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martedì 25 novembre 2025

Giorgia Meloni alle strette


Piero Sansonetti
L'Unità, 25 novembre 2025

Chi ha vinto?

Sicuramente il Pd, che ha trascinato la coalizione di sinistra al trionfo nel Sud. Ha vinto il campo largo, che ha dimostrato di non essere affatto quella armata brancaleone della quale parlano spesso i giornali e le Tv. Un pochino pochino hanno vinto anche i 5 Stelle, che hanno raggranellato pochi voti come lista ma hanno ottenuto, con Roberto Fico, la presidenza della Regione Campania, E poi chi ha vinto? Beh, la Lega non può lamentarsi. In Veneto, alle elezioni politiche di tre anni fa, aveva ottenuto il 14 per cento dei voti. Ieri è balzata oltre il 35. Infine, senza dubbio, hanno vinto i tre governatori uscenti, Zaia della Lega, Emiliano e De Luca del Pd. I quali evidentemente hanno governato molto bene in questi dieci anni, altrimenti le coalizioni che li avevano espressi non avrebbero ottenuto le percentuali bulgare con le quali si sono confermate alla guida delle tre regioni.

Chi ha perso?

Beh, qui c’è poco da sofisticheggiare. Ha perso, e in modo clamoroso, Giorgia Meloni. Che non solo, dopo avere annunciato la rimonta della destra in Campania, ha visto il suo candidato, Edmondo Cirielli, letteralmente travolto dagli elettori; non solo non ha toccato palla neanche in Puglia. Ma addirittura in Veneto, dove il centrodestra ha vinto a valanga, ha assistito alla frana del suo partito che ha perso più di un terzo degli elettori che aveva conquistato alle politiche, e per di più ha subito l’umiliazione di essere scavalcata e quasi doppiata da Salvini e Stefani. Una batosta vera. Bisogna dire che Meloni è formidabile nei sondaggi, lì vince sempre lei. Poi quando si va alle urne gli elettori cambiano idea e la affossano.

Il Pd di Elly Schlein esce molto rafforzato da questa tornata elettorale. Anche perché non si votava in regioni piccole o marginali. Qui erano in gioco le due grandi regioni del sud continentale e il Veneto bianco. Cioè un territorio che attraversa realtà italiane diversissime tra loro e dove risiedono circa un quarto dei cittadini di questo paese. I giornali negli ultimi tempi raccontavano di una Schlein assediata dai nemici interni, da Prodi, da Gentiloni, e ci spiegavano che il campo largo era litigioso e a pezzi. Bisognerà che ora ammettano che avevano visto un altro film.

Schlein ha ottenuto un grande successo e con lei evidentemente gli elettori hanno premiato le proposte e le idee e le battaglie del Pd. Da quelle “etiche” contro lo sterminio in Palestina, a quelle economiche, sulla patrimoniale, a quelle politiche, per gli investimenti da fare nella scuola e nella sanità e nel welfare. Forse chi in questo momento è in difficoltà, per assenza di idee e di strategie, non è il campo largo ma piuttosto è il centrodestra. Chi guarda al futuro guarda alle politiche. Prima delle politiche ci sarà il referendum, e il centrodestra punterà tutto sul referendum per recuperare qualche posizione. Ma è molto probabile che alla fine, nello scontro elettorale del 2027, più che l’esito del referendum sui giudici conterà la situazione economica e sociale. E quello è il punto debole di Meloni.

Ora i partiti di governo faranno un po’ di conti. E scopriranno che se proiettiamo le ultime elezioni regionali sulle politiche, sarà molto difficile, con la legge elettorale in vigore, ottenere la maggioranza. Al proporzionale i due schieramenti, se restano quelli di oggi, più o meno si equivalgono. All’uninominale vince la sinistra. E allora? Allora vedrete che nei prossimi giorni Giorgia Meloni aprirà la battaglia sulla legge elettorale. Proverà a cambiarla e a volgerla a suo favore. Ma lì ogni partito curerà i propri interessi, e per Fdi non sarà una battaglia semplice.

DI

venerdì 13 giugno 2025

Dove sta l'egemonia


Luca Montesi
L'ordine contro il movimento
Ieri, 13 giugno 2025

Nel giorno in cui Stefano Ceccanti, dalle colonne del Quotidiano Nazionale, lancia l’allarme su un Partito democratico incapace di metabolizzare la sconfitta referendaria, a destra Giorgia Meloni compie una mossa che ha il peso di una dichiarazione d’intenti: nomina Luigi Sbarra, segretario generale della CISL, sottosegretario del suo governo. Due gesti, due mondi. Da un lato una sinistra che si rifugia nel perseguimento autoreferenziale del consenso interno, dall’altro una destra che costruisce egemonia, assorbe spazi sociali e si prepara a durare.

