri. Un altro numero uscirà nell’82. Nel ’92, la testata rina­sce. Fa effetto oggi, di fronte agli avve­ni­menti, ricor­dare che la società costi­tuita allora per il rilan­cio si chia­mava Les Eti­tions Kalach­ni­kof. Nel ’92 par­te­cipa già Charb, che dal 2009 era diret­tore della pubblicazione.
Char­lie Hebdo ha radici nella sini­stra della sini­stra, ma non ha mai avuto una linea edi­to­riale pre­cisa. La sua sto­ria è fatta di bat­ta­glie, di scon­tri, di abban­doni, di ostra­ci­smi, di ritorni. E di molte pole­mi­che, anche interne alla reda­zione: nel 2002, un arti­colo a difesa del libro La rab­bia e l’orgoglio di Oriana Fal­laci, viene subito criticato.
Dopo gli atten­tati dell’11 set­tem­bre 2001 ci sono prese di posi­zione con­flit­tuali con­tro una parte dell’estrema sini­stra, accu­sata di non aver con­dan­nato gli isla­mi­sti per anti­a­me­ri­ca­ni­smo. Phi­lippe Val, che all’inizio degli anni 2000 diventa diret­tore della pub­bli­ca­zione, accusa Tariq Rama­dan di essere un pro­pa­gan­di­sta anti­se­mita. Val nel 2005 difende il «sì» al refe­ren­dum sul Trat­tato costi­tu­zio­nale euro­peo, altri difen­dono il «no» – che sarà vit­to­rioso – sulle pagine del settimanale.
Char­lie Hebdo non si limita alla satira, ma pub­blica anche repor­tage sulla società e sulle grandi que­stioni dell’attualità mon­diale (in par­ti­co­lare, alla fine degli anni ’70, impor­tanti inchie­ste sull’estrema destra). Oncle Ber­nard (l’economista Ber­nard Maris, assas­si­nato anch’egli ieri) ha fir­mato cro­na­che eco­no­mi­che sem­pre di grande interesse.
La carat­te­ri­stica di Char­lie Hebdo, con le sue vignette cor­ro­sive che molto spesso hanno distur­bato, è sem­pre stata l’indipendenza, dalle ideo­lo­gie come dal denaro. «Non vogliamo ric­chi indu­striali come azio­ni­sti – aveva detto Charb nel 2010 – e non vogliamo nep­pure dipen­dere dalla pub­bli­cità. Non pren­diamo quindi gli aiuti di Stato che vanno ai gior­nali cosid­detti “di deboli introiti pub­bli­ci­tari”, visto che non abbiamo pub­bli­cità. L’indipendenza, l’indipendenza totale, ha un prezzo».

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L’ultima “pro­fe­tica” vignetta
Char­lie Hebdo ha sem­pre lot­tato con­tro tutti i fanatismi.
Il primo ber­sa­glio è stata la chiesa cat­to­lica, in quanto reli­gione mag­gio­ri­ta­ria in Fran­cia. Le vignette sono state sem­pre cor­ro­sive, a volte anche con una certa pesantezza.
Il set­ti­ma­nale molte volte è stato denun­ciato, dai poli­tici, dai cat­to­lici, di recente dai musul­mani. Charb ha sem­pre pre­ci­sato: la cri­tica è sull’ «alie­na­zione delle fede», qua­lun­que essa sia.
Nel 2006, Char­lie Hebdo pub­blica le cari­ca­ture di Mao­metto del gior­nale danese Jyl­lands Posten, arric­chite da altre vignette fir­mate dai dise­gna­tori del set­ti­ma­nale. Il Con­si­glio fran­cese del culto musul­mano chiede la cen­sura del numero e sporge denun­cia. L’allora pre­si­dente, Jac­ques Chi­rac, con­danna le «pro­vo­ca­zioni mani­fe­ste». Ne seguirà un pro­cesso nel 2007, dove ha testi­mo­niato, a favore della libertà di stampa, anche Fra­nçois Hol­lande, non ancora presidente.
La sto­ria delle cari­ca­ture di Mao­metto, che sem­bra all’origine del mas­sa­cro di ieri, era già stata la causa di un incen­dio cri­mi­nale di cui era stata vit­tima la sede di Char­lie Hebdo nel novem­bre 2011. La reda­zione, allora, era stata ospi­tata per due mesi da Libé­ra­tion. Altre cari­ca­ture di Mao­metto susci­te­ranno pole­mi­che e denunce nel 2012.
La coper­tina in edi­cola di Char­lie Hebdo que­sta set­ti­mana prende in giro lo scrit­tore Michel Houel­le­becq, di cui ieri è uscito l’ultimo libro, Sou­mis­sion, che rac­conta dell’elezione di un isla­mi­sta alla pre­si­denza della Repub­blica fran­cese nel 2022.

domenica 9 febbraio 2014

Mafalda contestataria desaparecida (1964-1973)

Giulio Giorello
Guevarista, no global e (molto) delusa.
Il manicomio sferico di Mafalda


Nasceva nel 1964 la bambina pestifera dell’argentino Quino. Il mondo visto dai più piccoli fu una lezione disarmante per gli adulti
Corriere della Sera, 2 febbraio 2014

«Oh, Mafalda! Che bella culla hai fatto alla tua bambola!». E lei, quasi seccata: «Non essere ignorante, mamma! È un divano da psicoanalista». Poi, messa a letto, così la piccola si rivolge all’altro genitore: «Papà… non posso dormire». E il padre: «Cosa fai qui? Torna a letto e conta le pecore!». Mafalda: «Ma sei matto? Ho dato una guardatina, e ce ne saranno circa settemila». Si tratti di complessi freudiani o di grandi numeri, la logica di questa bimba argentina rovescia gli stereotipi di cui è intessuto il mondo degli adulti. Le sue sono tipiche «domande dei bambini», come le chiamava il regista Wim Wenders, quelle stesse che, sbriciolando le facili sicurezze del conformismo, finiscono per riportarci alla nostra umana fragilità. In un piccolo monologo, degno quasi di Amleto, sempre lei dichiara di volersi congratulare con i Paesi che guidano la politica mondiale, ma subito dopo aggiunge di sperare che un giorno ci siano davvero i motivi per farlo!
Mafalda «la contestataria» — come è stata chiamata (il cognome non importa) — ama la democrazia, la pace, i diritti umani, in particolare quelli dei bambini; odia la minestra, simbolo del dispotismo casalingo, e — senza alcuna esitazione — le armi e la guerra. E poi, della cultura della Gran Bretagna, il Paese tradizionalmente «nemico» (occupa le isole Malvinas, che gli inglesi chiamano Falkland), salva i Beatles e detesta l’inossidabile James Bond.
Mafalda è stata concepita da Joaquín Salvador Lavado Tejón. Un nome «sonoro», già dalla nascita sostituito da un ben più semplice Quino, per distinguerlo da uno zio omonimo, pittore e disegnatore pubblicitario. Da cui avrebbe ereditato, peraltro, il gusto per la battuta e il piacere del disegno. Aveva esordito nel campo dello humour grafico nel 1954. Del 1963 è il suo primo libro umoristico Mundo Quino (il titolo riecheggia ironicamente quello del film documentario italiano Mondo cane di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi). Nello stesso anno concepisce la sua bambina terribile, inizialmente per pubblicizzare una marca di elettrodomestici, la Mansfield, il cui logo conteneva una M e una A, da cui appunto Mafalda, che non si stanca mai di lottare per un mondo migliore (anche se troppo spesso «qualche deficiente ha smarrito i progetti»!).