Ceccanti ricorda come la Democrazia Cristiana seppe cambiare schema dopo le sconfitte sui referendum di divorzio (1974) e aborto (1981): segretari sostituiti, linea politica rivista, elettorato ascoltato. L’opposto di ciò che fece il PCI nel 1985, dopo la consultazione sulla scala mobile: chiusura, paralisi, declino. Il Pd di oggi – questa è la tesi esplicita di Ceccanti – sembra voler ripercorrere proprio la strada del vecchio Partito Comunista. Invece di interrogarsi sul perché della scarsa mobilitazione popolare, preferisce negare l’evidenza, proteggere i suoi dirigenti, mantenere la forma e perdere il senso.

Nel frattempo, la destra si espande. La scelta di Sbarra non è solo un segnale verso il mondo del lavoro e dei corpi intermedi: è una strategia precisa di allargamento culturale e sociale. Dove la sinistra cerca purezza, la destra cerca numeri. Dove il Pd tenta di preservare la propria identità minoritaria, Meloni si muove per costruire una nuova maggioranza organica

Non è solo una questione di tattica. È la dimostrazione di una diversa visione della politica: testimonianza contro trasformazione, chiusura contro inclusione, difesa contro conquista.

Se il Pd continuerà a ignorare i segnali del paese, rifugiandosi nella liturgia delle correnti e nel culto della purezza identitaria, rischia davvero di ricalcare il declino del PCI. La destra, nel frattempo, continua a occupare spazio, simboli e rappresentanza. E sembra sapere bene dove vuole arrivare.

Daniela Preziosi / Andrea Orlando
Domani, 14 giugno 2025

L’asse Pd-M5s-Avs è la versione radicale del centrosinistra?

Il tema di un rapporto con il centro c’è. Ma il centro è stato il luogo dell’esplosione degli egotismi, il Pd si illude di eterodirigerlo. Spero che da lì emerga una figura in grado di coagulare un elettorato che c’è, ed è fondamentale per la vittoria.

Giuseppe Conte mette il veto su Renzi.

Conte è capace di mettere gli obiettivi programmatici avanti ai veti politici. Ha fatto accordi persino con la Lega. Ora deve capire che l’alleanza con il centro, con un patto dove ciascuno non rinuncia a sé, è la condizione per battere la destra. E finché non si intravede un’alternativa, Meloni non scende nei sondaggi e inizia a realizzare vere prove di regime. Se si grida al regime e non ci si adopera per un’alternativa, si rischia una profezia che si autoavvera.

Il tema del centro sta anche nel Pd. Pierluigi Castagnetti dice: dite a Schlein che così si va a sbattere.

Vediamoci, confrontiamoci negli organismi dirigenti, e poi è il tempo di un congresso sulla linea politica.

Ci sono le regionali, se ne parla l’anno prossimo?

In Italia ci sono sempre elezioni. Ma abbiamo urgenza di discutere su quello che succede nel mondo e in Italia. E dobbiamo far fare un passo avanti alla coalizione, mettendo sul tavolo un impianto programmatico compiuto. L’obiettivo non è solo vincere, che è già ambizioso, ma cambiare il paese. Con il caos globale, senza supporto mediatico, con pezzi di burocrazia ormai infeudati dalla destra, e un pezzo del mondo economico contro, senza un partito più strutturato dureremmo cinque giorni. Mi ha colpito la nomina al governo di Luigi Sbarra. Non la vicenda personale, il disegno politico: Meloni sta costruendo il suo blocco sociale e politico che resterà.


mercoledì 11 giugno 2025

La strada giusta


Alfio Mastropaolo Facebook

Conti approssimativi. Bisognava prendere più o meno 23 milioni di voti per farcela su 45 milioni. Gli aventi diritto residenti all’estero sono più di 4 milioni. Vincere era irrealistico. Hanno votato 14 milioni. Siamo abbondantemente al di sopra degli elettori del centrodestra alle ultime politiche e anche degli elettori dell’opposizione. Visti i livelli attuali di astensionismo, la sconfitta è stata più che onorevole. È da miserabili prendersela con Landini e con Schlein. Landini ha sbagliato i conti, ma ha il merito di avere rimesso il tema del lavoro all’ordine del giorno. Schlein ha dovuto rimontare l’ostilità di un discreto pezzo di partito. Gli elettori di 5 Stelle sono in gran parte andati a votare. Personalmente sospetto che un pezzo di Pd continui a sognare una coalizione centrista, anche con Forza Italia, e vorrà profittare della situazione. No comment. Invece: le elezioni locali vanno discretamente. Meglio rimettere insieme i cocci che disperderli. Bisogna però che l’opposizione maturi una proposta politica. Criticare la maggioranza non basta. Deludente il risultato del referendum sulla cittadinanza. Ma con l’attuale clima d’opinione era fuori portata. Queste cose si preparano seriamente. I suoi promotori hanno provato a farsi trainare dalla sinistra, ma sui temi del lavoro erano dall’altra parte e come capacità di mobilitare non valgono granché.

L'Istituto Cattaneo prudente

NEL PRIMO REPORT sui referendum, gli analisti dell’Istituto Cattaneo affermano che è «è azzardato proiettare il voto registrato in occasione di questa tornata referendaria su possibili equilibri elettorali futuri tra partiti e aree politiche». Lorenzo Zamponi [sociologo alla Scuola normale superiore di Firenze e studioso del rapporto tra movimenti e partecipazione politica] segnala che i ballottaggi hanno tirato su l’affluenza e che anche dove ha vinto la destra hanno prevalso i sì. A Ortona, ad esempio, si doveva scegliere tra due candidati a sindaco di destra, ma l’esito del referendum non si discosta dalle percentuali nazionali. Qui ritorna il tema dell’importanza dell’insediamento: «I partiti che si oppongono al governo Meloni al momento non rappresentano i 27 milioni di persone che sarebbero serviti per vincere – dice – Ma attenzione: ciò non significa che lo facciano gli altri. Non dobbiamo dimenticare che la destra ha vinto questa partita solo non partecipando, impedendo che si svolgesse un dibattito nel merito delle questioni». (Giuliano Santoro, il manifesto)

martedì 1 aprile 2025

Troppi pacifisti di comodo

 



Marcello Sorgi, Il pacifismo all'italiana in cerca di identità
La Stampa, 1 aprile 2025

ROMA. Il punto di partenza è quel 6 per cento, più o meno di italiani favorevoli all’invio di truppe in Ucraina. Si tratti del 5, 8 che condivide l’intervento di soldati italiani o del 6, 5 che precisa che è meglio mandare quelli di altri Paesi, siamo lì. E il resto? Possibile che ci sia circa il 94 per cento di contrari a un’Italia che in futuro, di fronte al ritiro dell’appoggio americano, affronti il compito che le tocca nell’opera di mantenimento della pace in Europa? Un quasi cento per cento di pacifisti, verrebbe da tagliar corto?

 Un dato del genere sorprende anche chi è abituato a considerare l’Italia non proprio un Paese di eroi (anche se ce ne sono, nella storia recente e in quella meno prossima, e non è vero che abbiamo sempre cercato di combattere nelle retrovie). «Se solo il 6 per cento vuole il supporto militare, non vuol dire che il restante 94 sia automaticamente contro – spiega Alessandra Ghisleri, che ha compilato le tabelle da cui vengono fuori quelle cifre –. In realtà quella che si percepisce è una grande confusione: di fronte all’eventualità che muti un equilibrio a cui sono abituate da tanti anni, le persone non vedono soluzioni. Non si fidano di Trump e neppure di Putin. Non vedono chiarezza nei leader italiani, tra cui percepiscono alleanze e divisioni trasversali. Conte e Salvini contro il riarmo. Meloni e Tajani a favore. Schlein un po’di qua e un po’di là, ma con mezzo partito che non accetta la svolta pacifista».

Sono difficoltà che intuisce chi, come Ghisleri, è abituata a percepire in anticipo i mutamenti d’opinione. Ma a guardar bene, qui non si tratta di un vero e proprio mutamento, ma di qualcosa che ha radici profonde nell’atteggiamento degli italiani. Magari più comprensibile negli anni del primo Dopoguerra, quando in quasi ogni famiglia il dolore per la perdita di un parente era ancora forte. E non del tutto illogico anche adesso, dopo tre anni in cui il conflitto in Ucraina ha inciso «molto» (sono sempre i sondaggi a dirlo) nella coscienza della gente, e il desiderio di una «soluzione diplomatica», meglio se non accompagnata da una guardia militare, è presente in oltre il 60 per cento degli intervistati.

Ma tornando alle radici del «pacifismo», chiamiamolo genericamente così, che attraversa gli ottant’anni dalla Liberazione il cui anniversario sta per arrivare, forse bisogna avere il coraggio di riconoscere che la gratitudine per la fine dell’oppressione nazista lasciò presto spazio a un immotivato risentimento. La memoria dei bombardamenti dai cieli italiani con cui l’aviazione Usa si era aperta la strada ebbe il sopravvento su quella dei giorni felici in cui i partigiani entrarono orgogliosi, al fianco degli alleati angloamericani, nelle città liberate. Per anni, per decenni, l’antiamericanismo continuava ad albergare nella larga base dei due maggiori partiti di massa: la Dc e il Pci. Animato nella prima dalla fede cattolica degli elettori e da una forte spinta in questo senso delle Gerarchie della Chiesa, che ebbero sempre una forte influenza anche sui dirigenti e sulla rappresentanza parlamentare. Il merito di De Gasperi fu senz’altro quello di esser riuscito a far approvare in Parlamento il Patto Atlantico, anche al prezzo di scontri inauditi con le opposizioni consumati nelle aule di Camera e Senato. Quello di Moro, Fanfani e Andreotti di aver continuato a stare da quella parte, grazie a un innato senso di ambiguità (di cui si trova traccia nei diari di Kissinger) e alla capacità di saper riconvertire, nei voti parlamentari, la pancia pacifista del partitone cattolico nella razionalità di una politica estera e di equilibri fissati nientemeno che nella Conferenza di Jalta tra Stalin, Churchill e Roosevelt.