Anche quell’idea non sarebbe andata in porto: restarono a Quino alcune strisce, che dovevano poi (1964) dare origine al fumetto inizialmente pubblicato sul supplemento umoristico della rivista «Leoplán». Poco dopo Mafalda, la sua famiglia e i suoi amici dovevano traslocare al settimanale «Primera Plana» di Buenos Aires. E l’anno successivo era la volta del quotidiano «El Mundo», fino alla chiusura di quel foglio nel dicembre 1967. Il 2 giugno 1968, infine, le strisce di Quino dovevano riapparire sul settimanale «Siete Días». Erano appunto gli anni della contestazione, anche nell’America Latina.
Non meno tormentata è la vicenda del suo autore. Nato a Mendoza nel 1932 da immigrati andalusi, doveva presto fare i conti — prima di Mafalda — con i mali del nostro Globo. Come racconta in una breve nota autobiografica, «all’età di quattro anni, nel 1936, il piccolo Quino scopre che sono saltati fuori degli spagnoli cattivissimi, che stanno uccidendo gli spagnoli buoni. Tedeschi, italiani, preti e suore… stanno dalla parte degli spagnoli cattivi». Tre anni dopo, «i cattivi hanno vinto» e le speranze sono tutte nel Nuovo Mondo. Salvo che, finito il secondo conflitto mondiale e delineatasi la guerra fredda tra Urss e Usa, Quino impara «che italiani e tedeschi non sono poi tanto cattivi», mentre quelli che un tempo gli apparivano buoni possono peccare di notevole malignità. La sua Mafalda passerà anni a «sciogliere il dilemma di chi è buono e chi è cattivo su questa Terra», fino alla sospensione delle strisce il 25 luglio 1973, «sentendosi l’autore a corto d’idee». Dichiarazione che va presa con cautela, visto che negli anni successivi Quino, messosi a viaggiare per il mondo e prediligendo varie città europee, tra cui la nostra Milano (ove lui e la moglie Alicia sono rimasti per sei anni), non smette di escogitare nuove vignette: «Dopo aver creato Mafalda, nipote di Che Guevara e mamma dei No Global, Quino è apparso sempre più degno allievo di Borges», notava, in una bella intervista («Corriere della Sera», 16 gennaio 2004), un estimatore dei fumetti come Cesare Medail (se mi è lecito aggiungere, per me maestro e amico).
Mafalda oggi all’anagrafe sarebbe una signora cinquantenne, forse dimentica dei suoi giovanili «eroici furori». Ma più probabilmente, ci fa sospettare Quino, potrebbe essere una desaparecida all’epoca della criminale dittatura di Jorge Rafael Videla e dei suoi complici. Comunque, in una occasionale «cartolina», Quino la ritrae ancora una volta di fronte al mappamondo, simbolo del nostro Globo, che contiene tanta sofferenza, oggi come ieri, anche se cambiano modi e forme del dispotismo. E lei stessa non esita a porsi domande borgesiane: «Sarà stato Dio a brevettare questa idea del manicomio sferico?».

domenica 6 ottobre 2013

Il ritorno di un'icona operaia: Ken Parker

Alessandro Trevisani
Torna Ken Parker, l'icona operaia del fumetto italiano
Linkiesta, 3 ottobre 2013