Quanto ai comunisti, era molto più facile essere pacifisti stando all’opposizione e finché il Pci era una sorta di succursale italiana dell’Unione sovietica. Ma tutto, allo stesso tempo, diventò più difficile dopo le invasioni sovietiche dell’Ungheria (1956) e della Cecoslovacchia (1968), quando i vertici del partito cominciarono ad avvertire la necessità di prendere le distanze dai “cugini” di Mosca, e dopo il 1976, quando Berlinguer dichiarò che si sentiva più sicuro sotto l’ombrello della Nato.

La somma dei sostenitori dei due partiti superava in quegli anni il 70 per cento dell’elettorato: uno «zoccolo duro», avrebbe detto Occhetto, non così poi lontano da quello che a diverso titolo prende oggi le distanze dall’ipotesi (non a caso rifiutata al momento da tutti i partiti) dell’esercito italiano coinvolto a qualsiasi titolo nella Difesa europea e nel “raffreddamento” del confine ancora caldo tra Ucraina e Russia, dopo una tregua di là da venire. Inoltre, a questa supermaggioranza dei due principali partiti, bisognava aggiungere il forte contributo d’opinione di un laico, inventore della Marcia della Pace, come Aldo Capitini. Senza trascurare che Marco Pannella, indimenticato leader storico del Partito radicale, pur essendo filoamericano si dichiarava non violento.

Così non siamo poi così distanti da quell’improprio oltre novanta per cento, rivelato (ma fino a un certo punto, ci ricorda Ghisleri) dagli odierni sondaggi. La differenza, tra allora e adesso, era che prima la rappresentanza del pacifismo italiano era chiara ed era governata abilmente sia dai partiti di governo che da quelli d’opposizione. Il pacifista italiano era libero di sentirsi antiamericano (e talvolta, ahimè, anche di bruciare le bandiere stelle e strisce e scandire slogan tipo «fuori la Nato dall’Italia», marciando per la pace); il Paese, però, restava saldamente ancorato all’Alleanza atlantica. Nella Prima e nella Seconda Repubblica, quando D’Alema, il premier che nel 1999 diede il via ai bombardamenti (anche dell’aviazione italiana) che partivano dal territorio nazionale diretti contro Belgrado, potè poco dopo partecipare tranquillamente alla Marcia di Assisi, che si celebra ogni anno.

Cosa sia diventato il pacifismo contemporaneo invece, è difficile dire. Ghisleri sostiene che la caratteristica principale di questo moto, più che movimento d’opinione, è «che non si sente rappresentato da nessuno: né da Trump, né da Putin, e men che meno da nessuno dei leader nazionali». Tal che se Conte e Salvini sembrano avvantaggiarsene leggermente nelle percentuali, la somma dei 5 stelle e della Lega galleggia sul 20 per cento, e non è chiaro dove sia andato il resto, anche quando si prospettano risposte diverse ai sondaggisti. Calenda, l’unico apertamente schierato con il sostegno militare, non arriva al 3 per cento. Gli altri, da Meloni a Schlein, da Renzi a Bonelli e Fratoianni, sono fermi, «mentre cresce il numero di quelli che non sanno a che santo votarsi – insiste Ghisleri –, né come andrà a finire: e di questo hanno letteralmente paura». Si capisce che c’è spazio per una chiara predicazione laica come quella del professor Gustavo Zagrebelski, che ebbe un ruolo importante anche nella sconfitta di Renzi nel referendum sulla riforma costituzionale. Ma è inutile nascondersi che le sue parole vanno nella direzione opposta a quella di un’Italia che presto – nel momento in cui Trump e gli Usa si sfilano – sarà chiamata ad assumersi le sue responsabilità, a contribuire alla propria difesa e a quella europea, e non è affatto pronta per questo.



domenica 16 marzo 2025

L'Europa che ritorna




America is back! Dice quello. E come no. Poi i soliti ragionatori che non mancano tra noi si chiedono: quale America? e il disappunto c'è tutto. Ma ora, in Italia: Europa is back! torna in piazza l'orgoglio di essere europei. Torna, o riemerge per la prima volta con tanta plateale evidenza. Ecco un dato con il quale la politica nazionale dovrà fare i conti. E non è una novità da poco se si pensa che la più nazionale (nelle intenzioni) dei nostri politici non sembra tanto in grado di recepire e sfruttare a fondo il segnale. 

Marco Damilano, Pluralisti, imperfetti, contraddittori e perciò europei 
Domani, 16 marzo 2025 

Pluralista? Sì, e anche imperfetta, a tratti felicemente contraddittoria, dunque europea. Nella manifestazione di piazza del Popolo c’è tutta la potenzialità che trasmette una scintilla nel buio.

Nella folla colorata di blu, nella prossimità naturale delle bandiere europee con quelle arcobaleno, negli interventi dal palco da cui, esaurito l’autobiografismo, sono risuonate le parole libertà, dignità, diritti, pace. Parole quasi impronunciabili, in un dibattito pubblico che torna sempre di più ad avvitarsi sul passato, addirittura sul rimpianto dei valori tradizionali che tracima sugli editoriali di prima pagina.