Duri a morire, i fumetti. Nonostante la crisi della stampa, i nuovi linguaggi, internet, ebook, Playstation e bambini che a due anni “vanno via” di touch che è una bellezza. Disegni e balloons, teoricamente, non muoiono mai. Basta poco per farli, anche se è un’immensa, lenta fatica. E ci vuole ancora meno perché i personaggi che non c’erano più riprendano vita, magari dopo anni di assenza. Basta un pennino, in fondo, e la magia ricomincia. Quello che pubblichiamo è il primo disegno di Ken Parker dopo 15 anni di silenzio: lo firma Ivo Milazzo, che con lo sceneggiatore Giancarlo Berardi (noto anche per aver creato la detective Julia) ha deciso di riportare in scena lo scout (ma è stato anche cacciatore, cowboy e mille altre cose) che nel 1977 ha cambiato la storia del fumetto italiano da edicola. A partire da una storia inedita di dodici pagine, che verrà presentata a Lucca Comics and Games il prossimo 31 ottobre.
Omosessualità, lotta di classe, violenza di genere, ecologia: Ken Parker, che ha il volto di Robert Redford in Corvo rosso non avrai il mio scalpo, è, nello spirito sessantottesco dei suoi creatori, compagni di classe alle magistrali 50 anni fa, l’antitesi del pistolero tutto azione e niente pensieri. Coltiva il dubbio, la curiosità, il rispetto per chi è diverso. Sposa un’indiana e ne adotta il figlio, si sposta dall’Ovest all’Est, è di volta in volta con la legge contro la giustizia e con la giustizia contro la legge. E poi, da subito, mescola temi “alti” e citazioni letterarie e cinematografiche, in un intreccio agile di testi e disegni. Via le didascalie “texose” che dicono “Intanto” o “Nel frattempo...”: la tavola di Milazzo è come una macchina da presa, i personaggi sono attori, e il montaggio non ha bisogno di preamboli né di presentazioni. Tutta roba che ritroviamo di lì a un pugno d’anni in Dylan Dog, Magico Vento, Nick Raider, Nathan Never: la nidiata Bonelli degli anni ’80-’90, un incrocio prezioso tra fumetto d’autore e narrazione seriale.
Ken Parker va quindi in edicola per 59 numeri, fino al 1984, quando chiude per questioni di vendite e di gestione. “Resuscita” una prima volta in formato rivista, la Ken Parker Magazine, nel 1992. Poi torna con quattro speciali: l’ultimo è Faccia di rame, e data gennaio 1998, e oggi torna a farsi vivo in un portfolio con tanto di custodia. La storia, colori, chine e acquerello, è già un picolo totem, tirato in mille copie da un piccolo editore romano, Spazio Corto Maltese, e si intitola Canto di Natale: 12 pagine più l’illustrazione di copertina, dove lo scout ha i tratti più marcati del solito, l’aria stanca, invecchiata, mentre sorseggia una tazza di caffè fumante, all’adiaccio. Lo abbiamo lasciato nel 1998, in carcere per un delitto controverso: ha ucciso un poliziotto che stava sparando a una bambina, nel bel mezzo della repressione di uno sciopero, nella Boston di fine Ottocento. È stato quindi “buono” Ken, poi perseguitato nel nome della legge. Ma prima ancora è stato “cattivo”, si è infiltrato tra gli operai di una fabbrica per conto di un’agenzia investigativa al soldo di padroni senza scrupoli, ha fatto la spia ai compagni di lavoro più sindacalizzati, quelli che leggono Marx e si battono per uno stipendio un po’ più che da fame. Insomma, alla fine la realtà di Ken è come la nostra: tanti grigi, tanta confusione, tanto difficile. Forse per questo ce n’era ancora bisogno? Lo chiediamo al suo disegnatore, Ivo Milazzo.

L’INTERVISTA
Milazzo, torna Ken Parker. Emozioni? 
Tante. Lui per me è come un figlio.
Vi somigliate così tanto?
Ma sì, lui ha la mia postura, le mie espressioni. Alla fine, per queste cose, ridisegno me stesso, la mia gestualità.
Il vostro personaggio nasce in tempi drammatici (contestazione, terrorismo, austerity) e racconta tempi ancora più drammatici, tra guerre indiane e lotta di classe. Ma oggi, in quest’epoca farsesca dentro e fuori il Parlamento, il lirismo e l’impegno di Ken Parker non sono merce un po’ sprecata?
Gli italiani, in generale, fanno fatica a imparare dai loro errori. Ma ce ne sono ancora tanti interessati ai temi, alle emozioni che si rintracciano in Ken Parker. E noi, magari senza riferirci in modo esasperato all’attualità, questi temi continueremo a trattarli.
A Lucca portate 13 tavole in edizione deluxe. E poi? Si torna in edicola?
Ai lettori l’ho sempre detto: finché siamo vivi noi autori Ken lo vedrete di nuovo in giro, in edicola o in libreria. E queste 12 pagine, quest’occasione lucchese è l’aperitivo di un pasto che ci auguriamo succulento.
State trattando il ritorno in grande stile con un importante editore, giusto?
Non dico nulla fino a cose fatte. In questi 15 anni a volte Ken pareva dovesse tornare, poi non se ne faceva nulla, perché non ci arrivavano le proposte giuste. Così abbiamo preferito aspettare.
Ci racconta il pomeriggio o la serata in cui è nato Ken Parker?
Oddio, è passato troppo tempo, non me la ricordo! Posso dire che doveva essere una sola puntata (nella Collana Rodeo, ndr), poi a Bonelli piacque così tanto che ci propose di creare una serie. Accettammo con tutta la nostra incoscienza, con le nostre doti e soprattutto la voglia di raccontare storie.
Da 27 anni vediamo Ken Parker perseguitato per aver ucciso un poliziotto che stava sparando a una bimba. Per quanto tempo ancora lo vedremo braccato come Jean Valjean?
Francamente non so rispondere, e neppure voglio, o vi toglierei tutto il gusto. Diciamo che il gioco, adesso, è portarlo fuori da una situazione che non si merita.
Lei è stato un maestro di stile e di tecnica per molti fumettisti: ma i suoi maestri chi sono stati?
Tanti. Mi piace lo stile espressionista, il contrasto tra luci e ombre. Faccio un nome per tutti: Milton Caniff.
Perché Ken Parker piace al pubblico?
Piace a una fetta del pubblico. Il nostro più che altro è stato un successo di critica: Ken non ha mai avuto picchi di vendita clamorosi, se togliamo l’allegato uscito con La Repubblica dieci anni fa. Il suo segreto, se vogliamo, è quello di essere un personaggio “diverso”. E poi c’è un grande equilibrio narrativo tra chi scrive e chi disegna.
Che ne pensa della graphic novel? 
Direi che è un termine di moda per definire i fumetti. Ma è anche un’espressione che ha dato una mano a quest’arte: gli ha permesso di entrare in libreria, ha allargato la base di possibilità dei fumettisti.
Il sodalizio con Berardi nasce oltre 50 anni fa: come sono cambiati i vostri rapporti?
Dopo il 1998 ci siamo sentiti qualche volta. Insomma, non ci eravamo più frequentati come prima. Ma oggi la storia può continuare da dove si è interrotta.