«L’Europa non è una fortezza impaurita e invecchiata, ma un porto aperto, capace di accogliere, integrare, costruire il futuro», ha detto Andrea Riccardi. Tra i più applauditi, Emma Nicolazzi Bonati e Francesco Sansone, due ventenni di Parma, e Alessia Crocini, presidente delle famiglie arcobaleno: «L’Europa baluardo di resistenza, argine di democrazia». I sindaci con la fascia tricolore, da Gaetano Manfredi a Vittoria Ferdinandi, e una piazza non genericamente europeista, ansiosa di cercare l’Europa come dovrebbe essere più che l’Europa così com’è stata. Qualcosa di molto lontano dal dibattito politico degli ultimi giorni.

Non c’è costruzione politica senza società civile, senza cultura, senza un popolo alle spalle. Un popolo che non è una massa da mobilitare, come quello che pretendono di incarnare i populisti, un popolo che viene costruito per essere tutto, armato addosso agli altri.

Quello di oggi era invece un pezzo di popolo che non ha la pretesa di essere tutto. Sarebbe facile fare l’elenco degli assenti della piazza: non soltanto le forze politiche, ma anche un pezzo dell’Italia della sfiducia, del non voto, della non partecipazione, una parte di paese che non si sente rappresentato da politici, intellettuali, scrittori, cantanti, giornalisti, compresi, va detto, i tanti che si sono generosamente affollati sul palco. Un pezzo di paese fisicamente lontano. E anche un pezzo di paese che chiede più radicalità, dopo mesi di silenzio su Gaza.

Una piazza non sana queste fratture. Tuttavia, nella sua ingenuità, parola più volte ripetuta dal promotore Serra, anche la piazza per l’Europa ha lanciato la sua lezione per il Palazzo che da domani tornerà a discutere di risoluzioni, mozioni, allontanamenti, avvicinamenti, distinguo. La prima lezione è quella accennata dallo stesso Serra: «In un mondo in frantumi una piazza che unisce persone e idee è uno scandalo».

Tanto più preziosa al termine di una settimana in cui sono volate scomuniche e accuse sanguinose: nessun dubbio consentito sul piano di riarmo europeo per gli stati nazionali e non in vista di una difesa comune, neppure le critiche più fondate e più rispettose. Niente da fare, extra ReArm nulla salus.

La seconda lezione è che non è facile tenere insieme questo popolo, e gli altri popoli non presenti nella piazza, se si vuole costruire un’alternativa al sistema di potere che governa il Paese. Tenere insieme è l’esercizio più difficile per chi fa politica, ancora più complicato nell’era dei Trump e dei Musk. E appare quasi impossibile farlo se al tempo stesso non si vuole rinunciare a esprimere una posizione, se tenere insieme non è un esercizio di stile fine a se stesso, un rosario di mediazioni.

L’ultima lezione è per una delle figure più attese della giornata, la segretaria del Pd Elly Schlein, al centro di un curioso rovesciamento delle parti all’interno del suo partito. Per due anni, dal momento della sua elezione a sorpresa per l’apparato del partito e per i media il 26 febbraio 2023, i nemici interni di Schlein l’hanno accusata di essere un corpo estraneo, un’aliena, scelta alle primarie dagli esterni al partito (in alcuni casi si diceva: scelta dai 5 Stelle), ma in minoranza nel voto tra gli iscritti.

Ma negli ultimi giorni è bastato ventilare l’ipotesi di un nuovo congresso per assistere alla ritirata: nessuno vuole rimuovere la segretaria, meglio un chiarimento. Paradossale dopo una settimana segnata dalla spaccatura interna al gruppo dell’Europarlamento.

Segno che si teme che nel popolo democratico Schlein non sia affatto un’aliena, a differenza di alcuni avversari e dei loro fogli di riferimento, quelli che parlano del Pd di Schlein come anomalia da eliminare. La segretaria del Pd alla manifestazione di Roma è arrivata rivestita del blu della bandiera europea, riconoscendosi nella piazza e nei suoi valori, senza strumentalizzarla.

In modo credibile, perché in pochi possono vantare una biografia orgogliosamente europeista come la sua, dalle sue radici familiari alla militanza federalista alla prima esperienza istituzionale come deputata eletta nel Parlamento europeo a 29 anni.

E in pochi hanno la sua capacità di tenere insieme tutte le anime del Pd. Una capacità messa oggi alla prova: con un rilancio che può segnare un nuovo inizio.