martedì 23 luglio 2013

Goldrake alla terza generazione

Massimo Soumaré
recensione per L'Indice

Il cartone animato nipponico UFO Robot Goldrake (in originale UFO Robo Gurendaizâ), creazione del fumettista Go Nagai, trasmesso dalla Rai per la prima volta nel 1978, ha rappresentato per tutta una generazione o forse, a ben riflettere, per almeno tre generazioni d’italiani una folgorante novità rispetto al passato. Un cambiamento radicale i cui effetti si sono incominciati ad analizzare solo di recente. Esistono, infatti, attualmente diversi saggi sull’argomento, ma merito di Davide Tarò è quello di aver trasposto per la prima volta questo tema in forma di romanzo.
[b][url=www.lindiceonline.com/index.php/option=com_content&view=category&layout=blog&id=19&Itemid=125]Stupori giapponesi[/url][/b]Stupori giapponesiEmina OrfaniRobot (pp. 256, €16, Torino 2012) edito dalla 001 Edizioni è l’opera prima nel campo della narrativa dell’autore, già noto per saggi sul cinema e sull’animazione giapponesi quali Oshii Mamoru, le affinità sotto il guscio, Morpheo Edizioni, 2006, e Satoshi Kon, il cinema attraverso lo specchio scritto con Enrico Azzano ed Andrea Fontana, Ass. Culturale Il Foglio, 2009.
Forte delle sue conoscenze nel settore, Tarò è riuscito a creare un romanzo dall’impianto narrativo di estremo interesse il quale non si limita a una mera forma d’imitazione di una storia fantascientifica rielaborata da qualche manga o anime, ma descrive le speranze e le delusioni di varie generazioni d’italiani che hanno visto man mano frantumarsi le speranze della propria fanciullezza. S’innesta inoltre abilmente sugli eventi politici e sociali che hanno turbato la nostra penisola a partire dagli anni sessanta fino ad oggi.
La fantascienza, per l’appunto, è un altro degli elementi chiave di quest’opera ambientata in una Torino attuale ma al contempo ucronica, in cui l’autore riesce anche ad analizzare le radici dei miti della genesi di quella che è definita la “generazione mille euro”.
Protagonista di Emina OrfaniRobot è il trentenne Nataniele Tandro, un alter-ego dello scrittore, il quale rappresenta al contempo il meglio e il peggio degli individui prodotti da una società che aveva promesso loro un futuro radioso e che invece ha finito per erigergli intorno un muro di disperazione. Sostanzialmente leale e sostenitore d’ideali positivi, Tandro è però privo di carattere e apatico, divenendo perciò vittima della società. Il suo riscatto sembra arrivare quando è assunto dalla Emina, una multinazionale che inevitabilmente richiama alla mente certe note grandi industrie, per pilotare una specie di robot gigante chiamato Simulacrum. Il sogno avuto da bambino guardando Goldrake e gli altri cartoni animati del Sol Levante sembra avverarsi, ma il protagonista scoprirà amaramente che c’è una grande differenza tra gli ideali immaginati nell’adolescenza e la cruda realtà del mondo dell’economia e della politica.
Si tratta di un romanzo inconsueto, con una storia affascinante dalle forti componenti sociali. Alcuni brani sono davvero ispirati e capaci di coinvolgere profondamente il lettore. Certo, come ci si può aspettare da un’opera prima, è innegabile che presenti dei difetti. Alcune parti risultano prolisse e finiscono per appesantire la scorrevolezza del testo senza, però, apportare elementi di rilievo alla storia. Sembra quasi si sia tentato, troppo forzatamente, di voler trasformare un buon romanzo di genere in uno di letteratura alta. Anche gli eccessivi riferimenti agli anime giapponesi possono confondere il lettore non esperto di questo genere. I brani tratti dalle sigle italiane di varie serie animate che fungono da incipit all'inizio di ogni capitolo non sono così necessari, giacché non hanno una vera attinenza con i contenuti stessi. In ultimo, tutta la parte cronologica in appendice avrebbe potuto tranquillamente essere eliminata. Probabilmente un altro tipo di editing da parte dell’editore avrebbe maggiormente giovato al volume.
Nonostante questi difetti, Emina OrfaniRobot resta comunque un libro che vale la pena leggere e la cui originalità non si può negare. Simbolo di una creatività sempre più presente al di fuori dei prodotti della grande editoria e che meriterebbe una maggiore considerazione anche da parte della critica letteraria.
Il volume è impreziosito da un’introduzione del saggista e sociologo Marco Pellitteri.