venerdì 21 febbraio 2025

Schlein nell'angolo



Francesca Schianchi 

È stata la spina nel fianco della segretaria Pd fin dalla sua elezione, la guerra in Ucraina. L'atteggiamento da tenere, l'invio di armi a Kiev, hanno ripetutamente fatto fibrillare il partito, così come il rapporto con gli alleati di AvS e del Movimento cinque stelle. Una tensione risolta fin qui da Elly Schlein con l'equilibrismo che, almeno tra i dem, mascherava fratture e divisioni: ok a nuove munizioni, è stato sempre il mantra, ma accompagnate dalla raccomandazione che si cominci un percorso diplomatico. Ora che quel percorso è iniziato, ma sotto le insegne brutali di Donald Trump, che ha capovolto le parti assegnando quella della vittima al presidente russo Putin e quella dell'aggressore all'ucraino Zelensky, rischia paradossalmente non di chiudere una stagione complicata, ma di far deflagrare tutte le differenze che albergano dentro a quell'eterna incompiuta definita per comodità campo largo.
Non ci possono essere dubbi su cosa pensi Schlein del presidente americano: fin dal giorno della sua elezione lo accolse come «una brutta notizia per l'Europa e per l'Italia». Non possono esserci nemmeno se, due giorni fa, davanti alla sequela di attacchi e falsità rovesciati da Trump su Zelensky, non è intervenuta, fedele alla linea un po' lunare di non lasciarsi trascinare dal flusso quotidiano e tenere la barra sulle difficoltà concrete degli italiani. Il problema però è che il vicino di banco riottoso, quel Giuseppe Conte con cui lei vuole costruire lo schieramento futuro e che al contrario spesso e volentieri si sottrae all'abbraccio, usava invece parole che lo collocano dritto dritto da un'altra parte, lontanissimo dall'accorata difesa di un popolo aggredito e del diritto internazionale, predicata in questi anni anche da Schlein.
Così, come il celebre battito d'ali di farfalla che provoca un terremoto dall'altra parte del mondo, il ritorno di Trump alla Casa Bianca rischia di disfare in un amen la tela tessuta pazientemente negli ultimi due anni. Il tentativo di costruire uno schieramento comune con i Cinque stelle, di mettere le basi di un'alternativa in grado di competere ad armi pari con la destra, quando sarà il momento. Ora a Schlein non basterà più chiedere con insistenza alla premier di togliere il berrettino del Make America Great Again per indossare la maglia dell'Europa: dovrà rivolgere la stessa domanda anche al suo alleato. Consapevole che la sua risposta potrebbe travolgere in un attimo la strategia testardamente inseguita fin qui.

Federico Geremicca 
L'unico sentimento che dovrebbe esser escluso, analizzando politicamente le ultime mosse di Giuseppe Conte, è la sorpresa. Infatti, la ruvidezza con la quale ha annunciato di apprezzare il Trump che denuncia «la propaganda bellicista dell'Occidente sull'Ucraina», smaschera definitivamente un sentire che da tempo (forse da sempre) appariva mal represso. Un sentire, per altro, riemerso qualche giorno fa con la flebile solidarietà – formale, non sostanziale – rivolta al Capo dello Stato, finito nel mirino della Russia.
Il pensoso dubbio su chi scegliere tra Biden e Trump, è dunque finalmente sciolto: con tutto quello che potrebbe (dovrebbe) seguirne. I Cinquestelle di Conte, infatti, si ritrovano di nuovo sottobraccio a Matteo Salvini, altro leader in difficoltà dalla parte opposta del campo.
Considerati i blocchi contrapposti, questa vicinanza potrebbe esser considerata una fuorviante suggestione. E può esser sia così. Ma il governo "gialloverde" resta pur sempre l'età dell'oro, per l'uno e per l'altro. Un richiamo psicologicamente irresistibile. E peccato che oggi pesino nelle urne meno della metà di quando fu il tempo dell'"avvocato del popolo" ... Per muovere il suo pezzo sulla scacchiera, Conte ha atteso quello che gli è parso il momento migliore, ed ha colto l'attimo. Ha immaginato quel che le ruvide dichiarazioni di Trump avrebbero determinato nei due campi: a destra, la difficoltà di Meloni e Tajani a schierarsi d'improvviso con Putin; nel centrosinistra (teoricamente la sua parte) un'accelerazione della difesa di Kiev e – dunque – delle ragioni della guerra. Ed ha rotto gli indugi. Davanti a sè ha visto una prateria, politicamente occupata dal solo Salvini. Non ci ha pensato due volte.
Nemmeno la spregiudicatezza, naturalmente, può sorprendere: ognuno ha i suoi trascorsi, e quelli di Conte raccontano di una qualche predisposizione ai rapidi cambi di campo. Colpisce, piuttosto, il corto respiro di un'operazione che – se ognuno tirasse le inevitabili conseguenze – rischia di avere per i Cinquestelle conseguenze catastrofiche: ritrovarsi nel giro di poche settimane senza alleati e senza più nemmeno una guerra da osteggiare. Certo, avrebbero recuperato un rapporto con la Russia di Putin e l'America di Trump. E forse con Salvini. Finalmente, come si dice, una scelta chiara. —

domenica 26 gennaio 2025

La tentazione del ritorno al passato



Marco Damilano, Il PD del post Ulivo non si governa con alleanze tattiche
Domani, 26 gennaio 2025

Nella settimana di inizio impero di Trump II, con la sua controrivoluzione culturale e i giganti del web che abbandonano il loro progressismo liquido per svelare il volto feroce della conservazione, nell’Italia in cui i magistrati protestano contro il governo e i criminali libici entrano ed escono, capita che il dibattito politico sia inesorabilmente attratto dall’intervista di Dario Franceschini a Repubblica, con il titolo “L’Ulivo non torna. Marciare divisi per battere la destra”. «Cominciano così le celebrazioni del trentennale», ha commentato sarcastico uno dei protagonisti della storia del centrosinistra.

Trent’anni fa, era il 2 febbraio 1995, partì l’operazione Ulivo, con la disponibilità di Romano Prodi a guidare il centrosinistra alle elezioni. Un anno prima, nel voto del 1994, la divisione tra il centro di Martinazzoli e la macchina da guerra progressista di Occhetto aveva consegnato la vittoria a Berlusconi.

ANSA

L’Ulivo fu la risposta. Il nome arrivò qualche giorno dopo, il 12 febbraio, una domenica. «Mi venne in mente all’uscita dalla messa a piazza Maggiore», rivelò Arturo Parisi. Il giorno dopo Prodi lanciò la sua bandiera: «Accanto alla Quercia è necessario nel campo democratico piantare un albero di Ulivo».

Accanto, perché all’inizio l’Ulivo non era il simbolo dell’intera coalizione, ma di una sua parte, quella fuori dal Pds. Ma subito l’Ulivo ebbe successo, al solito imprevisto dai capipartito, e divenne il simbolo di tutti. Non era un prodotto di laboratorio, era la conclusione di un lungo cammino nella società e l’inizio di un nuovo progetto di governo. Trent’anni dopo, siamo ancora lì. A destra c’è un dominus inattaccabile, oggi è una donna, a sinistra è tutto da costruire. L’intervista di Franceschini è stata accolta con sollievo dai 5 stelle e da Calenda, il tana libera tutti lascia ognuno padrone a casa sua, e ha lasciato gelidi i convenuti della settimana scorsa di Milano e di Orvieto, già superati. Un professionista come Franceschini dimostra se non altro che non si gioca alla politica se non si ha il senso del tempo, il ritmo, lo spiraglio in cui infilarsi per andare a segno, o almeno fare notizia.

Un sistema fondato sui partiti


Ieri c’erano i collegi uninominali, oggi c’è una legge elettorale proporzionale, corretta con il 37 per cento dei seggi uninominali, decisivi per raggiungere la maggioranza. Dopo trent’anni di esperimenti di ogni tipo, sta rinascendo un sistema fondato sui partiti, stabili come non accadeva da anni. Partiti non più rappresentativi come in passato, partiti che si reggono sui capi che centralizzano la comunicazione e il finanziamento, anche il non-partito, il Movimento 5 stelle, si è convertito.

Con i partiti tornano i politici di professione, dopo la lunga stagione di imprenditori, professori, banchieri, magistrati, avvocati, papi stranieri. Di Giorgia Meloni si può ripetere l’antica battuta: «Fin da piccola si è iscritta alla direzione del partito». Uno spirito dei tempi che mette fuori gioco i tecnici, i civici, le riserve della Repubblica e i federatori estratti all’ultima ora, con un convegno o con un’intervista.

Franceschini lo sa bene, interpreta questo spirito dei tempi, nei suoi colloqui privati è ancora più disincantato. Scordiamoci i grandi programmi, sospira, facciamo il minimo indispensabile. Tenta Forza Italia, prospetta a Tajani la possibilità di diventare il Bayrou italiano, nientemeno: si torni alla proporzionale pura, ognuno faccia il suo gioco, dopo le elezioni si vedrà. Difficile però che Meloni faccia questo regalo. E così il discorso torna nel Pd.

L’Ulivo è morto da tempo, ma il Pd suo discendente ne porta tracce nel patrimonio genetico: le primarie aperte a tutti, non solo agli iscritti, perché il segretario è anche il primo nome come candidato premier, anche se non più in modo automatico. E l’idea che le coalizioni non sono un escamotage tattico, ma esprimono una visione del Paese proposta agli elettori.

Un Disastro Decennale 

ANSA

Il Pd governista degli ultimi dieci anni ha disperso questo patrimonio, si è alleato con tutti, ha praticato larghe intese, maggioranze giallorosse, di unità nazionale, ha governato con Forza Italia, con la Lega e con il Movimento 5 stelle, sempre in modo subalterno. Il risultato è stata una catastrofe elettorale, politica, sociale. Elly Schlein è stata eletta segretaria per ricucire questo strappo. Oggi, di fronte a una destra che vuole prendere tutto, nel mondo e in Italia, la questione per il Pd è ricostruire una presenza nella società, un’identità solida e riconoscibile, la capacità di rappresentare il Paese nelle sue pieghe più profonde. Con l’ambizione di candidarsi a guidare le future alleanze di governo con la propria leadership e le proprie idee, se si prendono più voti, come avviene da sempre a destra, piuttosto che fare la ruota di scorta degli alleati, magari con poltrone ministeriali di consolazione, come avvenuto nei lunghi anni in cui il Pd ha consegnato l’Italia alla destra.