sabato 1 giugno 2013

I fumetti in Italia dagli anni Trenta a oggi

Maurizio Stefanini
La chiusura di Linus
Il Foglio quotidiano, 31 maggio 2013


C’erano una volta in Italia i duelli sportivi Guerra-Binda, Coppi-Bartali, Rivera-Mazzola. Ci furono agli albori della tv privata i grandi duelli Dallas-Dynasty e Uccelli di rovo-Venti di guerra, in cui la vittoria delle soap di Canale 5 portò anche Rete 4 sotto il controllo di Berlusconi. E ci fu anche, nel mondo dei fumetti, il grande duello Linus-Eureka. Linus, dal nome del personaggio di Charlie Brown con la coperta e il dito in bocca, era stata creata nel 1965 da Giovanni Gandini e Oreste del Buono: una rivista per presentare per la prima volta in Italia in modo organico il fumetto come prodotto per adulti. E così erano arrivate da noi anche alcune delle strisce comiche Usa di maggior successo – Peanuts, B.C., Wizard of Id, Beetle Bailey -, le serie americane di satira politico sociale - Li’l Abner, Pogo e le tavole di Feiffer – e le grandi serie avventurose come Jeff Hawke e Dick Tracy. Ultimo arrivò anche il lancio di un grande personaggio italiano come Valentina di Crepax, seguita nel tempo da altri autori italiani come Altan, Lunari, Callegaro e Staino.
Su Linus avevano fatto il loro esordio italiano anche i supereroi della Marvel, con un paio di episodi dei Fantastici Quattro. Ma a lanciare più organicamente il complesso universo Marvel sarebbe stata poi la Editoriale Corno, che aveva già risposto al successo di Diabolik con i “cloni” Kriminal e Satanik, oltre a pubblicare l’allora diffusissimo Guerra d’Eroi ed a lanciare Alan Ford. Proprio l’inventore di Alan Ford Luciano Secchi, noto con lo pseudonimo di Max Bunker e vero cervello della casa di Andrea Corno, ebbe l’idea di rispondere a Linus con Eureka, nata nel 1967. A sua volta un “clone”, ma capace di far conoscere in Italia altre strisce classiche del fumetto anglo-sassone: da Andy Capp a Tommy Wack, Colt, Alley Oop, oltre a riproporre lo storico Arcibaldo e Petronilla, e a pubblicare le storie di Don Martin e la saga di Spirit di Eisner. Sarebbe stata proprio Eureka a suggerire l’idea di un duello con Linus: tra l’altro, ribattezzando la traduzione di Howard the Duck con un “Orestolo il Papero” che alludeva scherzosamente a Del Buono. Ma nel 1984 l’Editoriale Corno chiuse, decretando così anche la fine di Eureka, pur impegnata in un tentativo di rilancio sotto la direzione di Alfredo Castelli e Silver: rispettivamente, i creatori di Martin Mystère e di Lupo Alberto. A parte i prodotti Marvel, dopo un po’ ripresi dalla Star Comics e oggi gestiti direttamente da una Marvel Italia, sarebbe sopravvissuto solo Alan Ford, ora della Max Bunker Press, che saltuariamente continua a far uscire Eureka con qualche numero speciale.
Alla fine ne rimase solo uno, e la notizia ora è che anche Linus chiude. La Baldini e Castoldi parla di sosta temporanea “per una serie di problemi gravi e di complicata soluzione, riguardanti stampa e logistica e conseguenti a un difficile momento della società editrice”, e rassicura sulla “volontà” di “proseguire la pubblicazione”: si dice già da luglio, e “permettendo agli abbonati di recuperare i numeri persi”. Ma il tono sulla stampa e tra i fumettari ha un tibro funebre. “Senza Linus tutti perdiamo qualcosa”, “L’ultima battuta di Linus”, “Un mondo senza Linus?”. Eccetera. Tutto ciò proprio nel momento in cui Topolino ha appena festeggiato il numero 3000 e la Sergio Bonelli Editori annuncia l’uscita del suo nuovo personaggio, il fantasy Dragonero. Anche nel mondo dei fumetti, dunque, la crisi sembra agire con furia selezionatrice forse più ancora darwiniana che schumpeteriana. Peraltro la Bonelli continua a gestire due personaggi record di durata come Tex e Zagor, in edicola rispettivamente dal 1948 e dal 1961, ed a registrare i record di vendita di Dylan Dog. Ma a sua volta per 14 testate che ha in scuderia attualmente, più sei in cantiere, ce ne sono anche ben 28 che ha chiuso nel corso della sua storia. Compresi personaggi passati nella leggenda come il Piccolo Ranger, il Comandante Mark, Ken Parker. Mister No.