martedì 29 ottobre 2024

La sconfitta rituale




È andata com'è andata in Liguria. È andata come poteva andare. Il campo largo è un dato di fatto. Una nozione statica. Esiste uno schieramento formato da quanti si oppongono alla maggioranza di centrodestra e al governo Meloni. Un dato di fatto non è una proposta, non contiene una promessa, non implica neppure una azione comune. Può anche dar luogo a una avanzata in ordine sparso, senza una idea precisa dello scopo, se non quella di conseguire la vittoria. Il passaggio da una nozione statica a una nozione dinamica non è automatico, non sta nelle cose. Si attua se qualcuno elabora un progetto e lo promuove, riuscendo a coinvolgere un numero sempre più ampio di sostenitori. Un progetto implica l'assunzione di una iniziativa e anche l'apertura di uno scontro, se occorre. Chi si oppone va sconfitto, sconfitto sul campo e non al tavolo di un negoziato interminabile e sfibrante. Già, perché il negoziato non c'è neppure. Ci sono solo gli ultimatum, i veti e le accuse reciproche. Tutto questo perché qualcuno non ha ancora accettato di stare al gioco senza pretendere un trattamento speciale dovuto alla sua presunta autorevolezza o speciale dignità. Intanto il tempo passa, le sconfitte succedono alle sconfitte e la destra sempre più si sente investita di un naturale e duraturo diritto a governare. Da questo gioco affliggente e ripetitivo bisogna uscire ritrovando la strada della battaglia politica e del progetto audace da mettere alla prova. Basta tatticismi, è tempo di passare alle strategie. Senza trascurare la ricerca degli strateghi adatti, beninteso. 


Augusto Minzolini, Il fallimento dello schema del 1994
Il Giornale, 29 ottobre 2024

È finita come tre decadi fa. Ma anche se avesse vinto Orlando per onestà intellettuale tutti dovrebbero ammettere che in un mese il centro-destra ha ribaltato la prospettiva di una sconfitta sicura (più o meno come nel '94 sfumò una vittoria che Occhetto pensava di avere in tasca) e già solo questo dimostra la fragilità e l'incompiutezza della strategia della sinistra. Se poi si coniuga la sconfitta di Orlando con il tonfo grillino emerge con clamore l'errore madornale commesso da chi ha accettato dentro il Pd i diktat di Giuseppe Conte. Una sconfitta per il presente e un monito per il futuro perché la vicenda ligure è di fatto la proiezione in piccolo degli equilibri a livello nazionale: il campo largo per essere competitivo, per poter aspirare a vincere, deve mettere insieme - basta leggere i dati dell'ultimo sondaggio «you trend» - tutte le sue anime compresa Italia Viva. E la ragione - come ho scritto e riscritto negli ultimi due mesi prevedendo la vittoria del centro-destra - non riguarda tanto il numero di voti che può portare Renzi, non è importante quel 2-3% che ha in dote, ma la funzione che può svolgere come ultima propaggine di una forza riformista collocata nell'area centrale della geografia politica di questo Paese. Più il campo largo con Schlein, Fratoianni, Bonelli e Conte ha il suo asse spostato a sinistra e più ha bisogno di una copertura, [di un bilanciamento magari anche non del tutto omogeneo] sul lato dell'area moderata. Una funzione che non può essere svolta dal solo «ectoplasma» Calenda, ma che ha bisogno di una presenza ben più pesante magari ingombrante. [...]

Il problema non è il Pd partito dello Ztl, oppure il duello Conte-Grillo. Queste sono puttanate. La questione è che in un sistema bipolare la caccia è all'ultimo voto e normalmente l'ultimo voto è quel pezzo di opinione pubblica che è al centro e che può spostarsi a favore di uno dei due schieramenti determinandone la vittoria. È quel pezzo di elettorato che farà vincere la Harris o Trump, che ha determinato il ritorno dei laburisti in Inghilterra, che ha impedito alla Le Pen di imporsi nelle elezioni politiche in Francia e che in passato in Italia ha premiato Berlusconi o ha permesso al moderato Prodi di battere il Cav per pochi voti.

Per questo parlo di «ebetismo politico» con la presunzione di avere ragione. Dopo trent'anni a sinistra ancora non hanno capito come va il mondo. Credono che gli basti un'inchiesta giudiziaria o un arresto, magari con il Ranucci di turno che prende il posto di Santoro, per assicurarsi la vittoria.


Federico Geremicca, Elly Schlein stecca la prova da leader. Centrosinistra a rischio irrilevanza politica, La Stampa, 29 ottobre 2024

Quante volte, anche noi osservatori, abbiamo liquidato le difficoltà di rapporto nel centrosinistra richiamando un evidente "problema di caratteri"? Figurarsi se non è vero: si fa oggettivamente fatica a immaginare Conte, Renzu e Calenda dalla stessa parte della barricata per più di mezz'ora. Prime donne. Egocentrici. Inaffidabili. L'errore, però, è nel chiuderla qui: circoscrivendo la questione ad un "problema di caratteri" per non vedere l'abisso culturale e programmatico che separa gli ex grillini dagli ex terzopolisti.
Ora arrivano Umbria ed Emilia-Romagna. In primavera toccherà ad altre e importanti regioni, dal Veneto alla Campania. Il tempo vola e di mezzo c'è anche il possibile voto su un paio di referendum. Se il campo largo era solo un miraggio, è venuto il momento di prenderne atto. Perché il rischio dell'irrilevanza politica incombe. Anche se la sconfitta è stata solo per un soffio.