D’altra parte proprio Umberto Eco, il semiologo che in Italia ha sdoganato i fumetti presso la cultura alta, nel romanzo “La misteriosa fiamma della regina Loana” fa dei fumetti anni ’30 l’inquietante icona di una memoria perduta il cui recupero può però segnare l’annientamento definitivo dell’io. “Nello stesso istante che seppe, cessò di sapere”. Dai Cino e Franco da una della cui storie è ripreso il titolo, ai vari Gordon, Uomo Mascherato, Mandrake, Valiant. Tutti personaggi che in Italia erano presentati dall’Avventuroso, che sono passati nell’immaginario collettivo, ma che continuano a vivere soprattutto attraverso periodiche ristampe per nostalgici, oltre che nei negozi per collezionisti. A sua volta, in quell’Italia dei primi anni ’60 in cui proprio i libri di Eco creavano l’atmosfera per il lancio di Linus e Eureka stava per concludersi un altro famoso duello, anzi triello, che aveva diviso il mondo dei fumetti per ragazzi all’epoca di Don Camillo e Peppone: quello tra il “liberal-borghese” Corriere dei Piccoli, il cattolico Vittorioso e il comunista Pioniere. Quest’ultimo, lanciato nel 1949 da quell’Associazione Pionieri d’Italia che voleva essere la risposta del Pci ai Boy Scout, diffuso più nelle Case del Popolo che nelle edicole, era sostanzialmente entrato in crisi da quando anche ai suoi autori simbolo come Gianni Rodari era stata data la possibilità di scrivere sul Corriere dei Piccoli. Trasformato nel 1964 in supplemento dell’Unità, avrebbe chiuso definitivamente nel 1967. È lo stesso anno in cui anche il Vittorioso, creato nel 1937 dall’Azione Cattolica, si trasforma in Vitt: a sua volta il Corriere dei Piccoli aveva annesso un suo autore simbolo come Jacovitti, e poi c’era stato l’effetto del Concilio Vaticano II. A sua volta chiuderà nel 1970, lasciando l’esclusiva del fumetto cattolico distribuito in chiesa al Giornalino. Che, peraltro, fondato nel 1924, gode tuttora di discreta salute.
Il clima sessantottino influì anche sul referendum che nel 1969 portò i lettori del Corriere dei Piccoli, creato dal Corriere della Serra nel 1908, a cambiare il nome della testata in Corriere dei Ragazzi: anche se la trasformazione sarebbe avvenuta solo nel 1972, e lasciando un Corriere dei Piccoli effettivamente rivolto a un pubblico di bambini. Dopo aver vinto la sfida con Vittorioso e Pioniere aver sciolto definitivamente uno storico nodo tra mercato infantile e mercato adolescenziale anche il Corriere dei Ragazzi mostrò di soffrire la concorrenza di altre storiche riviste che a loro volta da un mercato adolescenziale si stavano evolvendo verso un pubblico adulto: l’Intrepido, nato nel 1935, e il Monello, del 1933, entrambi dell’editore Del Duca. E’ poi del 1975 Lanciostory, seguito nel 1977 da Skorpio: due riviste che fanno conoscere in Italia il ricco mondo degli autori argentini e latino-americani che in patria erano vittime della censura. Nel 1976 si trasforma dunque in Corrier Boy, e nel 1979 in Corrier Boy Music: sostituendo ai contenuti culturali che in precedenza affiancavano i fumetti lunghi servizi su sport e musica. Appunto, in stile Monello e Intrepido. Ma la mossa è sbagliata. Così infatti perde il pubblico elitario che si era affezionato alla vecchia pubblicazione, senza peraltro intercettare il pubblico di massa di Intrepido e Monello. Corrier Boy Serie Music chiuderà nel 1984, il Corriere dei Piccoli nel 1995, e gran parte degli autori più promettenti del Corriere dei Ragazzi finiranno a fecondare altre esperienze. Castelli, in particolare, diventerà una colonna della Bonelli. Ma anche l’impianto popolare di Intrepido e Monello soffre rispetto alla concorrenza del prodotto di maggior classe di Lanciostory e Skorpio. Il Monello chiuderà infatti nel 1990; l’Intrepido nel 1998.